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Papa Leone XIV: trasmettere ciò che si è ricevuto

“Come sapete, oggi nella Chiesa universale si celebra la memoria liturgica del martirio di san Giovanni Battista. La sua figura può aiutarci molto a riflettere sulla missione degli evangelizzatori oggi nella Chiesa e nel mondo attuali… Se rileggiamo con attenzioni i primi capitoli del quarto Vangelo possiamo scoprire qual è la chiave di ogni scuola di evangelizzazione: rendere testimonianza di ciò che si è contemplato, dell’incontro che si è avuto con il Dio della vita… Questa è la missione della Chiesa, questa è la missione di ogni cristiano”: oggi papa Leone XIV ha ricevuto in udienza i membri della ‘Scuola di Evangelizzazione Sant’Andrea’, indicando come modelli san Giovanni Battista e l’evangelista Giovanni.

Ciò che indica san Giovanni Battista è il cammino del cristiano: “Cari fratelli e sorelle, questa è la nostra vocazione come battezzati, pertanto dobbiamo trasmettere ciò che a nostra volta abbiamo ricevuto, affinché tutti diveniamo uno in Cristo. In questi giorni di pellegrinaggio, vi invito in modo particolare a contemplare le vite dei santi che, come san Giovanni Battista, sono stati fedeli seguaci di Gesù Cristo, manifestandolo in parole e in opere di bene”.

Inoltre oggi è stato reso pubblico un video messaggio di papa Leone XIV alla provincia agostiniana di Villanova, negli USA, registrato nel periodo di riposo a Castel Gandolfo; “Mentre registro questo messaggio sono lontano dal caldo di Roma e sto trascorrendo un po’ di tempo a Castel Gandolfo per pregare, riflettere e riposare un po’. Vi farà piacere sapere che la chiesa parrocchiale di questa cittadina fuori Roma è dedicata a san Tommaso da Villanova, conosciuto come padre dei poveri, un frate e vescovo agostiniano straordinariamente dotato che ha dedicato la propria vita al servizio dei poveri”.

Per il papa è importante essere partecipe dell’Ordine di sant’Agostino: “Come agostiniani cerchiamo ogni giorno di essere all’altezza dell’esempio del nostro padre spirituale, sant’Agostino. Essere riconosciuto come agostiniano è un onore molto sentito. Devo tanto di ciò che sono allo spirito e agli insegnamenti di sant’Agostino, e sono grato a tutti voi per i molti modi in cui le vostre vite mostrano un profondo impegno verso i valori di veritas, unitas, caritas”.

Ed ha tracciato un breve ritratto: “Sant’Agostino, come sapete, è stato uno dei grandi fondatori del monachesimo, vescovo, teologo, predicatore, scrittore e dottore della Chiesa. Ma questo non è avvenuto dalla sera alla mattina. La sua vita è stata piena di tentativi ed errori, proprio come le nostre”.

Però la sua conversione è dovuta alla madre: “Tuttavia, attraverso la grazia di Dio, attraverso le preghiere di sua madre, Monica, e della comunità di brave persone intorno a lui, Agostino è riuscito a trovare la via della pace per il suo cuore inquieto. La vita di sant’Agostino e la sua vocazione a guidare servendo, ricordano a tutti noi che possediamo doti e talenti donati da Dio e che il nostro scopo, la nostra realizzazione e la nostra gioia derivano dal restituirli nell’amorevole servizio a Dio e al nostro prossimo”.

Inoltre ha ricordato gli agostiniani missionari in America: “Siamo sostenuti dall’esempio di frati agostiniani come padre Matthew Carr e padre John Rossiter, il cui spirito missionario li ha spinti, alla fine del Settecento, ad andare a portare la buona novella del Vangelo nel servizio degli immigrati irlandesi e tedeschi, in cerca di una vita migliore e di tolleranza religiosa”.

E’ un’eredità che non va dispersa: “Ancora oggi siamo chiamati a portare avanti questa eredità di servizio amorevole verso tutto il popolo di Dio. Nel Vangelo Gesù ci ricorda di amare il prossimo, e questo ci sfida, ora più che mai, a ricordarci di vedere oggi il prossimo con gli occhi di Cristo, che tutti noi siamo creati a immagine e somiglianza di Dio, attraverso l’amicizia, le relazioni, il dialogo e il rispetto reciproco. Possiamo vedere oltre le nostre differenze e scoprire la nostra vera identità di fratelli e sorelle in Cristo”.

Quindi è  un invito ad essere costruttori di pace: “Sant’Agostino ci ricorda che prima di parlare dobbiamo ascoltare, e come Chiesa sinodale siamo incoraggiati a impegnarci nuovamente nell’arte di ascoltare attraverso la preghiera, il silenzio, il discernimento e la riflessione. Abbiamo l’opportunità e la responsabilità di ascoltare lo Spirito Santo; di ascoltarci gli uni gli altri; di ascoltare le voci dei poveri e delle persone ai margini, le cui voci hanno bisogno di essere udite. Sant’Agostino ci esorta a prestare attenzione e ad ascoltare il Maestro interiore, la voce che parla da dentro ognuno di noi. E’ nei nostri cuori che Dio ci parla”.

Per questo ha chiesto di ascoltare con l’attenzione del cuore: “Il mondo è pieno di rumore, e le nostre menti e i nostri cuori possono essere sommersi da diversi tipi di messaggi. Questi messaggi possono alimentare la nostra irrequietezza e rubare la nostra gioia. Come comunità di fede, cercando di costruire una relazione con il Signore, possiamo noi cercare di filtrare il rumore, le voci divisive nelle nostre menti e nei nostri cuori, e aprirci agli inviti quotidiani a imparare a conoscere meglio Dio e il suo amore. Quando sentiamo la voce amorevole e rassicurante del Signore, la possiamo condividere con il mondo mentre cerchiamo di diventare una cosa sola in Lui”.

(Foto: Santa Sede)

I cristiani restano nella Terra Santa

“Venerdì scorso abbiamo accompagnato con la preghiera e con il digiuno i nostri fratelli e le nostre sorelle che soffrono a causa delle guerre. Torno oggi a rivolgere un forte appello sia alle parti implicate che alla comunità internazionale affinché si ponga termine al conflitto in Terra Santa, che tanto terrore, distruzione e morte ha causato. Supplico che siano liberati tutti gli ostaggi, si raggiunga un cessate-il-fuoco permanente, si faciliti l’ingresso sicuro degli aiuti umanitari e venga integralmente rispettato il diritto umanitario, in particolare l’obbligo di tutelare i civili e i divieti di punizione collettiva, di uso indiscriminato della forza e di spostamento forzato della popolazione.

Mi associo alla Dichiarazione congiunta dei Patriarchi greco-ortodosso e latino di Gerusalemme, che ieri hanno chiesto di porre fine a questa spirale di violenza, di porre fine alla guerra e di dare priorità al bene comune delle persone”: al termine dell’udienza generale di mercoledì scorso papa Leone XIV ha fatto un appello per la pace in Medio Oriente, come hanno chiesto i Patriarchi di Terra Santa.

Nel frattempo la società civile internazionale ha lanciato una mobilitazione per Gaza attraverso la ‘Global Sumud Flotilla’, che riprende la ‘Marcia dei Cinquecento’ di Sarajevo con un gruppo di imbarcazioni civili che solcheranno le acque del Mediterraneo per tentare di rompere il blocco navale e l’assedio che tiene imprigionata la popolazione:

“Sono anni che mettiamo in mare iniziative di questo tipo ma di fronte al genocidio in corso abbiamo deciso di fare un salto di qualità organizzando la più grande missione marittima civile mai tentata verso Gaza. Ci saranno decine di imbarcazioni in rappresentanza di decine di paesi con la partecipazione di migliaia di volontari”. Le prime barche salperanno domenica 31 agosto da Barcellona e da Genova con a bordo tonnellate di aiuti umanitari; il resto della flotta prenderà il largo il 4 settembre dalla Tunisia, dalla Grecia e dalla Sicilia.

Infatti nei giorni scorsi il Patriarcato Greco Ortodosso di Gerusalemme e quello del Patriarcato Latino di Gerusalemme hanno fatto una dichiarazione congiunta, in cui è stata ribadita la grave situazione a Gaza: “Qualche settimana fa, il governo israeliano ha annunciato la sua decisione di prendere il pieno controllo della città di Gaza. Negli ultimi giorni, i media hanno ripetutamente riferito di una massiccia mobilitazione militare e dei preparativi per un’imminente offensiva.

Le stesse notizie indicano che la popolazione della città di Gaza, dove vivono centinaia di migliaia di civili (e dove si trova la nostra comunità cristiana) sarà evacuata e trasferita a sud della Striscia. Al momento della presente dichiarazione, sono già stati emessi ordini di evacuazione per diversi quartieri della città di Gaza. Continuano ad arrivare notizie di pesanti bombardamenti. Si registrano ulteriori distruzioni e morti in una situazione già drammatica prima dell’inizio dell’operazione”.

Ed hanno preso la decisione di non abbandonare Gaza: “Dallo scoppio della guerra, il complesso greco-ortodosso di San Porfirio e quello latino della Sacra Famiglia sono stati un rifugio per centinaia di civili. Tra loro ci sono anziani, donne e bambini. Nel complesso latino ospitiamo da molti anni persone con disabilità, assistite dalle Suore Missionarie della Carità. Come gli altri abitanti della città di Gaza, anche i rifugiati che vivono nella struttura dovranno decidere secondo coscienza cosa fare.

Tra coloro che hanno cercato riparo all’interno delle mura dei complessi, molti sono indeboliti e malnutriti a causa delle difficoltà degli ultimi mesi. Lasciare Gaza City e cercare di fuggire verso sud equivarrebbe a una condanna a morte. Per questo motivo, i sacerdoti e le suore hanno deciso di rimanere e continuare a prendersi cura di tutti coloro che si troveranno nei due complessi”.

Riprendendo le parole di papa Leone XIV i patriarchi hanno ribadito la necessità di porre termine alla violenza da entrambi le parti: “Non è questa la giusta via. Non vi è alcuna ragione che giustifichi lo sfollamento deliberato e forzato di civili. E’ tempo di porre fine a questa spirale di violenza, di porre fine alla guerra e di dare priorità al bene comune delle persone.

C’è stata abbastanza devastazione, nei territori e nella vita delle persone. Non vi è alcuna ragione che giustifichi tenere dei civili prigionieri o ostaggi in condizioni drammatiche. E’ ora che le famiglie di tutte le parti in causa, che hanno sofferto a lungo, possano avviare percorsi di guarigione. Con uguale urgenza, facciamo appello alla comunità internazionale affinché agisca per porre fine a questa guerra insensata e distruttiva, e affinché le persone scomparse e gli ostaggi israeliani possano tornare a casa”.

Per questo la Chiesa italiana ha espresso solidarietà e sostegno ai Patriarchi latino e greco ortodosso di Gerusalemme: “Uniamo le nostre voci a quelle di Papa Leone XIV e dei Patriarchi di Gerusalemme per invocare il dono della pace e chiedere, con determinazione, che la comunità internazionale intervenga in modo tempestivo per fermare questa barbarie, una strage insensata che sta seminando morte, distruzione e dolore.

Con il Papa supplichiamo che siano liberati tutti gli ostaggi, si raggiunga un cessate il fuoco permanente, si faciliti l’ingresso sicuro degli aiuti umanitari, e venga integralmente rispettato il diritto umanitario, in particolare l’obbligo di tutelare i civili e i divieti di punizione collettiva, di uso indiscriminato della forza, e di spostamento forzato della popolazione”.

Ed al tema della pace sarà dedicato il Consiglio Episcopale Permanente che si terrà dal 22 al 24 settembre a Gorizia, dove martedì 23 settembre è in programma un momento di preghiera per la pace in tutto il mondo con i giovani di Italia e Slovenia.

(Foto: Cei)

Papa Leone XIV: i migranti sono messaggeri di speranza

“La  111^ Giornata Mondiale del Migrante e Rifugiato, che il mio predecessore ha voluto far coincidere con il Giubileo dei migranti e del mondo missionario, ci offre l’occasione di riflettere sul nesso tra speranza, migrazione e missione”: nel messaggio intitolato ‘Migranti, missionari di speranza’, che si celebra il 4-5 ottobre, papa Leone XIV riflette sul nesso tra speranza, migrazione e missione.

La mobilità umana è generata per lo più dalla ricerca di una felicità che guerre, ingiustizie, crisi climatica mettono a dura prova: “Il contesto mondiale attuale è tristemente segnato da guerre, violenze, ingiustizie e fenomeni meteorologici estremi, che obbligano milioni di persone a lasciare la loro terra d’origine per cercare rifugio altrove. La generalizzata tendenza a curare esclusivamente gli interessi di comunità circoscritte costituisce una seria minaccia alla condivisione di responsabilità, alla cooperazione multilaterale, alla realizzazione del bene comune e alla solidarietà globale a vantaggio di tutta la famiglia umana.

La prospettiva di una rinnovata corsa agli armamenti e lo sviluppo di nuove armi, incluse quelle nucleari, la scarsa considerazione degli effetti nefasti della crisi climatica in corso e le profonde disuguaglianze economiche rendono sempre più impegnative le sfide del presente e del futuro”.

Quindi chi si muove va alla ricerca della speranza: “Questo collegamento tra migrazione e speranza si rivela distintamente in molte delle esperienze migratorie dei nostri giorni. Molti migranti, rifugiati e sfollati sono testimoni privilegiati della speranza vissuta nella quotidianità, attraverso il loro affidarsi a Dio e la loro sopportazione delle avversità in vista di un futuro, nel quale intravedono l’avvicinarsi della felicità, dello sviluppo umano integrale”.

Per questo la loro migrazione può essere rintracciata nel libro della Genesi: “In un mondo oscurato da guerre e ingiustizie, anche lì dove tutto sembra perduto, i migranti e i rifugiati si ergono a messaggeri di speranza. Il loro coraggio e la loro tenacia è testimonianza eroica di una fede che vede oltre quello che i nostri occhi possono vedere e che dona loro la forza di sfidare la morte nelle diverse rotte migratorie contemporanee”.

Essi ricordano la dimensione ‘pellegrina’: “I migranti e i rifugiati ricordano alla Chiesa la sua dimensione pellegrina, perennemente protesa verso il raggiungimento della patria definitiva, sostenuta da una speranza che è virtù teologale. Ogni volta che la Chiesa cede alla tentazione di ‘sedentarizzazione’ e smette di  essere civitas peregrina (popolo di Dio pellegrinante verso la patria celeste), essa smette di essere ‘nel mondo’ e diventa ‘del mondo’. Si tratta di una tentazione presente già nelle prime comunità cristiane”.

Quindi possono essere ‘pellegrini’ di speranza: “In modo particolare, migranti e rifugiati cattolici possono diventare oggi missionari di speranza nei Paesi che li accolgono, portando avanti percorsi di fede nuovi lì dove il messaggio di Gesù Cristo non è ancora arrivato o avviando dialoghi interreligiosi fatti di quotidianità e di ricerca di valori comuni. Essi, infatti, con il loro entusiasmo spirituale e la loro vitalità possono contribuire a rivitalizzare comunità ecclesiali irrigidite ed appesantite, in cui avanza minacciosamente il deserto spirituale”.

Per questo l’evangelizzazione si realizza con la testimonianza: “Si tratta di una vera missio migrantium (missione realizzata dai migranti) per la quale devono essere assicurate un’adeguata preparazione e un sostegno continuo frutto di un’efficace cooperazione inter-ecclesiale. Dall’altro lato, anche le comunità che li accolgono possono essere una testimonianza viva di speranza.

Speranza intesa come promessa di un presente e di un futuro in cui sia riconosciuta la dignità di tutti come figli di Dio. In tal modo migranti e rifugiati sono riconosciuti come fratelli e sorelle, parte di una famiglia in cui possono esprimere i loro talenti e partecipare pienamente alla vita comunitaria”.

Papa Leone XIV alla Conferenza dell’Amazzonia: annunciare Gesù per la cura della casa comune 

Papa Leone XIV

“La missione della Chiesa di annunciare il Vangelo a tutti gli uomini, il trattamento equo dei popoli che abitano l’Amazzonia e la cura della casa comune”: sono le tre dimensioni pastorali proposte da papa Leone XIV ai vescovi della Conferenza ecclesiale dell’Amazzonia (Ceama), riunitisi fino al 20 agosto a Bogotá, in Colombia. L’indicazione del papa è contenuta in un telegramma a firma del segretario di Stato, card. Pietro Parolin, inviato al presidente della Ceama, mons. Pedro Ricardo Barreto Jimeno, nel quale ha ribadito la necessità dell’annuncio cristiano:

“E’ essenziale che Gesù Cristo, nel quale tutte le cose si ricapitolano, sia annunciato con chiarezza e immensa carità tra gli abitanti dell’Amazzonia, di modo che ci impegniamo a dare loro il pane fresco e puro della buona novella e il nutrimento celeste dell’Eucaristia, unico modo per essere veramente popolo di Dio e corpo di Cristo”.

All’annuncio di Cristo è correlata la giustizia: “In questa missione, siamo spinti dalla certezza, confermata dalla storia della Chiesa, laddove si predica il nome di Cristo, l’ingiustizia arretra in modo proporzionale, poiché, come afferma l’apostolo Paolo, ogni sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo scompare se siamo capaci di accoglierci gli uni gli altri come fratelli”.

Ciò significa anche prendersi cura della ‘casa comune’: “Nell’ambito di questa dottrina perenne, non meno evidente è il diritto e il dovere di prenderci cura della ‘casa’ che Dio Padre ci ha affidato come amministratori premurosi, affinché nessuno distrugga irresponsabilmente i beni naturali che parlano della bontà e della bellezza del Creatore, né, tanto meno, si sottometta ad essi come schiavo o adoratore della natura, poiché queste cose ci sono state date per raggiungere il nostro fine di lodare Dio e ottenere così la salvezza delle nostre anime”.

Nella prima giornata dei lavori, sono intervenuti i cardinali presidente e vicepresidente della Ceama, p. Pedro Ricardo Barreto Jimeno e p. Leonardo Ulrich Steiner, il card. Michael Czerny, prefetto del Dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale,  e mons. Lizardo Estrada Herrera, segretario generale del Consiglio episcopale latinoamericano (Celam).

La Strenna salesiana invita a vivere la libertà da credenti

“Anno dopo anno la Strenna si presenta come una opportunità per tutta la Famiglia Salesiana per convenire attorno ad un tema particolare, affinché, attraverso la preghiera e la riflessione, l’ascolto e la condivisione, la chiamata di ogni Gruppo possa trovare cibo per il proprio cammino spirituale, carismatico e pastorale”: così inizia la ‘Strenna 2026’, intitolata ‘Fate quello che vi dirà: credenti, liberi per servire’, presentata dal Rettor Maggiore dei Salesiani, don Fabio Attard.

Se la speranza è stato il tema centrale della Strenna di quest’anno 2025 quello del prossimo anno è dedicato all’evento del 150^ anniversario della prima spedizione missionaria salesiana: “L’evento del 150° anniversario della prima spedizione missionaria salesiana è stato un’opportunità molto concreta e reale, attraverso cui abbiamo riscoperto come per don Bosco la forza della speranza generava nel suo cuore quel coraggio che lo ha sostenuto nella scoperta del progetto di Dio e nel deciso impegno di metterlo in pratica. Leggendo a fondo questo evento possiamo dire che la speranza è stata il motore del cuore pastorale di don Bosco. E’ la speranza che lo ha reso capace di leggere i segni dei tempi e di guardare al mondo sostenuto dalla sua fede in Dio”.

Ed ha ripercorso lo spirito missionario di san Giovanni Bosco: “Se è vero che don Bosco viveva a Torino, è ancor più vero che il suo cuore e la sua mente abitavano il mondo intero. La sua speranza, una volta scoperto il progetto di Dio, diventava fonte di certezza e di piena convinzione che bisogna seguirlo, con fede, fino in fondo, senza timore e senza tentennamenti. I primi salesiani intuivano la forza della speranza che animava il cuore e la mente di don Bosco”.

L’espressione ‘Fate quello che vi dirà’ attinge al brano biblico delle nozze a Cana, dal vangelo di Giovanni per aderire ad una chiamata ‘cristiana’: “Fate quello che vi dirà non è una semplice citazione biblica, ma un vero e proprio manifesto spirituale e pastorale. L’invito, il comando esce dalla bocca di Maria proprio all’inizio dello stesso Vangelo. Il contesto che prevedeva un momento di festa d’un tratto rischia di finire male, un fallimento totale: manca il vino. In questa situazione di crisi e di difficoltà, Maria, la madre premurosa, semplicemente invita i servi a stare attenti a quello che Gesù dirà quando arriva la sua ora”.

Il passo evangelico, infatti, è un invito all’ascolto: “Le parole di Maria ai servi di Cana racchiudono una pedagogia dell’ascolto come anche della risposta. Una pedagogia che contrasta ogni forma di obbedienza passiva. Maria non dice semplicemente ‘obbedite’, ma invita a un ascolto personale, attivo e pro-attivo: ‘quello che vi dirà’. E’ un invito alla fiducia nella persona di Cristo, una fiducia che diventa un gesto di responsabilità che a sua volta genera libertà autentica”.

Mentre il sottotitolo della Strenna (‘Credenti, liberi per servire’) traccia “una traiettoria esistenziale: dalla fede nasce la libertà, dalla libertà scaturisce il servizio, cioè una libertà che, vissuta, rende gli altri liberi. Non si tratta di una sequenza cronologica, ma di una dinamica vitale, dove ogni elemento alimenta e si sostiene dagli altri. Non si può essere credenti stando lontani e distaccati da ciò che può e deve generare vita, gioia e comunione.

Credere significa scommettere, scommettere tutto se stesso. Credere spinge fuori del recinto della comodità che si rassegna soltanto a ‘commentare’ la storia. Credere è un’esperienza che fa nascere e contribuisce alla costruzione di una società più giusta. Credere diventa energia che alimenta quei processi verso una umanità più riuscita”.

Per questo occorre percorrere il cammino di una fede generativa, come sosteneva san Giovanni Bosco, chiedendo ai ragazzi di essere ‘buoni cristiani ed onesti cittadini’: “La proposta della Strenna segue una progressione che richiama il metodo del discernimento cristiano: riconoscere – interpretare – scegliere. E’ un percorso che evita sia l’attivismo cieco e sottomesso che una spiritualità disincarnata e intimistica.

E’ un invito a intraprendere quella strada che si apre davanti a noi quando accettiamo con fede l’invito della Parola. Una strada segnata dalla fiducia e dalla responsabilità. E’ la strada che caratterizza la migliore tradizione salesiana: aiutare i giovani ad avere e dare fiducia, accompagnarli ed educarli a fare scelte che li responsabilizzano, in vista dell’obiettivo di formarsi buoni cristiani e onesti cittadini”.

Per questo occorre comprendere i segni dei tempi: “La storia che abitiamo, con le sue sfide, va ‘incontrata’ con empatia. Questo atteggiamento esprime un gesto d’amore attivo verso la realtà che ci circonda. Come educatori e pastori credenti, non accettiamo di cadere in quell’immobilismo che ci fa solo subire passivamente gli eventi. La nostra è una chiamata a ‘riconoscere’ le sfide con intelligenza spirituale. E’ un passo cruciale e decisivo: il riconoscimento è frutto del discernimento, cioè di quella capacità che sa leggere in profondità ciò che accade. Solo in questo modo si evitano letture catastrofiche e disfattiste”.

Per tale motivo fede e ragione non devono essere separate: “Nel contesto salesiano, fede e ragione sono sempre considerate alleate, portate avanti con la consapevolezza che il necessario equilibrio è un cammino delicato quanto urgente. Il rischio di un approccio puramente orizzontale nasce da scelte egocentriche che pretendono di misurare tutto con criteri esclusivamente umani. La conseguenza è che si riduca la fede, e per conseguenza ogni proposta di educazione alla fede, a mera proposta razionale.

Qui abbiamo l’invito a chiarire il fatto che non si tratta di svalutare la ragione, ma di evitare che essa diventi l’unico criterio di giudizio, oscurando la dimensione del mistero e della grazia. Sono dimensioni irrinunciabili per ogni ecosistema di educazione integrale”.

In conclusione la Strenna è un invito alla libertà, seguendo il ‘sogno’ di san Giovanni Bosco: “In questa logica viviamo la nostra chiamata con libertà autentica. E’ una libertà che ci spinge a fare scelte a favore dei giovani e di tutti coloro a cui sta mancando il ‘vino’ della speranza. E’ una libertà che ci porta a rafforzare l’impegno per una promozione umana integrale. Don Bosco fin dall’inizio ‘immaginava’ un grande movimento di persone che insieme a lui e come lui potessero contribuire per il bene della gioventù. Ebbene, questo è il sogno di don Bosco che continua oggi”.

Da Roma una Chiesa che parla al popolo del web

“E’ la missione che la Chiesa oggi affida anche a voi; che siete qui a Roma per il vostro Giubileo; venuti a rinnovare l’impegno a nutrire di speranza cristiana le reti sociali e gli ambienti digitali. La pace ha bisogno di essere cercata, annunciata, condivisa in ogni luogo; sia nei drammatici luoghi di guerra, sia nei cuori svuotati di chi ha perso il senso dell’esistenza e il gusto dell’interiorità, il gusto della vita spirituale.

Ed oggi, forse più che mai, abbiamo bisogno di discepoli missionari che portino nel mondo il dono del Risorto; che diano voce alla speranza che ci dà Gesù Vivo, fino agli estremi confini della terra; che arrivino dovunque ci sia un cuore che aspetta, un cuore che cerca, un cuore che ha bisogno. Sì, fino ai confini della terra, ai confini esistenziali dove non c’è speranza”: con queste parole papa Leone XIV ha salutato i missionari digitali e gli influencer al primo giubileo svoltosi a Roma dal 28 al 29 luglio, che ha visto la partecipazione di quasi 1800 persone provenienti  da 75 nazioni.

L’evento è stato aperto dal segretario di Stato, card. Pietro Parolin, con una lettura teologica e pastorale: “Cari giovani, cari comunicatori, mi pare un’esperienza molto arricchente e bella vedere voi che solitamente vi incontrate nelle reti sociali venire qui, insieme, per celebrare il Giubileo della speranza. Ciò che caratterizza l’umano è la capacità di farsi delle domande, la domanda di oggi è: come il mondo digitale, che sta trasformando rapidamente le dinamiche sociali, può comunicare la fede?”.

Lo stile cristiano della missione digitale deve partire dalla sapienza della Chiesa che “ci propone alcune strade: essere nel mondo ma non del mondo, essere nel tempo ma non essere del tempo… Più che di strategie dobbiamo parlare di una presenza intrisa di umanità, una testimonianza di vita evangelica e una disponibilità all’ascolto”.

Infine ha richiamato l’urgenza di uno sguardo personale e sacro sull’altro con una missione da compiere: “Ogni persona è un volto, non un profilo e la sua storia è sacra, non un insieme di dati… La missione digitale presuppone uno stile cristiano. Fare nuovo l’ambiente digitale è la sfida che attende tutti voi, sentitela come la vostra missione, consapevoli che ciò che viviamo non è solo un’evoluzione tecnica ma un cambiamento d’epoca, che influisce anche sulla percezione del tempo, delle relazioni”.

Mentre mons. Rino Fisichella, pro-prefetto del Dicastero per l’evangelizzazione, aveva evidenziato il legame profondo tra questo Giubileo e quello dei giovani: “Non è un caso che abbiamo scelto l’inizio del Giubileo dei giovani per dare vita al primo Giubileo degli influencer: a voi la grande responsabilità di raccontare ciò che in questi giorni avviene. Questo incontro vuole essere un impegno a coniugare i contenuti con le persone, non si può fare evangelizzazione senza gli evangelizzatori, né gli evangelizzatori possono essere tali se non sentono l’urgenza di evangelizzare e di essere evangelizzati a loro volta”.

Salutando i presenti mons. Lucio Ruiz, segretario del Dicastero della comunicazione ha offerto le giornate a Dio: “Bisogna essere coscienti che chi ci ha chiamato alla missione digitale è il Signore, fonte di tutti i doni che abbiamo…. La missione digitale è importante per la Chiesa e il fondamento della missione anche sui mezzi digitali è la testimonianza della nostra vita”.

A dare profondità spirituale alle giornate è stato il gesuita p. David McCallum, direttore esecutivo del Discerning Leadership Program, con l’intervento, dal titolo ‘Connessi alla Parola’, ha proposto una lettura spirituale della connessione digitale, riportando il focus sull’unica vera connessione che dà senso a tutte le altre: quella con il Signore.

P. Antonio Spadaro, sottosegretario del Dicastero per la Cultura e l’Educazione, ha rotto ogni ansia da fenomeni del web: “Non sei un algoritmo. Sei un’anima. L’algoritmo sa tutto di te. Sa dove clicchi, quanto resti su un video, cosa ti attrae, cosa ti ferma. Ma l’algoritmo non sa chi sei, chi tu sei veramente. Non conosce la tua verità. Non sa cosa ti muove, cosa ti ferisce, cosa ti salva. Solo tu lo sai. Solo Dio lo sa. Nel back-end di ogni piattaforma ci sono dati, metriche, analytics. Ogni click è tracciabile, ogni interazione misurabile. Il sistema digitale ci vuole sempre più prevedibili, analizzabili, misurabili. Ma l’anima non si misura. L’amore non si misura. La grazia non si può calcolare…

Essere influencer oggi significa resistere alla tentazione di diventare una macchina che produce contenuti. Voi non siete una macchina. Siete vite. Siete persone. Siete presenze. Ogni volta che create, pubblicate, rispondete, non dimenticatevi che siete molto di più di quello che il feed racconta. Il vostro valore non è nel numero di like, ma nella verità che riuscite a portare”.

Durante le giornate ci sono stati vari interventi, tra cui quello di Father Sandesh Manuel, che ha cantato la sua canzone ‘Carlo Acutis pray for us’ creando un’atmosfera di festa unica; è toccato poi a Jonathan Roumie, il protagonista della serie ‘The Chosen’ ed il sacerdote influencer statunitense don Michael Schmitz, seguiti dalle testimonianze di chi ha raccontato i beati ‘influencer’: Piergiorgio Frassati, Carlo Acutis e Chiara Luce Badano.

Nel saluto di benvenuto Rosy Russo, coordinatrice del Gruppo italiano di ‘La Chiesa ti ascolta’, ha sottolineato il valore della ‘rete’: “Noi missionari digitali siamo quindi una rete nella Rete. La Rete, da luogo potenzialmente fertile di dialogo, si è spesso trasformata in un’arena dove le parole feriscono, escludono, gridano. Per questo servono persone che abitino i social con uno spirito diverso. Sono, siamo, donne e uomini, laici e suore, preti, frati, che ogni giorno scelgono di stare online con lo stile evangelico dell’ascolto, del rispetto, della cura delle parole, per costruire una esperienza concreta di comunicazione attenta, responsabile, vera. Senza urlare, senza dividere, scegliendo il silenzio prima di rispondere con rabbia, cercando le parole giuste prima di postare. Vuol dire guardare anche nel commento più aggressivo una domanda inascoltata”.

A conclusione di queste giornate abbiamo chiesto a mons. Lucio Ruiz di tracciare un resoconto: “Innanzitutto una grandissima gioia di vedere nei partecipanti un amore per Gesù e per la Chiesa pazzesco con un’interiorità molto profonda. Abbiamo dedicato tempo alla preghiera ed alla riflessione: è stato molto importante: questo mi ha colpito moltissimo. I  momenti di silenzio e di confronto sono stati molto importanti: questo indica quale è la missione degli influencer ‘cattolici’, che non è semplicemente postare in internet, ma trasmettere la fede vissuta oggi”.

‘Reti dove si possa ricucire ciò che si è spezzato, dove si possa guarire dalla solitudine, non contando il numero dei follower, ma sperimentando in ogni incontro la grandezza infinita dell’Amore… Reti che liberano, reti che salvano. Reti che ci fanno riscoprire la bellezza di guardarci negli occhi. Reti di verità’. Papa Leone XIV ha chiesto di abitare la rete: in quale modo?

“Siete voi che ci avete insegnato in quale modo si abita la rete attraverso la presenza e la testimonianza cristiana, aiutando a chi è nel bisogno. Avete uno stile importante e questo non è banale. Dobbiamo certamente imparare ad usare meglio la rete attraverso una migliore formazione; però non è un cammino che non inizia certamente da zero”.

‘La fede, in quanto relazione viva, non si lascia ridurre a un sistema di indicatori di performance. Il contenuto realmente evangelico non nasce da un calendario editoriale, ma da un’esperienza di senso che brucia dentro e non può essere taciuta. E’ il fuoco, non la visibilità, il vero criterio. Un post, un video, un gesto comunicativo diventano significativi non perché virali, ma perché abitati da una verità che interroga”. Con queste parole p. Antonio Spadaro ha fornito alcune tracce direzionali: quale cammino si prospetta?

“P. Spadaro è stato brillante con una conferenza magistrale interessante. C’è molto materiale per studiare come proseguire questo cammino da un punto di partenza diverso per ciascuno, ma che conduce sempre verso Gesù”.

Inoltre abbiamo raccolto la testimonianza di don Alberto Ravagnani, founder di ‘Fraternità’ e di ‘Laboratorium’ che ci ha spiegato quanto sono influencer i cattolici: “Sono influencer nel momento in cui riescono ad ‘influenzare’ la vita delle persone accanto a loro. Quindi essere un influencer cattolico non vuol dire essere famoso, ma essere capaci di ‘influenzare’ gli altri’ con il Vangelo. In ogni modo tutti possono essere ‘influenti’, come ha detto il card. Tagle nella celebrazione eucaristica, se lasciano un seme nel mondo”.

Il papa ha ribadito la necessità di essere rete: è possibile?

“Come Chiesa siamo chiamati ad essere una ‘rete’ di reti. La Chiesa è una comunione di molteplici individualità e può vivere nel mondo come un ‘intreccio’ di relazioni: la Chiesa è relazione. Quindi nella misura in cui le nostre relazioni riescono ad  accogliere ed a coinvolgere altre persone la rete si amplia e la Chiesa compie la Parola di Dio: essere pescatori di uomini, come Gesù ha detto a Pietro. Essere rete tra persone di tutti i tempi in ogni luogo”.

Molti giovani di tutti i continenti: la Chiesa come risponde alle esigenze dei giovani?

“Oggi il mondo giovanile va ascoltato, perché i ragazzi e le ragazze sono diversi rispetto agli adulti. Hanno cervello diverso da quello degli adulti per porre domande; quindi se non c’è un ascolto profondo ed una considerazione reale di quello che vivono è difficile dare loro ciò che hanno bisogno per crescere bene e per approfondire la fede. Questo raduno di giovani a Roma non debba essere la possibilità per la Chiesa di parlare a tanti, ma soprattutto la possibilità di ascoltare fino in fondo le loro esigenze. Questa è la conversione a cui siamo chiamati: passare da una Chiesa che parla ai giovani, ad una Chiesa che li lascia parlare ”.

In conclusione la testimonianza di Nicola Camporiondo, 160.000 persone che lo seguono, giovane studente in teologia, fornisce la qualità dei partecipanti: “Parlare di fede sui social è abbastanza impegnativo. Nella rete c’è molta curiosità, perché un conto è sentire parlare di fede un sacerdote, altro conto un giovane laico. I ragazzi percepiscono la Chiesa come un linguaggio non loro. Quindi come Gesù che parlava un linguaggio accessibile a tutti, così per parlare ai giovani oggi sono necessari ‘piccoli’ linguaggi capaci di far capire l’universalità e l’importanza del messaggio evangelico”.

Quindi in quale modo parlare di fede ai giovani?

“E’ bene calare il Vangelo nella quotidianità giornaliera, che per un ragazzo non è per niente scontato. Tanti ragazzi, che mi seguono nella rete, mi ringraziano in quanto si sentono meno soli. Questo avrei voluto provare anche io, quando anni fa nella mia parrocchia ero solo in mezzo a persone di età ‘elevata’. Quindi se riesco regolarmente a far sentire meno solo un ragazzo od una ragazza che vive nella sua parrocchia è un obiettivo raggiunto”.

L’Associazione Ospitalità Religiosa Italiana aderisce al World Religious Tourism Network (WRTN)

L’Associazione Ospitalità Religiosa Italiana (ORI) https://ospitalitareligiosa.it/ ha annunciato con soddisfazione di essere stata accolta nel World Religious Tourism Network (WRTN), http://www.tourismandsocietytt.com/red-mundial-turismo-religioso rete internazionale che rappresenta un’importante piattaforma di confronto e collaborazione tra realtà culturali e religiose di 18 diversi Paesi, con l’obiettivo di promuovere una visione inclusiva e pacifica del turismo spirituale.

Coordinatore per l’Italia del Network è il giornalista, scrittore e comunicatore Biagio Maimone, da tempo attivo nella promozione del valore etico e interculturale del viaggio come strumento di conoscenza e fratellanza tra i popoli.

L’ingresso dell’Associazione nel WRTN intende offrire un contributo concreto alla crescita e al consolidamento di questa iniziativa globale, portando l’esperienza maturata nel contesto italiano dell’accoglienza religiosa e dell’ospitalità solidale. Con oltre 1300 strutture aderenti e 3000 censite sul territorio nazionale, l’Associazione si pone come punto di riferimento per un’accoglienza ispirata ai valori dell’incontro, della spiritualità e del servizio, in dialogo con il mondo:

“Entrare a far parte del WRTN – afferma il Presidente dell’Associazione, Fabio Rocchi – rappresenta un naturale sviluppo della nostra missione, rafforzando i legami internazionali e offrendo nuove opportunità di confronto e crescita per tutte le strutture religiose italiane. La dimensione spirituale del viaggio è oggi più che mai uno strumento potente per costruire ponti tra culture e fedi diverse”.

Con questa nuova collaborazione, l’Associazione Ospitalità Religiosa Italiana intende rafforzare il proprio impegno verso un turismo ispirato ai valori della solidarietà, della sostenibilità e della pace, contribuendo al disegno di un mondo più aperto, accogliente e fraterno.

Papa Leone XIV: la resurrezione è fonte di speranza davanti alla morte

Stamattina ho ricevuto la triste notizia di un tuo compagno che viaggia con te in pellegrinaggio, il tuo compagno pellegrino, tua sorella che è morta inaspettatamente ieri sera credo. E, naturalmente, la tristezza che la morte porta a tutti noi è qualcosa di molto umano e molto comprensibile, soprattutto essendo così lontani da casa e in un’occasione come questa quando ci riuniamo davvero per celebrare la nostra fede con gioia. E poi all’improvviso, ci viene ricordato in modo molto potente, che la nostra vita non è superficiale, né abbiamo il controllo sulla nostra vita, né sappiamo come dice Gesù stesso, né il giorno né l’ora in cui per qualche ragione la nostra vita terrena finisce.

Ma mentre impariamo anche nel Vangelo, ciò che Marta e Maria scoprirono quando il loro fratello Lazzaro era morto, e quando Gesù non era con loro all’inizio, ma poi venne diversi giorni dopo la sua morte, e la loro comprensione era che Gesù è la vita e la risurrezione”: con queste parole papa Leone XIV ha incontrato i pellegrini compagni di viaggio della giovane egiziana Pascale Rafic, morta la notte scorsa mentre partecipava al Giubileo dei Giovani.

Disposti in cerchio i giovani hanno ascoltato il papa che ha accanto mons. Jean-Marie Chami, titolare di Tarso e ausiliare della Chiesa Patriarcale di Antiochia dei Greco-Melkiti per l’Egitto, il Sudan e il Sud Sudan, che guida il loro pellegrinaggio, il significato della fede: “E così in un certo modo, mentre celebriamo questo anno giubilare di speranza, ci viene ricordato in modo molto potente quanto la nostra fede in Gesù Cristo abbia bisogno di essere parte di ciò che siamo, di come viviamo, di come ci rendiamo conto l’un l’altro, e specialmente di come continuiamo ad andare avanti nonostante tali esperienze così dolorose.

Sant’Agostino ci dice che quando qualcuno muore, naturalmente, è molto umano e molto naturale piangere, sentire quel dolore, sentire la perdita di qualcuno che ci è caro, eppure dice anche, non piangete come fanno i pagani, perché anche noi abbiamo visto Gesù Cristo morire sulla croce e risorgere dai morti”.

Per questo sant’Agostino invita ad avere speranza nella resurrezione: “Ed è la nostra speranza nella risurrezione, che è la fonte ultima della nostra speranza, e parliamo di un Anno Giubilare della Speranza, la nostra speranza è in Gesù Cristo che è risorto. E chiama tutti noi a rinnovare la nostra fede, chiama tutti noi ad essere amici, fratelli e sorelle gli uni degli altri, a sostenerci gli uni gli altri, e dice che anche voi dovete essere testimoni di quel messaggio evangelico. E per tutti voi ha toccato la vostra vita in modo molto personale e diretto oggi”.

Però la preghiera può essere un modo per rafforzare la fede: “Così, abbiamo pensato almeno, in mezzo a questo dolore, che tutti voi sperimentate per la perdita della vostra amica, che almeno per avere questa opportunità di riunirci per pregare, rinnovare la nostra fede, e di chiedere a Dio sia il riposo eterno di nostra sorella ma anche per il rafforzamento e la consolazione, il rafforzamento della nostra fede e di essere rinnovati nella speranza e come Chiesa, come fratelli e sorelle, ci siamo quindi riuniti per questo motivo”.

Ed ecco la preghiera conclusiva come richiesta per la presenza del Signore: “Perciò chiediamo al Signore di essere con noi, di essere con tutti voi, mentre vivete questi giorni del pellegrinaggio dell’Anno Giubilare della Speranza e che sarete tutti protetti anche con l’amore di Dio e la grazia di Dio. Il Signore sia con voi. Possa la benedizione di Dio onnipotente venire su tutti voi nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Amen. Che Dio sia con voi e donate la pace ai vostri cuori”.

In precedenza aveva incontrato gli artisti che animeranno la serata di questa sera a Tor Vergata: “Ho voluto avere questo piccolo incontro, diciamo famigliare, con voi proprio questa mattina, sapendo della bellezza, dell’arte, della musica, di tutti i vostri talenti che offrite a questo grande pubblico che abbiamo a Roma in questi giorni. Più di mezzo milione, dicono, forse un milione di giovani che sono venuti da tanti Paesi del mondo”.

Tale incontro con i giovani è stato definito dal papa un privilegio: “Per me è un privilegio, è una benedizione poter partecipare in questa missione, in questo servizio, come Vescovo di Roma, come Santo Padre, conoscendo soprattutto la fede, l’entusiasmo e la gioia che condividiamo e che dà voce a quello che abbiamo nel nostro cuore, e che è soprattutto il desiderio di trovare la felicità, la gioia, l’amore; di sperimentare la fede anche con i doni che il Signore ci ha dato: la musica, il ballo e tante forme artistiche che voi condividerete questo pomeriggio con i giovani.

E’ veramente un dono per noi tutti e per tutta la Chiesa, e vi ringrazio sinceramente. Grazie a voi per questo momento e chiedo a Dio che vi benedica e vi aiuti ad accompagnare questi giovani che hanno anche tanto bisogno di trovare la vera gioia, la vera felicità che troviamo tutti in Gesù Cristo”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone XIV chiede agli influencer cattolici di riparare le reti

“E quanto abbiamo bisogno di pace in questo nostro tempo dilaniato dall’inimicizia e dalle guerre. E quanto ci chiama alla testimonianza, oggi, il saluto del Risorto: ‘Pace a voi!ì’. La pace sia con tutti noi. Nei nostri cuori e nel nostro agire. Questa è la missione della Chiesa: annunciare al mondo la pace! La pace che viene dal Signore, che ha vinto la morte, che ci porta il perdono di Dio, che ci dona la vita del Padre, che ci indica la via dell’Amore!”: al termine della celebrazione eucaristica per il giubileo degli Influencer e dei Missionari digitali celebrata dal card. Luis Antonio Tagle, pro-prefetto della sezione per la prima evangelizzazione e le nuove Chiese particolari del Dicastero per l’evangelizzazione, nella basilica di San Pietro, papa Leone XIV li ha incontrati.

 Questa è la missione affidata a questi nuovi missionari: “E’ la missione che la Chiesa oggi affida anche a voi; che siete qui a Roma per il vostro Giubileo; venuti a rinnovare l’impegno a nutrire di speranza cristiana le reti sociali e gli ambienti digitali. La pace ha bisogno di essere cercata, annunciata, condivisa in ogni luogo; sia nei drammatici luoghi di guerra, sia nei cuori svuotati di chi ha perso il senso dell’esistenza e il gusto dell’interiorità, il gusto della vita spirituale”.

Il compito è quello di portare la buona notizia: “E oggi, forse più che mai, abbiamo bisogno di discepoli missionari che portino nel mondo il dono del Risorto; che diano voce alla speranza che ci dà Gesù Vivo, fino agli estremi confini della terra; che arrivino dovunque ci sia un cuore che aspetta, un cuore che cerca, un cuore che ha bisogno. Sì, fino ai confini della terra, ai confini esistenziali dove non c’è speranza”.

Però tale missione ha insita una seconda sfida: “In questa missione c’è una seconda sfida: negli spazi digitali, cercate sempre la ‘carne sofferente di Cristo’ in ogni fratello e sorella. Oggi ci troviamo in una cultura nuova, profondamente segnata e costruita con e dalla tecnologia. Sta a noi (sta a voi) far sì che questa cultura rimanga umana.

La scienza e la tecnica influenzano il nostro modo di essere e di stare nel mondo, fino a coinvolgere persino la comprensione di noi stessi, il nostro rapporto con gli altri e il nostro rapporto con Dio. Ma niente che viene dall’uomo e dal suo ingegno deve essere piegato sino a mortificare la dignità dell’altro. La nostra, la vostra missione, è nutrire una cultura di umanesimo cristiano, e di farlo insieme. Questa è per tutti noi la bellezza della rete”.

Quindi la sfida è quella di elaborare un pensiero cattolico: “Di fronte ai cambiamenti culturali, nel corso della storia, la Chiesa non è mai rimasta passiva; ha sempre cercato di illuminare ogni tempo con la luce e la speranza di Cristo, di discernere il bene dal male, quanto di buono nasceva da quanto aveva bisogno di essere cambiato, trasformato, purificato.

Oggi, in una cultura dove la dimensione digitale è presente quasi in ogni cosa, in un tempo in cui la nascita dell’intelligenza artificiale segna una nuova geografia nel vissuto delle persone e per l’intera società, questa è la sfida che dobbiamo raccogliere, riflettendo sulla coerenza della nostra testimonianza, sulla capacità di ascoltare e di parlare; di capire e di essere capiti. Abbiamo il dovere di elaborare insieme un pensiero, di elaborare un linguaggio che, nell’essere figli del nostro tempo, diano voce all’Amore”.

Tale pensiero consiste nell’incontro: “Non si tratta semplicemente di generare contenuti, ma di incontrare cuori, di cercare chi soffre e ha bisogno di conoscere il Signore per guarire le proprie ferite, per rialzarsi e trovare un senso, partendo prima di tutto da noi stessi e dalle nostre povertà, lasciando cadere ogni maschera e riconoscendoci per primi bisognosi di Vangelo. E si tratta di farlo insieme”.

Per questo Gesù chiede di ‘riparare le reti’: “Lo chiede anche a noi, anzi ci chiede, oggi, di costruire altre reti: reti di relazioni, reti d’amore, reti di condivisione gratuita, dove l’amicizia sia autentica e profonda. Reti dove si possa ricucire ciò che si è spezzato, dove si possa guarire dalla solitudine, non contando il numero dei follower, ma sperimentando in ogni incontro la grandezza infinita dell’Amore.  Reti che danno spazio all’altro più che a sé stessi, dove nessuna ‘bolla’ possa coprire le voci dei più deboli. Reti che liberano, reti che salvano. Reti che ci fanno riscoprire la bellezza di guardarci negli occhi. Reti di verità. Così, ogni storia di bene condiviso sarà il nodo di un’unica, immensa rete: la rete delle reti, la rete di Dio”.

Da qui nasce la comunione: “Siate allora agenti di comunione, capaci di rompere le logiche della divisione e della polarizzazione; dell’individualismo e dell’egocentrismo. Siate centrati su Cristo, per vincere le logiche del mondo, delle fake news, della frivolezza, con la bellezza e la luce della Verità”.

(Foto: Santa Sede)

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