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Tutto concorre al bene

In ogni parte del mondo ci sono vite provate in tutti i modi, eliminando quel flebile confine che c’è tra il bene e il male. Guerre, frane, trombe d’aria, terremoti, malattie, all’improvviso tutta la tua vita viene stravolta. Ma anche in Italia possono avvenire degli sconvolgimenti totali, tutto scorre in maniera più o meno normale e poi all’improvviso tutto cambia. E’ successo ad Anna Armentano sposa e madre di 51 anni, di Perugia, che ci racconta la sua vita partendo da quando, molto piccola, diventa orfana.

Sei diventata orfana all’età di 5 anni. Quando tuo padre uccise tua madre: “Sì, sono rimasta orfana di madre a soli 5 anni. Mio padre, in un gesto di follia, ha tolto la vita a mia madre. Sono cresciuta con mia nonna paterna, che da bambina mi portava persino a trovare mio padre in carcere. Quando lui uscì, venne ad abitare con noi. In quella casa, io e mia sorella siamo cresciute legate da un amore profondo, facendoci un po’da mamme a vicenda. Mia nonna non giustificava mai il gesto di mio padre, ma non lo abbandonava mai. Mentre per gli altri era “l’assassino”, per lei era un figlio da amare. Ci ha insegnato che l’amore di una madre non smette mai, anche quando un figlio non è per niente amabile. Ha lasciato la porta di casa aperta, mostrando concretamente che l’amore può perdonare senza annullare la verità”.

Tuo cognato, a cui eri molto legata, si ammalò di Parkinson. Tu hai pregato tanto, ma è peggiorato fino a morire: “Quando mia sorella Rosa si è fidanzata, avevo solo 11 anni. Mio cognato Pasquale, con la sua bontà, è stata la prima figura maschile positiva della mia vita. Mi ha mostrato che gli uomini potevano essere affidabili e buoni. Mi ha accompagnata all’altare ed è stato quasi un padre per me. Ma anche quella luce sembrava spegnersi: Pasquale, a soli 34 anni, si ammalò di Parkinson giovanile. Io, che frequentavo la chiesa sin da bambina, pregai tanto per lui, ma la sua salute peggiorava. Ricordo il giorno in cui, delusa e arrabbiata, gridai al cielo: ‘Dio, se ci sei, sei un Dio ingiusto. E se sei ingiusto, non posso credere in te’. Da quel momento chiusi ogni dialogo con Dio. Era il 2000”.

Il 5 agosto tua figlia Sara muore folgorata: “Mi sono sposata il 18 settembre 1999 con Michele. Nell’estate del 2006, con i nostri figli, partimmo per il mare. La sera del 4 agosto, prima di addormentarsi, Sara mi raccontò una storia: ‘Quando ero piccola piccola, ero in un posto lontano lontano, su una nuvoletta, con la mamma Morena… l’altra mia mamma, buonissima! Più buona di mamma Anna… capelli blu… occhi castani’. ‘E tu lasceresti mamma Anna per andare con mamma Morena?’ le domandai. ‘Sììì’ rispose con due occhi pieni di luce e gioia. Fui travolta da un turbamento profondo.

Il giorno dopo, mentre io e mio marito prendevamo un caffè, Sara appoggiò i piedi su una pedana metallica di un gioco e fu colpita da una scarica elettrica. Morì in un istante. Era una giornata di sole, ma per me si fece buio. Avrei voluto morire anch’io, aveva solo 3 anni e 7 mesi. Il 6 Agosto di quell’ìanno, nella camera ardente, vidi il suo volto sereno, sorridente. La luce che emanava attraversò la mia anima e sentii che Sara non era stata spezzata, ma trasformata. Era viva, viva più che mai.

Durante il viaggio verso Gubbio, mio marito suggerì: ‘E se Sara stesse parlando del velo della Madonna?’ Tre giorni dopo scoprimmo che in Bolivia la Madonna è venerata come ‘Virgen Morena’ e la sua festa è il 5 agosto, il giorno in cui nostra figlia è nata in cielo. Da allora, la nostra fede si è riaccesa. Abbiamo compreso che anche dentro il dolore più buio Dio può accendere una luce, e che la morte non ha l’ultima parola. I nostri cari in cielo vivono, camminano con noi e ci precedono nella gioia. Con questa nuova fede pregai per mio padre, recitando la Novena alla Divina Misericordia per la salvezza della sua anima.

Desideravo anche per lui il paradiso. Tre giorni dopo fu investito da un’auto e morì. Io e mia sorella facemmo celebrare 33 Sante Messe. Al termine, entrambe avemmo lo stesso sogno: un prato verde, Teresa e Domenico, i nostri genitori, insieme mano nella mano, luminosi e sorridenti. Dio si è servito del ‘sì’ di una bambina piccola per salvare un uomo. Ho imparato a guardare anche mia nonna paterna con occhi nuovi. L’avevo giudicata per averci portato in carcere da piccole e per aver accolto suo figlio (nostro padre) a casa con noi, dopo aver scontato la pena. Non ha mai giustificato il gesto di mio padre, ma non lo ha mai abbandonato. Come Dio, ha lasciato sempre la porta del cuore aperta: siamo noi a scegliere se entrarvi”.

Ad un certo punto hai conosciuto i volumi del ‘Libro di Cielo’ di Luisa Piccarreta. Cosa è cambiato nella tua vita?

“La Divina Volontà non l’ho cercata io: è Lei che ha cercato me. Tutto è iniziato per caso: una persona sofferente mi parlò di un gruppo dedicato alla Divina Volontà. Per amore verso di lei, iniziai a leggere i volumi del Libro di Cielo. Non riuscivo a smettere. In tre mesi lessi tutti e 36 i volumi, Le Ore della Passione e Maria nel Regno della Divina Volontà.

La Divina Volontà non aggiunge una nuova rivelazione: approfondisce ciò che la Chiesa ci insegna. Mi ha fatto vedere ciò che il mio cuore aveva sempre intuito: la creazione è un ‘Ti amo’ di Dio alla creatura. Da bambina sentivo che il cielo, il mare, il sole mi dicessero ‘Ti amo’. Ora anch’io posso rispondere con il mio ‘ti amo’ e diventare amore che sale.

Un passo per me molto caro, Volume 11°, Libro di Cielo 17.12.1914, vergato dalla Serva di Dio Luisa Piccarreta: ‘Ed ecco come anche tu puoi formare l’ostia… se manterrai puro il tuo corpo e la tua volontà, essi saranno i veli per potermi consacrare e vivere nascosto in te’. Oggi, ricevendo Gesù nell’Eucaristia, il cielo entra in me ed io nel cielo. Sara non è più lontana, ma dentro di me, come quando la portavo in grembo”.

Una storia molto forte quella di Anna che avrebbe steso chiunque, tanti dolori, il padre che uccise la madre, la morte di una figlia e tanti altri. Invece lei è piena di gioia e ha capito che in tutta la sua vita vi è un grande progetto d’amore di Dio, ora accolto pienamente. Vede tutto con occhi diversi, quelli della Divina Volontà.

(Tratto da L’altroparlante)

Papa Leone XIV invita a ringraziare Dio

“Viviamo questo incontro di riflessione nell’ultimo giorno dell’anno civile, vicini al termine del Giubileo e nel cuore del tempo di Natale. L’anno che è passato è stato certamente segnato da eventi importanti: alcuni lieti, come il pellegrinaggio di tanti fedeli in occasione dell’Anno Santo; altri dolorosi, come la dipartita del compianto papa Francesco e gli scenari di guerra che continuano a sconvolgere il pianeta. Alla sua conclusione, la Chiesa ci invita a mettere tutto davanti al Signore, affidandoci alla sua Provvidenza e chiedendogli che si rinnovino, in noi e attorno a noi, nei giorni a venire, i prodigi della sua grazia e della sua misericordia”: nell’ultima udienza generale di quest’anno papa Leone XIV ha offerto una riflessione partendo dal Giubileo della speranza e dal Natale.

Per questo motivo nell’ultimo giorno dell’anno solare la Chiesa eleva a Dio il canto del ‘Te Deum’ dei Primi Vespri della Solennità di Maria Santissima Madre di Dio.: “E’ in questa dinamica che si inserisce la tradizione del solenne canto del Te Deum, con cui stasera ringrazieremo il Signore per i benefici ricevuti. Canteremo: ‘Noi ti lodiamo, Dio’, ‘Tu sei la nostra speranza’, ‘Sia sempre con noi la tua misericordia’…

Ed è con questi atteggiamenti che oggi siamo chiamati a meditare su ciò che il Signore ha fatto per noi nell’anno passato, come pure a fare un onesto esame di coscienza, a valutare la nostra risposta ai suoi doni e chiedere perdono per tutti i momenti in cui non abbiamo saputo far tesoro delle sue ispirazioni e investire al meglio i talenti che ci ha affidato”.

Ed è anche occasione per riflettere sul significato di questo anno giubilare: “Questo ci porta a riflettere su un altro grande segno che ci ha accompagnato nei mesi scorsi: quello del ‘cammino’ e della ‘meta’. Tantissimi pellegrini sono venuti, quest’anno, da ogni parte del mondo, a pregare sulla Tomba di Pietro e a confermare la loro adesione a Cristo. Questo ci ricorda che tutta la nostra vita è un viaggio, la cui meta ultima trascende lo spazio e il tempo, per compiersi nell’incontro con Dio e nella piena ed eterna comunione con Lui”.

Riprendendo la definizione del giubileo come un atto di fede ‘in attesa di futuri destini’ di san Paolo VI il papa ha invitato a vedere in maniera ‘diversa’ il passaggio della Porta Santa: “E in tale luce escatologica di incontro fra finito e infinito si inquadra un terzo segno: il passaggio della Porta Santa, che in tanti abbiamo fatto, pregando e impetrando indulgenza per noi e per i nostri cari. Esso esprime il nostro ‘sì’ a Dio, che col suo perdono ci invita a varcare la soglia di una vita nuova, animata dalla grazia, modellata sul Vangelo… E’ il nostro ‘sì’ a una vita vissuta con impegno nel presente e orientata all’eternità”.

L’udienza è stato un invito a meditare sul significato del Natale con l’aiuto di san Leone Magno: “Carissimi, noi meditiamo su questi segni nella luce del Natale… Il suo invito oggi è rivolto a tutti noi, santi per il Battesimo, perché Dio si è fatto nostro compagno nel cammino verso la Vita vera; a noi peccatori, perché, perdonati, con la sua grazia possiamo rialzarci e rimetterci in marcia; infine a noi, poveri e fragili, perché il Signore, facendo propria la nostra debolezza, l’ha redenta e ce ne ha mostrato la bellezza e la forza nella sua umanità perfetta”.

Ed ha terminato quest’udienza generale con le parole di papa san Paolo VI nella chiusura del Giubileo del 1975: “Per questo vorrei concludere ricordando le parole con cui san Paolo VI, al termine del Giubileo del 1975, ne descriveva il messaggio fondamentale: esso, diceva, è racchiuso in una parola: ‘amore’… Ci accompagnino questi pensieri nel passaggio tra il vecchio e il nuovo anno, e poi sempre, nella nostra vita”.

E come ogni fine d’anno la Prefettura della Casa Pontificia ha diffuso le statistiche relative alla partecipazione di fedeli a udienze e celebrazioni liturgiche in Vaticano: durante il pontificato di papa Francesco hanno partecipato complessivamente agli eventi 262.820 persone, tra udienze generali, giubilari e speciali, celebrazioni liturgiche ed Angelus. Dall’elezione di papa Leone XIV invece hanno preso parte 2.913.800 persone. Il totale complessivo dei fedeli è di 3.176.620. (Foto: Santa Sede)

Don Francesco Cristofaro racconta il modo di scoprire il volto di Gesù

In questo libro, ‘Venite a me. Il volto di Gesù nel vangelo di Matteo’, don Francesco Cristofaro guida il lettore in un percorso spirituale alla scoperta del Volto di Gesù nel Vangelo di Matteo: dalla nascita a Betlemme fino al discorso della Montagna, dalle tentazioni nel deserto agli incontri che hanno segnato la vita dei discepoli e delle persone ferite, ogni pagina ci avvicina al Cuore del Maestro e alla sua misericordia.

L’autore intreccia il racconto evangelico con esperienze personali, episodi di vita quotidiana, incontri pastorali e testimonianze, creando un dialogo vivo tra Parola di Dio e vita di ogni giorno. A impreziosire il percorso offerto al lettore, numerosi riferimenti alla tradizione della Chiesa, in particolare con ampi riferimenti a sant’Agostino, che con la sua sapienza illumina e approfondisce i temi trattati.

Questo testo, nello stile dell’autore, non è solo un commento al Vangelo, ma un invito alla contemplazione per il lettore: è un viaggio da fare insieme, che sollecita a fermarsi, ad alzare lo sguardo e a lasciarsi trasformare dall’incontro con Cristo. Il Volto di Gesù diventa così specchio in cui riconoscere la nostra umanità e scuola di amore, umiltà e speranza. Un libro da leggere con calma, da meditare e da portare nel cuore, come compagno di preghiera e guida nel quotidiano.

In quale modo i Vangeli raccontano il volto di Gesù?

“Il volto di Gesù nei Vangeli è riconoscibile dalle sue parole, dai suoi gesti, dai suoi atteggiamenti. Si dice di una persona che il volto parla, gli occhi parlano. Credo che valga anche per Gesù. Il suo modo di approcciarsi alle persone, il suo linguaggio diverso da tutti gli altri, le caratteristiche del servizio e della misericordia hanno manifestato il suo volto.

Nelle pagine del libro, venite a me (edizioni San Paolo), ho tratteggiato il volto di Gesù nei vari momenti della sua vita terrena, a partire dalla mangiatoia di Betlemme dove viene fuori il volto di un bambino che richiama l’umanità alla semplicità, all’umiltà all’essenzialità e soprattutto alla non artificialità di cui ci hanno abituato i social media e l’intelligenza artificiale. Oggi sappiamo ancora mostrarci così come siamo o abbiamo bisogno di ritoccare ogni cosa?”

Come è il volto di Gesù?

“Dalla mia esperienza, dalle storie incontrate e dalle testimonianze ascoltate e riportate nel libro, sicuramente il volto di Gesù è un volto misericordioso. Misericordioso non perché acconsente tutto ma, perché il suo amore è capace di toccare e trasformare. Il volto di Gesù è ancora paziente. Noi siamo dominati dalla fretta, dalla frenesia. Il signore sa aspettare”.

Sant’Agostino come ‘racconta’ il volto di Gesù?

“Nelle pagine del libro, riporto diversi insegnamenti e commenti di Sant’Agostino. Io credo che Sant’Agostino racconti il volto di Gesù a partire dalla sua esperienza di peccatore perdonato.. solo chi si riconosce peccatore, fragile, povero misero, e sperimenta la misericordia e il perdono, può raccontare agli altri il volto di Gesù”.

In quale modo riconoscere il volto di Gesù nel volto del nostro prossimo?

“Penso che il primo modo è mettere da parte il giudizio e accorciare le distanze. Chi è il prossimo? è chiunque incontro. Quindi, anche io lo posso essere. Per questo Gesù ha detto: beati misericordiosi perché otterranno misericordia”.

E’ possibile lasciarsi trasformare dal volto misericordioso di Gesù?

“Non solo è possibile, ma è doveroso lasciarsi trasformare dal volto di Cristo. voglio ricordare che noi siamo stati creati ad immagine somiglianza di Dio. il peccato ha deturpato quell’immagine ma la grazia che viene a noi dall’incontro con Cristo che perdona risana ci ridona la bellezza di quella immagine sporcata”.

Allora in quale modo contemplare il volto di Gesù ‘natalizio’?

“Nelle pagine del mio ultimo libro mi soffermo sulle opere di misericordia e sul giudizio finale. Gesù lo possiamo riconoscere nel prossimo, nel fratello o nella sorella che incontriamo. Una delle mie esperienze più drammatiche che racconto anche in queste pagine e la mia prima volta, in un carcere di massima sicurezza. Lì in un momento di smarrimento, chiesi a Gesù come posso riconoscerLo nel volto di queste persone che hanno fatto del male. Poi salii sul palco di quel teatro gremito di detenuti e incominciai a parlare.

Alla fine chiesi se qualcuno volesse farmi qualche domanda, dire qualcosa. Prese la parola uno di loro e mi disse: ‘Padre, noi siamo qui a giusta ragione, ma c’è una cosa che ci uccide due volte, lo sguardo della gente che ci giudica’. Queste parole erano per me che fino a quel momento avevo solo saputo giudicare e condannare. Forse non tutti possono entrare in un carcere fisicamente ma tutti possiamo farlo spiritualmente e con la preghiera”.

In quale modo le famiglie possono riscoprire la bellezza del volto di Gesù in un Bambino appena nato?

“Io penso che il demonio voglia distruggere due cose: la famiglia ed il sacerdote. Se distrugge la famiglia, ha distrutto l’armonia, la pace, la bellezza, perché la famiglia poi è tutto. Ed il sacerdote deve curare le famiglie. Se distrugge un sacerdote, distrugge una comunità. Allora voglio dire alle famiglie questo: ci saranno sempre difficoltà, ci saranno sempre problemi, però imparate l’arte della delicatezza, della gentilezza e del dialogo, perché alla fine, quando si è gentili, si disarma. Siate sempre gentili, perché un giorno può andare tutto bene, ma un altro giorno può succedere qualcosa che fa andare storto. Noi non dobbiamo essere quella goccia che fa traboccare il vaso, noi dobbiamo essere la bellezza. Famiglie, siete quello che dovete essere, cioè un capolavoro di Dio”.

(Tratto da Aci Stampa)

Prima domenica dopo il Natale: festa della Sacra Famiglia  

La prima domenica dopo il Natale è dedicata alla Sacra Famiglia: essa è veramente qualcosa di sacro: quando Dio creò l’uomo, pensò subito alla famiglia; questa è caratterizzata da tre elementi: Marito, Moglie e Figli. Il Concilio Vaticano II la definisce ‘Chiesa domestica’. La famiglia di Nazaret è sacra non solo perché c’è Gesù (vero Dio e vero uomo), ma perchè Maria e Giuseppe hanno il diritto e il dovere di lasciarsi condurre dalla mano di Dio. La famiglia, creata da Dio, è vita e, nonostante le naturali difficoltà ed avversità che si incontrano, questa va amata e difesa.

Da qui scaturiscono il clima di amore e l’impegno da parte dei componenti di rivestirsi di sentimenti di umiltà, misericordia e bontà. La famiglia diventa così una vera scuola di perfezione per tutti i componenti. La Sacra Famiglia di Nazareth è una famiglia concreta; una famiglia dove si vivono gioie e dolori ma la fiducia e l’abbandono in Dio guidano e sostengono l’amore, l’impegno, il sacrificio e la comunione. Confidare ed affidarsi nelle mani di Dio è il segreto perché in fondo   trionfi sempre l’amore. 

Da qui la necessità non solo di difendere la vita, dono di Dio, e perciò la lotta contro l’aborto libero e gratuito, vero omicidio di un essere umano voluto anche da Dio, che ha creato l’anima con un progetto di amore. Il Vangelo esorta oggi in modo particolare a difendere la vita del bambino. Così Maria e Giuseppe affrontano i disagi dell’esilio per salvaguardare la vita di Gesù mentre Erode cerca il Bambino Gesù per farlo morire. Giuseppe, avvisato in sogno da un Angelo, fugge in Egitto con Maria e il Bambino. Giuseppe, come un padre, veglia sul Bambino fisicamente impotente e lo salva da una morte sicura. 

Allo stesso modo Dio nel libro del Siracide esorta: ‘Tu, figlio soccorri tuo padre nella vecchiaia; non contrastarlo durante la vita. Sii indulgente anche se perde il senno. Compatiscilo e non disprezzarlo mai.’ Come vedi: affidarsi  al Signore Dio con fede viva è il segreto per ben navigare tra i marosi della vita, uniti sempre nell’amore.

Da qui l’esortazione dell’Apostolo: ‘Mariti amate le vostre mogli; mogli amate i vostri mariti; genitori non esasperate i vostri figli perché non si scoraggino’. La famiglia sia sempre una vera Chiesa domestica dove si attua la legge dell’amore. La Santissima Vergine, madre di Gesù e nostra, aiuti sempre le famiglia perché vivano e non si scoraggino.

Papa Leone XIV invita a prepararsi al Natale

“Da pochi giorni sono rientrato dal mio primo viaggio apostolico, in Türkiye e in Libano. Con l’amato fratello Bartolomeo, Patriarca Ecumenico di Costantinopoli, e i Rappresentanti di altre confessioni cristiane, ci siamo incontrati per pregare insieme a İznik, l’antica Nicea, dove 1700 anni fa si tenne il primo Concilio ecumenico”: al termine della recita dell’Angelus odierno papa Leone XIV ha raccontato ai fedeli riuniti in piazza san Pietro il suo primo viaggio apostolico in Turchia ed in Libano in occasione dell’anniversario del Concilio di Nicea.

L’occasione di tale racconto è stata la ricorrenza della Dichiarazione comune tra cattolici ed ortodossi: “Proprio oggi ricorre il 60° anniversario della Dichiarazione comune tra Paolo VI e il Patriarca Atenagora, che poneva fine alle reciproche scomuniche. Rendiamo grazie a Dio e rinnoviamo l’impegno nel cammino verso la piena unità visibile di tutti i cristiani. In Türkiye ho avuto la gioia di incontrare la comunità cattolica: attraverso il dialogo paziente e il servizio a chi soffre, essa testimonia il Vangelo dell’amore e la logica di Dio che si manifesta nella piccolezza”.

Eppoi ha raccontato la realtà del Libano: “Il Libano continua a essere un mosaico di convivenza e mi ha confortato ascoltare tante testimonianze in questo senso. Ho incontrato persone che annunciano il Vangelo accogliendo gli sfollati, visitando i carcerati, condividendo il pane con chi si trova nel bisogno. Sono stato confortato dal vedere tanta gente per strada a salutarmi e mi ha commosso l’incontro con i parenti delle vittime dell’esplosione nel porto di Beirut”.

Ecco il valore della presenza papale: “I libanesi attendevano una parola e una presenza di consolazione, ma sono stati loro a confortare me con la loro fede e il loro entusiasmo! Ringrazio tutti coloro che mi hanno accompagnato con la preghiera. Cari fratelli e sorelle, quanto è avvenuto nei giorni scorsi in Türkiye e Libano ci insegna che la pace è possibile e che i cristiani in dialogo con gli uomini e le donne di altre fedi e culture possono contribuire a costruirla. Non lo dimentichiamo: la pace è possibile!”

Mentre prima della recita dell’Angelus ha chiesto di ‘concentrarsi’ sulla venuta di Dio nel mondo: “Il Vangelo di questa seconda domenica di Avvento ci annuncia la venuta del Regno di Dio. Prima di Gesù, compare sulla scena il suo Precursore, Giovanni il Battista. Egli predicava nel deserto della Giudea dicendo: ‘Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!’

Nella preghiera del ‘Padre nostro’, noi chiediamo ogni giorno: ‘Venga il tuo regno’. Gesù stesso ce l’ha insegnato. E con questa invocazione ci orientiamo al Nuovo che Dio ha in serbo per noi, riconosciamo che il corso della storia non è già scritto dai potenti di questo mondo. Mettiamo pensieri ed energie a servizio di un Dio che viene a regnare non per dominarci, ma per liberarci. E’ un ‘vangelo’: una vera buona notizia, che ci motiva e ci coinvolge”.

Prendendo spunto dal ‘tono’ di Giovanni Battista il papa ha invitato ad essere ‘seri’ nella vita: “Certo, il tono del Battista è severo, ma il popolo lo ascolta perché nelle sue parole sente risuonare l’appello di Dio a non scherzare con la vita, ad approfittare del momento presente per prepararsi all’incontro con Colui che giudica in base alle opere e alle intenzioni del cuore, e non secondo le apparenze”.

Comunque il Regno di Dio è una ‘sorpresa’, in quanto dono: “Lo stesso Giovanni sarà sorpreso dal modo in cui il Regno di Dio si manifesterà in Gesù Cristo, nella mitezza e nella misericordia. Il profeta Isaia lo paragona a un germoglio: un’immagine non di potenza o di distruzione, ma di nascita e di novità. Sul germoglio che spunta da un tronco apparentemente morto, inizia a soffiare lo Spirito Santo con i suoi doni. Ognuno di noi può pensare a una sorpresa simile che gli è capitata nella vita”.

La stessa esperienza è stata vissuta da chi partecipò al Concilio Vaticano II: “E’ l’esperienza che la Chiesa ha vissuto con il Concilio Vaticano II, che si concludeva proprio sessant’anni fa: un’esperienza che si rinnova quando camminiamo insieme verso il Regno di Dio, tutti protesi ad accoglierlo e a servirlo. Allora non soltanto germogliano realtà che parevano deboli o marginali, ma si realizza ciò che umanamente si sarebbe detto impossibile”.

Un’esperienza che è necessaria per dare speranza al mondo: “Con le immagini del profeta: ‘Il lupo dimorerà insieme con l’agnello; il leopardo si sdraierà accanto al capretto; il vitello e il leoncello pascoleranno insieme e un piccolo fanciullo li guiderà’. Sorelle e fratelli, come ha bisogno il mondo di questa speranza!”

Questo è l’invito a prepararsi al Regno di Dio: “Nulla è impossibile a Dio. Prepariamoci al suo Regno, facciamogli spazio. Il ‘più piccolo’, Gesù di Nazaret, ci guiderà! Lui che si è messo nelle nostre mani, dalla notte della sua nascita all’ora oscura della morte in croce, risplende sulla nostra storia come Sole che sorge. Un giorno nuovo è iniziato: svegliamoci e camminiamo nella sua luce!”

Questo è l’Avvento e tutto prepara al Natale: “Ecco la spiritualità dell’Avvento, tanto luminosa e concreta. Le luminarie lungo le strade ci ricordino che ognuno di noi può essere una piccola luce, se accoglie Gesù, germoglio di un mondo nuovo. Impariamo a farlo da Maria, nostra Madre, donna dell’attesa fiduciosa e della speranza”.

Mentre ieri il papa ha partecipato alla quarta edizione del Concerto per i poveri: “Questa sera, mentre le melodie toccavano i nostri animi, abbiamo avvertito il valore inestimabile della musica: non un lusso per pochi, ma un dono divino accessibile a tutti, ricchi e poveri. Perciò, nel rivolgere ad ognuno il mio saluto, sento in modo speciale la gioia di accogliere voi, fratelli e sorelle, per i quali oggi abbiamo vissuto questo concerto: grazie a tutti della vostra presenza!”

Per questo ha ricordato il pensiero agostiniano sul valore della musica: “Cari amici, la musica è come un ponte che ci conduce a Dio. Essa è capace di trasmettere sentimenti, emozioni, fino ai moti più profondi dell’animo, portandoli in alto, trasformandoli in una ideale scalinata che collega la terra e il cielo. Sì, la musica può elevare il nostro animo!

Non perché ci distrae dalle nostre miserie, perché ci stordisce o ci fa dimenticare i problemi o le situazioni difficili della vita, ma perché ci ricorda che non siamo solo questo: siamo molto di più dei nostri problemi e dei nostri guai, siamo figli amati da Dio!”

Per questo ha ricordato i canti natalizi, che hanno rallegrato i pastori: “Non è un caso che la festa del Natale sia ricchissima di canti tradizionali, in ogni lingua, in ogni cultura. Come se non si potesse celebrare questo Mistero senza musica, senza inni di lode. Del resto, il Vangelo stesso ci dice che mentre Gesù nasceva nella stalla di Betlemme, in cielo c’era un grande concerto di angeli! E chi ha ascoltato quel concerto? A chi sono apparsi gli angeli? Ai pastori, che vegliavano di notte per fare la guardia al loro gregge”.

E’ stato un invito a prepararsi al Natale: “Carissimi, in questo tempo di Avvento, prepariamoci all’incontro con il Signore che viene! Facciamo in modo che i nostri cuori non si appesantiscano, non siano tutti presi da interessi egoistici e preoccupazioni materiali, ma che siano svegli, attenti agli altri, a chi ha bisogno; siano pronti ad ascoltare il canto d’amore di Dio, che è Gesù Cristo. Sì, Gesù è il canto d’amore di Dio per l’umanità. Ascoltiamo questo canto! Impariamolo bene, per poterlo cantare anche noi, con la nostra vita”.

(Foto: Santa Sede)

Seconda domenica di Avvento: Gesù è il Salvatore! Convertitevi!

E’ la seconda tappa del nostro cammino verso Cristo Gesù che viene. Vero protagonista oggi è Giovanni Battista, l’uomo di cui Gesù ebbe a dire: ‘Tra i nati di donna non c’è uomo simile a Lui’.  Giovanni fa eco al profeta Isaia che aveva profetizzato: ‘Spunterà un germoglio dalla radice di Iesse e su di lui si poserà lo spirito del Signore; Egli giudicherà con giustizia i poveri’. Giovanni esorta con parole forti la folla: ‘Convertitevi!’, preparate la via al Signore; la Chiesa ancora oggi, a 2000 anni di distanza, in vista della seconda venuta di Gesù, ci sprona, ci esorta e ci invita alla conversione.

Segno assai eloquente di questa settimana è l’albero; esso è segno di vita: se produce frutti, se i frutti sono buoni, l’albero è buono, vien conservato e protetto; se l’albero non produce frutti viene tagliato come legna da bruciare. Ciascuno di noi è come un albero e siamo chiamati al nostro ‘redde rationem’, al rendiconto; questo si deduce dai frutti, da come amiamo, perché Dio è amore. Da qui le esortazioni di Giovanni Battista, che si presenta davanti al popolo con il suo vestito di peli di cammello ed una cintura ai fianchi; un uomo che si ciba di miele selvatico perché Egli e tutta la sua vita è un messaggio; predica con le parole e con la sua vita ‘Convertitevi’. 

L’appello alla conversione non è per Tizio o Caio; tutti oggi siamo chiamati, abbiamo bisogno di conversione: andiamo verso Gesù, verso Cristo che verrà da ‘giudice’ per giudicare i buoni e i cattivi; Cristo Gesù non chiede miracoli a nessuno ma chiede di vivere da figli di Dio, noi che chiamiamo Dio ‘Padre nostro che sei nei cieli’. La condanna del male, di ogni male ovunque si trovi è oggetto della predicazione cristiana.

Riconoscersi peccatori oggi è una esigenza di lealtà; un giorno dirà Gesù ai farisei, che gli avevano condotto una donna colta in fragranza di adulterio, ed avevano in mano una pietra per lapidarla, secondo la legge, ‘chi di voi è senza peccato lanci la pietra’, quei farisei buttarono di fianco la pietra ed andarono via. Tutti siamo oggettivamente peccatori, tutti abbiamo bisogno di conversione; Dio per giudicarci non guarda i registri di battesimo, cresima, matrimonio religioso…; non guarda se fai parte di questa o di quella associazione; Gesù guarda la fede con la quale agiamo, l’amore che esercitiamo verso Dio e i fratelli. L’uomo purtroppo spesso è vittima di orgoglio, superbia, arrivismo: pensiamo più a noi che agli altri.

Giovanni Battista, che era da tutti stimato e voluto bene per cui tutti accorrevano a lui pensando che fosse il Messia atteso, riconoscendosi quello che effettivamente era, ebbe a dire: non sono il messia, anzi vi dico. Non sono degno neppure di sciogliere i legacci dei suoi sandali.  Da qui la necessita per tutti di una vera conversione del cuore. Giovanni vedendo correre i sadducei da lui per farsi battezzare, li chiama: ‘Razza di vipere, chi vi ha suggerito di sottrarvi all’ira imminente?’, fate allora frutti degni di conversione perché non basta essere figli di Abramo per salvarsi perché Dio anche dalla pietre può far sorgere figli di Abramo.

Non basta recitare il Rosario, andare in Chiesa, essere battezzati e cresimati o far parte di una gruppo di preghiere, ciò che è necessario è avere fede profonda ed amore concreto verso Dio e i fratelli., è necessario produrre frutti di amore. L’albero si riconosce dai frutti: se i frutti sono buoni, l’albero è buono. Attraverso la conversione da un tronco anche vecchio e decrepito, Dio può far germogliare un virgulto nuovo che produce frutti validi.

Dice il profeta Isaia: Gesù giudicherà con giustizia i poveri; Egli non giudicherà per sentito dire, secondo le apparenze, ma prenderà decisioni eque per gli oppressi. Questa è la società nuova dove regna la giustizia e l’amore. Gesù, che viene, darà la ricompensa a ciascuno a seconda delle opere di amore compiute. Il primo Natale, la prima venuta di Gesù ebbe come precursore Giovanni Battista che lungo il Giordano o nel deserto predicò la conversione: ‘Convertitevi, il regno dei cieli è vicino’; oggi siamo chiamati tutti ad essere predicatori, se abbiamo fede vera, se vogliamo preparare noi e i fratelli alla venuta del Signore.

Come Giovanni dobbiamo predicare in casa e fuori ‘convertitevi’ ma non necessariamente e sempre con le parole, ma sempre con la nostra vita, con le nostre opere, con l’amore concreto. Momento singolare quando Giovanni si incontrò con Gesù e l’additò: ‘Ecco l’agnello di Dio, ecco colui che toglie i peccati del mondo’.

Nella Messa, al momento della comunione, il celebrante presenta Gesù al popolo con le stesse parole di Giovanni. La nostra risposta, amici, sia non solo: ‘Signore, non sono degno che tu entri nel mio cuore, ma dove abbonda la mia debolezza e il mio peccato sovrabbondi la tua misericordia’. Questo significa prepararsi al santo Natale del 2025.

Papa Leone XIV invita la Chiesa libanese ad aprire strade di rinascita

“Ringrazio il Superiore Generale per le sue parole e per l’accoglienza in questo bel Monastero di Annaya. Anche la natura che circonda questa casa di preghiera ci attrae con la sua bellezza austera. Rendo grazie a Dio che mi ha concesso di venire pellegrino alla tomba di San Charbel. I miei Predecessori (penso specialmente a san Paolo VI, che lo ha beatificato e canonizzato) l’avrebbero tanto desiderato. Carissimi, che cosa ci insegna oggi San Charbel? Qual è l’eredità di quest’uomo che non scrisse nulla, che visse nascosto e taciturno, ma la cui fama si è diffusa nel mondo intero?”: dopo i saluti istituzionali di ieri, oggi papa Leone XIV ha iniziato il viaggio apostolico in Libano visitando il monastero di san Maroun ad Annaya, dove è sepolto san Charbel Maklūf, canonizzato da papa san Paolo VI, nel 1977.

Il papa parla di questo monaco, al quale si attribuiscono oltre 29.000 miracoli di guarigione, per riflettere sui suoi insegnamenti ancora attuali: “… lo Spirito Santo lo ha plasmato, perché a chi vive senza Dio insegnasse la preghiera, a chi vive nel rumore insegnasse il silenzio, a chi vive per apparire insegnasse la modestia, a chi cerca le ricchezze insegnasse la povertà.

Sono tutti comportamenti contro-corrente, ma proprio per questo ne siamo attratti, come l’acqua fresca e pura per chi cammina in un deserto. In particolare, a noi vescovi e ministri ordinati, san Charbel richiama le esigenze evangeliche della nostra vocazione. Ma la sua coerenza, tanto radicale quanto umile, è un messaggio per tutti i cristiani”.

Pregando sulla sua tomba ha sottolineato la sua continua intercessione a Dio: “San Charbel non ha mai smesso di intercedere per noi presso il Padre Celeste, fonte di ogni bene e di ogni grazia. Già durante la sua vita terrena molti andavano da lui per ricevere dal Signore conforto, perdono, consiglio. Dopo la sua morte tutto questo si è moltiplicato ed è diventato come un fiume di misericordia. Anche per questo, ogni 22 del mese, ci sono migliaia di pellegrini che vengono qui da diversi Paesi per passare una giornata di preghiera e di ristoro dell’anima e del corpo”.

Offrendo la lampada ha chiesto al santo libanese pace e comunione: “Per la Chiesa chiediamo comunione, unità: a partire dalle famiglie, piccole chiese domestiche, e poi nelle comunità parrocchiali e diocesane, fino alla Chiesa universale. Comunione, unità. E per il mondo chiediamo pace. Specialmente la imploriamo per il Libano e per tutto il Levante. Ma sappiamo bene (ed i santi ce lo ricordano) che non c’è pace senza conversione dei cuori. Perciò san Charbel ci aiuti a rivolgerci a Dio e a chiedere il dono della conversione per tutti noi”.

Per questo ha donato una lampada, affinché si possa camminare nella ‘luce del Signore’: “Carissimi, come simbolo della luce che qui Dio ha acceso mediante San Charbel, ho portato in dono una lampada. Offrendo questa lampada affido alla protezione di san Charbel il Libano e il suo popolo, perché cammini sempre nella luce di Cristo. Grazie a Dio per il dono di san Charbel! Grazie a voi, che ne custodite la memoria. Camminate nella luce del Signore!”

Al termine della visita il papa si è recato al Santuario mariano di Harissa, dove ha incontra presuli, clero e consacrati che hanno raccontano storie di solidarietà, guerra, migrazione e di pastorale carceraria, ai quali ha ricordato il motto del viaggio: “Le testimonianze che abbiamo ascoltato (grazie a ciascuno di voi!) ci dicono che queste parole non sono state vane, anzi, che hanno trovato ascolto e risposta, perché qui si continua a costruire comunione nella carità”.

Ringraziando il patriarca il patriarca della Chiesa armena cattolica il papa ha sottolineato il valore della preghiera: “Nelle parole del Patriarca, che ringrazio di cuore, possiamo cogliere la radice di questa tenacia, simboleggiata dalla grotta silenziosa in cui san Charbel pregava davanti all’immagine della Madre di Dio, e dalla presenza di questo Santuario di Harissa, segno di unità per tutto il Popolo libanese.

E’ nello stare con Maria presso la Croce di Gesù che la nostra preghiera, ponte invisibile che unisce i cuori, ci dà la forza per continuare a sperare e a lavorare, anche quando attorno tuona il rumore delle armi e le stesse esigenze della vita quotidiana diventano una sfida”.

Partendo dalle testimonianze il papa ha sottolineato le opere di solidarietà messe in atto da questo popolo: “Solo così non si rimane schiacciati dall’ingiustizia e dal sopruso, anche quando, come abbiamo sentito, si è traditi da persone e organizzazioni che speculano senza scrupoli sulla disperazione di chi non ha alternative. Solo così si può tornare a sperare per il domani, pur nella durezza di un presente difficile da affrontare”.

Per questo ha evidenziato la responsabilità verso i giovani: “In proposito, penso alla responsabilità che tutti abbiamo, in tal senso, nei confronti dei giovani. E’ importante favorire la loro presenza, anche nelle strutture ecclesiali, apprezzandone l’apporto di novità e dando loro spazio. Ed è necessario, pur tra le macerie di un mondo che ha i suoi dolorosi fallimenti, offrire loro prospettive concrete e praticabili di rinascita e di crescita per il futuro”.

E’ una richiesta di ‘non abbandonare il campo’ dell’accoglienza dei profughi: “In quelle stanze, infatti, oltre a dare assistenza e aiuto materiale, si impara e si insegna a condividere ‘pane, paura e speranza’, ad amare in mezzo all’odio, a servire anche nella stanchezza e a credere in un futuro diverso al di là di ogni aspettativa.

La Chiesa in Libano ha sempre curato molto l’istruzione. Incoraggio tutti voi a continuare in quest’opera lodevole, venendo incontro soprattutto a chi è nel bisogno e non ha mezzi, a chi si trova in situazioni estreme, con scelte improntate alla carità più generosa, perché alla formazione della mente sia sempre unita l’educazione del cuore. Ricordiamoci che la nostra prima scuola è la Croce e che l’unico nostro Maestro è il Cristo”.

Ha concluso l’incontro con la consegna della ‘Rosa d’oro’, dono che tradizionalmente i pontefici in vista mariana al Santuario di Harissa portano come dono della loro devozione alla Madonna del Libano: “E’ un gesto antico, che ha tra i suoi significati quello di esortarci ad essere, con la nostra vita, profumo di Cristo. Davanti a questa immagine, mi viene da pensare al profumo che sale dalle tavole libanesi, tipiche per la varietà dei cibi che offrono e per la forte dimensione comunitaria del condividerli.

E’ un profumo fatto di mille profumi, che colpiscono nella loro diversità e talvolta nel loro insieme. E’ così il profumo di Cristo. Non è un prodotto costoso riservato a pochi che se lo possono permettere, ma l’aroma che si sprigiona da una mensa generosa su cui trovano posto tante pietanze diverse e da cui tutti possono attingere insieme. Sia questo lo spirito del rito che ci apprestiamo a compiere, e soprattutto quello con cui ogni giorno ci sforziamo di vivere uniti nell’amore”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone XIV: l’azione della Chiesa si manifesta nell’amore verso gli ‘ultimi’

“E’ per me una gioia salutarvi questa mattina, membri del Consiglio di Rappresentanza di Caritas Internationalis, e in particolare il Presidente di Caritas, il Cardinale Kikuchi, Arcivescovo di Tokyo. Benvenuti! Vi ringrazio per la vostra visita durante questo Anno Giubilare della Speranza e per il servizio costante che la vostra organizzazione continua a offrire a tutta la Chiesa, alle persone in tutto il mondo”: oggi papa Leone XIV ha incontrato i rappresentanti di Caritas Internationalis, in occasione del pellegrinaggio giubilare con l’esortazione da operare sulla base dei ‘pilastri’ che sostengono la Chiesa nel mondo, ispirati dall’amore che ‘apre i nostri occhi alle ferite degli altri’.

Come aveva sottolineato papa Francesco anche papa Leone XIV ha rilanciato l’opzione della Chiesa per i poveri: “Fin dalla sua fondazione, Caritas Internationalis ha incarnato l’annuncio della Chiesa secondo cui ‘la preferenza di Cristo è per i poveri, gli ultimi, gli abbandonati e gli scartati’. Questa visione, infatti, si può cogliere nell’Eucaristia stessa, dove il Signore ‘avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine’. Nella mia Esortazione Apostolica ‘Dilexi Te’, ho riflettuto proprio su questo mistero: che l’amore che riceviamo da Cristo non è mai un tesoro privato, ma sempre una missione affidata alle nostre mani. L’amore ci invia; l’amore ci rende servi; l’amore apre i nostri occhi alle ferite degli altri”.

Per il papa Caritas Internationalis incarna quei tre ‘pilastri’ su cui si basa l’azione della Chiesa: “Caritas Internationalis è da tempo un segno luminoso dell’amore materno della Chiesa, e mi rincuora sapere che siete pronti a camminare con il Successore di Pietro nel servire ogni persona con dignità.

La vostra missione riecheggia la visione che ho condiviso nel mio primo discorso al Corpo Diplomatico, dove ho parlato dei tre pilastri che sostengono l’opera della Chiesa nel mondo: pace, giustizia e verità. Questi pilastri non sono ideali astratti. Sono il vostro lavoro quotidiano, il lavoro quotidiano di Caritas. Ovunque accompagniate una famiglia sfollata, o difendiate i diritti dei poveri, o offrite un cuore in ascolto ai dimenticati, la testimonianza della Chiesa diventa sempre più credibile”.

E quest’azione deve essere di sostegno alle Chiese locali: “In questo spirito, vi incoraggio a continuare ad accompagnare le Chiese locali, rafforzando la formazione dei leader laici e salvaguardando l’unità all’interno della vostra variegata organizzazione. La missione della Chiesa si dispiega solo quando camminiamo insieme come compagni di cammino, lasciando che lo Spirito Santo plasmi le nostre opere di misericordia”.

E nell’udienza ai partecipanti al Corso Internazionale promosso dal Tribunale della Rota Romana ‘A dieci anni dalla riforma del processo matrimoniale canonico’, papa Leone XIV ha invitato a considerare nei procedimenti la dimensione giuridica, ecclesiologica e pastorale: “Mi pare utile considerare la relazione che intercorre tra questi tre approcci.

Non di rado tale rapporto viene dimenticato, poiché si tende a concepire la teologia, il diritto e la pastorale come compartimenti stagni. E’ anzi piuttosto frequente che vengano implicitamente contrapposti tra di loro, come se il più teologico o il più pastorale comportasse il meno giuridico, e viceversa il più giuridico fosse a scapito degli altri due profili. Viene così oscurata l’armonia che, invece, emerge quando le tre dimensioni sono considerate come parti di una medesima realtà”.

Per questo Gesù è giudice ‘mite e misericordioso’: “Possiamo chiederci perché Gesù come Giudice sia stato presentato in questi documenti come mite e misericordioso. Una tale considerazione può apparire a prima vista come contraria alle esigenze inderogabili della giustizia, che non possono venir meno in virtù di una malintesa compassione. È vero che nel giudizio di Dio sulla salvezza è sempre operante il suo perdono del peccatore pentito, ma il giudizio umano sulla nullità matrimoniale non dovrebbe essere, però, manipolato da una falsa misericordia. Va certamente ritenuta ingiusta qualsiasi attività contrastante con il servizio del processo alla verità. Tuttavia, proprio nell’esercizio retto della potestà giudiziaria deve essere esercitata la vera misericordia”.

Richiamando ‘De Civitate Dei’ papa Leone XIV ha richiamato lo scopo della riforma, che non può derogare alla giustizia ed alla verità: “In questa luce, il processo di nullità matrimoniale può essere visto come un contributo degli operatori del diritto per soddisfare il bisogno di giustizia che è così profondo nella coscienza dei fedeli, e realizzare così un’opera giusta mossa da vera misericordia. Lo scopo della riforma, tendente all’accessibilità e alla celerità nei processi, tuttavia mai a scapito della verità, appare così quale manifestazione di giustizia e di misericordia”.

E’ stato un richiamo nel trovare accordi: “E’ vero che specialmente nella Chiesa, come peraltro nella società civile, bisogna adoperarsi per trovare accordi che, garantendo la giustizia, risolvano i litigi per via di mediazione e di conciliazione. Molto importante in tale senso è lo sforzo per favorire la riconciliazione tra i coniugi, anche ricorrendo, quando è possibile, alla convalidazione del matrimonio. Tuttavia, vi sono casi in cui è necessario ricorrere al processo, perché la materia non è disponibile per le parti”.

Questo avviene nella dichiarazione della nullità del matrimonio: “Esso è espressione del servizio della potestà dei pastori alla verità del vincolo coniugale indissolubile, fondamento della famiglia che è Chiesa domestica. Dietro la tecnica processuale, con l’applicazione fedele della normativa vigente, sono dunque in gioco i presupposti ecclesiologici del processo matrimoniale: la ricerca della verità e la stessa salus animarum. La deontologia forense, incentrata sulla verità di ciò che è giusto, deve ispirare tutti gli operatori del diritto, ciascuno nel proprio ruolo, a partecipare in quell’opera di giustizia e di vera pace alla quale è finalizzato il processo”.

Da qui deriva la dimensione pastorale: “La dimensione ecclesiologica e quella giuridica, se realmente vissute, fanno scoprire la dimensione pastorale. Anzitutto, è cresciuta negli ultimi tempi la consapevolezza circa l’inserimento dell’attività giudiziaria della Chiesa in ambito matrimoniale nell’insieme della pastorale familiare. Questa pastorale non può ignorare o sottovalutare il lavoro dei tribunali ecclesiastici, e questi ultimi non devono dimenticare che il loro specifico contributo di giustizia è un tassello nell’opera di promozione del bene delle famiglie, con particolare riferimento a quelle in difficoltà”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone XIV invita a vivere la Chiesa nella comunione

“Oggi il Vangelo ci presenta due personaggi, un fariseo e un pubblicano, che pregano nel Tempio. Il primo vanta un lungo elenco di meriti. Le opere buone che compie sono molte, e per questo si sente migliore degli altri, che giudica in modo sprezzante. Sta in piedi, a testa alta. Il suo atteggiamento è chiaramente presuntuoso: denota un’osservanza della Legge esatta, sì, ma povera d’amore, fatta di ‘dare’ e di ‘avere’, di debiti e crediti, priva di misericordia”: nell’Angelus domenicale papa Leone XVI ha sottolineato la differenza di queste due preghiere.

Se il fariseo è esaltazione delle proprie azioni il pubblicano ha un diverso atteggiamento: “Anche il pubblicano sta pregando, ma in modo molto diverso. Ha tanto da farsi perdonare: è un esattore al soldo dell’Impero romano, e lavora con un contratto di appalto che gli permette di speculare sui proventi a scapito dei suoi stessi connazionali. Eppure, alla fine della parabola, Gesù ci dice che proprio lui, tra i due, è quello che torna a casa ‘giustificato’, cioè perdonato e rinnovato dall’incontro con Dio”.

E’ un invito ad incontrare Dio: “Anzitutto, il pubblicano ha il coraggio e l’umiltà di presentarsi davanti a Dio. Non si chiude nel suo mondo, non si rassegna al male che ha fatto. Lascia i luoghi in cui è temuto, al sicuro, protetto dal potere che esercita sugli altri. Viene al Tempio da solo, senza scorta, anche a costo di affrontare sguardi duri e giudizi taglienti, e si mette davanti al Signore, in fondo, a testa bassa, pronunciando poche parole: ‘O Dio, abbi pietà di me peccatore’.

Così Gesù ci dà un messaggio potente: non è ostentando i propri meriti che ci si salva, né nascondendo i propri errori, ma presentandosi onestamente, così come siamo, davanti a Dio, a sé stessi e agli altri, chiedendo perdono e affidandosi alla grazia del Signore”.

E’ stato un invito a riconoscere i peccati ed ad affidarli alla misericordia di Dio: “Cari fratelli e sorelle, facciamo così anche noi. Non abbiamo paura di riconoscere i nostri errori, di metterli a nudo assumendocene la responsabilità e affidandoli alla misericordia di Dio. Potrà così crescere, in noi e attorno a noi, il suo Regno, che non appartiene ai superbi, ma agli umili, e che si coltiva, nella preghiera e nella vita, attraverso l’onestà, il perdono e la gratitudine”.

Anche nella messa per il Giubileo delle équipe sinodali e degli organi di partecipazione, il papa ha incoraggiato la comunione e l’apertura all’altro, senza la pretesa di essere migliori degli altri: “La Chiesa, invece, come ci ha ricordato il Concilio Vaticano II, è il segno visibile dell’unione tra Dio e l’umanità, del suo progetto di radunarci tutti in un’unica famiglia di fratelli e sorelle e di farci diventare suo popolo: un popolo di figli amati, tutti legati nell’unico abbraccio del suo amore”.

Ed ha richiamato il monito di papa Francesco a riscoprire la ‘vita spirituale’: “Guardando al mistero della comunione ecclesiale, generata e custodita dallo Spirito Santo, possiamo comprendere anche il significato delle équipe sinodali e degli organi di partecipazione; essi esprimono quanto accade nella Chiesa, dove le relazioni non rispondono alle logiche del potere ma a quelle dell’amore. Le prime (per ricordare un monito costante di papa Francesco) sono logiche ‘mondane’, mentre nella Comunità cristiana il primato riguarda la vita spirituale, che ci fa scoprire di essere tutti figli di Dio, fratelli tra di noi, chiamati a servirci gli uni gli altri”.

Il motivo sta nell’amore di Dio: “Regola suprema, nella Chiesa, è l’amore: nessuno è chiamato a comandare, tutti sono chiamati a servire; nessuno deve imporre le proprie idee, tutti dobbiamo reciprocamente ascoltarci; nessuno è escluso, tutti siamo chiamati a partecipare; nessuno possiede la verità tutta intera, tutti dobbiamo umilmente cercarla, e cercarla insieme. Proprio la parola ‘insieme’ esprime la chiamata alla comunione nella Chiesa”.

L’amore appunto si concretizza nel cammino: “Camminare insieme. Apparentemente è quello che fanno i due personaggi della parabola che abbiamo appena ascoltato nel Vangelo. Il fariseo e il pubblicano salgono tutti e due al Tempio a pregare, potremmo dire che ‘salgono insieme’ o comunque si ritrovano insieme nel luogo sacro; eppure, essi sono divisi e tra loro non c’è nessuna comunicazione. Tutti e due fanno la stessa strada, ma il loro non è un camminare insieme; tutti e due si trovano nel Tempio, ma uno si prende il primo posto e l’altro rimane all’ultimo; tutti e due pregano il Padre, ma senza essere fratelli e senza condividere nulla”.

E’ un invito a non avere l’atteggiamento del fariseo, che prega solo per se stesso: “La sua preghiera, apparentemente rivolta a Dio, è soltanto uno specchio in cui egli guarda sé stesso, giustifica sé stesso, elogia sé stesso…

Fratelli e sorelle, questo può succedere anche nella Comunità cristiana. Succede quando l’io prevale sul noi, generando personalismi che impediscono relazioni autentiche e fraterne; quando la pretesa di essere migliori degli altri, come fa il fariseo col pubblicano, crea divisione e trasforma la Comunità in un luogo giudicante ed escludente; quando si fa leva sul proprio ruolo per esercitare il potere e occupare spazi”.

Quindi ha invitato a guardare al comportamento del pubblicano: “E’ al pubblicano, invece, che dobbiamo guardare. Con la sua stessa umiltà, anche nella Chiesa dobbiamo tutti riconoscerci bisognosi di Dio e bisognosi gli uni degli altri, esercitandoci nell’amore vicendevole, nell’ascolto reciproco, nella gioia del camminare insieme, sapendo che ‘il Cristo appartiene a coloro che sentono umilmente, non a coloro che si innalzano al di sopra del gregge’.

Le équipe sinodali e gli organi di partecipazione sono immagine di questa Chiesa che vive nella comunione. E oggi vorrei esortarvi: nell’ascolto dello Spirito, nel dialogo, nella fraternità e nella parresìa, aiutateci a comprendere che, nella Chiesa, prima di qualsiasi differenza, siamo chiamati a camminare insieme alla ricerca di Dio, per rivestirci dei sentimenti di Cristo; aiutateci ad allargare lo spazio ecclesiale perché esso diventi collegiale e accogliente”.

Tale atteggiamento del pubblicano aiuta a vivere nella comunione ecclesiale: “Questo ci aiuterà ad abitare con fiducia e con spirito nuovo le tensioni che attraversano la vita della Chiesa (tra unità e diversità, tradizione e novità, autorità e partecipazione), lasciando che lo Spirito le trasformi, perché non diventino contrapposizioni ideologiche e polarizzazioni dannose. Non si tratta di risolverle riducendo l’una all’altra, ma di lasciarle fecondare dallo Spirito, perché siano armonizzate e orientate verso un discernimento comune… Essere Chiesa sinodale significa riconoscere che la verità non si possiede, ma si cerca insieme, lasciandosi guidare da un cuore inquieto e innamorato dell’Amore”.

E’ stato un invito a ‘costruire’ la Chiesa, come affermava mons. Tonino Bello: “Carissimi, dobbiamo sognare e costruire una Chiesa umile. Una Chiesa che non sta dritta in piedi come il fariseo, trionfante e gonfia di sé stessa, ma si abbassa per lavare i piedi dell’umanità; una Chiesa che non giudica come fa il fariseo col pubblicano, ma si fa luogo ospitale per tutti e per ciascuno; una Chiesa che non si chiude in sé stessa, ma resta in ascolto di Dio per poter allo stesso modo ascoltare tutti. Impegniamoci a costruire una Chiesa tutta sinodale, tutta ministeriale, tutta attratta da Cristo e perciò protesa al servizio del mondo”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone XIV: cuore della missione della Chiesa è la misericordia di Dio

“Sono addolorato per le notizie che giungono dal Madagascar, circa gli scontri violenti tra le Forze dell’Ordine e giovani manifestanti, che hanno provocato la morte di alcuni di loro e un centinaio di feriti. Preghiamo il Signore affinché si eviti sempre ogni forma di violenza, e si favorisca la costante ricerca dell’armonia sociale attraverso la promozione della giustizia e del bene comune”: al termine dell’udienza generale papa Leone XIV ha invitato a pregare per la morte di alcuni giovani morti a seguito di violenti scontri nel Madagascar, mentre prima di iniziare l’udienza aveva salutato un gruppo di pellegrini tedeschi: “Cari pellegrini, buongiorno! Saluto con affetto tutti voi che dalla Germania siete venuti a Roma con il pellegrinaggio del Malteser Hilfsdienst. Ja, gut, ja, danke! Prima di recarmi all’Udienza generale in Piazza, ho voluto incontrarvi personalmente qui nell’Aula Paolo VI… Ora recitiamo insieme l’Ave Maria, affidando tutte le vostre intenzioni e le persone a casa per le quali desiderate pregare la Beata Vergine, e poi vi impartisco la benedizione apostolica”.

Mentre nell’udienza generale papa Leone XIV ha ripreso il ciclo di catechesi dell’Anno Giubilare, ‘Gesù Cristo nostra speranza’, sul tema ‘La risurrezione’: “Il centro della nostra fede e il cuore della nostra speranza si trovano ben radicati nella risurrezione di Cristo. Leggendo con attenzione i Vangeli, ci accorgiamo che questo mistero è sorprendente non solo perché un uomo (il Figlio di Dio) è risorto dai morti, ma anche per il modo in cui ha scelto di farlo. Infatti la risurrezione di Gesù non è un trionfo roboante, non è una vendetta o una rivalsa contro i suoi nemici. E’ la testimonianza meravigliosa di come l’amore sia capace di rialzarsi dopo una grande sconfitta per proseguire il suo inarrestabile cammino”.

E la sua ‘apparizione’ avviene senza ‘rivincita’: “Quando noi ci rialziamo dopo un trauma causato da altri, spesso la prima reazione è la rabbia, il desiderio di far pagare a qualcuno ciò che abbiamo subito. Il Risorto non reagisce in questo modo. Uscito dagli inferi della morte, Gesù non si prende nessuna rivincita. Non torna con gesti di potenza, ma con mitezza manifesta la gioia di un amore più grande di ogni ferita e più forte di ogni tradimento”.

Anzi attraverso la pace: “Il Risorto non sente alcun bisogno di ribadire o affermare la propria superiorità. Egli appare ai suoi amici (i discepoli) e lo fa con estrema discrezione, senza forzare i tempi della loro capacità di accoglienza. Il suo unico desiderio è quello di tornare a essere in comunione con loro, aiutandoli a superare il senso di colpa.

Lo vediamo molto bene nel cenacolo, dove il Signore appare ai suoi amici chiusi nella paura. E’ un momento che esprime una forza straordinaria: Gesù, dopo essere sceso negli abissi della morte per liberare coloro che vi erano prigionieri, entra nella stanza chiusa di chi è paralizzato dalla paura, portando un dono che nessuno avrebbe osato sperare: la pace”.

Compie tale gesto attraverso le ferite del proprio corpo: “Ma è accompagnato da un gesto talmente bello da risultare quasi sconveniente: Gesù mostra ai discepoli le mani e il fianco con i segni della passione. Perché esibire le ferite proprio davanti a chi, in quelle ore drammatiche, lo ha rinnegato e abbandonato? Perché non nascondere quei segni di dolore ed evitare di riaprire la ferita della vergogna?”

Questa significa che Gesù ha riconciliato il mondo e dona pace: “Eppure, il Vangelo dice che, vedendo il Signore, i discepoli gioirono. Il motivo è profondo: Gesù è ormai pienamente riconciliato con tutto ciò che ha sofferto. Non c’è ombra di rancore. Le ferite non servono a rimproverare, ma a confermare un amore più forte di ogni infedeltà. Sono la prova che, proprio nel momento del nostro venir meno, Dio non si è tirato indietro. Non ha rinunciato a noi. Così, il Signore si mostra nudo e disarmato. Non pretende, non ricatta. Il suo è un amore che non umilia; è la pace di chi ha sofferto per amore e ora può finalmente affermare che ne è valsa la pena”.

Invece noi facciamo ‘finta’ di riconciliarci: “Noi, invece, spesso mascheriamo le nostre ferite per orgoglio o per timore di apparire deboli… A volte preferiamo nascondere la nostra fatica di perdonare per non apparire vulnerabili e per non rischiare di soffrire ancora. Gesù no. Lui offre le sue piaghe come garanzia di perdono. E mostra che la Risurrezione non è la cancellazione del passato, ma la sua trasfigurazione in una speranza di misericordia”.

E tramite la riconciliazione è donato lo Spirito Santo: “Gesù soffia su di loro e dona lo Spirito Santo. E’ lo stesso Spirito che lo ha sostenuto nell’obbedienza al Padre e nell’amore fino alla croce. Da quel momento, gli apostoli non potranno più tacere ciò che hanno visto e udito: che Dio perdona, rialza, ridona fiducia”.

Questa è la missione della Chiesa: “Questo è il cuore della missione della Chiesa: non amministrare un potere sugli altri, ma comunicare la gioia di chi è stato amato proprio quando non lo meritava. E’ la forza che ha fatto nascere e crescere la comunità cristiana: uomini e donne che hanno scoperto la bellezza di tornare alla vita per poterla donare agli altri”.

Ha concluso la catechesi con l’invito ad ‘aprirsi’ alla misericordia di Dio: “Cari fratelli e sorelle, anche noi siamo inviati. Anche a noi il Signore mostra le sue ferite e dice: Pace a voi. Non abbiate paura di mostrare le vostre ferite risanate dalla misericordia. Non temete di farvi prossimi a chi è chiuso nella paura o nel senso di colpa. Che il soffio dello Spirito renda anche noi testimoni di questa pace e di questo amore più forte di ogni sconfitta”.

(Foto: Santa Sede)

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