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Cosi e Repossi raccontano Oskar Schindler per non dimenticare la Shoah

‘Chi salva una vita salva il mondo intero’: è questa l’incisione in ebraico sull’anello d’oro che gli ‘Schindlerjuden’ regalarono a Oskar Schindler il 2 maggio 1962, a Tel Aviv, al termine di un banchetto in suo onore. Sono trascorsi più di 50 anni da quando Israele lo invitò a piantare un albero nel ‘Giardino dei Giusti’ dello Yad Vashem, ma la vicenda e la personalità di questo imprenditore, passato alla storia per aver salvato più di 1000 ebrei dai campi di concentramento, continuano a essere oggetto di dibattito.

Estroverso, carismatico, amante della bella vita, spia per convenienza (fu reclutato dall’Abwehr, il servizio segreto militare tedesco), nazista, salvatore di ebrei ed imprenditore di successo nella Polonia occupata (inaugurato a tempo di record il suo stabilimento: trasferitosi a Cracovia il 17 ottobre 1939, in meno di un mese riesce a farsi approvare la richiesta di locazione della Rekord): tutto questo è stato l’uomo al centro di ‘Oskar Schindler – Vita del nazista che salvò gli ebrei’ di Francesca Cosi e Alessandra Repossi:

“La sua tomba a Gerusalemme (in un cimiterino abbarbicato su un fianco del monte Sion, appena fuori dalla Città Vecchia) è ricoperta infatti dai sassolini lasciati, secondo il rituale ebraico, dai tanti che continuano a rendergli omaggio, mentre la sua fabbrica a Cracovia è stata trasformata nel Museo cittadino dell’occupazione (sono 45 sale che raccontano gli anni dal 1939 al 1945). Eppure l’enigma Schindler resta”.

Del ritratto di Cosi e Repossi (che va dall’infanzia ai successi economici, dalle relazioni politiche al rapporto con la moglie Emilie e ai continui tradimenti che le inflisse) sono molto interessanti le ‘liste’ originali degli ebrei da salvare, con il pretesto di assumerli come manodopera per la fabbrica. Pubblicate per concessione del Museo statale di Auschwitz-Birkenau, dimostrano infatti che non ci fu un’unica lista, come invece racconta il film di Spielberg, ma diverse liste.

Significativa è anche la parte del libro che racconta cosa accadde dopo la guerra e dopo il 1974, anno della morte di Oskar Schindler, con la ribalta del film e l’elevarsi della voce della vedova, arrivando fino al ritrovamento di una misteriosa valigia che, su un cartellino, portava il nome dell’uomo: “Fu aperta solo dopo diversi anni, ma del suo contenuto non si è mai scritto in Italia. Si è comunque aggiunto materiale biografico utile a una più precisa messa a fuoco di chi fu veramente Schindler, l’uomo”, scrivono le autrici, che studiano da tempo la Shoah nei suoi aspetti (dalla storia, alle testimonianze, ai luoghi) ed hanno visitato i principali campi di sterminio in Austria, Germania, Polonia e Italia.

Da queste visite è scaturita nel 2015 una mostra didattica rivolta alle scuole e realizzata con la consulenza dello storico Bruno Segre, dalla quale nel 2018 hanno tratto il libro ‘Shoah. Conoscere per non dimenticare’ (TS Edizioni).

Dalle autrici ci facciamo spiegare il motivo per cui hanno dedicato un libro ad Oskar Schindler:“Questo libro nasce principalmente da una necessità: nel 2024 ricorrevano i 50 anni dalla scomparsa di Schindler e in Italia mancava ancora una biografia completa a lui dedicata. La casa editrice TS Edizioni ha scoperto questa lacuna e ci ha proposto di colmarla scrivendo  quest’opera.

Abbiamo accolto molto volentieri questo invito, perché la figura di Schindler ci ha sempre affascinato e questa opportunità ci avrebbe consentito di approfondirne la conoscenza. Inoltre il nostro lavoro sulla Shoah, a cui negli anni abbiamo dedicato un altro libro, una mostra didattica per le scuole, una mostra fotografica e diverse traduzioni di testi letterari e saggistici, ci ha particolarmente motivato ad affrontare questa nuova sfida”.

Quale fu il motivo per cui un ‘nazista’ decise di salvare gli ebrei?

“Schindler era un uomo dalle mille contraddizioni che probabilmente aderì al nazismo non tanto per convinzioni ideologiche, quanto per convenienza: in quel periodo storico quello era il partito al potere, e far parte delle cerchie naziste poteva dare a un aspirante industriale come lui molti vantaggi, prima di tutto economici. Fu così che Schindler prese la tessera del partito nel 1938-39 e riuscì ad aprire la sua fabbrica, l’Emalia, nella Polonia occupata.

Lì scoprì che, se si avvaleva di manodopera ebraica, per ogni operaio che assumeva doveva pagare al Reich al giorno meno di quanto doveva pagasse gli operai polacchi all’ora, e questo lo spinse a prendere con sé, nel tempo, oltre 1000 ebrei. Poi però nel 1942 assistette alle violentissime deportazioni dal ghetto di Cracovia, che sorgeva vicino alla sua fabbrica, e che culminarono all’inizio del 1943 con la liquidazione del ghetto e dei suoi abitanti. Fu in quella fase che avvenne in lui il cambiamento: da allora si impegnò per salvare gli ebrei giorno dopo giorno, sfidando continuamente i nazisti a rischio della propria vita”.

Per quale motivo avete voluto visitare la sua tomba?

“Due anni fa abbiamo fatto un lungo viaggio in Terra Santa e poi altri a Cracovia e in Repubblica Ceca per seguire le tracce di Schindler. Sono tutti luoghi in cui ancora oggi si possono ritrovare segni del suo passato. La visita alla tomba di Schindler a Gerusalemme, che abbiamo descritto all’inizio del libro, è stata per noi un’esperienza particolarmente intensa.

E’ situata in un piccolo cimitero arroccato sul fianco del monte Sion, fuori dalla Città Vecchia, e si riconosce perché è ricoperta da tante pietruzze. Vengono lasciate da chi ancora oggi si reca a rendergli omaggio, seguendo l’usanza ebraica di deporre una pietra sulla tomba in segno di rispetto e memoria. Anche noi abbiamo voluto lasciare una traccia del nostro passaggio e rendere omaggio a quest’uomo così eroico”.

A 50 anni dalla sua morte quale memoria resta di Schindler?

“Tutti conoscono Oskar grazie al film ‘Schindler’s List’ di Steven Spielberg, che ha avuto il grande merito di diffondere nel mondo intero le gesta di quest’uomo; tuttavia, per esigenze di resa cinematografica e di sintesi, nel film la sua vicenda è stata semplificata e in certi casi stravolta, per questo ci sembrava necessaria una biografia che ne restituisse l’immagine a tutto tondo.

Per noi Schindler rappresenta un esempio proprio perché la sua figura è fatta di contrasti: era tutt’altro che un santo, anzi, aveva molti lati discutibili. Eppure ha compiuto un’impresa straordinaria, salvando oltre 1100 persone perseguitate che, senza il suo intervento, sarebbero finite nei campi di sterminio. Questo dimostra che ognuno di noi, con i propri pregi e difetti, può fare del bene: non serve essere perfetti o irreprensibili per agire in modo positivo. Che si tratti di un gesto straordinario, come quello compiuto da lui, o di qualcosa di piccolo, il bene è alla portata di tutti e rappresenta, a nostro avviso, l’unica vera risposta alla violenza che possiamo vedere intorno a noi”.

Quale significato riveste il riconoscimento di ‘giusti tra le nazioni’?

“E’ un riconoscimento che viene concesso dallo Yad Vashem di Gerusalemme ai non ebrei che durante la Shoah hanno messo a rischio la loro vita per salvare gli ebrei. Oskar Avrebbe dovuto riceverlo nel 1963, ma a causa di alcune polemiche uscite sulla stampa, la sua figura non sembrava così limpida; fu invitato a piantare un albero nel giardino dei Giusti, ma non ottenne il riconoscimento. Questo gli fu poi concesso postumo nel 1993, insieme alla moglie Emilie che lo aveva aiutato nel salvataggio degli ebrei”.

Oggi si conosce veramente la Shoah?

“La nostra esperienza ci dice che, per quanto la Shoah sembri una tragedia lontanissima nel tempo e quindi dimenticata, in realtà sono proprio i ragazzi nelle scuole che la studiano di più. Abbiamo incontrato diversi docenti e istituzioni che organizzano regolarmente cicli di letture, lezioni, tavole rotonde con chi, come noi, studia l’argomento da tempo. Ma intanto il tempo scorre e l’oblio è sempre in agguato. Il nostro impegno è quello di proporre a cadenza regolare pubblicazioni o lavori di altro genere sulla Shoah per mantenerne sempre viva la memoria”.

(Tratto da Aci Stampa)

Mons. Boccardo: il patrono san Ponziano dia un cuore ‘dilatato’ per vivere la speranza

“Noi ti benediciamo Signore, Padre buono, che hai dato al popolo di Spoleto il giovane Ponziano come testimone eroico del Vangelo di Gesù. L’esempio della sua vita costituisce per noi un prezioso patrimonio da custodire ed imitare. Accogli la preghiera fiduciosa che per sua intercessione ti rivolgiamo: donaci una fede ferma e gioiosa, una speranza salda, una carità sincera; conferma le nostre famiglie nell’amore e nella fedeltà; liberaci dai mali del corpo e dello spirito; guidaci nella costruzione della civiltà dell’amore, perché possiamo un giorno essere accolti nella tua casa e cantare per sempre la tua lode. Amen”: questa è la preghiera composta da mons. Renato Boccardo, vescovo della diocesi di Spoleto-Norcia, per il 1850° anniversario del martirio del patrono san Ponziano.

Ed in occasione della festa, celebratasi martedì 14 gennaio, mons. Boccardo ha inviato un messaggio alla città, invitando a non dimenticare l’identità ‘spoletina’: “In un’epoca di secolarizzazione spinta come quella che stiamo vivendo e nella quale sembrano venir meno i segni identitari, il Patrono è per tutti il ‘simbolo fondatore’ della memoria della comunità, la cui storia si è svolta tra passioni e lotte, tra ferite e vittorie, in un territorio che ha una sua propria identità ad un tempo civile e religiosa. Il civis (il cittadino) non è definito solo per l’uguaglianza dei diritti, ma anche e soprattutto per la diversità delle sue radici, che sono differenti tra Foligno, Terni, Perugia e Spoleto.

Spoleto è san Ponziano e san Ponziano è Spoleto. Con tutte le vicende che la storia ha visto scorrere in questi 1850 anni. Perciò bisogna parlare della ‘identità spoletina’ (qualcuno la definisce ‘spoletinità’), perché chi dimentica le radici perde il futuro. Un territorio è se stesso anche in virtù delle sue tradizioni e delle sue memorie: appunto perché non dimentica quello che è sempre stato, può affermare la sua tipicità e la sua consistenza pur nel continuo mutare delle forme politiche e sociali e delle condizioni di vita. Se non vogliamo perdere la nostra ricchezza umana e cristiana, cadendo in sterili campanilismi che dividono, dobbiamo ricuperare un’identità ricca capace di parlare agli altri. Parlare di san Ponziano, allora, è dire della memoria della nostra città e della nostra diocesi”.

Ed ha ricordato cosa significa ‘patrono’: “Il patrono è colui che ‘intercede’, cioè che ‘sta in mezzo’ e ‘cammina in mezzo’ al suo popolo, si prende cura della sua vita spirituale, ne sostiene la speranza, ne diffonde la carità, lo difende nel momento del pericolo, lo rincuora nel tempo della prova, lo sprona nel tempo delle passioni tristi”.

Mentre nell’omelia ha ricordato che la croce è la via della salvezza: “La croce è la chiave di volta della storia di salvezza e Gesù non può proporre altro; per questo pronuncia la parabola del chicco di grano che deve morire: il seme è Gesù che, con la sua morte di croce porterà frutto abbondante donando la vita a tutti gli uomini. Nasce da qui l’invito alla sequela: ‘Dove sono io, là sarà anche il mio servitore’.

San Paolo, scrivendo ai cristiani di Corinto, dice che quella comunità, suscitata dalla sua predicazione e dalla sua testimonianza, costituisce la sua vera lettera di presentazione, scritta con lo Spirito del Dio vivente. La lettera della Chiesa di Spoleto-Norcia è il martirio di san Ponziano, che l’ha battezzata nel sangue”.

E’ stato un invito a guardare alla vita del patrono: “Alla luce di questi insegnamenti, noi guardiamo oggi al giovane Ponziano come al discepolo che ha reso a Cristo la propria testimonianza pacifica con amore e inermità accettando il martirio…Con il suo sacrificio San Ponziano ci dice il primato assoluto di Cristo e del Vangelo; ci dice che solo nella croce si attua la piena liberazione dal male”.

E tutti possono vivere il martirio: “Non a tutti è dato il martirio di sangue, però a tutti i suoi discepoli Gesù chiede di donare la vita per amore del Padre e la salvezza dell’umanità. E’ dunque una forma di martirio anche la vita del discepolo che, accogliendo la legge della croce, si impegna a vincere ogni giorno il male con il bene, per annientarlo con il fuoco dell’amore e del perdono.

Tutti possiamo vivere così, in grazia del battesimo e della cresima che abbiamo ricevuto, lasciandoci raggiungere quotidianamente dalla luce del Vangelo e dal mistero dell’amore infinito della Trinità santa. E dall’Eucarestia possiamo attingere la forza e il nutrimento per ravvivare in noi e nelle nostre comunità questo mistero ineffabile che ci sospinge a fare della vita cristiana un dono per il mondo intero”.

Infine ha invitato a ‘coltivare’ un cuore ‘dilatato’ per generare speranza: “Oggi, anzi, ci dice una cosa nuova: se le nostre comunità vogliono guardare con fiducia e fierezza verso il futuro, lo potranno fare, anche in un tempo dove comunità religiosa e civile non si sovrappongono più, solo se sapranno farsi carico di tutti, se sapranno cioè custodire e coltivare quello che vorrei definire ‘un cuore dilatato’: dilatato per lo sguardo sulla vita delle persone e sui temi della convivenza civile; dilatato per la passione che promuove nuovi legami sociali;

dilatato per la cura del bene comune contro ogni particolarismo; dilatato per lo spirito di pace e di tolleranza; dilatato per il compito dell’educazione e del futuro dei giovani; dilatato per la carità rivolta verso tutti senza distinzione di provenienza, religione e appartenenze; dilatato per la condivisione del destino della città e del territorio; dilatato per il ‘supplemento d’anima’ di cui questo tempo, pieno di mezzi e povero di significati, ha estremamente bisogno non solo per star bene, ma per vivere bene.

Dobbiamo fare tutti insieme uno sforzo per rendere le nostre città e i nostri paesi belli, accoglienti, generosi e creativi. E così potranno ‘generare speranza’ anche in questo anno del Giubileo, attingendola alla certezza che ha sostenuto Ponziano nelle torture e nel martirio”.

(Foto: Diocesi Spoleto-Norcia)

Agenzia Fides: nel 2024 uccisi 13 missionari

13 persone nello scorso anno hanno donato la vita fino al tributo di sangue per annunciare il Vangelo: come ogni anno, il rapporto dell’Agenzia Fides, organo delle pontificie opere missionarie, presenta le storie dei missionari e degli operatori pastorali assassinati nel mondo. L’agenzia nel Dicastero per l’evangelizzazione, nell’opera di monitoraggio di quanti hanno dato la vita mentre, per fede, erano impegnati in un servizio alla Chiesa, considera un orizzonte più ampio e registra tutti i cattolici coinvolti in qualche modo nelle opere pastorali e nelle attività ecclesiali morti in modo violento, anche se non propriamente ‘in odio alla fede’.

Stando ai dati verificati dall’Agenzia Fides, nel 2024 nel mondo sono stati uccisi otto sacerdoti e cinque laici. Sei di loro hanno perso la vita in Africa e cinque in America, due continenti che, negli ultimi anni, ‘si sono alternati al primo posto di questa tragica classifica’, ha spiegato il rapporto. Nel dettaglio, in Africa sono stati assassinati due sacerdoti in Sudafrica e uno in Camerun, un catechista e un volontario in Burkina Faso, un laico nella Repubblica Democratica del Congo. Nel continente americano un prete è stato ucciso in Colombia, uno in Ecuador, un altro in Messico. Anche i laici sono stati colpiti a morte: un collaboratore parrocchiale in Brasile, un laico in Honduras.

C’è anche l’Europa nell’elenco: in Spagna Juan Antonio Llorente, frate francescano dell’Immacolata, è stato assassinato nel monastero dove viveva a Gilet. In Polonia è morto invece padre Lech Lachowicz, 72 anni, aggredito da un uomo che ha fatto irruzione nella canonica armato d’ascia. Nel 2024 non vi sono missionari uccisi in Asia ma sono diverse le nazioni del vasto continente dove gli operatori pastorali hanno rischiato la vita o sono stati gravemente feriti a causa di conflitti, disordini, criminalità.

Il dossier, curato da Fabio Beretta, mette in risalto le loro biografie, impegnati nella vita quotidiana: “Come evidenziano le informazioni, certe e verificate, sulle loro biografie e sulle circostanze della morte, i missionari e gli operatori pastorali uccisi non erano sotto i riflettori per opere o impegni eclatanti, ma operavano dando testimonianza della loro fede nella ordinarietà della vita quotidiana, non solo in contesti segnati dalla violenza e dai conflitti.

Le notizie sulla vita e sulle circostanze in cui è avvenuta la morte violenta di queste persone ci offrono immagini di vita quotidiana, in contesti spesso contrassegnati dalla violenza, dalla miseria, dalla mancanza di giustizia. Si tratta spesso di testimoni e missionari che hanno offerto la propria vita a Cristo fino alla fine, gratuitamente”.

Nel commentare queste vite ‘donate’ il direttore dell’Agenzia Fides, Gianni Valente, ha evidenziato che tali morti non è narcisismo: “I testimoni di Gesù morti ammazzati possono abbracciare con le loro vite offerte i propri stessi carnefici per puro dono di grazia, riverbero della propria gratuita configurazione alla passione di Cristo. Non certo per sforzo volontaristico di ‘autocontrollo’. Anche quest’anno, come accade spesso, la gran parte di missionari e operatori pastorali uccisi sono stati raggiunti dalla morte violenta mentre erano immersi nella trama ordinaria delle loro opere e dei loro giorni”.

La loro morte è una testimonianza di fede: “Ogni confessione di fede offerta fino al dono della propria stessa vita avviene non come eroica prestazione umana, ma solo in forza dello Spirito Santo. In ogni autentica dinamica cristiana nessuno può confessare il dono della fede e rendere testimonianza a Cristo se non nello Spirito Santo”.

Per questo è importante ‘fare’ memoria: “Fare memoria ogni anno dei missionari e degli operatori pastorali uccisi vuol dire riconoscere e celebrare questo mistero imparagonabile di gratuità. E aiuta anche a liberarsi da tutte le contraffazioni che pongono le sofferenze dei battezzati sotto lo stigma della paura, o della rivalsa verso qualsiasi nemico. E quando slogan e campagne sui cristiani perseguitati non lasciano intravvedere questo tesoro, questa dinamica vertiginosa, rischiano di confondere e aumentare la smemoratezza”.

Wlodzimierz Redzioch racconta Padre Jerzy Popiełuszko

“Le mie omelie non sono dirette contro nessuno. Sono dirette contro la menzogna, contro l’ingiustizia, contro l’abuso della dignità umana, contro certe azioni contrarie alla dignità umana e alla libertà umana; ma non attacco mai nessuno direttamente perché ritengo che ci sia un pò di bene in ogni essere umano, ma a volte l’uomo si lega molto fortemente al sistema del male e io piuttosto combatto contro il sistema del male e non contro l’uomo. Alla Santa Messa, preghiamo anche per coloro che si sono venduti alla menzogna, all’ingiustizia e alla violenza… Quando un uomo perde la speranza perde tutto. Allora è facile maltrattarlo. Le persone devono sapere che le loro difficoltà hanno un significato.  Io sono continuamente in mezzo agli operai”.

Partiamo da questa intervista apparsa nel documentario prodotto da ‘Video Studio Gdańsk 1990’ su p. Jerzy Popieluszko per iniziare l’intervista con l’autore del libro ‘Jerzy Popieluszko: martire del comunismo’ (https://www.edizioniares.it/prodotto/jerzy-popieluszko/), Włodzimierz Rędzioch, con i testi del giornalista Grzegorz Górny, che descrivono la realtà dei tempi in cui visse e svolse il suo ministero, a 40 dal suo omicidio avvenuto il 19 ottobre 1984.

Il libro, che contiene le foto del fotografo polacco Janusz Rosikoń, si basa su 15 conversazioni che il vaticanista Włodzimierz Rędzioch ha condotto con i testimoni della vita e del martirio di Popiełuszko. Tra i suoi interlocutori ci sono parenti, parrocchiani e collaboratori, ma anche coloro che da una prospettiva diversa hanno osservato il suo cammino verso la santità come il card. Angelo Amato, prefetto emerito del Dicastero per le Cause dei Santi, che ha presieduto la cerimonia di beatificazione, ed il card. Stanisław Dziwisz, testimone del legame che legava il beato Popiełuszko e san Giovanni Paolo II.

Wlodzimierz Redzioch è un ingegnere polacco prestato al giornalismo: dal 1981 al 2012 ha lavorato all’amministrazione de L’Osservatore romano e dal 1995 collabora con il più diffuso settimanale cattolico polacco Niedziela, con il mensile americano d’ispirazione cattolica Inside the Vatican e con l’agenzia d’informazione Zenit. Per la sua attività di vaticanista nel 2000 ha ricevuto in Polonia il premio cattolico per il giornalismo ‘Mater Verbi’; mentre nel 2006 papa Benedetto XVI gli ha conferito il titolo di commendatore dell’Ordine di san Silvestro papa; è autore di diverse pubblicazioni.

Nell’udienza generale dello scorso 16 ottobre papa Francesco aveva invitato i fedeli polacchi a non dimenticare l’eredità spirituale e sociale di p. Popieluszko: ‘Questo Beato, che ha insegnato a vincere il male con il bene, vi sostenga nel costruire l’unità nello spirito della verità e del rispetto per la dignità della persona umana’. Come accogliere questo invito del papa?

“Il Papa si riferiva al più significativo messaggio che ci ha lasciato il beato Popieluszko che si trova nell’ultima omelia pronunciata il giorno del suo rapimento e assassinio. Il 19 ottobre 1984 don Jerzy aveva celebrato la Messa e invitato i fedeli a ‘chiedere di essere liberi dalla paura, dal terrore, ma soprattutto dal desiderio di vendetta. Dobbiamo vincere il male con il bene – aveva detto – e mantenere intatta la nostra dignità di uomini, per questo non possiamo fare uso della violenza’. Nella società si può costruire l’unità rinunciando alla spirale delle vendette e sopraffazioni, ma senza rinunciare alla difesa della verità e della dignità dell’uomo”.   

Quali sono le finalità di questo libro?

“Volevo far conoscere meglio un martire dei nostri tempi, un martire del comunismo. Lo spiega nella sua introduzione al libro anche il card. Semeraro: Auspico di cuore che l’edizione in lingua italiana di questo lavoro contribuisca a diffondere ulteriormente e accrescere la conoscenza di questo sacerdote, beato e martire. E spiega perché: Sarà davvero un bene per tutti, perché attraverso il sacrificio dei martiri, Dio cambia i cuori degli uomini”.

Per quale motivo diede vita alle ‘Messe per la Patria’?

“L’iniziativa di celebrare ‘Messe per la Patria’ fu avviata da don Teofil Bogucki, parroco della parrocchia di san Stanislao Kostka, nell’ottobre 1980, ma acquisirono una particolare importanza dopo l’introduzione della legge marziale. Il 28 febbraio 1982, ebbe luogo la prima ‘Messa per la Patria’ (‘e per coloro che per essa soffrono maggiormente’, dizione aggiunta dopo l’introduzione della legge marziale il 13 dicembre 1981) celebrata da don Jerzy Popiełuszko. Alle funzioni partecipavano residenti di Varsavia, oppositori provenienti da tutta la Polonia, lavoratori e intellettuali. Si pregava per la Polonia, per la libertà, per i perseguitati, per i prigionieri politici.

Nel periodo della legge marziale la gente trovava nella Chiesa ‘un’isola di libertà nell’oceano della schiavitù’. La gente, andando alla Messa, trovava l’incoraggiamento, le parole di verità nel mondo della menzogna, il conforto, non soltanto religioso. Ma bisogna sottolineare che nelle omelie di don Jerzy non c’era alcun contenuto politico. Esse si basavano soprattutto sugli scritti di san Giovanni Paolo II, del primate beato Stefan Wyszyński e sul magistero sociale della Chiesa, oltre ad attingere ai testi di grandi poeti e pensatori polacchi. Come mi ha confidato l’amico di don Jerzy, l’imprenditore Adam Nowosad i capi del regime comunista polacco ‘capirono che era arrivato qualcuno estremamente carismatico, che in futuro avrebbe potuto minacciare il sistema basato sulla schiavitù, sulla menzogna e sulla paura’”.

‘Compito del cristiano è rimanere attaccato alla verità, anche se dovesse costargli molto. Solo la pula non costa niente. Per il buon seme della verità a volte bisogna pagare un prezzo molto alto’, diceva prima di essere ucciso, raccolto nel libro ‘Non si può uccidere la speranza’ a cura di Annalia Guglielmi. Perché non si può uccidere la speranza?

“Perché l’uomo non può vivere senza sperare nel mondo di giustizia, della verità, dell’amore. Per questo motivo il sindacato ‘Solidarność’ chiedeva non soltanto il pane quotidiano ma prima di tutto la giustizia. Don Popieluszko ricordava che ‘fonte della giustizia è Dio stesso’, ma spiegava che ‘l’uomo giusto è colui che si lascia guidare dalla verità e dall’amore, poiché più verità e amore ci sono in una persona, più giustizia c’è in essa’”.

A 40 anni dalla sua uccisione cosa resta della sua memoria?

“Quando la sera del 30 ottobre 1984 la notizia del ritrovamento del corpo di don Jerzy Popieluszko nelle acque della Vistola giunse alla parrocchia di san Stanislao Kostka proprio mentre si celebrava una Messa solenne, tanti fedeli cominciarono a piangere ed a disperarsi. In questo momento drammatico il padre pallottino Feliks Folejewski disse al microfono: ‘Gente, ci rendiamo conto di quanto è successo? Stiamo vivendo un evento storico. Abbiamo un martire, un nuovo santo. Ringraziamo Dio e preghiamo affinché noi sopportiamo questa separazione coraggiosamente’. Quattro giorni dopo quasi 1.000.000 di polacchi partecipavano al funerale: fu il più grande funerale nella storia della Polonia.

La sua tomba fu preparata sul prato, presso la parrocchia di san Stanislao Kostka, dove risiedeva, e dal primo giorno fu luogo di pellegrinaggio. Fino ad oggi più di 23.000.000 persone si sono recato presso la tomba di don Jerzy Popieluszko. E’ un segno evidente che la gente ha sempre bisogno della sua testimonianza di fede fino al martirio, del suo messaggio di vincere il male con il bene e della sua intercessione presso Dio (la Chiesa l’ha già dichiarato beato)”.    

(Tratto da Aci Stampa)

Papa Francesco invita a studiare la storia per riscoprire i martiri

Papa Francesco

“Sono ben consapevole che, nel percorso formativo dei candidati al sacerdozio, viene destinata una buona attenzione allo studio della storia della Chiesa, così come è giusto che sia. Ciò che vorrei sottolineare ora va piuttosto nella direzione di un invito a promuovere, nei giovani studenti di teologia, una reale sensibilità storica. Con quest’ultima espressione voglio indicare non solo la conoscenza approfondita e puntuale dei momenti più importanti dei venti secoli di cristianesimo che ci stanno alle spalle, ma anche e soprattutto il sorgere di una chiara familiarità con la dimensione storica propria dell’essere umano. Nessuno può conoscere veramente chi è e che cosa intende essere domani senza nutrire il legame che lo connette con le generazioni che lo precedono. E questo vale non solo a livello di vicenda dei singoli, ma anche ad un livello più ampio di comunità”.

Lo ha scritto papa Francesco nella lettera sul ‘Rinnovamento dello studio della storia della Chiesa’, in continuità con la lettera sulla importanza della letteratura nella formazione dello scorso agosto, sottolineando che “una corretta sensibilità storica aiuta ciascuno di noi ad avere un senso delle proporzioni, un senso di misura e una capacità di comprensione della realtà senza pericolose e disincarnate astrazioni, per come essa è e non per come la si immagina o si vorrebbe che fosse. Si riesce così ad intessere un rapporto con la realtà che convoca alla responsabilità etica, alla condivisione, alla solidarietà”.

Infatti nella presentazione di ieri il card. Lazzaro You Heung-sik, prefetto del dicastero per il Clero, ha sottolineato l’importanza della lettera: “Ho iniziato questo mio breve intervento dicendo che con questa Lettera il Santo Padre prosegue un discorso di formazione sacerdotale, cristiana e umana che va verso una piena consapevolezza dell’essere sacerdoti, cristiani, esseri umani che cercano di comprendere e di comprendersi nel portare avanti il piano di Dio”.

Ed ha sottolineato tre caratteristiche fondamentali della fede cristiana: “La prima: Dio entra in punta di piedi nella storia dell’umanità e dei singoli per innestarci nella Sua storia salvifica. La seconda, conseguenza della prima, comporta la necessità di conseguire una ‘dimensione storica dell’essere umano’ attraverso ‘una reale sensibilità storica’ che deve portare ad una ‘Chiesa che riconosce se stessa anche nei suoi momenti più oscuri’, che ‘diventa capace di comprendere le macchie e le ferite del mondo in cui vive, e se cercherà di sanarlo e di farlo crescere, lo farà nello stesso modo in cui tenta di sanare e far crescere se stessa’…

Terza caratteristica: il Dio di Gesù Cristo che entra nella nostra storia come Persona, che parla, vive, agisce, piange, sorride, accarezza, si adira. Costruisce cioè storia con noi per portarci ad un livello di comunione e consapevolezza con Lui, affinché ritroviamo noi stessi come figli suoi che hanno i suoi tratti, fatti ‘a sua immagine e somiglianza’ (Gen. 1,26), secondo la sua essenza che è comunione. Dio stesso è maestro di Storia, oltre che Signore delle nostre storie”.

Mentre il segretario dello stesso dicastero, mons. Andrés Gabriel Ferrada Moreira, ha sottolineato la cura del papa per la formazione dei giovani: “Il Santo Padre ha particolarmente a cuore alcune attuali debolezze e limiti nella formazione dei giovani, particolarmente nei percorsi formativi agli Ordini ministeriali nei Seminari e nelle altre Case di formazione, dove si tende a considerare di meno la memoria del passato, la ricerca della verità e l’appartenenza a una cultura che si esprime attraverso molti modi, di cui l’arte letteraria è uno dei privilegiati. Tra l’altro, la superficialità delle letture e dello studio e il fascino compulsivo dell’immediato offerto da uno schermo, non poche volte, lascia prendere il sopravvento a banalità e fake news”.

Infine il prof. Andrea Riccardi, presidente della ‘Società Dante Alighieri’, ha sottolineato la continuità con il Concilio Vaticano II: “In linea con il Concilio, papa Francesco chiede di maturare una ‘reale sensibilità storica’. Non una difesa trionfalista. Non una storia ideologica, né manipolatrice degli eventi (i conflitti talvolta si giustificano con ricostruzioni tendenziose della storia). Per il papa bisogna conoscere la storia, ma avere una mentalità storica nel vivere il presente e nella Chiesa: ‘Senza memoria non si va mai avanti’, dice”.

Tale Lettera è un collegamento con la memoria dei martiri: “Del resto, il recupero della memoria dei martiri del Novecento, voluto da Giovanni Paolo II per il Grande Giubileo, ha salvato dall’oblio questi ultimi sepolti dalla violenza. Ne è emersa dal recupero della memoria una Chiesa di martiri. La storia libera e restituisce alla realtà. Ha fatto emergere storicamente l’autocoscienza della Chiesa dei martiri. Francesco ha voluto una nuova commissione per i martiri del XXI secolo. La storia della Chiesa non è solo di papi o grandi personaggi, ma anche storia degli umili, della loro preghiera, della carità, della pietà popolare. Abbiamo già una grande storiografia in proposito”.

Ed infatti nella conclusione della lettera il papa ha chiesto di studiare la storia per recuperare l’esperienza martiriale della Chiesa: “In quest’ultima osservazione, desidero ricordare che la storia della Chiesa può aiutare a recuperare tutta l’esperienza del martirio, nella consapevolezza che non c’è storia della Chiesa senza martirio e che mai si dovrebbe perdere questa preziosa memoria. Anche nella storia delle sue sofferenze ‘la Chiesa confessa che molto giovamento le è venuto e le può venire perfino dall’opposizione di quanti la avversano o la perseguitano’. Proprio lì dove la Chiesa non ha trionfato agli occhi del mondo, è quando ha raggiunto la sua maggiore bellezza”.

Mons. Muser racconta 60 anni della diocesi di Bolzano-Bressanone

Giovedì 6 agosto 1964 a Castel Gandolfo papa Paolo VI firmava tre bolle pontificie, riguardanti le diocesi di Trento e di Bolzano: la bolla ‘Quo aptius’ stabiliva che i territori dell’arcidiocesi di Trento situati nella Provincia di Bolzano fossero uniti alla diocesi di Bressanone, che da allora porta il nome di Bolzano-Bressanone; la bolla ‘Tridentinae Ecclesiae’ fissava Trento sede metropolitana e Bolzano-Bressanone diocesi suffraganea; infine la bolla ‘Sedis Apostolicae’ trasformava l’amministratura apostolica Innsbruck-Feldkirch in diocesi di Innsbruck.

Infatti dal 1964 i confini della diocesi di Bolzano-Bressanone e dell’arcidiocesi di Trento coincidono con i confini delle due Province e Innsbruck e la diocesi è diventata una diocesi autonoma, come ha ricordato in una lettera pastorale mons. Ivo Muser, vescovo di Bolzano e Bressanone:

“Sono passati 60 anni: un motivo per ricordare e riflettere. Ben tre volte la nostra diocesi ha cambiato nome nel corso della sua lunga storia: Sabiona, Bressanone, Bolzano-Bressanone. Questo fatto da solo dimostra quanto gli sconvolgimenti, la tradizione e il cambiamento, la continuità e la discontinuità caratterizzeranno sempre il cammino della Chiesa nella storia. Il nostro Dio è un Dio della storia: è sempre in cammino con il suo popolo, e quindi con noi, la sua Chiesa”.

Per quale motivo è stata istituita la diocesi di Bolzano – Bressanone?

“Quando il 6 agosto 1964 la bolla papale “Quo aptius” annunciò quello che molti attendevano da tempo, cioè la costituzione della diocesi di Bolzano-Bressanone, l’entusiasmo fu grande. L’unificazione di tutto l’Alto Adige in una diocesi fu un evento gioioso, a lungo desiderato e sperato. La diocesi di Bolzano-Bressanone nasce dal desiderio di fornire vicinanza spirituale a tutta la popolazione dell’Alto Adige nella maniera più equa possibile.

La sua erezione è stata realizzata, nonostante le tensioni politiche, in primo luogo grazie all’azione pastorale del vescovo Gargitter, che allo stesso tempo rese merito all’arcivescovo di Trento come a colui che ‘con amore pastorale disinteressato e lungimirante non solo ha reso possibile il nuovo ordinamento diocesano, ma l’ha anche promosso con tutte le sue forze’”.

‘Questo fatto da solo dimostra quanto gli sconvolgimenti, la tradizione e il cambiamento, la continuità e la discontinuità caratterizzeranno sempre il cammino della Chiesa nella storia. Il nostro Dio è un Dio della storia: è sempre in cammino con il suo popolo, e quindi con noi, la sua Chiesa’: ha scritto nel messaggio ai fedeli. In quale modo la diocesi coniuga tradizione e cambiamento?

“Nel corso della sua lunga esistenza, la nostra diocesi ha cambiato denominazione tre volte: da Sabiona a Bressanone e infine a Bolzano – Bressanone. Questo cambiamento stesso evidenzia come l’inizio, la trasformazione, la tradizione e la continuità, insieme ai mutamenti, influenzino costantemente il percorso della Chiesa nella storia. Cambiamento e trasformazione sono parte integrante dell’essenza della Chiesa. Il nostro Dio è un Dio che vive la storia.

Egli cammina sempre insieme alle sue persone, e quindi con noi, la sua Chiesa. I cristiani credono in un Dio che si è fatto storia in Gesù Cristo. Pertanto, la nostra storia umana non è solo una serie di eventi anonimi, ciechi, banali e spesso contraddittori e crudeli, ma rappresenta il luogo in cui le persone possono incontrare Dio”.

Come la Chiesa di Bolzano e Bressanone si prepara ad ‘essere’ nel mondo?

“La società, con le sue dimensioni sociali e politiche, affronta oggi sfide e tensioni significative. La preoccupazione per la salvaguardia del Creato e le angosce sollevate dai conflitti e dalle guerre in corso nel mondo destano ansia e scoraggiamento in molti. Emergono interrogativi sociali e antropologici, le cui risposte tendono a divergere sempre di più. Le nostre comunità celebranti hanno vissuto un radicale ridimensionamento; la Chiesa appare meno rilevante e meno accettata socialmente.

Abbiamo imparato a convivere con questa realtà, interpretandola alla luce del Vangelo. Abbiamo compreso che è in questo contesto che Dio ci incontra, ci chiama e ci invia. Man mano che diventiamo più umili e impotenti, ci rendiamo conto che Dio è il nostro sostegno e la nostra forza. La diminuzione della nostra influenza sociale ci ha portato a trasformarci in una Chiesa delle Beatitudini, che trae credibilità dalla sua vulnerabilità”.

‘La lunga storia della nostra diocesi di Sabiona, Bressanone e Bolzano-Bressanone non ha donato solo grandi momenti, santi e martiri, tra cui vorrei citare Josef Freinademetz e Josef Mayr Nusser a nome di tutti loro. Ci sono anche ore e periodi bui, colpe e fallimenti. Anche questo fa parte della nostra memoria, della nostra identità.’: cosa significa per la Chiesa locale fare memoria di Josef Freinademetz e Josef Mayr Nusser? 

“San Giuseppe Freinademetz ci insegna ad avere il vangelo come punto di riferimento anche nelle questioni quotidiane, a porre Cristo al centro della nostra vita e a vivere nella patria terrena con fede convinta e profonda nella patria celeste, per la quale siamo voluti e creati.

Il beato Josef Mayr-Nusser ha vissuto la sua identità cristiana fino in fondo. È una figura coraggiosa e scomoda, che ci spinge a confrontarci con un capitolo assai doloroso della nostra storia, caratterizzato da fascismo, nazionalsocialismo e opzioni. Il nostro Beato rimane uno stimolo attuale, scomodo e profondamente cristiano per tutti noi in mezzo alle domande, alle sfide, alle discussioni e alle posizioni contrastanti del nostro tempo”.

Pochi giorni fa è terminata la seconda sessione della XVI Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi sulla sinodalità. In quale modo la diocesi vive la sinodalità?

“Quando pensiamo alla Chiesa, pensiamo innanzitutto alla comunità viva che noi stessi sperimentiamo a livello locale: siamo ispirati dal Vangelo, troviamo nella fede la nostra gioia e condividiamo un’esperienza positiva di comunione ecclesiale. Se saremo in grado di comprendere il vero significato di sinodalità saremo anche capaci di superare le lamentele su ciò che manca, affrontando ed elaborando apertamente problemi ed errori, grandi e piccoli condividendo la responsabilità. La sinodalità è il nostro stile pastorale e ci aiuterà a superare i blocchi, le polarizzazioni e i circoli viziosi che in passato hanno talvolta distolto lo sguardo dalla bellezza del Vangelo”.

Allora, cosa significa ‘festeggiare’ 60 anni di diocesi?

“Festeggiare i 60 anni della nostra diocesi significa rivolgere uno sguardo credente sulla sua storia passata e uno sguardo pieno di speranza su quella a venire. Allora sarà chiaro quanto il nostro Dio si impegni con noi esseri umani, quanto egli desideri e abbia bisogno di noi, fino a quale grandezza siano capaci le persone credenti e quanto Dio possa scrivere dritto anche su righe storte e umane. Possa alla nostra Chiesa locale, all’Arcidiocesi di Trento ed alla Diocesi di Innsbruck, con le quali siamo legati da una lunga tradizione storica, non mancare mai la presenza di persone pronte a scrivere insieme il piano di salvezza di Dio per noi”.

(Foto: Diocesi Bolzano – Bressanone)

Papa Francesco commemora cardinali e vescovi defunti

Questa mattina papa Francesco ha celebrato nella basilica di san Pietro la messa in suffragio dei cardinali e dei vescovi defunti nel corso dell’anno, sottolineando il valore delle parole di uno dei due ‘ladroni’ crocifissi insieme a Gesù (‘Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo Regno’): “Queste sono le ultime parole rivolte al Signore da uno dei due crocifissi con Lui. Non è un discepolo a pronunciarle, uno di coloro che hanno seguito Gesù per le strade della Galilea e hanno condiviso con Lui il pane nell’Ultima Cena. Invece l’uomo, che si rivolge al Signore, è invece un malfattore. Uno che lo incontra solo alla fine della vita; uno del quale non sappiamo neppure il nome”.

Tali parole sono importanti perché sottolineano il valore della memoria: “Gli ultimi respiri di quest’estraneo, però, nel Vangelo diventano un dialogo pieno di verità. Mentre Gesù è ‘annoverato tra gli empi’, come aveva profetizzato Isaia, si leva una voce inattesa che dice: noi ‘riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male’. E’ proprio così. E questo condannato ci rappresenta tutti, possiamo dirgli il nostro nome, possiamo dargli il nostro nome. Soprattutto, possiamo fare nostra la sua supplica: ‘Gesù, ricordati di me’. Tienimi vivo nella tua memoria”.

E’ stato un invito a ricordare: “Meditiamo su questo atto: ricordati, ricordare. Ricordare significa ‘portare ancora al cuore’ (ri-cordare), rimettere nel cuore. Quell’uomo, crocifisso con Gesù, trasforma un estremo dolore in una preghiera: ‘Portami nel tuo cuore, Gesù’. E non lo chiede con voce straziante, quella di uno sconfitto, bensì con tono pieno di speranza. E questo è tutto ciò che desidera il delinquente che muore come discepolo dell’ultima ora: cerca un cuore ospitale”.

Ricordare significa che Dio ascolta l’uomo: “E questo è tutto ciò che conta per lui, ora che è nudo davanti alla morte. E il Signore ascolta la preghiera del peccatore, fino alla fine, come sempre. Trafitto dal dolore, il cuore di Cristo si apre per salvare il mondo (un cuore aperto, non chiuso): accoglie, morente, la voce di chi muore. Gesù muore con noi, perché muore per noi. Muore con noi, perché muore per noi”.

Dio risponde alla domanda che pone la persona (‘In verità io ti dico, oggi con me sarai nel paradiso’): “Il ricordo di Gesù è efficace, la memoria di Gesù è efficace, perché è ricco di misericordia, per questo è efficace. Mentre la vita dell’uomo viene meno, l’amore di Dio sprigiona libertà dalla morte. Allora il condannato è redento; l’estraneo diventa compagno; un breve incontro sulla croce durerà per sempre nella pace. Questo ci fa riflettere un po’. Come incontro Gesù? O meglio ancora, come mi lascio incontrare da Gesù? Mi lascio incontrare o mi chiudo nel mio egoismo, nel mio dolore, nella mia sufficienza?”

Dio ricorda perché ha misericordia: “La memoria del Signore custodisce infatti l’intera storia. La memoria è custodia. Egli ne è il giudice compassionevole e ricco di misericordia. Il Signore è vicino a noi come giudice; è vicino, compassionevole e misericordioso. Sono i tre atteggiamenti del Signore. Io sono vicino alla gente? Ho il cuore compassionevole? Sono misericordioso?”

Per questo il papa ah ricordato i cardinali ed i vescovi defunti nell’ultimo anno: “Membra elette del popolo di Dio, sono stati battezzati nella morte di Cristo, per risorgere con Lui. Sono stati pastori e modelli del gregge del Signore: possano ora sedere alla sua mensa, dopo aver spezzato in terra il Pane della vita. Hanno amato la Chiesa, ognuno nel suo modo, ma tutti hanno amato la Chiesa: preghiamo perché possano godere in eterno la compagnia dei santi. E noi attendiamo, con ferma speranza, di gioire con loro nel Paradiso”.

Mentre prima della celebrazione eucaristica il papa aveva ricevuto i partecipanti al terzo incontro di ‘Chiese ospedali da campo’, promossi dall’associazione ‘Mensajeros de la Paz’ di p. Ángel García Rodríguez, ricordando tre cose fondamentali affinché una Chiesa sia ospedale da campo: “Prendersi cura dei più vulnerabili è prendersi cura del Signore stesso.

‘Ciò che hanno fatto per uno di questi, l’hanno fatto per me’. Ogni volta che abbiamo l’opportunità di avvicinarci a loro, di offrire loro il nostro aiuto, è l’occasione che abbiamo per toccare la carne di Cristo, perché portare il Vangelo non è una cosa astratta, un’ideologia, che si riduce a indottrinamento. No, la cosa non va lì, ma portare il Vangelo si concretizza lì, nell’impegno cristiano verso i più bisognosi; Esiste una vera evangelizzazione”.

(Foto: Santa Sede)

21 ottobre: Memoria liturgica di San Gaspare del Bufalo

Domenica 21 ottobre si celebra la memoria liturgica di San Gaspare del Bufalo, una ricorrenza di grande rilevanza spirituale e comunitaria per i fedeli di tutto il mondo. San Gaspare dedicò la sua vita alla missione evangelizzatrice, promuovendo la devozione al Preziosissimo Sangue di Cristo. Gaspare del Bufalo (1786-1837) è stato un sacerdote romano, noto per la sua intensa attività missionaria e per aver fondato la Congregazione dei Missionari del Preziosissimo Sangue il 15 agosto 1815 presso l’Abbazia di San Felice in Giano Dell’Umbria (PG).

Animato da un profondo zelo apostolico, si dedicò alla predicazione in tutta Italia, soprattutto nelle zone rurali. Nonostante le difficoltà, inclusa la prigionia sotto Napoleone per essersi rifiutato di giurare fedeltà all’imperatore, San Gaspare rimase fedele alla sua missione. Fu canonizzato nel 1954 da Papa Pio XII.

Don Benedetto Labate, Direttore Provinciale della Congregazione dei Missionari del Preziosissimo Sangue afferma che «la memoria liturgica di San Gaspare del Bufalo è un vero evento nell’anno liturgico, per noi Missionari del Preziosissimo Sangue. Ricordo ancora quando nel 1991 entrai in Comunità di Accoglienza ad Albano Laziale, era proprio quindici giorni prima del 21 ottobre. L’aria era frenetica, il sapore della festa investiva tutti, dal più piccolo al più grande. Ognuno aveva un compito, ognuno doveva occuparsi di qualcosa.

E poi arrivava l’evento, la solenne celebrazione eucaristica, a volte presieduta dal Vescovo di Albano, altre volte dal nostro Moderatore Generale, altre volte dal Direttore Provinciale. Ma tutto era maestoso, tutto importante, tutto gioia. A distanza di oltre trent’anni, la ricorrenza del nostro santo Fondatore non ha perso il suo fascino, ogni Comunità della Provincia organizza qualcosa, un triduo, una predicazione, incontri culturali o spirituali, tutti si prodigano a far conoscere per mezzo di manifesti, locandine o post sui social ciò che si è preparato per onorare l’Apostolo del Sangue di Cristo. È un forte segno del senso di appartenenza, è indice del sentirsi famiglia e casa, è un modo per dire grazie a Dio di aver suscitato nella Chiesa un uomo così carismatico e aver chiamato tutti noi a far parte del suo sogno: dire a tutti l’infinito Amore di Dio per l’umanità!».

Nella Parrocchia San Gaspare del Bufalo, situata nel quartiere Tuscolano, si terranno i seguenti appuntamenti: fino a sabato 19 ottobre, alle ore 18:30, si svolge il triduo in preparazione della festa, con la predicazione di don Francesco Cardarelli, Missionario del Preziosissimo Sangue. Alle ore 19:30 di giovedì 17 ottobre si terrà un concerto di flauto traverso, eseguito dal maestro Tommaso Le Caselle, nella chiesa grande.

Sabato 19 ottobre, alle ore 20:00, si celebrerà una Solenne Veglia Eucaristica e domenica 20 ottobre, alle ore 17:30, avrà luogo la processione del Santo per le strade del quartiere. A seguire, alle ore 19:00, ci sarà la Solenne Concelebrazione Eucaristica presieduta dal Vicario generale di Sua Santità per la Diocesi di Roma, Mons. Baldassare Reina.

Presso la Rettoria di Santa Maria in Trivio, situata accanto alla Fontana di Trevi, dove riposano le spoglie di San Gaspare del Bufalo e del Venerabile don Giovanni Merlini, che sarà beatificato il 12 gennaio 2025, si svolgeranno i seguenti appuntamenti: da venerdì 18 a domenica 20 ottobre, alle ore 18:00, si terrà la recita della Coroncina del Preziosissimo Sangue, seguita alle ore 18:30 dalla celebrazione della Santa Messa. Domenica 20 ottobre, alle ore 18:30, avrà luogo la Santa Messa, seguita dall’adorazione eucaristica e dalla preghiera dei primi vespri in onore di San Gaspare.

Lunedì 21 ottobre, oltre alle Sante Messe celebrate nei diversi orari della giornata, alle ore 18:30 si terrà una Solenne Concelebrazione Eucaristica presieduta da Sua Eminenza il Cardinale Angelo De Donatis, Penitenziere Maggiore.

A Monte Sole per non perdere la memoria della malvagità

“Ogni domenica è la vittoria della luce sulle tenebre, perché viviamo l’amore fino alla fine di Gesù, l’alleanza nuova e eterna che stringe il legame di un amore più forte della morte. Questa domenica di memoria così particolare ci immerge ancora di più nel dolore dell’umanità colpita, delle vittime il cui orrore non cambia. L’amore si trasforma e trasforma. Il male è sempre lo stesso”: così è iniziata l’omelia del presidente della Cei, card. Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna nel ricordare le vittime delle stragi di Monte Sole, avvenute tra il 29 settembre ed il 5 ottobre 1944, nel territorio dei comuni di Marzabotto, Grizzana Morandi e Monzuno che comprendono le pendici del Monte Sole in provincia di Bologna, dove furono trucidate 1830 persone.

Nell’omelia l’arcivescovo di Bologna ha fatto rivivere con la narrazione quei momenti: “Sentiamo oggi il grido disperato, il pianto, l’odore di sangue e di polvere da sparo, lo scherno dei soldati tedeschi che derubavano i morti e la soddisfazione dei collaboratori fascisti per il nemico eliminato. Il nemico erano bambini, vecchi, donne, inermi. La memoria e il tempo di Dio ci aiutano ad entrare dentro il nostro tempo, ci chiedono di non vivere inconsapevoli come se ci fosse sempre tempo, spensierati o disperati, ossessivamente preoccupati della felicità individuale, del personale benessere a tutti i costi”.

Ed ha ricordato don Giovanni Fornasini ed altre vittime di quella strage: “Chi crede nel Risorto ama la vita e combatte il male, ama, ed ama come Gesù fino alla fine. Gesù ha vinto il male, tutto, anche quello che diventa sistema, ideologia, quello banale dell’istinto e dell’egoismo, quello della pandemia di morte, che colpisce tutti e genera tutti i mali. Ci chiede di vincerlo con Lui, fidandosi del suo amore e amando come Lui. Ci aiuta don Giovanni Fornasini, rimasto qui per amare, perché l’amore per la sua gente fu più forte della paura e anche del consiglio prudente del suo Vescovo.

E’ stato così per Antonietta Benni, maestra, consacrata, che aveva aperto la sua casa per accogliere le famiglie di sfollati che giungevano dalla valle. Antonietta continua a dare una lezione cristiana e umana di perdono ma anche di giustizia più forte della vendetta e, proprio per questo, inflessibile nell’esigerla”.

Purtroppo l’uomo è capace di tanta malvagità: “Chi costruisce la croce e chi inchioda ad essa non è Dio, che anzi ci finisce appeso, ma è l’uomo, vittima e complice di quel mistero di iniquità che acceca tanto che l’odio e la violenza arrivano a togliere il diritto fondamentale di vivere. Gesù è sceso all’inferno per aprirlo, per liberare, per divellere le porte aprendo la via della salvezza, dell’amore più forte della morte, della parola vita e non dell’ultima parola morte. Noi, che crediamo nel Risorto scendiamo con Lui dove c’è sofferenza e morte per portare luce dove ci sono le tenebre”.

Per questo non ci si deve assuefarsi al male: “Ecco, da questo luogo di morte e di vita, di tenebre e di luce scendiamo oggi nelle tante Marzabotto che in realtà non sono solo i singoli drammatici episodi, ma è la guerra stessa che è una grande unica strage, inutile, da ripudiare sempre e per tutti, alla quale mai abituarci”.

E’ stato un invito a ritrovare la pace in Europa: “Alle vittime dobbiamo lo sforzo di cercare con maggiore determinazione la pace, non di rassegnarci pigramente alla guerra e al riarmo e dotarci di strumenti capaci di risolvere i conflitti. E’ proprio vero che se non avvertiamo la realtà del pericolo non potremo superarlo.

Davanti al male Gesù chiede di combatterlo anzitutto cambiando noi stessi, tagliando quello che dà scandalo al prossimo, anche se pensiamo assurdamente che sia esibizione di forza. Se fa male al prossimo fa male anche a noi e scandalizza. Siamo noi a perdere la salvezza, ce ne escludiamo. Tagliamo il male per ritrovare la vita. I Padri fondatori dell’Europa seppero immaginare la pace trasformando i modelli che provocavano soltanto violenza e distruzione, tagliando sovranità per una che univa tutti”.    

Infine ha ringraziato i presidenti della Repubblica italiana e tedesca, che nella mattinata avevano reso omaggio alle vittime: “Per questo è importante la visita dei due Presidenti che onorano assieme le vittime della guerra. E’ la riconciliazione che inizia dalle proprie responsabilità e sconfigge le convinzioni di superiorità, le ostilità mute ma radicate, l’ignoranza che facilmente fa crescere l’odio. Il passato non è mai soltanto passato. Esso riguarda noi e ci indica le vie da non prendere e quelle da prendere. Le vittime ci chiedono di riconoscere il male come male e rifiutarlo”.

Nel discoro il presidente della Repubblica italiana, Sergio Mattarella, ringraziando della presenza il presidente della Repubblica tedesca, ha invitato a non dimenticare: “In queste terre, tra i fiumi Setta e Reno, si compì l’eccidio di civili più grande e spietato tra quelli commessi nel nostro Paese durante la guerra. Queste terre hanno conosciuto il terrorismo delle SS e dei brigatisti neri fascisti. Non c’erano ragioni militari che potessero giustificare tanta crudeltà. Sui pendii di Monte Sole vennero uccisi anche sacerdoti. Don Ubaldo Marchioni era all’altare di Casaglia di Caprara.

Non si trattava soltanto di disprezzo verso la religione. Era ‘la negazione radicale di ogni umanità’, come scrisse Giuseppe Dossetti, capo partigiano, costituente, dirigente politico di primo piano, che lasciò la politica attiva per fondare, proprio a Casaglia, la sua comunità di monaci, per riposare poi, a pochi passi dalla chiesa distrutta, in quel piccolo cimitero divenuto anch’esso teatro di sterminio”.

Marzabotto e Monte Sole sono ‘simboli’ per non dimenticare: “A ottant’anni da quei tragici giorni oggi avvertiamo più nitidamente che Marzabotto e Monte Sole sono simbolo e fondamenta dell’intera Europa, prova del nostro destino comune che, insieme, caro Frank-Walter, nei giorni scorsi, a Berlino come a Bonn e Colonia, abbiamo confermato di volere scegliere.

Quello di un’Europa che non rinuncia, e anzi vuole sviluppare i suoi valori, la sua civiltà, il suo diritto, fondato sul primato della persona. Così contribuiremo a un’Europa di pace, fondata sui valori che qui vennero negati con immane spargimento di sangue. Quell’Europa dei popoli e non della volontà di potenza e di supremazia di ogni Stato. Quella dell’Unione Europea, grande spazio di libertà nel mondo”.

Mentre il presidente della Repubblica tedesca, Frank-Walter Steinmeier, ha espresso la sua difficoltà nel prendere la parola: “A Marzabotto si consumò il più efferato di tutti i crimini commessi da truppe tedesche in Italia durante la seconda guerra mondiale. Signore e Signori, è un cammino difficile venire come Presidente Federale tedesco in questo luogo dell’orrore e parlare a Voi. Ma sono profondamente grato per il Vostro invito, stimate cittadine e stimati cittadini di Marzabotto e dei comuni limitrofi”.

Ed ha chiesto perdono a nome del popolo tedesco: “Cari ospiti, oggi sono qui davanti a Voi come Presidente Federale tedesco e provo solo dolore e vergogna. Mi inchino dinnanzi ai morti. A nome del mio Paese oggi Vi chiedo perdono. Le vittime e Voi, i discendenti e i familiari, avete diritto alla memoria. Nelle Vostre famiglie continuano a vivere il ricordo, il dolore, l’orrore (l’ho appena sentito parlando con alcuni di Voi). Quello che mi avete raccontato mi ha molto commosso”.

Questo è possibile solo attraverso un processo di riconciliazione: “Cari familiari, cari discendenti, che io possa parlare qui oggi è possibile solo perché Voi tutti avete concesso a noi tedeschi la riconciliazione. Che preziosissimo dono! Questa riconciliazione la vivete molto concretamente qui a Marzabotto e nei comuni limitrofi. Nella Vostra Scuola di Pace, in stretto scambio con giovani tedeschi, nel gemellaggio con Brema-Vegesack e nella sua Scuola Internazionale di Pace”.

(Foto: Quirinale)

In Rwanda il Giardino dei Giusti per un percorso di riconciliazione

Lo scorso 27 luglio 2024 è stato inaugurato a Kamonyi, in Rwanda, il primo ‘Giardino dei Giusti’, frutto della collaborazione tra la Fondazione Gariwo, Bene Rwanda Onlus e il partner locale ‘Sevvota’ (Solidarity for the Development of Widows and Orphans to Promote Self-Sufficiency and Livelihoods), come memoria di quelle donne e quegli uomini che hanno messo a rischio la propria vita per salvare persone durante il genocidio del 1994 (800.000 persone in 100 giorni), proteggendo persone tutsi e hutu moderati dalle violenze perpetrate da criminali appartenenti alla maggioranza hutu.

Alla cerimonia di inaugurazione hanno partecipato Alice Wairimu Nderitu, consigliere speciale delle Nazioni Unite per la prevenzione dei genocidi; Godeliève Mukasarasi, fondatrice e presidentessa di ‘Sevota’; Françoise Kankindi, presidente di ‘Bene Rwanda Onlus’; Jean Paul Habimana, scrittore, insegnante e sopravvissuto al genocidio; Maria Urayeneza, giusta al Giardino di Milano e Benedetta Macripò, rappresentante di ‘Gariwo Network’.

I primi Giusti onorati nel Giardino sono Raphael Lemkin, Pierantonio Costa e Maria Urayeneza: Raphael Lemkin, ebreo polacco, ideatore della definizione di genocidio, che non smise mai di ricordare al mondo che la prevenzione di tali crimini e responsabilità dell’umanità intera; il console onorario Pierantonio Costa, che riuscì  a portare in salvo almeno 2.000 persone; Maria Urayeneza, che con il marito ha nascosto, protetto e aiutato a fuggire moltissimi tutsi.

‘Sevota’ è nata grazie a Godeliève Mukasarasi, ‘giusta’ al Giardino di Milano nel 2022, che nonostante avesse subito orribili violenze e avesse perso gran parte della famiglia ha cercato di ritessere (a partire soprattutto dalle moltissime vedove e dalle migliaia di donne stuprate) il tessuto della società ruandese, coinvolgendo 70.000 persone in attività di formazione e riconciliazione.

Françoise Kankindi ha sottolineato il significato di ‘cattiva memoria’: “Con questa espressione intendiamo la disinformazione, applicata volutamente attorno a un genocidio che è stato programmato, preparato nei minimi dettagli, preannunciato e reiterato. Quando si sono scatenate le violenze del 1994, il mondo ha girato la testa dall’altra parte, tacendo dei massacri che da anni insanguinavano il Ruanda. Questo quindi è il senso del titolo, e purtroppo a vent’anni dal genocidio questa cattiva memoria persiste”.

Allora, quale significato ha l’inaugurazione del Giardino dei Giusti a Kamonyi?

“L’inaugurazione del primo Giardino dei Giusti in Rwanda a Kamonyi ha un significato molto importante: fornire un luogo fisico alle persone che hanno rischiato la propria vita salvando quella degli altri durante il genocidio dei Tutsi nel 1994, dedicando un albero ed una stella, appunto per ricordare a qualsiasi uomo che anche nei momenti più buoi si può optare per una scelta diversa da quello che le autorità prendono, salvando la vita umana invece di uccidere”.

Cosa scatenò il genocidio?

“La sete  del governo rwandese di allora di aggrapparsi al potere fino a pianificare lo sterminio della minoranza Tutsi, percepita come pericolo e capro espiatorio rispetto alla richiesta dei profughi Tutsi organizzati nella guerriglia sotto il Fronte Patriottico con l’obiettivo di poter ritornare a casa”.

Cosa significa fare memoria del genocidio?

“Fare memoria del genocidio dei Tutsi in Rwanda significa costruire un futuro per le future generazioni rwandesi in quanto per anni dal 1959, anno in cui per la prima volta i Tutsi sono stati massacrati e sistematicamente ogni 5/10 anni avvenivano i pogrom fino alla soluzione finale del 1994, i governi che organizzavano lo sterminio di una parte della sua popolazione non hanno mai riconosciuto i crimini che avvenivano nell’indifferenza della comunità internazionale”.

Quanto è stato difficile il percorso di riconciliazione?

“La difficoltà è facilmente immaginabile pensando al contesto rwandese dove all’indomani del genocidio, i sopravvissuti Tutsi hanno dovuto convivere con gli assassini delle loro famiglie. Tuttavia, il nuovo governo rwandese guidato dal Fronte Patriottico che ha fermato il genocidio, vincendo la guerra contro il governo Hutu che l’aveva organizzato, ha dovuto far fronte alla necessità di gestire le carceri gremiti di persone accusate di genocidio.

Ha dovuto ricorrere ai gacaca, sistema di giustizia tradizionale ruandese, dove sul prato del villaggio la gente si incontrava sotto la giurisdizione dei saggi, i colpevoli pentiti confessano i loro crimini e chiedevano perdono. Dietro la prestazione di lavori collettivi e aiuto diretto alle vittime erano reintegrati nella comunità e così lentamente sulle colline i rwandesi hanno potuto ritrovare di nuovo il gusto del vivere insieme”.

A 30 anni dal genocidio quale Paese è il Rwanda?

“Il Rwanda di oggi è un paese pacificato ed è il più sicuro dell’Africa. Sono appena tornata da casa, ho vissuto in prima persona la voglia di farcela che anima ogni rwandese, la fiducia incondizionata che la popolazione nutre nei confronti del loro presidente Paul Kagame, che li ha tirato fuori dalle macerie del genocidio e sta ricostruendo il Paese con una tenacia e ordine invidiabile”. 

Cosa si propone l’associazione ‘Bene Rwanda Onlus’?

“Trasmettere la memoria del genocidio, promuovendo iniziative culturali tesi a fare conoscere la storia del Rwanda secondo il punto di vista dei figli del Rwanda che vivono in Italia”.

(Tratto da Aci Stampa)

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