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La Madre di Dio non è corredentrice ma Madre del popolo fedele
“La presente Nota risponde a numerose domande e proposte che sono giunte presso la Santa Sede negli ultimi decenni – in particolare presso questo Dicastero – circa questioni riguardanti la devozione mariana e particolarmente alcuni titoli mariani. Sono questioni che hanno suscitato preoccupazioni presso gli ultimi Pontefici e che sono state ripetutamente trattate nel corso degli ultimi trent’anni nei diversi ambiti di studio del Dicastero, come Congressi, Sessioni ordinarie, etc. Ciò ha permesso a questo Dicastero di disporre di un materiale abbondante e ricco che è alla base della presente riflessione”: così inizia la nota dottrinale ‘Mater populi fidelis’, pubblicata dal Dicastero per la Dottrina della fede, a firma del prefetto, card. Víctor Manuel Fernández, e dal segretario per la sezione dottrinale, mons. Armando Matteo, con approvazione del papa.
Quindi il testo è il frutto di un lungo lavoro collegiale e dottrinale sulla devozione mariana, incentrato sulla figura di Maria che è associata all’opera di Cristo come Madre dei credenti: “Questo testo, mentre chiarisce in che senso sono accettabili o meno alcuni titoli ed espressioni riferiti a Maria, allo stesso tempo si propone di approfondire i corretti fondamenti della devozione mariana, precisando il posto di Maria nella sua relazione con i fedeli, alla luce del mistero di Cristo quale unico Mediatore e Redentore. Ciò implica una fedeltà profonda all’identità cattolica e, allo stesso tempo, un particolare sforzo ecumenico”.
Il cuore del documento è la maternità della Madonna: “La devozione mariana, che la maternità di Maria suscita, è presentata qui come un tesoro della Chiesa. Non si tratta di correggere la pietà del popolo fedele di Dio, che riscopre in Maria rifugio, forza, tenerezza e speranza, quanto soprattutto di valorizzarla, riconoscerne la bellezza e promuoverla, dal momento che essa è un’espressione mistagogica e simbolica di quell’attitudine evangelica di fiducia nel Signore che lo stesso Spirito Santo suscita liberamente nei credenti”.
Quindi il documento prende in considerazione le espressioni mariane indicando se esse rispondono alla devozione: “Allo stesso tempo, esistono alcuni gruppi di riflessione mariana, pubblicazioni, nuove forme di devozione e richieste di dogmi mariani che non presentano le stesse caratteristiche della devozione popolare ma che, in definitiva, propongono un determinato sviluppo dogmatico e si esprimono intensamente attraverso le piattaforme mediatiche, risvegliando, con frequenza, dubbi nei fedeli più semplici.
A volte sono reinterpretazioni di espressioni impiegate nel passato con significati diversi. Perciò, il presente documento prende in considerazione tali proposte, per indicare in che senso alcune di esse rispondono a una devozione mariana genuina e ispirata al Vangelo, o in quale senso altre devono essere evitate, perché non favoriscono un’adeguata comprensione dell’armonia del messaggio cristiano nel suo insieme”.
In sostanza, la Nota ribadisce la dottrina cattolica che ha sempre messo bene in luce come tutto in Maria sia indirizzato alla centralità di Cristo e alla sua azione di salvifica. Per questo, anche se alcuni titoli mariani possono essere spiegati attraverso una corretta esegesi, si ritiene preferibile evitarli: “La Madre del Popolo fedele è contemplata con affetto e ammirazione dai cristiani poiché, dato che la grazia ci rende somiglianti a Cristo, Maria è l’espressione eminente dell’azione con cui Lui trasforma la nostra umanità; ed è anche la manifestazione femminile di tutto ciò che la grazia di Cristo può operare in un essere umano. Dinanzi a tale bellezza, spinti dall’amore, molti fedeli hanno sempre cercato di riferirsi alla Madre con le parole più belle e hanno esaltato il posto peculiare che lei occupa insieme a Cristo”.
Quindi Maria ha cooperato alla Salvezza: “Tradizionalmente, la cooperazione di Maria all’interno dell’opera della salvezza è stata affrontata in una duplice prospettiva: sia dal punto di vista della sua partecipazione alla Redenzione oggettiva, portata a compimento da Cristo nella sua vita e particolarmente con la sua Pasqua, sia a partire dall’influsso che lei attualmente esercita verso coloro che sono stati redenti. In realtà, tali prospettive sono tra esse relazionate e non possono essere affrontate in maniera isolata”.
Un altro titolo riguarda la corredenzione la Nota sottolinea che alcuni papi ‘hanno impiegato questo titolo senza soffermarsi a spiegarlo. Generalmente, lo hanno presentato in relazione alla maternità divina e in riferimento all’unione di Maria con Cristo accanto alla Croce redentrice’. Quindi cita una discussione interna all’allora Congregazione per la Dottrina della fede che nel febbraio 1996 aveva riflettuto sulla richiesta di proclamare un nuovo dogma su Maria ‘Corredentrice o Mediatrice di tutte le grazie’ con il parere contrario del card. Ratzinger era contrario. Per questo papa Francesco aveva espresso almeno tre volte la sua posizione chiaramente contraria all’uso del titolo ‘Corredentrice’.
Il documento dottrinale a questo proposito conclude: “E’ sempre inappropriato usare il titolo di Corredentrice per definire la cooperazione di Maria. Questo titolo rischia di oscurare l’unica mediazione salvifica di Cristo e, pertanto, può generare confusione e squilibrio nell’armonia delle verità della fede cristiana… Quando un’espressione richiede numerose e continue spiegazioni, per evitare che si allontani dal significato corretto, non serve alla fede del Popolo di Dio e diventa sconveniente”).
Inoltre la Nota sottolinea che l’espressione biblica riferita alla mediazione esclusiva di Cristo è invece inclusiva: “Nel contempo, abbiamo la necessità di ricordare che l’unicità della mediazione di Cristo è ‘inclusiva’, vale a dire, che Cristo rende possibile diverse forme di mediazione nel compimento del suo progetto salvifico perché, nella comunione con Lui, tutti possiamo essere, in qualche modo, collaboratori di Dio, ‘mediatori’ gli uni per gli altri”.
Per questo ‘Maria occupa un posto unico nel cuore della madre Chiesa’: La partecipazione di Maria all’opera di Cristo risulta evidente se si parte da questa convinzione che il Signore risorto promuove, trasforma e abilita i credenti affinché collaborino con Lui nella Sua opera. Ciò non avviene per una debolezza, incapacità o necessità di Cristo stesso, ma proprio per la sua gloriosa potenza, che è capace di coinvolgerci, con generosità e gratuità, come collaboratori della sua opera. Ciò che bisogna sottolineare in questo caso è proprio questo: quando Egli ci permette di accompagnarlo e, sotto l’impulso della sua grazia, di dare il meglio di noi stessi, sono la sua potenza e la sua misericordia che, alla fine, vengono glorificate”.
Infatti la mediazione si realizza perché Maria è Madre: “Nel caso di Maria, questa mediazione si realizza in forma materna, esattamente come fece a Cana e come venne ratificata sotto la Croce… Il titolo di Madre ha le sue radici nella Sacra Scrittura e nei Santi Padri, è stato proposto dal Magistero e la formulazione del suo contenuto si è sviluppata fino all’esposizione del Concilio Vaticano II e all’espressione maternità spirituale nell’enciclica ‘Redemptoris Mater’.
Questa maternità spirituale di Maria scaturisce dalla maternità fisica del Figlio di Dio. Generando fisicamente Cristo, a partire dalla sua libera e credente accettazione di questa missione, la Vergine ha generato nella fede tutti i cristiani che sono membra del corpo mistico di Cristo, vale a dire, ha generato il Cristo totale, capo e membra”.
Però alcuni titoli mostrano qualche ‘limite’ per la corretta comprensione: “Alcuni titoli, come per esempio quello di Mediatrice di tutte le grazie, hanno dei limiti che non facilitano la corretta comprensione del ruolo unico di Maria. Difatti, lei, che è la prima redenta, non può essere stata mediatrice della grazia da lei stessa ricevuta. Non si tratta di un dettaglio di poca importanza, perché rivela qualcosa di centrale: che, anche in lei, il dono della grazia la precede e procede dall’iniziativa assolutamente gratuita della Trinità, in previsione dei meriti di Cristo.
Lei, come tutti noi, non ha meritato la propria giustificazione a motivo di alcuna sua azione precedente, né tantomeno di alcuna sua azione successiva.] Anche per Maria, l’amicizia con Dio attraverso la grazia sarà sempre gratuita. La sua preziosa figura è testimonianza suprema della ricettività credente di chi, più e meglio di chiunque altro, si è aperto con docilità e piena fiducia all’opera di Cristo, e allo stesso tempo è il miglior segno della potenza trasformatrice di questa grazia”.
Per questo è sorta la pietà popolare: “Il Popolo semplice e povero non separa la Madre gloriosa da Maria di Nazaret, che incontriamo nei Vangeli. Al contrario, riconosce la semplicità dietro la gloria, e sa che Maria non ha cessato di essere una di loro. E’ colei che, come ogni madre, ha portato suo figlio in grembo, lo ha allattato, lo ha cresciuto amorevolmente con l’aiuto di san Giuseppe, e non le sono mancati gli scossoni e i dubbi della maternità.
E’ colei che canta al Dio che ‘ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote’, colei che soffre con gli sposi che sono rimasti senza vino per la loro festa, che sa correre a dare una mano alla cugina che ne ha bisogno, che si lascia ferire, come trafitta da una spada a causa della storia del suo popolo, di cui suo Figlio è ‘segno di contraddizione’; è colei che capisce cosa significa essere un migrante o un esule, che nella sua povertà può offrire solo due piccoli colombi e che sa cosa vuol dire essere disprezzati per appartenere alla famiglia di un povero falegname. I popoli sofferenti riconoscono Maria che cammina al loro fianco e per questo cercano la Madre per implorare il suo aiuto”.
Nelle Marche la mostra diffusa ‘Immagini di Maternità. La bellezza della vita che nasce’
E’ dedicata alle ‘Immagini di Maternità. La bellezza della vita che nasce’ la mostra diffusa nelle 13 diocesi delle Marche che fino al 30 novembre aiuterà i visitatori a scoprire uno straordinario patrimonio d’arte e di fede, per cui il vescovo delegato per i Beni culturali della Conferenza Episcopale Marchigiana, mons. Francesco Massara, arcivescovo dell’arcidiocesi di Camerino-San Severino Marche e vescovo della diocesi di Fabriano-Matelica, nel presentare l’iniziativa ha affermato: “Nel cammino verso il Giubileo del 2025, alla luce della bolla papale ‘Spes non confundit’, anche le Chiese delle Marche desiderano offrire un segno concreto di speranza e bellezza”.
Per questo, secondo la Chiesa marchigiana, “La maternità di Maria non è solo un tema devozionale, ma un ponte tra arte, fede e storia. Attraverso le tre opere selezionate in ciascun dei tredici musei coinvolti, emergerà la forza evocativa di immagini che parlano di cura, protezione e speranza. Si racconterà come, nella tradizione cristiana, l’incarnazione abbia compiuto la salvezza dell’umanità proprio attraverso il grembo di Maria.
Ospitare una mostra diffusa in una Regione che custodisce a Loreto il Santuario dell’Incarnazione significa moltiplicare il senso del pellegrinaggio: spirituale, perché riafferma il legame profondo con il mistero dell’Incarnazione; culturale, perché valorizza capolavori spesso poco accessibili, aprendoli a un pubblico più vasto”.
Mentre il presidente della Conferenza episcopale marchigiana, mons. Nazzareno Marconi, vescovo della diocesi di Macerata, ha invitato a visitare questi tesori marchigiani: “Percorrere le Marche alla scoperta di questi capolavori d’arte, di fede, di bellezza e di tradizione è un’esperienza unica… La bellezza della maternità divina ci ricorda che la salvezza si è compiuta nel dono di un Figlio. Non lasciamo che questo tesoro resti nascosto, ma viviamo insieme un pellegrinaggio di speranza e di grazia”.
Inoltre l’arcivescovo metropolita di Ancona-Osimo, mons. Angelo Spina, ha valorizzato il museo come un luogo ‘vivo’: “Un Museo non è semplicemente un luogo dove vengono esposti oggetti importanti, ma è uno scrigno di bellezza, di fede, è un luogo vivo che, pur presentando segni ‘antichi’, mai porta i segni della vecchiaia. La bellezza dell’arte che comunica speranza è quanto mai necessaria all’uomo del nostro tempo.
Percorrere le Marche alla ricerca di capolavori d’arte, di fede, di bellezza e di tradizione è oggi un vero pellegrinaggio giubilare alla scoperta della ‘bellezza che ci salva’. La Regione Marche e la Conferenza Episcopale Marchigiana possono così meglio contribuire alla crescita sociale, culturale e turistica della nostra regione”.
Nell’arcidiocesi di Urbino Urbania e Sant’Angelo in Vado mons. Sandro Salvucci ha proposto il poema di Charles Péguy, ‘Il Portico del Mistero della Seconda Virtù’, per descrivere la maternità come una forza che guarda al futuro: “Nella maternità, tra Madre e Figlio si svela altissima la speranza, che si concretizza nella divina ostensione di Cristo, il ‘Dio con noi’. Le donne sono storicamente portatrici di speranza e agiscono in forza della vita e per la vita, danno la vita, accompagnano i bisogni degli altri con generosità e gesti di tenerezza.
Le donne sono coloro che portano il peso, ma anche coloro che permettono alla Chiesa di stare diritta. Anche nei momenti di buio, la visione di Maria con Gesù Bambino, ricorda che Dio non abbandona il suo popolo, ma viene a portare protezione, luce e salvezza”.
Quindi da mons. Francesco Massara ci facciamo spiegare il motivo di una mostra sulla maternità: “La maternità è un tema universale che parla a tutte le culture, i tempi e le generazioni. Scegliere la maternità come filo conduttore per una mostra diffusa in occasione del Giubileo significa mettere al centro il valore della vita, dell’accoglienza, della tenerezza e dell’amore incondizionato.
In particolare, la maternità di Maria è simbolo di speranza, fiducia in Dio e dono totale, e nell’arte sacra ha da sempre rappresentato un’immagine potente di protezione e intercessione. In un tempo segnato da crisi e incertezze, tornare a contemplare queste immagini è un invito a riscoprire ciò che dà origine alla vita e al senso profondo dell’esistenza”.
La bellezza della vita quale segno di speranza è?
“La bellezza della vita, specialmente nella sua origine (la nascita) è un segno forte di speranza perché testimonia che, nonostante le difficoltà, il bene continua a fiorire. La vita che nasce è promessa di futuro, rinnovamento e continuità. L’arte che raffigura la maternità, come la Madonna con Bambino, ci ricorda che ogni nuova vita è preziosa e sacra. In questo senso, la mostra è anche un messaggio sociale e spirituale: valorizzare la vita significa promuovere la pace, l’accoglienza e la solidarietà”.
In quale modo la maternità di Maria è un ponte tra arte, fede e storia?
“Maria, madre di Gesù, è una delle figure più rappresentate nella storia dell’arte. La sua immagine ha attraversato secoli di cultura visiva, divenendo non solo simbolo religioso, ma anche emblema di grazia, umanità e misericordia. La maternità di Maria è un ponte tra arte, perché ha ispirato generazioni di artisti; fede, perché è icona della fiducia nel disegno divino; e storia, perché le sue raffigurazioni raccontano i cambiamenti estetici e culturali delle epoche. Contemplare queste opere ci connette al patrimonio spirituale e artistico delle nostre radici”.
Cosa significa aver dato vita ad una mostra diffusa?
“Una mostra diffusa è un’esposizione articolata in più sedi, in questo caso nei musei delle 13 diocesi marchigiane. E’ un modo innovativo per valorizzare il patrimonio locale, coinvolgere più territori e promuovere una fruizione culturale partecipata. Ogni museo ospita tre opere legate al tema della maternità, ma tutte le mostre condividono un’immagine coordinata: stessi colori, pannelli grafici, strumenti didattici e comunicativi. In questo modo, pur nella diversità dei luoghi, si crea un percorso coerente, armonico e accessibile”.
Quali opere si possono ammirare?
“Nei 13 musei saranno esposte tre tipologie di opere per ciascuna sede: Madonne con Bambino: raffigurazioni della Vergine che tiene in braccio Gesù, espressione di tenerezza, amore materno e sacralità.
Madonne del Latte: immagini della Vergine che allatta il Bambino, simbolo di nutrimento, umanità e dono della vita.
Madonne della Misericordia: opere in cui Maria accoglie sotto il suo manto i fedeli, rappresentando protezione, intercessione e rifugio.Queste opere provengono dal ricco patrimonio ecclesiastico marchigiano e coprono diversi stili e periodi artistici, offrendo un viaggio visivo e spirituale attraverso i secoli”.
Le opere saranno visibili presso i Musei diocesani secondo le modalità e gli orari previsti per ogni museo.
(Tratto da Aci Stampa)
Papa Leone XIV: la fecondità della Chiesa dipende dalla Croce
“Cari fratelli e sorelle, oggi abbiamo la gioia e la grazia di celebrare il giubileo della Santa Sede nella memoria liturgica di Maria Madre della Chiesa. Questa felice coincidenza è fonte di luce e di ispirazione interiore nello Spirito Santo, che ieri, Pentecoste, si è riversato in abbondanza sul popolo di Dio. E in questo clima spirituale noi oggi godiamo una giornata speciale, prima con la meditazione che abbiamo ascoltato e ora, qui, alla Mensa della Parola e dell’Eucaristia. La Parola di Dio in questa celebrazione ci fa comprendere il mistero della Chiesa, e in essa della Santa Sede, alla luce delle due icone bibliche scritte dallo Spirito nella pagina degli Atti degli Apostoli ed in quella del Vangelo di Giovanni”.
Nella memoria liturgica di Maria Madre della Chiesa si celebra oggi il Giubileo della Santa Sede, che culmina con la celebrazione della messa presieduta nella basilica vaticana da papa Leone XIV, che nell’omelia ha ricordato la maternità di Maria che nasce sotto la Croce, la fecondità della Chiesa, la santità di chi la compone: “La maternità di Maria attraverso il mistero della Croce ha fatto un salto impensabile: la madre di Gesù è diventata la nuova Eva, perché il Figlio l’ha associata alla sua morte redentrice, fonte di vita nuova ed eterna per ogni uomo che viene a questo mondo. Il tema della fecondità è ben presente in questa liturgia”.
E dalla maternità nasce la fecondità della Chiesa, come aveva sottolineato il teologo von Balthasar: “La fecondità della Chiesa è la stessa fecondità di Maria; e si realizza nell’esistenza dei suoi membri nella misura in cui essi rivivono, ‘in piccolo’, ciò che ha vissuto la Madre, cioè amano secondo l’amore di Gesù. Tutta la fecondità della Chiesa e della Santa Sede dipende dalla Croce di Cristo. Altrimenti è apparenza, se non peggio”.
Tale fecondità è ‘legata’ alla santità: “Nella Colletta abbiamo chiesto anche che la Chiesa ‘esulti per la santità dei suoi figli’. In effetti, questa fecondità di Maria e della Chiesa è inseparabilmente legata alla sua santità, cioè alla sua conformazione a Cristo. La Santa Sede è santa come lo è la Chiesa, nel suo nucleo originario, nella fibra di cui è intessuta. Così la Sede Apostolica custodisce la santità delle sue radici mentre ne è custodita.
Ma non è meno vero che essa vive anche nella santità di ciascuno dei suoi membri. Perciò il modo migliore di servire la Santa Sede è cercare di essere santi, ciascuno di noi secondo il suo stato di vita e il compito che gli è stato affidato”.
Nessuno è escluso dalla santità, secondo il compito affidato: “Ad esempio, un prete che personalmente sta portando una croce pesante a motivo del suo ministero, e tuttavia ogni giorno va in ufficio e cerca di fare al meglio il suo lavoro con amore e con fede, questo prete partecipa e contribuisce alla fecondità della Chiesa. E così un padre o una madre di famiglia, che a casa vive una situazione difficile, un figlio che dà pensieri, o un genitore malato, e porta avanti il suo lavoro con impegno, quell’uomo e quella donna sono fecondi della fecondità di Maria e della Chiesa”.
Poi il papa si è soffermato sulla ‘maternità’ di Maria verso la Chiesa nascente, secondo la descrizione degli Atti degli Apostoli: “Ci mostra la maternità di Maria verso la Chiesa nascente, una maternità “archetipica”, che rimane attuale in ogni tempo e luogo. E soprattutto essa è sempre frutto del Mistero pasquale, del dono del Signore crocifisso e risorto.
Lo Spirito Santo, che scende con potenza sulla prima comunità, è lo stesso che Gesù ha consegnato col suo ultimo respiro. Questa icona biblica è inseparabile dalla prima: la fecondità della Chiesa è sempre legata alla Grazia sgorgata dal Cuore trafitto di Gesù insieme al sangue e all’acqua, simbolo dei Sacramenti”.
E’ stata Maria, a ‘servizio’ della comunità, a sostenere Pietro nel suo ministero di guidare la Chiesa: “Maria, nel Cenacolo, grazie alla missione materna ricevuta ai piedi della croce, è al servizio della comunità nascente: è la memoria vivente di Gesù, e in quanto tale è, per così dire, il polo d’attrazione che armonizza le differenze e fa sì che la preghiera dei discepoli sia con-corde.
Gli Apostoli, anche in questo testo, sono elencati per nome, e come sempre il primo è Pietro. Ma lui stesso, anzi, lui per primo è sostenuto da Maria nel suo ministero. Analogamente la Madre Chiesa sostiene il ministero dei successori di Pietro con il carisma mariano. La Santa Sede vive in maniera del tutto peculiare la compresenza dei due poli, quello mariano e quello petrino. Ed è quello mariano che assicura la fecondità e la santità di quello petrino, con la sua maternità, dono di Cristo e dello Spirito”.
Prima della celebrazione eucaristica suor Maria Gloria Riva, appartenente all’ordine delle Adoratrici Perpetue del Santissimo Sacramento, nella meditazione ha affermato che il passato è un ‘trampolino di lancio’: “L’equilibrio fra passato e futuro è la grande radice della Speranza. Il passato può rappresentare un grande trampolino di lancio per vivere nella giusta tensione il presente. Il passato ci viene incontro con le sue interrogazioni, non per farci soccombere ma per rilanciarci nel Presente, guardando al futuro con grande speranza”.
La meditazione di suor Riva è un invito a ‘correre’ nella parte ‘giusta’: “Noi sappiamo dove dobbiamo correre: la corsa di Giovanni e Pietro verso il sepolcro vuoto di Cristo è l’unica corsa che la Chiesa e il mondo possono percorrere senza timore: è la corsa di chi sa che la speranza risiede nella vera vita, quella eterna. L’eternità ci sta di fronte. Se lavoriamo per orizzonti brevi e mediocri, lavoriamo invano. Occorre lavorare per l’orizzonte grande della vita che non muore. Sperare è affermare la verità che rispetta la vita, dal suo concepimento alla sua fine; che rispetta la dignità di ogni persona”.
Questo è il significato del Giubileo: “Quello di aiutarci a pensare alle cose ultime. Se fede e carità ci sono necessarie per vivere la relazione con Dio e con gli uomini, la speranza ci è necessaria per comprendere il cammino della storia. Dobbiamo armarci di umiltà per scorgere, con gli occhi dello stupore i passi piccoli ma sicuri della speranza”.
Quindi l’eucarestia è il “viatico per questa speranza eterna che annoda meravigliosamente passato, presente e futuro. Sappiamo inoltre che nell’Eucaristia l’unità di tutti gli uomini è significata e prodotta. Tuttavia conoscere questo non basta, occorre crederlo e affermarlo con tutta la propria esistenza di uomini e donne di pace e di unità”.
E ciò può avvenire attraverso la Croce: “La croce ancora ci può salvare, nel 2025 esiste ancora la grande salvezza della croce: una croce accolta e offerta. Abbiamo vissuto anni difficili tra scandali e polemiche, ma in questo grande segno possiamo ancora vincere. La grande bellezza perdente che ci salverà. La speranza sorge laddove le lacrime del dolore e del pentimento fecondano l’animo nell’umiltà e nella novità di vita”.
(Foto: Santa Sede)
‘Doti di speranza’: un aiuto concreto per scegliere la vita
Un aiuto reale, umano e personalizzato per aiutare le donne in gravidanza che vivono in condizioni di grave vulnerabilità a scegliere la vita. È questo il significato profondo di ‘Doti Speranza’, il nuovo progetto promosso dalla Federazione Regionale Lombarda della Società di San Vincenzo De Paoli in collaborazione con Federvita Lombardia. L’iniziativa, presentata lo scorso maggio a Milano nel corso di una Conferenza Stampa con i vertici delle due associazioni.
L’obiettivo è semplice ma ambizioso: accompagnare le mamme più fragili lungo il percorso della maternità, offrendo ascolto, comprensione e un sostegno economico fino a 3.000 euro. Un gesto concreto, che non è solo assistenza, ma una vera e propria alleanza di fiducia. Un cammino condiviso finalizzato alla fuoriuscita dalla condizione di povertà.
Il progetto si rivolge in particolare alle donne incinte che si trovano in situazioni di forte marginalità, anche prive di documenti, presenti sul territorio lombardo. Spesso si tratta di storie segnate dal dolore, da solitudine, da speranze infrante. Come quella di Narjis (il nome è di fantasia, ma il racconto è vero), oggi al nono mese di gravidanza. Ha solo vent’anni, ma ha già attraversato l’inferno: fuggita dall’Africa, imprigionata in Libia, è riuscita a raggiungere l’Italia dopo un lungo e pericoloso viaggio.
A Lampedusa conosce il padre del suo bambino, che però la abbandona poco dopo. Rimasta sola, trova finalmente qualcuno che la ascolta: i volontari della Società di San Vincenzo De Paoli, che oggi la accompagnano con amore verso la nascita del suo piccolo, il 28 maggio. Ora accanto a Narjis c’è una rete che garantisce non solo aiuto materiale, ma anche relazioni, fiducia e prospettive di integrazione, come ha affermato Licia Latino, presidente della Federazione Regionale Lombarda della Società di San Vincenzo De Paoli:
“Noi dobbiamo portare speranza a queste madri e ai loro figli, perché non si sentano costrette ad abortire solo per povertà o solitudine”. ‘Doti Speranza’ agisce proprio nei momenti decisivi, quando una donna (spesso giovane, sola e impaurita) si trova davanti a una scelta difficile. A lei viene offerta la possibilità concreta di affrontare la gravidanza con maggiore serenità, grazie al contributo economico e a un progetto di accompagnamento su misura, costruito attorno alla sua storia, con rispetto e delicatezza.
“Non possiamo dare per scontato, ha annotato Marco Delvecchio, responsabile scientifico del progetto, che chi vive senza casa, senza lavoro e in forte emarginazione sia a conoscenza dei servizi. Spesso, anche se li conosce, ha paura di rivolgersi alle istituzioni per timore che le venga tolto il bambino o perché si trova in condizioni di irregolarità”. Ecco allora l’importanza di una rete di prossimità, che intercetti i bisogni nascosti e porti la carità là dove spesso non arriva nessuno”.
Nel segno di una ‘Chiesa in uscita’, ‘Doti Speranza’ rappresenta una risposta concreta e preziosa per tante donne che, nonostante tutto, scelgono di diventare madri, ha raccontato Paolo Picco, tra i fondatori: “In 43 anni di storia di Federvita Lombardia questo è uno dei progetti più significativi che abbiamo realizzato”; mentre Elisabetta Pittino, presidente di Federvita Lombardia, ha definito l’iniziativa ‘un guizzo geniale’, augurandosi “che sia solo l’inizio di una lunga collaborazione”.
Nelly Minardi, Presidente del Consiglio Centrale di Rho Magenta della Società di San Vincenzo De Paoli, ha coinvolto tutti gli spettatori raccontando la storia di Narjis, mentre Marina Cavallin, membro del Comitato Direttivo della Federazione Regionale Lombarda della Società di San Vincenzo De Paoli, ha sottolineato il valore della sinergia con i Centri di Aiuto alla Vita. Anna Taliente, Segretaria nazionale, ha ricordato che tutto è nato da una sollecitazione di Padre Francesco Gonella CM, Consigliere spirituale della Federazione Nazionale Italiana Società di San Vincenzo De Paoli ODV.
Un piccolo seme, che può far sbocciare la vita. Una speranza che si fa dote, per ogni donna che sceglie di non arrendersi.
(Foto: Società San Vincenzo De Paoli)
Scegliamo la vita… nel nome di Leone!
«Papa Leone, Papa Leone»: questo coro si è alzato molte volte tra i partecipanti alla manifestazione Scegliamo la Vita, che sabato pomeriggio ha visto sfilare 10.000 persone per le vie del centro di Roma (dato fornito dagli organizzatori), arrivando per i Fori Imperiali fino all’Altare della Patria. Qui era allestito il palco dal quale si sono alternati gli interventi prolife di Emanuel Cosmin Stoica, giovane venticinquenne con Sla nato in Romania e cresciuto a Torino autore del libro ‘Scomodo come la verità’ (stampato in proprio, 2025, pp. 190), Livia Tossici-Bolt, attivista condannata lo scorso aprile in Inghilterra a due anni di carcere con sospensione condizionale della pena e 20.000 sterline di multa per aver sostato in silenzio davanti ad una “clinica” abortiva mostrando un cartello con scritto ‘Sono qui per parlare, se vuoi’, Maurizio Marrone, assessore di Fratelli d’Italia della Regione Piemonte, noto per aver promosso il Fondo ‘Vita Nascente’ destinato al sostegno di donne in difficoltà economica durante la gravidanza e, infine, del prof. Massimo Gandolfini, neurochirurgo e psichiatra, presidente dell’Associazione Family DAY.
Anche il presidente della Camera dei Deputati Lorenzo Fontana (Lega per Salvini Premier), ha inviato un messaggio istituzionale esprimendo il suo «cordiale saluto» e riconoscendo nell’evento «un’opportunità per riflettere sul valore della vita e sulla necessità di assicurarne la tutela in ogni sua fase». L’Onorevole Fontana ha quindi sottolineato che la protezione dell’essere umano, fin dal grembo materno, è «il primo dei diritti inviolabili» garantiti dalla Repubblica, come stabilito nell’articolo 2 della Costituzione, e che la vita è «presupposto indispensabile per l’esercizio di tutti gli altri diritti».
Nel suo messaggio, il presidente ha infine evidenziato la gravità della crisi demografica che colpisce l’Italia affermando che «il calo delle nascite e l’invecchiamento della popolazione rendono sempre più insostenibile il sistema pensionistico e sanitario», invitando tutte le Istituzioni ad agire con decisione per «favorire le condizioni politiche e culturali in grado di arrestare il declino demografico».
Dal palco la portavoce della manifestazione Maria Rachele Ruiu ha salutato a nome dei manifestanti Papa Leone XIV «perché siamo certi che alzerà forte la voce per la dignità umana in ogni fase della sua esistenza e contro tutte le forme di offese della dignità umana. Ne siamo certi perché Leone XIV, prima di diventare Papa, da cardinale ha partecipato alla marcia per la vita in Perù. Speriamo anche che l’anno prossimo possa stare, in qualche modo, qui con noi in questa piazza».
Dopo il Regina Caeli recitato questa mattina dalla Loggia Centrale della Basilica di San Pietro, Papa Prevost ha intanto iniziato a rivolgere un pensiero agli organizzatori e partecipanti di “Scegliamo la vita 2025” rivolgendo loro queste parole: «saluto i partecipanti alla manifestazione ‘Scegliamo la vita’ […]. Oggi in Italia e in altri Paesi si celebra la festa della mamma. Mando un caro saluto a tutte le mamme, con una preghiera per loro e per quelle che sono già in Cielo. Buona festa a tutte le mamme! Grazie a tutti voi!».
Molti dei manifestanti hanno esposto durante tutta la ‘marcia’ centinaia di cartelli con l’immagine del nuovo Pontefice e una sua citazione risalente al periodo nel quale è stato Vescovo della diocesi peruviana di Chiclayo (2015-2023), ovvero «Difendiamo la vita sempre!», incoraggiamento ai promotori della ‘Marcia per la Vita’ che ogni anno si tiene in Perù. Fra un intervento e l’altro è stato proiettato dal palco anche un contributo video di Eduardo Verastegui, attore, modello e cantante messicano, noto per essere un convinto attivista per i diritti dei nascituri.
Al termine della manifestazione è salita sul palco la rock band italiana The Marcos per una esibizione live offerta gratuitamente a tutti coloro che, con la loro presenza, hanno dimostrato nei fatti di combattere per il diritto alla vita dal concepimento alla morte naturale.
M.A.R.I.A
Il monologo, scritto ed interpretato da Giulia Merelli, narra l’attesa di Maria durante la sua gravidanza, caratterizzata da un dialogo intimo con Dio, che è sia suo padre sia colui che diventerà suo figlio in un paradosso fra necessità di fiducia e senso di protezione. La storia esplora anche il significato dell’essere madre, che significa generare qualcosa che trascende la propria esistenza chiedendole un dolce decentramento. Maria, abbracciando il mistero dell’amore, si interroga sul senso della vita, sul perché della sofferenza e sulla gioia che deriva dal dare sé stessa, senza condizioni.
PRIMO MOMENTO
(Maria è vestita di bianco, con il pancione, una abat-jour di fianco accesa. Parla con sé stessa e con Dio)
Lo sento, è poco tempo ma lo sento.
(Si accarezza la pancia)
(Sorridendo)
Ehi, ti fidi di questo?
Un corpo di una donna.
È strano, non sono mai stata pronta.
Scusa. Ma continuo a pensare che hai bisogno di aria e di luce.
Tu sei la luce.
(Pausa)
Mi unisco al buio, al buio, il tuo stesso buio…
Mi suggerisci come amare?
(Pausa)
Ti formi in me, ogni giorno… E se fossi un sogno?
(Avverte un dolore)
Ti fai sentire, eh? Bravo, bravo…
Provo a respirare con te, eh? Facciamo così…
(Respira)
Mi sento meno sola, quasi mi addormento.
Lo spirito non si placa, però…
Ma tu mi senti? Se parlo, mi senti?
Porto la voce al tuo piccolo orecchio:
Mi senti?
Questa è la voce di tua mamma
mi senti? Mi senti?
SECONDO MOMENTO
(Maria guarda fuori dalla finestra e parla con sé stessa e con Dio)
Ma sei vero? Un uomo vero? Un Dio, vero?
Molte madri si chiedono:
mettere al mondo un figlio e perché?
Perché abbia fame?
Perché abbia freddo?
Perché venga offeso, tradito, deriso, non creduto,
flagellato, ammazzato vivo, crocifisso?
È dolce lo sguardo di chi pensa all’improvviso
alle cose perdute…
Secondo me è nel dolore,
proprio in quel dolore senza ragione,
quello che ti tradisce, che tradisce la vita
– doveva andare così e non è andata così –
che entra il mistero…
Non si può essere felici sempre.
L’importante è tenerselo stretto il mistero.
E negano la speranza.
Che la sua fame possa essere saziata per una volta, il freddo scaldato,
che viva quel tanto che gli basti per amare.
Chi l’ha detto che bisogna vivere cent’anni!
Ti criticheranno, non ti crederanno… Anche se sei un re.
(Lo chiama)
Re, re…
Resta ancora in me, resta in questo grembo.
Non andare nel mondo!
Scusa, finisco sempre per farti da padrona.
(Pausa)
Una madre.
Respira per il bambino.
Per lui mangia, non lo mangia.
E fa tutto per lui, con lui, a lui.
In quest’oscurità.
TERZO MOMENTO
(Maria accende della musica dalla radio, si stende sul divano e ascolta. Poi, parla con sé stessa e
con Dio)
Il tirocinio di una lentezza estrema,
prossima all’immobilità.
Dicono così
che per capire da quale strano mondo vieni,
io debba restare così ferma.
Quasi impercettibile…
È che mi sento così piccola.
Eppure gioisco
mi muovo, mi agito, lavoro, piango, soffro, rido,
ma non più sola!
Adesso so che c’è qualcosa dentro di me che vive.
Basta parole, basta! Gesti.
(Muove le mani simulando un battito cardiaco con le mani)
Il linguaggio dell’amore.
(Respira)
Serve una carezza che ti doni consistenza.
Sono queste (intende le mani) a parlare.
Il linguaggio dell’amore.
Serve una carezza che ti doni consistenza
che non ti faccia sentire perso in questo mondo
ma che ti allacci dal vecchio al nuovo.
Che la sua fame possa essere saziata per una volta, il freddo scaldato,
che viva quel tanto che gli basti per amare.
Chi l’ha detto che bisogna vivere cent’anni!
Ti criticheranno, non ti crederanno… Anche se sei un re.
(Lo chiama)
Re, re…
Resta ancora in me, resta in questo grembo.
Non andare nel mondo!
Scusa, finisco sempre per farti da padrona.
(Pausa)
Una madre.
Respira per il bambino.
Per lui mangia, non lo mangia.
E fa tutto per lui, con lui, a lui.
In quest’oscurità.
Che la sua fame possa essere saziata per una volta, il freddo scaldato,
che viva quel tanto che gli basti per amare.
Chi l’ha detto che bisogna vivere cent’anni!
Ti criticheranno, non ti crederanno… Anche se sei un re.
(Lo chiama)
Re, re…
Resta ancora in me, resta in questo grembo.
Non andare nel mondo!
Scusa, finisco sempre per farti da padrona.
(Pausa)
Una madre.
Respira per il bambino.
Per lui mangia, non lo mangia.
E fa tutto per lui, con lui, a lui.
In quest’oscurità.
QUARTO MOMENTO
Non mi crederanno,
mi diranno che sono bugiarda,
ma che devo fare?
Sento di essere fatta per questo.
(Sorride)
Sono inesperta, è tutto iniziale ma…
Quando si forma qualcosa dentro,
che non hai deciso tu,
cosa puoi fare?
A tre settimane, 2 millimetri e mezzo…
Una cavità più in basso che diventerà la bocca
con cui pronuncerà la prima parola.
E poi un accenno d’occhi
con cui donerà la compassione.
E quella spina dorsale, piccola,
lo farà stare diritto davanti alle umiliazioni.
Lo stomaco, per accogliere e difendersi dal dolore.
Gli intestini, il fegato, per digerire le offese.
E poi i polmoni per respirare un’aria nuova.
E poi il cuore, per ricominciare daccapo,
ogni volta, ad amare.
(Piccola Pausa)
All’inizio sarà dolente,
come il bruciore della luce del sole,
quando la guardi fa male,
ma poi si abituerà a questo mondo.
Il suo cuore è già grande, io lo sento…
È in proporzione nove volte più del mio.
Forse per questo posso accettare,
perché tu hai più amore di me.
Lui ha più amore di me ed io posso sentirmi di lui,
figlia di te.
E di nuovo generata, ogni volta, daccapo.
QUINTO MOMENTO
(Maria gioca, come una bambina. Si affaccia dalle lenzuola, sopra al letto, in modo giocoso,
imitando un bambino appena nato)
La nascita è un salto! La nascita è un salto! La nascita è un salto!
Quest’istante, come bisogna rispettarlo!
Schhh! è un momento fragilissimo…
Piano, piano, piano…
Lui è lì, sull’uscio.
E non è più un feto e non è ancora un neonato.
Piano!
Non parlate per favore, silenzio!
Silenzio!
Anche le luci,
se potete abbassatele,
sta passando dal vecchio al nuovo…
Serve tenerezza, piano piano…
Non si è ancora staccato del tutto dalla mamma,
lei respira ancora per lui, con lui.
Lasciate alla nascita la sua gravità,
per favore.
Non stategli addosso con tutte quelle parole.
Avete presente il momento in cui l’uccello corre con le ali spiegate,
sta per prendere il volo…
Quando volerà?
Non si sa…
Oppure quando la marea del mare sale e poi ridiscende…
Ecco lasciategli il tempo.
Il sole si alza forse di colpo?
O fra il giorno e la notte non indugia un tramonto?
Fra la notte e il giorno indugia l’alba, e l’aurora.
Ecco lui è l’aurora.
E non stategli addosso con tutte quelle analisi scientifiche,
gli studi medici,
non capite nulla di mistero.
Fermi! Fermi!
Lui viene dal Mistero.
(Pausa)
Lasciate alla nascita la sua gravità.
Papa Francesco: Maria è riempita dalla grazia di Dio
“E voglio che sappiate che il mio cuore è con il popolo di Los Angeles, che ha sofferto così tanto a causa degli incendi che hanno devasto interi quartieri e comunità. E non sono finiti… Che Nostra Signora di Guadalupe interceda per tutti gli abitanti affinché possano essere testimoni di speranza attraverso la forza della diversità e della creatività per cui sono conosciuti in tutto il mondo”: con queste parole, al termine dell’udienza generale, papa Francesco ha espresso vicinanza al popolo di Los Angeles, che dallo scorso 7 gennaio scorso è distrutta dagli incendi con più di 180.000 persone evacuate.
Mentre al termine dei saluti ha chiesto di pregare per la pace nel mondo: “E non dimentichiamo la martoriata Ucraina. Non dimentichiamo la Palestina, Israele e il Myanmar. Preghiamo per la pace. La guerra è sempre una sconfitta! Ieri ho chiamato, lo faccio tutti i giorni, la parrocchia di Gaza: erano contenti! Lì dentro ci sono 600 persone, tra parrocchia e collegio…
Ma preghiamo per Gaza, per la pace e per tante altri parti del mondo. La guerra sempre è una sconfitta! Non dimenticate: la guerra è una sconfitta. E chi guadagna con le guerre? I fabbricanti delle armi. Per favore, preghiamo per la pace”.
E nella catechesi il papa ha scelto il tema della speranza, ‘Gesù Cristo nostra speranza’, filo conduttore per tutto l’anno giubilare nelle udienze generali, con l’annuncio dell’angelo alla Madre di Dio: “All’inizio del suo Vangelo, Luca mostra gli effetti della potenza trasformante della Parola di Dio che giunge non solo tra gli atrii del Tempio, ma anche nella povera abitazione di una giovane, Maria, che, promessa sposa di Giuseppe, vive ancora in famiglia”.
In un villaggio sperduto della Galilea, Nazareth, l’arcangelo Gabriele fa un annuncio ‘strano’: “Proprio lì l’angelo reca un messaggio dalla forma e dal contenuto del tutto inauditi, tanto che il cuore di Maria ne viene scosso, turbato. Al posto del classico saluto ‘pace a te’, Gabriele si rivolge alla Vergine con l’invito ‘rallegrati!’, ‘gioisci!’, un appello caro alla storia sacra, perché i profeti lo usano quando annunciano la venuta del Messia. E’ l’invito alla gioia che Dio rivolge al suo popolo quando finisce l’esilio e il Signore fa sentire la sua presenza viva e operante”.
Eppoi questo appellativo che dimostra la grandezza dell’avvenimento: “Inoltre, Dio chiama Maria con un nome d’amore sconosciuto nella storia biblica: kecharitoméne, che significa ‘riempita dalla grazia divina’. Maria è piena della grazia divina. Questo nome dice che l’amore di Dio ha già da tempo abitato e continua a dimorare nel cuore di Maria. Dice quanto lei sia “graziosa” e soprattutto quanto la grazia di Dio abbia compiuto in lei una cesellatura interiore facendone il suo capolavoro: piena di grazia”.
E’ un invito a fidarsi di Dio e non dei fattucchieri: “Questo soprannome amoroso, che Dio dà solo a Maria, è subito accompagnato da una rassicurazione: ‘Non temere!’, ‘Non temere!’, sempre la presenza del Signore ci dà questa grazia di non temere e così lo dice a Maria: ‘Non temere!’… Per favore: non temere! Non temere! Non temere! E’ bello questo. ‘Io sono il tuo compagno di cammino’: e questo Dio lo dice a Maria”.
E’ un annuncio di maternità, che diventa missione: “Poi Gabriele annuncia alla Vergine la sua missione, facendo riecheggiare nel suo cuore numerosi passi biblici riferiti alla regalità e messianicità del bambino che dovrà nascere da lei e che il bambino sarà presentato come compimento delle antiche profezie. La Parola che viene dall’Alto chiama Maria ad essere la madre del Messia, quel Messia davidico tanto atteso. E’ la madre del Messia. Egli sarà re non alla maniera umana e carnale, ma alla maniera divina, spirituale. Il suo nome sarà ‘Gesù’, che significa ‘Dio salva’, ricordando a tutti e per sempre che non è l’uomo a salvare, ma solo Dio”.
E la Madre di Dio, con il ‘sì’, cerca di capire: “Questa maternità scuote Maria dalle fondamenta. E da donna intelligente qual è, capace cioè di leggere dentro gli avvenimenti, ella cerca di comprendere, di discernere ciò che sta capitando. Maria non cerca fuori ma dentro. perché, come insegna Sant’Agostino, ‘in interiore homine habitat veritas’…
Proprio come all’inizio della creazione, Dio vuole ‘covare’ Maria con il suo Spirito, potenza capace di aprire ciò che è chiuso senza violarlo, senza intaccare la libertà umana; vuole avvolgerla nella ‘nube’ della sua presenza, perché il Figlio viva in lei e lei in Lui”.
In questo modo si mette ‘a disposizione’ di Dio: “Maria accoglie il Verbo nella propria carne e si lancia così nella missione più grande che sia stata mai affidata a una donna, a una creatura umana. Si mette al servizio: è piena di tutto, non come una schiava ma come una collaboratrice di Dio Padre, piena di dignità e autorità per amministrare, come farà a Cana, i doni del tesoro divino, perché molti possano attingervi a piene mani”.
In precedenza il papa aveva ricevuto i membri della ‘Hilton Foundation’ con un invito alla compassione: “La vostra Fondazione ha dimostrato come la generosità e l’impegno possano trasformare le vite di coloro che si trovano in situazioni di vulnerabilità. Il servizio gratuito nei campi dell’educazione, della salute, dell’assistenza ai rifugiati e della lotta contro la povertà è una testimonianza, una testimonianza concreta di amore e di compassione. Non dimenticate questa parola: compassione, ‘patire con’. Dio è compassionevole, Dio si avvicina a noi e patisce con noi. E compassione non è buttare una moneta nelle mani dell’altro senza guardarlo negli occhi. No. Compassione è avvicinarsi e ‘patire con’. Questa parola non dimenticatela: compassione”.
Inoltre ha invitato ad ‘investire’ nella formazione delle suore: “Si è investito poco in questo, assai meno che nella formazione del clero. E’ vero, perché si pensa che le suore, e anche le donne, sono “di seconda classe”. Si pensa questo… Non dimenticatevi che dal giorno del Giardino dell’Eden comandano loro… Comandano le donne! E’ importante che le suore possano studiare e formarsi. Il lavoro alle frontiere, nelle periferie, in mezzo agli ultimi, ha bisogno di persone formate e competenti. E, mi raccomando, la missione delle suore è di servire gli ultimi, e non di essere le serve di qualcuno. Questo deve finire, e voi, come Fondazione state aiutando a portare la Chiesa fuori da questa mentalità clericalista”.
(Foto: Santa Sede)
Solennità di Maria Santissima, Madre di Dio: Cristo è la nostra pace
Il 1° gennaio è giornata di preghiera per la pace; la liturgia celebra la solennità di Maria Santissima Madre di Dio. In Maria si realizzano le attese di Israele e Maria apre all’umanità il futuro atteso da secoli, l’era della pace universale. La divina maternità di Maria è la pietra miliare che segna l’inizio dell’era nuova: a mezzanotte inizia il nuovo anno; noi cristiani siamo consapevoli che il tempo e la vita sono contrassegnati dalla nascita di Cristo Gesù perché questo è il piano salvifico di Dio: ‘Quando venne la pienezza dei tempi, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna’.
Iniziare da cristiani un anno nuovo significa iniziarlo da ‘figli di Dio’, da riscattati da Cristo Gesù; non più schiavi del peccato ma veri figli della grazia. La Liturgia oggi inizia invocando la benedizione di Dio ed implorando, per intercessione di Maria, il dono della pace; la pace vera annunziata dagli Angeli, che non è una conquista dell’uomo o frutto di accordi politici: la pace vera è dono di Dio da implorarsi costantemente; una pace da portare avanti con gioia e pazienza, restando sempre docili all’insegnamento di Gesù.
La pace non può esistere se non si promuove, a tutti i livelli, il riconoscimento della dignità della persona umana offrendo a tutti gli uomini la possibilità di vivere conforme a questa dignità. Ogni uomo, di qualsiasi colore, è persona, cioè essere dotato di intelligenza e volontà e, quindi, soggetto di diritti e di doveri, che scaturiscono da questa natura; tali diritti e doveri sono universali, inviolabili, inalienabili. Non esiste la persona di serie A e la persona di serie B, tutti gli uomini sono uguali davanti a Dio; questa è la verità chiave per la soluzione di tutti i problemi che riguardano la pace.
Educare alla pace significa aprire la mente e il cuore ad accogliere i valori espressi chiaramente nella enciclica ‘Pacem in terris’: la verità, la giustizia, l’amore, la libertà. Un vero progetto educativo deve coinvolgere la vita del singolo e quella della famiglia; è un progetto che dura tutta la vita e fa della persona un essere responsabile di sé e degli altri, capace di promuovere sempre il bene dell’uomo singolo e di tutti gli uomini. All’inizio di ogni anno ritorna sempre impellente il problema della famiglia, cellula viva della società dove ogni individuo realizza se stesso.
La famiglia naturale, fondata sul matrimonio di un uomo e una donna, è la culla della vita e dell’amore, la prima ed insostituibile educatrice della vera pace. L’umanità è la grande famiglia: se vuole vivere in pace deve ispirarsi ai valori ai quali si ispira la famiglia stessa. La nascita di Gesù a Bethlem, figlio di Maria legittimamente sposata con Giuseppe, è la risposta di Dio al mistero della pace.
Da qui la necessità al primo dell’anno di rivolgere il pensiero alla Madonna, che invochiamo ‘Theotokos’ (Madre di Dio). Gesù poteva salvare l’uomo in mille modi, ma volle nascere in una famiglia, cellula insostituibile; farsi uomo in mezzo agli uomini assumendone la natura:
“Nella pienezza dei tempi Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge” (insegnamento mirabile per ogni uomo). Maria, madre di Dio, è il titolo mirabile della reale grandezza di Maria. Di lei si parla poco nel Vangelo ma non manca mai nei momenti decisivi della storia della salvezza: incarnazione di Gesù, la Pasqua, la Pentecoste.
Maria concepì per opera dello Spirito santo e presentò Gesù ai Pastori e ai Magi. Maria fu ai piedi della Croce per raccogliere il sangue di Cristo immolatosi per la nostra salvezza; Maria fu presente nel cenacolo il giorno della discesa dallo Spirito santo. Maria, madre di Cristo e della Chiesa, ispiri oggi propositi di dialogo, di riconciliazione, di pace nella famiglia e nel mondo intero. “Donna, sei tanto grande e tanto vali ,// che qual vuol grazia ed a te non ricorre //, sua disianza vuol volar senz’ali”. (Dante, Par. XXXIII, 13-15). Rivolgi a noi, Madre, gli occhi tuoi misericordiosi!
Per la Giornata Internazionale della donna i nominativi del Riconoscimento Internazionale Santa Rita
Nel giorno della Giornata internazionale della donna suor Maria Rosa Bernardinis, Madre Priora del Monastero Santa Rita da Cascia, ha espresso, con un parallelo alle donne che ogni anno sono protagoniste della festa del 22 maggio, modelli universali dei valori ritiani, attuali e preziosi, la necessità di una ‘intelligenza materna’:
“In questo 8 marzo, tra bilanci di morte e un clima di grande sfiducia, celebriamo le donne che sono culle di vita e ali di speranza. Da donna e per l’umanità, oggi che si fa un gran parlare di intelligenza artificiale, invito tutti a riscoprire e allenare una ‘intelligenza materna’, più tipica ma non esclusiva delle donne. Quella che chiama ogni essere umano al coraggio, alla gioia e alla speranza della vita, per costruire una fiducia ritrovata, nel domani e nella vita stessa, di cui c’è estremo bisogno.
Lo sanno bene le donne che ogni giorno sono terreni fertili e custodi di vita e futuro. Come Cristina Fazzi, che da medico nello Zambia cura i bambini che sono gli ultimi della società, Virginia Campanile, che ha perso suo figlio ma è mamma per tanti genitori e ragazzi in difficoltà, e Anna Jabbour, profuga siriana che per sua figlia ha attraversato la guerra divenendo testimone di pace. Sono le donne che premieremo a maggio alla Festa di Santa Rita: tre donne diverse ma unite, come tante nel mondo, dalla scelta di essere strumenti di vita oggi, come Rita ieri”.
‘Donne di Rita’, così sono chiamate le donne scelte per il prestigioso Riconoscimento Internazionale Santa Rita, che dal 1988 premia donne che come Rita da Cascia sanno incarnare i valori su cui si fonda il nostro presente, che è il domani del mondo. Ecco le tre donne che, il 20 maggio alle 10.00 nella Sala della Pace del Santuario di Santa Rita a Cascia condivideranno le loro testimonianze. E, il 21 maggio alle 17.30 nella Basilica, riceveranno il Riconoscimento:
• Cristina Fazzi, medico di Enna (Sicilia), che riceve il Riconoscimento Internazionale Santa Rita 2024 per il rispetto, la giustizia e l’amore con cui nei suoi 24 anni di servizio, professionale e umano, nello Zambia, in Africa, ha protetto la vita e costruito il futuro di tante persone nelle aree di estrema povertà, con un’attenzione speciale ai bambini e ai giovani, in una società dove sono ultimi tra gli ultimi, spesso abusati e maltrattati: ha creato il primo centro di salute mentale del Paese per i minori e progetti formativi, per generare opportunità di cambiamento e realizzazione;
• Virginia Campanile, che vive a Otranto (Lecce) e riceve il Riconoscimento Internazionale Santa Rita 2024 perché dal dolore indescrivibile per la perdita del figlio Daniele e dalla libertà e pace acquisite grazie al perdono offerto a chi ne ha causato la morte in un incidente stradale, ha fatto nascere un ‘investimento d’amore’ che condivide con gli altri: ascoltando e aiutando tanti genitori toccati dal lutto a ritornare a vivere e impegnandosi coi giovani per tutelarli nella fragilità sociale e psicologica, accompagnandoli a riscoprire la bellezza della vita;
• Anna Jabbour, che è nata ad Aleppo (Siria) ma oggi vive a Roma, che riceve il Riconoscimento Internazionale Santa Rita 2024 per la testimonianza di pace, fratellanza e fede che incarna con la sua storia, da profuga di guerra a mamma di speranza e coraggio per sua figlia e allo stesso tempo per tutti coloro che incontra, non avendo mai perduto il forte desiderio di sognare e impegnarsi per un futuro di umanità e unione che possa cancellare ogni odio e sofferenza.
Giornata per la vita, la storia e l’impegno di Carlo Casini raccontato dalla figlia Marina
“La vita è sempre più minacciata a tutti i livelli: annientamento dei valori, violenza diffusa, guerre fratricide, povertà, sottosviluppo… Un buio sempre più fitto che avvolge persone, situazioni, la nostra società, il mondo intero; un buio che uccide la speranza nel cuore delle persone, che getta giovani, adulti, bambini e anziani nella paura, nel non senso di vivere. Per noi non deve essere così. Noi non ci possiamo adeguare, non ci possiamo arrendere! Credere alla vita è luce, luce che annulla il buio, luce che è Bellezza. Abbiamo la potenzialità immensa di essere luce perché siamo figli di Dio”:



























