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Le Foibe dimenticate raccontate in un atlante online

La vicenda degli esuli giuliano-dalmati è una delle pagine più drammatiche della recente storia italiana, perché ha segnato il confine orientale, attraverso una lunga sequenza di eventi tragici, in cui lo scontro ideologico si è unito all’intolleranza etnica e agli orrori dei conflitti armati. Istituito con una legge del 2004 in memoria delle vittime delle foibe, dell’esodo e delle vicende del confine orientale del secondo dopoguerra, il Giorno del ricordo è stato ricordato ieri. In questa giornata sono state organizzate iniziative per diffondere la conoscenza dei tragici eventi presso le scuole di ogni ordine e grado, oltre a convegni, incontri e dibattiti. Quest’anno anche la terza edizione del ‘Treno del Ricordo’, la mostra multimediale itinerante allestita su una locomotiva storica che ripercorre idealmente il viaggio compiuto dagli esuli istriani, fiumani e dalmati per raggiungere i vari campi profughi sul territorio nazionale, da Nord a Sud, che tocca 11 città: Trieste, Pordenone, Bologna, Pescara, L’Aquila, Roma, Latina, Salerno, Reggio Calabria, Palermo e Siracusa.

Ed in occasione di questa giornata l’Azione Cattolica Italiana dell’arcidiocesi di Gorizia ha richiamato “tutta la comunità al valore profondo della memoria storica, quale strumento di consapevolezza, responsabilità e costruzione della pace. Il ricordo delle vittime delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata rappresenta per il territorio goriziano una pagina dolorosa ma fondamentale della propria storia. Custodire questa memoria significa non soltanto commemorare, ma anche promuovere una cultura dell’incontro, del dialogo e del rispetto reciproco tra i popoli”.

In questo contesto, l’Azione Cattolica goriziana ha ricordato ‘con gratitudine’ la testimonianza di Maria Almani, storica figura associativa e testimone delle vicende del confine orientale. Nata a Pisino d’Istria e giunta a Gorizia come esule nel secondo dopoguerra, “ha incarnato nel quotidiano i valori della fede vissuta, del servizio silenzioso e dell’impegno nella comunità ecclesiale e civile. Il Giorno del Ricordo diventa così occasione per rinnovare una memoria viva, capace di educare le nuove generazioni alla responsabilità storica e alla costruzione di un futuro fondato sulla solidarietà, sulla giustizia e sulla pace”. Infine ha invitato “tutti a vivere questa ricorrenza come momento di riflessione personale e comunitaria, affinché il passato non sia dimenticato ma diventi luce e orientamento per il presente”.

Per l’occasione la vice presidente dell’ANPC (Associazione Nazionale Partigiani Cattolici), Silvia Costa, ha sottolineato che per troppo tempo è stata ‘negata’ questa storia: “Una tragedia che troppo a lungo è stata negata, rimossa e non raccontata. Le vere foibe sono l’oblio”. Mentre Toni Concina, intervenendo alla Camera in rappresentanza delle Associazione giuliano dalmate, ha invitato a lavorare per elaborare tragedie e lutti intensificando il dialogo, le relazioni culturali, le nuove comunità italiane che, come a Zara, stanno ricostituendo i giovani nel quadro della comune appartenenza europea.

Intanto nei prossimi giorni sarà presentato a Roma l’Atlante digitale sui centri di raccolta dei profughi giuliani e dalmati della Seconda guerra mondiale, il primo repertorio completo dei 109 campi di accoglienza realizzati in Italia dopo l’esodo di quasi 300.000 profughi italiani da quelle terre. Una ricerca che è frutto del progetto ‘Alle origini della coscienza europea: ricerca e divulgazione sui conflitti, resistenze, esodi, ricostruzioni nel ‘900’, nell’ambito della Convenzione tra il CNR e l’Istituto ‘Ferruccio Parri’. Si tratta del più ampio censimento mai realizzato, coordinato dagli storici prof. Enrico Miletto, docente all’Università degli studi di Torino, e del prof. Costantino Di Sante, docente all’Università degli studi del Molise) e condotto per tre anni in tutta Italia, attraverso archivi storici, fonti primarie, ritagli di giornale, lettere, resoconti degli enti di assistenza, planimetrie e rare foto, come ha sottolineato il prof. Miletto:

“Questo è il primo importante tentativo di fornire un repertorio completo di quella che era l’accoglienza dei profughi giuliani e dalmati. Per faro, è stato necessario scavare nella storia locale, per sistematizzare il tutto in una dimensione nazionale… Molti di questi campi erano microcosmi, vere città nelle città: c’erano infermerie, ambulatori medici, asili, scuole elementari, spesso gestiti dagli stesi profughi”.

Papa Leone XIV: la carità vince la morte

“Nel giorno della morte essi ci hanno lasciato, ma li portiamo sempre con noi nella memoria del cuore. E ogni giorno, in tutto ciò che viviamo, questa memoria è viva. Spesso c’è qualcosa che ci rimanda a loro, immagini che ci riportano a quanto abbiamo vissuto con loro. Tanti luoghi, perfino i profumi delle nostre case ci parlano di coloro che abbiamo amato e non sono più tra noi, e tengono acceso il loro ricordo”: al Cimitero Monumentale di Roma nel pomeriggio di oggi papa Leone XIV ha celebrato la Messa per la Commemorazione di tutti i fedeli defunti alla presenza di circa 2.000 fedeli, deponendo un mazzo di rose bianche su una tomba.

Per il papa questo giorno non è soltanto un ricordo, ma una speranza rivolta alla vita ‘futura’: “Oggi, però, non siamo qui soltanto per commemorare quanti sono passati da questo mondo. La fede cristiana, fondata sulla Pasqua di Cristo, ci aiuta infatti a vivere la memoria, oltre che come un ricordo passato, anche e soprattutto come una speranza futura. Non è tanto un volgersi indietro, ma piuttosto un guardare avanti, verso la mèta del nostro cammino, verso il porto sicuro che Dio ci ha promesso, verso la festa senza fine che ci attende”.

Tale speranza si fonda sulla Resurrezione: Questa ‘speranza futura’ anima il nostro ricordo e la nostra preghiera in questo giorno. Non è un’illusione che serve a placare il dolore per la separazione dalle persone amate, né un semplice ottimismo umano. E’ la speranza fondata sulla risurrezione di Gesù, che ha sconfitto la morte e ha aperto anche per noi il passaggio verso la pienezza della vita”.

Per questo la Chiesa propone la lettura del passo evangelico di san Matteo: “E questo approdo finale, il banchetto attorno a cui il Signore ci radunerà, sarà un incontro d’amore. Per amore Dio ci ha creati, nell’amore del Figlio suo ci salva dalla morte, nella gioia dell’amore con Lui e con i nostri cari vuole farci vivere per sempre. Proprio per questo, noi camminiamo verso la méta e la anticipiamo, in un legame invincibile con coloro che ci hanno preceduto, solo quando viviamo nell’amore e pratichiamo l’amore gli uni verso gli altri, in particolare verso i più fragili e i più poveri”.

Infatti solo la carità è capace di sconfiggere la morte: “La carità vince la morte. Nella carità Dio ci radunerà insieme ai nostri cari. E, se camminiamo nella carità, la nostra vita diventa una preghiera che si eleva e ci unisce ai defunti, ci avvicina a loro, nell’attesa di incontrarli nuovamente nella gioia dell’eternità”.

E’ stato un invito ad affidarsi alla speranza che non ‘delude’: “Cari fratelli e sorelle, mentre il dolore dell’assenza di chi non è più tra di noi rimane impresso nel nostro cuore, affidiamoci alla speranza che non delude; guardiamo al Cristo Risorto e pensiamo ai nostri cari defunti come avvolti dalla sua luce; lasciamo risuonare in noi la promessa di vita eterna che il Signore ci rivolge. Egli eliminerà la morte per sempre. Egli l’ha sconfitta per sempre aprendo un passaggio di vita eterna (cioè facendo Pasqua) nel tunnel della morte, perché, uniti a Lui, anche poi possiamo entrarvi e attraversarlo”.

Questa è la gioia: “Egli ci attende e, quando lo incontreremo, al termine di questa vita terrena, gioiremo con Lui e con i nostri cari che ci hanno preceduto. Questa promessa ci sostenga, asciughi le nostre lacrime, volga il nostro sguardo in avanti, verso quella speranza futura che non viene meno”.

Pensiero ribadito a conclusione della recita dell’Angelus: “Quella di oggi, dunque, è una giornata che sfida la memoria umana, così preziosa e così fragile. Senza memoria di Gesù (della sua vita, morte e risurrezione) l’immenso tesoro di ogni vita è esposto alla dimenticanza. Nella memoria viva di Gesù, invece, persino chi nessuno ricorda, anche chi la storia sembra avere cancellato, appare nella sua infinita dignità… Ecco l’annuncio pasquale. Per questo i cristiani ricordano da sempre i defunti in ogni Eucaristia, e fino ad oggi chiedono che i loro cari siano menzionati nella preghiera eucaristica. Da quell’annuncio sorge la speranza che nessuno andrà perduto”.

In questo contesto si apre il futuro: “La visita al cimitero, in cui il silenzio interrompe la frenesia del fare, sia dunque per tutti noi un invito alla memoria e all’attesa. «Aspetto la resurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà», diciamo nel Credo. Commemoriamo, dunque, il futuro. Non siamo chiusi nel passato, nelle lacrime della nostalgia. Nemmeno siamo sigillati nel presente, come in un sepolcro. La voce familiare di Gesù ci raggiunga, e raggiunga tutti, perché è la sola che viene dal futuro. Ci chiama per nome, ci prepara un posto, ci libera dal senso di impotenza con cui rischiamo di rinunciare alla vita. Maria, donna del sabato santo, ci insegni ancora a sperare”.

(Foto: Santa Sede)

Giorno del ricordo: la memoria è fondamentale

Oggi si è svolta al Quirinale, alla presenza del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, la celebrazione del ‘Giorno del Ricordo’, condotta dalla dott.ssa Valeria Ferrante edaperta dalla lettura, da parte dell’attrice Gaja Masciale, di due brani tratti dal libro ‘Le foibe spiegate ai ragazzi’ di Greta Sclaunich.

Durante l’evento sono stati proiettati estratti dal film ‘La bambina con la valigia’ e dal documentario ‘Rotta 230 – Ritorno alla terra dei Padri’, con l’invito del presidente della Repubblica italiana a far memoria di ciò che è avvenuto: “Ci incontriamo per rinnovare la Giornata del Ricordo: occasione solenne, che invita a riflettere su pagine buie del nostro passato, per conservare e rinnovare la memoria delle sofferenze degli italiani d’Istria, di Fiume, della Dalmazia, in un periodo tragicamente tormentato della storia d’Europa”.

Tutto è avvenuto a causa della guerra: “In quella zona a Oriente, così peculiare, dove, a fasi alterne, si erano incontrate, convivendo, comunità italiane, slave, tedesche e di tante altre provenienze, la violenza prese il sopravvento, trasformandola in una terra di sofferenza. La guerra porta sempre con sé conseguenze terribili: lutto, dolore, devastazione. Era stato così durante la Prima Guerra Mondiale, nella quale furono immolati, in una ostinata e crudele guerra di trincea, milioni di giovani d’entrambe le parti”.

Purtroppo la catastrofe causata dalla Prima Guerra mondiale non è servita da monito: “Ma quella lezione sanguinosa non aveva, purtroppo, indotto a cambiare. Perché ancor più disumani furono gli eventi del secondo conflitto mondiale, dove allo scontro tra eserciti di nazioni che si erano dichiarate nemiche, si sovrappose il virus micidiale delle ideologie totalitarie, della sopraffazione etnica, del nazionalismo aggressivo, del razzismo, che si accanì con crudeltà contro le popolazioni civili, specialmente contro i gruppi che venivano definiti minoranze”.

Fascismo e comunismo hanno condotto ad una violenza esacerbata, di cui le foibe sono il ‘simbolo’: “E, nelle zone del confine orientale, dopo l’oppressione fascista, responsabile di una politica duramente segregazionista nei confronti delle popolazioni slave, e la barbara occupazione nazista, si instaurò la dittatura comunista di Tito, inaugurando una spietata stagione di violenza contro gli italiani residenti in quelle zone. Di quella stagione, contrassegnata da una lunga teoria di uccisioni, arresti, torture, saccheggi, sparizioni, le Foibe restano il simbolo più tetro. E nessuna squallida provocazione può ridurne ricordo e dura condanna”.

Per questo il presidente Mattarella ha condannato la spietatezza dei ‘titini’: “Oltre a crudeli, inaccettabili casi di giustizia sommaria e di vendette contro esponenti del deposto regime fascista, la furia omicida dei comunisti jugoslavi si accanì su impiegati, intellettuali, famiglie, sacerdoti, anche su antifascisti, su compagni di ideologia, colpevoli soltanto di esigere rispetto nei confronti della identità delle proprie comunità. Di fronte al proposito del nuovo regime jugoslavo di sovranità sui territori giuliani, l’essere italiano diveniva un ostacolo, se non una colpa”.

Il monito è stato quello di non dimenticare: “La memoria storica è un atto di fondamentale importanza per la vita di ogni Stato, di ogni comunità. Ogni perdita, ogni sacrificio, ogni ingiustizia devono essere ricordati. Troppo a lungo ‘foiba’ ed ‘infoibare’ furono sinonimi di occultamento della storia. 

La memoria delle vittime deve essere preservata e onorata. Naturalmente (dopo tanti decenni e in condizioni storiche e politiche profondamente mutate) perderebbe il suo valore autentico se fosse asservita alla ripresa di divisioni o di rancori”.

Però è necessaria una memoria condivisa: “Ogni popolo, ogni nazione, porta con sé un carico di sofferenze e di ingiustizie subite. Apprezziamo gli sforzi, fatti dagli storici dell’una e dell’altra parte, per avvicinarsi a una memoria condivisa. Ma, ove questo non fosse facilmente conseguibile, e talvolta non lo è, dobbiamo avere la capacità di compiere gesti di attenzione, dialogo, rispetto. Dobbiamo ascoltare le storie degli altri, mettere in comune le sofferenze, e lavorare insieme per guarire le ferite del passato”.

Per questo la memoria deve trasformarsi in azioni di pace: “Soltanto così potremo trasmettere ai giovani, idealmente, in questa Giornata del Ricordo (insieme all’orgoglio di una conseguita identità europea, tanto propria alle culture dei popoli del confine orientale) il testimone della speranza, incoraggiandoli a mantenere viva la memoria storica delle sofferenze patite da loro connazionali, adoperandosi perché vengano evitati errori e colpe del passato, promuovendo, ovunque rispetto e collaborazione…

La Repubblica guarda alle vicende drammatiche vissute dagli italiani di Istria, Dalmazia, Fiume con rispetto e con solidarietà, e lavoriamo, nell’Unione Europea, insieme alla Slovenia, alla Croazia e agli altri Paesi amici per costruire, ogni giorno, nuovi percorsi di integrazione, amicizia e fratellanza tra i popoli e gli Stati”.

Qualche giorno prima il presidente Mattarella si era recato a Gorizia e Nova Gorica per l’inaugurazione della Capitale europea della Cultura aveva sottolineato il compito della cultura: “Se la cultura, per definizione, non conosce confini, essa nasce, pur sempre, come espressione di una comunità ma aperta alla conoscenza, alla ricerca comune, ai reciproci arricchimenti. Sconfitti gli orrori dell’estremismo nazionalista, che tanto male ha prodotto in Europa, riemergono i valori della convivenza e dell’accoglienza”.

Solo con la cultura si può sconfiggere la guerra: “Sono i valori che possono opporsi all’oscurantismo della guerra e del conflitto che si è riproposto con l’aggressione russa all’Ucraina. Essere Capitale europea della cultura transfrontaliera – la prima con questa esperienza – significa avere il coraggio di essere portatori di luce e di fiducia nel futuro del mondo, dove si diffondono ombre, incertezze e paure. Significa che Nova Gorica e Gorizia indicano una strada di autentico progresso”.

Per questo il vescovo di Trieste, mons. Enrico Trevisi, ha invitato a fare scelte di cultura: “Abbiamo il dovere di prenderci cura del nostro cuore perché da esso sgorghino scelte di vita, per noi, per il nostro Paese e anche per altri Paesi e popoli. Scelte di cultura, di nobile politica. E queste, per natura loro, vogliono contaminare altri Paesi e popoli.

In Dio vogliamo ritrovare le energie e l’intelligenza, la sapienza per coniugare valori fondanti per una convivenza di giustizia e di pace, di libertà e di rispetto, anche per i più deboli, anche per chi non appartiene alla nostra lingua, cultura, religione. C’è un’appartenenza che Gesù ci ha insegnato: Dio si prende premura di questa umanità ferita.  Voglio imparare da Gesù, e questo rende la mia fede unica: essa, nella fedeltà a Dio, mi protrae al prendermi cura di tutte le vittime, di tutti gli umiliati, di tutti gli oppressi”.

E’ un invito alla speranza, come quello formulato dall’arcivescovo di Gorizia, mons. Carlo Roberto Maria Redaelli: “Non dobbiamo però essere pessimisti e perdere la speranza. Ci sono ancora dei segni positivi: un paio di ore fa ero in piazza Transalpina, con i due presidenti della repubblica italiano e sloveno e tante persone, per l’avvio ufficiale di Nova Gorica e Gorizia insieme capitale europea della cultura. Un bel segno che speriamo faccia crescere qui da noi la voglia e l’impegno per la pace, la giustizia, la riconciliazione”.

(Foto: Quirinale)

Fino al 22 agosto mons. Delpini nella Repubblica Democratica del Congo per ricordare l’ambasciatore Attanasio

Fino a giovedì 22 agosto l’Arcivescovo di Milano, mons. Mario Delpini, sarà nella Repubblica Democratica del Congo in visita pastorale per incontrare i due missionari ambrosiani fidei donum che operano nel Paese centro-africano con le loro comunità.

Accompagnato da don Maurizio Zago, responsabile della Pastorale missionaria per la Diocesi di Milano, l’arcivescovo sarà nella capitale Kinshasa, megalopoli da oltre 17.000.000 di abitanti, ospite di ‘Casa Laura’, una struttura che accoglie bambini disabili, sostenuta dall’ong ‘Cenacle’ impegnata in diversi progetti a sostegno delle persone più fragili.

Nella Repubblica Democratica del Congo la maggior parte delle attività dei fidei donum ambrosiani, a differenza di altri Paesi in cui sono inseriti in un contesto parrocchiale, sono concentrate nell’accompagnamento pastorale di studenti universitari e nel seguire bambini affetti da disabilità (con l’ong da loro fondata). I due sacerdoti ambrosiani, don Maurizio Canclini, presente nel Paese africano dal 2015, e don Francesco Barbieri, che presta servizio all’UPN (Université Pédagogique Nationale), arrivato nel 2023, presenteranno a mons. Delpini il lavoro svolto in questi anni.

L’Arcivescovo farà visita anche ad alcune congregazioni religiose, tra cui le Suore del Palazzolo, impegnate nei quartieri più disagiati di Kinshasa. In seguito, incontrerà Gabriella, una missionaria laica ambrosiana, originaria di Luino, che da oltre 45 anni presta servizio in una casa-famiglia. Mons. Delpini avrà anche l’opportunità di incontrare gli studenti dell’Université Pédagogique Nationale.

Come già nell’ultima visita dell’Arcivescovo ai fidei donum in Congo nel 2019, è in programma anche un incontro con i giovani del Foyer St. Paul, uno studentato universitario sostenuto dal COE (Centro Orientamento Formativo con sede a Barzio, fondato da mons. Francesco Pedretti, sacerdote ambrosiano deceduto 25 anni fa), oltre che una visita alle altre due attività sostenute dal COE: una casa di accoglienza per bambini di strada e per bambine orfane.

Uno dei momenti più significativi si svolgerà sabato 17 agosto con la celebrazione della Messa in memoria dell’ambasciatore Luca Attanasio, il diplomatico originario di Limbiate (MI) ucciso in un attentato il 22 febbraio 2021 nella provincia di Goma, alla quale prenderà parte anche la comunità italiana residente nella capitale. La messa sarà animata dal coro Elikya, in Congo nei medesimi giorni.

In programma anche un incontro con il Cardinale Fridolin Ambongo Besungu, Arcivescovo di Kinshasa, durante il quale mons. Delpini si confronterà sulle rispettive esperienze, sulle testimonianze dei fidei donum e sugli obiettivi futuri della missione.

“La Repubblica Democratica del Congo – spiega don Maurizio Zago – è un Paese molto ricco di materie prime, di una terra buona, generosa ma con tanti problemi, dovuti a cause per noi difficili da descrivere, dato che se ne parla poco e solo per episodi. L’augurio è che la presenza di monsignor Delpini serva ad attirare i nostri sguardi, almeno per qualche giorno, su quello che accade nel Paese”.

I fidei donum sono sacerdoti e laici/laiche inviati all’estero come missionari dalle proprie Diocesi. Per quanto riguarda la Chiesa di Milano si contano attualmente 31 missionari – 28 sacerdoti, una laica consacrata e una coppia con figli – distribuiti tra Albania, Argentina, Brasile, Camerun, Colombia, Cuba, Messico, Niger, Perù, Repubblica Democratica del Congo, Turchia e Zambia.

A Roma la XXIX Giornata della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime delle mafie

La Giornata Nazionale della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie giunge alla XXIX edizione: un periodo lungo che ha reso protagonista una vasta rete di associazioni, scuole, realtà sociali, enti locali, in un percorso di continuo cambiamento dei nostri territori, nel segno del noi, nel segno di Libera. La Giornata è riconosciuta ufficialmente dallo Stato, attraverso la legge n. 20 dell’8 marzo 2017:

“Il 21 marzo è Memoria, memoria di tutte le vittime innocenti delle mafie. Persone, rese vittime dalla violenza mafiosa, che rappresentano storie, scelte e impegno. Lo stesso impegno che viene portato avanti dalle centinaia di familiari che camminano con Libera e che ne costituiscono il nucleo più profondo ed essenziale, nella continua ricerca di verità e giustizia”.

Inoltre Libera ha spiegato la scelta della capitale: “Consci della forza criminali e forti della ricchezza di questi percorsi di alternativa, saremo a Roma per riaccendere i riflettori sulla presenza della criminalità organizzata nella Capitale e nel Lazio e per combattere la pericolosa e sempre più dilagante normalizzazione dei fenomeni mafiosi e corruttivi. Cammineremo, come ogni anno, al fianco dei familiari delle vittime innocenti, per sostenere le loro istanze di giustizia e verità, per rinnovare la memoria collettiva e manifestare insieme a loro il nostro impegno per il bene comune”.

‘Roma città libera’ è uno slogan che evoca il capolavoro del neorealismo ‘Roma città aperta’: “un’opera d’arte che parla di resistenza e della lotta per la libertà. Ad ottant’anni dalla liberazione dell’occupazione  nazi-fascista, oggi Roma deve nuovamente aprirsi e liberarsi. I ‘cento passi’ verso e dopo il 21 marzo, avranno lo scopo di raggiungere i centri e le periferie in cui la criminalità assume forme differenziate, per ribadire che Roma può e deve essere una città LIBERA, capitale di un’Italia che deve essere liberata da mafie e corruzione”.

Ma non è la prima volta che si svolge una manifestazione di Libera a Roma: “Dobbiamo rimettere al centro il sacrificio delle vittime innocenti e di quanti oggi subiscono la violenza mafiosa e non hanno ancora trovato la forza di ribellarsi. Per loro e per costruire un futuro libero, saremo con la nostra presenza in piazza il 21 marzo a Roma.

A Roma, dove alla presenza del Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, si è svolta nel 1996 la prima edizione della Giornata, in piazza del Campidoglio. Qui fu letto il primo elenco delle vittime innocenti, sapientemente redatto grazie alla tenacia e alla pazienza di Saveria Antiochia.

Roma ha accolto la giornata nel 2005, quando un’importante manifestazione portò migliaia di persone allo stadio Flaminio. E poi nel 2014, quando il 20 marzo i familiari furono accolti da papa Francesco, prima della manifestazione nazionale svolta a Latina. E infine nel 2021, durante le restrizioni pandemiche, quando l’Auditorium Parco della Musica è stato teatro di una manifestazione ristretta ma densa di emozioni”.

Inoltre Libera sottolinea il grande numero di beni e aziende sequestrate e confiscate: “Grazie all’attività investigativa degli ultimi anni, Il Lazio è la terza regione per gli immobili in gestione dopo Sicilia e Campania con 2.711 beni. Rispetto alle aziende sequestrate, secondo un recente rapporto di Infocamere il Lazio è in seconda posizione dopo la Campania con 2100, rappresentando il 16% del totale delle aziende sequestrate in Italia. Di queste aziende la gran parte sono chiuse perché in realtà ‘aziende finte’ utilizzate soltanto come strumento di riciclaggio.

Attualmente gestite dall’Amministrazione Giudiziarie sono 462 le aziende a Roma che sono attive sul mercato, circa il 14% delle aziende sequestrate operative in Italia. Altro dato significativo sono le 381 aziende confiscate a Roma gestite dall’Agenzia Nazionale dei Beni Sequestrati e Confiscati che si aggiungono alle 226 aziende confiscate sempre a Roma e vendute dall’ANBSC”.

Altro dato sottolineato riguarda il reato contro l’ambiente: “Roma è al primo posto nella classifica delle province italiane, stilata nel Rapporto Ecomafia di Legambiente, per reati contro l’ambiente accertati da forze dell’ordine e Capitanerie di porto: nel 2022, ultimo dato disponibile, sono stati 1.315.

Nel ciclo illegale dei rifiuti è seconda solo alla provincia di Napoli (con 288 illeciti penali) ed è al primo posto per quanto riguarda i reati contro la fauna e gli animali, ben 589. Una pressione, quella della criminalità ambientale, che investe tutto il Lazio, al quarto posto con 2.642 reati, dopo Campania, Puglia, Sicilia e prima della Calabria”.

Infine Libera ha scelto Roma per un importante progetto: “A Roma sta per aprire il primo percorso espositivo multimediale su mafie, antimafia e corruzione, all’interno di un bene confiscato. ExtraLibera prende vita negli spazi dell’ex Cinema Bologna, poi diventato sala bingo, e si propone di portare al centro la conoscenza dei traffici criminali attraverso il racconto delle storie delle vittime innocenti delle mafie.

Uno spazio immersivo, che coinvolge il visitatore in un viaggio tra sapere, consapevolezza e azione. Nello stesso immobile, un archivio storico sui fenomeni criminali (cartaceo e digitale) è pronto ad accogliere i ricercatori che vogliano approfondire queste tematiche e gli studiosi che vogliano conferire materiale da consultare. Uno spazio che si propone di essere un epicentro del percorso che ci condurrà alla XXIX Giornata della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie”.

(Foto: Libera)

Con mercoledì delle ceneri inizia la Quaresima

Mercoledì delle ceneri, inizio della Quaresima:  un tempo forte dell’anno liturgico che dura quaranta giorni. Il n. 40 è un numero simbolico; è il risultato di 10x 4; un numero dove n. 10 simboleggia la divinità: Dio uno e trino; si può infatti trasformare in un triangolo equilatero con un punto centrale di riferimento.

Il presidente della Repubblica: ricordare le foibe per ‘produrre’ anticorpi democratici

Alla vigilia della partenza per la ‘Visita ad limina’ fino ad oggi a Roma con tutti i vescovi del Triveneto, nei giorni scorsi il vescovo di Trieste, mons. Enrico Trevisi, ha visitato il Sacrario della Foiba di Basovizza per un momento di preghiera di suffragio nel Giorno del Ricordo, accompagnato dal presidente del Comitato per i Martiri delle Foibe e della Lega Nazionale, Paolo Sardos Albertini, e da don Sergio Frausin, delegato per la cultura e l’Università:

“Sono grato al Presidente Paolo Sardos Albertini: se fin dal mio arrivo a Trieste in forma privata ero stato al Sacrario della Foiba di Basovizza (e poi tornato altre volte) questa visita e questo momento di preghiera sono stati ancora più intensi e ricchi di pensieri ed emozioni. Mi piace ripetere che la memoria deve essere una terra feconda, e dunque bonificata dall’odio e dal risentimento, perché possa generare un futuro pieno di speranza. Una memoria che non può dimenticare l’orrore di quanto subito ma che non resta nella gabbia del passato per edificare responsabilmente un mondo di giustizia e di fraternità”.

Mentre ieri il presidente della Repubblica italiana, Sergio Mattarella, ha sottolineato che la tragedia delle foibe non può essere dimenticata, né minimizzata, ma allo stesso tempo va vista storicamente nel suo tragico contesto, come ultimo esito della guerra mossa dal fascismo: “Sono passati quasi 80 anni dai terribili avvenimenti che investirono le zone del confine orientale e 20 anni dall’istituzione del Giorno del Ricordo, deliberata dal Parlamento a larghissima maggioranza.

Giorno dedicato alla tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra. Lungo tempo è trascorso da quegli eventi ma essi sono emotivamente a noi vicini: questo consente (in una vicenda storica complessa e ancora soggetta a ricerche, dibattiti storiografici e politici) di stabilire dei punti fermi e di delineare alcune prospettive”.

Il presidente della Repubblica italiana ha invitato a non dimenticare i ‘simboli’ della storia: “In quelle martoriate ma vivacissime terre di confine, che da secoli ospitavano popoli, lingue, culture, alternando fecondi  periodi di convivenza a momenti di contrasto e di scontri, il secolo scorso ha riservato la tragica e peculiare sorte di vedere affiancati, a pochi chilometri di distanza, in una lugubre geografia dell’orrore, due simboli della catastrofe dei totalitarismi, del razzismo e del fanatismo ideologico e nazionalista: la Risiera di San Sabba, campo di concentramento e di sterminio nazista, e la Foiba di Basovizza, uno dei luoghi dove si esercitò la ferocia titina contro la comunità italiana”.

Le foibe sono un esempio di una negazione della libertà: “Quel territorio, intriso di storie e di civiltà, condivise lo stesso tragico destino di molti Paesi dell’Europa centro-orientale, che, dopo la sconfitta del nazifascismo, si videro negate le aspirazioni alla libertà, alla democrazia e all’autodeterminazione a causa dell’instaurazione della dittatura comunista, imposta dall’Unione Sovietica. Milioni di persone, in qui Paesi, si videro allora espulse dalla terra che avevano abitato, costrette a mettersi in cammino alla ricerca di una nuova patria”.

Storia che fu circondata dal silenzio: “Un muro di silenzio e di oblio (un misto di imbarazzo, di opportunismo politico e talvolta di grave superficialità) si formò intorno alle terribili sofferenze di migliaia di italiani, massacrati nelle foibe o inghiottiti nei campi di concentramento, sospinti in massa ad abbandonare le loro case, i loro averi, i loro ricordi, le loro speranze, le terre dove avevano vissuto, di fronte alla minaccia dell’imprigionamento se non dell’eliminazione fisica”.

Una causa da ricercare nel fascismo: “Il nostro Paese, per responsabilità del fascismo, aveva contribuito a scatenare una guerra mondiale devastante e fratricida; e fu grazie anche al contributo dei civili e dei militari alla lotta di Liberazione e all’autorevolezza della nuova dirigenza democratica, che all’Italia fu risparmiata la sorte dell’alleato tedesco, il cui territorio e la cui popolazione vennero drammaticamente divisi in due. Questo, tuttavia, non evitò che le istanze legittime di tutela della popolazione italiana residente nelle zone del confine orientale fossero osteggiate, frustrate e negate”.

Ed ha definito ‘muro di Berlino’ il confine tra Italia e l’allora Jugoslavia: “Il nostro ‘muro di Berlino’, certamente ben minore per dimensioni ma con grande intensità delle sofferenze provocate, passava per il confine orientale, per la cortina di ferro che separava in due Gorizia, allontanando e smembrando territori, famiglie, affetti, consuetudini, appartenenze. Il nuovo assetto internazionale, venutosi a creare con la divisione in blocchi ideologici contrapposti, secondo la logica di Yalta, fece sì che passassero in secondo piano le sofferenze degli italiani d’Istria, di Dalmazia e di Fiume”.

E gli italiani, abitanti quelle terre, furono costretti alla morte od all’esilio: “Furono loro a pagare il prezzo più alto delle conseguenze seguite alla guerra sciaguratamente scatenata con le condizioni del Trattato di pace che ne derivò. 

Dopo aver patito le violenze subite all’arrivo del regime di Tito, quei nostri concittadini, dopo aver abbandonato tutto, provarono sulla propria sorte la triste condizione di sentirsi esuli nella propria Patria. Fatti oggetto della diffidenza, se non dell’ostilità, di parte dei connazionali”.

Un silenzio collettivo che si è trasformato in uno ‘stravolgimento’ della verità: “Le loro sofferenze non furono, per un lungo periodo, riconosciute. Un inaccettabile stravolgimento della verità che spingeva a trasformare tutte le vittime di quelle stragi e i profughi dell’esodo forzato, in colpevoli (accusati indistintamente di complicità e connivenze con la dittatura) ed a rimuovere, fin quasi a espellerla, la drammatica vicenda di quegli italiani dal tessuto e dalla storia nazionale”.

Insomma furono perseguiti per il semplice fatto di essere italiani: “La ferocia che si scatenò contro gli italiani in quelle zone non può essere derubricata sotto la voce di atti, comunque ignobili, di vendetta o sommaria giustizia contro i fascisti occupanti; il cui dominio era stato – sappiamo – intollerante e crudele per le popolazioni slave, le cui istanze autonomistiche e di tutela linguistica e culturale erano state per lunghi anni negate e represse.

Le sparizioni nelle foibe o dopo l’internamento nei campi di prigionia, le uccisioni, le torture commesse contro gli italiani in quelle zone, infatti, colpirono funzionari e militari, sacerdoti, intellettuali, impiegati e semplici cittadini che non avevano nulla da spartire con la dittatura di Mussolini. E persino partigiani e antifascisti, la cui unica colpa era quella di essere italiani, di battersi o anche soltanto di aspirare a un futuro di democrazia e di libertà per loro e i loro figli, di ostacolare l’annessione di quei territori sotto la dittatura comunista”.

Le foibe furono un dramma per l’Italia: “Le foibe e l’esodo hanno rappresentato un trauma doloroso per la nascente Repubblica che si trovava ad affrontare l’eredità gravosa di un Paese uscito sconfitto dalla guerra. Quelle vicende costituiscono una tragedia, che non può essere dimenticata. Non si cancellano pagine di storia, tragiche e duramente sofferte. I tentativi di oblio, di negazione o di minimizzare sono un affronto alle vittime e alle loro famiglie e un danno inestimabile per la coscienza collettiva di un popolo e di una nazione”.

Per questo il ricordo deve produrre ‘anticorpi’ contro la tragedia della guerra: “Malgrado queste tragiche esperienze del passato, assistiamo con angoscia anche oggi, non lontano da noi, al risorgere di conflitti sanguinosi, in nome dell’odio, del nazionalismo esasperato, del razzismo. Dall’Ucraina al Medio Oriente ad altre zone del mondo, la convivenza, la tolleranza, la pace, il rispetto dei diritti umani e del diritto internazionale sono messi a dura prova. I soprusi e le violazioni si moltiplicano e chiamano quanti condividono i valori di libertà e di convivenza a una nuova azione di contrasto, morale e politica, contro chi minaccia la libertà, il corretto ordine internazionale e le conquiste democratiche e sociali”.

Il ricordo è essenziale per costruire una pace duratura, anche in Europa trafitta in questo momento dalla guerra: “Le divisioni, i conflitti, i drammi del passato, la cui memoria ci ferisce tuttora con forza e sofferenza, ci ammoniscono. Onorare le vittime e promuovere la pace, il progresso, la collaborazione, l’integrazione, aiuta a impedire il ripetersi di tragici errori, causati da disumane ideologie e da esasperati nazionalismi; e a non rimanere prigionieri di inimicizie, di rancori, di dannose pretese di rivalsa.

Se non possiamo cambiare il passato, possiamo contribuire a costruire un presente e un futuro migliori. All’Europa, e al suo modello di democrazia e di sviluppo avanzati, guardano nel mondo milioni di persone. L’unità dei suoi popoli è la sua forza e la sua ricchezza. Il buon senso e l’insegnamento della storia chiedono di non disperderla ma, al contrario, di potenziarla, nell’interesse delle nazioni europee e del futuro dei nostri giovani”.

Funerali di Giulia Cecchettin: dolore fecondi il terreno della vita

Sono stati circa 10.000 le persone in Prato della Valle a Padova, alle porte della chiesa di Santa Giustina, che hanno partecipato ai funerali di Giulia Cecchettin, per ‘far rumore’ come accaduto durante le manifestazioni contro la violenza sulle donne negli ultimi giorni, mentre il vescovo di Padova, mons. Claudio Cipolla, ha ricordato il motivo di questa presenza:

Il presidente Sergio Mattarella invita a non dimenticare le foibe

“Sono passati quasi vent’anni da quando il Parlamento istituì, con una significativa ampia maggioranza, il Giorno del Ricordo, dedicato al percorso di dolore inflitto agli italiani di Istria, Dalmazia, Venezia Giulia sotto l’occupazione dei comunisti jugoslavi nella drammatica fase storica legata alla Seconda Guerra Mondiale e agli avvenimenti a essa successivi”.

Il papa invita ad appassionarsi del malato

Papa Francesco ieri ha celebrato una messa in occasione del 60° della Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore davanti ad oltre 2.000 tra docenti, studenti, personale amministrativo, medici e operatori sanitari della sede di Roma della Cattolica e della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS, nonché numerosi degenti dell’ospedale, riuniti nel piazzale antistante la facoltà di Medicina e chirurgia, istituita il 5 novembre 1961, a completamento del progetto di p. Agostino Gemelli di dar vita a un’università che mettesse la persona umana al centro di ogni attività di ricerca e di formazione.

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