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Mons. Varden: dimorare in Dio per vivere la Grazia

“Che tipo di uomo era San Bernardo? Da dove veniva? Egli svetta nel movimento cistercense del XII secolo: grande fu il suo carisma, grande la sua capacità di lavoro. Molti, compresi alcuni che dovrebbero saperne di più, ritengono che sia stato lui l’iniziatore dell’Ordine. Non è così, certo, anche se fece in effetti scalpore quando arrivò nel 1113, all’età di 23 anni, con un gruppo di trenta compagni”: nella quarta meditazione di Quaresima per gli esercizi spirituali di papa Leone XIV e della Curia romana, questa mattina il monaco cistercense, mons. Erik Varden, vescovo di Trondheim, ha parlato dell’idea cristiana di libertà secondo san Bernardo di Chiaravalle.

Infatti il predicatore cistercense ha ripercorso le tappe per la costruzione dell’abbazia di Citeaux: “L’impresa di Cîteaux, fondata nel 1098, fu tanto un’innovazione quanto una riforma. I fondatori chiamarono la loro casa ‘novum monasterium’. Il progetto non fu in primo luogo una reazione contro qualcosa o qualcuno; e meno male, visto che i progetti reazionari prima o poi finiscono nel nulla. A prima vista, il progetto cistercense era conservatore, eppure i suoi protagonisti introdussero delle novità. La dialettica fu fruttuosa”.

Un ritratto di un uomo di Chiesa che non era ipocrita: “La fiducia nel proprio giudizio rendeva Bernardo ogni tanto flessibile nell’osservanza di certe procedure che, per il resto, sosteneva di difendere. La sua visione delle esigenze della Chiesa lo spingeva talvolta ad adottare posizioni rigide comportando un fiero spirito di parte. Non era però un ipocrita”.

Ma era ‘umile’ e testimone dell’amore di Dio: “Era genuinamente umile, dedicato a Dio, capace di tenera gentilezza, un amico fedele (in grado di diventare amico con ex nemici) ed un testimone convincente dell’amore di Dio. Era, e rimane, una figura affascinante”.

Ed a questo punto ha fatto un paragone tra san Bernardo e Thomas Merton per il ‘carattere’: “Dom James Fox, l’intraprendente abate dell’abbazia di Gethsemani dal 1948 al 1967, una volta scrisse, esasperato, del confratello Thomas Merton: ‘La la mente così elettrica!’ Merton irritava Fox con le sue idee, intuizioni, insistenze. Ma Fox sapeva che Merton era sincero. Lo rispettava, apprezzava la sua compagnia (quando non erano nel bel mezzo di qualche epico battibecco) e per la maggior parte del suo governo dell’abbazia si confessò da Merton.

Sarebbe sciocco paragonare Thomas Merton a Bernardo di Clairvaux, però una certa somiglianza di carattere c’è. Bernardo non ha conosciuto l’elettricità, ma la sua era pure una natura mercuriale che aveva e doveva equilibrare tensioni enormi”.

Il ‘pregio’ del fondatore dei Cistercensi è quello di non considerare la propria ‘posizione’ sempre giusta: “L’insegnamento di Bernardo sulla conversione nasce da una cultura biblica senza pari e da nozioni teologiche ben ponderate. Nasce anche, e con il passare del tempo sempre più, dalla lotta personale, nell’imparare a non dare per scontato che la sua strada sia sempre quella giusta, istruito dall’esperienza, dalle ferite e dalle provocazioni a mettere in discussione la sua presunzione e a meravigliarsi davanti alla giustizia misericordiosa di Dio”.

Per questo egli è un buon ‘compagno’ per chi è nella ricerca della verità: “Bernardo è un ottimo compagno per chiunque intraprenda un esodo quaresimale dall’egocentrismo e dall’orgoglio, nel desiderio di perseguire la verità di sé tenendo gli occhi fissi sull’amore di Dio che tutto illumina”.

Mentre la meditazione di ieri era stata focalizzata sulla dimora di Dio, partendo dall’esempio di Mary Word “quella grande educatrice cristiana del XVII secolo, era solita dire alle sue sorelle: ‘Fate del vostro meglio e Dio vi aiuterà’. L’idea che Dio possa e voglia aiutarci nelle nostre difficoltà è un assioma della fede biblica. Distingue il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe, il Dio che in Cristo Gesù si è fatto compassione incarnata, dal Motore Immobile della filosofia”.

Partendo dal salmo 90 (‘Chi dimora nell’aiuto dell’Altissimo’) il vescovo norvegese ha sottolineato in cosa consiste l’aiuto di Dio per san Bernardo: “L’aiuto di Dio, dice Bernardo, può essere definito una dimora in quanto costituisce una realtà che ci sostiene, all’interno della quale possiamo vivere, muoverci ed esistere. L’aiuto di Dio non è occasionale; non è un servizio di emergenza che contattiamo quando una casa va a fuoco o qualcuno viene investito da un’auto, come se chiamassimo il 112”.

Ma alcune volte le persone devote a Dio sembrano abbandonate, come è accaduto a Giobbe: “La figura biblica di questa condizione è Giobbe, il cui libro grandioso può essere percepito come una sinfonia in tre movimenti, passando dal lamento viscerale per una esposizione della minaccia fino all’esperienza inaspettata della Grazia”.

Come Giobbe anche l’uomo contemporaneo non deve disperare nell’aiuto di Dio: “Come credenti possiamo considerare la religione come una polizza assicurativa: sicuri di poter contare sull’aiuto di Dio, pensiamo di essere al riparo dal pericolo. Il mondo sembra crollare se, e quando, il male ci colpisce. Come affronto le prove che sembrano senza senso, che distruggono le mie barriere protettive? Il mio rapporto con Dio è una forma di negoziazione, così che quando le cose si fanno difficili, sono indotto a seguire il consiglio della moglie di Giobbe di ‘maledire Dio e morire’?”

Ed ecco, quindi, che per san Bernardo la dimora in Dio significa imparare a vivere nella grazie di Dio: “Dio può rendere possibile un mondo nuovo e benedetto dopo aver abbattuto i muri che noi pensavamo fossero il mondo, muri all’interno dei quali in realtà soffocavamo.

Dimorare nell’aiuto di Dio, come ci insegna san Bernardo, non significa trafficare sicurezze. Significa passare per il Lamento e la Minaccia per imparare a vivere con Grazia a questo nuovo livello di profondità. E così permettere ad altri di trovarlo”.

(Foto: Media Vaticani)

In cammino. Pellegrini e pellegrinaggi: approfondimenti ed esperienze

Sono migliaia i pellegrini che nell’anno giubilare si sono messi in viaggio per varcare le porte sante o vivere un momento di sosta nei luoghi giubilari presenti anche nelle diocesi del Triveneto. All’esperienza del pellegrinaggio è dedicato il libro In cammino. Pellegrini e pellegrinaggi. Approfondimenti ed esperienze, nuova pubblicazione di Triveneto Theology Press, che raccoglie gli atti del convegno tenutosi tra Padova e Vicenza nel marzo dello scorso anno, a cura di Leopoldo Sandonà e Paolo Spolaore. Il libro è open access, scaricabile gratuitamente dal sito www.fttr.it (link diretto alla pagina https://www.fttr.it/in-cammino-pellegrini-e-pellegrinaggi-approfondimenti-ed-esperienze/).

La prima parte è dedicata all’approfondimento storico, antropologico e sociologico, con alcuni focus tematici specifici di ambito biblico, interreligioso e con riferimento alla frontiera digitale; nella seconda parte trovano spazio le descrizioni di diversi cammini presenti in territorio triveneto.

“Sperimentare i cammini è fare memoria e riscoprire il passato, vivere il presente nell’accoglienza e progettare il futuro con la sensibilizzazione, il monitoraggio e l’informazione”, sottolinea Leopoldo Sandonà nell’introduzione al testo.

“Diventare pellegrini è un modo concreto di ricercare l’essenziale” scrive nella presentazione del libro Maurizio Girolami, preside della Facoltà teologica del Triveneto. “Nel pellegrinaggio si è chiamati a diventare autentici proprietari di sé, assumendosi la responsabilità della propria vita e del modo di relazionarsi agli altri; forse è proprio questa l’unica terra promessa posta nelle mani degli uomini. Diventare pellegrini è un atto di coraggio che porta in sé la promessa di una libertà e di una comunità che fa sentire ciascuno a casa propria”.

Free download:  https://www.fttr.it/wp-content/uploads/2026/01/TTP-Theology-11-In-cammino.-Pellegrini-e-pellegrinaggi_Leopoldo-Sandona-Paolo-Spolaore.pdf

Ma dove si terrà il prossimo incontro europeo? In un paese con 9296 laghi; dove si parla una lingua slava

“Ma dove si terrà il nostro prossimo incontro europeo? Si terrà: in un paese con 9296 laghi; dove si parla una lingua slava; in una città segnata dall’incontro di quattro culture diverse: cattolica, protestante, ortodossa e ebraica; che ha due ottime squadre di calcio; con un nome non facile da pronunciare: il prossimo incontro europeo si terrà nella città di Łódź in Polonia!”: con un po’ di suspense per gli oltre 15000 giovani europei convocati dal 28 dicembre al 1 gennaio dalla Comunità di Taizè per il 48^ incontro europeo sul tema della ricerca, ‘Cosa cerchi?’, il priore frére Matthew ha annunciato la città del prossimo incontro europeo in terra polacca.

Nella giornata conclusiva il priore di Taizé ha ripreso le parole scritte nella lettera di invito con l’invito di accogliere la testimonianza di chi vive nelle zone di guerra: “Nel corso dell’ultimo anno abbiamo accolto a Taizé giovani provenienti da Ucraina, Palestina, Libano, Nicaragua, Myanmar e altri luoghi devastati dalla guerra e dai conflitti. La loro fede e il loro desiderio di una pace giusta e duratura sono stati per noi fonte di ispirazione. Abbiamo anche ascoltato le testimonianze di persone che lavorano a Gaza o che hanno familiari in quella città. Vediamo il dolore di coloro che hanno persone care prese in ostaggio e ascoltiamo il grido di chi cerca giustizia sotto regimi oppressivi”.

Nelle riflessioni giornaliere il priore di Taizè ha invitato i giovani a vivere nelle proprie città e parrocchie ciò che è stato sperimentato a Parigi: “Camminare insieme agli altri nelle nostre cappellanie e parrocchie può essere un grande sostegno e va di pari passo con un cammino personale. Siamo pronti a entrare sempre più nel mistero del Corpo di Cristo, la sua Chiesa, dove possiamo essere uno solo e solo tutti insieme? E come ascoltare i desideri di quelle e quelli che si sentono lontani dalla fiducia in Dio?”

Richiamando le parole di sant’Ambrogio (‘Inizia l’opera di pace dentro di te, così che, una volta in pace, tu possa portare la pace agli altri’) il priore ha fatto l’invito a non avere paura nell’annuncio, come è accaduto a Maria Maddalena dopo aver incontrato Gesù risorto: “Gli amici di Gesù erano turbati dopo la sua morte e avevano paura della persecuzione. La mattina presto del primo giorno della settimana, Maria si recò al sepolcro di Gesù. La sua tristezza era grande: la pietra che ne sigillava l’ingresso era stata rimossa e il corpo di Gesù non c’era più”.

La scintilla per un cambiamento di vita in Maria Maddalena è stata una domanda:  “L’arrivo di Gesù è preceduto dall’incontro con i messaggeri di Dio, che la interrogano sul motivo delle sue lacrime. Anche lui le chiede: ‘Donna, perché piangi?’, ma aggiunge: ‘Chi cerchi?’ Non capendo chi sia, Maria lo interroga a sua volta, pensando che sia il giardiniere.

Ma quando Gesù chiama Maria con il suo nome, lei lo riconosce e il loro rapporto personale si ricostituisce. Sorpresa e gioia la travolgono. Gesù non vuole che lei lo possieda o lo monopolizzi, ma piuttosto che viva di Lui per gli altri. La manda come apostola agli apostoli per proclamare la buona novella che Dio lo ha risuscitato dai morti. Così, la comunione tra Gesù e suo Padre diventa aperta a tutti coloro che lo amano”.

Quindi c’è un parallelo tra la domanda inziale (‘Che cosa cercate?’) e quella conclusiva (‘Chi cerchi’) del vangelo giovanneo con l’invito ad abbattere il muro della paura: “Il ‘Che cosa cercate?’ all’inizio del Vangelo di Giovanni diventa ‘Chi cerchi?’ E poco dopo, le prime parole di Gesù ai suoi amici, ancora in preda alla paura, saranno: ‘Pace a voi!’

Anche se, come Maria Maddalena, non riconosciamo Cristo come Risorto, Egli è al nostro fianco. Quando abbiamo paura, si avvicina e ci offre la sua pace. Ed affida a tutti noi una missione: non semplicemente tenere questa pace per noi, ma continuare la sua opera di riconciliazione, diventare pellegrini di pace. Saremo tra coloro che faranno di tutto per vivere la pace di Cristo per gli altri? E’ così che la speranza rinascerà nel nostro continente europeo e nel mondo”.

Questa è la speranza certa sperimentata in Ucraina: “In Ucraina, a Leopoli, Ternopil e Zaporizia, ho incontrato tante persone coraggiose che hanno pianto, ma che, spesso grazie alla loro fede, sono rialzate come Maria Maddalena per portare agli altri la buona notizia che la vita è più forte della morte. Sono segni viventi che la luce che celebriamo in questi giorni di Natale brilla davvero nell’oscurità, e che l’oscurità non è riuscita a spegnerla”.

E’ stato un invito a pregare incessantemente per la pace: “Non voglio fare grandi dichiarazioni, ma semplicemente invitarvi a pregare per la pace nelle nostre società europee, affinché diventino accoglienti verso tutti, e per l’Ucraina, testimone della lotta per la libertà e che resiste nella speranza di una pace giusta; per la Palestina (non dimentichiamo la popolazione abbandonata di Gaza) e per Israele, il Sudan, il Myanmar e tutti i Paesi dove infuria la guerra. Preghiamo anche per coloro che cercano giustizia sotto regimi oppressivi”.

Nei Vangeli gli ‘annunci’ di Gesù della morte e risurrezione (‘Distruggete questo tempio, e in tre giorni lo farò risorgere’) vogliono indicarci la ‘strada’ verso la Sua casa ed “apre un orizzonte più ampio. Sulla strada del ritorno verso la Galilea, Gesù incontra una Samaritana e comprendiamo che, con la sua risurrezione, ci offre una comunione nello Spirito in cui possiamo adorare Dio, così come siamo e dove ci troviamo.

Quando preghiamo con altri, diventiamo la casa di Dio (il santuario si costruisce ovunque ci riuniamo nel nome di Cristo) e lì possiamo sentirci a casa. Questa comunione è anche un cammino di guarigione e di pienezza di vita che ci conduce verso la casa del Padre”.

E’ stato un invito per i giovani a ‘ricostruire’ l’Europa attraverso gesti quotidiani: “La nostra casa europea, ricostruita dopo le ferite della Seconda guerra mondiale, può sembrare di nuovo in rovina, ma saremo pronti a impegnarci con le donne e gli uomini coraggiosi che danno tutto per farla rinascere? I valori a noi cari sono sempre presenti. Come possono aprire il nostro orizzonte per vedere più lontano e operare per una casa europea dove tutte e tutti possano sentirsi a casa?

E questo attraverso gesti molto semplici: incontrarsi, scambiarsi idee e ascoltarsi anche senza capire tutto dell’altro, là dove pregare insieme non è possibile. Scopriamo così ciò che è già dato, una realtà in cui la giustizia è ben presente, ma spesso nascosta ai nostri occhi…

Così, possiamo incoraggiarci a vicenda nel nostro cammino quotidiano di fede, e lasciare che Cristo ci ponga sempre di nuovo la domanda: ‘Che cosa cerchi?’ che ci prepara ad affrontare le sfide che incontriamo ovunque ci troviamo”.

Il fronteggiare alle sfide del mondo è suggerita nella lettera data dal priore ai giovani con l’invito a meditare nel silenzio, perché ‘il Verbo si è fatto carme’: “Gesù è entrato nel mondo silenziosamente: ‘Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi’. Colui che era presso Dio e che era Dio prima dell’inizio di tutte le cose è venuto ad abitare con noi nascendo in modo umile e povero, nel silenzio della notte: la luce che splende nelle tenebre. E dunque questo silenzio non è vuoto. Diventa un luogo di incontro. Nel silenzio non siamo soli. Ma fatichiamo, perché la nostra mente è piena di cose”.

Come consuetudine a questo incontro sono pervenuti molti messaggi tra cui quello di papa Leone XIV: “Alla fine di quest’anno, segnato da tante prove per la nostra famiglia umana, la generosa ospitalità che state ricevendo a Parigi da credenti di ogni estrazione e da persone di buona volontà è un messaggio potente per il mondo. Possano i momenti di preghiera e di condivisione che vivrete in questi giorni aiutarvi ad approfondire la vostra fede, discernendo sempre più chiaramente come vivere il Vangelo nella realtà concreta delle vostre vite”.

Mentre il patriarca ecumenico di Costantinopoli, Bartolomeo, ha scritto che i giovani sono la speranza: “La vostra presenza, il vostro cammino e il vostro impegno testimoniano una speranza viva, capace di illuminare il nostro mondo, così spesso oscurato dall’incertezza, dalla paura e dalla divisione…

Attraverso il tema che vi viene proposto (‘Che cosa cercate?’) siete invitati a rispondere ad una domanda essenziale, quella che Cristo stesso rivolge a coloro che si avvicinano a Lui all’inizio del Vangelo: ‘Che cosa cercate?’. Questa domanda permea ogni esistenza umana. Vi chiama a discernere ciò che abita nel vostro cuore: i vostri desideri, le vostre paure, i vostri sogni, ma anche la vostra sete di verità, giustizia e amore. Non abbiate paura di questa domanda. Accoglietela nel silenzio e nella preghiera, perché è spesso lì che Dio si avvicina e sussurra una via”.

(Tratto da Aci Stampa)

Da Parigi la Comunità di Taizè invita i giovani a cercare Gesù

“Ma dove si terrà il nostro prossimo incontro europeo? Si terrà: in un paese con 9296 laghi; dove si parla una lingua slava; in una città segnata dall’incontro di quattro culture diverse: cattolica, protestante, ortodossa e ebraica; che ha due ottime squadre di calcio; con un nome non facile da pronunciare: il prossimo incontro europeo si terrà nella città di Łódź in Polonia!”: con un po’ di suspense per gli oltre 15.000 giovani europei convocati dal 28 dicembre al 1 gennaio dalla Comunità di Taizè per il 48^ incontro europeo sul tema della ricerca, ‘Cosa cerchi?’, il priore frére Matthew ha annunciato la città del prossimo incontro europeo in terra polacca.

Quindi il prossimo incontro dei giovani della comunità di Taizé si svolgerà dal 28 dicembre 2026 al primo gennaio 2027 a Łódź, in Polonia; ed una nota della comunità di Taizé ricorda che il primo incontro in Polonia (Wrocław, 1989-1990) coincise con la caduta della cortina di ferro. Questo prossimo incontro europeo, il sesto in Polonia, è un invito a continuare a costruire la pace dentro di noi e nel mondo. Come suggerisce frère Matthew nella sua lettera del 2026, ‘attraverso gli altri possiamo essere sorpresi nello scoprire qualcosa che non avremmo trovato da soli’.

Ai giovani riuniti dalla comunità di Taizé, nei giorni scorsi, si era rivolto papa Leone XIV con un messaggio a firma del segretario di Stato, card. Pietro Parolin: “Alla fine di quest’anno, segnato da tante prove per la nostra famiglia umana, la generosa ospitalità che state ricevendo a Parigi da credenti di ogni estrazione e da persone di buona volontà è un messaggio potente per il mondo. Possano i momenti di preghiera e di condivisione che vivrete in questi giorni aiutarvi ad approfondire la vostra fede, discernendo sempre più chiaramente come vivere il Vangelo nella realtà concreta delle vostre vite”.

Nelle riflessioni il priore della Comunità di Taizè, frère Matthew, ha invitato i giovani a camminare insieme: “Camminare insieme agli altri nelle nostre cappellanie e parrocchie può essere un grande sostegno e va di pari passo con un cammino personale. Siamo pronti a entrare sempre più nel mistero del Corpo di Cristo, la sua Chiesa, dove possiamo essere uno solo e solo tutti insieme? E come ascoltare i desideri di quelle e quelli che si sentono lontani dalla fiducia in Dio?”

In tale cammino è fondamentale l’incontro tra Maddalena e Gesù risorto: “Stasera abbiamo ascoltato il Vangelo che racconta l’incontro tra Maria Maddalena e Gesù dopo la sua risurrezione. Gli amici di Gesù erano turbati dopo la sua morte e avevano paura della persecuzione. La mattina presto del primo giorno della settimana, Maria si recò al sepolcro di Gesù. La sua tristezza era grande: la pietra che ne sigillava l’ingresso era stata rimossa e il corpo di Gesù non c’era più”.

Il nome pronunciato da Gesù ridà gioia a Maddalena: “Ma quando Gesù chiama Maria con il suo nome, lei lo riconosce e il loro rapporto personale si ricostituisce. Sorpresa e gioia la travolgono. Gesù non vuole che lei lo possieda o lo monopolizzi, ma piuttosto che viva di Lui per gli altri. La manda come apostola agli apostoli per proclamare la buona novella che Dio lo ha risuscitato dai morti. Così, la comunione tra Gesù e suo Padre diventa aperta a tutti coloro che lo amano”.

E’ stato un invito a riconoscere Gesù: “Anche se, come Maria Maddalena, non riconosciamo Cristo come Risorto, Egli è al nostro fianco. Quando abbiamo paura, si avvicina e ci offre la sua pace. E affida a tutti noi una missione: non semplicemente tenere questa pace per noi, ma continuare la sua opera di riconciliazione, diventare pellegrini di pace. Saremo tra coloro che faranno di tutto per vivere la pace di Cristo per gli altri? E’ così che la speranza rinascerà nel nostro continente europeo e nel mondo”.

Eppoi l’invito a pregare per la pace: “Non voglio fare grandi dichiarazioni, ma semplicemente invitarvi a pregare per la pace nelle nostre società europee, affinché diventino accoglienti verso tutti, e per l’Ucraina, testimone della lotta per la libertà e che resiste nella speranza di una pace giusta; per la Palestina (non dimentichiamo la popolazione abbandonata di Gaza) e per Israele, il Sudan, il Myanmar e tutti i Paesi dove infuria la guerra. Preghiamo anche per coloro che cercano giustizia sotto regimi oppressivi”.

Da qui il racconto della sua recente visita in Ucraina: “Sono tornato dall’Ucraina alcuni giorni fa. Ho passato lì il Natale, accolto con uno dei miei fratelli da dei cristiani che fanno di tutto per ascoltare e accompagnare coloro che soffrono a causa della guerra. Offrono così un sostegno concreto a chi ha visto le proprie case distrutte, aiutandoli a ricreare un focolare. Abbiamo pregato sulle tombe di persone che hanno dato la vita per difendere la libertà del proprio Paese”.

Infine l’invito a ‘ricostruire’ l’Europa: “In Ucraina, come dicevo, ho visto case distrutte, ma una vita che rinasce continuamente, che rifiuta di essere soffocata. La nostra casa europea, ricostruita dopo le ferite della Seconda guerra mondiale, può sembrare di nuovo in rovina, ma saremo pronti a impegnarci con le donne e gli uomini coraggiosi che danno tutto per farla rinascere?

I valori a noi cari sono sempre presenti. Come possono aprire il nostro orizzonte per vedere più lontano e operare per una casa europea dove tutte e tutti possano sentirsi a casa? E questo attraverso gesti molto semplici: incontrarsi, scambiarsi idee e ascoltarsi anche senza capire tutto dell’altro, là dove pregare insieme non è possibile. Scopriamo così ciò che è già dato, una realtà in cui la giustizia è ben presente, ma spesso nascosta ai nostri occhi”.

(Foto: Comunità di Taizè)

Papa Leone XIV prega per le vittime a Crans-Montana

Appresa la notizia del tragico incendio avvenuto nella notte di giovedì 1 gennaio, a Crans-Montana, in Svizzera, che ha provocato più di 40 morti e numerosi feriti, papa Leone XIV si è unito ‘al dolore delle famiglie e dell’intera Confederazione Elvetica’ con un telegramma, a firma del segretario di Stato, card. Pietro Parolin, al vescovo della diocesi di Sion, mons. Jean-Marie Lovey: “La Madre di Dio, nella sua tenerezza, porti il conforto della fede a tutte le persone toccate da questo dramma e le custodisca nella speranza”.

Al pensiero del papa si è unito quello dei vescovi svizzeri, con un messaggio firmato insieme alla diocesi di Sion: “Quella che doveva essere una notte di festa si è trasformata in una terribile catastrofe per centinaia di persone. E’ a loro che vanno i nostri pensieri e le nostre preghiere”. La Diocesi di Sion esprime in particolare “il suo sostegno e la sua gratitudine a tutte le persone impegnate in vari modi a favore delle vittime, sul posto o nei vari ospedali mobilitati, al personale sanitario, alla polizia, alle autorità civili e giudiziarie… Preghiamo affinché le famiglie straziate possano essere accompagnate e sostenute. Affinché la luce della solidarietà possa dissipare il fumo nero e denso di questo dramma, affidiamo in modo particolare tutte le vittime e i loro cari alla tenerezza della Vergine Maria”.

Ulteriori messaggi di cordoglio giungono poi dalle singole Diocesi. Oltre a mons. de Raemy, amministratore apostolico della diocesi di Lugano, si è anche espresso in un messaggio mons. Bonnemain, vescovo di Coira: “Questa mattina, durante la celebrazione eucaristica, ho pregato per tutte le persone che sono state colpite direttamente o indirettamente dal terribile incendio di Crans-Montana: le vittime, i feriti, i familiari, i medici, gli infermieri, i servizi di soccorso, le forze di sicurezza, le autorità, i soccorritori, per tutto il Vallese. Vorrei solo pregare in silenzio e sperare che la solidarietà dimostrata possa alleviare in qualche modo l’immensa sofferenza”.

In un ulteriore messaggio diffuso oggi mons. Pierre-Yves Maillard, vicario generale della diocesi di Sion, ha inoltre annunciato che mons. Jean-Marie Lovey celebrerà un’ulteriore messa domenica 4 gennaio nella chiesa di Crans, insieme al pastore di Montana, al presidente del Consiglio sinodale Stephan Kronbichler ed al presidente del Sinodo svizzero Gilles Cavin. Inoltre oggi vi sarà un’adorazione eucaristica nella chiesa di Montana.

Ed ieri è stata celebrata una messa in suffragio delle vittime dal vescovo della diocesi di Sion, mons. Jean-Marie Lovey, nella chiesa di Crans-Montana: “Il raduno spontaneo di ieri sera sul luogo della tragedia è stato commovente: centinaia di giovani si abbracciavano in silenzio portando fiori e candele”.

Infine, anche il Consiglio mondiale delle Chiese (Wcc), che ha la sua sede a Ginevra, ha espresso in queste ore ‘profondo dolore e solidarietà’ con una lettera indirizzata alle Chiese del segretario generale dell’organismo ecumenico, rev. Jerry Pillay: “Non siete soli. Persone in tutto il mondo pregano per voi, piangono con voi e vi sono vicine in solidarietà. Che possiate trovare forza e conforto gli uni negli altri e che il ricordo dei vostri cari diventi fonte di luce e pace nei difficili giorni che ci attendono”.

Intanto, le autorità svizzere parlano di 80-100 persone in condizioni critiche, tra i 115 feriti nell’incendio di Crans-Montana. Le vittime sono cittadini svizzeri, italiani e francesi, come ha spiegato il capo del dipartimento della sicurezza del Canton Vallese, Stéphane Ganzer, alla radio francese Rtl: “Delle centinaia di persone ricoverate negli ospedali molte non sono state ancora identificate”.

Mentre nel videomessaggio inviato ai partecipanti alle Conferenze SEEK26 che si svolgono nelle città di Columbus, Fort Worth e Denver, negli Stati Uniti, il papa ha evidenziato la chiamata dei primi discepoli: “Gesù pone questa domanda ai discepoli perché conosce i loro cuori. Erano inquieti, in senso buono. Non volevano accontentarsi della normale routine della vita.

Erano aperti a Dio e desideravano un significato. Oggi, Gesù rivolge la stessa domanda a ciascuno di voi. Cari giovani, cosa cercate? Perché siete qui a questa conferenza? Forse anche i vostri cuori sono inquieti, alla ricerca di significato, realizzazione e direzione nella vostra vita. La risposta si trova in una persona. Solo il Signore Gesù ci porta vera pace e gioia e soddisfa ogni nostro desiderio più profondo”.

Quindi la conoscenza personale permette la ‘nascita’ del cristianesimo: “Questo brano ci parla quindi anche di cosa significhi essere missionari. Dopo aver incontrato Gesù, Andrea non poté fare a meno di condividere con suo fratello ciò che aveva trovato. Infatti, lo zelo missionario nasce dall’incontro con Cristo.

Desideriamo condividere con gli altri ciò che abbiamo ricevuto affinché anche loro possano giungere a conoscere la pienezza dell’amore e della verità che si trovano solo in Lui. Prego che, al termine di questa conferenza, tutti voi siate mossi da questo stesso zelo missionario per condividere con chi vi circonda la gioia che avete ricevuto da un autentico incontro con il Signore”.

(Foto: Avvenire)

A Parigi i giovani sono alla ricerca con la comunità di Taizè

“Cari giovani, in occasione dell’Incontro europeo organizzato dalla Comunità di Taizé, Sua Santità papa Leone XIV mi ha chiesto di trasmettervi i suoi cordiali saluti e l’assicurazione della sua vicinanza spirituale. Il vostro incontro costituisce una nuova tappa del ‘Pellegrinaggio di fiducia sulla terra’ iniziato da Frère Roger quasi mezzo secolo fa proprio in questa città di Parigi. Il Santo Padre è lieto di sapere che siete riuniti in una città segnata da una ricca eredità religiosa, plasmata nel corso dei secoli dalla luminosa testimonianza di tante figure di santità che, ciascuna a modo suo, hanno risposto con coraggio alla chiamata di Cristo”: attraverso il segretario di Stato, card. Pietro Parolin, papa Leone XIV ha inviato un telegramma ai giovani che da domani fino al 1^ gennaio si incontreranno a Parigi su invito della Comunità di Taizè per il 48^ incontro europeo sul tema della ricerca.

Quindi il papa ha invitato i giovani a non evitare la domanda ‘Chi cercate?’, in quanto essa è fondamentale: “Alla fine di quest’anno, segnato da tante prove per la nostra famiglia umana, la generosa ospitalità che state ricevendo a Parigi da credenti di ogni estrazione e da persone di buona volontà è un messaggio potente per il mondo. Possano i momenti di preghiera e di condivisione che vivrete in questi giorni aiutarvi ad approfondire la vostra fede, discernendo sempre più chiaramente come vivere il Vangelo nella realtà concreta delle vostre vite”.

Concludendo il telegramma il papa ha ricordato il Concilio di Nicea con un invito particolare per i giovani: “Questo incontro si svolge anche in un particolare momento ecclesiale, segnato dalla chiusura di un Anno Giubilare e dalle commemorazioni del 1700° anniversario del Concilio di Nicea… Il Santo Padre vi incoraggia a diventare pellegrini di fiducia, artigiani di pace e riconciliazione, capaci di portare una speranza umile e gioiosa a chi vi circonda”.

Nella lettera di invito, richiamata dal papa, il priore frère Matthew evidenzia la necessità della ricerca di Dio; per questo molti giovani nello scorso anno sono giunti a Taizè: “Nel corso dell’ultimo anno abbiamo accolto a Taizé giovani provenienti da Ucraina, Palestina, Libano, Nicaragua, Myanmar e altri luoghi devastati dalla guerra e dai conflitti. La loro fede e il loro desiderio di una pace giusta e duratura sono stati per noi fonte di ispirazione. Abbiamo anche ascoltato le testimonianze di persone che lavorano a Gaza o che hanno familiari in quella città. Vediamo il dolore di coloro che hanno persone care prese in ostaggio e ascoltiamo il grido di chi cerca giustizia sotto regimi oppressivi”.

Ugualmente i giovani visitati dal priore di Taizè hanno manifestato il desiderio di libertà e di dedicarsi alla cura di chi soffre: “Ho anche poi trascorso del tempo con i fratelli della nostra comunità di Taizé che vivono in piccole fraternità in Brasile e a Cuba. Il Brasile è ancora segnato dall’eredità della schiavitù e da grandi disuguaglianze. Eppure ci sono persone che si rifiutano di arrendersi e lottano per stare al fianco dei più poveri. Penso in particolare a una comunità nella città di Salvador, dove i senzatetto dormono in chiesa e si aiutano a vicenda.

A Cuba ho visto un popolo coraggioso affrontare enormi difficoltà. Ho incontrato una nonna che ha usato tutti i suoi risparmi affinché suo nipote avesse tutto il necessario per l’inizio dell’anno scolastico. Sua madre, come molti altri cubani, è emigrata in cerca di un futuro migliore. In molti posti, le persone si chiedono: come posso usare la libertà che mi è stata data per esprimere solidarietà a chi soffre? Esse cercano dei modi per concretizzare il loro desiderio di amare e di prendersi cura, dando un senso alla loro vita attraverso l’aiuto e il servizio”.

Per questo la domanda (‘Cosa cercate?’) è fondamentale nella vita: “Il nostro mondo è pieno di bellezza, ma anche di ingiustizia. Qual è il mio posto in tutto questo? Cosa mi viene chiesto di fare? Questa è la domanda che spesso sento nel cuore di fronte alla complessità della vita e alle scelte che mi si presentano.

Nel Vangelo di Giovanni, le prime parole di Gesù sono: ‘Che cosa cercate?’ Ho condiviso questa domanda con un gruppo di sei giovani volontari a Taizé, provenienti da sei paesi diversi, sparsi su quattro continenti. Quello che segue è ispirato da ciò che mi hanno detto. A loro e a tutti i volontari che ci aiutano a gestire gli incontri a Taizé, trascorrendo del tempo con la nostra comunità per pregare e comprendere meglio la chiamata di Cristo nella loro vita, vorrei dire grazie”.

A questa domanda ecco alcune risposte del priore: “Gesù è entrato nel mondo silenziosamente: ‘Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi’. Colui che era presso Dio e che era Dio prima dell’inizio di tutte le cose è venuto ad abitare con noi nascendo in modo umile e povero, nel silenzio della notte: la luce che splende nelle tenebre.

E dunque questo silenzio non è vuoto. Diventa un luogo di incontro. Nel silenzio non siamo soli. Ma fatichiamo, perché la nostra mente è piena di cose. Come dice la Regola di Taizé: ‘Se sei disattento, rientra nella preghiera non appena ti accorgi della tua distrazione, senza per questo lamentarti’. Molti secoli fa, qualcuno pregava: ‘Di te ha detto il mio cuore: Cercate il suo volto; il tuo volto, Signore, io cerco’. Nel silenzio del nostro cuore, torneremo costantemente a cercare Dio?”

Da qui la necessità di cercare una giustizia nel mondo, ma camminando sulle orme di Gesù: “Gesù incarna il mondo della giustizia e delle giuste relazioni che i Vangeli chiamano il Regno di Dio. Ma si arrabbiò e rovesciò i tavoli dei venditori e dei cambiavalute nel Tempio per far posto a Dio. Gesù parlò con veemenza contro l’ipocrisia religiosa, ma fu anche capace di accogliere un capo religioso come Nicodemo.

Conosceva i farisei e accettò la loro ospitalità, ma condivise anche i pasti con persone escluse dalla società. Nutriva un amore incrollabile per le pecore perdute del suo popolo Israele, ma ammirò la fede di un ufficiale romano e guarì il suo bambino; e si lasciò sfidare dalla fede di una donna pagana incontrata durante un viaggio all’estero.

Assumendosi il rischio di stabilire relazioni con persone diverse, Gesù ha favorito la fiducia e ha incarnato il potere riconciliatore di Dio. Se sappiamo che la luce splende nelle tenebre e che, attraverso semplici gesti di bontà umana, l’amore di Dio può vincere, allora siamo liberi di agire”.     

Papa Leone XIV invita gli operatori sanitari a prendersi cura del malato

Papa Leone XIV

“Estendo i miei migliori auguri di preghiera a tutti i partecipanti al Congresso Internazionale intitolato ‘IA e Medicina: la sfida della dignità umana’. In particolare, vorrei esprimere la mia gratitudine e il mio apprezzamento per l’argomento che avete scelto di trattare”: nel  messaggio ai partecipanti al Congresso Internazionale organizzato dalla Pontificia Accademia per la Vita e dalla Federazione Internazionale delle Associazioni Mediche Cattoliche (FIAMC sul tema ‘Intelligenza Artificiale e Medicina: la sfida della dignità umana’, in programma fino a mercoledì 12 novembre papa Leone XIV ha messo in guardia dai pericoli dei progressi tecnologici.

‘AI e Medicina. La sfida della Dignità Umana’ è il tema del Congresso internazionale; per questo il papa ha sottolineato l’importante ruolo della tecnologia: “La rivoluzione digitale sta giocando un ruolo centrale nel plasmare quello che papa Francesco ha definito un ‘cambiamento epocale’. Stiamo attualmente assistendo ad un’epoca di nuovi progressi tecnologici paragonabili per certi aspetti alla Rivoluzione Industriale, ma più pervasivi”.

Infatti si sta assistendo ad un cambiamento del pensiero influenzato dai ‘progressi tecnologici’: “Influenzano profondamente il nostro modo di pensare, alterando la nostra comprensione delle situazioni e il modo in cui percepiamo noi stessi e gli altri. Attualmente interagiamo con le macchine come se fossero interlocutori, diventando quasi una loro estensione. In questo senso, non solo corriamo il rischio di perdere di vista i volti delle persone che ci circondano, ma anche di dimenticare come riconoscere e apprezzare tutto ciò che è veramente umano”.

Però  al contempo è necessario garantire la dignità umana: “Non c’è dubbio che lo sviluppo tecnologico abbia portato, e continui a portare, benefici significativi all’umanità, in particolare nei campi della medicina e della salute. Per garantire un vero progresso, è fondamentale che la dignità umana e il bene comune rimangano priorità assolute per tutti, sia singoli individui che enti pubblici”.

Quindi per tutelare questa garanzia occorre utilizzare la tecnologia nel migliore dei modi: “E’ facile riconoscere il potenziale distruttivo della tecnologia e persino della ricerca medica quando vengono messe al servizio di ideologie antiumane. In questo senso, gli eventi storici rappresentano un monito: gli strumenti a nostra disposizione oggi sono ancora più potenti e possono produrre un effetto ancora più devastante sulla vita degli individui e dei popoli. Tuttavia, se sfruttati e posti al vero servizio della persona umana, questi effetti possono anche essere trasformativi e benefici”.

Ecco il motivo per cui è importante l’impegno degli operatori sanitari per la cura, come aveva sottolineato nelle dichiarazioni del Dicastero per la dottrina della fede ‘Dignitas Infinita’ ed ‘Antiqua et Nova’: “Da questo punto di vista, considero di grande importanza il vostro impegno nell’esplorazione del potenziale dell’Intelligenza Artificiale (IA) in medicina. La fragilità della condizione umana si manifesta spesso nel campo della medicina, ma non dobbiamo mai dimenticare la ‘dignità ontologica che appartiene alla persona in quanto tale per il solo fatto di esistere ed essere voluta, creata e amata da Dio’.

Proprio per questo, ‘gli operatori sanitari hanno la vocazione e la responsabilità di essere custodi e servitori della vita umana’, soprattutto nelle sue fasi più vulnerabili. Lo stesso si può dire di coloro che sono responsabili dell’uso dell’IA in questo campo. Infatti, quanto più è fragile la vita umana, tanto maggiore è la nobiltà richiesta a coloro a cui è affidata la sua cura”.

Perciò l’assistenza segna l’insostituibilità delle relazioni: “L’obiettivo di fornire assistenza alle persone sottolinea la natura insostituibile delle relazioni umane in questo contesto. La professionalità medica, infatti, richiede non solo le necessarie competenze specifiche, ma anche la capacità di comunicare e di essere vicini agli altri. Non può mai ridursi alla mera risoluzione di un problema”.

Per questo la tecnologia non può sminuire la relazione: “Allo stesso modo, i dispositivi tecnologici non devono mai sminuire la relazione personale tra pazienti e operatori sanitari. Infatti, se l’IA deve essere al servizio della dignità umana e dell’efficace erogazione dell’assistenza sanitaria, dobbiamo garantire che essa migliori realmente sia le relazioni interpersonali sia l’assistenza fornita”.

Infine ha concluso auspicando la collaborazione tra i vari enti che operano nel settore sanitario: “Considerati gli enormi interessi economici spesso in gioco nei campi della medicina e della tecnologia, e la conseguente lotta per il controllo, è essenziale promuovere un’ampia collaborazione tra tutti coloro che operano nel settore sanitario e in politica, che si estenda ben oltre i confini nazionali”.

Ed aprendo il convegno il prof. Bernard Ars, presidente della FIAMC, ha sostenuto che “l’IA è certamente un ottimo ausilio tecnico per la medicina. Tuttavia, di fronte alla sua innegabile potenza, il medico non può rimanere affascinato, ma deve pensare e far vedere che l’essere umano non è l’oggetto di un problema da risolvere, ma una realtà ricca e profonda, che va avvicinata attraverso e in un rapporto accogliente con la sua esperienza. L’A.I. deve rimanere al servizio del paziente!”

Mentre mons. Renzo Pegoraro, presidente della Pontificia Accademia per la Vita, ha sottolineato che “insieme alla Federazione Internazionale dei Medici Cattolici, riteniamo di poter offrire un momento significativo di conoscenza, di approfondimento, di confronto, per affrontare queste nuove sfide che l’intelligenza artificiale sta rappresentando nel campo della medicina e della sanità”.

Marina Pupella, giornalista alla ricerca della Verità

Marina Pupella giornalista e insegnante palermitana, è una cercatrice di Verità. Le abbiamo fatto alcune domande. Tu hai scelto di essere una giornalista e vai spesso all’estero a tue spese per fare dei servizi: perché?

“Sin da ragazza avevo una grande curiosità, amavo la ricerca e desideravo andare a fondo nelle cose. Non mi bastavano le semplici risposte: desideravo arrivare da sola a capire i perché e i come degli eventi. Se a questo aggiungi l’amore per la verità, qualunque essa sia, allora diventare giornalista è stata la mia scelta naturale, parafrasando quel che mi disse una volta il mio professore di letteratura inglese all’Università di Palermo.

Vado spesso all’estero, a mie spese, perché credo che per comprendere davvero una crisi o un conflitto sia fondamentale essere sul posto, parlare con i testimoni e osservare direttamente le dinamiche e le persone coinvolte. Solo così posso riportare la realtà in modo accurato, imparziale e umano, dando voce a chi non ce l’ha, arrivando persino a condividerne il dolore.

Ho dormito nei campi profughi in Libano per capire i disagi di centinaia di migliaia di sfollati, che vivono in quel limbo anche per anni, fino alla morte. Il giornalismo, per me, è diventato uno strumento per far conoscere verità importanti, popoli demonizzati per creare consapevolezza, anche se questo richiede sacrifici personali.

Andare in zone di guerra oggi sembra quasi una normalità, ma ricordo ancora la paura della prima volta. Prima di partire per un’area di guerriglia tra il Pkk e il governo turco, incontrai per caso, nella Cattedrale di Palermo, fratel Biagio Conte. Gli confidai che sarei partita da sola in un teatro di crisi e gli espressi le mie preoccupazioni. Lui, con i suoi occhi sempre sorridenti, mi disse: ‘Sorellina, non sei sola, avrai con te il migliore compagno che un uomo possa desiderare‘. Quelle parole mi hanno portato fortuna e accompagnato fino a oggi”.

In che direzione cammina il giornalismo attuale?

“Non è messo molto bene, fra fake news, AI e notizie che vengono date in fretta e talvolta senza verificare fonti e fatti. Il settore sta affrontando sfide significative: calo delle vendite, diminuzione dei lettori e perdita di fiducia nei confronti dei giornalisti. In questo contesto, la credibilità e l’indipendenza dei reporter diventano fondamentali. Il nostro compito non è solo raccogliere le informazioni, ma essere una bussola affidabile per i cittadini, orientandoli nella complessità degli eventi e guidandoli verso la verità o le verità….”

Tu sei anche insegnante, come coniughi queste tue vocazioni?

“Giornalismo e insegnamento per me vanno di pari passo. Racconto agli studenti le mie esperienze sul campo, molto filtrate ovviamente, per far capire il valore della pace e quanto le guerre ci insegnino ad apprezzare le piccole cose. Così posso mostrare loro quanto siano fortunati ad avere una scuola, dei banchi, dei compagni e tutto ciò che spesso diamo per scontato”.

Famiglia, affetti, come curi queste tematiche?

“Non sono sposata e non ho figli, quindi già questo mi alleggerisce dalle responsabilità. Ma mi sono sempre presa cura di mia madre, che era molto malata: è stata la persona che più di tutti ha creduto in me e mi ha dato la forza di affrontare ogni sfida. Le devo il coraggio, la resilienza e la sensibilità verso gli ultimi, gli invisibili… sono doni che mi ha lasciato in eredità. Poi ci sono i miei fratelli, Vittorio soprattutto, mi accompagna, mi viene a riprendere in aeroporto con i suoi immancabili litri di disinfettante! Sta in ansia fino a quando non rientro in Italia”.

(Tratto dal sito l’altroparlante)

Da ‘gnostico’ a simpatizzante. Battiato era uno di noi?

E girava una cassetta senza sosta, un nastro che ruotava nel mangiacassette  sovrastato  da radio e lettore CD. Erano gli anni dell’ indulto e del cambio di ciclo scolastico. Gira la cassetta, sotto il naso di quella che è  ancora una bambina ed ecco apparire il primo brano ritmato, di cui non può intendere il senso, ancora. Un brano allegro, ballabile che parla di uno strano animale ed è quello che colpisce: il cinghiale bianco. Da lì qualche altra scoperta di canzoni diverse e divertenti che, viste solo per le immagini, potevano essere adatte ai bambini. Ed ecco come qualcuno cercò  di instradare di più una bambina al cantautorato e a gusti musicali di pregio.

Un’epoca d’oro andata, ma che resterà sempre con noi perché certi brani lo fanno. Ed infatti, a Sanremo, nel 2024, nella serata cover, è comparso uno di quei brani.  Battiato non c’è più, ma viene apprezzato ancora da artisti quali Cristicchi e Montesanto. Ma perché proprio da un artista che tocca temi impegnati e uno di Christian Music, tra i tanti esseri umani? Perché Battiato spaziava dalle sperimentazioni progressive rock ed elettroniche dei primi anni Settanta alla ‘Messa Arcaica’ (che egli  considerava uno dei momenti più alti della sua carriera), lungo una serie di album e canzoni che son l’incontro tra musica e spiritualità.

Battiato ( Ionia, 23 marzo 1945- Milo, 18 maggio 2021) aveva una personalità importante: geniale, ma non desideroso di essere considerato un guru, artista non canonizzabile perché fuori dagli schemi classici della musica, ma capace di dare quel pò di più, come nel triennio 1979-1981 con i suoi  tre dischi d’oro: ‘L’era del cinghiale bianco’, ‘Patriots’ e ‘La voce del padrone’. Brani da ricordare, dal sacro al principe fano, dal divertente all’impegnato: Voglio vederti danzare, Centro di gravità permanente, Up Patriots to arms, Alexander Platz, Summer on a solitary beach, Gli uccelli, E ti vengo a cercare, Bandiera bianca, L’era del cinghiale bianco, La stagione dell’amore e Povera Patria ed, infine, la magnifica La cura, una canzone d’amore vero, profondo e spirituale.

Uno dei suoi grandi meriti, secondo le ACLI, fu di aver portato nel cinema e nella canzone la spiritualità rendendo popolari tematiche profonde, inserendo nelle canzoni temi filosofici e teologici. In questo, dice sempre l’articolo di ACLI, influì la sua lunga collaborazione con il filosofo Manlio Sgalambro e l’amicizia con il collega, già monaco benedettino, Juri Camisasca. Pur non dichiarandosi cattolico al 100×100 e seguendo le orme di Georges Ivanovic Gurdjieff, il quale  univa  sufismo, meditazione, cristianesimo e religioni orientali, Battiato realizzò, come avevamo visto, Messa arcaica, suonò davanti al papa e i inserì nelle sue canzoni numerose citazioni cristiane.

C’è un Battiato teologo ancora da valorizzare anche se, molti suoi testi a tema spirituale si potrebbero filtrati criticamente, vista la sua continua ricerca spirituale autentica, che testimonia l’universalità dello spirito al di là di ogni parzialità e credo. Proprio questa ricerca, però è importante, come il tentativo di entrare nei concetti cristiani che, dunque, gli interessavano e li valutava come degni di importanza. La sua ricerca si è fermata, ora sa tutto perché è là dove il mistero si chiarisce, ma i suoi tentativi, i pensieri, i dubbi, le strade prese e lasciate possono essere d’aiuto a chi ascolta i suoi brani  cercando di trovare la via attraverso la passione condivisa per la musica.

Don Francesco Capolupo racconta di aver conosciuto Battiato e definisce la sua ricerca spirituale gnostica. I due si conobbero grazie ad un insegnante di liceo del futuro prete, il quale scriveva poesie. Il prof, credendo nei testi più dello stesso autore, presento personalmente i brani a Battiato che invitò a casa sua insegnante e ragazzo. Una delle poesie di Capolupo  divenne anche il testo del brano Tutto l’universo obbedisce all’amore.

“Spesso, il soprannaturale viene confuso, nel mondo cattolico, con una specie di passaporto per l’accettazione della Fede. Per Franco non era così. Non amava le religioni confessionali, amava gli spiriti religiosi che componevano, nella sua esperienza, un misto sincretistico in cui raccoglieva esperienze mistiche del mondo islamico (sufismo), esoterico ed orientale (passando dal cristianesimo di Santa Teresa d’Avila e dei padri del deserto) con i quali faceva esperienza di uno Spirito Assoluto che regola tutte le cose”. 

Il racconto del sacerdote continua con la spiegazione di ciò che l’artista non  amava del cristianesimo:  l’Incarnazione. Anche se, per i cristiani, l’idea di un Dio che si sia fatto uomo per la nostra salvezza è un punto  fondamentale, per  siciliano  era qualcosa di assolutamente sconvolge. Si sentiva più rassicurato dalle idee del  naturalismo e del  panteismo permeati di misticismo:  l’uomo doveva confluire nella piena natura, sfiorando il nulla, ‘perché la realtà è sogno e non esperienza’.

 Molte persone del mondo della chiesa hanno confermato una  sensibilità religiosa in Battiato, anche se il suo Dio  non era Gesù di Nazaret o, almeno, la Santissima trinità. Ma senso religioso e credo non sono la stessa cosa. Il senso  religioso è più vicino alla ricerca  della Verità, anche ricerca ‘gnostica’, infatti, la spiritualità è la ricerca di un significato più profondo e alla connessione con qualcosa di trascendente o superiore non meglio identificato. Il tuo percorso ti può portare a credere in uno di questi o ad avvicinarti. Essere credenti indica che si è certi che una certa religione sia giusta. Si crede a quella e la si segue e così, si è sia credenti che religiosi.

Battiato era contro l’ateismo inteso come mancanza di senso religioso nelle persone, non la negazione di un Dio Creatore, fattosi uomo per la salvezza di tutti. La sua vita, anche se abbastanza lunga, non gli ha permesso  di trovare la via giusta e la ricerca è rimasta l’unica cosa che lo portasse alla ‘salvezza’. Non per questo, i messaggi dei suoi brani legati ad altri punti del cristianesimo in cui egli credeva, devono essere scartati. 

Ad esempio, La cura è la rappresentazione di un amore vero che ogni credente di qualsiasi religione può condividere. A noi resta l’esempio di un uomo che cercava di capire e che non intendeva alcuni punti fondamentali del cristianesimo perché non si sentiva ‘rassicurato’, ma convinto che, da qualche parte, una risposta ci fosse e che combatteva l’assenza della spiritualità nelle persone. Questa è il primo passo per tutto. Cosa possiamo imparare allora da lui? Apriamo occhi, orecchie e cuore alla Parola. Troveremo il modo di accettarla e viverla seguendo il filo delle nostre domande.

Fonti:

• https://www.aclibergamo.it/

• https://fondazionepatriziopaoletti.org

• Wikipedia

• Il Timone

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