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Papa Leone XIV: i santi sono testimoni di Cristo

“Estendo il mio saluto agli altri pellegrini presenti, in particolare alla Hermandad del Señor de los Milagros, che ha celebrato la tradizionale processione. Oggi ricorre la Giornata Missionaria Mondiale. La Chiesa è tutta missionaria, ma oggi preghiamo specialmente per quegli uomini e quelle donne che hanno lasciato tutto per andare a portare il Vangelo a chi non lo conosce. Sono missionari di speranza tra le genti. Il Signore li benedica!”: al termine della recita dell’Angelus per la canonizzazione dei nuovi santi papa Leone XIV ha chiesto di pregare per i missionari, che annunciano il Vangelo a costo della vita.

Ed ha invitato a pregare per la pace nel Myanmar: “Le notizie che giungono dal Myanmar sono purtroppo dolorose: riferiscono di continui scontri armati e bombardamenti aerei, anche su persone e infrastrutture civili. Sono vicino a quanti soffrono a causa della violenza, dell’insicurezza e di tanti disagi. Rinnovo il mio accorato appello affinché si giunga a un cessate-il-fuoco immediato ed efficace. Che gli strumenti della guerra cedano il passo a quelli della pace, attraverso un dialogo inclusivo e costruttivo!”

Mentre nella celebrazione eucaristica per i nuovi canonizzati il papa ha iniziato l’omelia partendo dalla domanda di Gesù sulla fede: “Questo interrogativo ci rivela quel che è più prezioso agli occhi del Signore: la fede, cioè il legame d’amore tra Dio e l’uomo. Proprio oggi stanno davanti a noi sette testimoni, i nuovi Santi e le nuove Sante, che con la grazia di Dio hanno tenuto accesa la lampada della fede, anzi, sono diventati loro stessi lampade capaci di diffondere la luce di Cristo”.

E tutto inizia dalla fede: “Rispetto a grandi beni materiali e culturali, scientifici e artistici, la fede eccelle non perché essi siano da disprezzare, ma perché senza fede perdono senso. La relazione con Dio è di somma importanza perché Egli ha creato dal nulla tutte le cose, all’inizio dei tempi, e salva dal nulla tutto ciò che nel tempo finisce. Una terra senza fede sarebbe popolata da figli che vivono senza Padre, cioè da creature senza salvezza”.

E’ questo che interessa a Gesù: “Ecco perché Gesù, il Figlio di Dio fatto uomo, si interroga sulla fede: se sparisse dal mondo, che cosa accadrebbe? Il cielo e la terra resterebbero come prima, ma non ci sarebbe più nel nostro cuore la speranza; la libertà di tutti verrebbe sconfitta dalla morte; il nostro desiderio di vita precipiterebbe nel nulla. Senza fede in Dio, non possiamo sperare nella salvezza. La domanda di Gesù allora ci inquieta, sì, ma solo se dimentichiamo che è Gesù stesso a pronunciarla. Le parole del Signore, infatti, restano sempre vangelo, cioè annuncio gioioso di salvezza. Questa salvezza è il dono della vita eterna che riceviamo dal Padre, mediante il Figlio, con la forza dello Spirito Santo”.

Ma la fede deve essere alimentata dalla preghiera con perseveramza: “Gesù ci indica questo legame con una parabola: un giudice resta sordo davanti alle pressanti richieste di una vedova, la cui insistenza lo porta, infine, ad agire. A un primo sguardo, tale tenacia diventa per noi un bell’esempio di speranza, specialmente nel tempo della prova e della tribolazione”.

Solo la perseveranza nella preghiera permette di superare il male: “A proposito, due tentazioni mettono alla prova la nostra fede: la prima prende forza dallo scandalo del male, portando a pensare che Dio non ascolti il pianto degli oppressi e non abbia pietà del dolore innocente. La seconda tentazione è la pretesa che Dio debba agire come vogliamo noi: la preghiera cede allora il posto a un comando su Dio, per insegnargli come fare a essere giusto ed efficace”.

Solo attraverso la preghiera è possibile riconoscere giustizia e perdono: “La preghiera della Chiesa ci ricorda che Dio fa giustizia verso tutti, donando per tutti la sua vita. Così, quando gridiamo al Signore: “dove sei?”, trasformiamo questa invocazione in preghiera e allora riconosciamo che Dio è lì dove l’innocente soffre. La croce di Cristo rivela la giustizia di Dio. E la giustizia di Dio è il perdono: Egli vede il male e lo redime, prendendolo su di sé”.

Però in questa ‘impresa’ non si è soli: “Quando siamo crocifissi dal dolore e dalla violenza, dall’odio e dalla guerra, Cristo è già lì, in croce per noi e con noi. Non c’è pianto che Dio non consoli; non c’è lacrima che sia lontana dal suo cuore. Il Signore ci ascolta, ci abbraccia come siamo, per trasformarci come Lui è. Chi invece rifiuta la misericordia di Dio, resta incapace di misericordia verso il prossimo. Chi non accoglie la pace come un dono, non saprà donare la pace”.

Queste azioni si chiamano speranza: “Carissimi, ora comprendiamo che le domande di Gesù sono un vigoroso invito alla speranza e all’azione: quando il Figlio dell’uomo verrà, troverà la fede nella provvidenza di Dio? E’ questa fede, infatti, che sostiene il nostro impegno per la giustizia, proprio perché crediamo che Dio salva il mondo per amore, liberandoci dal fatalismo. Chiediamoci dunque: quando sentiamo l’appello di chi è in difficoltà, siamo testimoni dell’amore del Padre, come Cristo lo è stato verso tutti? Egli è l’umile che chiama i prepotenti a conversione, il giusto che ci rende giusti, come attestano i nuovi Santi di oggi: non eroi, o paladini di qualche ideale, ma uomini e donne autentici”.

Questa  speranza hanno sostenuto i nuovi santi: “Questi fedeli amici di Cristo sono martiri per la loro fede, come il Vescovo Ignazio Choukrallah Maloyan e il catechista Pietro To Rot; sono evangelizzatori e missionarie, come suor Maria Troncatti; sono carismatiche fondatrici, come suor Vincenza Maria Poloni e suor Carmen Rendiles Martínez; col loro cuore ardente di devozione, sono benefattori dell’umanità, come Bartolo Longo e José Gregorio Hernández Cisneros. La loro intercessione ci assista nelle prove e il loro esempio ci ispiri nella comune vocazione alla santità. Mentre siamo pellegrini verso questa meta, preghiamo senza stancarci, saldi in quello che abbiamo imparato e crediamo fermamente. La fede sulla terra sostiene così la speranza del cielo”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone XIV invita i giovani a dare testimonianza

“All’inizio di questo mio primo messaggio rivolto a voi, desidero anzitutto dirvi grazie! Grazie per la gioia che avete trasmesso quando siete venuti a Roma per il vostro Giubileo e grazie anche a tutti i giovani che si sono uniti a noi nella preghiera da ogni parte del mondo. E’ stato un evento prezioso per rinnovare l’entusiasmo della fede e condividere la speranza che arde nei nostri cuori! Perciò facciamo in modo che l’incontro giubilare non rimanga un momento isolato, ma segni, per ognuno di voi, un passo avanti nella vita cristiana e un forte incoraggiamento a perseverare nella testimonianza della fede”: nel primo messaggio per la Giornata mondiale della Gioventù, che si celebra nelle diocesi domenica 23 novembre, intitolato ‘Anche voi date testimonianza, perché siete con me’, tratto dal passo del vangelo di san Giovanni, papa Leone XIV ringrazia i giovani che hanno partecipato al giubileo.

Il tema del messaggio apre un percorso che arriva fino a Seoul, città che ospita la prossima Giornata mondiale della Gioventù nel 2027: “Con la forza dello Spirito Santo, da pellegrini di speranza ci prepariamo a diventare testimoni coraggiosi di Cristo. Iniziamo dunque, da ora, un percorso che ci guiderà fino all’edizione internazionale della GMG a Seoul, nel 2027. In tale prospettiva, vorrei soffermarmi su due aspetti della testimonianza: la nostra amicizia con Gesù, che accogliamo da Dio come dono; e l’impegno di ciascuno nella società, come costruttori di pace”.

Infatti l’amico è anche un testimone: “La testimonianza cristiana nasce dall’amicizia con il Signore, crocifisso e risorto per la salvezza di tutti. Essa non si confonde con una propaganda ideologica, ma è un vero principio di trasformazione interiore e di sensibilizzazione sociale. Gesù ha voluto chiamare ‘amici’ i discepoli ai quali ha fatto conoscere il Regno di Dio e ha chiesto di rimanere con Lui, per formare la sua comunità e per inviarli a proclamare il Vangelo. Quando dunque Gesù ci dice: ‘Date testimonianza’, ci sta assicurando che ci considera suoi amici”.

Gesù conosce il cuore di ciascuno, chiamandoci amici: “Lo sguardo di Gesù, che vuole sempre e solo il nostro bene, ci precede. Non ci vuole come servi, né come ‘attivisti’ di un partito: ci chiama a stare con Lui come amici, perché la nostra vita venga rinnovata. E la testimonianza deriva spontaneamente dalla gioiosa novità di questa amicizia. E’ un’amicizia unica, che ci dona la comunione con Dio; un’amicizia fedele, che ci fa scoprire la nostra dignità e quella altrui; un’amicizia eterna, che neanche la morte può distruggere, perché ha nel Crocifisso risorto il suo principio”.

Ed il racconto evangelico dell’apostolo Giovanni è una testimonianza dell’amicizia di Gesù: “Tutto il racconto precedente viene riassunto come una ‘testimonianza’, piena di gratitudine e di stupore, da parte di un discepolo che non dice mai il proprio nome, ma si definisce ‘il discepolo che Gesù amava’. Questo appellativo è il riflesso di una relazione: non è il nome di un individuo, ma la testimonianza di un legame personale con Cristo. Ecco cosa importa davvero per Giovanni: essere discepolo del Signore e sentirsi amato da Lui”.

La testimonianza cristiana è frutto di una relazione: “Comprendiamo allora che la testimonianza cristiana è frutto della relazione di fede e di amore con Gesù, nel quale troviamo la salvezza della nostra vita. Ciò che scrive l’apostolo Giovanni vale anche per voi, carissimi giovani. Siete invitati da Cristo a seguirlo e a sedervi accanto a Lui, per ascoltare il suo cuore e condividere da vicino la sua vita! Ognuno per Lui è un ‘discepolo amato’, e da questo amore nasce la gioia della testimonianza”.

Anche Giovanni Battista è stato un testimone: “Pur godendo di grande fama fra il popolo, egli sapeva bene di essere solo una ‘voce’ che indica il Salvatore: ‘Ecco l’Agnello di Dio’. Il suo esempio ci ricorda che il vero testimone non ha l’obiettivo di occupare la scena, non cerca seguaci da legare a sé. Il vero testimone è umile e interiormente libero, anzitutto da sé stesso, cioè dalla pretesa di essere al centro dell’attenzione. Perciò è libero di ascoltare, di interpretare e anche di dire la verità a tutti, anche di fronte ai potenti”.

Quindi la testimonianza è ‘uscire’: “Da Giovanni il Battista impariamo che la testimonianza cristiana non è un annuncio di noi stessi e non celebra le nostre capacità spirituali, intellettuali o morali. La vera testimonianza è riconoscere e mostrare Gesù, l’unico che ci salva, quando Egli appare. Giovanni lo riconobbe tra i peccatori, immerso nella comune umanità. Per questo papa Francesco ha tanto insistito: se non usciamo da noi stessi e dalle nostre zone di comodità, se non andiamo verso i poveri e chi si sente escluso dal Regno di Dio, noi non incontriamo e non testimoniamo Cristo. Smarriamo la dolce gioia di essere evangelizzati e di evangelizzare”.

Inoltre il testimone è un missionario: “In questo modo voi giovani, con l’aiuto dello Spirito Santo, potete diventare missionari di Cristo nel mondo. Tanti vostri coetanei sono esposti alla violenza, costretti ad usare le armi, obbligati alla separazione dai propri cari, alla migrazione e alla fuga. Molti mancano dell’istruzione e di altri beni essenziali. Tutti condividono con voi la ricerca di senso e l’insicurezza che l’accompagna, il disagio per le crescenti pressioni sociali o lavorative, la difficoltà di affrontare le crisi familiari, la sensazione dolorosa della mancanza di opportunità, il rimorso per gli errori commessi. Voi stessi potete mettervi al fianco di altri giovani, camminare con loro e mostrare che Dio, in Gesù, si è fatto vicino ad ogni persona”.

Però la testimonianza non è mai facile: “Nei Vangeli troviamo spesso la tensione fra accoglienza e rifiuto di Gesù: ‘La luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l’hanno accolta’. In modo simile, il discepolo-testimone sperimenta in prima persona il rifiuto e a volte persino l’opposizione violenta. Il Signore non nasconde questa dolorosa realtà: ‘Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi’… E’ ciò che hanno fatto i martiri fin dall’inizio della Chiesa”.

Quindi il testimone può essere anche perseguitato: “Ancora oggi, in tanti luoghi del mondo, i cristiani e le persone di buona volontà soffrono persecuzione, menzogna e violenza. Forse anche voi siete stati toccati da questa dolorosa esperienza e forse siete stati tentati di reagire istintivamente mettendovi al livello di chi vi ha rifiutato, assumendo atteggiamenti aggressivi… Non lasciatevi dunque scoraggiare: come i santi, anche voi siete chiamati a perseverare con speranza, soprattutto davanti a difficoltà e ostacoli”.

Infine dalla testimonianza nasce la fraternità: “Dall’amicizia con Cristo, che è dono dello Spirito Santo in noi, nasce un modo di vivere che porta in sé il carattere della fraternità. Un giovane che ha incontrato Cristo porta ovunque il ‘calore’ ed il ‘sapore’ della fraternità, e chiunque entra in contatto con lui o con lei è attratto in una dimensione nuova e profonda, fatta di vicinanza disinteressata, di compassione sincera e di tenerezza fedele. Lo Spirito Santo ci fa vedere il prossimo con occhi nuovi: nell’altro c’è un fratello, una sorella!”

Tale testimonianza apre al mondo con l’invito ad essere ‘artigiani di pace’: “La testimonianza della fraternità e della pace, che l’amicizia con Cristo suscita in noi, ci solleva dall’indifferenza e dalla pigrizia spirituale, facendoci superare chiusure e sospetti. Ci lega inoltre gli uni agli altri, sospingendoci a impegnarci insieme, dal volontariato alla carità politica, per costruire nuove condizioni di vita per tutti. Non seguite chi usa le parole della fede per dividere: organizzatevi, invece, per rimuovere le disuguaglianze e riconciliare comunità polarizzate e oppresse.

Perciò, cari amici, ascoltiamo la voce di Dio in noi e vinciamo il nostro egoismo, diventando operosi artigiani di pace. Allora quella pace, che è dono del Signore Risorto, si renderà visibile nel mondo tramite la comune testimonianza di chi porta nel cuore il suo Spirito”.

E’ un invito a fissare lo ‘sguardo’ su Gesù: “Mentre stava per morire sulla croce, Egli affidò la Vergine Maria a Giovanni come madre, e lui a lei come figlio. Quel dono estremo d’amore è per ogni discepolo, per tutti noi. Vi invito perciò ad accogliere questo santo legame con Maria, Madre piena di affetto e di comprensione, coltivandolo in particolare con la preghiera del Rosario. Così, in ogni situazione della vita, sperimenteremo che non siamo mai soli, ma sempre figli amati, perdonati e incoraggiati da Dio. Di questo, con gioia, date testimonianza!”

Papa Leone XIV: la missione è vita

“Siete bravi missionari perché siete venuti anche sotto la pioggia! Grazie!La Chiesa è tutta missionaria ed è tutta un grande popolo in cammino verso il Regno di Dio. Oggi i fratelli e le sorelle missionari e migranti ce lo ricordano. Ma nessuno deve essere costretto a partire, né sfruttato o maltrattato per la sua condizione di bisognoso o di forestiero! Al primo posto, sempre, la dignità umana!”: al termine della celebrazione eucaristica papa Leone XIV ha ringraziato i fedeli ricordando che nessuno deve essere sfruttato.

Ha espresso solidarietà per coloro che sono stati colpiti dal terremoto nelle Filippine: “Nella sera di martedì 30 settembre un forte sisma ha colpito la regione centrale delle Filippine, in particolare la provincia di Cebu e le province limitrofe. Esprimo la mia vicinanza al caro popolo filippino, e in particolare prego per coloro che sono più duramente provati dalle conseguenze del terremoto. Rimaniamo uniti e solidali nella fiducia in Dio e nell’intercessione della Madre sua in ogni pericolo”.

Inoltre è preoccupato per la situazione nel Medio Oriente ed il crescente odio antisemita: “Esprimo la mia preoccupazione per l’insorgenza dell’odio antisemita nel mondo, come purtroppo si è visto con l’attentato terroristico a Manchester, avvenuto pochi giorni fa. Continuo ad essere addolorato per l’immane sofferenza patita dal popolo palestinese a Gaza.

In queste ultime ore, nella drammatica situazione del Medio Oriente, si stanno compiendo alcuni significativi passi in avanti nelle trattative di pace, che auspico possano al più presto raggiungere i risultati sperati. Chiedo a tutti i responsabili di impegnarsi su questa strada, di cessare il fuoco e di liberare gli ostaggi, mentre esorto a restare uniti nella preghiera, affinché gli sforzi in corso possano mettere fine alla guerra e condurci verso una pace giusta e duratura”.

Mentre nell’omelia del  Giubileo del Mondo Missionario e dei Migranti ha affermato che questa è stata “una bella occasione per ravvivare in noi la coscienza della vocazione missionaria, che nasce dal desiderio di portare a tutti la gioia e la consolazione del Vangelo, specialmente a coloro che vivono una storia difficile e ferita. Penso in modo particolare ai fratelli migranti, che hanno dovuto abbandonare la loro terra, spesso lasciando i loro cari, attraversando le notti della paura e della solitudine, vivendo sulla propria pelle la discriminazione e la violenza”.

E’ stato un invito ad andare nelle periferie: “Lo Spirito ci manda a continuare l’opera di Cristo nelle periferie del mondo, segnate a volte dalla guerra, dall’ingiustizia e dalla sofferenza. Dinanzi a questi scenari oscuri, riemerge il grido che tante volte nella storia si è elevato a Dio: perché, Signore, non intervieni? Perché sembri assente? Questo grido di dolore è una forma di preghiera che pervade tutta la Scrittura e, questa mattina, lo abbiamo ascoltato dal profeta Abacuc”.

Riprendendo una catechesi di papa Benedetto XVI sul male ad Auschwitz papa Leone XIV ha sottolineato che Dio promette sempre la salvezza: “La risposta del Signore, però, ci apre alla speranza. Se il profeta denuncia la forza ineluttabile del male che sembra prevalere, il Signore dal canto suo gli annuncia che tutto questo avrà un termine, una scadenza, perché la salvezza verrà e non tarderà…

C’è una vita, dunque, una nuova possibilità di vita e di salvezza che proviene dalla fede, perché essa non solo ci aiuta a resistere al male perseverando nel bene, ma trasforma la nostra esistenza tanto da renderla uno strumento della salvezza che Dio ancora oggi vuole operare nel mondo. E, come ci dice Gesù nel Vangelo, si tratta di una forza mite: la fede non si impone con i mezzi della potenza e in modi straordinari; ne basta quanto un granello di senape per fare cose impensabili, perché reca in sé la forza dell’amore di Dio che apre vie di salvezza”.

Però la salvezza richiede la cura: “E’ una salvezza che si realizza quando ci impegniamo in prima persona e ci prendiamo cura, con la compassione del Vangelo, della sofferenza del prossimo; è una salvezza che si fa strada, silenziosa e apparentemente inefficace, nei gesti e nelle parole quotidiane, che diventano proprio come il piccolo seme di cui ci parla Gesù; è una salvezza che lentamente cresce quando ci facciamo ‘servi inutili’, cioè quando ci mettiamo al servizio del Vangelo e dei fratelli senza cercare i nostri interessi, ma solo per portare nel mondo l’amore del Signore”.

Ed ha parlato di una nuova missione: “Fratelli e sorelle, oggi si apre nella storia della Chiesa un’epoca missionaria nuova. Se per lungo tempo alla missione abbiamo associato il ‘partire’, l’andare verso terre lontane che non avevano conosciuto il Vangelo o versavano in situazioni di povertà, oggi le frontiere della missione non sono più quelle geografiche, perché la povertà, la sofferenza e il desiderio di una speranza più grande, sono loro a venire verso di noi”.

Missione che coinvolge anche i migranti: “Ce lo testimonia la storia di tanti nostri fratelli migranti, il dramma della loro fuga dalla violenza, la sofferenza che li accompagna, la paura di non farcela, il rischio di pericolose traversate lungo le coste del mare, il loro grido di dolore e di disperazione: fratelli e sorelle, quelle barche che sperano di avvistare un porto sicuro in cui fermarsi e quegli occhi carichi di angoscia e speranza che cercano una terra ferma in cui approdare, non possono e non devono trovare la freddezza dell’indifferenza o lo stigma della discriminazione!”

Questa è cooperazione missionaria: “Anzitutto, vi chiedo di promuovere una rinnovata cooperazione missionaria tra le Chiese. Nelle comunità di antica tradizione cristiana come quelle occidentali, la presenza di tanti fratelli e sorelle del Sud del mondo dev’essere colta come un’opportunità, per uno scambio che rinnova il volto della Chiesa e suscita un cristianesimo più aperto, più vivo e più dinamico. Allo stesso tempo, ogni missionario che parte per altre terre, è chiamato ad abitare le culture che incontra con sacro rispetto, indirizzando al bene tutto ciò che trova di buono e di nobile, e portandovi la profezia del Vangelo”.

Questa è la bellezza della missione: “Vorrei poi ricordare la bellezza e l’importanza delle vocazioni missionarie. Mi rivolgo in particolare alla Chiesa europea: oggi c’è bisogno di un nuovo slancio missionario, di laici, religiosi e presbiteri che offrano il loro servizio nelle terre di missione, di nuove proposte ed esperienze vocazionali capaci di suscitare questo desiderio, specialmente nei giovani.

Carissimi, invio con affetto la mia benedizione al clero locale delle Chiese particolari, ai missionari e alle missionarie, e a coloro che sono in discernimento vocazionale. Ai migranti invece dico: siate sempre i benvenuti! I mari e i deserti che avete attraversato, nella Scrittura sono ‘luoghi della salvezza’, in cui Dio si è fatto presente per salvare il suo popolo”.

(Foto: Santa Sede)

XXIV domenica del Tempo Ordinario: Esaltazione della Croce

L’odierna domenica coincide con la solennità della Esaltazione della Croce: una felice coincidenza perchè la Croce gloriosa di Cristo Gesù è per tutti segno di speranza, di riscatto e di pace. La pace che oggi tutta l’umanità desidera e la invoca ricordando le parole di Gesù: ‘Sono venuto a portare la pace, la serenità e la vita’. La pace è veramente il più grande dono di Dio. Da strumento di supplizio e di morte la Croce di Gesù è circonfusa di gioia e di vita. Gesù infatti pur essendo di natura divina spogliò se stesso assumendo la condizione di servo  e per salvare l’uomo, per riconciliare la terra con il cielo ha offerto se stesso al Padre: sacrificato sulla Croce e offrendo la sua vita in riscatto per tutta l’umanità.

La condanna a morte in croce era riservata solo ai servi: Gesù, creatore del cielo e della terra, umiliò se stesso assumendo la condizione di servo: non c’è amore più grande di chi dà la vita per la salvezza di tutti. La Croce, strumento di sofferenza ed umiliazione, diventa per noi cristiani il segno più alto dell’amore di Dio per l’umanità. Dio già aveva prefigurato nell’Antico Testamento la salvezza per mezzo della Croce quando il popolo ebreo, liberato dalla schiavitù dell’Egitto, nel deserto aveva imprecato contro Dio e Mosè non contento della manna e desideroso di pane e acqua.

Dio aveva inviato allora contro il popolo serpenti velenosi che mordevano la gente e parecchi morirono. Il popolo allora corse da Mosè chiedendo perdono e pregandolo di intercedere per tutto il popolo presso Dio. Mosè pregò l’Altissimo e Dio consigliò a Mosè: ‘Fai un serpente di bronzo, mettilo sopra un’asta e chi guarderà con fede quel serpente sarà guarito. Così avvenne’: Dio aveva già prefigurato nell’Antico Testamento la forza salvifica della Croce. Gesù dirà ai suoi Apostoli: come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo.

Quando guardiamo Cristo Gesù crocifisso, contempliamo il segno di amore infinito di Dio per l’umanità. La Croce ci parla solo dell’altezza e profondità dell’amore di Cristo che sorpassa ogni conoscenza. Da qui la celebrazione della Messa inizia con il segno della Croce e si conclude con lo stesso segno; possiamo veramente dire: ‘O Crux, ave spes unica!’. La croce non è più sinonimo di maledizione ma di vera benedizione; la Chiesa presenta al mondo la Croce come ‘albero della vita’ dal quale si può cogliere oggi il senso ultimo e pieno di ogni singola esistenza e della intera storia umana.

Nel giardino del paradiso, si legge nella Bibbia, ai piedi dell’albero c’era una donna Eva, che, sedotta dal Maligno, mangiò il frutto proibito; sul Calvario, ai piedi dell’albero della Croce c’è un’altra donna, Maria, che docile al progetto di Dio, partecipa all’offerta che il Figlio fa di sé al Padre e diventa la madre dell’umanità redenta da Cristo Gesù.

Alla Vergine Addolorata noi oggi affidiamo i giovani e le famiglie tutte, affidiamo l’umanità intera perchè viva nella pace e nell’amore instaurato da Cristo Gesù.  Vergine Immacolata, rivolgi a noi gli occhi tuoi misericordiosi. Siamo peccatori, ma figli tuoi, a Te affidati dallo stesso Gesù, figlio tuo e fratello nostro. La croce sarà sempre la nostra bandiera perchè in essa scopriamo  l’amore incommensurabile di Cristo Gesù, il Salvatore. Ave Crux, spes unica.

Papa Leone XIV: cura e dono sono basi di un’economia di fraternità

“Il pianeta è segnato da conflitti e divisioni, e a maggior ragione siete uniti da un forte e coraggioso ‘no’ alla guerra e dal ‘sì’ alla pace e alla fraternità. Come papa Francesco ci ha insegnato, infatti, la guerra non è la via giusta per uscire dai conflitti. ‘Sopportare il conflitto, risolverlo e trasformarlo in un anello di collegamento di un nuovo processo’ è il cammino più sapiente, il cammino dei forti.

La vostra presenza testimonia tale sapienza, che unisce le culture e le religioni, quella forza silenziosa che ci fa riconoscere fratelli e sorelle, nonostante tutte le nostre differenze”: citando l’esortazione apostolica ‘Evangelii Gaudium’ papa Leone XIV ha accolto in udienza i partecipanti al ‘World Meeting on Human Fraternity’, in programma a Roma fino a domani con 15 tavoli tematici su argomenti come agricoltura, ambiente, sostenibilità, lavoro, intelligenza artificiale, arte, sport, politica.

Nel dare il benvenuto papa Leone XIV ha proposto il racconto biblico della Genesi: “Secondo il racconto biblico, il primo rapporto fraterno, quella tra Caino e Abele, fu subito drammaticamente conflittuale. Tuttavia, quel primo omicidio non deve indurre a concludere: ‘è sempre andata così’. Per quanto antica, per quanto diffusa, la violenza di Caino non si può tollerare come ‘normale’. Al contrario, la norma risuona nella domanda divina rivolta al colpevole: ‘Dov’è tuo fratello?’ E’ in questa domanda la nostra vocazione, la regola, il canone della giustizia. Dio non si vendica di Abele con Caino, ma gli pone una domanda che accompagna tutto il cammino della storia”.

Quindi tale domanda di Dio è importante rivolgerla oggi all’umanità: “Questa stessa domanda, oggi più che mai, va fatta nostra, come principio di riconciliazione. Interiorizzata, risuonerà così: ‘Fratello, sorella, dove sei?’ Dove sei nel business delle guerre che spezzano le vite dei giovani costretti alle armi, colpiscono i civili, bambini, donne e anziani indifesi, devastano città, campagne e interi ecosistemi, lasciando dietro di sé solo macerie e dolore?

Fratello, sorella, dove sei tra i migranti disprezzati, imprigionati e respinti, tra quelli che cercano salvezza e speranza e trovano muri e indifferenza? Dove sei, fratello, quando i poveri vengono incolpati della loro povertà, dimenticati e scartati, in un mondo che stima più il profitto delle persone? Fratello, sorella, dove sei in una vita iperconnessa ma in cui la solitudine corrode i legami sociali e ci rende estranei anche a noi stessi?”

Di fronte a tali domande non resta che il silenzio: “La risposta non può essere il silenzio. E una risposta siete voi, con la vostra presenza, il vostro impegno e il vostro coraggio. La risposta è la scelta di un’altra direzione di vita, di crescita, di sviluppo”.

La domanda biblica è interessante perché non isola dal mondo: “Riconoscere che l’altro è un fratello, una sorella, significa liberarci dalla finzione di crederci figli unici e anche dalla logica dei soci, che stanno insieme solo per interesse. Non è soltanto l’interesse a farci vivere insieme. Le grandi tradizioni spirituali e anche la maturazione del pensiero critico ci fanno andare oltre i legami di sangue o etnici, oltre quelle fratellanze che riconoscono solo chi è simile e negano chi è diverso”.

Ed ha ripreso il concetto espresso da papa Francesco di ‘amicizia sociale’, che sfocia nella fraternità: “E’ interessante che nella Bibbia, come ci ha fatto scoprire l’esegesi scientifica, sono i testi più recenti e più maturi a narrare una fraternità che supera i confini etnici del popolo di Dio e che si fonda nella comune umanità.

Lo testimoniano i racconti di creazione e le genealogie: una sola è l’origine dei diversi popoli (anche dei nemici) e la Terra, coi suoi beni, è per tutti, non per alcuni… La fraternità è il nome più vero della prossimità. Essa significa ritrovare il volto dell’altro. E nel volto del povero, del rifugiato, anche dell’avversario, riconoscere il Mistero: per chi crede, l’immagine stessa di Dio”.

E’ un’esortazione a trovare nuove modalità di ‘carità sociale’: “Cari amici, vi esorto a individuare percorsi, locali e internazionali, che sviluppino nuove forme di carità sociale, di alleanze tra saperi e di solidarietà tra le generazioni. Siano percorsi popolari, che includano anche i poveri, non come destinatari di aiuto, ma come soggetti di discernimento e di parola. Vi incoraggio a proseguire in questo lavoro di semina silenziosa”.

E da questa ‘semina’ può nascere una nuova vita economica e sociale partecipativa: “Da essa può nascere un processo partecipativo sull’umano e sulla fraternità, che non si limiti a elencare i diritti, ma includa anche azioni e motivazioni concrete che ci rendono diversi nella vita di tutti i giorni. Abbiamo bisogno di una estesa ‘alleanza dell’umano’, fondata non sul potere, ma sulla cura; non sul profitto, ma sul dono; non sul sospetto, ma sulla fiducia. La cura, il dono, la fiducia non sono virtù per il tempo libero: sono pilastri di un’economia che non uccide, ma intensifica e allarga la partecipazione alla vita”.

Inoltre ha ringraziato i partecipanti per la creatività dei messaggi: “Desidero ringraziare gli artisti che, con la loro creatività, lanceranno questo messaggio al mondo, dal magnifico abbraccio del colonnato del Bernini. Un ringraziamento speciale va agli illustri Premi Nobel presenti, sia per aver redatto la Dichiarazione sulla fraternità umana del 10 giugno 2023, sia per la testimonianza che danno nei consessi internazionali”.

Infine ha concluso l’incontro con l’invito del vangelo di san Giovanni: “Continuate a far crescere la spiritualità della fraternità attraverso la cultura, i rapporti di lavoro, l’azione diplomatica. Portate sempre nel cuore le parole di Gesù nel Vangelo di Giovanni: ‘Vi do un comandamento nuovo: amatevi gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri’. Vi accompagni e vi sostenga la mia benedizione”.

E domani alle ore 21.00 in piazza san Pietro ci sarà il concerto gratuito ‘Grace for the World’ con artisti di fama internazionale, tra cui Andrea Bocelli, Pharrell Williams, John Legend, Karol G. La serata sarà resa unica da uno spettacolo di 3500 droni che illumineranno il cielo sopra la cupola di san Pietro.

(Foto: Santa Sede)

XXI domenica del Tempo Ordinario: la porta stretta è la vera porta della salvezza!

Dio vuole tutti salvi; due sono le porte: una larga, l’altra stretta; ci si salva attraverso la porta stretta. A Gesù era stata posta una domanda: ‘Signore, sono pochi quelli che si salvano?’ Gesù non soddisfa la curiosità ma risponde sul ‘come ci si salva’. Gesù colloca la risposta sul piano della responsabilità: non è questione di numero,  nè il Regno di Dio è a numero chiuso. E’ necessario attraversare la porta giusta. Si entra solo attraverso la porta stretta. E’ detta stretta perché ha delle esigenze specifiche: l’amore è esigente e richiede sempre impegno, sforzo, perseveranza.

Le statistiche non servono a nulla, è necessario decidersi ed imboccare la via idonea con  fede vera e amore verso Dio e il prossimo perché Dio è amore. Il Signore ci riconosce come suoi non per titoli acquisiti ma solo per la nostra vita umile di fede che si traduce in  opere di amore verso Dio e il prossimo. Questa scelta non è la più comoda per l’uomo spesso superbo, egoista ed orgoglioso. Da qui le parole del Vangelo: il Padrone di casa, chiusa la porta stretta, a quanti bussano mostrando titoli, raccomandazioni ed altro dirà: andate, non vi riconosco.

Davanti a Dio non ci sarà ricco o povero, ebreo o pagano, ignorante o dotto ma c’è l’uomo, creato ad immagine di Dio per il quale Cristo Gesù è morto in croce. La salvezza è dono di Dio e ci si affida a Lui con umiltà e mansuetudine; con la consapevolezza della propria indegnità e con la fiducia nell’opera salvifica di Gesù. Fede e Amore concreto sono le uniche armi di difesa che ci permettono di attraversare la porta stretta.

Il Padre ci riconoscerà come suoi dalla comunione viva con Gesù, che alimenta ogni giorno la nostra fede, rafforza la carità, ravviva la speranza. La Madonna disse subito il suo ‘sì’ all’Angelo; gli Apostoli lasciarono subito tutto e lo seguirono: Seguire Cristo Gesù, essere dei suoi significa dire il nostro “sì” fermo e costante a Dio e vivere da veri figli di Dio. E’ necessario non farsi illusioni: ciò che immette nella strada della salvezza è la nostra decisione personale, sorretta dalla grazia di Dio.

Due sono le vie, due sono le strade, due sono le porte: alla via della ‘vita’ appartiene la fede e l’amore verso Dio e i fratelli: cioè osservare i comandamenti di Dio e il discorso della montagna. Alla via della morte appartiene tutto il resto, anche la nostra libertà trasformata in libertinaggio: violenza, ipocrisia, odio, vendetta, lussuria e ogni maldicenza. La via stretta all’inizio appare stretta ma, con la grazia del cielo, presto diventa via regia, via sicura che dà senso e gioia a tutta la vita.

La via larga appare bella all’inizio ma presto finisce con l’essere un vero vicolo cieco e diventa amara: esempio per tutti vale quello di Giuda che andò ad impiccarsi.  Nel regno di Dio non esistono Santi musoni, tristi o angosciati: l’amico di Dio scopre sempre di essere nella via della bontà, della giustizia e dell’amore. Nella via stretta si è confortati dalla grazia di Dio, alimentati dall’Eucaristia (vero pane di vita vera), dall’amore di Dio che non viene mai meno.

Ci aiuti e ci sostenga sempre l’intercessione della Vergine Maria, madre di Gesù e nostra, ad attraversare la ‘porta stretta’ e a vivere  con fede profonda e amore sincero. Vergine Immacolata, rivolgi a noi gli occhi tuoi misericordiosi. Maria, tu sei passata per la porta stretta, che è Gesù; lo hai accolto con tutto il cuore e lo hai seguito sino al sacrificio della morte in croce per noi e Gesù ci ha consegnato a te,  Maria, sua madre, come madre nostra. Allora: oculos tuos ad nos converte!

(Foto: Movimento Apostolico)

Papa Leone XIV: Dio non si scandalizza dei nostri tradimenti

‘Tante grazie per la vostra pazienza! Un appaluso per tutti voi!’: così papa Leone XIV ha salutato a braccio i numerosi pellegrini riuniti per l’udienza generale all’esterno dell’Aula Paolo VI, nel piazzale antistante l’ingresso del Petriano a seguire l’appuntamento del mercoledì dai maxi schermi, mentre ai pellegrini riuniti nella basilica di san Pietro ha ripetuto che Gesù non abbandona: “Tutti avete ascoltato la Catechesi, avete sentito le parole che Gesù non ci abbandona mai, e Gesù sempre ci invita alla conversione, Gesù ci invita a cercare il cammino che ci porta verso di Lui, verso Dio Padre. Allora vogliamo vivere questo momento, anche un saluto, la gioia di poter incontrarci a rinnovare la nostra fede, qui, proprio ai piedi di san Pietro, a rinnovare questo spirito di speranza tanto importante durante quest’anno del Giubileo”.

E nell’udienza generale, svoltasi nell’Aula Paolo VI per il caldo papa Leone XIV, ha proseguito nella catechesi del racconto della Pasqua: “Proseguiamo il nostro cammino alla scuola del Vangelo, seguendo i passi di Gesù negli ultimi giorni della sua vita. Oggi ci fermiamo su una scena intima, drammatica, ma anche profondamente vera: il momento in cui, durante la cena pasquale, Gesù rivela che uno dei Dodici sta per tradirlo: ‘In verità io vi dico: uno di voi, colui che mangia con me, mi tradirà’.

Parole forti. Gesù non le pronuncia per condannare, ma per mostrare quanto l’amore, quando è vero, non può fare a meno della verità. La stanza al piano superiore, dove poco prima tutto era stato preparato con cura, si riempie all’improvviso di un dolore silenzioso, fatto di domande, di sospetti, di vulnerabilità. E’ un dolore che conosciamo bene anche noi, quando nelle relazioni più care si insinua l’ombra del tradimento”.

 Anche nel momento del tradimento Gesù propone ai discepoli la strada della salvezza: “Eppure, il modo in cui Gesù parla di ciò che sta per accadere è sorprendente. Non alza la voce, non punta il dito, non pronuncia il nome di Giuda. Parla in modo tale che ciascuno possa interrogarsi. Ed è proprio quello che succede”.

Gesù pone interrogativi a ciascuno per riflettere sulla vita: “Cari amici, questa domanda (‘Sono forse io?’) è forse tra le più sincere che possiamo rivolgere a noi stessi. Non è la domanda dell’innocente, ma del discepolo che si scopre fragile. Non è il grido del colpevole, ma il sussurro di chi, pur volendo amare, sa di poter ferire. E’ in questa consapevolezza che inizia il cammino della salvezza”.

Infatti non ci ‘umilia’: “Gesù non denuncia per umiliare. Dice la verità perché vuole salvare. E per essere salvati bisogna sentire: sentire che si è coinvolti, sentire che si è amati nonostante tutto, sentire che il male è reale ma non ha l’ultima parola. Solo chi ha conosciuto la verità di un amore profondo può accettare anche la ferita del tradimento”.

Quindi il papa ha invitato a vedere la ‘reazione’ degli apostoli: “La reazione dei discepoli non è rabbia, ma tristezza. Non si indignano, si rattristano. E’ un dolore che nasce dalla possibilità reale di essere coinvolti. E proprio questa tristezza, se accolta con sincerità, diventa un luogo di conversione. Il Vangelo non ci insegna a negare il male, ma a riconoscerlo come occasione dolorosa per rinascere”.

Ed ha posto attenzione sulla frase ‘Guai a quell’uomo, dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito! Meglio per quell’uomo se non fosse mai nato!’: “Sono parole dure, certamente, ma vanno intese bene: non si tratta di una maledizione, è piuttosto un grido di dolore. In greco quel “guai” suona come un lamento, un “ahimè”, un’esclamazione di compassione sincera e profonda.

Noi siamo abituati a giudicare. Dio, invece, accetta di soffrire. Quando vede il male, non si vendica, ma si addolora. E quel ‘meglio se non fosse mai nato’ non è una condanna inflitta a priori, ma una verità che ciascuno di noi può riconoscere: se rinneghiamo l’amore che ci ha generati, se tradendo diventiamo infedeli a noi stessi, allora davvero smarriamo il senso del nostro essere venuti al mondo e ci autoescludiamo dalla salvezza”.

E da questa conoscenza del limite umano inizia la ‘resurrezione’: “Eppure, proprio lì, nel punto più oscuro, la luce non si spegne. Anzi, comincia a brillare. Perché se riconosciamo il nostro limite, se ci lasciamo toccare dal dolore di Cristo, allora possiamo finalmente nascere di nuovo. La fede non ci risparmia la possibilità del peccato, ma ci offre sempre una via per uscirne: quella della misericordia.

Gesù non si scandalizza davanti alla nostra fragilità. Sa bene che nessuna amicizia è immune dal rischio del tradimento. Ma Gesù continua a fidarsi. Continua a sedersi a tavola con i suoi. Non rinuncia a spezzare il pane anche per chi lo tradirà. Questa è la forza silenziosa di Dio: non abbandona mai il tavolo dell’amore, neppure quando sa che sarà lasciato solo”.

Ed ecco la necessità di rispondere davanti alla domanda ‘Sono forse io?’: “Non per sentirci accusati, ma per aprire uno spazio alla verità nel nostro cuore. La salvezza comincia da qui: dalla consapevolezza che potremmo essere noi a spezzare la fiducia in Dio, ma che possiamo anche essere noi a raccoglierla, custodirla, rinnovarla”.

Questa domanda apre alla speranza: “In fondo, questa è la speranza: sapere che, anche se noi possiamo fallire, Dio non viene mai meno. Anche se possiamo tradire, Lui non smette di amarci. E se ci lasciamo raggiungere da questo amore (umile, ferito, ma sempre fedele) allora possiamo davvero rinascere. E iniziare a vivere non più da traditori, ma da figli sempre amati”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone XIV: la speranza collega la fede alla carità

Papa Leone XIV

Durante la giornata odierna papa Leone XVI ha inviato due videomessaggi sottolineando la centralità di Gesù e con i Cavalieri di Colombo ha riflettuto sulla virtù della speranza, che è Gesù: “Come cattolici, sappiamo che la fonte della nostra speranza è Gesù Cristo, e che Egli ha inviato i suoi seguaci, in ogni epoca, per portare al mondo intero la buona novella del suo mistero pasquale di salvezza. La Chiesa è sempre stata chiamata a essere un segno di speranza attraverso la proclamazione del Vangelo sia con le parole sia con le opere. In modo particolare durante questo Anno Santo, siamo chiamati a essere segni tangibili di speranza per quei nostri fratelli e sorelle che vivono difficoltà di ogni genere”.

E’ stato un invito ad essere ‘araldi della speranza”: “La Convenzione di quest’anno ha opportunamente il tema ‘Araldi della Speranza’, che ricorda a voi tutti, Cavalieri di Colombo, l’invito a essere segni di speranza nelle vostre comunità locali, parrocchie e famiglie. A tal proposito, apprezzo i vostri sforzi per riunire uomini nelle vostre comunità per la preghiera, la formazione e la fraternità, così come i numerosi sforzi caritativi dei vostri consigli locali in tutto il mondo. In particolare, il vostro generoso servizio alle popolazioni vulnerabili (inclusi i nascituri, le madri incinte, i bambini, i meno fortunati e quanti sono colpiti dal flagello della guerra) porta speranza e guarigione a molti e continua la nobile eredità del vostro fondatore”.

Mentre nel videomessaggio inviato alla Rete Cattolica Panafricana di Teologia e Pastorale in occasione del Terzo Congresso papa Leone XIV ha ripreso le parole di papa Francesco sulla speranza n correlazione alla fede ed alla carità: “Tre anni fa, in occasione del secondo Congresso, papa Francesco ha parlato dell’importanza della fede. Ora, nell’ambito del Giubileo di quest’anno, poniamo in risalto un’altra virtù teologale: la speranza. Forse a volte si dà più importanza alle virtù della fede e della carità; eppure, la speranza ha un ruolo vitale nel nostro pellegrinaggio terreno”.

Quindi la speranza è necessaria per la fede e per la carità: “Di fatto, può essere vista come la virtù che collega le altre due. In un certo senso, la fede e la teologia forniscono le basi per conoscere Dio, mentre la carità è la vita di amore che godiamo con Lui. Tuttavia, è mediante la virtù della speranza che desideriamo raggiungere la pienezza di questa felicità in Cielo. Così, essa ci ispira e ci sostiene per avvicinarci sempre più a Dio, anche quando ci troviamo di fronte alle difficoltà della vita”.

Specialmente per il continente africano è necessaria tale parola: “Come ben sapete, l’Africa, analogamente ad ogni altra parte del mondo, affronta una serie di difficoltà particolari. Di fronte a queste sfide, e alla percezione che le cose non cambiano, è facile scoraggiarsi. Tuttavia, è proprio il ruolo della Chiesa essere luce del mondo, città posta sul monte, faro di speranza per le nazioni”.

E ben si addice al tema del congresso, ‘Camminare insieme nella speranza come Chiesa Famiglia di Dio in Africa’: “Sebbene ognuno di noi sia chiamato a coltivare il proprio rapporto personale con Dio, al tempo stesso, attraverso il nostro battesimo, siamo uniti come figli e figlie del nostro Padre Celeste. Abbiamo quindi una certa responsabilità di prenderci cura gli uni degli altri.

Di fatto, la famiglia è solitamente il primo luogo dove riceviamo l’amore e il sostegno di cui abbiamo bisogno per andare avanti e superare le prove che la vita ci presenta. Per questo motivo, vi incoraggio a continuare a costruire la famiglia delle Chiese locali nei vostri diversi Paesi e aree, affinché vi siano reti di sostegno disponibili per tutti i nostri fratelli e le nostre sorelle in Cristo, e anche per la società in generale, specialmente per quanti vivono nelle periferie”.

Il videomessaggio si chiude con un invito a tenere uniti teologia ed azione pastorale: “Infine, cari amici, vorrei sottolineare l’importanza di vedere l’unità tra la teologia e il lavoro pastorale. Dobbiamo vivere ciò in cui crediamo. Cristo ci ha detto che è venuto non solo per darci la vita, ma per donarcela in abbondanza. E’ pertanto vostro compito lavorare insieme per attuare programmi pastorali che dimostrino come gli insegnamenti della Chiesa aiutino ad aprire i cuori e le menti delle persone alla verità e all’amore di Dio”.

Papa Leone XIV invita i giovani ad essere speranza nel mondo

“E oggi le vostre voci, il vostro entusiasmo, le vostre grida (che sono tutte per Gesù Cristo) saranno ascoltate fino ai confini del mondo. Oggi state iniziando alcuni giorni, un cammino, il Giubileo della Speranza, e il mondo ha bisogno di messaggi di speranza; voi siete questo messaggio, e dovete continuare a dare speranza a tutti”: al termine della celebrazione eucaristica di apertura del giubileo dei giovani presieduta da mons. Rino Fischella, Pro-Prefetto del Dicastero per l’Evangelizzazione, papa Leone XIV a sorpresa ha rivolto alcune parole di benvenuto.

E’ un invito ad essere ‘semi’ di speranza: “Speriamo che tutti voi siate sempre segni di speranza nel mondo! Oggi stiamo cominciando. Nei prossimi giorni avrete l’opportunità di essere una forza che può portare la grazia di Dio, un messaggio di speranza, una luce alla città di Roma, all’Italia e a tutto il mondo. Camminiamo insieme con la nostra fede in Gesù Cristo.

Ed il nostro grido deve essere anche per la pace nel mondo. Diciamo tutti: ‘Vogliamo la pace nel mondo!’ Preghiamo per la pace. Preghiamo per la pace e siamo testimoni della pace di Gesù Cristo, di riconciliazione, di questa luce del mondo che tutti stiamo cercando”.

A dare il benvenuto ai 120.000 giovani in piazza san Pietro è stato mons. Rino Fisichella, che nell’omelia ha ringraziato soprattutto i giovani provenienti dalle zone in guerra: “Dall’Ucraina dalla Palestina giunga a tutti l’abbraccio di fraternità che ci rendi uniti e un corpo solo… Il Signore non vi deluderà. Vi viene incontro”.

Questa è stata una esortazione: “Siate vigili per cogliere la sua presenza. Vivete questi giorni con gioia e spiritualità, scoprendo nuove amicizie, ma soprattutto contemplate Roma e le tante opere d’arte espressione della fede che ha generato tanta bellezza”.

Nell’omelia mons. Fisichella ha preso spunto dal racconto evangelico della risurrezione di Lazzaro, che narra anche del dialogo con le sorelle Marta e Maria: “La fede è un incontro, ma il primo che ci viene incontro è Gesù, quando vuole, come vuole, nel tempo stabilito da Lui, non da noi. Noi siamo chiamati solo a rispondere quando ci viene incontro… Marta è il segno della nostra fede, segno che quando il Signore vuole incontrarci, deve trovare in noi delle persone vigilanti, pronte, pronte a correre verso di Lui senza esitare”.

Mentre in mattinata il papa aveva incontrato i Neofiti e Catecumeni francesi: “Che gioia vedere dei giovani che s’impegnano nella fede e vogliono dare un senso alla loro vita, lasciandosi guidare da Cristo e dal suo Vangelo! Il battesimo fa di noi membri a pieno titolo della grande famiglia di Dio. L’iniziativa viene sempre da Lui e noi rispondiamo facendo l’esperienza del suo amore che ci salva. Nel vostro percorso come catecumeni e nuovi battezzati, ognuno di voi fa un incontro personale con il Signore nella comunità che l’accoglie”.

Il battesimo rende testimoni di Gesù: “Nel rito del battesimo, c’è un segno molto forte, molto forte, è quando riceviamo la candela accesa al cero pasquale. E’ la luce di Cristo morto e risorto che noi ci impegniamo a mantenere accesa alimentandola con l’ascolto della Parola di Dio e la comunione assidua con Gesù Eucaristia… Per vivere felici e in pace, siamo chiamati a riporre la nostra speranza in Gesù Cristo”.

E’ un invito a condividere l’esperienza di fede, come è raccontato dal profeta Isaia: “Siete chiamati a condividere la vostra esperienza di fede con gli altri, testimoniando l’amore di Cristo e divenendo discepoli missionari. Non limitatevi alla sola conoscenza teorica, ma vivete la vostra fede in modo concreto, sperimentando l’amore di Dio nella vostra vita quotidiana.

Il cammino di fede può essere lungo e a volte difficile, ma non scoraggiatevi, perché Dio è sempre presente per sostenervi. .. E’ fondamentale fare l’esperienza di Dio nella preghiera, nella pratica dei sacramenti, in particolare nella riscoperta del sacramento della Riconciliazione, e nella vita comunitaria, al fine di crescere nella fede e nell’amore”.

Infine papa Leone XIV invita ad essere cristiani ‘autentici’: “Non nasciamo cristiani, lo diveniamo quando siamo toccati dalla grazia di Dio. Tuttavia questo ‘tocco’ si esprime attraverso la nostra scelta attentamente ponderata e il nostro cammino personale. Senza questi veri requisiti, indosseremo l’etichetta di cristiani, ma di cristiani di convenienza, di abitudine o di comodo. 

Diveniamo cristiani autentici quando ci lasciamo toccare personalmente nella nostra vita di ogni giorno dalla parola e dalla testimonianza di Gesù. In mezzo alle vostre tribolazioni, ai momenti di solitudine e di aridità, alle incomprensioni, alle vostre fatiche, possano i vostri cuori radicarsi in lui che è ‘la via, la verità e la vita’, la fonte di ogni pace, gioia e amore”.

(Foto: Santa Sede)

L’attualità ‘inattuale’ di Charles Péguy

“Poiché Péguy affonda in una zona che sta al di sotto di tutte le antinomie superficiali, resta, per tutti quelli che non sono in grado di seguirlo fin laggiù, uno spirito estremamente contraddittorio oppure il conciliatore di qualsiasi inconciliabilità: comunista e tradizionalista, internazionalista e nazionalista, estremo di sinistra ed estremo di destra, uno che sente con la chiesa e un anticlericale, un mistico e un giornalista arrabbiato, e via dicendo. Ma per chi può vedere il suo profilo profondo, tutte le sue linee apparentemente in urto tra loro si ordinano come tanti raggi che puntano a un centro. Partendo da questo centro egli risolve tutte le opposizioni”: così afferma il teologo card. Hans Urs von Balthasar citato dal prof. Massimo Borghesi, già docente di filosofia morale all’Università di Perugia, curatore del volume ‘Il cristiano e l’anima carnale. L’attualità ‘inattuale’ di Charles Péguy.

Il testo rende omaggio a colui che è stato tra i maggiori poeti cristiani del secolo scorso. Deceduto il 5 settembre 1914, a 41 anni, sui campi di battaglia della Marna, Charles Péguy non ha perso nulla della sua ‘attualità inattuale’. Anarchico, socialista, dreyfusardo, amico degli ebrei, cattolico, anticlericale, la sua biografia umana e intellettuale sfugge ad ogni schema. Intransigente polemista, è al contempo il devoto pellegrino di Chartres, il cantore di Maria, il poeta che, nei Misteri, innalza un monumento a Giovanna d’Arco.

Il volume, che raccoglie contributi di taluni dei maggiori specialisti di Péguy in Italia, offre una panoramica della vita, dello stile e dell’opera dell’autore; esplora il profilo del credente e la sua appassionata difesa dell’Incarnazione, la sua opposizione a ogni riduzione spiritualistica o idealistica della fede.

‘Il cristiano e l’anima carnale’: da dove prende le mosse il titolo?

“Il titolo del volume è tratto da una delle opere più importanti di Péguy, quella dedicata a ‘Véronique. Dialogo della storia e dell’anima carnale, edita in Italia da Milella, Marietti, Piemme. Titolo ripreso in una bella mostra tenuta al Meeting di Rimini, nel 2014, che aveva come tema ‘Storia di un’anima carnale. A cent’anni dalla morte di Charles Péguy’, mostra curata da Piero Cappelli, Pigi Colognesi, Flora Crescini, Massimo Morelli. Il catalogo, pubblicato dalle Edizioni di pagina, era opera di Pigi Colognesi. Con l’espressione ‘anima carnale’ Péguy intende ciò che è proprio del cristianesimo, ovvero l’Incarnazione di Dio.

 Per lui, che proveniva dalla militanza socialista e dall’impegno attivo durante l’affare Dreyfus, l’approdo alla fede non poteva certo significare una fuga spiritualistica dal mondo. Come bene scrive Hans Urs von Balthasar: Egli è indivisibile, e sta perciò dentro e fuori la chiesa, è la chiesa ‘in partibus infidelium’, dunque là dove essa dev’essere. Egli lo è grazie al suo radicamento nel profondo dove mondo e chiesa, mondo e grazia si incontrano e si penetrano fino a rendersi indistinguibili. Forse, dopo la lunga storia delle variazioni platoniche nella storia cristiana dello spirito, la chiesa non si è mai insediata in modo altrettanto deciso nel mondo, dove però l’idea di mondo rimane libera da ogni sfumatura di acritico entusiasmo, da ogni mitologia ed erotologia, come pura da ogni ottimistica fede nel progresso”.

Per quale motivo questa raccolta di saggi su Charles Peguy?

“Per rendere omaggio ad uno dei più grandi poeti cristiani del ‘900 in occasione dei 110 anni della sua morte avvenuta nei campi della Marna, all’inizio della prima guerra mondiale, nel 2014.

Occasione totalmente negletta in Italia dove l’opera di Péguy, diversamente da quanto accade in Francia, continua ad essere trascurata. Per questo il volume è costituito da saggi, passati e recenti, di autori italiani esperti della sua vita e del suo pensiero. Un capitolo è dedicato ad un appassionato studioso di Pèguy in Italia, Giaime Rodano venuto a mancare nel 2021. Si tratta di un libro originale che contribuisce, certamente, a riportare l’attenzione su questa straordinaria figura. E’ stato presentato a Roma, al Centre Saint Louis, a Roma il 12 maggio, dal card. Marcello Semeraro, da Andrea Monda direttore dell’Osservatore Romano, dal giornalista Alessandro Banfi, da me”. 

Pur convertito, non abbandonò il suo stile anticlericale: in quale modo amò la Chiesa?

“Amò la Chiesa da uomo libero, da cristiano libero, che diffidava del clericalismo in ogni sua forma. Come scriveva in ‘Veronique’: ‘Noi navighiamo costantemente tra due curati, noi manovriamo tra due bande di curati; i curati laici ed i curati ecclesiastici; i curati clericali anticlericali, ed i curati clericali clericali; i curati laici che negano l’eterno del temporale, che vogliono disfare, smontare l’eterno dal temporale, da dentro al temporale; ed i curati ecclesiastici che negano il temporale dell’eterno, che vogliono disfare, smontare il temporale dall’eterno, da dentro all’eterno’. Questi secondi, i ‘curati ecclesiastici’, erano, secondo Péguy, i più pericolosi per la fede, perché se si smonta il temporale dall’eterno non rimane più nulla, viene tolta la ‘carne’ della fede, la sua immersione storica, la salvezza del temporale”.

Però non rinnegò le idee socialiste?

“No, rimase ad esse fedele. Va detto, tuttavia, che il socialismo di Péguy era un socialismo

‘sui generis’, un socialismo morale, legato alla difesa di Dreyfus e contrario allo spirito anticlericale che animava il socialismo francese”.

Cosa era la speranza per lui?

“Era la virtù teologale che sosteneva la fede e la carità. La virtù dimenticata. Come ha detto papa Francesco nell’udienza generale del 27 settembre 2017: Un poeta francese (Charles Péguy) ci ha lasciato pagine stupende sulla speranza (‘Il portico del mistero della seconda virtù’). Egli dice

poeticamente che Dio non si stupisce tanto per la fede degli esseri umani, e nemmeno per la loro

carità; ma ciò che veramente lo riempie di meraviglia e commozione è la speranza della gente: ‘Che quei poveri figli, scrive, vedano come vanno le cose e che credano che andrà meglio domattina.

’L’immagine del poeta richiama i volti di tanta gente che è transitata per questo mondo (contadini, poveri operai, migranti in cerca di un futuro migliore) che ha lottato tenacemente nonostante l’amarezza di un oggi difficile, colmo di tante prove, animata però dalla fiducia che i figli avrebbero avuto una vita più giusta e più serena. Lottavano per i figli, lottavano nella speranza”.

Per quale motivo non sopportava un’anima ‘abituata’?

“Péguy era stato allievo di Henri Bergson. A lui dedicherà la sua ultima opera ‘Note sur M. Bergson et la philosophie bergsonienne’, edito nei ‘Cahiers de la quinzaine’ nell’aprile del 1914. L’editrice Studium lo ha tradotto in italiano. Dal filosofo aveva tratto l’idea che l’esistenza è un ‘elan vital’ (slancio vitale, ndr.) e che l’abitudine è il grande pericolo. L’abitudine svuota gli ideali, toglie il

soffio della vita, la novità dei giorni, lo splendore dei volti, delle avventure iniziate. L’abitudine

logora anche la fede, toglie la speranza, riporta tutto a ‘routine’, a cose già viste.

Rende vecchio chi è ancora giovane, anticipa la morte e la senilità. Per questo non c’è che una medicina: la grazia, quella di Dio, che ridona novità al tempo della vita, ricrea l’esistenza, dona lo sguardo dell’alba del mondo. Senza l’esperienza della grazia, di una grazia presente, la Chiesa muore di inedia, di ritualismi, di sguardi rivolti al passato. Péguy è l’autore della grazia, immeritata, desiderata, amata”.

(Tratto da Aci Stampa)

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