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Per le diocesi il lavoro è principio di dignità
Uno strumento di politica attiva del lavoro che si avvia a tagliare il traguardo dei dieci anni di funzionamento. E che, stando ai numeri, ma anche alle storie di vita e professionali che ha consentito di rimettere in moto, può essere definito un’esperienza di successo. Nonché un’opportunità interessante, di cui sempre più aziende si avvalgono, per reperire personale formato e motivato.
Il Fondo Diamo Lavoro (www.fondofamiglialavoro.it, promosso per conto della diocesi di Milano da Caritas Ambrosiana e gestito attraverso il servizio Siloe e la Fondazione San Carlo) avviò la sua operatività nel luglio 2016, evoluzione dei Fondi Famiglia e Lavoro (fase 1 e 2) che la Chiesa milanese aveva lanciato per aiutare persone e nuclei colpiti da licenziamenti e disoccupazione dopo le gravi crisi finanziarie globali del 2008 e 2012. Il nuovo strumento intendeva superare la logica delle erogazioni monetarie emergenziali, puntando sulla qualificazione di persone fragili e inoccupate, in modo da attivarle e prepararle all’ingresso, o reingresso, nel mercato del lavoro.
Dal 1° gennaio 2017 (data di avvio dei primi tirocini) al 31 dicembre 2025, nelle sette Zone pastorali della diocesi ambrosiana il FDL ha ascoltato e orientato oltre 4.500 persone in cerca di lavoro, avviandone a tirocinio 1.932. I percorsi conclusi, alla fine dell’anno scorso, erano 1.839, e in ben 829 casi (il 45,08% del totale) i tirocinanti avevano trovato lavoro (722 nelle imprese in cui avevano compiuto il percorso formativo, e addirittura 107 per via di assunzione diretta pre-tirocinio).
Negli altri casi, molte persone hanno trovato occupazione in altre aziende, potendo mettere a frutto le competenze acquisite grazie ai tirocini e all’accompagnamento sociale, oltre che formativo, che il FDL assicura, e che consente di affrontare le fragilità (sociali, relazionali, educative) di cui è sovente portatore chi viene segnalato o si rivolge al Fondo.
Rilevante è anche il numero (oltre 2.200) delle aziende che hanno aderito al Fondo, mettendosi a disposizione per ospitare tirocini o vagliare possibilità di assunzione. L’elenco è in costante aggiornamento, anche grazie alla collaborazione che con il FDL hanno stretto ben 18 associazioni di categoria (dei settori commercio, artigianato, industria e servizi).
Dopo 10 anni, pur in un contesto economico, sociale e occupazionale trasformato, la funzione del Fondo, che opera in stretta connessione con i servizi diocesani e i centri d’ascolto territoriali Caritas, continua a manifestare la sua rilevanza, come ha ribadito mons. Mario Delpini, in occasione della Veglia diocesana del lavoro: “Ci sono problemi e ci sono persone: il Fondo Diamo Lavoro si prende cura delle persone, una per una, e ritiene il loro inserimento nel lavoro una vittoria e un motivo di gratitudine per chi dà una mano con il suo dono.
In un contesto segnato dall’individualismo, il FDL opera per costruire attenzione alle persone fragili e alleanze tra la formazione, l’apprendistato, la solidarietà della comunità cristiana, la disponibilità di aziende e di categorie di operatori, la prossimità a ciascuno. In un contesto accusato di indifferenza, il Fondo testimonia la presenza di tante persone disposte a impegnare tempo, risorse e competenze per farsi carico della storia e della speranza delle persone. In un tempo disastrato per l’enorme e assurdo sperpero di risorse per fare guerre e rovinare il mondo, la comunità cristiana intende investire per costruire futuro a favore di chi chiede un aiuto per produrre pace con il lavoro”.
Quindi si può sostenere il Fondo Diamo Lavoro con carta di credito online www.caritasambrosiana.it; in posta C.C.P. n. 000013576228 intestato a Caritas Ambrosiana Onlus – Via S. Bernardino 4, 20122 Milano; con bonifico C/C presso il Banco BPM Milano, intestato a Caritas Ambrosiana Onlus IBAN: IT82Q0503401647000000064700 con causale: Fondo Diamo Lavoro. Le offerte sono detraibili fiscalmente.
Mentre da Torino il card. Roberto Repole, arcivescovo di Torino e vescovo di Susa, riflette sulla realizzazione di forniture militari da parte delle aziende del territorio, che si propongono come ‘motore di rilancio dell’occupazione’: “Anche la Festa del Lavoro, che i cristiani vivono guardando all’esempio mite di san Giuseppe Artigiano, contiene quest’anno motivi di inquietudine: desidero condividervi il mio turbamento al pensiero che le guerre seminano morte nel mondo eppure qui a Torino, a Susa e in Piemonte rappresentano un vantaggio economico per le aziende che producono forniture militari e si offrono come motore di rilancio dell’occupazione”.
Ed ha domandato se così può andare bene, badando bene a non danneggiare operai e disoccupati: “Ci va bene così? Accettiamo qualsiasi tipo di lavoro, purché sia lavoro? Lo domando a me prima che ad altri perché siamo corresponsabili, le nostre azioni e i nostri stili di vita sono intrecciati: la città siamo noi, tutti insieme. Sappiamo che decenni di crisi industriale hanno lasciato sacche di disoccupazione da risolvere. Nessuno può pretendere che i disoccupati rifiutino le occasioni di lavoro, perché sono l’anello più fragile della catena. Però dobbiamo fermarci e riflettere, se sia umano darci tanto da fare per attrarre e sviluppare fabbriche di armi”.
Infatti per l’arcivescovo di Torino pace e lavoro non possono essere disgiunte: “Vogliamo affidare alla guerra le speranze del nostro territorio?.. La guerra ha radici nell’odio e nelle ingiustizie del mondo, ma è anche un grande business economico e sta spingendo sulla produzione delle armi, probabilmente oltre il bisogno di difesa da parte di un Paese come l’Italia”.
E’ uno stimolo alla riflessione: “Allora fermiamoci, cari amici, e ragioniamo tutti insieme (istituzioni e cittadini, imprenditori, sindacalisti, famiglie) domandiamoci quali persone vogliamo essere, come vogliamo spendere le nostre esistenze e la nostra comunità: eravamo la città delle auto, vogliamo diventare la città delle armi? La Chiesa locale, con la sua Pastorale del Lavoro, è pronta a offrirsi come luogo di incontro, confronto e approfondimento”.
Da Napoli il card. Mimmo Battaglia ha definito le morti sul lavoro come ‘sacrifici’ del profitto: “Iniziamo dai nomi. Non chiamiamoli ‘incidenti sul lavoro’. Chiamiamoli col loro nome: sono sacrifici umani sull’altare del profitto. Ogni volta che un operaio cade da un’impalcatura, ogni volta che un bracciante muore di fatica sotto il sole, ogni volta che un giovane non torna a casa dopo il turno di notte, è Cristo che viene crocifisso di nuovo”.
Quando si muore sul lavoro la civiltà fallisce: Non possiamo abituarci ai numeri. La morte sul lavoro è il fallimento di una civiltà. Quando la sicurezza diventa un ‘costo da tagliare’ e non un diritto sacro, abbiamo già perso la nostra anima.
Una società che non protegge chi lavora è una società che ha smesso di amare. Non sono ‘morti bianche’ (non c’è niente di bianco o di pulito in queste morti) sono morti che gridano vendetta al cospetto di Dio perché sono nate dall’indifferenza, dalla fretta, dalla logica spietata del ‘fare di più con meno’. E’ un fallimento della Costituzione e un tradimento del Vangelo. Un lavoro che uccide non è lavoro, è idolatria del profitto”.
Ed ha ricordato che la Costituzione italiana riconosce la dignità del lavoro: “E non c’è dignità se un giovane deve mendicare un diritto chiamandolo favore, o se un padre deve abbassare lo sguardo davanti ai figli perché il ‘pane quotidiano’ è diventato un miraggio o un ricatto.
Una democrazia ‘fondata sul lavoro’ non può reggersi sulle sabbie mobili del precariato selvaggio, dove la vita è appesa a un contratto di un mese, togliendo ai nostri giovani la possibilità di sognare, di amare, di mettere su famiglia”.
Eppoi la disoccupazione lede la dignità: “E poi c’è l’altra morte, quella lenta, silenziosa: la disoccupazione. Quanti giovani vedo nelle nostre strade con lo sguardo spento, non perché manchino di sogni, ma perché gli è stata rubata la possibilità di realizzarli. La mancanza di lavoro non è solo mancanza di reddito; è mancanza di dignità.
Un uomo senza lavoro è un uomo ferito nella sua identità. Un padre che non può portare il pane a casa non ha solo le tasche vuote, ha il cuore spezzato. E noi, come Chiesa, come comunità, non possiamo restare a guardare. La disoccupazione è un peccato sociale. Dobbiamo avere il coraggio di denunciare un sistema economico che scarta le persone come se fossero pezzi di ricambio di un ingranaggio che deve correre sempre più veloce”.
Il messaggio è un invito alla Chiesa ad essere ‘casa del pane’: “La Chiesa deve essere una ‘casa del pane’, dove il pane è frutto di terra e di lavoro dell’uomo, ma di un lavoro pulito, giusto, sicuro. Non c’è eucaristia senza giustizia sociale. Se spezziamo il Pane sull’altare ma poi giriamo lo sguardo dall’altra parte davanti allo sfruttamento, quel Pane non ci nutre, ci giudica.
Fratelli, sorelle, non lasciamoci rubare la speranza, ma non trasformiamo la speranza in un’attesa passiva. La speranza è un cammino che si fa insieme. Sogniamo una terra dove il lavoro sia lo strumento per fiorire, non una catena per schiavizzare o un rischio per morire”.
Primo maggio, il lavoro chiama la pace
“In un tempo come il nostro caratterizzato dal crescente incalzare di conflitti bellici, siamo chiamati a interrogarci sulla ricaduta sul lavoro e sulle condizioni inedite in cui l’attività umana oggi si trova. L’essenza del lavoro umano è quella di un’azione collettiva generativa. In una fabbrica, in un ufficio, in agricoltura, ogni giorno le persone si coordinano e cooperano per azioni che contribuiscono a creare comunità, per accrescere con nuovi prodotti e servizi la biodiversità civile ed economica della Terra”: così inizia il messaggio dei vescovi italiani in occasione della festa del lavoro, intitolato ‘Il lavoro e l’edificazione della pace’.
Nell’analisi del messaggio i vescovi sottolineano che oggi il lavoro è usato per ‘distruggere’ l’umanità: “Il lavoro in Italia oggi, a causa della guerra che disgrega questa ‘grammatica della società’, soffre di problemi che si aggiungono ad altri: preoccupa in particolare l’aumento dei prezzi dell’energia, che ha una ricaduta sul bilancio delle famiglie, soprattutto di quelle che vivono nella precarietà economica, e su quello delle aziende. Constatiamo che il lavoro umano si intreccia sempre più con la pace e con la guerra. Non è una novità nella storia dell’umanità. Ancora oggi, l’intelligenza della mente e delle mani dei lavoratori è usata per edificare grandi opere di sterminio e grandi opere di pace”.
Partendo da queste constatazioni dei vescovi italiani abbiamo chiesto al presidente nazionale delle Acli, Emiliano Manfredonia, di raccontarci in quale modo il lavoro chiama la pace: “Il lavoro chiama la pace perché è il primo luogo in cui si misura la dignità delle persone. Non è un tema teorico: è la vita quotidiana di milioni di uomini e donne. Sono convinto che non ci sia pace senza lavoro, né lavoro senza pace.
Quando il lavoro è dignitoso, stabile, giusto, costruisce relazioni, crea fiducia, tiene insieme la società. Quando invece è povero, precario, insufficiente, genera frustrazione e conflitto. La pace non è solo l’assenza della guerra: è giustizia sociale, è possibilità per tutti di vivere del proprio lavoro, è non dover scegliere tra lavorare e restare poveri. È lì che si gioca davvero la pace”.
Perché il lavoro è la ‘grammatica’ della società?
“Perché è il modo con cui una comunità si organizza e si racconta. Dentro il lavoro ci sono i diritti, i doveri, le opportunità, le disuguaglianze. E’ il linguaggio che tiene insieme tutto il resto. Se questa grammatica si rompe, si rompe anche la società. Oggi vediamo che il lavoro pesa meno rispetto alle rendite e alla finanza, e questo crea diseguaglianze profonde. Quando chi lavora non riesce a vivere dignitosamente, non è solo un problema economico: è un problema di democrazia. Per questo dico che il lavoro non è una voce tra le altre: è il fondamento su cui si regge la convivenza”.
Sempre nel messaggio i vescovi sottolineano: ‘Constatiamo inoltre che il lavoro che è al servizio di obiettivi bellici investe ingenti risorse economiche sottraendole ad altre finalità, come ha sottolineato papa Leone XIV nel Messaggio per Giornata mondiale della pace del 2026, ricordando che le spese militari hanno raggiunto il 2,5% del PIL mondiale’, con un richiamo alla nota ‘Educare ad una pace disarmata e disarmante’. In quale modo cambiare un’economia di guerra?
“Cambiare un’economia di guerra significa cambiare le priorità. Non possiamo pensare di costruire sicurezza investendo sempre di più sulle armi. La vera sicurezza sta nel lavoro, nel welfare, nella coesione sociale. Dobbiamo rimettere al centro la giustizia sociale: una fiscalità più equa, che colpisca le rendite speculative e non il lavoro; investimenti pubblici su sanità, istruzione, occupazione; salari dignitosi. Serve anche un’assunzione di responsabilità collettiva: imprese, sindacati, istituzioni devono sedersi insieme e affrontare le questioni strutturali del Paese . Un’economia di pace è un’economia che riduce le disuguaglianze e costruisce futuro”.
Pace, lavoro e dignità sono messe a dura prova dal peso delle disuguaglianze con un aumento del divario tra ricchi e poveri, tutelati e precari. In quale modo le ACLI orientano il lavoro alla pace?
“Partendo dalla vita concreta delle persone. Non facciamo discorsi astratti: stiamo nei territori, nei luoghi del lavoro, nelle comunità. La Carovana della Pace, che si è conclusa a dicembre al Parlamento Europeo di Strasburgo dopo tre mesi di viaggio attraverso l’Italia, non è stata un gesto simbolico, ma una scelta culturale e politica: portare i temi della pace, della dignità e del lavoro dentro la quotidianità.
Abbiamo percorso 78 tappe, ascoltato testimoni, istituzioni civiche e religiose, abbiamo raccolto la testimonianza di una rete di persone e realtà che non si arrendono alla logica della paura o dell’indifferenza, ma custodiscono e alimentano un futuro possibile. Ogni servizio che facciamo, ogni progetto, ogni proposta è pensata come un segno di pace: cura, attenzione, accompagnamento. Per noi la pace non è uno slogan, è uno stile di azione. Significa costruire relazioni, ridurre le disuguaglianze, dare strumenti alle persone, puntando anche sulla formazione e sull’orientamento. Perché la pace si costruisce dal basso, dentro le condizioni reali di vita e di lavoro”.
(Tratto da Aci Stampa)
Don Dante Carraro racconta l’impegno del CUAMM in Africa
“La vostra opera, svolta dove il bisogno è più acuto e dove la povertà costituisce una pesante limitazione nella vita e della vita stessa, si arricchisce di un significato ulteriore (un grande significato, oggi) per la visione che esprime, che reca e che esprime, in contrasto con le guerre, con le volontà di potenza nazionali, con gli egoismi alimentati da paure e da nuove chiusure”: con queste parole il presidente della Repubblica italiana, Sergio Mattarella, a Padova aveva ricordato il 75^ anniversario della fondazione del Collegio Universitario Aspiranti e Medici Missionari (CUAMM).
Nell’intervento aveva anche ricordato che era stato Aldo Moro a firmare il decreto con il quale riconosceva il CUAMM come prima ong italiana in campo sanitario: “Ogni passo in avanti è stato in qualche modo intravisto, anticipato dalla generosità dei medici del Cuamm, degli operatori, dei loro sostenitori. Un ponte di enorme valore. L’investimento in Africa, per il suo sviluppo è di primario rilievo per la nostra Europa: il futuro dei due Continenti e dei loro popoli è necessariamente e sempre di più fortemente connesso.
Il Piano Mattei è un avanzamento nel percorso, un foro operativo di coinvolgimento e di collaborazione. E’ importante, in questi giorni, l’autorevole presenza italiana al G20 di Johannesburg e alla conferenza in Angola tra l’Unione europea e l’Unione africana. Il Cuamm è stato apripista. La solidarietà genera fiducia. E’ un antidoto alla rassegnazione, all’indifferenza”.
Mentre il direttore del CUAMM, don Dante Carraro, avevs ricordato le ‘sfide’ di quest’anno: “Lo scorso anno, all’Annual meeting di Torino, abbiamo lanciato una grande sfida: costruire una Scuola per infermieri e ostetriche a Bossangoa, un’area rurale della Repubblica Centrafricana, a 80 km dalla capitale. Pochi giorni fa, ero lì e l’abbiamo inaugurata, insieme alle autorità locali. E’ stata una grande festa, un bel traguardo. La prossima settimana i primi 30 studenti centrafricani inizieranno le lezioni, è l’inizio di un nuovo futuro per ciascuno di loro . Ma l’Africa è grande e i bisogni che ci interpellano sono tanti.
La sfida che accogliamo e rilanciamo per il 2026 si chiama Nekemte, in Etiopia. Un’area che ha accolto quasi 150.000 sfollati. Un sistema sanitario al collasso, un ospedale che straripa di pazienti, una struttura fatiscente. È qui che vogliamo dare una mano e fare la nostra parte. Ed è questo l’impegno che presentiamo al Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella e all’Italia intera. E’ il nostro modo concreto di dare forma a quel ‘continente verticale’ che il Presidente, in tante occasioni, ci ha invitato a immaginare e sognare. Grazie a chi vorrà essere con noi!”
Per questo nel gennaio dello scorso anno aveva lanciato un appello affinché il ‘Piano Mattei’ non restasse una cornice ‘vuota’: “Auspichiamo che il ‘Piano Mattei’ non rimanga una cornice vuota, ma sia fatto di interventi concreti. Finalmente l’Africa diventa un interlocutore riconosciuto con cui progettare un futuro comune, non soltanto una minaccia di cui aver paura. Ci piacerebbe che chi ha il potere di indirizzare le politiche future avesse il coraggio di scelte radicali, guidate dalla consapevolezza che siamo davvero tutti ‘sulla stessa barca’, come dice papa Francesco, e che il bene e il ‘ben-essere’ del prossimo, vicino e lontano, ci riguarda tutti”.
Allora l’Africa ha bisogno di un piano ‘Mattei’?
“L’Africa è un grande continente, con tante potenzialità e speranze. La proposta del Governo italiano, con il Piano Mattei ha, come primo merito, quello di riportare l’Africa al centro dell’attenzione. Le risorse previste sono cospicue (€ 3.000.000.000 dal Fondo per il clima, € 700.000.000/800.000.000 dal Fondo rotativo oltre ad una quota a dono). Gli ambiti di intervento, che vanno dall’istruzione, all’agricoltura, dall’energia, all’acqua fino a quello che ci sta più a cuore, la salute, sono di fondamentale importanza. In questi ambiti, ogni aiuto è prezioso. La speranza è che si arrivi presto ai fatti e che il ‘Piano Mattei’ non rimanga un’azione isolata”.
In quale modo è possibile rilanciare la cooperazione con gli Stati africani?
“Pensiamo che, innanzitutto, siano indispensabili due atteggiamenti: l’ascolto e il dialogo, a tutti i livelli. Accettare la sfida di operare in contesti fragilissimi, come quelli africani, richiede il rispetto di quella realtà, e forse anche di più: richiede di volerle bene, benché imperfetta, faticosa, talvolta surreale per i nostri parametri. Richiede di sapersi mettere nei panni del tuo interlocutore, di guadare la realtà con i suoi occhi per cooperare insieme”.
Quanto è importante il ruolo delle Ong per rilanciare la cooperazione?
E’ fondamentale. Esiste una cooperazione che parte dall’alto e va verso il basso, ‘top-down’ ed una cooperazione che parte dal basso, ‘bottom-up’. Come Cuamm crediamo molto a questa seconda prospettiva: si parte dai problemi concreti, dalle situazioni reali, dal quotidiano. E’ questo il ruolo delle Ong. È il nostro stile che si sintetizza in quel ‘con l’Africa’. Indica un camminare insieme alle popolazioni africane, in un continuo scambio reciproco”.
E’ possibile aiutarli a ‘casa loro’?
“Da oltre 70 anni, il Cuamm cerca di aiutare gli africani proprio lì dove sono nati, prendendosi cura della loro salute e investendo molto nella formazione delle risorse umane locali. La stragrande maggioranza di chi scappa, fugge dalla fame, dalla miseria, dalla paura. Il nostro impegno è quello di contribuire a un cammino di liberazione, accompagnarlo, gettare un seme. Dobbiamo investire con più forza e sinergia nel continente africano. I giovani che incontriamo ogni giorno ci chiedono di credere in loro, cercano una dignità spesso umiliata, chiedono formazione per costruire un futuro, lì nel proprio paese”.
Quali sono le ‘strategie’ per una ‘crescita comune’?
“Partire dai bisogni reali della gente, raccogliere dati e analizzarli in modo scientifico, per trovare risposte efficaci e realizzabili in contesti a poche risorse. E’ fondamentale il coinvolgimento non solo dei Governi e della classe dirigente, ma anche delle comunità e della società civile. Ma non ci sono ricette uguali per tutti. Un esempio? Il nostro impegno in Uganda. In questo paese abbiamo iniziato nel 1958. Nei primi due decenni potevamo contare su una quarantina di volontari tutti espatriati. Ora abbiamo solo medici ugandesi ed un italiano. Nel paese c’è una relativa stabilità e la gente è fiduciosa, crede nel futuro”.
Quale è l’impegno del Cuamm negli stati africani?
“Oggi il Cuamm è impegnato in otto paesi dell’Africa sub-Sahariana (Angola, Etiopia, Mozambico, Repubblica Centrafricana, Sierra Leone, Sud Sudan, Tanzania e Uganda), in 21 ospedali, 124 distretti, oltre 860 strutture sanitarie, 4 scuole per infermieri ed una università. ‘Paesi fragili’ ed ‘ultimo miglio’ sono le scelte prioritarie. Interveniamo a tutti i livelli del sistema sanitario, negli ospedali, nei centri di salute e nelle comunità, per la salute delle fasce più deboli della popolazione, le mamme e i bambini. Ma ci occupiamo anche di grandi endemie come malaria, Tb e Hiv/Aids, di malattie non trasmissibili. Molto importante è la formazione del personale locale a vari livelli, nelle scuole per infermieri e ostetriche, nelle università e on the job”.
(Tratto da Aci Stampa)
Il viaggio in Africa raccontato da papa Leone XIV
“Oggi desidero parlare del Viaggio apostolico che ho compiuto dal 13 al 23 aprile, visitando quattro Paesi africani: Algeria, Camerun, Angola e Guinea Equatoriale. Fin dall’inizio del pontificato ho pensato a un viaggio in Africa. Ringrazio il Signore che mi ha concesso di compierlo, come Pastore, per incontrare e incoraggiare il popolo di Dio; e anche di viverlo come messaggio di pace in un momento storico marcato da guerre e da gravi e frequenti violazioni del diritto internazionale. Ed esprimo il mio “grazie” più sentito ai Vescovi e alle Autorità civili che mi hanno accolto e a tutti coloro che hanno collaborato all’organizzazione”: nell’udienza generale di oggi papa Leone XIV ha ripercorso le tappe del viaggio compiuto, raccontando le sue impressioni.
Innanzitutto ha accontato la propria emozione visitando i luoghi di sant’Agostino: “La Provvidenza ha voluto che la prima tappa fosse proprio il Paese dove si trovano i luoghi di sant’Agostino, cioè l’Algeria. Così mi sono trovato, da una parte, a ripartire dalle radici della mia identità spirituale e, dall’altra, ad attraversare e consolidare ponti molto importanti per il mondo e la Chiesa di oggi: il ponte con l’epoca fecondissima dei Padri della Chiesa; il ponte con il mondo islamico; il ponte con il continente africano”.
Quindi ha sottolineato che la convivenza tra fedi è possibile: “In Algeria ho ricevuto un’accoglienza non solo rispettosa ma cordiale, e abbiamo potuto toccare con mano e mostrare al mondo che è possibile vivere insieme come fratelli e sorelle, anche di religioni diverse, quando ci si riconosce figli dello stesso Padre misericordioso. Inoltre, è stata l’occasione propizia per mettersi alla scuola di sant’Agostino: con la sua esperienza di vita, i suoi scritti e la sua spiritualità egli è maestro nella ricerca di Dio e della verità. Una testimonianza oggi quanto mai importante per i cristiani e per ogni persona”.
Poi ha raccontato la visita negli altri tre Stati a maggioranza cristiana: “Nei successivi tre Paesi che ho visitato, la popolazione è invece a larga maggioranza cristiana, e dunque mi sono immerso in un clima di festa della fede, di accoglienza calorosa, favorito anche dai tipici tratti della gente africana. Ho sperimentato anch’io, come i miei Predecessori, un po’ di quello che accadeva a Gesù con le folle della Galilea”.
E dal Camerun ha lanciato l’appello alla pace: “La visita in Camerun mi ha permesso di rafforzare l’appello a impegnarci insieme per la riconciliazione e la pace, perché anche quel Paese purtroppo è segnato da tensioni e violenze. Sono contento di essermi recato a Bamenda, nella zona anglofona, dove ho incoraggiato a lavorare insieme per la pace. Il Camerun è detto ‘Africa in miniatura’, in riferimento alla varietà e alla ricchezza della sua natura e delle sue risorse, ma possiamo intendere questa espressione anche nel senso che i grandi bisogni dell’intero continente li ritroviamo in Camerun: quello di un’equa distribuzione delle ricchezze; quello di dare spazio ai giovani, superando la corruzione endemica; quello di promuovere lo sviluppo integrale e sostenibile, opponendo alle varie forme di neo-colonialismo una lungimirante cooperazione internazionale”.
L’altro Stato visitato è stato l’Angola: “Come molti Paesi africani, dopo aver raggiunto l’indipendenza, l’Angola ha attraversato un periodo travagliato, che nel suo caso è stato insanguinato da una lunga guerra interna. Nel crogiolo di questa storia Dio ha guidato e purificato la Chiesa convertendola sempre più al servizio del Vangelo, della promozione umana, della riconciliazione e della pace. Chiesa libera per un popolo libero! Al Santuario mariano di Mamã Muxima, che significa ‘Madre del cuore’, ho sentito pulsare il cuore del popolo angolano”.
E’ stato felice nel constatare la passione nell’annuncio della Parola di Dio: “E nei diversi incontri ho visto con gioia tante religiose e tanti religiosi di ogni età, profezia del Regno dei cieli in mezzo alla loro gente; ho visto catechisti che si dedicano interamente al bene delle comunità; ho visto volti di anziani scolpiti da fatiche e sofferenze e trasparenti alla gioia del Vangelo; ho visto donne e uomini danzare al ritmo di canti di lode al Signore risorto, fondamento di una speranza che resiste alle delusioni causate dalle ideologie e dalle vane promesse dei potenti”.
Ed anche nella Guinea Equatoriale ha raccontato la gioia evangelizzatrice: “L’ultimo Paese che ho visitato è la Guinea Equatoriale, a 170 anni dalla prima evangelizzazione. Con la sapienza della tradizione e la luce di Cristo, il popolo guineano ha attraversato le vicende della sua storia e nei giorni scorsi, alla presenza del papa, ha rinnovato con grande entusiasmo la sua volontà di camminare unito verso un futuro di speranza”.
In ultimo ha raccontato il momento di preghiera tra i carcerati e l’incontro con i giovani: “Non posso dimenticare ciò che è accaduto nel carcere di Bata, in Guinea Equatoriale: i detenuti hanno cantato a gola spiegata un canto di ringraziamento a Dio e al Papa, chiedendo di pregare “per i loro peccati e la loro libertà”. Non avevo mai visto nulla di simile. E poi hanno pregato con me il ‘Padre nostro’ sotto una pioggia battente. Un segno genuino del Regno di Dio!
E sempre sotto la pioggia è iniziato il grande incontro con la gioventù nello stadio di Bata. Una festa di gioia cristiana, con testimonianze toccanti di giovani che hanno trovato nel Vangelo la via di una crescita libera e responsabile. Questa festa è culminata nella celebrazione eucaristica del giorno dopo, che ha coronato degnamente la visita in Guinea Equatoriale e anche l’intero Viaggio apostolico”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV: compito del sacerdote annunciare la pace e difendere i diritti umani
“Già quando qualche anno fa, nel quadro degli incontri proposti agli Alunni, venni qui a dare la mia testimonianza in qualità di Prefetto del Dicastero per i Vescovi, ebbi modo di riflettere sulla missione essenziale che svolge l’Alma mater dei Diplomatici pontifici. Oggi, a quasi un anno dall’inizio del mio Ministero petrino, accompagnato dal solerte impegno della Segreteria di Stato e delle Rappresentanze Pontificie, quei sentimenti hanno trovato conferma. Guardo perciò con profonda gratitudine alla storia di dedizione e di servizio che questa gioiosa ricorrenza celebra”: ieri visitando la Pontificia Accademia Ecclesiastica, in occasione dei 325 anni dalla sua fondazione, papa Leone XIV ha tratteggiato la figura del sacerdote diplomatico pontificio, messaggero dell’annuncio di pace, chiamato a difendere la famiglia umana e non solo la comunità cattolica.
Ed ha richiamato la storia della diplomazia vaticana: “Tale storia (radicata nella cattolicità stessa della Chiesa) nel corso dei secoli ha visto una catena ininterrotta di sacerdoti, provenienti da varie parti del mondo, contribuire con le proprie umili forze alla costruzione di quella unità in Cristo che, nella diversità delle origini, fa della comunione una caratteristica fondamentale del servizio diplomatico della Santa Sede”.
Una storia condensata in un motto, molto ‘caro’ a papa Francesco: “I passaggi di riforma, di cui l’ultimo in ordine di tempo voluto dal mio immediato Predecessore, di venerata memoria, hanno sempre mirato a custodire questa nota distintiva e costitutiva dell’azione della nostra diplomazia, chiamata ogni giorno a pregare e lavorare ‘ut unum sint’.
In particolare, i recenti mutamenti relativi a diversi aspetti della formazione accademica e intellettuale, hanno dato all’Istituzione l’autonomia necessaria per rinnovare l’impianto di studio delle discipline giuridiche, storiche, politologiche ed economiche, insieme a quello delle lingue in uso nelle relazioni internazionali”.
Ed ha delineato “alcuni tratti del Sacerdote diplomatico pontificio che, partecipando del ministero del Successore di Pietro, accoglie e coltiva una vocazione speciale a servizio della pace, della verità e della giustizia. Egli deve essere, prima di tutto, un messaggero dell’annuncio pasquale: ‘Pace a voi!’. Anche quando le speranze di dialogo e riconciliazione sembrano svanire e la pace ‘come la dà il mondo’ viene calpestata e messa a dura prova, voi siete chiamati a continuare a portare a tutti la parola di Cristo Risorto: ‘Vi lascio la pace, vi do la mia pace’.
E prima ancora di tentare di costruirla con le nostre povere forze, davanti a quanti non la ricercano come dono di Dio, la vostra missione vi chiama ad esserne ‘ponti’ e ‘canali’, perché la grazia che viene dal cielo possa farsi strada tra le pieghe della storia”.
Inoltre nella sua azione deve testimoniare Cristo, richiamando il suo discorso al Corpo diplomatico: “Il Diplomatico pontificio poi, (operando nei più diversi contesti culturali e negli Organismi Internazionali) è particolarmente inviato a testimoniare la Verità che è Cristo, portandone il messaggio nel consesso delle Nazioni, e facendosi segno del Suo amore per quella porzione di umanità, che è affidata alla sua missione di pastore, prima ancora che di diplomatico… Anche per questo è importante che portiate al mondo il Verbo della Vita, che si è rivelato non con l’affermazione di principi e idee astratti, ma facendosi carne”.
E’ stato un invito a difenderei diritti umani: “Ciò vi vuole promotori di tutte le forme di giustizia che aiutano a riconoscere, ricostruire e proteggere l’immagine di Dio impressa in ogni persona. Nella difesa dei diritti umani (tra cui spiccano quelli alla libertà religiosa e alla vita), vi raccomando perciò di continuare a indicare la strada, non della contrapposizione e della rivendicazione, ma della tutela per la dignità della persona, dello sviluppo per i popoli e per le comunità e della promozione della cooperazione internazionale. Sono questi i soli strumenti che consentono di avviare autentici cammini di pace”.
Inoltre, sempre ieri, è stato presentato il Padiglione della Santa Sede ‘L’Orecchio è l’Occhio dell’Anima’ alla 61^ Mostra Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia che si svolgerà fino al 22 novembre a cui sono intervenuti i curatori Hans Ulrich Obrist e Ben Vickers; l’artista Soundwalk Collective; p. Ermanno Barucco, responsabile del ‘Giardino Mistico’ di Venezia; Michele Coppola, Executive Director Arte Cultura e Beni Storici Intesa San Paolo; Teresa Teixeira, dst group Representative; ed il card. José Tolentino de Mendonça, prefetto del Dicastero per la Cultura e l’Educazione, che ha sottolineato le parole di papa Leone XIV di tornare a servire il ritmo della vita, secondo le indicazioni di sant’Ildegarda di Bingen:
“D’altronde, questo fu proprio il metodo di Ildegarda di Bingen, che credeva nella riconnessione dei legami che uniscono gli uomini e le società, e che sapeva che la trasformazione del mondo implica anche un’evoluzione spirituale, in cui le forme artistiche e scientifiche sono partecipanti attive. Per questo motivo, Ildegarda fu una religiosa e Lei stessa, una compositrice e cantante. Per questo motivo anche, unì lo studio dei testi sacri al lavoro visivo della pittura. Per questo motivo, infine, fu una maestra e predicatrice profetica, e al contempo una nota guaritrice, perita nelle scienze della medicina e della biologia”.
Oggi è necessario riscoprire tali ‘maestri polifonici’: “Il nostro tempo ha bisogno di nuovi maestri, e il profilo polifonico di Ildegarda può esserci d’aiuto come antidoto all’esasperazione delle monodie, ispirandoci nella gestazione di nuove visioni. Il nostro tempo ha bisogno di profeti culturali, capaci di superare i vicoli ciechi del linguaggio dominante ed esprimere ciò che Ildegarda chiamava la ‘lingua ignota’, ovvero: una forza immaginativa che sprona paradigmi sociali sempre più inclusivi e che motiva pratiche comunitarie e fraterne”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV: il Cuore di Cristo fonte di azione
“Accolgo con piacere il vostro desiderio che il papa benedica la prima pietra del ‘Centro Cuore’, la nuova grande opera del Policlinico Gemelli, intitolata a papa Francesco. Il nome Cuore, dato alla nuova struttura, mi offre lo spunto per la breve riflessione che condivido con voi”: questa mattina papa Leone XIV ha ricevuto una rappresentanza dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, dell’Istituto G. Toniolo, della Fondazione Policlinico A. Gemelli IRCCS e della Fondazione Roma, richiamando l’ultima enciclica di papa Francesco, ‘Dilexit nos’.
‘Cuore’ è l’acronimo di ‘Cardiovascular Unique Offer ReEngineered’: “Indica, cioè, con un acronimo, efficace nella sua immediatezza, quella parte del vasto villaggio che è il ‘Gemelli’ dove saranno concentrate le cure delle malattie cardiovascolari. Voi lo definite un nuovo modello organizzativo centrato sulla persona. E’ una sfida impegnativa, che vi auguro di affrontare con entusiasmo, collaborazione e anche preghiera. Ma la parola ‘cuore’, per il vostro Policlinico, dice molto di più, perché sta nel nome stesso dell’Università a cui appartiene: l’Università Cattolica del Sacro Cuore”.
Inoltre ha ricordato l’episodio in cui si decise il nome: “Quando arrivò il momento tanto atteso di chiedere il riconoscimento dello Stato per la nuova Università, molti consigliarono a padre Gemelli di non intitolarla al Sacro Cuore, perché quel titolo sarebbe risultato troppo devozionale. Ed il fondatore si pose onestamente il problema. Ma la Beata Armida Barelli non ebbe dubbi: l’Università doveva essere del ‘Sacro Cuore’, perché proprio al Cuore di Cristo si doveva la serie di ‘miracoli’ che avevano reso possibile l’impresa. Gemelli ascoltò la sua fidata collaboratrice e il nome fu approvato anche dalle autorità governative”.
E’ stata una scelta profetica, allo stesso modo di quella di papa Francesco per la sua ultima enciclica: “Nella sua prima parte, essa ricorda l’antropologia cristiana, che intende il cuore come centro e sintesi della persona umana… In questa parte dell’Enciclica voi potete ritrovare il quadro di principi e di valori che sono alla base della formazione nel vostro Policlinico, formazione che, in questa occasione, mi permetto semplicemente di incoraggiare: quanto più il ‘Gemelli’ cresce, tanto più dev’essere curata la formazione umana e cristiana di chi vi opera”.
In base a tali scelte papa Leone XIV ha invitato alla promozione della carità educativa e sociale, che hanno al centro della loro azione il cuore, suscitando tanti testimoni: “Il messaggio centrale della ‘Dilexit nos’ è però teologico e spirituale, incentrato sul mistero d’amore del Cuore di Cristo, fonte principale di ispirazione e di sostegno per la nostra vita e il nostro lavoro.
Come una fiamma perenne, questo amore ha suscitato nella Chiesa innumerevoli testimoni di carità, anche di carità educativa e sociale. Tra questi possiamo annoverare padre Gemelli, la Beata Armida Barelli e gli altri fondatori dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. Sappiamo quanto Gemelli avesse a lungo desiderato la Facoltà di medicina e siamo certi che egli dall’alto continua ad accompagnare gli sviluppi, in particolare questa iniziativa del Centro Cuore”.
In precedenza aveva ricevuto in udienza Sua Grazia Sarah Mullally, ricordando il ‘memorabile incontro’ di 60 anni fa tra l’arcivescovo Michael Ramsey e san Paolo VI, quando fu annunciato il primo dialogo teologico tra anglicani e cattolici: “Da allora, gli Arcivescovi di Canterbury e i Vescovi di Roma hanno continuato a incontrarsi per pregare insieme, e sono lieto che oggi proseguiamo questa tradizione. Sono inoltre grato per il ministero del Centro Anglicano a Roma, anch’esso istituito sessant’anni fa, e saluto in modo particolare il Direttore del Centro, il Vescovo Anthony Ball, che lei questa sera nominerà suo Rappresentante presso la Santa Sede”.
Quindi ha sottolineato il suo impegno per l’unità, scelto come proprio ‘motto’ quando è stato nominato papa, per superare le divisioni: “Mentre il nostro mondo sofferente ha un profondo bisogno della pace di Cristo, le divisioni tra cristiani indeboliscono la nostra capacità di essere efficaci portatori di quella pace. Se vogliamo che il mondo prenda a cuore la nostra predicazione, pertanto, dobbiamo essere costanti nelle nostre preghiere e nei nostri sforzi per rimuovere qualsiasi pietra d’inciampo che ostacoli la proclamazione del Vangelo”.
E’ stato un invito a camminare insieme verso la ‘piena comunione’: “Certamente questo cammino ecumenico è stato complesso. Sebbene siano stato compiuti molti progressi su questioni storicamente divisive, negli ultimi decenni sono sorti nuovi problemi, rendendo il cammino verso la piena comunione più difficile da discernere. So che anche la Comunione Anglicana sta affrontando molte delle stesse questioni al presente.
Tuttavia, non dobbiamo permettere a queste sfide costanti di impedirci di cogliere ogni occasione possibile per proclamare insieme Cristo al mondo… Da parte mia, aggiungo che sarebbe uno scandalo anche se non continuassimo a lavorare per superare le nostre differenze, per quanto possano sembrare insormontabili”.
(Foto: Santa Sede)
Dalla festa di santa Rita da Cascia un messaggio di pace che attraversa i confini del mondo
A un mese dalla Festa, Cascia si prepara ad accogliere uno degli appuntamenti più attesi e partecipati dell’anno, capace ogni volta di unire fede, emozione e comunità. Il 22 maggio 2026 la Festa di Santa Rita torna a riunire migliaia di pellegrini provenienti da tutto il mondo per rendere omaggio a Santa Rita, tra le Sante più amate, simbolo universale di perdono, pace e speranza. Un evento che è insieme spirituale e popolare, ma anche profondamente solidale e benefico, capace di trasformare la devozione in gesti concreti di vicinanza ai più fragili e di rin-novare, anno dopo anno, il suo valore come uno dei momenti più significativi della devozione in-ternazionale.
L’edizione 2026 assume un significato particolarmente rilevante per il forte richiamo al tema della pace, in continuità con il messaggio di santa Rita e con le parole di papa Leone XIV. Entrambi, appartenenti all’Ordine agostiniano, condividono una visione fondata su perdono, riconciliazione e unità. Questo legame si rafforza ulteriormente quest’anno grazie al gemellaggio che ha unito Cascia a Chicago, città natale del Papa, dove è stata accesa la Fiaccola del Perdono e della Pace di Santa Rita. La fiaccola sarà poi benedetta dal Pontefice il 20 maggio in Piazza San Pietro, suggellando un simbolico legame tra comunità e continenti e rafforzando un messaggio universale di pace:
“Nel tempo che stiamo vivendo, attraversato da conflitti e profonde divisioni, il messaggio di Santa Rita risuona con una forza ancora più urgente e necessaria, dichiara Suor Maria Grazia Cossu, madre Badessa del monastero. La sua vita ci insegna che la pace non è un’utopia, ma una scelta concreta che nasce dal perdono, dalla riconciliazione e dal coraggio di amare anche quando è più difficile”. La madre Badessa sottolinea inoltre il valore simbolico della Fiaccola, che quest’anno unisce idealmente Cascia, Chicago e Roma:
“E’ molto più di un segno: è un appello che attraversa i confini e interpella la coscienza di ciascuno. In sintonia con il forte richiamo alla pace di Papa Leone XIV, vogliamo dire con chiarezza che non possiamo abituarci alla guerra, né rassegnarci alla divisione”. Un messaggio che si traduce in un invito concreto: “A Santa Rita affidiamo il grido di pace che sale dai popoli e dalle famiglie, perché si trasformi in gesti di dialogo, accoglienza e fraternità. E’ questo oggi il compito che ci viene consegnato: essere, ciascuno nel proprio quotidiano, costruttori di pace”.
A condividere questo richiamo è anche Padre Joseph L. Farrell, Priore Generale dell’Ordine Agostiniano, che il 21 maggio alle 16,30 presiederà la Santa Messa per la famiglia agostiniana: “E’ per me una gioia partecipare per la prima volta come Priore Generale le celebrazioni in onore di Santa Rita, testimone luminosa di pace e di perdono. In un tempo segnato da tante ferite, sentiamo ancora più urgente l’appello alla pace che viene dalla sua testimonianza e che oggi risuona con forza anche nelle parole di papa Leone XIV. Come famiglia agostiniana ci riconosciamo profondamente in questo invito a costruire relazioni riconciliate, fondate sulla misericordia e sul dialogo. Celebrare Santa Rita significa rinnovare il nostro impegno a essere operatori di pace, nella Chiesa e nel mondo”.
A rafforzare il valore simbolico dell’iniziativa è anche Padre Giustino Casciano, rettore della Ba-silica di Santa Rita da Cascia, che ha accompagnato la Fiaccola fino a Chicago: “Quest’anno la festa di Santa Rita è segnata da un segno particolarmente significativo: la Fiaccola del Perdono e della Pace che ritorna a Cascia dalla città natale del Papa Leone XIV. Un cammino che culminerà il 20 maggio a Roma con la benedizione del Santo Padre. E’ un gesto che unisce idealmente luoghi e comunità diverse, nella speranza che questo messaggio di pace e di perdono, così attuale e necessario, possa raggiungere il cuore di tutti e tradursi in scelte concrete di riconciliazione e fraternità””.
Inoltre il 21 maggio alle ore 10 saranno presentate le ‘Donne di Rita’, alle quali sarà assegnato il Riconoscimento Internazionale Santa Rita 2026, che dal 1988 dà visibilità e voce a donne che, come la Santa degli impossibili, vivono nella quotidianità valori universali quali pace, dialogo, solidarietà e perdono. Donne di pace, prima di tutto. Donne che hanno scelto il perdono anche quando sembrava impossibile, dimostrando che la pace non è un’idea astratta, ma nasce da gesti concreti, quotidiani, spesso silenziosi. E’ proprio da questi piccoli gesti – un incontro, una parola, una mano tesa – che può prendere forma una riconciliazione capace di cambiare le persone e le comunità.
L’edizione di quest’anno è dedicata a donne che, come Santa Rita, hanno attraversato prove durissime segnate dalla perdita del marito e dei figli. Un dolore profondo che, nelle loro vite, si è trasformato in un cammino di amore, fede e apertura agli altri, diventando testimonianza concreta di speranza per tutta la comunità.
Le figure che incarnano questi valori sono: Fanni Curi, Lucia Di Mauro e Mirna Pompili.
Fanni Curi da Roma ha vissuto la perdita del figlio Luca, morto a soli otto anni dopo una grave malattia. Un dolore che non l’ha chiusa nella sofferenza, ma che ha saputo trasformare in un cammino di fede e amore condiviso, aiutando i senza tetto e i più fragili. Riceve il Riconoscimento Internazionale Santa Rita 2026 per aver trasformato la perdita del fi-glio in un percorso di fede, amore e dedizione agli altri, diventando segno concreto di speranza e rinascita.
Lucia Di Mauro da Napoli, invece dopo l’uccisione del marito, ha scelto di trasformare il dolore in un impegno al fianco dei più fragili. Il suo percorso l’ha portata a incontrare e perdonare uno degli assassini, avviando un cammino di riconciliazione. Ha accompagnato Antonio in un percorso di responsabilità e cambiamento, andandolo a trovare in carcere e sostenendolo nel suo cammino di vita. Riceve il Riconoscimento Internazionale Santa Rita 2026 per aver scelto la via del perdono e della riconciliazione, trasformando una tragedia personale in un impegno concreto per gli altri e in una testimonianza di speranza.
Infine Mirna Pompili da Palestrina ha perso la figlia Camilla in un tragico incidente, affrontando un dolore devastante. Fin da subito ha scelto la via del perdono, avvicinandosi alla persona responsabile con compassione. Riceve il Riconoscimento Internazionale Santa Rita 2026 per aver testimoniato una straordinaria capacità di perdono, trasformando il dolore più grande in un esempio autentico di amore, miseri-cordia e speranza.
Come ogni anno la Festa di Santa Rita si traduce anche in impegno concreto capace di dare forma ai valori della santa. Lo fa attraverso l’azione della Fondazione Santa Rita da Cascia, ente filantropico nato per volontà dello stesso Monastero, che sostiene i più fragili in Italia e nel mondo, con numerosi progetti. Per la Festa 2026, la Fondazione lancia la campagna di raccolta fondi per l’avvio dell’Oasi Santa Rita, progetto del Monastero Santa Rita da Cascia che punta a creare a Porto Recanati, sul mare delle Marche, una struttura ricettiva non profit dedicata all’accoglienza di persone con disabilità e chi se ne prende cura.
Il progetto, sviluppato in più fasi pluriennali, con un investimento stimato di € 2.400.000 per la sola ristrutturazione dell’immobile, vuole dar vita a un luogo innovativo, col quale generare reale cambiamento sociale: dall’assistenza alla promozione di autonomia, partecipazione e qualità della vita, affinché la vacanza diventi un diritto accessibile a tutti. Per sostenere la missione e ricevere in dono lo speciale bracciale della Festa di Santa Rita, si può visitare il sito festadisantarita.org .
Papa Leone XIV non è a favore della guerra
Papa Leone XIV è ritornato a Roma a conclusione del viaggio apostolico in Africa e nel colloquio con i giornalisti ha ribadito che la sua prima missione è l’annuncio del Vangelo, e con una battuta ‘scherzosa’ li ha invitati ad essere preparati per un prossimo viaggio: “Buongiorno a tutti, spero che stiate bene, che siete pronti per un altro viaggio. Già con le batterie cariche!”.
Però prima di rispondere alle domande dei giornalisti ha chiarito che il suo punto di vista è quello da papa, che annuncia il Vangelo: “Quando faccio un viaggio, parlo per me stesso, però oggi come papa, vescovo di Roma, è soprattutto un viaggio apostolico pastorale per trovare, accompagnare e conoscere il popolo di Dio. Molte volte l’interesse è piuttosto politico: ‘Cosa dice il Papa sul tema o su un altro tema? Perché non giudica il governo in un Paese o in un altro?’.
E ci sono tante cose da dire certamente. Ho parlato di giustizia e ci sono temi lì. Ma quella non è la prima parola: il viaggio è da interpretare soprattutto come l’espressione di voler annunciare il Vangelo, di proclamare il messaggio di Gesù Cristo, che allora è un modo per avvicinarsi al popolo nella sua felicità, nella profondità della sua fede, ma anche nella sua sofferenza. Lì, certo, molte volte è necessario fare dei commenti o cercare come incoraggiare lo stesso popolo ad assumere responsabilità nella sua vita”.
Inoltre ha sottolineato il suo ‘dovere’ di parlare con tutti: “E’ importante parlare anche con i capi di Stato, per incoraggiare un cambiamento di mentalità o un’apertura maggiore a pensare il bene del popolo, una possibilità di vedere questioni come la distribuzione dei beni di un Paese. Nei colloqui che abbiamo avuto abbiamo fatto un po’ di tutto, però soprattutto vedere, incontrare il popolo con questo entusiasmo.
Sono molto contento di tutto il viaggio, ma vivere, accompagnare, camminare con il popolo della Guinea Equatoriale è stata veramente una benedizione con l’acqua… Loro contenti con le piogge l’altro giorno, ma soprattutto questo segno di condividere con una Chiesa universale quello che celebriamo nella nostra fede”.
La prima domanda al papa è stata rivolta dal vaticanista del Tg1 sulla pace in un mondo in guerra: “Vorrei cominciare a dire che bisogna promuovere un nuovo atteggiamento e una cultura per la pace. Tante volte, quando valutiamo certe situazioni, subito la risposta è che bisogna entrare con la violenza, con la guerra, attaccando. Quello che abbiamo visto è che tanti innocenti sono morti.
Ho appena visto la lettera di alcune famiglie dei bambini che sono morti nel primo giorno dell’attacco. E loro parlano del fatto che ormai hanno perso i loro figli, le figlie, i bambini che sono morti in quello (attacco). La questione non è se cambia il regime, non cambia il regime, la questione è come promuovere i valori in cui crediamo senza la morte di tanti innocenti”.
Ha ribadito la complessità della guerra in Medio Oriente: “La questione dell’Iran è evidentemente molto complessa. Le stesse trattative che stanno facendo, un giorno l’Iran dice sì e gli Stati Uniti dicono di no e viceversa, e non sappiamo dove si va. Si è creata questa situazione caotica, critica per l’economia mondiale, ma poi anche c’è tutta una popolazione in Iran di persone innocenti che stanno soffrendo per questa guerra.
Quindi sul cambio di regime sì o no: non è chiaro quale regime ci sia in questo momento, dopo i primi giorni degli attacchi di Israele e Stati Uniti all’Iran. Piuttosto vorrei incoraggiare la continuazione del dialogo per la pace, che le parti cerchino di mettere tutti gli sforzi per promuovere la pace, allontanare la minaccia della guerra e che si rispetti il diritto internazionale”.
Ritornando con il pensiero al viaggio in Libano il papa ha sottolineato l’importanza di ‘proteggere’ gli innocenti, incoraggiando i governanti alla pace: “E’ molto importante che gli innocenti siano protetti, come non è avvenuto in diversi luoghi. Io porto con me una foto di un bambino musulmano che nella visita in Libano stava lì aspettando con un cartello dicendo ‘Benvenuto Papa Leone’, poi in questa ultima parte della guerra è stato ucciso.
Sono tante le situazioni umane e penso che dobbiamo avere la capacità di pensare in questa forma. Come Chiesa,(lo dico di nuovo) come pastore, non posso essere a favore della guerra. E vorrei incoraggiare tutti a fare gli sforzi per cercare risposte che vengono da una cultura di pace e non di odio e divisione”.
In vista del prossimo viaggio apostolico in Spagna ancora una domanda sull’immigrazione: “Il tema dell’immigrazione è molto complesso e colpisce molti Paesi, non solo Spagna, non solo Europa, Stati Uniti, è un fenomeno mondiale! Quindi una risposta mia inizia con una domanda: cosa fa il Nord del mondo per aiutare il Sud del mondo o quei Paesi dove i giovani oggi non trovano un futuro e quindi vivono questo sogno di voler andare verso il Nord? Tutti vogliono andare verso il Nord, ma tante volte il Nord non ha risposte su come offrire loro delle possibilità. Molti soffrono… Il tema del traffico di esseri umani, il ‘trafficking’, fa parte anche della migrazione. Personalmente credo che uno Stato ha il diritto di porre regole alle sue frontiere”.
Anche se è consapevole che anche nel flusso migratorio c’è bisogno di ‘ordine’ il papa ha chiamato i Paesi più ricchi alla responsabilità: “Non dico che tutti debbano entrare senza un ordine, creando a volte nei luoghi dove vanno situazioni più ingiuste rispetto a quelle che hanno lasciato. Però, detto questo, mi chiedo: cosa facciamo nei Paesi più ricchi per cambiare la situazione nei Paesi più poveri? Perché non possiamo cercare, sia con aiuti di Stato sia con gli investimenti delle grandi imprese ricche, delle multinazionali, di cambiare la situazione nei Paesi come quelli che abbiamo visitato in questo viaggio?”
Ed uno dei modi per diminuire l’emigrazione è garantire i diritti: “L’Africa per molte persone è considerata un luogo dove si può andare a prendere i minerali, prendere le sue ricchezze per la ricchezza di altri, in altri Paesi. Forse a livello mondiale dovremmo lavorare di più per promuovere maggiore giustizia, uguaglianza e lo sviluppo di questi Paesi dell’Africa perché non abbiano la necessità di emigrare in altri Paesi, in Spagna…
E l’altro punto che vorrei affrontare è che, in ogni caso, sono esseri umani e dobbiamo trattare gli esseri umani in modo umano, non trattarli molte volte peggio degli animali. C’è una sfida molto grande: un Paese può dire di non poter ricevere più di questo, però quando arrivano le persone, sono esseri umani e meritano il rispetto che spetta a ogni essere umano per la sua dignità”.
Infine l’ultima domanda è ritornata sul regime iraniano: “Io condanno tutte le azioni ingiuste. Condanno l’uccisione di persone. Condanno la pena di morte. Credo che la vita umana debba essere rispettata e che la vita di tutte le persone (dal concepimento alla morte naturale) debba essere rispettata e protetta. Quindi quando un regime, quando un Paese prende decisioni che tolgono ingiustamente la vita ad altre persone, è evidentemente qualcosa che va condannato”.
(Foto: Vatican Media)
Gaza: Banca Etica lancia un crowdfunding per la Global Sumud Flotilla
Per sostenere la seconda missione della Global Sumud Flotilla verso Gaza è possibile partecipare al crowdfunding promosso da Banca Etica su Produzioni dal Basso. La raccolta ha già raggiunto più di 10mila euro e mira a reperire le ulteriori risorse necessarie per permettere ai volontari e agli attivisti di navigare fino a Gaza per rompere l’assedio, portare aiuti e puntare di nuovo i fari sull’intollerabile crisi umanitaria e del diritto internazionale che da oltre due anni si sta consumando a Gaza.
Le imbarcazioni, partite da Barcellona, stanno facendo rotta verso la Sicilia per unirsi alla delegazione italiana e salpare alla volta di Gaza. L’iniziativa è stata presentata ieri a Roma alla Camera dei Deputati e domani a Siracusa in una conferenza stampa a cui è intervenuto Francesco Carfì, referente per il crowdfunding di Banca Etica, che ha precisato:
“Banca Etica è orgogliosa di poter affiancare gli attivisti della Global Sumud Flotilla in questa importante missione, che è contemporaneamente umanitaria e politica, e che mostra come l’attivismo e la mobilitazione possano imporre alle agende politiche i temi essenziali dei diritti umani e del rispetto del diritto internazionale.
Chi non può salire a bordo può mobilitarsi ogni giorno sostenendo il crowdfunding e scegliendo la finanza etica. Da sempre Banca Etica rifiuta di investire in armi e petrolio, così come in titoli di Stato israeliani e in tutte le imprese incluse nella lista ONU delle realtà che traggono profitto dall’occupazione illegale della Palestina”.
Tutte le informazioni per donare a questo link: https://www.produzionidalbasso.com/project/global-sumud-flotilla-ripartiamo/
Papa Francesco nella memoria della Chiesa
“Nel primo anniversario della morte del caro Papa Francesco, è viva nella Chiesa e nel mondo la sua memoria. Assente da Roma per il Viaggio apostolico in Africa, mi associo spiritualmente a quanti si raccoglieranno nella Basilica Liberiana per offrire il Sacrificio eucaristico in suffragio del mio Predecessore. Saluto con affetto, insieme con i Cardinali, i Vescovi, i sacerdoti e i religiosi, i pellegrini giunti per testimoniargli affetto e riconoscenza”: con una lettera al decano del Collegio cardinalizio, card. Giovan Battista Re, ieri papa Leone XIV ha ricordato papa Francesco ad un anno dalla morte.
Nel messaggio il papa ha sottolineato la sua missione fondata sulla misericordia: “Il suo magistero è stato vissuto da discepolo-missionario, come amava dire. E’ rimasto discepolo del Signore, fedele al suo Battesimo e alla consacrazione nel ministero episcopale, fino alla fine. E’ stato anche missionario, annunciando il Vangelo della misericordia ‘a tutti, a tutti, a tutti’, come ebbe a dire più volte. I benefici suscitati dalla sua testimonianza di Pastore sollecito ha contagiato il cuore di tanta gente, sino agli estremi confini della terra, grazie anche ai pellegrinaggi apostolici e specialmente a quell’ultimo ‘viaggio’ che è stata la sua malattia e la sua morte”.
Ed instancabilmente ha annunciato a tutti la Buona Novella: “Ancora sentiamo risuonare le sue esortazioni, espresse con parole eloquenti, per rendere più comprensibile la lieta notizia: misericordia, pace, fratellanza, odore delle pecore, ospedale da campo e tante altre. Ognuna di queste espressioni ci riporta al Vangelo da Lui vissuto con un linguaggio nuovo che annuncia lo stesso Vangelo di sempre
Papa Francesco ha nutrito una profonda devozione a Maria in tutta la sua vita; ricordiamo, infatti, che si è recato tante volte a Santa Maria Maggiore, luogo della sua sepoltura, e in molti santuari mariani sparsi nel mondo”.
Inoltre nella basilica liberiana è stata celebrata dal card. Re una messa in suo suffragio: “Ad un anno dal passaggio da questa terra alla casa del Padre il ricordo vivo di Francesco è nei pensieri e nei cuori di tutti. Dall’Africa il papa si unisce a noi ed è spiritualmente presente con noi”.
Inoltre Biagio Maimone, coordinatore nazionale per l’Italia della Rete Mondiale del Turismo Religioso e direttore della comunicazione della Fondazione ‘Bambino Gesù del Cairo’, presieduta da mons. Yoannis Lazhi Gaid, già segretario personale di papa Francesco, ha sottolineato la grandezza del papa: “Di straordinaria rilevanza è stato l’impegno di papa Francesco, il quale, nel corso del suo pontificato, ha costantemente ribadito come Cristo sia venuto nel mondo per portare la salvezza ai poveri, agli emarginati e agli ultimi della terra”.
La peculiarità del papa defunto è stato il continuo richiamo al cristianesimo: “Papa Francesco ha evidenziato la necessità di un ritorno al cristianesimo delle origini, fondato sulle parole e sull’esempio di Gesù, quale obiettivo primario del cattolicesimo contemporaneo. In tale prospettiva, il suo operato si pone in continuità ideale con quello di Francesco d’Assisi, il quale avvertì l’urgenza di “restaurare” la Chiesa del suo tempo, riconducendola al suo autentico fondamento evangelico”.
Un papa che ha proposto un rinnovamento della Chiesa: “Analogamente, papa Francesco (che può essere definito il ‘Papa della Pace’ e della ‘verità storica’) ha perseguito un percorso di rinnovamento ecclesiale volto a riportare al centro dell’azione pastorale l’attenzione verso gli ultimi, verso quanti vivono ai margini della società e soffrono a causa dell’esclusione, del razzismo e delle ingiustizie sociali, politiche ed economiche”.
Ha proposto un cambiamento: “Il Pontefice si è fatto promotore di un cambiamento profondo, fondato sull’idea di una ‘giustizia basata sulla misericordia’, distinta dalla giustizia meramente terrena, spesso segnata da limiti, contraddizioni e parzialità. Tale visione richiama una giustizia superiore, radicata nell’amore divino, inteso come principio universale di inclusione e dignità.
In questa prospettiva, la lotta alla povertà trova il suo fondamento nell’amore, nella sua espressione più alta, ossia la misericordia, che non esclude nessuno e promuove autentiche condizioni di equità sociale. Papa Francesco ha così delineato una Chiesa impegnata concretamente nella cura delle ferite dell’umanità, secondo un approccio che può essere definito ‘poetica della fede’, in cui l’azione concreta diviene espressione creativa della fede stessa”.
Una visione di una nuova cultura della vita: “Tale visione implica un impegno concreto da parte di credenti e non credenti nella costruzione di nuovi diritti e opportunità per i più vulnerabili, in un percorso condiviso che valorizzi il dialogo interculturale e interreligioso…
Papa Francesco ha così promosso una nuova cultura della vita, invitando Oriente e Occidente a collaborare nella ricostruzione di un ordine mondiale più equo, trasformando la crisi delle certezze contemporanee in occasione di rinnovamento. Il cristianesimo, in questa prospettiva, indica nell’amore l’unica verità stabile e duratura”.
(Foto: Vatican Media)




























