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Papa Leone XIV: Gesù ha tracciato la via della fraternità
“Ieri abbiamo commemorato la fine della ‘inutile strage’ della Prima Guerra Mondiale, dopo la quale per molti popoli, compreso il vostro, è giunta l’alba dell’indipendenza. Siamo grati a Dio per il dono della pace, della quale (come affermava sant’Agostino) ‘nessuna cosa è assolutamente migliore’. Custodiamola con il cuore radicato nel Vangelo, nello spirito di fraternità e di amore per la Patria”: nei saluti ai pellegrini polacchi durante l’udienza generale di oggi, papa Leone XIV ha ricordato l’anniversario della fine della Prima Guerra Mondiale, citando l’espressione di papa Benedetto XV, che aveva invitato i fedeli a difendere la pace con il ‘cuore radicato nel Vangelo’.
Tale saluto è stato approfondito nella catechesi generale, nella quale il papa ha evidenziato che la spiritualità pasquale anima la fraternità: “Credere nella morte e risurrezione di Cristo e vivere la spiritualità pasquale infonde speranza nella vita e incoraggia a investire nel bene. In particolare, ci aiuta ad amare e alimentare la fraternità, che è senza dubbio una delle grandi sfide per l’umanità contemporanea, come ha visto chiaramente papa Francesco”.
Quindi la fraternità è un fattore umano: “La fraternità nasce da un dato profondamente umano. Siamo capaci di relazione e, se lo vogliamo, sappiamo costruire legami autentici tra di noi. Senza relazioni, che ci sostengono e che ci arricchiscono sin dall’inizio della nostra vita, non potremmo sopravvivere, crescere, imparare. Esse sono molteplici, diverse per modalità e profondità”.
Perciò la fraternità si alimenta attraverso ‘legami’: “Ma certo è che la nostra umanità si compie al meglio quando siamo e viviamo insieme, quando riusciamo a sperimentare legami autentici, non formali, con le persone che abbiamo accanto. Se siamo ripiegati su noi stessi, rischiamo di ammalarci di solitudine, e anche di un narcisismo che si preoccupa degli altri solo per interesse. L’altro si riduce allora a qualcuno da cui prendere, senza che siamo mai disposti davvero a dare, a donarci”.
Ed occorre alimentare la fraternità con un ritorno alla radice della parola: “Sappiamo bene che anche oggi la fraternità non appare scontata, non è immediata. Molti conflitti, tante guerre sparse nel mondo, tensioni sociali e sentimenti di odio sembrerebbero anzi dimostrare il contrario. Tuttavia, la fraternità non è un bel sogno impossibile, non è un desiderio di pochi illusi. Ma per superare le ombre che la minacciano, bisogna andare alle fonti, e soprattutto attingere luce e forza dal Colui che solo ci libera dal veleno dell’inimicizia”.
Però ha messo in guardia dall’ambivalenza della parola ‘fratello’: “La parola ‘fratello’ deriva da una radice molto antica, che significa prendersi cura, avere a cuore, sostenere e sostentare. Applicata a ogni persona umana diventa un appello, un invito. Spesso pensiamo che il ruolo di fratello, di sorella, rimandi alla parentela, all’essere consanguinei, al far parte della stessa famiglia. In verità, sappiamo bene quanto il disaccordo, la frattura, talvolta l’odio possano devastare anche le relazioni tra parenti, non soltanto tra estranei”.
E’ un invito a riprendere lo stile di san Francesco: “Questo dimostra la necessità, oggi più che mai urgente, di rimeditare il saluto con cui san Francesco d’Assisi si rivolgeva a tutte e a tutti, indipendentemente da provenienze geografiche e culturali, religiose o dottrinali: omnes fratres era il modo inclusivo con cui san Francesco poneva sullo stesso piano tutti gli esseri umani, proprio perché li riconosceva nel comune destino di dignità, di dialogo, di accoglienza e di salvezza”.
Per questo motivo papa Francesco lo ha riproposto lo spirito dell’assisiate nell’enciclica ‘Fratelli tutti’: “Quel ‘tutti’, che significava per San Francesco il segno accogliente di una fraternità universale, esprime un tratto essenziale del cristianesimo, che sin dall’inizio è stato l’annuncio della Buona Notizia destinata alla salvezza di tutti, mai in forma esclusiva o privata. Questa fraternità si basa sul comandamento di Gesù, che è nuovo in quanto realizzato da Lui stesso, compimento sovrabbondante della volontà del Padre: grazie a Lui, che ci ha amato e ha dato sé stesso per noi, noi possiamo a nostra volta amarci e dare la vita per gli altri, come figli dell’unico Padre e veri fratelli in Gesù Cristo”.
Tale amore si può vedere nel racconto del vangelo giovanneo: “Gesù ci ha amato sino alla fine, dice il Vangelo di Giovanni. Quando è oramai prossima la passione, il Maestro sa bene che il suo tempo storico sta per concludersi. Teme ciò che sta per accadere, sperimenta il supplizio più terribile e l’abbandono. La sua Risurrezione, al terzo giorno, è l’inizio di una storia nuova. E i discepoli diventano pienamente fratelli, dopo tanto tempo di vita insieme, non solo quando vivono il dolore della morte di Gesù, ma, soprattutto, quando lo riconoscono come il Risorto, ricevono il dono dello Spirito e ne diventano testimoni”.
Quindi la fraternità è una storia ‘nuova’: “I fratelli e le sorelle si sostengono a vicenda nelle prove, non voltano le spalle a chi è nel bisogno: piangono e gioiscono insieme nella prospettiva operosa dell’unità, della fiducia, dell’affidamento reciproco. La dinamica è quella che Gesù stesso ci consegna: ‘Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amato’. La fraternità donata da Cristo morto e risorto ci libera dalle logiche negative degli egoismi, delle divisioni, delle prepotenze, e ci restituisce alla nostra vocazione originaria, in nome di un amore e di una speranza che si rinnovano ogni giorno. Il Risorto ci ha indicato la via da percorrere insieme a Lui, per sentirci e per essere fratelli tutti”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV: la carità vince la morte
“Nel giorno della morte essi ci hanno lasciato, ma li portiamo sempre con noi nella memoria del cuore. E ogni giorno, in tutto ciò che viviamo, questa memoria è viva. Spesso c’è qualcosa che ci rimanda a loro, immagini che ci riportano a quanto abbiamo vissuto con loro. Tanti luoghi, perfino i profumi delle nostre case ci parlano di coloro che abbiamo amato e non sono più tra noi, e tengono acceso il loro ricordo”: al Cimitero Monumentale di Roma nel pomeriggio di oggi papa Leone XIV ha celebrato la Messa per la Commemorazione di tutti i fedeli defunti alla presenza di circa 2.000 fedeli, deponendo un mazzo di rose bianche su una tomba.
Per il papa questo giorno non è soltanto un ricordo, ma una speranza rivolta alla vita ‘futura’: “Oggi, però, non siamo qui soltanto per commemorare quanti sono passati da questo mondo. La fede cristiana, fondata sulla Pasqua di Cristo, ci aiuta infatti a vivere la memoria, oltre che come un ricordo passato, anche e soprattutto come una speranza futura. Non è tanto un volgersi indietro, ma piuttosto un guardare avanti, verso la mèta del nostro cammino, verso il porto sicuro che Dio ci ha promesso, verso la festa senza fine che ci attende”.
Tale speranza si fonda sulla Resurrezione: Questa ‘speranza futura’ anima il nostro ricordo e la nostra preghiera in questo giorno. Non è un’illusione che serve a placare il dolore per la separazione dalle persone amate, né un semplice ottimismo umano. E’ la speranza fondata sulla risurrezione di Gesù, che ha sconfitto la morte e ha aperto anche per noi il passaggio verso la pienezza della vita”.
Per questo la Chiesa propone la lettura del passo evangelico di san Matteo: “E questo approdo finale, il banchetto attorno a cui il Signore ci radunerà, sarà un incontro d’amore. Per amore Dio ci ha creati, nell’amore del Figlio suo ci salva dalla morte, nella gioia dell’amore con Lui e con i nostri cari vuole farci vivere per sempre. Proprio per questo, noi camminiamo verso la méta e la anticipiamo, in un legame invincibile con coloro che ci hanno preceduto, solo quando viviamo nell’amore e pratichiamo l’amore gli uni verso gli altri, in particolare verso i più fragili e i più poveri”.
Infatti solo la carità è capace di sconfiggere la morte: “La carità vince la morte. Nella carità Dio ci radunerà insieme ai nostri cari. E, se camminiamo nella carità, la nostra vita diventa una preghiera che si eleva e ci unisce ai defunti, ci avvicina a loro, nell’attesa di incontrarli nuovamente nella gioia dell’eternità”.
E’ stato un invito ad affidarsi alla speranza che non ‘delude’: “Cari fratelli e sorelle, mentre il dolore dell’assenza di chi non è più tra di noi rimane impresso nel nostro cuore, affidiamoci alla speranza che non delude; guardiamo al Cristo Risorto e pensiamo ai nostri cari defunti come avvolti dalla sua luce; lasciamo risuonare in noi la promessa di vita eterna che il Signore ci rivolge. Egli eliminerà la morte per sempre. Egli l’ha sconfitta per sempre aprendo un passaggio di vita eterna (cioè facendo Pasqua) nel tunnel della morte, perché, uniti a Lui, anche poi possiamo entrarvi e attraversarlo”.
Questa è la gioia: “Egli ci attende e, quando lo incontreremo, al termine di questa vita terrena, gioiremo con Lui e con i nostri cari che ci hanno preceduto. Questa promessa ci sostenga, asciughi le nostre lacrime, volga il nostro sguardo in avanti, verso quella speranza futura che non viene meno”.
Pensiero ribadito a conclusione della recita dell’Angelus: “Quella di oggi, dunque, è una giornata che sfida la memoria umana, così preziosa e così fragile. Senza memoria di Gesù (della sua vita, morte e risurrezione) l’immenso tesoro di ogni vita è esposto alla dimenticanza. Nella memoria viva di Gesù, invece, persino chi nessuno ricorda, anche chi la storia sembra avere cancellato, appare nella sua infinita dignità… Ecco l’annuncio pasquale. Per questo i cristiani ricordano da sempre i defunti in ogni Eucaristia, e fino ad oggi chiedono che i loro cari siano menzionati nella preghiera eucaristica. Da quell’annuncio sorge la speranza che nessuno andrà perduto”.
In questo contesto si apre il futuro: “La visita al cimitero, in cui il silenzio interrompe la frenesia del fare, sia dunque per tutti noi un invito alla memoria e all’attesa. «Aspetto la resurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà», diciamo nel Credo. Commemoriamo, dunque, il futuro. Non siamo chiusi nel passato, nelle lacrime della nostalgia. Nemmeno siamo sigillati nel presente, come in un sepolcro. La voce familiare di Gesù ci raggiunga, e raggiunga tutti, perché è la sola che viene dal futuro. Ci chiama per nome, ci prepara un posto, ci libera dal senso di impotenza con cui rischiamo di rinunciare alla vita. Maria, donna del sabato santo, ci insegni ancora a sperare”.
(Foto: Santa Sede)
Omegna celebra 90 anni della Conferenza san’Ambrogio della Società San Vincenzo De Paoli
Omegna si prepara a celebrare un anniversario di grande significato: i 90 anni della Conferenza Sant’Ambrogio (1935–2025) della Società di San Vincenzo De Paoli. L’evento, aperto alla cittadinanza, si terrà domenica 7 settembre 2025 alle ore 15.00 presso il Salone Santa Marta, in via Cavallotti 28 a Omegna.
Il programma prevede momenti culturali, spirituali e musicali. La giornata si aprirà con l’inaugurazione della mostra “Il Confratello Pier Giorgio”, proprio nel giorno in cui a Roma la Chiesa proclamerà santo Pier Giorgio Frassati. La presentazione sarà curata dal giornalista e scrittore Alessandro Ginotta, che sottolinea: «Otto pannelli raccontano, con parole e immagini cariche di emozione, la vita di un giovane che ha fatto della sua esistenza un dono: sempre in prima linea accanto agli ultimi, con lo sguardo rivolto verso l’alto e i piedi ben piantati nella realtà dei poveri e degli scartati. È una gioia poterlo raccontare oggi a chi porta avanti la missione che Pier Giorgio ha tanto amato: la Società di San Vincenzo De Paoli».
Il legame tra la canonizzazione di Frassati e il 90° anniversario della Conferenza Sant’Ambrogio è stato evidenziato da Graziella Cavestri, presidente del Consiglio centrale del VCO Novara: «Abbinare queste due ricorrenze è un dono speciale. La mostra, ricca di testimonianze, fotografie e documenti rari, racconta un giovane già santo nello spirito, che ha tanto amato la Società di San Vincenzo De Paoli, prendendosi cura di quanti erano nel bisogno anche negli ultimi attimi della sua esistenza».
Cavestri ha ricordato come l’impegno vincenziano resti attuale e concreto: «La vocazione dei membri della Società di San Vincenzo De Paoli consiste nel prendersi cura di chi soffre, con un particolare slancio di prossimità. Solo nel 2024 la Conferenza Sant’Ambrogio ha supportato 180 famiglie, per un totale di 525 persone, di cui oltre 100 bambini, del territorio di Omegna».
Dopo la presentazione della mostra, ci sarà un momento di approfondimento dedicato alla storia della Conferenza Sant’Ambrogio e al suo valore per la comunità locale. La giornata si concluderà con l’esibizione del coro ‘Le Voci del Mesma’ che offrirà un finale di grande suggestione artistica. Un anniversario che non è solo celebrazione, ma anche occasione per rinnovare la missione vincenziana: “Serviens in spe – Servire nella speranza”.
(Foto: Società San Vincenzo De Paoli)
Papa Francesco: non c’è giustizia senza misericordia
“Siete stati chiamati a una missione nobile e delicata: rappresentate l’organo di garanzia dell’autonomia e dell’indipendenza dei magistrati ordinari e avete il compito di amministrare la giurisdizione. La Costituzione italiana vi affida una vocazione particolare, che è un dono e un compito perché la giustizia è amministrata in nome del popolo”: così è iniziato il discorso di papa Francesco ricevendo i membri del Consiglio Superiore della Magistratura con un riferimento all’art. 101 della Costituzione Italiana.
XXII domenica: Religione vera è la Parola scevra da ipocrisia
Che cosa è la Religione? Dal verbo ‘religo’ indica il legame tra l’uomo e Dio. La religione può essere naturale e soprannaturale: è naturale se è frutto dell’intelligenza umana e si identifica con la coscienza che è la voce di Dio in noi; è religione soprannaturale se proviene direttamente da Dio attraverso la rivelazione ed indica il rapporto che deve stabilirsi tra l’uomo e Dio.
Papa Francesco: i Santi rimandano a Gesù
Al termine dell’udienza generale odierna, in streaming dal Palazzo Apostolico, papa Francesco ha lanciato due appelli, di cui uno per le vittime delle inondazioni in Indonesia e Timor Est: “Desidero assicurare il mio ricordo nelle preghiere per le vittime delle innondazioni che nei giorni scorsi hanno colpito l’Indonesia e il Timor Est. Il Signore accolga i defunti e conforti i famigliari e sostenga quanti hanno perso la loro abitazione”.
Mons. Delpini ai ragazzi: la libertà crea legami
Ieri l’arcivescovo di Milano, mons. Mario Delpini, ha inaugurato i locali dell’oratorio parrocchiale di Sant’Ilario Vescovo, nel quartiere Gallaratese, nel giorno in cui tutta la Diocesi inizia il nuovo anno oratoriano, con un richiamo alla situazione attuale e alla società, immaginata come una casa in cui vivono 5 sorelle:
“Nella Casa Libertà abitano 5 sorelle. La più piccola è la libertà bambina che ha l’abitudine dei capricci, eppure anche lei cerca gli abbracci e vuole essere coccolata. Non ama i rischi e non è pronta per le responsabilità… Poi, l’adolescente che si chiama la libertà confusa, sempre incerta e che non ascolta nessun consiglio; che è come una macchina che sta sempre agli incroci e non si decide mai per nessuna strada perché non sa dove andare. Ha mille possibilità, ma non ne realizza neppure una”.
La ‘terza libertà’ è quella ‘stanca’: “… la più grande si chiama la libertà stanca e non si aspetta niente dal futuro, si aspetta solo guai. Dice che è meglio l’inerzia e la ripetizione; che le abitudini sono più rassicuranti delle avventure e delle scelte coraggiose. Ama fare le cose che ha sempre fatto, dire le cose che ha sempre detto”.
La libertà successiva è quella ‘arrabbiata’: “La quarta è la libertà arrabbiata per la quale ogni regola e disciplina sono insopportabili, ogni richiamo suscita la sua reazione. E’ ribelle a ogni autorità, non riesce a stare con nessuno, né con gli altri e nemmeno con se stessa”.
Mentre l’ultima è “la libertà felice, quella che ha sentito pronunciare il suo nome da una voce amica che l’ha condotta nei giardini dell’amore dove si è a servizio gli uni degli altri, là dove ci sono i fratelli e le sorelle da servire. La comunità cristiana celebra oggi, come ogni domenica, la libertà felice in questa città dove ci sono tutte le 5 sorelle… Lei è dove si radunano coloro che liberamente decidono di praticare il grande comandamento”.
Ed il comandamento è il legame: “Il grande comandamento è l’offerta di quel legame d’amore che corrisponde al desiderio profondo dell’anima e che chiama alla pienezza di vita. E’, quindi, una strada di felicità, perché introduce al rapporto con il Signore che si chiama amore, superando ogni confusione e vivendo nella pace. La parrocchia e l’oratorio non sono fatti solo di mura e iniziative, sono, piuttosto, il luogo che tesse i rapporti, in cui gli adulti (in particolare la comunità educante) vogliono accompagnare i più giovani alla libertà felice.
E’ una strada di semplicità, che dura per sempre. E’ una strada di guarigione per le forme di libertà malate che affliggono coloro che abitano nella città: il mondo deve essere aggiustato, la città invoca d’essere guarita, di poter sperimentare la gioia. Ma la guarigione è possibile solo se tutto è animato dalla decisione di amare e dalla gratitudine per essere amati, cioè dalla libertà felice”.
E nella lettera in occasione della riapertura degli oratori, ‘Trasfigurati dallo stupore’, l’arcivescovo ha scritto: “I discepoli in cammino verso Emmaus raccontano la vicenda di Gesù come un fallimento deludente, secondo la cronaca degli stupidi. Ma li sorprende il viandante sconosciuto e racconta la stessa vicenda come il compimento di una missione. Li sorprende e lo stupore li trasfigura, al punto che quando Gesù condivide il pane, non vedono solo un gesto qualsiasi, ma la sua rivelazione”.
Ed ha invitato i ragazzi a lasciarsi coinvolgere come ha fatto Carlo Acutis: “Anche la storia di Carlo Acutis, morto di leucemia a 15 anni, si può leggere come un fatto di cronaca che racconta di un destino crudele che ha spezzato una promettente adolescenza. Chi è trasfigurato dello stupore riconosce invece la rivelazione della santità di un ragazzo. La festa dell’oratorio e la proposta educativa della comunità cristiana può essere ricevuta come un dono che permette la trasfigurazione: da stupidi a stupiti”.
(Foto: Diocesi di Milano)




























