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Papa Leone XIV invita a coltivare la fraternità nella fede

“Carissimi formatori, carissimi fratelli Saveriani, sono contento di incontrarvi al termine di due momenti importanti che avete vissuto qui a Roma: il Corso per formatori nei Seminari, promosso ormai da tanti anni dal Pontificio Ateneo Regina Apostolorum e il Capitolo Generale, al quale alcuni hanno partecipato come delegati”: con questo inizio papa Leone XIV ha incontrato i formatori del Corso di Formazione organizzato dall’Ateneo pontificio Regina Apostolorum ed i partecipanti al capitolo generale dei fratelli saveriani ed esorta al dinamismo della missione offrendo tre indicazioni: vivere l’intimità con Cristo, sperimentare la fraternità e condividere la missione con tutti i battezzati.

Anche se sono due ‘realtà’ diverse, il papa ha comunque trovato un comune denominatore: “Si tratta certamente di due occasioni diverse tra di loro, eppure possiamo cogliere un filo conduttore che le unisce perché, in modo diverso, siamo chiamati a entrare nel dinamismo della missione e ad affrontare le sfide dell’evangelizzazione. Questa chiamata esige da tutti, ministri ordinati e fedeli laici, una formazione solida e integrale, che non si riduce solo ad alcune competenze conoscitive, ma che deve mirare a trasformare la nostra umanità e la nostra spiritualità perché assumano la forma del Vangelo, e in noi si facciano spazio ‘gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù’.

A voi formatori, a coloro che si prendono cura della formazione dei formatori e a voi fratelli Saveriani impegnati in modo particolare nella missione ad gentes, vorrei allora offrire qualche spunto di riflessione”.

Quindi è stato un invito a coltivare l’amicizia con Gesù: “Questo è il fondamento della casa, che deve essere messo al centro di ogni vocazione e missione apostolica. Occorre vivere in prima persona l’esperienza dell’intimità con il Maestro, l’essere stati guardati, amati e scelti da Lui senza merito e per pura grazia, perché è anzitutto questa nostra esperienza che poi trasmettiamo nel ministero: quando formiamo altri alla vita sacerdotale e quando, nella nostra specifica vocazione, annunciamo il Vangelo nelle terre di missione, per prima cosa trasmettiamo la nostra personale esperienza di amicizia con Cristo, che traspare dal nostro modo di essere, dal nostro stile, dalla nostra umanità, da come siamo capaci di vivere buone relazioni”.

Ed ecco la fraternità vissuta: “Questo implica un continuo cammino di conversione. I formatori e coloro che si occupano di loro non devono dimenticare di essere loro stessi in un cammino di permanente conversione evangelica; i missionari, allo stesso tempo, non devono dimenticare di essere sempre i primi destinatari del Vangelo, i primi a dover essere evangelizzati.

E ciò significa un lavoro costante su se stessi, l’impegno di scendere nel proprio cuore e di guardare anche le zone d’ombra e le ferite che ci segnano, il coraggio di lasciar cadere, coltivando l’intima amicizia con Cristo, le nostre maschere…

In questo senso, è necessario imparare a vivere come fratelli tra sacerdoti, così come nelle Comunità Religiose e con i propri Vescovi e Superiori; bisogna lavorare molto su se stessi per vincere l’individualismo e la smania di superare gli altri, che ci fa diventare concorrenti, per imparare a costruire gradualmente relazioni umane e spirituali buone e fraterne. In linea di principio, penso, sono tutti d’accordo su questo, ma nella realtà c’è ancora tanta strada da fare”.

Infine l’invito a condividere la missione con tutti i battezzati come nei primi secoli della Chiesa: “Oggi sentiamo con forza di dover tornare a questa partecipazione di tutti i battezzati alla testimonianza e all’annuncio del Vangelo. Nelle terre in cui voi fratelli Saveriani, portate avanti la missione, certamente avrete toccato con mano quanto sia importante lavorare insieme alle sorelle e ai fratelli di quelle Comunità cristiane; allo stesso tempo, ai formatori vorrei dire che bisogna formare i presbiteri a questo, a non pensarsi come condottieri solitari, a non assumere il sacerdozio ordinato nella prospettiva del sentirsi superiori.

Abbiamo bisogno di preti capaci di discernere e riconoscere in tutti la grazia del Battesimo e i carismi che ne scaturiscono, magari anche aiutando le persone ad aprirsi a questi doni, per trovare il coraggio e l’entusiasmo di impegnarsi nella vita della Chiesa e nella società. Concretamente ciò significa che la preparazione dei futuri sacerdoti dovrà essere sempre più immersa nella realtà del Popolo di Dio e svolta con l’apporto di tutti i suoi componenti: sacerdoti, laici e consacrati, uomini e donne”.

Ugualmente in un messaggio ai catechisti vietnamiti ha proposto il beato Andrew, protomartire della Chiesa vietnamita e patrono dei catechisti: “In Vietnam, la Chiesa è piena di catechisti devoti (laici e laiche, la maggior parte giovani) che ogni settimana insegnano la fede i bambini e ad adolescenti. Di fatto, ci sono oltre 64.000 catechisti dentro e fuori il vostro Paese. Questo vasto gruppo di educatori della fede è parte fondamentale della vita parrocchiale.

Sono grato per la vostra generosità, a ciascuno di voi. Non sottovalutate mai il dono che siete: con il vostro insegnamento e il vostro esempio, attirate bambini e giovani all’amicizia con Gesù. Siete inviati dalla Chiesa per essere segni viventi dell’amore di Dio: umili servitori come il beato Andrea, colmi di zelo missionario. La Chiesa gioisce in voi e vi incoraggia a camminare con gioia in questa nobile missione”.

Il beato Andrew è stato ucciso per la fedeltà a Gesù: “Si dice che mentre era in prigione, Andrea incoraggiava i suoi compagni cristiani a restare saldi nella loro fede e chiedeva loro di pregare affinché lui potesse rimanere fedele fino alla fine. In effetti, quel momento profondo ci ricorda che la vita cristiana, specialmente il servizio catechetico, non è mai un’impresa solitaria: noi insegniamo e la nostra comunità prega; noi testimoniamo e il Corpo di Cristo ci sostiene nella prova. Questa unità di preghiera e di servizio sottolinea l’unità della Chiesa e la pace che Cristo ci dona”.

(Foto: Santa Sede)

Dal Giffoni Film Festival un messaggio: la pace non è utopia, ma un impegno quotidiano

Premio Ercole per Rosario Valastro, presidente della Croce Rossa Italiana, ospite della sezione ‘Impact!’ al Giffoni Film Festival, per ‘il suo instancabile impegno umanitario, testimone di un’Italia che protegge, accoglie e non si arrende’ che nell’incontro con i giffoner ha toccato molti temi (dalla situazione umanitaria a Gaza al cambiamento climatico, passando per l’emigrazione):

“Sono contento di essere qui, davanti a una platea di giovani. I giovani si dice che sono il futuro. Per me è inaccettabile. Perché sì, sono anche il futuro, ma i giovani sono soprattutto il presente. L’errore più grande che noi adulti facciamo è parlare di giovani e non parlare con i giovani… Questo incontro mi ricorda l’assemblea di istituto di oltre 30 anni fa quando nel mio liceo venne la Croce Rossa e io decisi di diventare volontario”.

Diversi i temi oggetto delle domande. Ad iniziare dalla crisi climatica e dal ruolo della Croce Rossa: “Siamo in una fase in cui non ci possiamo preoccupare più solo della prevenzione ma ci dobbiamo occupare della mitigazione, cioè di mitigare gli effetti che i cambiamenti climatici hanno su di noi. Tutto questo anche per via del fatto che troppo spesso qualcuno ha messo in dubbio il cambiamento climatico”.

Al centro del dibattito, anche la criminalizzare delle organizzazioni non governative: “Negli ultimi dieci anni c’è stata una sorta di involuzione nei confronti di chi aiuta gli altri. Aiutare gli altri prima era considerato un atto da lodare, oggi quasi un atto da fessi; chiunque portava aiuto ha iniziato a essere guardato male. Eppure, noi abbiamo cercato di sottolineare davanti ai governi, inutilmente, che il portare aiuto risponde non solo al principio di portare amore alle proprie comunità, ma anche al rispetto delle convinzioni di Ginevra”.

Il riferimento è anche al portare aiuto a chi arriva dal mare, sempre “in base a convenzioni che gli Stati hanno firmato. Parliamo, cioè, di impegni che lo Stato ha preso. Invece, quanto ai migranti, è passata l’idea che chi viene è un fannullone e chi aiuta sta aiutando fannulloni. Niente di più falso”. Valastro ha ricordato che la Croce Rossa Italiana è presente nei porti di diverse città, “a Lampedusa e non solo. Quando arrivano quelle persone, le situazioni di violenza a sconforto che ascoltano volontari e operatori sono tante. Prendersela con chi aiuta è incomprensibile non solo sotto un profilo umano, ma ancora prima sotto un profilo logico”.

Il discorso è arrivato inevitabilmente alla situazione in corso nella Striscia di Gaza: “Non è mai troppo tardi perché qualcuno possiamo salvarlo ma quello che sta succedendo quasi nel silenzio istituzionale è irrazionale… Nella Striscia di Gaza è iniziato qualcosa che va fuori dalle regole. Ovviamente va fuori dalle regole l’attacco di Hamas e il fatto che Hamas abbia torturato e tenga ancora in ostaggio le persone. Ma è fuori dalle regole attaccare la popolazione civile addirittura mentre sta andando a prendere gli aiuti umanitari. E’ fuori dalle regole non consentire alla Croce Rossa di portare aiuti. E’ fuori dalle regole bombardare ospedali: attaccare un ospedale ha come scopo solo creare sofferenza ulteriore”.

Infine ha invitato a non assuefarsi al male: “Non credo che ci possiamo assuefare a una cosa del genere, non credi sia possibile. E se lo credessi dovrei togliermi l’emblema che porto e fare un’altra cosa… Stiamo cercando di spingere il governo israeliano a farci rientrare. Lo stiamo facendo in silenzio”.

Inoltre il tema di #Giffoni55 si è amplificato per una missione capace di costruire un futuro, come sottolineano il presidente onorario Generoso Andria e la direttrice Alfonsina Novellino: “In un tempo in cui tutto corre veloce, fermarsi per ascoltare il silenzio del cuore è un atto rivoluzionario. La fede è luce nei momenti bui, la pace è il dono più grande che possiamo coltivare e trasmettere. Con piccoli gesti, con parole sincere, con la forza dell’ascolto e della speranza, possiamo essere strumenti d’amore.

Che ogni giorno sia occasione per tendere la mano, per scegliere la gentilezza come forma di coraggio. Fondazione Aura crede in un mondo dove la pace non è utopia, ma impegno quotidiano. Un mondo dove la fede diventa azione, e l’amore per l’altro diventa strada da percorrere insieme”.

Infatti nell’ambito di questa finalità sociale, si inserisce il Premio AURA, rappresentate la Nike di Samotracia. Maestosa, protesa in avanti, avvolta dal vento della storia e del destino, la Nike di Samotracia è da secoli simbolo universale di vittoria. Non una vittoria qualunque, ma quella che nasce dal movimento, dalla resistenza, dalla bellezza dell’agire umano in armonia con lo spirito e il tempo. Da questa potente immagine prende forma il Premio AURA, concepito come un riconoscimento autentico e profondo a chi incarna i valori della forza, della costanza, della condivisione e dell’unione.

Ad introdurre l’incontro è stato il fondatore e direttore di Giffoni, Claudio Gubitosi, che ha ricordato il lungo percorso di collaborazione con Fondazione Con il Sud e con l’impresa sociale Con i Bambini, nato con il progetto ‘Sedici modi di dire ciao’: “Abbiamo scelto di lavorare nelle regioni che amiamo di più, quelle che hanno più bisogno di noi. Luoghi che ci riportano alle nostre origini, a una povertà che era dignitosa. Abbiamo fatto tanto e bene. Ringrazio il Dipartimento Progetti Speciali, guidato da Marco Cesaro, per il lavoro svolto in questi anni”.

Ad illustrare il senso e lo spirito della campagna Ortensia Ferrara, responsabile dei Progetti Editoriali e Comunicazione di Con i Bambini: “Non sono emergenza nasce dall’idea che i ragazzi non sono un problema da gestire, ma protagonisti da ascoltare. Abbiamo usato strumenti diversi: una panchina per raccogliere storie, cartoline, pubblicazioni come quello di Carlo Beorchia. Immagini e video per raccontare la loro ricerca di benessere psicologico, è stata la linea dominante della campagna”.

Visibilmente emozionata la regista Arianna Massimi, ha condiviso la genesi del documentario: “E’ un progetto che nasce da me adolescente. Ho voluto raccontare un mondo interiore fatto di difficoltà che ho vissuto in prima persona. La salute mentale è un tema da affrontare anche in termini collettivi, quasi epidemici. Con questo lavoro ho voluto dare forma alla dimensione condivisa del dolore e della fragilità. Era giusto e necessario che ‘Non sono emergenza’ fosse una campagna online perché doveva utilizzare proprio quegli strumenti che spesso amplificano condizione di disagio”.

A chiudere l’incontro, le parole del fotografo Riccardo Venturi, che ha ideato e partecipato alla campagna con i suoi scatti: “Questi ragazzi sono, oserei dire, la parte sana di una società malata. Hanno il coraggio di metterci la faccia anche per noi. Con le loro testimonianze non hanno solo voluto lanciare un grido di dolore, ma dare uno squillo di tromba, suonare la sveglia ai loro coetanei, a chi vive la loro stessa condizione, il loro stesso disagio ma non lo esprime”.

(Foto: Giffoni Film Festival)

Papa Leone XIV invita a pensare in grande la missione

“Benvenuti tutti! Ci sediamo e riflettiamo un po’ insieme. Cari fratelli e sorelle, con gioia vi do il benvenuto, in occasione dei vostri Capitoli e Assemblee. Saluto i Superiori e le Superiore Generali, i membri dei Consigli, tutti voi. Vi siete riuniti per pregare, confrontarvi e riflettere insieme su ciò che il Signore vi chiede per il futuro. I vostri Fondatori e Fondatrici, docili all’azione dello Spirito Santo, vi hanno lasciato in eredità carismi diversi per l’edificazione del Corpo di Cristo; e proprio perché quest’ultimo cresca secondo i disegni di Dio, la Chiesa vi chiede il servizio che state svolgendo”: con queste parole papa Leone XIV ha accolto  a Castel Gandolfo i membri dei Capitoli Generali di diversi Istituti religiosi,

Nel breve discorso papa Leone XIV ha invitato gli aderenti agli ordini religiosi  ad ampliare gli orizzonti della propria missione e vocazione: “I vostri rispettivi Istituti incarnano aspetti tra loro complementari della vita e dell’azione di tutto il Popolo di Dio: l’offerta di sé in unione al Sacrificio di Cristo, la missione ad gentes, l’amore alla Chiesa custodito e trasmesso, l’educazione e la formazione dei giovani. Si tratta di vie differenti con cui si esprime in forma carismatica l’unica ed eterna realtà che le anima tutte: l’amore di Dio per l’umanità”.

Con una citazione di papa Benedetto XVI nella messa di apertura della V Conferenza Generale dell’Episcopato Latinoamericano e dei Caraibi, papa Leone XIV ha sottolineato la necessità di riporre la speranza in Cristo: “Come è d’uso, poi, ciascuna delle vostre Congregazioni ha individuato angolature particolari, alla luce delle quali rileggere l’eredità ricevuta, per aggiornarne e attualizzarne i contenuti. Anche queste piste di lavoro, che avete scelto durante il tempo della preparazione, nella preghiera e nell’ascolto vicendevole, sono un dono prezioso in quanto frutto dello Spirito.

E’ Lui che attraverso l’apporto di molti, sotto la guida dei Pastori, ‘aiuta la comunità cristiana a camminare nella carità verso la piena verità’. .. Avete formulato, così, linee-guida che contengono richiami fondamentali: rinnovare un autentico spirito missionario, fare propri i sentimenti ‘che furono di Cristo Gesù’, radicare la speranza in Dio, tenere viva nel cuore la fiamma dello Spirito, promuovere la pace, coltivare la corresponsabilità pastorale nelle chiese locali e altro ancora”.

Infine con un richiamo a papa Francesco il papa ha chiesto di annunciare la salvezza a tutti: “Possa ciò rinnovare e confermare in tutti noi la consapevolezza e la gioia di essere Chiesa, e in particolare spronare voi, nel discernimento capitolare, a pensare in grande, come tasselli unici di un disegno che vi supera e vi coinvolge al di là delle vostre stesse aspettative: il progetto di salvezza con cui Dio vuole condurre a sé tutta l’umanità, come una sola grande famiglia. E’ questo lo spirito con cui sono nati i vostri Istituti ed è questo l’orizzonte in cui collocare ogni sforzo, perché contribuisca, attraverso piccole luci, a diffondere su tutta la terra la luce di Cristo, che mai si esaurisce”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone XIV invita a portare il Vangelo nella quotidianità

“Carissimi, la pace è un desiderio di tutti i popoli, ed è il grido doloroso di quelli straziati dalla guerra. Chiediamo al Signore di toccare i cuori e ispirare le menti dei governanti, affinché alla violenza delle armi sostituiscano la ricerca del dialogo. Oggi pomeriggio mi recherò a Castel Gandolfo, dove conto di rimanere per un breve periodo di riposo. Auguro a tutti di poter trascorrere un tempo di vacanza per ritemprare il corpo e lo spirito: prima di partire per il riposo estivo a Castel Gandolfo papa Leone XIV ha rivolto un appello affinché ‘i governanti’ ascoltino il grido di chi è colpito dalla guerra ed ha espresso condoglianze per le vittime di Camp Mystic “a tutte le famiglie che hanno perso i loro cari, in particolare le figlie, che erano al campo estivo durante il disastro causato dall’alluvione del fiume Guadalupe in Texas”, chiedendo preghiere per loro.

Mentre prima della recita dell’Angelus papa Leone XIV ha ricordato l’importanza della missione: “Gesù invia settantadue discepoli. Questo numero simbolico indica come la speranza del Vangelo sia destinata a tutti i popoli: proprio questa è la larghezza del cuore di Dio, la sua messe abbondante, cioè l’opera che Egli compie nel mondo perché tutti i suoi figli siano raggiunti dal suo amore e siano salvati”.

Al contempo Gesù chiede di pregare per gli ‘operai’ che sono pochi: “Da una parte Dio, come un seminatore, con generosità è uscito nel mondo a seminare e ha messo nel cuore dell’uomo e della storia il desiderio dell’infinito, di una vita piena, di una salvezza che lo liberi. E perciò la messe è molta, il Regno di Dio come un seme germoglia nel terreno e le donne e gli uomini di oggi, anche quando sembrano travolti da tante altre cose, attendono una verità più grande, sono alla ricerca di un significato più pieno per la loro vita, desiderano la giustizia, si portano dentro un anelito di vita eterna”.

Insomma, l’invito del papa è quello di portare il Vangelo nella quotidianità: “Cari fratelli e sorelle, la Chiesa e il mondo non hanno bisogno di persone che assolvono i doveri religiosi mostrando la loro fede come un’etichetta esteriore; hanno bisogno invece di operai desiderosi di lavorare il campo della missione, di discepoli innamorati che testimoniano il Regno di Dio ovunque si trovano”.

Per il papa non servono i ‘cristiani delle occasioni’: “Forse non mancano i ‘cristiani delle occasioni’, che ogni tanto danno spazio a qualche buon sentimento religioso o partecipano a qualche evento; ma pochi sono quelli pronti a lavorare ogni giorno nel campo di Dio, coltivando nel proprio cuore il seme del Vangelo per poi portarlo nella vita quotidiana, in famiglia, nei luoghi di lavoro e di studio, nei vari ambienti sociali e a chi si trova nel bisogno”.

E’ stato un invito alla preghiera: “Per fare questo non servono troppe idee teoriche su concetti pastorali; serve soprattutto pregare il padrone della messe. Al primo posto, cioè, sta la relazione col Signore, coltivare il dialogo con Lui. Allora Egli ci renderà suoi operai e ci invierà nel campo del mondo come testimoni del suo Regno”.

Mentre ieri ha ricordato i tre anni dalla nascita del mensile de ‘L’Osservatore di strada’, la cui prima uscita è avvenuta il 29 giugno 2022: “Siete voi che con i vostri talenti contribuite alla realizzazione di questo giornale così unico, e siete sempre voi che ogni domenica lo distribuite gratuitamente tra i pellegrini presenti in piazza, accompagnando così con la vostra presenza discreta il papa; prima e dopo il momento della recita dell’Angelus”.

Nel messaggio ha ricordato questo importante momento, che consente una diversa visione: “Il vostro lavoro è importante, perché ci aiuta a ricordare che il mondo va visto anche dalla strada, avendo il coraggio di cambiare la prospettiva, facendo saltare gli schemi e le convenzioni che spesso ci impediscono di vedere veramente e più profondamente e di ascoltare la voce di chi non ha voce. Auguri quindi e coraggio! Andiamo avanti, insieme, con fiducia, continuando a portare nella città degli uomini, anche dei momenti della città di Dio, grazie!”

Inoltre attraverso tali racconti è possibile  riconoscere Dio: “E che noi possiamo sempre riconoscere Lui in voi. La mano di Dio nelle vostre storie, testimonianza più viva di come ogni cosa è redenta e nessuna storia è senza speranza se crediamo nell’amore di Dio”.

XIV Domenica del Tempo Ordinario: Tutti apostoli nella chiesa del Signore!

Gesù aveva scelto i Dodici come suoi collaboratori; nel Vangelo oggi si parla di 72 discepoli che Gesù invia a due a due a predicare ed annunciare il suo messaggio di amore. Il n. 72 è un numero significativo: secondo la tradizione ebraica il mondo risultava costituito da 72 nazioni; Gesù invia perciò 72 discepoli per convertire il mondo. La Chiesa è per natura una realtà dinamica, è evangelizzatrice, è aperta a tutti i popoli: ‘Come il Padre ha mandato me, dice Gesù, io mando voi; andate in tutto il mondo; la messe è molta, gli operai sono pochi’.

Da qui le istruzioni precise di Gesù: pregate, andate, vi mando come agnelli in mezzo ai lupi; la prospettiva è chiara: la salvezza da realizzare. La missioni assegnata da Gesù alla sua Chiesa è chiara: è una missione itinerante che richiede distacco e povertà; una missione che non mira al proselitismo ma Annuncio della Parola e Testimonianza con la vita. Se la missione è vissuta in questa chiave reca solo gioia.

La conversione delle anime rimane sempre opera divina; voi sarete lieti perchè il vostro nome sarà scritto nel libro della vita. Ogni cristiano è chiamato ad essere un vero missionario e, come tale,  deve essere animato non da spirito di conquista ma da spirito di dolcezza, di amore  e di pace; l’invio infatti dei 72 discepoli nel mondo presenta la Chiesa come comunità missionaria dove tutti siamo coinvolti in forza del battesimo ricevuto.

La pace annunciata da Gesù è il frutto della sua vittoria sul peccato e sulla morte; essa è portatrice di concordia con tutti gi esseri creati anche sul piano sociale. Questa pace deve regnare nei cuori, nelle famiglie, nella società; una pace che porta al rispetto di tutti e di tutto. Allora solo si è veramente popolo di Dio e si realizza la auspicata pace universale. Da qui la necessità di una riforma di vita integrale: morale, spirituale, religiosa perchè l’uomo salvato da Cristo Gesù possa guardare il cielo come sua patria attuando il comandamento dell’amore: unica legge valida perchè Dio è amore.

Dove regnano egoismo e passioni non si ha il regno dell’amore ma solo un serraglio di lupi: ‘homo homini lupus’; dove regna amore si ha il rispetto di Dio, del prossimo e del creato. Gesù inoltre manda i suoi ‘a due a due’ per evidenziare che la missione affidata da Dio al suo discepolo non è un compito che può assolvere un ‘navigatore solitario’ ma è compito riservato alla Chiesa e solo dove sono due o più riuniti nel nome di Cristo è presente il Signore con la sua grazia. il suo amore, la sua misericordia. 

Il Signore esige che si viva in comunione l’uno con l’altro; se ci separiamo, se siamo orgogliosi ed individualisti, l’amore di Dio  non è con noi. Il discepolo è uno strumento nelle mani di Dio, che è amore. L’unica forza di cui il discepolo dispone è la fede e con essa la grazia. Gesù aggiunge: ‘Beati i poveri di spirito’, beato chi confida solo in Cristo Gesù vero uomo e vero Dio. La missione alla quale siamo chiamati non è una impresa personale, dalla quale scaturisce carriera e successo; da qui a necessità di una vera autocritica e la conversione all’amore, consapevoli che ‘dei piccoli è il regno dei cieli’.

E’ necessario ridestare il “fanciullo” che dorme dentro di noi, prendere coscienza dei propri limiti per dire a Dio: ‘Padre nostro che sei nei cieli”. Ogni discepolo di Cristo, sacerdote o laico, deve essere un vero missionario di speranza, ma di quella speranza che non delude perché basata su Gesù che disse: ‘le porte degli inferi non prevarranno’.

I 72 discepoli ritornarono meravigliati: ‘Signore, nel nome tuo anche i demoni si sottomettevano a noi’; Gesù rinfranca i suoi e ci dà Maria, sua madre, come ancora di salvezza. La Chiesa tutta prega oggi Maria: ‘Rivolgi a noi, madre, gli occhi tuoi misericordiosi!’

Papa Leone XIV invita ad educare i giovani

“Sono lieto di incontrarvi al termine del vostro Capitolo provinciale: in questa settimana di preghiera, discernimento e progettazione comune avete potuto rinnovare l’adesione al carisma della vostra fondatrice, la venerabile suor Maria Teresa Spinelli”: breve incontro questa  mattina di papa Leone XIV con le suore agostiniane con l’esortazione a rinnovare l’adesione al carisma della fondatrice, suor Maria Teresa Spinelli.

Un incontro nel segno di sant’Agostino, in cui ha sottolineato la necessità di un cammino di santità: “Mentre continua il suo processo di canonizzazione, pure procede il vostro cammino di santità! Come Suore Agostiniane Serve di Gesù e Maria, vi incoraggio a lasciarvi sempre nuovamente guidare dal nome che portate. Il servizio che vivete ogni giorno, infatti, si realizza anzitutto nella consacrazione della vita al Signore e si fortifica nella devozione sincera alla sua e nostra Madre”.

Ed ha elencato alcune tappe per procedere in questo percorso: “Imitando suor Maria Teresa, sarete dunque pazienti nelle tribolazioni, perché è proprio nelle nostre prove che il Signore conferma la sua fedeltà; sarete coraggiose nella missione, perché l’opera educativa cui vi dedicate formi menti sagge e cuori capaci di ascolto e passione per l’umanità; sarete perseveranti nella sequela di Cristo, che è ‘via, verità e vita’, e perciò criterio di ogni nostra iniziativa culturale. Sappiamo che una cultura senza verità diventa strumento dei potenti: anziché liberare le coscienze, le confonde e le distrae secondo gli interessi del mercato, della moda o del successo mondano”.

Ed ha consigliato di leggere un libro del santo di Ippona: “A tal proposito, vi consiglio di riprendere un’opera del santo dottore, nostro padre Agostino, il ‘De Magistro’, per meditarla nel prossimo futuro, raccogliendo i frutti del vostro Capitolo. In questo scritto Agostino afferma che l’insegnamento esteriore deve sempre portare all’incontro col Maestro interiore, che è Gesù”.

Mentre ad un gruppo di giovani, insegnanti e sacerdoti dalla Danimarca, dall’Irlanda, dall’Inghilterra, dal Galles e dalla Scozia, a Roma in occasione dell’Anno Santo, il papa ha sottolineato che la visita ai luoghi in cui i santi Pietro e Paolo hanno testimoniato il ‘loro amore per Gesù’ può rafforzare la fede: “Di fatto, per i cristiani Roma è sempre stata una casa speciale, poiché è il luogo dove gli apostoli Pietro e Paolo hanno dato la testimonianza suprema del loro amore di Gesù offrendo la propria vita come martiri. Come Successore di Pietro, desidero esprimere la mia gratitudine per la vostra presenza qui e prego perché, visitando i diversi luoghi sacri, possiate trarre ispirazione e speranza dall’esempio profondo di come i santi e i martiri hanno imitato Cristo”.

Ed ecco l’importanza del pellegrinaggio: “Il pellegrinaggio svolge un ruolo fondamentale nella nostra vita di fede, poiché ci toglie dalle nostre case e dalle nostre routine quotidiane e ci dona il tempo e lo spazio per incontrare Dio in maniera più profonda. Questi momenti ci aiutano sempre a crescere, perché attraverso di essi lo Spirito Santo ci modella dolcemente affinché siamo sempre più conformi alla mente e al cuore di Gesù Cristo”.

Nel saluto il papa ha invitato i giovani a scoprire la propria missione: “In modo particolare, cari fratelli e sorelle, giovani riuniti qui con noi questa mattina, ricordate che Dio ha creato ognuno di voi con uno scopo e una missione in questa vita. Approfittate dunque di questa opportunità per ascoltare, per pregare, di modo che possiate sentire più chiaramente la voce di Dio che vi chiama nel profondo dei vostri cuori”.

Però tale scoperta necessita di ascolto: “Vorrei aggiungere che oggi, molto spesso, perdiamo la capacità di ascoltare, di ascoltare davvero. Ascoltiamo la musica, le nostre orecchie sono costantemente inondate da ogni genere di input digitale, ma a volte dimentichiamo di ascoltare il nostro cuore ed è nel nostro cuore che Dio ci parla, che Dio ci chiama e ci invita a conoscerlo meglio e a vivere nel suo amore. E attraverso questo ascolto, potreste aprirvi per consentire alla grazia di Dio di rafforzare la vostra fede in Gesù, così da poter più facilmente condividere tale dono con gli altri”.

Mentre agli insegnanti ha chiesto di educarli attraverso la propria vita: “Di fatto essi guarderanno a voi come modelli: modelli di vita, modelli di fede. Guarderanno a voi in modo particolare per come insegnate e come vivete. Spero che nutrirete ogni giorno la vostra relazione con Cristo, che ci offre il modello dell’insegnamento autentico, di modo che, a vostra volta, possiate guidare e incoraggiare quanti sono affidati alle vostre cure a seguire Cristo nella propria vita”.

Quindi ha ricordato che il pellegrinaggio non termina mai: “Siamo tutti pellegrini e siamo sempre pellegrini, in cammino mentre cerchiamo di seguire il Signore e mentre cerchiamo il sentiero che è propriamente nostro nella vita. Indubbiamente ciò non è facile, ma con l’aiuto del Signore, l’intercessione dei santi e l’incoraggiamento reciproco, potete essere certi che, fintanto che rimarrete fedeli, confidando sempre nella misericordia di Dio, l’esperienza di questo pellegrinaggio continuerà a dare frutti per tutta la vostra vita”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone XIV ai sacerdoti: siate missionari

“E’ per me una grande gioia trovarmi oggi qui con voi. Nel cuore dell’Anno Santo, insieme vogliamo testimoniare che è possibile essere sacerdoti felici, perché Cristo ci ha chiamati, Cristo ci ha fatti suoi amici: è una grazia che vogliamo accogliere con gratitudine e responsabilità”: all’Auditorium della Conciliazione per l’incontro internazionale ‘Sacerdoti Felici’, promosso dal Dicastero per il Clero papa Leone XIV ha chiesto una formazione che sia ‘cammino di relazione’, parlando della crisi vocazionale e rassicurando sul fatto che ‘Dio continua a chiamare’.

Dopo il saluto del segretario generale, il card. Mario Grech, papa Leone XIV si è rivolto ai membri del Consiglio Ordinario, sottolineando come ‘la sinodalità è uno stile, un atteggiamento che ci aiuta ad essere Chiesa, promuovendo autentiche esperienze di partecipazione e comunione’: “Le parole di Gesù ‘Vi ho chiamato amici’ non sono soltanto una dichiarazione affettuosa verso i discepoli, ma una vera e propria chiave di comprensione del ministero sacerdotale”.

Ed ha elencato alcune ‘caratteristiche’ sacerdotali: “Il sacerdote, infatti, è un amico del Signore, chiamato a vivere con Lui una relazione personale e confidente, nutrita dalla Parola, dalla celebrazione dei Sacramenti, dalla preghiera quotidiana. Questa amicizia con Cristo è il fondamento spirituale del ministero ordinato, il senso del nostro celibato e l’energia del servizio ecclesiale cui dedichiamo la vita. Essa ci sostiene nei momenti di prova e ci permette di rinnovare ogni giorno il ‘sì’ pronunciato all’inizio della vocazione”.

Quindi tre parole-chiave, di cui la prima è la formazione come ‘cammino di relazione’: “Diventare amici di Cristo significa essere formati nella relazione, non solo nelle competenze. La formazione sacerdotale, pertanto, non può ridursi ad acquisizione di nozioni, ma è un cammino di familiarità con il Signore che coinvolge l’intera persona, cuore, intelligenza, libertà, e la plasma a immagine del Buon Pastore. Solo chi vive in amicizia con Cristo ed è permeato del suo Spirito può annunciare con autenticità, consolare con compassione e guidare con sapienza. Questo richiede ascolto profondo, meditazione, e una ricca e ordinata vita interiore”.

Ed ecco il secondo punto, che riguarda la fraternità come stile di vita presbiterale: “Diventare amici di Cristo comporta vivere da fratelli tra sacerdoti e tra vescovi, non come concorrenti o da individualisti. La formazione deve allora aiutare a costruire legami solidi nel presbiterio come espressione di una Chiesa sinodale, nella quale si cresce insieme condividendo fatiche e gioie del ministero. Come, infatti, noi ministri potremmo essere costruttori di comunità vive, se non regnasse prima di tutto fra noi una effettiva e sincera fraternità?”

Infine, nel terzo punto papa Leone XIV ha sottolineato che occorre ‘formare’ i sacerdoti, come in molte occasioni aveva sottolineato papa Francesco in molte occasioni: “Inoltre, formare sacerdoti amici di Cristo significa formare uomini capaci di amare, ascoltare, pregare e servire insieme. Per questo bisogna mettere ogni cura nella preparazione dei formatori, perché l’efficacia della loro opera dipende anzitutto dall’esempio di vita e dalla comunione fra loro. L’istituzione stessa dei Seminari ci ricorda che la formazione dei futuri ministri ordinati non si può svolgere in maniera isolata, ma richiede il coinvolgimento di tutti gli amici e le amiche del Signore che vivono da discepoli missionari a servizio del Popolo di Dio”.

A questo punto non poteva mancare un accenno alle vocazioni: “Nonostante i segnali di crisi che attraversano la vita e la missione dei presbiteri, Dio continua a chiamare e resta fedele alle sue promesse. Occorre che ci siano spazi adeguati per ascoltare la sua voce. Per questo sono importanti ambienti e forme di pastorale giovanile impregnati di Vangelo, dove possano manifestarsi e maturare le vocazioni al dono totale di sé. Abbiate il coraggio di proposte forti e liberanti!”

Per questo l’enciclica ‘Dilexit nos’ è molto importante: “Essa ci interpella fortemente: ci chiede di custodire insieme la mistica e l’impegno sociale, la contemplazione e l’azione, il silenzio e l’annuncio. Il nostro tempo ci provoca: molti sembrano essersi allontanati dalla fede, eppure nel profondo di molte persone, specialmente dei giovani, c’è sete di infinito e di salvezza. Tanti sperimentano come un’assenza di Dio, eppure ogni essere umano è fatto per Lui, e il disegno del Padre è fare di Cristo il cuore del mondo”.

Ed ha chiesto un nuovo slancio missionario: “Una missione che propone con coraggio e con amore il Vangelo di Gesù. Mediante la nostra azione pastorale, è il Signore stesso che si prende cura del suo gregge, raduna chi è disperso, si china su chi è ferito, sostiene chi è scoraggiato. Imitando l’esempio del Maestro, cresciamo nella fede e diventiamo perciò testimoni credibili della vocazione che abbiamo ricevuto. Quando uno crede, si vede: la felicità del ministro riflette il suo incontro con Cristo, sostenendolo nella missione e nel servizio”.

Mentre prima della preghiera conclusiva papa Leone XIV ha richiamato alla’vicinanza’ cara a papa Francesco: “Cercate di vivere quello che Papa Francesco tante volte chiamava la ‘vicinanza’: vicinanza con il Signore, vicinanza con il vostro Vescovo, o Superiore religioso, e vicinanza anche fra di voi, perché voi davvero dovete essere amici, fratelli; vivere questa bellissima esperienza di camminare insieme sapendo che siamo chiamati ad essere discepoli del Signore. Abbiamo una grande missione e tutti insieme lo possiamo fare. Contiamo sempre sulla grazia di Dio, la vicinanza anche da parte mia, e insieme possiamo essere davvero questa voce nel mondo”.

In precedenza papa Leone XIV ha ricordato l’impulso al Sinodo dato da papa Francesco: “Papa Francesco ha dato un nuovo impulso al Sinodo dei Vescovi, rifacendosi, come più volte ha affermato, a San Paolo VI. E l’eredità che ci ha lasciato mi pare sia soprattutto questa: che la sinodalità è uno stile, un atteggiamento che ci aiuta ad essere Chiesa, promuovendo autentiche esperienze di partecipazione e comunione.

Durante il suo pontificato, papa Francesco ha portato avanti questa concezione nelle diverse Assemblee sinodali, specialmente in quelle sulla famiglia, e poi l’ha fatta sfociare nell’ultimo percorso, dedicato proprio alla sinodalità”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone XIV ai seminaristi: servitori di una Chiesa missionaria

“Sono molto contento di incontrarvi e ringrazio tutti, seminaristi e formatori, per la vostra calorosa presenza. Grazie innanzitutto per la vostra gioia e questo vostro entusiasmo. Grazie perché con la vostra energia voi alimentate la fiamma della speranza nella vita della Chiesa!”: oggi nella basilica di san Pietro papa Leone XIV ha incontrato i futuri sacerdoti riuniti per il loro giubileo, invitandoli alla preghiera ed al discernimento per essere ‘testimoni di speranza’ ed evangelizzatori ‘miti e forti’ in un mondo segnato da conflitti, narcisismo e sete di potere.

Destreggiandosi tra l’italiano e lo spagnolo papa Leone XIV li ha invitati ad essere testimoni della speranza con coraggio: “Oggi non siete solo pellegrini, ma anche testimoni di speranza: la testimoniate a me e a tutti, perché vi siete lasciati coinvolgere dall’avventura affascinante della vocazione sacerdotale in un tempo non facile. Avete accolto la chiamata a diventare annunciatori miti e forti della Parola che salva, servitori di una Chiesa aperta e una Chiesa in uscita missionaria.

E dico una parola anche in spagnolo: grazie per aver accettato con coraggio l’invito del Signore a seguirlo, ad essere discepoli, a entrare in Seminario. Bisogna essere coraggiosi e non abbiate paura! A Cristo che chiama voi state dicendo ‘sì’, con umiltà e coraggio; e questo vostro ‘eccomi’, che rivolgete a Lui, germoglia dentro la vita della Chiesa e si lascia accompagnare dal necessario cammino di discernimento e formazione”.

Però l’incontro con Gesù avviene attraverso l’amicizia: “Gesù, lo sapete, vi chiama anzitutto a vivere un’esperienza di amicizia con Lui e con i compagni di cordata; un’esperienza destinata a crescere in modo permanente anche dopo l’Ordinazione e che coinvolge tutti gli aspetti della vita. Non c’è niente di voi, infatti, che debba essere scartato, ma tutto dovrà essere assunto e trasfigurato nella logica del chicco di grano, al fine di diventare persone e preti felici, ‘ponti’ e non ostacoli all’incontro con Cristo per tutti coloro che vi accostano. Sì, Lui deve crescere e noi diminuire, perché possiamo essere pastori secondo il suo Cuore”.

Ed ha chiesto di mettere al centro della lor azione il Cuore di Gesù, riprendendo l’enciclica ‘Dilexit nos’ di papa Francesco: “Oggi in modo particolare, in un contesto sociale e culturale segnato dal conflitto e dal narcisismo, abbiamo bisogno di imparare ad amare e di farlo come Gesù. Come Cristo ha amato con cuore di uomo, voi siete chiamati ad amare con il Cuore di Cristo! Amare con il cuore di Gesù. Ma per apprendere quest’arte bisogna lavorare sulla propria interiorità, dove Dio fa sentire la sua voce e da dove partono le decisioni più profonde; ma che è anche luogo di tensioni e di lotte, da convertire perché tutta la vostra umanità profumi di Vangelo”.

Riprendendo il pensiero di sant’Agostino papa Leone XIV ha invitato a ‘ritornare’ al cuore: “Il primo lavoro dunque va fatto sull’interiorità. Ricordate bene l’invito di Sant’Agostino a ritornare al cuore, perché lì ritroviamo le tracce di Dio. Scendere nel cuore a volte può farci paura, perché in esso ci sono anche delle ferite. Non abbiate paura di prendervene cura, lasciatevi aiutare, perché proprio da quelle ferite nascerà la capacità di stare accanto a coloro che soffrono. Senza la vita interiore non è possibile neanche la vita spirituale, perché Dio ci parla proprio lì, nel cuore”.

Ed in spagnolo ha sottolineato che si deve imparare ad ascoltare Dio che parla al cuore: “Dio ci parla nel cuore, dobbiamo saperlo ascoltare. Di questo lavoro interiore fa parte anche l’allenamento per imparare a riconoscere i movimenti del cuore: non solo le emozioni rapide e immediate che caratterizzano l’animo dei giovani, ma soprattutto i vostri sentimenti, che vi aiutano a scoprire la direzione della vostra vita. Se imparerete a conoscere il vostro cuore, sarete sempre più autentici e non avrete bisogno di mettervi delle maschere”.

Questo ascolto interiore avviene attraverso la preghiera con l’invocazione allo Spirito Santo: “E la strada privilegiata che ci conduce nell’interiorità è la preghiera: in un’epoca in cui siamo iperconnessi, diventa sempre più difficile fare l’esperienza del silenzio e della solitudine. Senza l’incontro con Lui, non riusciamo neanche a conoscere veramente noi stessi.

Vi invito a invocare frequentemente lo Spirito Santo, perché plasmi in voi un cuore docile, capace di cogliere la presenza di Dio, anche ascoltando le voci della natura e dell’arte, della poesia, della letteratura e della musica, come delle scienze umane. Nell’impegno rigoroso dello studio teologico, sappiate altresì ascoltare con mente e cuore aperti le voci della cultura, come le recenti sfide dell’intelligenza artificiale e quelle dei social media. Soprattutto, come faceva Gesù, sappiate ascoltare il grido spesso silenzioso dei piccoli, dei poveri e degli oppressi e di tanti, soprattutto giovani, che cercano un senso per la loro vita”.

Ed attraverso la cura del cuore avviene il discernimento: “Se vi prenderete cura del vostro cuore, con i momenti quotidiani di silenzio, meditazione e preghiera, potrete apprendere l’arte del discernimento. Anche questo è un lavoro importante: imparare a discernere. Quando siamo giovani, ci portiamo dentro tanti desideri, tanti sogni e ambizioni. Il cuore spesso è affollato e capita di sentirsi confusi.

Invece, sul modello della Vergine Maria, la nostra interiorità deve diventare capace di custodire e meditare. Capace di synballein, come scrive l’evangelista Luca: mettere insieme i frammenti. Guardatevi dalla superficialità, e mettete insieme i frammenti della vita nella preghiera e nella meditazione, chiedendovi: quello che sto vivendo cosa mi insegna? Cosa sta dicendo al mio cammino? Dove mi sta guidando il Signore?”

Ed infine si è rivolto a loro con un’esortazione a testimoniare Cristo: “In un mondo dove spesso c’è ingratitudine e sete di potere, dove a volte sembra prevalere la logica dello scarto, voi siete chiamati a testimoniare la gratitudine e la gratuità di Cristo, l’esultanza e la gioia, la tenerezza e la misericordia del suo Cuore. A praticare lo stile di accoglienza e vicinanza, di servizio generoso e disinteressato, lasciando che lo Spirito Santo ‘unga’ la vostra umanità prima ancora dell’ordinazione”.

E’ stato un invito ad avere un cuore ‘compassionevole’ come quello di Gesù: “Il Cuore di Cristo è animato da un’immensa compassione: è il buon Samaritano dell’umanità e ci dice: ‘Va’ e anche tu fa’ così’. Questa compassione lo spinge a spezzare per le folle il pane della Parola e della condivisione, lasciando intravedere il gesto del Cenacolo e della Croce, quando avrebbe dato sé stesso da mangiare, e ci dice: ‘Voi stessi date loro da mangiare’, cioè fate della vostra vita un dono d’amore”.

Augurando un buon cammino il papa li ha invitati ad appassionarsi della vita sacerdotale: “Cari Seminaristi, la saggezza della Madre Chiesa, assistita dallo Spirito Santo, nel corso del tempo cerca sempre le modalità più adatte alla formazione dei ministri ordinati, secondo le esigenze dei luoghi. In questo impegno, qual è il vostro compito?

E’ quello di non giocare mai al ribasso, di non accontentarvi, di non essere solo ricettori passivi, ma appassionarvi alla vita sacerdotale, vivendo il presente e guardando al futuro con cuore profetico. Spero che questo nostro incontro aiuti ciascuno di voi ad approfondire il dialogo personale con il Signore, in cui chiedergli di assimilare sempre più i sentimenti di Cristo, i sentimenti del suo Cuore. Quel Cuore che palpita d’amore per voi e per tutta l’umanità”.

(Foto: Santa Sede)

Una rete di carità che abbraccia Torino

C’è un’immagine che meglio di ogni parola racconta il significato della carità: un abbraccio. È quello che stringe, ogni giorno, volontarie e volontari, amici e sostenitori della Società di San Vincenzo De Paoli. Un gesto semplice, ma carico di significato, che prende forma concreta nelle pagine del Bilancio Sociale del Consiglio Centrale di Torino.

Numeri, sì. Ma soprattutto volti, storie, vite vissute. È la testimonianza viva di una missione che unisce: ascoltare chi è nel bisogno e agire con amore, dignità e rispetto. Un’opera corale fondata sul carisma del Beato Federico Ozanam, che affermava: “L’assistenza onora quando aggiunge al pane che nutre la visita che consola, la stretta di mano che ridona il coraggio perduto”.

Tutti loro costituiscono il bilancio invisibile che accompagna e permette la nostra opera sul territorio”, spiega Rodrigo Sardi, Presidente della ODV Società di San Vincenzo De Paoli Consiglio Centrale di Torino. Un bilancio che, nel 2024, ha sostenuto 2.783 famiglie – pari a 7.157 persone – con oltre 1 milione di euro in aiuti. Ma soprattutto una presenza costante, fatta di ascolto, vicinanza e progettualità. Il Consiglio Centrale di Torino della Società di San Vincenzo De Paoli raggruppa 57 gruppi locali definiti “Conferenze”.

Con 622 soci e 350 volontari attivi, il Consiglio Centrale di Torino ha promosso interventi in diversi ambiti: educazione, lavoro, casa, dignità personale, senza mai dimenticare il valore di ogni singola relazione umana. In un’Italia dove quasi un ragazzo su dieci abbandona gli studi, la Fondazione Carlo e Maria Pia Ballerini ha donato 5.000 euro per aiutare 48 bambini ad affrontare l’anno scolastico con tutto il necessario.

Il progetto ‘Liberi di studiare’, sostenuto dal Politecnico di Torino, con 32.180 euro ha invece garantito percorsi universitari, gite scolastiche, doposcuola, mensa e trasporti a 18 giovani meritevoli, ma in difficoltà economica.

Sul fronte lavoro, nel 2024 sono stati attivati 5 contratti, 5 tirocini e 6 corsi di formazione, con il supporto di tre enti accreditati dalla Regione Piemonte. E grazie a questo impegno concreto, 135 persone sono riuscite a uscire dalla povertà. L’augurio per il futuro è di continuare: “A fare la differenza nella vita di chi ha bisogno alleviando, e in molti casi risolvendo, i loro problemi”, come sottolinea il Presidente Rodrigo Sardi che osserva: “Siamo stati un punto di riferimento per tanti offrendo sostegno materiale e spirituale, promuovendo iniziative di solidarietà e inclusione e testimoniando i valori del Vangelo attraverso le nostre azioni”.

Una missione di inclusione e di supporto che trova ogni giorno compimento grazie all’impegno di soci e volontari che, oltre alla distribuzione alimentare, – nel 2024 hanno consegnato 33.317 pacchi spesa – e ad aiuti economici di varia natura, hanno offerto loro stessi. Quella della Società di San Vincenzo De Paoli è una presenza costante che per molte famiglie seguite sul territorio si traduce in amicizia, supporto e incoraggiamento nei momenti difficili. Tutto questo grazie alla visita a domicilio: l’attività che da sempre contraddistingue la Società di San Vincenzo De Paoli.

Al contrario della maggior parte delle altre Associazioni, che ricevono le persone presso un ufficio, sono proprio soci e volontari della Società di San Vincenzo De Paoli a recarsi periodicamente nelle case delle famiglie in difficoltà fino a sviluppare un rapporto amicale che abbatte le barriere.  È così che le persone vengono accompagnate fuori dalla condizione di povertà: con una vicinanza che è buon consiglio e incoraggiamento a migliorarsi sempre, a sviluppare quelle capacità che permettono di riconquistare la propria dignità e una posizione nella società civile, anche frequentando corsi di formazione per diventare più spendibili nel mondo del lavoro.

L’emergenza abitativa è uno degli aspetti più critici del disagio sociale. La dignità e l’autonomia della persona è spesso messa a dura prova anche dall’impossibilità di sostenere i costi abitativi. Dinnanzi a tale difficoltà subentra il servizio di social housing. Le principali Conferenze che offrono questo aiuto sono Sant’ Ernesto di Candiolo e Beata Gabriella di Savigliano. 

La Conferenza Sant’Ernesto ha in gestione Casa Arietti, un lascito degli anni ‘70 dei coniugi Arietti, destinato a persone in difficoltà. Sono stati ricavati sei monolocali, oggi occupati da sei famiglie. La Casa Arietti è diventata un luogo di solidarietà e di incontro, dove persone in difficoltà trovano un tetto, un sostegno e un senso di appartenenza. Negli anni, la casa ha ospitato oltre 25 persone, offrendo loro un alloggio sicuro e dignitoso. Oggi, la Casa Arietti è un luogo vivo e dinamico, dove si organizzano attività per tutte le età, dal gruppo di preghiera per gli anziani agli incontri per i bambini. Un luogo che non è solo rifugio, ma anche comunità viva, con momenti di preghiera, gioco, vicinanza.

Tra i progetti più innovativi e partecipati c’è ‘Abito’, l’emporio solidale di via Santa Maria 6, dove chi è in difficoltà può scegliere autonomamente vestiti e beni di prima necessità. Nel 2024 sono stati distribuiti 50.384 capi, raggiungendo 1.330 famiglie e 3.304 beneficiari, grazie anche a 1.328 donazioni di vestiario, cresciute del 30,7% rispetto all’anno precedente. Prima dell’inizio del nuovo anno scolastico, oltre alla distribuzione di indumenti, le famiglie con bambini che iniziano la prima elementare ricevono uno zaino riempito con materiale di cancelleria. In Abito si forniscono, inoltre, prodotti per l’igiene personale, in particolare a persone senza fissa dimora.

Il numero dei volontari è salito da 22 a 80 e sono stati avviati anche i primi corsi di sartoria sociale, segno che l’iniziativa sta diventando un vero laboratorio di inclusione e crescita. La povertà oggi passa anche attraverso le bollette. Per questo, insieme alla Fondazione Banco dell’Energia, sono nati due progetti: ‘Energia in periferia’ ed ‘Efficientamento domestico’, per un totale di 100.000 euro investiti. Hanno coinvolto 160 nuclei familiari e portato non solo supporto economico, ma anche percorsi di educazione al risparmio energetico con la figura dei Tutor per l’Efficienza Domestica.

Il progetto ‘Efficientamento Domestico’ è stata la novità del 2024. Cinque le Conferenze coinvolte, 60 i nuclei familiari, pari a 139 persone (beneficiari), 31.336,53€ spesi nella sostituzione degli elettrodomestici. L’iniziativa ha lo scopo di ridurre i consumi di luce e gas, sostituendo alcuni elettrodomestici maggiormente energivori per classe o per età, con altri a più basso consumo (migliore classe energetica).

Da 170 anni, la Società di San Vincenzo De Paoli è presente a Torino. Ma non si ferma ai confini della città: dal 1954, attraverso l’Opera speciale San Pio X, sostiene circa 570 monasteri di clausura, in Italia e all’estero, nati in contesti di grave povertà.

Grazie all’impegno di tanti uomini e donne iscritti alla Società di San Vincenzo De Paoli germogliano ogni giorno semi di bene in nome di servizio che ha il suo motto in “Serviens in spe” che significa “servire nella speranza”. Una visione che punta a promuovere la dignità e lo sviluppo integrale di ciascun individuo per costruire un futuro di giustizia e solidarietà, rafforzando il legame con la comunità e promuovendo un cambiamento positivo. Ogni giorno, nelle vie e nei quartieri di Torino, il volontariato della San Vincenzo è un abbraccio che solleva, una voce che ascolta, una mano che rialza.

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