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Rodolfo Papa, presidente dell’Accademia Urbana delle Arti racconta coma ha rappresentato Papa Leone XIV
Nella Basilica di San Paolo fuori le Mura è stato posato il ritratto di Papa Leone XIV nella sequenza dei ritratti musivi della cronotassi dei pontefici. Un dipinto ad olio è stato realizzato nelle stesse dimensioni del mosaico, in poche settimane nel mese di luglio, dal pittore e filosofo dell’arte, Rodolfo Papa, presidente dell’Accademia Urbana delle Arti, dopo un attento studio degli antichi ritratti custoditi dalla Fabbrica di San Pietro.
Le tessere sono state realizzate sia con l’antica tecnica romana del mosaico tagliato che con quella del filato. Le prime, della dimensione di circa 1×2 cm, sono ottenute sezionando tramite la martellina una piastra di smalto, costituita da vetro, ossidi metallici e altre sostanze chimiche che generano il colore.
I dettagli più minuti, come i capelli, sono invece ottenuti ricorrendo alla tecnica del mosaico filato: in questo caso le tessere di piccolissime dimensioni derivano da sottilissime bacchette di smalto create a temperature molto elevate nella fornace presente nello Studio Vaticano, tagliate con una lima a base di polvere di diamante. Una tipologia ancora diversa è quella delle tessere dorate dello sfondo, realizzate secondo le antiche metodologie medievali: “Sono così brillanti per la loro struttura particolare, ‘a sandwich’ una sottilissima lamina d’oro è contenuta all’interno di due strati di vetro”.
L’artista ha sottolineato come abbia studiato papa Leone XIV in numerose fotografie e soprattutto filmati, per cogliere la specificità delle sue espressioni, finendo per concentrarsi su un aspetto che lo aveva colpito fin dal giorno dell’elezione: l’affabilità del sorriso. Inoltre ha studiato il contesto in cui il tondo è stato collocato che è molto peculiare: si tratta dell’ultimo clipeo sulla parete esterna della navata destra, alla sinistra il ritratto di papa Francesco, ed alla destra la parete ortogonale con i tondi ancora vuoti per i prossimi pontefici.
Per quale motivo un mosaico dedicato a papa Leone XIV?
“A partire dal 1823, dopo il grande incendio della Basilica di San Paolo fuori le Mura, durante la lunga ricostruzione si decise di ripristinare la cronotassi dei pontefici andata perduta. In seguito, Pio IX decise che i ritratti dei pontefici fossero in mosaico e quindi furono commissionati ai più grandi pittori dell’epoca dipinti ad olio dai quali poi trarre l’intera cronotassi musiva che oggi assomma 267 ritratti.
E dunque, da quella data, ogni volta che viene eletto un nuovo Pontefice viene affidato a un artista il compito di elaborare il ritratto pittorico, che viene poi conservato nella Galleria dei Ritratti presso la Fabbrica di San Pietro, da cui gli abili mosaicisti dello Studio del Mosaico Vaticano traggono il ritratto musivo che viene appunto esposto nella Basilica di San Paolo. Il ritratto musivo di papa Leone XIV è collocato in fondo alla navata destra ed è stato inaugurato domenica 25 gennaio, nella memoria della Conversione di san Paolo, con la celebrazione dei Vespri Solenni da parte di papa Leone XIV stesso”.
Come è nata l’idea dell’immagine del Papa del bozzetto pittorico?
“Ho elaborato vari bozzetti, studiando accuratamente il volto e le espressioni del nuovo Pontefice, le diverse possibilità di paramenti e anche le possibili diverse posizioni del volto e delle spalle. In modo particolare ho valutato la posizione angolare del ritratto, che è appunto in fondo alla navata destra, dunque l’ultimo prima dell’angolo.
I numerosi bozzetti sono stati poi ridotti a quattro, in accordo con Paolo Di Buono, direttore dello Studio Vaticano del Mosaico, e infine è stato lo stesso pontefice a scegliere quello che lui preferiva e da quello ho eseguito il quadro, olio su tela, delle stesse dimensioni del mosaico, ovvero una circonferenza con diametro di 137 cm. Penso sia da sottolineare che ho rappresentato papa Leone XIV frontalmente come del resto già era stato rappresentato papa Leone XIII, ed è stata una scelta voluta per creare una relazione diretta tra i due pontefici”.
In quale modo l’arte può raccontare la fede oggi?
“Le arti possono raccontare la fede oggi come sempre, ovvero testimoniando la fede stessa. L’arte sacra è testimone di quanto crediamo. Nella ‘Difesa delle immagini sacre’ san Giovanni Damasceno ricordava che ‘il pittore con la figura insegna in misura maggiore’ In particolare la pittura ha il compito di narrare ai contemporanei le verità evangeliche e di inserirsi nella storia della iconografia, sapientemente interpretando e innovando. Credo che l’arte mediante la bellezza possa realmente contribuire in modo eccellente a quella missione per attrazione, di cui papa Francesco ha sempre sottolineato l’importanza”.
(Tratto da Aci Stampa)
Card. Zuppi: la Chiesa forma coscienze libere
“All’inizio di questa sessione desidero rinnovare la nostra vicinanza alle Chiese del Medio Oriente, segnate ancora una volta dalla violenza dei conflitti, dall’insicurezza, dalla paura, dalla sofferenza di popolazioni intere… Nei giorni scorsi avevamo inviato ai Patriarchi di quella regione una lettera per ribadire la fraternità e la solidarietà delle Chiese in Italia. Le risposte ricevute ci hanno profondamente toccato… Le ferite di quelle terre attraversano il corpo della Chiesa e interrogano la coscienza di tutti.
Avremo modo di confermare la nostra solidarietà partecipando alla Colletta per la Terra Santa che tradizionalmente si raccoglie il Venerdì Santo (3 aprile). Auspichiamo che la voce di papa Leone sia ascoltata dai responsabili delle nazioni, si decida il cessate il fuoco perché la guerra non sia una spirale che faccia precipitare tutti in una voragine”: con queste parole il presidente della Cei, card. Matteo Zuppi, ha aperto i lavori del consiglio episcopale permanente.
Ed ha ricordato il martirio dei cristiani: “In questo quadro ricordiamo il martirio di padre Pierre Al-Rahi, che ha scelto di rimanere accanto alla sua comunità fino alla fine, testimoniando con la sua vita e con il suo sangue la fedeltà al Vangelo e alla missione pastorale affidatagli. Il suo sacrificio rimane per la nostra Chiesa un luminoso seme di speranza, di riconciliazione e di pace. La sua memoria ci riporta al cuore del Vangelo: una Chiesa che non arretra davanti al dolore, che rimane accanto al suo popolo, che condivide la sorte della gente e continua, proprio per questo, a essere presenza di prossimità, di amore e di pace. Avviene così per tanti cristiani vittime di violenza e testimoni di Vangelo. Sono ‘Gente di primavera’, come ricorderemo domani 24 marzo, XXXIV Giornata dei missionari martiri, nella memoria di mons. Oscar Romero”.
Per questo ha sottolineato che solo il papa ha levato la voce per la pace: “La voce del Santo Padre sulla pace è tra le poche che richiamano a una visione umana e ragionevole dei rapporti tra i popoli. È una voce cristiana che dà voce all’anelito di pace e di libertà di tanti che non hanno voce, che non hanno possibilità o libertà per esprimere la loro grande sofferenza e le loro aspirazioni alla fine della violenza. E sempre desideriamo unirci coralmente alla voce del Papa, come abbiamo fatto nella recente Giornata di preghiera dedicata alla pace, in tutte le Chiese d’Italia”.
Ecco il motivo per cui la comunità cristiana deve essere missionaria: “Bisogna andare incontro alle persone in ricerca, spaesate, inquiete su di sé e sul futuro. Questo richiede un atteggiamento umano e pastorale, carico di disponibilità e attenzione. Quanti si sono recati ad Assisi, numerosi e raccolti (oltre 370.000 pellegrini da tutte le parti del mondo), a vedere le spoglie di san Francesco, non cercavano nella memoria del Santo una testimonianza del Vangelo sine glossa? Questa ricerca si incontra ancora troppo poco con i binari della vita ordinaria della Chiesa, che appaiono non sempre attrattivi, forti, luminosi”.
Missione che è apertura al dialogo: “E’ chiaro che, di fronte a tante domande di senso, è necessaria un’estroversione missionaria e una capacità di dialogo: una Chiesa che si orienta tutta nella missione. Ma questa attitudine fondamentale non è disgiunta dalla necessità di costruire comunità vere nelle nostre parrocchie e nel nostro mondo. E’ un tema su cui ho più volte insistito, del resto evidente ai vostri occhi e alla vostra azione pastorale. E’ il tema, ad esempio, di dovere accogliere quanti, adulti, accedono o riscoprono il Battesimo e di avviare il dialogo con i tanti che non incontriamo”.
Tale realizzazione è possibile grazie alle comunità: “Solo le comunità possono realizzare l’estroversione missionaria e incarnare un atteggiamento dialogico con quanti sono in ricerca… Comunità autentiche sono alla base di una responsabilità sinodale, che non sia uno slogan, un laboratorio astratto o un fatto istituzionale. Dopo il Covid, in parecchie parrocchie del nostro Paese, si è vista una faticosa ripresa di presenza di quelli che erano fedeli un po’ anonimi…
In questo senso bisogna suscitare e supportare uomini e donne di sintesi, come diceva il grande sociologo padre Lebret, ‘tessitori di fraternità’, capaci di dare carne alle nostre istituzioni, creatori di legami. Si tratta di coinvolgere tutti nella creazione di un tessuto ecclesiale comunitario. Non dobbiamo mai dimenticare la dimensione dell’unità nella comunione tra noi, con il Vescovo di Roma, nostro Primate, con tutta la Chiesa”.
E nel ricordo del ‘convegno’ di Roma del 1976 il card. Zuppi ha invitato a coniugare la missione con la promozione umana: “Il binomio evangelizzazione e promozione umana dice ancora tanto della specifica vocazione della Chiesa a comunicare il Vangelo, ma anche di far crescere la società italiana che stava affrontando allora tempi non facili, segnati com’erano dal terrorismo. No, non ci rinchiuderemo in un’irrilevanza pigra, per conservare noi stessi, per farci proteggere dal freddo della storia!
La Chiesa è ben di più che un museo di un’antica storia di fede e di cultura, ben di più di un’agenzia di valori, ben di più di un’organizzazione di servizio sociale o educativo! Lo diciamo con molta umiltà, ma con la consapevolezza della densità teologica, religiosa, umana, sociale che comporta il nostro essere Chiesa. Questo non è senso di superiorità o isolamento, tantomeno mancare alle nostre responsabilità”.
In questo modo si esplica la ‘presenza’ dei cattolici: “La presenza ecclesiale non nasce dalla ricerca di spazio, ma da una responsabilità evangelica. Non è un’occupazione del sociale, ma una forma dell’annuncio. Non è l’aggiunta pratica a una fede privata, ma il modo con cui la carità rende visibile il Vangelo. La Chiesa, infatti, non vive per sé stessa. Non si comprende a partire dalle sue strutture, pur necessarie, né dal solo profilo istituzionale…
Chi pensa di capire la Chiesa con misere letture politiche o le attribuisce intenzioni di parte non la conosce così come ignora la sua libertà di indicare e vivere l’unica parte che cerca: la difesa della persona. La Chiesa è popolo di Dio, non una somma di individualità; è comunione, non autosufficienza; è pellegrina nella storia, non padrona della storia; è segno, non fine a sé stessa; è strumento, non protagonista autoreferenziale”.
Proprio per questo la fede ha una dimensione sociale: “Questa consapevolezza non va mai data per scontata. Ci sono sempre infatti alcuni rischi. Tra questi, quello del disimpegno; quello di sostituirsi impropriamente alla responsabilità dei laici, intervenendo direttamente là dove invece è decisiva la libertà della coscienza cristiana nella costruzione del bene comune. Non spetta direttamente alla Chiesa fare politica. Ma proprio per questo spetta alla Chiesa, con ancora maggiore passione, formare coscienze laicali libere, mature, coraggiose, capaci di discernimento e di responsabilità”.
Responsabilità anche politica: “C’è poi il rischio di una politica o di organizzazioni sociali che pretendano di arruolare la Chiesa, di piegarne la libertà, di cercarne l’avallo, di utilizzarne la voce per i propri schieramenti. Quando questo accade, si fa male alla politica e si fa male alla Chiesa. La comunità cristiana, invece, resta fedele a una distinzione alta e necessaria: riconosce l’autorità politica come servizio al bene comune, ma conserva la libertà di parola e di giudizio quando sono in gioco i principi etici che promuovono la dignità della persona, quando si calpestano i poveri, quando la forza prende il posto del diritto. Come ci ha ricordato papa Francesco alla Settimana Sociale di Trieste”.
L’impegno è un modo di essere Chiesa: “I discepoli di Gesù Cristo sono continuamente chiamati a comprendere cosa significa costruire il bene comune e mettersi al servizio del disegno di Dio sull’umanità. Per questo, è importante non far mancare il nostro impegno di cristiani che credono nella vita umana, nella famiglia, nell’educazione, nel volontariato, nella pace, nel lavoro degno, in un’economia per l’uomo, nella cura del creato, nell’inclusione dei poveri… Questo modo di essere Chiesa non ci può vedere chiusi in sacrestia. I discepoli di Cristo percorrono le strade infangate o polverose, abitano in mezzo alla gente per essere segno di speranza. I sogni e le sofferenze delle persone, soprattutto degli ultimi, non ci troveranno mai indifferenti”.
San Tommaso d’Aquino: l’attualità del rapporto tra fede e ragione
“Infatti la scienza di una cosa non è compatibile con l‘opinione, poiché la scienza esige che chi conosce veda che l‘oggetto conosciuto non può essere diversamente, mentre l‘opinione implica l‘accettazione di questa possibilità. Se invece si tiene una cosa per fede si deve affermare l‘impossibilità che essa sia diversamente, data la certezza della fede; tuttavia una stessa cosa non può essere sotto lo stesso aspetto oggetto di scienza e di fede, poiché ciò che è conosciuto per scienza è visto, mentre ciò che è creduto non è visto, come si è spiegato [nel corpo]”:così scriveva san Tommaso d’Aquino nella Summa Teologica, sottolineando che la scienza non è un’opinione.
Ed ancora in un altro passo l’Aquinate ha sottolineato lo ‘stretto’ legame tra fede e ragione: “L’intelletto, più partecipa della luce della gloria, più perfettamente vede Dio. Ma partecipa di più della luce della gloria chi ha un grado superiore di carità, poiché là vi è maggiore carità dove vi è maggiore desiderio, quel desiderio che in qualche modo rende colui che desidera adatto e pronto a ricevere la cosa desiderata. Da cui deriva che colui che avrà avuto più carità, vedrà più perfettamente Dio”.
Partendo da tali sollecitazioni con il teologo domenicano p. Antonio Olmi riflettiamo su tale rapporto, chiedendogli di spiegare quale posto hanno fede e ragione in san Tommaso d’Aquino:
“Il Catechismo della Chiesa cattolica insegna che la retta ragione guida alla fede, e che la fede purifica e illumina la ragione. ‘Ragione’ non intesa come ‘razionalità scientifica’, che opera solo attraverso evidenze concettuali e certezze dimostrabili, bensì come ‘ragionevolezza sapienziale’: che si fonda, al tempo stesso, sul ‘buon senso’ e sul ‘buon cuore’, facoltà comuni agli esseri umani di ogni tempo, ogni luogo e ogni cultura.
Tra tutti i pensatori cristiani, san Tommaso d’Aquino (‘il più santo tra i dotti, il più dotto dei santi’, come lo ha definito papa Pio XI nel 1923) è quello che più, e meglio, di ogni altro ha sottolineato il rapporto che lega la ragione naturale alla fede, mettendo in luce il rapporto di unità-distinzione-ordinamento tra le due: la fede e la ragione sono distinte, la fede è superiore alla ragione, ma ambedue sono unite per giungere alla conoscenza di Dio che ci è data dalla Rivelazione cristiana”.
Perché il ‘Doctor communis’ è una risorsa per la Chiesa?
“Il titolo di ‘Doctor communis’, cioè di ‘dottore universale’, è stato attribuito a san Tommaso d’Aquino nel corso dei secoli a causa dell’autorità e della diffusione del suo pensiero filosofico-teologico. ‘Universale’, proprio perché la comprensione profonda che egli ha avuto del rapporto tra ragione è fede è un contributo indispensabile per approfondire e per vivere ciò che la Chiesa cattolica (‘universale’, appunto) ci tramanda dell’insegnamento di Gesù Cristo. Tale contributo, nel mondo contemporaneo, è particolarmente significativo: in un momento in cui le istanze della ragione e della fede sembrano divergere, ai limiti dell’incompatibilità, l’insegnamento dell’Aquinate costituisce la risorsa più preziosa per un approccio al cristianesimo rispettoso delle caratteristiche e dei limiti dell’intelligenza umana”.
‘Canta, o mia lingua, il mistero del corpo glorioso e del sangue prezioso che il Re delle nazioni,
frutto benedetto di un grembo generoso, sparse per il riscatto del mondo: questo è l’inizio di. ‘Pange, lingua tantum èrgo sacramentum’. Per quale motivo la lingua ‘canta un sì grande sacramento’?
“Canta, o mia lingua, un così grande sacramento (‘Pange, lingua, tantum ergo sacramentum’) è il titolo dell’inno eucaristico più noto della Chiesa cattolica. Papa Urbano IV, in occasione del miracolo di Bolsena del 1263, nel quale l’ostia aveva sanguinato al momento della consacrazione, l’anno seguente istituì la solennità del Corpus Domini, e diede a san Tommaso d’Aquino l’incarico di comporre un inno che ne esprimesse il significato.
Manifestando anche le sue doti poetiche, oltreché dottrinali, l’Aquinate in questi versi esprime il mistero eucaristico (‘Il Verbo fatto carne cambia con la sua parola / il pane vero nella sua carne / e il vino nel suo sangue’), mettendolo in relazione con il piano salvifico della misericordia divina, con il mistero della nascita verginale, con la vita pubblica di Cristo, con il passaggio dall’Antica alla Nuova Legge”.
Allora, cosa significa per la Chiesa che l’Aquinate è co-patrono della missione educativa?
“Nominare san Tommaso d’Aquino co-patrono della missione educativa (insieme a san John Henry Newman) ha significato per la Chiesa cattolica riaffermare l’unione indissolubile tra fede e ragione, promuovendo un’educazione che sia intellettualmente rigorosa, profondamente umana e aperta alla verità. In questa prospettiva l’educazione diventa un atto di carità intellettuale, grazie al quale la conoscenza di Dio si riflette nell’amore per il prossimo; non solo come trasmissione di nozioni ma come un ‘compito d’amore’, che mira a far scoprire la propria vocazione alla santità, formando e sostenendo lo sviluppo dell’intera persona”.
Dopo 800 anni dalla nascita quale è la sua attualità?
“L’attualità perenne di san Tommaso d’Aquino consiste nell’aver fondato l’esercizio della ragione (inteso non solo come ricerca scientifica delle «cause seconde» delle cose ma come ricerca sapienziale delle ‘cause prime’) sulla valorizzazione e rigorizzazione di quella che san Giovanni Paolo II ha chiamato ‘filosofia implicita’: vale a dire, l’insieme di ‘certezze originarie dell’esperienza’ (le cose sono, il mondo è ordinato, l’io esiste, ed altre) e di ‘princìpi primi della conoscenza’ (causalità, finalità, identità, non contraddizione) che guidano la ragione naturale a giungere alla verità, cioè all’ ‘adeguazione dell’intelletto alla realtà’.
Solo questa adeguazione permette al pensiero di ‘funzionare’ correttamente, e quindi di esercitarsi come «retta ragione» che conduce dal mondo a Dio, e che permette di accogliere e di interpretare correttamente la Rivelazione di Dio all’uomo”.
Il papa in udienza generale ha chiesto ai giovani di seguire l’esempio di san Tommaso d’Aquino: in quale modo si possono trasmettere ai giovani i ‘frutti della contemplazione’?
“Papa Leone XIV, nell’esortare i giovani a radicare la propria vita nel ‘cuore di Gesù’, fonte di sapienza e di santità, si è richiamato proprio all’esempio di san Tommaso. Radicarsi nell’amicizia con Gesù, pregare per e con gli altri, vivere un Vangelo concreto, ‘camminare insieme’ con il prossimo, educarsi all’amore fedele: tutti questi elementi costitutivi di un percorso di santità che inizi nell’età giovanile e prosegua con frutto nell’età matura sono possibili solo ‘obbedendo alla realtà’.
Solo insegnando ai giovani come esercitare la ‘retta ragione’, che accetta le cose per quello che sono e ne riconosce le perfezioni come partecipi della Perfezione suprema, è possibile insegnare loro a vivere un autentico atteggiamento contemplativo, in senso propriamente cristiano: che non solo è attratto dalla verità ma è mosso dalla carità della verità”.
Quindi un mistico per il tempo contemporaneo?
“Contemplare, e trasmettere agli altri i frutti della contemplazione. In questa celebre frase, divenuta anch’essa un motto dell’Ordine domenicano, si riassume l’eredità di san Tommaso d’Aquino: la ‘carità della verità’ con cui egli si è santificato, ed ha indicato alla Chiesa una via di santificazione che nessuna moda culturale, od influenza dello spirito del mondo, potrà rendere impercorribile od obsoleta”.
(Tratto da Aci Stampa)
Papa Leone XIV: il popolo di Dio partecipa alla missione di Cristo
“Saluto i fedeli di lingua araba, in particolare quelli provenienti dal Medio Oriente. Il cristiano è chiamato ad essere strumento di pace, amore e riconciliazione, affinché la vera pace possa prevalere tra tutti i popoli. Il Signore vi benedica tutti e vi protegga sempre da ogni male!”: al termine dell’udienza generale in lingua araba papa Leone XIV ha rinnovato l’appello perché la pace possa prevalere tra tutti i popoli, rivolgendosi in particolare ai fedeli provenienti dal Medio Oriente li ha incoraggiati ad essere strumenti di riconciliazione.
Nella catechesi ha proseguito la riflessione sul documento del Concilio Vaticano II ‘Lumen gentium’, riflettendo sulla comunità ecclesiale quale ‘popolo sacerdotale e profetico’: “Il popolo messianico riceve da Cristo la partecipazione all’opera sacerdotale, profetica e regale in cui si attua la sua missione salvifica. I Padri conciliari insegnano che il Signore Gesù ha istituito mediante la nuova ed eterna Alleanza un regno di sacerdoti, costituendo i suoi discepoli in un sacerdozio regale”.
Quindi è un sacerdozio a cui tutti sono chiamati attraverso il Battesimo: “Questo sacerdozio comune dei fedeli viene donato con il Battesimo, che ci abilita a rendere culto a Dio in spirito e verità ed a ‘professare pubblicamente la fede ricevuta da Dio mediante la Chiesa’. Inoltre, attraverso il sacramento della Confermazione o Cresima, tutti i battezzati ‘vengono vincolati più perfettamente alla Chiesa, sono arricchiti di una speciale forza dallo Spirito Santo e in questo modo sono più strettamente obbligati a diffondere e a difendere la fede con la parola e con l’opera, come veri testimoni di Cristo’. Questa consacrazione sta alla radice della comune missione che unisce i ministri ordinati e i fedeli laici”.
Quindi il sacerdozio è esercitato in molti modi: “L’esercizio del sacerdozio regale avviene in molti modi, tutti tesi alla nostra santificazione, anzitutto partecipando all’offerta dell’Eucaristia. Mediante la preghiera, l’ascesi e la carità operosa testimoniamo così una vita rinnovata dalla grazia di Dio”.
E chi partecipa a tale sacerdozio partecipa anche alla missione di Gesù: “I Padri conciliari insegnano poi che il popolo santo di Dio partecipa anche della missione profetica di Cristo. In questo contesto introduce il tema importante del senso della fede e del consenso dei fedeli… Il senso della fede appartiene dunque ai singoli fedeli non a titolo proprio, ma quali membra del popolo di Dio nel suo insieme”.
Tale aspetto è messo in luce dal documento conciliare: “La totalità dei fedeli, che hanno ricevuto l’unzione dal Santo non può sbagliarsi nel credere e manifesta questa sua proprietà particolare mediante il senso soprannaturale della fede di tutto il popolo, quando dai vescovi fino agli ultimi fedeli laici esprime l’universale suo consenso in materia di fede e di morale”.
Per questo la Chiesa non erra nella fede: “La Chiesa, dunque, come comunione dei fedeli che include ovviamente i pastori, non può errare nella fede: l’organo di questa sua proprietà, fondato sull’unzione dello Spirito Santo, è il soprannaturale senso della fede di tutto il popolo di Dio, che si manifesta nel consenso dei fedeli. Da questa unità, che il Magistero ecclesiale custodisce, consegue che ciascun battezzato è soggetto attivo di evangelizzazione, chiamato a dare coerente testimonianza di Cristo secondo il dono profetico che il Signore infonde a tutta la sua Chiesa”.
E’ questa la vitalità carismatica, a cui il papa invita: “Una dimostrazione peculiare di tale vitalità carismatica è offerta dalla vita consacrata, che continuamente germoglia e fiorisce per opera della grazia. Anche le forme associative ecclesiali sono esempio luminoso della varietà e della fecondità dei frutti spirituali per l’edificazione del Popolo di Dio. Carissimi, risvegliamo in noi la consapevolezza e la gratitudine di aver ricevuto il dono di far parte del popolo di Dio; e anche la responsabilità che questo comporta”.
In precedenza ricevendo i partecipanti al convegno ‘Oggi chi è il mio prossimo?’, il papa ha chiesto cure accessibili per tutti: “In molte Nazioni le diseguaglianze in campo sanitario stanno crescendo: meno persone possono curarsi con i servizi offerti. Uno sguardo urgente va posto anche sulla salute mentale delle persone, in particolare dei giovani, perché le ferite invisibili della psiche non sono meno pesanti di quelle visibili”.
Quindi ha riaffermato il diritto di ciascuno alla salute: “La salute non può essere un lusso per pochi, ma è una condizione essenziale per la pace sociale. Una copertura sanitaria universale non è soltanto un obiettivo tecnico da raggiungere, è prima di tutto un imperativo morale per le società che vogliono definirsi giuste. La tutela e la cura della salute devono essere accessibili ai più vulnerabili, perché ciò è richiesto dalla loro dignità e anche per evitare che un’ingiustizia diventi seme di conflitti”.
Per il cristiano il prossimo è il ‘centro’ delle sue domande: “La domanda che sta al centro del tema di questa giornata, tratta dal Vangelo di Luca, interpella tutti; non per giustificarsi, come fa il dottore della legge, ma per lasciarsi pienamente interrogare. E’ una domanda sempre attuale, che non ha una risposta unica e univoca, ma chiede a ciascuno di rispondere in modo concreto e puntuale. Pertanto, possiamo domandarci: per me, in questo momento della mia vita, chi è il prossimo? Nelle diverse situazioni in cui ci troviamo a vivere, le risposte sono differenti; ciò che non cambia è l’invito ad andare verso l’altro, soprattutto verso chi soffre”.
Infine per il cristiano non è ammessa l’indifferenza: “La distanza, la distrazione, l’assuefazione alla visione della violenza e delle sofferenze altrui ci spingono verso l’indifferenza. Ogni uomo e donna, in particolare il cristiano, è chiamato a fissare lo sguardo su chi soffre, sul dolore delle persone sole, su quanti per vari motivi vengono emarginati e considerati come ‘scarti’, perché senza di loro non potremo costruire società giuste, a misura di persona.
E’ illusorio pensare che, ignorando questi fratelli e queste sorelle, sia più facile raggiungere una condizione di felicità. Soltanto insieme potremo costruire comunità solidali e capaci di prendersi cura di ognuno, nelle quali si sviluppino benessere e pace, a beneficio di tutti. Curare l’umanità altrui aiuta a vivere la propria”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV: per prevenire gli abusi è necessario l’ascolto
“Esprimo ugualmente gratitudine a tutti, membri e collaboratori, per il servizio alla Chiesa attraverso la tutela dei bambini, degli adolescenti e delle persone in situazioni di vulnerabilità. E’ un’opera impegnativa, a volte silenziosa, spesso gravosa, ma essenziale per la vita della Chiesa e per la costruzione di un’autentica cultura della cura”: questa mattina papa Leone XIV, ricevendo la Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori, ha ricordato che la prevenzione degli abusi non è facoltativa ma è una missione ecclesiale, perché dall’ascolto nasce ‘un percorso credibile di speranza e rinnovamento’.
Questo è il motivo per cui papa Francesco aveva inserito tale servizio ‘preventivo’ stabilmente nella Chiesa: “Il mio venerato predecessore, papa Francesco, ha voluto inserire in modo permanente il vostro servizio all’interno della Curia Romana, per ricordare a tutta la Chiesa che la prevenzione degli abusi non è un compito facoltativo, ma una dimensione costitutiva della missione della Chiesa. Fin dalla mia elezione, sono stato molto incoraggiato dal dialogo che avete instaurato con la Sezione Disciplinare del Dicastero per la Dottrina della Fede. State raggiungendo così l’obiettivo auspicato che la prevenzione (una delle vostre responsabilità) e la vigile disciplina, esercitata da quel Dicastero, procedano insieme in maniera sinergica ed efficace”.
Servizio importante in quanto non è solo preventivo, ma anche di ‘riconoscimento’: “La vostra missione è quella di aiutare a garantire la prevenzione degli abusi. Tuttavia, essa non è mai solo un insieme di protocolli o procedure. Si tratta piuttosto di contribuire a formare, in tutta la Chiesa, una cultura della cura, in cui la tutela dei minori e delle persone in situazioni di vulnerabilità non sia vista come un obbligo imposto dall’esterno, ma come una naturale espressione di fede. Ciò richiede quindi un processo di conversione in cui le sofferenze degli altri siano ascoltate e ci spingano ad agire.
A questo proposito, le esperienze delle vittime e dei sopravvissuti sono punti di riferimento essenziali. Sebbene siano certamente dolorose e difficili da ascoltare, portano alla luce con forza la verità e ci insegnano l’umiltà mentre ci sforziamo di assistere le vittime e i sopravvissuti. Allo stesso tempo, è proprio attraverso il riconoscimento del dolore provato che si apre un percorso credibile di speranza e rinnovamento”.
Altro elemento fondamentale è l’approccio multidisciplinare: “Un altro elemento importante della vostra opera è l’integrazione di un approccio multidisciplinare e articolato. Come parte della Curia Romana, all’interno del Dicastero per la Dottrina della Fede, avete un ruolo chiaro che vi pone in dialogo con i Dicasteri e le altre istituzioni che esercitano la propria responsabilità nei vari ambiti legati alla tutela. Spero che continuiate a raggiungere una cooperazione ancora maggiore con essi, affinché possano arricchire il vostro lavoro con le proprie conoscenze.
Allo stesso tempo, anch’essi possono arricchirsi dell’esperienza che la Commissione ha acquisito in questi undici anni di servizio, in particolare attraverso l’ascolto attento e sincero che offrite alle vittime, ai sopravvissuti e alle loro famiglie. A tal proposito, la Relazione annuale della Commissione è uno strumento di grande importanza. Rappresenta un esercizio di verità e responsabilità, ma anche di speranza e prudenza, che devono andare di pari passo per il bene della Chiesa. La speranza ci impedisce di cedere allo scoraggiamento; la prudenza ci preserva dall’improvvisazione e dalla superficialità nell’affrontare la prevenzione degli abusi”.
Insomma tale impegno è un ‘segno dei tempi’: “L’impegno della Commissione con la Chiesa a tutti i livelli, con le vittime, i sopravvissuti e le loro famiglie, nonché con i partner della società civile, vi ha spinto ad approfondire lo studio in due aree in rapida evoluzione della tutela: il concetto di vulnerabilità in relazione agli abusi e la prevenzione degli abusi sui minori facilitati dalla tecnologia nello spazio digitale.
Leggendo questi ‘segni dei tempi’, aiutate la Chiesa ad affrontare con coraggio le sfide della salvaguardia e a rispondere con chiarezza pastorale e rinnovamento strutturale. Ciò sta già prendendo forma concreta nello sviluppo di un quadro di riferimento universale. Attendo con interesse di ricevere la proposta definitiva affinché, dopo un adeguato studio e discernimento, possa essere pubblicata”.
E ciò rientra nella cura: “Cari amici, tutto il vostro impegno dimostra che la vostra missione non è semplicemente l’istituzione di un processo formale, ma un segno di comunione e di responsabilità condivisa. Prima di concludere, vorrei ribadire che la tutela dei minori e delle persone in situazioni di vulnerabilità non è un ambito isolato della vita ecclesiale, ma una dimensione che permea la cura pastorale, la formazione, il governo e la disciplina. Ogni passo avanti in questo cammino è un passo verso Cristo e verso una Chiesa più evangelica e autentica”.
Poi ha ricevuto i redattori del Tg2 nel 50^.mo anniversario della sua nascita, sottolineando la distinzione tra mezzo e fine: “Penso al passaggio dal sistema analogico a quello digitale, che vi ha visto protagonisti nel coglierne le opportunità e nel comprendere che non c’è novità tecnologica che possa sostituire la creatività, il discernimento critico, la libertà di pensiero. E se la sfida del nostro tempo è quella dell’intelligenza artificiale, penso alla necessità di regolare la comunicazione secondo il paradigma umano e non secondo quello tecnologico. Che vuol dire, in ultima istanza, saper distinguere tra i mezzi e i fini”.
E’ stato un invito a non ‘abdicare’ alla laicità ed all’informazione: “I tratti distintivi che fin dall’inizio vi hanno caratterizzato sono la laicità e il pluralismo delle fonti informative, anche nella televisione di Stato. Laicità intesa come rifiuto degli apriori ideologici e come sguardo aperto sulla realtà. Sappiamo tutti quanto sia difficile lasciarsi sorprendere dai fatti, dagli incontri, dagli sguardi e dalle voci degli altri; quanto sia forte la tentazione di cercare, vedere e ascoltare solo ciò che conferma le proprie opinioni. Ma non ci può essere buona comunicazione, né vera libertà e sano pluralismo senza questa apertura”.
(Foto: Santa Sede)
A Melegnano la settimana di animazione missionaria dal 15 al 22 marzo
La comunità pastorale ‘Dio Padre del Perdono’ di Melegnano, in provincia di Milano, ospiterà dal 15 al 22 marzo 2026 la settimana di animazione missionaria, promossa dai Missionari del Preziosissimo Sangue attraverso il Servizio di pastorale giovanile e vocazionale. L’iniziativa coinvolgerà parrocchie, scuole e realtà educative del territorio con un ricco calendario di celebrazioni, catechesi e incontri dedicati in particolare a giovani, adulti e famiglie. Il tema scelto, ‘Chi è freddo non riscalda’, prende spunto da una frase del fondatore della congregazione, san Gaspare del Bufalo: un invito a vivere la fede con passione e a riscoprire la dimensione missionaria della comunità cristiana.
La settimana missionaria si aprirà domenica 15 marzo alle ore 10.30 presso la parrocchia San Gaetano, con la celebrazione durante la quale verrà conferito il mandato missionario all’équipe. La Santa Messa sarà presieduta da mons. Franco Agnesi, vicario generale della diocesi di Milano. Durante tutta la settimana i missionari visiteranno le scuole del territorio e incontreranno giovani e adulti attraverso momenti di dialogo e catechesi.
Ogni giorno sono inoltre previsti momenti di preghiera e celebrazioni Eucaristiche. Immancabile anche l’appuntamento quotidiano con il Grande Oratorio Missionario, dedicato a bambini e ragazzi delle scuole elementari e medie. Tra gli appuntamenti principali, venerdì 20 marzo alle ore 21.00 si svolgerà la Via Crucis per le strade della città, mentre sabato 21 marzo, sempre alle ore 21.00, avrà luogo la veglia Eucaristica. La conclusione della settimana di animazione missionaria è prevista domenica 22 marzo alle ore 10.30 presso la parrocchia san Gaetano.
“Nei giorni dell’animazione missionaria – condivide don Valerio Volpi, Missionario del Preziosissimo Sangue e direttore dell’ufficio di pastorale giovanile e vocazionale – abitiamo fisicamente tutti i luoghi della comunità, per cercare di guardare negli occhi e stringere la mano a ‘vicini’ e ‘lontani’. Ai vicini, perché insieme a noi possano riscoprire la bellezza della dimensione missionaria del loro battesimo, perché nelle loro fatiche si sentano confermati e possano riprendere slancio nella loro vita pastorale.
L’animazione è per questi una sorta di grande ‘defibrillatore’ che possa renderli più consapevoli e responsabili del tesoro che il Signore ha loro affidato con il dono della fede. ‘Non veniamo a far da padroni sulla vostra fede – ripetiamo con san Paolo a tutti coloro che ci accolgono nelle loro comunità – siamo piuttosto collaboratori della vostra gioia’ (2 Cor 1,24).
Ai ‘lontani’ invece, a quelli che hanno perso il gusto del loro battesimo, o a quei fratelli e sorelle che portano nel cuore ferite tanto grandi da avere a volte oscurato la gioia del Vangelo, ci piace farci compagni di viaggio. Volti amici e sorrisi che con il passare del tempo, durante una settimana, divengono ‘familiari’, perché il calore umano diventi il primo mezzo per suscitare domande.
‘Non parlare di Dio a chi non te lo chiede – diceva san Francesco di Sales – ma vivi in modo che prima o poi te lo chieda’. All’animazione missionaria prenderanno parte tre sacerdoti, due suore Adoratrici del Sangue di Cristo, tre seminaristi dei Missionari del Preziosissimo Sangue e sette giovani laici, tra ragazzi e ragazze”.
Sinodo: missionari nel digitale
Nei giorni scorsi papa Leone XIV ha disposto che i Rapporti finali del Sinodo siano resi pubblici per condividere con il ‘Popolo di Dio’ il frutto della riflessione e del discernimento realizzati, concretizzando una delle caratteristiche essenziali della Chiesa sinodale, come ha evidenziato il card. Mario Grech, segretario generale del Sinodo:
“Oltre al valore dei contenuti, questi Rapporti testimoniano un’esperienza del cammino compiuto insieme ai Dicasteri. Non è la prima volta che i Dicasteri collaborano a un progetto comune, ma qui c’è qualcosa di più: un autentico esercizio di ascolto, riflessione e discernimento condiviso. E’ la sinodalità messa in pratica, non una semplice collaborazione burocratica”.
Per questo ha sottolineato che tali documenti sono importanti per la Chiesa: “I Rapporti finali vanno intesi come documenti di lavoro, un punto di partenza e non di arrivo. Ma pur essendo documenti di lavoro, contengono già indicazioni preziose, a cui le Chiese locali e le diverse realtà ecclesiali possono ispirarsi fin da ora. E’ questo lo spirito della sinodalità: un cammino che non si ferma, in cui ogni tappa è già generativa. Spetta ora alla Segreteria Generale del Sinodo insieme ai Dicasteri competenti tradurre quanto emerso nei Rapporti in proposte operative per la Chiesa tutta da consegnare al Santo Padre”.
In base a ciò sono stati pubblicati i primi due documenti sul sacerdozio e sulla missione nel mondo digitale: “Oltre al valore dei contenuti, questi Rapporti testimoniano un’esperienza del cammino compiuto insieme ai Dicasteri. Non è la prima volta che i Dicasteri collaborano a un progetto comune, ma qui c’è qualcosa di più: un autentico esercizio di ascolto, riflessione e discernimento condiviso. E’la sinodalità messa in pratica, non una semplice collaborazione burocratica”.
Il Rapporto sulla missione nell’ambiente digitale (Gruppo 3) affronta una questione centrale emersa durante la XVI Assemblea: come vivere la missione della Chiesa in una cultura sempre più plasmata dal digitale? A partire da una vasta consultazione che ha coinvolto operatori pastorali, esperti e realtà ecclesiali di tutti i continenti, il Gruppo di Studio ha raccolto esperienze, analizzato sfide e formulato raccomandazioni concrete:
“Il nostro lavoro si è concentrato su come la Chiesa già oggi stia testimoniando e possa continuare nel modo più efficace a testimoniare il Vangelo di Gesù Cristo in un tempo in cui ambienti digitali e fisici sono strettamente interconnessi in ogni ambito della vita sociale, specialmente tra i giovani. Questa rivoluzione digitale si colloca al cuore di un cambiamento d’epoca, che ci sfida a rispondere con fedeltà e a portare avanti la nostra missione evangelica in questo nuovo contesto”.
Per questo il mondo digitale apre un cammino missionario: “Come ogni nuovo cammino, la missione comune nell’ambiente digitale è un percorso in divenire. La Chiesa sta imparando lungo il cammino le sfide, le opportunità e i linguaggi che questa cultura emergente presenta. Concetti quali missione digitale, sinodalità online, giurisdizione, accompagnamento e discernimento digitali richiedono un ulteriore approfondimento per chiarirne il significato teologico, pastorale e canonico”.
E per annunciare il Vangelo nel mondo digitale è necessaria la formazione: “E’ inoltre necessaria una riflessione continua riguardo alla formazione e al coinvolgimento di coloro che sono impegnati in questa missione digitale. Questo processo di apprendimento e discernimento è, in sé stesso, un’esperienza sinodale, mentre camminiamo insieme per discernere come lo Spirito Santo continui a guidare la Chiesa a incarnare il Vangelo con fedeltà e creatività, rendendo la cultura digitale uno spazio di incontro, testimonianza e comunione.
La missione nell’ambiente digitale fa parte del processo di conversione pastorale, missionaria e sinodale al quale lo Spirito Santo chiama oggi la Chiesa. Non si tratta semplicemente di utilizzare strumenti digitali per proclamare il Vangelo, ma di incarnare tale annuncio all’interno dell’evoluzione culturale dell’ambiente digitale, dove relazioni, linguaggi e forme di comunità assumono configurazioni nuove e specifiche”.
Invece il Gruppo di Studio n. 4, anziché procedere a una revisione della ‘Ratio Fundamentalis Institutionis Sacerdotalis’, ritenuta ancora valida nei suoi principi fondamentali, ha scelto di elaborare una ‘Proposta di Documento orientativo’ per la sua attuazione in chiave sinodale missionaria, alla luce delle indicazioni del Documento Finale della XVI Assemblea:
“Il Documento proposto individua inoltre piste operative orientate a istituire una conduzione sinodale della formazione sacerdotale (Linee-guida 2.3). Poiché il ministero sacerdotale riceve la sua identità ultimamente cristologica ‘nel e dal’ Popolo di Dio, la formazione ad esso non può non avere il Popolo di Dio, nella sua configurazione carismatico-gerarchica, come suo soggetto proprio.
Presupposto su cui investire maggiormente è la formazione dei formatori, con particolare riguardo alla loro capacità di vivere in fraternità e operare sinodalmente. Non basta procedere nella prassi già avviata del coinvolgimento di religiosi, religiose, laici e laiche competenti nell’insegnamento accademico e pratico, ma si tratta di includere donne preparate e competenti come corresponsabili a tutti i livelli della formazione, anche nell’équipe formativa”.
Inoltre in tale formazione non possono essere esclusi i laici e le laiche: “Nella cura e nell’accompagnamento dei cammini di vocazione si deve riconoscere e sostenere, anche attraverso Centri vocazionali, la vitalità di laici e laiche, delle famiglie, di educatori e catechisti. Ancora, la valutazione periodica del cammino dei candidati non deve restare appannaggio esclusivo dei responsabili ultimi della formazione; più aperto deve diventare il coinvolgimento di quanti condividono gli ambienti in cui i candidati abitano, studiano, operano. Gli stessi scrutini in vista del conferimento degli Ordini sacri prevedano un ascolto non formale, ma reale del Popolo di Dio, dando in specie la dovuta importanza allo sguardo e al giudizio delle donne”.
Infine in questo cammino non possono mancare le competenze sinodali: “Nell’andare missionario e nell’intero cammino della formazione si deve coltivare una fraternità ecumenica e interreligiosa. Inoltre, l’abitare la condizione umana non può che agevolare una formazione omiletica e catechetica che insegni a coniugare il cuore del Vangelo con il vissuto delle folle.
Per questo, i processi formativi provvedano a offrire competenze, strumenti, soprattutto criteri per muoversi pure nella cultura digitale seminandovi il Vangelo. Tratto prezioso dell’iniziazione alla missione sia anche una rigorosa formazione alla cultura della tutela, ponendo le condizioni per una più decisa prevenzione di abusi di ogni tipo. Il Documento proposto segnala pure il valore di tempi di formazione vissuti in altri Paesi o in diocesi dove possa diventare ancora più vivo il senso della missione”.
Papa Leone XIV: il centro della vita parrocchiale è l’Eucarestia
“E come siamo radunati noi qui questo pomeriggio, così Gesù vuole arrivare da noi, a casa nostra, in famiglia, tra gli amici, anche quando ci troviamo insieme in parrocchia, nei gruppi, nelle diverse attività (attività di carità) e soprattutto nella preghiera. E quanto è importante che tutti impariamo a pregare. Ad ascoltare Dio, ma anche a parlare con Dio, con le preghiere che abbiamo memorizzato e che diciamo sempre, ma anche con le nostre parole: parlare con Gesù, portare a Gesù le nostre preoccupazioni, le difficoltà, i dolori che viviamo tutti i giorni. Gesù è vicino a noi. Apriamo gli occhi.
Riconosciamo che anche nella persona accanto a noi, o nella persona che soffre, la persona che non ha dove vivere, dove dormire, che si trova per strada, la persona malata”: nel pomeriggio di oggi papa Leone XIV è arrivato nella parrocchia di ‘Santa Maria della Presentazione’ a Torrevecchia, penultima visita quaresimale nelle chiese della diocesi di Roma, e prima della celebrazione eucaristica ha incontrato bambini del catechismo e gruppi giovanili, esortandoli a rifiutare la violenza e ad accogliere Gesù, aprendosi agli altri.
Ed agli anziani ed alle anziane ha ricordato la figliolanza di Dio: “Allo stesso tempo, però, vorrei sottolineare una cosa: ognuno di voi, anche la persona più anziana, la persona più malata, la persona più debole, ognuno di voi ha tantissimo valore, perché tutti siamo creati a immagine di Dio, tutti condividiamo questa dignità di essere figli e figlie di Dio. E tante volte il mondo di oggi vorrebbe farci dimenticare questo fatto, ma non è così.
E quindi la vostra presenza anche qui, questo pomeriggio, parla tantissimo: è una testimonianza bellissima del fatto che tutti noi, uniti come in una famiglia, abbiamo un grandissimo valore, perché siamo figli di Dio, creati a Sua immagine, amati da Dio, e allora chiamati, anche noi, a condividere questo amore con gli altri. E quindi la vostra voce, la vostra presenza, le vostre preghiere, anche la vostra sofferenza: tutto questo ha un valore grandissimo nel mondo di oggi”.
Nell’omelia della celebrazione eucaristica ha ricordato l’importanza di questa domenica quaresimale: “E’ una tappa importante nella nostra sequela di Gesù, fino alla sua Pasqua di passione, morte e risurrezione. In questo itinerario si intrecciano profondamente la vicinanza di Dio e la nostra vita di fede: rinnovando in ciascuno la grazia del Battesimo, il Signore ci chiama a convertirci, proprio mentre purifica il nostro cuore col suo amore e con le opere di carità che ci propone di compiere. A questo proposito, l’incontro tra Gesù e la donna samaritana ci coinvolge con grande intensità. Il Vangelo di oggi, infatti, oltre che parlare a noi, parla di noi e ci aiuta a rivedere il nostro rapporto con Dio”.
La sete di ricerca della Samaritana è la nostra: “La sete di vita e di amore della samaritana è la nostra sete: quella della Chiesa e dell’umanità intera, ferita dal peccato ma ancor più intimamente abitata dal desiderio di Dio. Lo cerchiamo come l’acqua, anche quando non ce ne rendiamo conto, ogni volta che ci chiediamo il senso degli avvenimenti, ogni volta che avvertiamo quanto ci manca il bene che vogliamo per noi e per chi ci sta accanto”.
Nella ricerca si trova Gesù: “Egli è già lì, al pozzo, dove la samaritana lo trova solo, sotto il sole di mezzogiorno, stanco del viaggio. La donna va al pozzo a quell’ora insolita forse per evitare gli sguardi carichi di pregiudizi delle altre donne. Gesù le legge nel cuore il motivo di questa emarginazione: i suoi matrimoni falliti e l’attuale convivenza la rendono indegna di accompagnarsi alle figlie, alle mogli e alle madri del villaggio.
Eppure, Gesù siede presso il pozzo come ad aspettarla. Questo appuntamento sorprendente è uno dei modi con cui, come amava ripetere papa Francesco, Cristo rivela il Dio delle sorprese: le più belle, quelle che cambiano la vita, dovunque la incontrino e comunque essa si presenti davanti al Signore”.
Ed è Gesù che prende l’iniziativa: “Sì, proprio per te, che non lo conoscevi, che ti ritenevi lontana e condannata. Questo dono ti trasformerà: diventerai tu stessa sorgente che zampilla per la vita eterna. In cambio della sete di prima, colma di amarezza e di aridità spirituale, il Figlio di Dio offre in dono una vita rinnovata dall’acqua che sgorga dalla misericordia del Padre. Tutto si trasforma nell’incontro con il Signore: la donna assetata diventa sorgente, l’esclusa diventa confidente”.
Da questo incontro nasce la missione della samaritana: “La donna piena di vergogna ora è ricolmata di gioia; colei che stava muta nel villaggio diventa missionaria per tutti i suoi abitanti. Mai avrebbe immaginato che proprio lei, così disorientata e sconfitta dalla vita, avrebbe potuto un giorno gustare l’acqua fresca, puro dono di Dio, diventando a sua volta dono per gli altri. Come accade questo? Incontrando Gesù, dialogando con Lui, Verbo vivente di Dio fatto uomo per la nostra salvezza”.
Ed ecco il riferimento alla parrocchia: “Come al pozzo del Vangelo, in questa parrocchia arrivano uomini e donne feriti nell’animo, offesi nella dignità e assetati di speranza. A voi il compito, urgente e liberante, di mostrare la prossimità di Gesù, la sua volontà di riscattare la nostra esistenza dai mali che la minacciano con una proposta di vita giusta, vera, piena”.
Però tutte le attività parrocchiali hanno la fonte nell’Eucarestia: “Partendo dall’Eucaristia, cuore pulsante di ogni comunità cristiana, vi incoraggio a fare in modo che le attività parrocchiali siano segno di una Chiesa che – come una madre – si prende cura dei propri figli, senza condannarli, anzi accogliendoli, ascoltandoli e sostenendoli di fronte al pericolo. La parola del Vangelo, che zampilla in noi come fonte di verità, aiuti ciascuno ad aprire gli occhi, per saper valutare con saggezza ciò che è bene e ciò che è male, formando così coscienze libere e adulte”.
(Foto: Santa Sede)
Esercizi Spirituali: compito della Chiesa è glorificare Dio
“San Bernardo scrisse un trattato dedicato proprio a ‘La Considerazione’. Fu un best-seller, che godette di una diffusione più ampia di qualsiasi altra sua opera. Ciò può sembrare strano, poiché il testo è in sostanza una lettera indirizzata a un uomo specifico in una posizione unica. Bernardo lo scrisse per un confratello, un monaco italiano di nome Bernardo dei Paganelli che, già sacerdote della chiesa di Pisa, entra a Clairvaux nel 1138”: san Bernardo ed i suoi suggerimenti sulle qualità dei collaboratori di cui circondarsi sono stati al centro della decima meditazione tenuta da mons. Erik Varden questa mattina per gli Esercizi Spirituali di Quaresima, predicati al papa ed alla curia, soffermandosi su un trattato di san Bernardo dal titolo ‘Sulla considerazione’.
Ed ha spiegato cosa tratta tale libro: “La considerazione cerca la verità negli affari umani contingenti, dove può essere difficile scorgerla. Può essere definita come ‘il pensiero interamente proteso, oppure la tensione dell’animo, alla ricerca della verità’. Considerando i problemi della Chiesa, Bernardo non offre rimedi istituzionali, consiglia piuttosto ad Eugenio di circondarsi di persone buone: meglio sono gestiti gli uffici centrali della Chiesa, maggiore sarà il beneficio per la Chiesa in tutto il mondo”.
In base all’applicazione di tali principi si potrà comprendere la missione della Chiesa: “Nella misura in cui la Chiesa opera in questi termini, rifletterà l’organizzazione delle gerarchie angeliche. Chiunque la consideri allora vedrà subito la sua missione principale: quella di dare gloria a Dio…
Bernardo si chiede: che cos’è Dio? Volontà onnipotente, virtù benevola, ragione immutabile. Dio è ‘somma beatitudine’ che, per amore, desidera condividere con noi la sua divinità. Ci ha creati per desiderarlo, ci dilata per riceverlo, ci giustifica per meritarlo. Egli ci guida nella giustizia, ci plasma nella benevolenza, ci illumina con la conoscenza, ci preserva per l’immortalità”.
Soprattutto di tali cose debbono avere cura i sacerdoti: “Di qualunque altra cosa i prelati debbano occuparsi, e sono molte, queste realtà devono essere considerate prima. In tal modo anche la loro considerazione delle questioni pratiche sarà illuminata, ordinata, benedetta e feconda. Un prelato, secondo Bernardo, deve essere dotato di principi, deve essere santo e austero, ma dovrebbe anche essere amico dello Sposo e gioire nel condividere quell’amicizia con gli altri”.
Ed ecco il riferimento conclusivo a sant’Agostino: “Agostino descrive spesso l’ufficio episcopale come una sarcina, il fagotto del legionario. E’ un’immagine un po’ brutale, concepita da chi conosceva la desolazione e la paura delle campagne nel deserto nordafricano. Agostino continua, tuttavia, ad improvvisare sul tema da lui stesso impostato.
Sebbene il fardello pastorale abbia un aspetto spaventoso, è spaventoso solo se non riusciamo a notare chi ci mette il fardello sulle spalle. Poiché non è altro che una partecipazione al dolce giogo di Cristo stesso, che ci fa scoprire che la croce affidataci è luminosa e leggera e che poterla condividere è motivo di gioia”.
Mentre nella meditazione di ieri pomeriggio il vescovo norvegese ha tracciato l’identikit dei cistercensi: “L’identità del movimento cistercense è forgiata nell’interfaccia tra l’ideale e il concreto, il poetico e il pragmatico. I suoi protagonisti sono messi alla prova e purificati dalle tensioni che ne derivano”.
Insomma una idealità che diventa realtà: “Ho parlato degli alti ideali di Bernardo, della sua inclinazione a elaborare nella mente una linea di condotta, seguita poi in modo un po’ drastico. Era naturale per lui mirare in alto. Un tratto intransigente non lo abbandonò mai, ma si addolcì nel tempo. Di questo processo dobbiamo ora parlare: ha trasformato l’idealista in un realista”.
Da qui la scoperta della misericordia di Dio: “Bernardo apprese quali meraviglie può compiere la misericordia di Dio in Gesù. Questo diede alla sua devozione una profondità affettiva. Il termine affectus è fondamentale per lui. Ha un ampio spettro di significati, mostrando che la grazia ci muove come esseri incarnati, lasciando che i nostri sensi percepiscano Dio. Ma Bernardo considerava Gesù, l’incarnazione della verità, nientemeno che un principio ermeneutico. Leggeva situazioni, persone e relazioni rigorosamente alla luce di Gesù”.
Insomma la vita deve essere illuminata da Dio: “Solo quando sarà illuminata in modo soprannaturale la nostra natura rivelerà la sua forma perfetta, la sua forma formosa; solo allora sarà evidente la delizia di cui è capace la vita terrena; solo allora la gloria nascosta dentro di noi e intorno a noi brillerà con intensi lampi, insegnandoci ciò che noi, e gli altri, possiamo diventare, fornendo un paradigma per un mondo rinnovato”.
Questa intuizione lo conduce a ‘scoprire’ la realtà dell’amore di Gesù: “Tale è il realismo al quale Bernardo è giunto nella sua maturazione. Ciò gli ha permesso di diventare non solo un grande riformatore, un oratore senza pari, un capo della Chiesa: la conoscenza della realtà assoluta dell’amore di Cristo e del suo potere di cambiare ogni cosa, ha fatto di Bernardo un dottore e un santo. Ed è per questo che lo amiamo e lo onoriamo”.
Il Rock Cristiano (live) di Nando Bonini: “Tutto per amore di Dio”
In occasione dell’uscita il 14 febbraio del CD dal vivo Tutto per amore di Dio, una raccolta dei brani più significativi dei vari musical e recital scritti negli ultimi anni, inizia a marzo il tour per l’Italia del chitarrista, compositore e produttore Nando Bonini. Il nuovo lavoro del musicista che ha alle spalle una lunga collaborazione con Vasco Rossi (dal 1993 al 2005) ed altri importanti artisti italiani, si compone di 14 tracce per la durata complessiva di un’ora e 5 minuti ed è la registrazione del concerto che porterà in varie città d’Italia nei prossimi mesi.
I brani sono eseguiti dallo stesso Bonini (chitarre/voce) e da musicisti di solida esperienza come Marco Maggi (tastiere), Mario Schmidt (basso) e Andy Ferrera (batteria), che condividono i progetti del rocker lombardo senza timore di testimoniare in musica la Fede cattolica. Ai tre componenti della band si aggiungono sul palco il cantante e attore Alessio Contini e la lettrice Marina Bonalberti.
Nando Bonini, che tra i suoi numerosi progetti ha anche firmato album hard rock o progressive come ad esempio il suo ultimo lavoro in studio intitolato The Knights of the Last Days (Videoradio Channel Edizioni Musicali, Alessandria2025), una sorta di concept album ispirato all’Apocalisse di san Giovanni (6,1-8), oltre alla lunga collaborazione con Vasco Rossi (quasi 13 anni), ha alle spalle significative esperienze con altri noti artisti come Edoardo Bennato, Alberto Fortis, i Righeira e gli Skiantos.
Poi, durante una tournée con Vasco Rossi visse una straordinaria illuminazione che lo ha portato ad abbracciare la Fede, tanto da diventare terziario francescano. Significativo da quest’ultimo punto di vista è il brano incluso nel live intitolato Tanto è il bene che mi aspetto, che riprende il noto passaggio dell’omelia che nel 1213 san Francesco d’Assisi (1181/1182-1226) rivolse al conte Orlando di Chiusi della Verna: «Tanto è il bene che mi aspetto che ogni pena mi è diletto».
Nella track list del CD segnaliamo in particolare le canzoni mariane come Madonna cara e C’eri tu sotto la Croce e il brano che dà il titolo all’album e al concerto dal titolo Tutto per amore di Dio. Per contatti (informazioni e/o richiesta del concerto) ci si può rivolgere alla casa di produzione musicale “Lux Mundi” (luxmundi02@gmail.com) e consultare il sito www.nandobonini.it. Il CD Tutto per amore di Dio, invece, può essere ordinato scrivendo a info@nandobonini.it (euro 13,50).




























