Tag Archives: Legalità
Carceri italiane: sovraffollamento al 124%. Dalla San Vincenzo De Paoli un impegno per dignità, reinserimento e legalità
63.734 detenuti a fronte di una capienza reale di 46.126 posti: il sovraffollamento medio nelle carceri italiane è del 124%, con situazioni particolarmente critiche in alcuni istituti. Circa il 65 per cento della popolazione detenuta presenta forme di disagio psichico; nei primi 40 giorni del 2026 si sono registrati 7 suicidi. I detenuti stranieri sono oltre 20.000, pari al 31,6% del totale. Negli Istituti Penali per Minorenni sono ristretti 631 giovani, il 62% ha meno di 18 anni.
Sono i dati richiamati dal prof. Franco Prina nel suo intervento all’Assemblea Nazionale della Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia. Numeri che raccontano una realtà complessa e richiedono un impegno condiviso.
Nel suo contributo, Prina ha evidenziato come il volontariato trovi pieno riconoscimento nei principi costituzionali e nel Codice del Terzo Settore, che ne valorizza il ruolo nella co-programmazione e nella collaborazione con le istituzioni pubbliche. In ambito penitenziario, ciò si traduce in una presenza che accompagna le persone detenute, sostiene i percorsi trattamentali e contribuisce a mantenere un legame vivo tra carcere e comunità:
“Il volontariato non è un soggetto esterno o occasionale, ma parte integrante della comunità che si assume responsabilità verso il bene comune. Nel sistema penitenziario questo significa concorrere, in dialogo con l’amministrazione, a rendere effettiva la funzione rieducativa della pena e a custodire l’equilibrio tra sicurezza e rispetto dei diritti fondamentali”.
Una prospettiva pienamente condivisa dalla Federazione Nazionale Italiana Società di San Vincenzo De Paoli, presente all’Assemblea con i propri rappresentanti nazionali, la Presidente Paola Da Ros, il Vice Presidente Marco Guercio e la responsabile del Settore Carcere e Devianza, Antonella Caldart.:
“La pena, come prevede la Costituzione, deve mantenere una finalità rieducativa e garantire condizioni di umanità. Chi vive il carisma vincenziano è facilitato nel servizio alla fragilità e quindi anche alla persona detenuta. Federico Ozanam ci richiama a lavorare sulla dignità, ridando speranza e prendendoci cura anche delle famiglie”..Si traducono così in azione i principi costituzionali e la visione del volontariato come ponte tra carcere e comunità, come richiamato dal prof. Prina.
Il richiamo alla dignità si traduce in un impegno concreto e quotidiano dentro gli istituti penitenziari, ma anche nella promozione di una cultura della responsabilità condivisa, nella consapevolezza che la realtà carceraria riguarda l’intera comunità.
Accanto all’accompagnamento delle persone detenute, diventa fondamentale lavorare anche sul piano della prevenzione e dell’educazione alla legalità, soprattutto tra i più giovani. Negli ultimi mesi, il Settore Carcere e Devianza ha lanciato il progetto ‘ScegliAmo Bene’, un nuovo percorso educativo rivolto agli studenti delle scuole superiori. L’iniziativa mira a sensibilizzare i giovani sul valore della legalità, sulla responsabilità delle proprie scelte e sull’importanza del ruolo attivo nella comunità.
Attraverso laboratori, incontri con formatori di rilievo e attività pratiche, gli studenti hanno l’opportunità di confrontarsi con esperienze concrete e partecipative, sviluppando consapevolezza e autonomia. Il percorso prevede anche la possibilità di mettersi alla prova come volontari, contribuendo direttamente a progetti sociali sul territorio: “Educare alla legalità significa anche formare cittadini consapevoli, pronti a partecipare attivamente alla vita della comunità”, ha spiegato Antonella Caldart.
La Società di San Vincenzo De Paoli investe molto anche nella formazione dei volontari che consente di comprendere la complessità del disagio sociale e psichico presente nelle carceri, operare con competenza e responsabilità, sviluppare una cultura del rispetto dei diritti, rafforzare il dialogo con le istituzioni e gli operatori del sistema penitenziario.
A conferma di questo impegno, si è concluso il 14 febbraio ad Ancona il percorso di formazione ‘Essere presenza nel mondo del carcere’ organizzato insieme ai volontari delle Marche. Oltre cento iscritti provenienti da diverse regioni italiane (giovani under 30 e volontari con esperienza consolidata) hanno preso parte a un ciclo formativo seguito anche da altri Paesi europei, con oltre 1.200 visualizzazioni online.
A distinguere il percorso è stata una scelta metodologica precisa: affrontare insieme giustizia minorile e detenzione degli adulti, offrendo una visione integrata del sistema penale e mettendone in luce differenze, criticità e continuità. Gli otto incontri, svolti tra Ancona, Pesaro e Ascoli Piceno, hanno approfondito temi centrali come devianza minorile, ascolto empatico, misure alternative, reinserimento sociale, criminalità e dipendenze, ha sottolineato ancora Antonella Caldart:
“Oltre la buona volontà per entrare in carcere servono competenze, capacità di ascolto e la consapevolezza che anche il più piccolo segnale di sollievo alla sofferenza delle persone recluse diventa una spinta a continuare”.
Accanto alla presenza negli istituti, la Società promuove iniziative culturali come il Premio Castelli, concorso letterario che valorizza la scrittura come spazio di riflessione e crescita personale, ha ricordato Caldart:
“Le esperienze formative e lavorative durante la detenzione favoriscono percorsi di responsabilizzazione e riducono il rischio di recidiva. Offrire occasioni di studio, formazione e lavoro significa preparare il reinserimento nella comunità. Anche il Premio Castelli nasce con questa finalità: aiutare la persona a riconoscersi oltre il reato e a ritrovare la propria dignità”. Si contribuisce così a rendere il carcere un servizio pubblico rieducativo rispettando la visione del volontariato come soggetto che, insieme alle istituzioni, trasforma concretamente le condizioni di vita negli istituti.
Sempre più realtà territoriali dell’Associazione accolgono inoltre persone inserite in percorsi alternativi alla detenzione, come la Messa alla Prova e i lavori di pubblica utilità, contribuendo a costruire occasioni concrete di responsabilità e reintegrazione.
Come ha evidenziato il prof. Prina un carcere costituzionalmente orientato è un carcere aperto alla comunità, che non comprime altri diritti fondamentali. In questo quadro, il volontariato rappresenta un ponte tra istituzione e società, contribuendo a rendere l’esecuzione penale un autentico servizio pubblico, attento sia alla sicurezza sia alla dignità della persona.
Dall’Assemblea è emersa con chiarezza una convinzione comune: la collaborazione tra istituzioni e società civile, nel rispetto dei ruoli e delle competenze, è un elemento essenziale per rendere effettiva la funzione rieducativa della pena e per rafforzare la coesione sociale. In una realtà complessa, il contributo del volontariato si propone come presenza costruttiva e responsabile, a servizio della persona detenuta e dell’intera comunità.
Don Marco Pozza alla San Vincenzo De Paoli: è qui che il bene scandalizza
Il carcere, nell’immaginario collettivo, resta il luogo del fallimento definitivo: lo spazio del giudizio senza appello, dove la persona finisce per coincidere con il reato commesso. Un mondo che si osserva da lontano, con sospetto, come se oltre quelle mura non potesse più nascere nulla di buono.
Eppure, per don Marco Pozza, cappellano del carcere Due Palazzi di Padova da 14 anni, è vero l’opposto: “Per chi crede, non esiste cattedrale più bella del carcere per contemplare le capriole della Grazia di Dio. E’ il luogo dove il bene, quando accade, scandalizza più del male”.
Pozza è stato ospite dell’incontro ‘Oltre le mura. La libertà di un pensiero che non si arrende’, promosso dal Settore Carcere e Devianza della Federazione Nazionale Italiana Società di San Vincenzo De Paoli ODV nell’ambito del progetto ‘ScegliAmo Bene’, iniziativa che promuove la cultura della legalità tra gli studenti e la società civile.
Un’occasione di riflessione che ha messo in dialogo l’esperienza pastorale maturata dentro gli istituti penitenziari e l’impegno quotidiano del volontariato, come ha spiegato il sacerdote: “Il male in carcere lo conoscono tutti. Il bene che nasce nella terra del male, invece, non è scontato. Quando lo vedi accadere sotto i tuoi occhi, destabilizza. Perché apre brecce in storie che sembravano già chiuse”.
Dietro le sbarre, ha raccontato don Pozza, il Vangelo prende corpo ogni giorno: “Non c’è bisogno di spiegare chi fossero Levi o Maddalena. Le loro storie accadono davanti a te. Ma non basta vedere: occorre credere a ciò che si è visto e poi raccontarlo con la vita”.
Uno sguardo diverso può riaprire possibilità inattese. Don Marco richiama spesso la figura manzoniana dell’Innominato: “Lucia gli ricorda che ha ancora un cuore. In carcere succede lo stesso. Quando per anni ti senti dire che sei solo un errore, finisci per crederci. Ma se qualcuno, anche solo una volta, ti guarda come nessuno ha mai fatto, nasce il sospetto di poter essere altro rispetto al male commesso”.
E’ proprio su questo sguardo che insiste l’azione della Società di San Vincenzo De Paoli, come ha spiegato spiega Antonella Caldart, responsabile nazionale del Settore Carcere e Devianza: “Essere presenza in carcere significa esserci davvero e avere occhi capaci di andare oltre il reato. Presenziare con il corpo e con l’anima. Condividere tempo, ascolto, fatica lontani da ogni forma di giudizio”.
Un impegno costante coinvolge il Settore Carcere e Devianza della Società di San Vincenzo De Paoli che, solo, negli ultimi mesi ha rafforzato in modo significativo anche il lavoro sulla formazione dei volontari, considerata una condizione essenziale per una presenza autentica e responsabile negli istituti penitenziari. In questa prospettiva si è collocato il percorso ‘Essere presenza nel mondo del carcere’, promosso nelle Marche e conclusosi sabato 14 febbraio, che ha registrato oltre 100 iscritti, provenienti dall’Italia e dall’Estero, e più di 1200 visualizzazioni online, segno di un interesse diffuso e trasversale verso il mondo carcerario.
Magistrati, agenti di polizia penitenziaria, psicologi, educatori, criminologi, medici, garanti dei diritti delle persone private della libertà e volontari con lunga esperienza hanno contribuito a un percorso che ha affrontato temi centrali come la devianza minorile, l’ascolto empatico, le misure alternative alla detenzione, il reinserimento sociale e il sostegno alle famiglie dei detenuti, soprattutto quando sono coinvolti figli minori.
Il percorso formativo ha contribuito alla nascita di nuove Conferenze della Società di San Vincenzo De Paoli formate da volontari pronte a operare nelle carceri delle Marche e di altre regioni. Una presenza, ad oggi sono più di 200 i volontari dell’Associazione impegnati nelle carceri italiane, che darà continuità a una missione che non si limita all’assistenza, ma mira a restituire dignità, relazioni e futuro, ha aggiunto la responsabile nazionale Caldart:
“Essere volontari in carcere significa spendersi perché l’altro riacquisisca la propria dignità. E’ una fatica quotidiana, le delusioni spesso superano le soddisfazioni. Ma anche il più piccolo segnale di cambiamento delle persone recluse diventa una spinta a continuare”.
Per cui don Marco Pozza ha concluso: “Se cambia chi sembrava irrecuperabile, allora tutti siamo costretti a farci una domanda”. E’ una provocazione che riguarda l’intera comunità. Perché, forse, il carcere non è solo il luogo dove si sconta una pena, ma anche quello in cui si misura la capacità di una società di non arrendersi all’idea che il male abbia sempre l’ultima parola.
Il Settore Carcere e Devianza della Federazione Nazionale Italiana Società di San Vincenzo De Paoli si dedica alla formazione dei volontari penitenziari e alla realizzazione di attività rivolte alle persone detenute e alle loro famiglie, in collaborazione con le Direzioni degli istituti, il Tribunale di Sorveglianza, l’UEPE e altre realtà del territorio.
Tra le iniziative promosse anche il Premio Carlo Castelli, concorso letterario per detenuti delle carceri italiane e degli Istituti penali per minorenni, patrocinato da Camera, Senato e Ministero della Giustizia e insignito della medaglia del Presidente della Repubblica.
(Foto: San Vincenzo De Paoli)
Società di San Vincenzo De Paoli: nasce il progetto ‘ScegliAmo Bene’ per educare i giovani alla legalità e alla responsabilità sociale
La Federazione Nazionale Italiana Società di San Vincenzo De Paoli ODV lancia ‘ScegliAmo Bene’, un nuovo progetto educativo rivolto agli studenti delle scuole superiori, promosso dal Settore Carcere e Devianza. L’iniziativa mira a sensibilizzare i giovani sul valore della legalità, sulla responsabilità delle proprie scelte e sull’importanza del ruolo attivo nella comunità.
Attraverso laboratori, incontri con formatori di rilievo e attività pratiche, gli studenti avranno l’opportunità di confrontarsi con esperienze concrete e partecipative, sviluppando consapevolezza e autonomia. Il percorso prevede anche la possibilità di mettersi alla prova come volontari, contribuendo direttamente a progetti sociali sul territorio.
Antonella Caldart, Responsabile del Settore Carcere e Devianza, spiega: “Il progetto vuole essere un ponte tra esperienza educativa e impegno civile, offrendo ai giovani strumenti concreti per costruire un futuro più giusto, solidale e responsabile. Crediamo che educare alla legalità significhi anche formare cittadini consapevoli, pronti a partecipare attivamente alla vita della comunità”.
La prima edizione del progetto prenderà avvio a Brescia e si estenderà a livello nazionale, coinvolgendo tutte le scuole superiori che hanno sede in comuni in cui la Società di San Vincenzo De Paoli abbia una propria Conferenza. Le scuole interessate e i partner locali saranno coinvolti nella realizzazione di laboratori interattivi, incontri con esperti e attività creative finalizzate alla riflessione sulla legalità e sulla responsabilità sociale.
Per informazioni e contatti si può scrivere a: carcere.devianza@sanvincenzoitalia.it oppure far riferimento alla Conferenza della Società di San Vincenzo De Paoli presente nel territorio dell’Istituto scolastico che intenderà aderire. La Società di San Vincenzo De Paoli conferma così il suo impegno nella formazione dei giovani e nella promozione della responsabilità sociale, rafforzando valori di solidarietà, legalità e cittadinanza attiva.
(Foto: Società San Vincenzo De’ Paoli)
A Catania mons. Renna proclama un anno giubilare agatino
“Al termine di questa giornata nella quale abbiamo fatto memoria e ringraziato il Signore per gli 899 anni del ritorno delle reliquie di sant’Agata a Catania, in quella memoria liturgica che viene denominata traslazione, vi annuncio con gioia che ho chiesto alla Penitenzieria Apostolica, l’organo della Santa Sede preposto dal Santo Padre per le celebrazioni giubilari, che in occasione del nono centenario della traslazione delle reliquie della nostra santa, nel 2026, sia proclamato un anno giubilare agatino per l’arcidiocesi di Catania. Ho già ricevuto risposta positiva: l’anno giubilare inizierà l’11 gennaio prossimo, festa del Battesimo del Signore e proseguirà fino al 18 agosto del 2026, giorno della Dedicazione della Cattedrale”.
Lo ha annunciato domenica scorsa l’arcivescovo di Catania, mons. Luigi Renna, dopo aver annunciato per il 2026 la celebrazione dell’Anno giubilare agatino per i 900 anni del ritorno delle reliquie di sant’Agata a Catania, fissando anche due importanti appuntamenti: “Il fulcro dei festeggiamenti saranno le due date delle festività del 4-5-6 febbraio, nelle quali interverrà sua Eminenza il cardinal Mario Grech, Segretario del Sinodo universale, di origine maltese, la grande isola a noi vicina che ha come patrona secondaria sant’Agata.
E poi, ho chiesto che il Santo Padre invii un legato pontifico con un suo personale messaggio per i festeggiamenti del 16 e 17 agosto del 2026, nei quali faremo commemorazione dell’arrivo delle reliquie di sant’Agata a Catania”.
Nell’annuncio mons. Renna ha ricordato il gesto del vescovo verso la santa: “La lettera del vescovo Maurizio, che le accolse in questa giornata nel 1126, ci dice che egli stesso andò incontro a sant’Agata a piedi nudi e con una veste bianca, con i segni cioè della penitenza e con il desiderio della vita nuova: un forte richiamo alla veste battesimale che dobbiamo tenere sempre pura e senza macchia per presentarla così al Signore, ricca solo di carità. Quel gesto del mio predecessore vescovo, che trova riscontro nell’abito che voi devoti indossate, il sobrio sacco bianco con il copricapo di colore nero, ci dice che il vero fulcro dei festeggiamenti di sant’Agata è il nostro cuore”.
Quindi il nucleo dei festeggiamenti giubilari è il cuore: “E’ il nostro cuore l’altare da cui sale l’incenso della nostra preghiera e dell’amore a Dio, di una vita impegnata nella carità, che ama il prossimo come sé stesso. L’anno giubilare agatino, come questo anno 2025, ci viene dato per cambiare i nostri cuori… Non mancherà un segno eloquente che dica che la nostra fede si traduce in carità: un’opera di carità per i bisogni della nostra Catania, che rimanga nel tempo, oltre questo anno. Durante l’anno il velo di sant’Agata, segno del suo patrocinio su tutta la Arcidiocesi, sarà pellegrino nelle varie città e paesi della nostra Chiesa locale”.
Per questo ha chiesto tre impegni: “Il primo: la cura dei ragazzi e dei piccoli nelle famiglie. Non lasciateli per strada, collaborate con le scuole e le parrocchie, cari adulti. Nel 2026, a Natale, vorrò benedire tutti i bambini e le bambine che porteranno il nome, come primo nome, di Agata o Agatino o Salvatore, in onore dello sposo di sant’Agata, Gesù Salvatore: che si torni nelle famiglie a dare nomi cristiani, non di personalità che non possono essere esempi di vita cristiana e che non possiamo invocare il giorno del battesimo dei nostri bambini. Ma nel dare un nome cristiano, cari adulti, dovete impegnarvi all’educazione cristiana e umana dei vostri figli, sottraendoli da ciò che può nuocere al loro futuro, cioè alla malavita, alle dipendenze di ogni tipo, alla superficialità”.
Il secondo impegno è un invito a fare rete: “L’altro impegno morale per tutti coloro che hanno a cuore la cosa pubblica, politici, amministratori di enti, imprenditori, uomini e donne delle istituzioni culturali: sappiate far rete perché Catania risorga nella concordia, nella cura di sé: via le lotte intestine, via gli interessi personali, via tutto ciò che ha frenato lo sviluppo di questa città e la sua pulizia morale”.
Il terzo impegno è un invito ai giovani ed agli educatori: “Prendete sant’Agata ad amica della vostra giovinezza. E voi sacerdoti, catechisti, educatori, volontari, sappiate che questi giovani hanno bisogno di chi stia loro accanto, di chi ‘perda’, anzi doni loro il proprio tempo facendoli sentire amati”.
Mentre nell’omelia l’arcivescovo di Catania ha ricordato quello che successe 899 anni prima: “Carissimi fratelli e sorelle, all’alba del 17 agosto di ottocento novantanove anni fa un grido di gioia, secondo una attestata tradizione, si diffondeva nella nostra città: le reliquie di sant’Agata tornavano a Catania; era finalmente possibile venerare la santa catanese di cui era rimasta viva la memoria nonostante per più di un secolo la vita cristiana fosse stata mortificata, ma non cancellata. Il legame tra Agata e Catania non si era interrotto, ma da quel 17 agosto del 1126 si è ravvivato. Questo legame non va vissuto mai automaticamente, ma va’ sempre purificato, rinnovato, attualizzato”.
Quindi ha spiegato il significato della divisione ‘evangelica’: “Ai tempi di sant’Agata molte famiglie vivevano una divisione al loro interno a causa della fede, perché uno sceglieva di essere cristiano, mentre i suoi parenti lo avversavano e arrivavano persino ad ucciderlo, così come accadde per santa Barbara di Nicomedia, che secondo una tradizione fu uccisa dal suo stesso padre”.
Ecco il motivo per cui ha richiamato un episodio di Piergiorgio Frassati: “Mi ha colpito un episodio della vita del beato Piergiorgio Frassati, in cui suo padre Alfredo si lamentò con il parroco perché aveva visto che Piergiorgio recitava il rosario prima di addormentarsi, e il sacerdote per tutta risposta gli disse: Cosa vuoi, che si addormenti con accanto un romanzaccio?”
Tale divisione avviene sempre: “E’ la divisione fra Quinziano, Afrodisia da una parte ed Agata dall’altra. E’ quella che vediamo quando c’è chi sceglie la strada della legalità, come la giovane eroina siciliana Rita Atria che prese le distanze dal modo di agire della sua famiglia e collaborò con il giudice Borsellino. Quante persone ripudiano un modo di fare discutibile e per questo vengono segnate a dito ed escluse: si crea una divisione, che se da alcuni viene vissuta con violenza, da chi è sempre pronto a ricorrere alla corruzione e alle armi, nei santi martiri trova risposta nella mitezza e nella giustizia”.
Ricordando chi soffre per le guerre ha invitato ad offrire una testimonianza cristiana nello stile di sant’Agata: “Sant’Agata ha saputo giudicare il tempo in cui era urgente dare testimonianza a Cristo e non si è tirata indietro. Anche noi vogliamo fare come lei! E’ tempo di una testimonianza cristiana più coerente e verace. E’ tempo di aiutare la nostra città e i nostri quartieri a risorgere. E’ tempo di dare uno sviluppo nuovo al volontariato che si prenda cura dei più fragili e di impegnarsi in una politica che abbia a cuore la concordia per affrontare i problemi.
Noi agiamo in base a ciò che sentiamo dentro, ed oggi vogliamo riascoltare le motivazioni che hanno portato sant’Agata a testimoniare Gesù Cristo. Sant’Agostino diceva che noi agiamo sempre in base a ciò che ci piace di più (delectatio victrix): che ci piaccia di più ciò che piace a Dio, ciò che ci rende graditi a lui, così come è stato sant’Agata. Così saremo anche sicuri di fare ciò che è bene per gli altri, nostri fratelli in Cristo”.
Attilio Momi è il nuovo Presidente del Consiglio Centrale di Vittorio Veneto – Società di San Vincenzo De Paoli ODV
Cambio al vertice per il Consiglio Centrale di Vittorio Veneto Società di San Vincenzo De Paoli ODV. Attilio Momi è stato ufficialmente nominato nuovo Presidente, assumendo un incarico di grande responsabilità all’interno di un’organizzazione che, da anni, opera silenziosamente a fianco delle persone più fragili del territorio.
Nel suo primo intervento da neo eletto, il Presidente Momi ha voluto esprimere un sentito ringraziamento a tutti coloro che hanno riposto in lui fiducia e sostegno: “Sono ottimista e carico per il lavoro che ci apprestiamo a fare insieme ai membri dell’Ufficio di Presidenza e alle Conferenze della nostra Diocesi. Si tratta di un impegno prezioso, rivolto alle famiglie e alle persone in difficoltà, con una visione che considera l’aiuto non come semplice assistenza, ma come accompagnamento in un percorso di miglioramento e crescita”.
Parole che delineano chiaramente l’approccio che il nuovo Presidente intende promuovere in linea con il carisma della Società di San Vincenzo De Paoli: non solo fornire aiuti materiali, ma costruire relazioni di vicinanza e percorsi di rinascita per chi si trova in situazioni di disagio. Durante la cerimonia di nomina, Attilio Momi ha voluto rivolgere un ringraziamento particolare anche alla Presidente Nazionale dell’Associazione, Paola Da Ros, e al Consigliere Spirituale, Don Andrea Forest, entrambi presenti.
“La loro presenza è stata per tutti noi un forte segno di comunione e sostegno”, ha sottolineato, evidenziando l’importanza della collaborazione tra i vari livelli dell’organizzazione e del sostegno spirituale che accompagna il servizio quotidiano dei volontari vincenziani. Con la nomina di Attilio Momi, il Consiglio Centrale di Vittorio Veneto si appresta dunque a intraprendere un nuovo inizio, nel solco dei valori dell’Associazione e con lo sguardo rivolto al futuro per continuare a essere un punto di riferimento concreto e umano per chi vive situazioni di solitudine, povertà o emarginazione e non solo.
Si intende contribuire alla costruzione di un tessuto sociale più giusto e inclusivo con progetti mirati che agiscono su diversi fronti. Spiccano due iniziative di particolare rilievo: il progetto sulla legalità nelle scuole ‘ScegliAmo Bene –Giornata per la legalità e per una comunità responsabile’ ed il corso di italiano per mamme straniere, ‘Italiano in Movimento’.
“Intendiamo abbracciare il progetto ‘ScegliAmo Bene – Giornata per la legalità e per una comunità responsabile’ promosso dalla Società di San Vincenzo De Paoli in collaborazione con il Settore Carcere e Devianze”, confida Attilio Momi. L’iniziativa è rivolta alle scuole italiane e attraverso incontri, dibattiti elaboratori, accompagna i giovani nella costruzione della propria identità civica, stimolandoli a riflettere sull’importanza delle scelte consapevoli, del rispetto delle regole e del bene comune.
“In un contesto sociale segnato da frammentazione e perdita di punti di riferimento, questa azione educativa rappresenta un seme di speranza per costruire una comunità più responsabile e coesa” ha specificato il Presidente Momi. Il progetto ‘Italiano in Movimento’ è stato avviato dalla Conferenza di Oderzo. Si tratta di un corso di lingua italiana rivolto a mamme straniere e rappresenta un importante strumento di integrazione, di sostegno concreto e personalizzato alle donne assistite. Il corso favorisce l’incontro tra culture diverse e sostiene le partecipanti nell’acquisizione di competenze linguistiche fondamentali per la vita quotidiana e l’inserimento sociale.
“Accanto ai progetti culturali ed educativi – dichiara Attilio Momi – il Consiglio Centrale di Vittorio Veneto intende proseguire nella valorizzazione del patrimonio costruito nel tempo insieme alle singole Conferenze. L’attenzione alla persona, nelle sue molteplici dimensioni e necessità, continuerà a rappresentare la nostra priorità. A tal fine verrà mantenuta una stretta collaborazione con le amministrazioni comunali, i benefattori locali e le realtà del volontariato.
Saranno inoltre promosse nuove iniziative rivolte in particolare alle giovani generazioni, come borse di studio e contributi per il trasporto scolastico, con l’obiettivo di sostenere concretamente il diritto allo studio e accompagnare i ragazzi nel loro percorso di crescita personale e formativa”, conclude.
Un insieme di azioni e progetti che mettono in luce la varietà e la profondità dell’impegno quotidiano del Consiglio Centrale che opera nel segno di una solidarietà concreta. L’Ufficio di Presidenza e tutte le Conferenze della Diocesi guardano con fiducia al nuovo corso, certi che sotto la guida del neo Presidente si proseguirà nel cammino di servizio e dedizione che da sempre caratterizza questa storica realtà.
(Foto: Società San Vincenzo de’ Paoli)
Card. Semeraro: Dio punto di riferimento per il beato Floribert Bwana Chui
Un grande applauso si è levato nella basilica di san Paolo fuori le Mura, domenica scorsa, quando il card. Marcello Semeraro, prefetto del Dicastero per le Cause dei Santi, ha letto la lettera apostolica con cui papa Leone XIV ha proclamato beato Floribert Bwana Chui, giovane congolese della Comunità di Sant’Egidio, ucciso a 26 anni per essersi rifiutato di far passare alla frontiera tra la Repubblica Democratica del Congo e il Ruanda un carico di riso avariato.
Floribert è il primo martire africano ucciso a causa della corruzione: la sua memoria liturgica è stata fissata all’8 luglio, giorno della sua morte. La celebrazione della beatificazione, tenutasi a Roma per le precarie condizioni di sicurezza a Goma, sua città natale, è stata presieduta dal card. Semeraro e concelebrata da mons. Willy Ngumbi, vescovo di Goma, dal card. Fridolin Ambongo, arcivescovo di Kinshasa, e da molti vescovi congolesi, insieme a molti rappresentanti delle Comunità di Sant’Egidio provenienti dal Congo e da altri paesi africani (tra cui Benin, Burundi, Costa d’Avorio, Malawi, Mozambico, Senegal e Togo).
Nell’omelia, il card. Semeraro ha ricordato Floribert come un giovane fedele laico della Chiesa di Goma e membro responsabile della Comunità di Sant’Egidio, totalmente aperto all’amore di Dio, che lo ha plasmato fino a orientarne in profondità ogni scelta: “In ogni occasione della vita Dio era il suo riferimento. Una prova concreta è la sua Bibbia, oggi custodita a Roma nel Santuario dei Nuovi Martiri a San Bartolomeo all’Isola, segnata dalle tracce di una lettura costante”.
E nella ‘luce’ trinitaria può essere annoverato anche questo giovane santo: “Penso che in questa luce possiamo comprendere anche la testimonianza di Floribert, fedele laico della Chiesa di Goma e membro responsabile della Comunità di Sant’Egidio. Egli si è totalmente aperto all’amore che lo abbracciava al punto da lasciarsene plasmare nel profondo e farne la bussola che orientava le sue scelte. E’ quanto appare dalle testimonianze raccolte su di lui: in ogni occasione della vita, Dio era il suo riferimento. E che così fosse davvero, lo prova la copia della sua Bibbia, conservata a Roma, nel Santuario dei Nuovi Martiri a San Bartolomeo all’Isola, che mostra le tracce di una lettura costante”.
Proprio dalla spiritualità della Comunità di Sant’Egidio nasce la sua attenzione ai poveri: “Da qui nasce la sua attenzione ai poveri di Goma, in particolare ai più disprezzati e marginali, cioè i bambini di strada. A questi bambini, sradicati e senza famiglia, egli voleva dare speranza e futuro, e anche per questo si impegnava con loro nella Scuola della Pace”.
Infatti lui scriveva che ‘Tutti hanno diritto alla pace nel cuore’: “In un tempo segnato dalla guerra e dalla violenza, in cui tanti nella Repubblica Democratica del Congo e altrove cercano la pace, queste parole ci colpiscono più che mai. Se oggi, infatti, celebriamo qui a Roma la sua beatificazione, lo sapete, è perché purtroppo a Goma mancano le condizioni di sicurezza e tranquillità. Floribert, del resto, sperava di poter fare un pellegrinaggio a Roma. Questo suo desiderio (in qualche modo) si compie spiritualmente con l’odierna celebrazione”.
Questo era vissuto quotidianamente da lui nella sua città: “Il nostro Beato cercava tutto questo nel clima teso della sua città. Tra le testimonianze raccolte si legge che egli non voleva la guerra e che proprio con il suo impegno intendeva riunire i giovani di Goma come in una famiglia. Scelse perciò di condividere l’impegno di Sant’Egidio per la pace, perché (diceva) ‘mette tutti i popoli alla stessa tavola’. Sognava di essere un uomo di pace e di poter così contribuire alla pace della sua terra, che amava tanto. Oggi, dunque, facciamo nostra la sua aspirazione a un Congo in pace, raccolto alla stessa tavola come una famiglia”.
Vivendo l’eucarestia giunse a sacrificare la propria vita per salvare altre persone: “Per questo giovane uomo, giunse presto il momento della scelta: fu quando, con le minacce e le lusinghe della corruzione, gli fu chiesto di far passare alla dogana del cibo avariato che avrebbe avvelenato le tavole della gente di Goma… La scelta era decisiva; in quel momento drammatico, si trattava di scegliere tra il vivere per sé stessi e il vivere per Cristo. E questo ha un prezzo; è, anzi, un caro prezzo. Nel nostro contesto, la grazia a caro prezzo è la resistenza al male, fino in fondo, sino all’effusione del sangue”.
La sua fedeltà al Vangelo è’ un esempio per i giovani: “Lo è per tanti giovani africani, cui insegna a non lasciarsi vincere dal male, ma a vincere il male con il bene. E’ un maestro di speranza per loro, e non soltanto, perché nel suo umile esempio tanti giovani di tutto il mondo possono scoprire la forza del bene e il coraggio di fare il bene, resistendo alle lusinghe di una vita dominata dalla paura e dal denaro”.
Prima della celebrazione eucaristica il card. Fridolin Ambongo, ha ringraziato la famiglia e la Comunità di sant’Egidio: “E poi cogliamo l’occasione per ringraziare e felicitarci con la famiglia biologica del beato Floribert, qui pure rappresentata. Come sapete, c’è la madre, ci sono i due fratelli. Certamente la famiglia di Floribert ha contribuito all’educazione alla fede, che ha poi permesso a Floribert di essere qui come modello di vita per quello che ha vissuto e fatto. Grazie.
Un ringraziamento particolare alla Comunità di Sant’Egidio, qui rappresentata da Marco, da Andrea, da tutti gli altri della Comunità, che è stata la famiglia spirituale di Floribert, e lo è. Questa famiglia spirituale è stata colei che ha condotto la causa di beatificazione del servo di Dio. Possiate voi, membri della Comunità di Sant’Egidio, accettare la nostra profonda riconoscenza. Che il Signore benedica il vostro lavoro per i valori evangelici!”
Il fondatore della Comunità di sant’Egidio, prof. Andrea Riccardi, ha ricordato il nuovo beato: “Questa figura di Floribert, che si è svelata con questa immagine innanzi a noi, ha molto da dire in questo tempo conflittuale e di culto della forza e del denaro. Questo giovane ventiseienne mostra che si può vincere il male con il bene, che la debolezza non è una condanna e che, nella debolezza di chi crede, di chi prega, di chi ama i poveri, c’è una forza.
Oggi, nell’umile Floribert c’è una nota eroica, che tante volte manca nella nostra vita rassegnata. Ma il beato Floribert Bwana Chui, con la sua testimonianza, fa scoprire questa nota eroica a ciascuno di noi. Fa scoprire una forza di pace, di bene, di cambiamento, di fiducia in Dio”.
(Foto: Comunità di sant’Egidio)
Ad Haiti AVSI sostiene la popolazione
“Da un anno la capitale di Haiti, Port-au-Prince, è sotto il controllo delle bande armate, così come le sue vie d’accesso. Gli scambi commerciali e il flusso di persone sono limitati e poco sicuri e questa è una delle cause della malnutrizione nei neonati e nei bambini piccoli. Nonostante le violenze, però, riusciamo a non interrompere quasi mai i nostri interventi, grazie agli oltre 100 operatori locali che vivono sul posto”: così ha detto all’agenzia ‘Dire’ Gabriele Regio, responsabile ad Haiti per la fondazione AVSI, presente nell’isola dal 1999.
La capitale, infatti, è ostaggio di scontri tra bande armate e forze di sicurezza regolari, e nelle violenze spesso sono coinvolti anche i civili, con centinaia di morti e migliaia di sfollati. Tale insicurezza ha ricadute sulle attività economiche e, secondo i dati Onu, circa 5.500.000 persone dipendono dagli aiuti, con quasi il 60% della popolazione in povertà, mentre 1.000.000 di giovani non va a scuola.
Quindi da Gabriele Regio ci facciamo narrare la situazione ad Haiti: “Il 2024 ha visto un peggioramento della situazione umanitaria, con un’intensificazione della violenza che ha portato alla perdita di vite umane, a sfollamenti massicci e al collasso dei servizi sociali di base. Secondo i dati del ‘Bureau des droits de l’homme des Nations Unies’, nel 2024 sono state uccise 5.600 persone, mentre il numero di sfollati è più che triplicato, superando il 1.000.000, di cui più della metà bambini. 2.212 persone sono state ferite durante questo periodo e 1.494 sono state rapite dalle bande.
I servizi sociali di base sono sull’orlo del collasso: alla fine dell’anno scolastico 2024, più di 900 scuole sono state chiuse e solo il 27% delle strutture sanitarie con posti letto a livello nazionale è pienamente funzionante. L’insicurezza alimentare è a un livello critico e colpisce 5.500.000 persone. Donne e bambini sono particolarmente vulnerabili alle conseguenze di questa crisi. Tra gennaio e novembre 2024, infatti, sono stati segnalati 5.857 episodi di violenza di genere, la maggior parte dei quali a sfondo sessuale, la cui percentuale contro i bambini è aumentata del 1.000% tra il 2023 e il 2024. Il reclutamento forzato di bambini da parte dei gruppi armati è aumentato del 70% nell’ultimo anno e si stima che fino alla metà dei membri dei gruppi armati siano giovanissimi.
Secondo un recente rapporto pubblicato da IOM a febbraio 2025, a seguito delle violenze armate verificatesi dal 14 febbraio 2025 in diversi quartieri dell’area metropolitana di Port-au-Prince, in totale sono 12.971 gli sfollati a causa delle violenze, la maggior parte dei quali nel comune di Port-au-Prince (62%). La metà degli sfollati ha trovato rifugio presso parenti in famiglie ospitanti, mentre l’altra metà è ospitata in 31 siti, 27 dei quali esistevano già prima degli incidenti e 4 sono stati creati di recente.
In questo contesto AVSI lavora nelle zone maggiormente colpite dal conflitto e dove, secondo recenti studi, gli indicatori di vulnerabilità sono ancora più gravi: oltre il 90% delle famiglie appartenenti a queste comunità non soddisfa le proprie esigenze basiche alimentari e più del 16% dei bambini minori di 5 anni soffre di malnutrizione”.
In quale modo è possibile riportare la legalità ad Haiti?
“Nel 2024 è stato istituito un nuovo governo di transizione, guidato da un Primo Ministro e da un Consiglio presidenziale di transizione, con l’obiettivo di rafforzare la sicurezza e organizzare elezioni libere ed eque. Tuttavia, l’instabilità politica è persistita, con diversi membri del Consiglio accusati di corruzione, e sono stati fatti pochi progressi nella definizione di un calendario elettorale.
Con l’intensificarsi delle violenze, la Missione multinazionale a sostegno della sicurezza (MMAS), autorizzata dalle Nazioni Unite, ha iniziato a dispiegarsi, partecipando a una serie di pattugliamenti e operazioni anticrimine con la polizia haitiana e ha sviluppato importanti garanzie per i diritti umani e meccanismi di monitoraggio e responsabilità, ma rimane nella fase di pre-dispiegamento, continua ad affrontare importanti sfide finanziarie e logistiche e non è stata in grado di sostenere efficacemente la polizia nella lotta contro i gruppi criminali a causa di finanziamenti e personale insufficienti.
Alla sessione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite di fine settembre, il Consiglio presidenziale di transizione di Haiti ha chiesto la trasformazione della Missione multinazionale di supporto alla sicurezza (MMS) in un’operazione di mantenimento della pace delle Nazioni Unite, al fine di garantire finanziamenti stabili, rafforzare le sue capacità e gli impegni assunti dagli stati membri delle Nazioni Unite a favore della sicurezza ad Haiti.
Al termine dei suoi primi 100 giorni di mandato, il primo ministro haitiano Alix Didier Fils-Aimé ha sottolineato in un discorso che ‘la sicurezza è la condizione per il successo della transizione. Non ci sarà ripresa economica senza sicurezza. Non ci sarà referendum senza sicurezza. Non ci saranno elezioni senza sicurezza’.
La sicurezza e la situazione umanitaria, il referendum costituzionale, lo svolgimento delle elezioni, la ripresa economica, la giustizia e lo stato di diritto sono i cinque progetti principali del governo, secondo il primo ministro, che ha insistito sul fatto che ‘le elezioni sono l’obiettivo finale della transizione, mentre la sicurezza è la condizione’.
Il ripristino della sicurezza dipenderà quindi da un maggiore investimento a favore della Missione multinazionale di supporto alla sicurezza per garantire un maggiore supporto alla Polizia Nazionale”.
I Paesi occidentali hanno dimenticato Haiti?
“Haiti è un paese che ha affrontato enormi sfide economiche e politiche. L’instabilità politica, le difficoltà economiche e i disastri naturali ricorrenti, come il devastante terremoto del 2010, hanno ridotto le capacità di sviluppo del paese. La risposta internazionale, sebbene sia stata presente, è stata spesso insufficiente e talvolta disorganizzata, alimentando la percezione che Haiti sia stata dimenticata o messa in secondo piano dai Paesi occidentali.
Molti Paesi occidentali, inclusi gli Stati Uniti e la Francia, hanno fornito aiuti a Haiti nel corso degli anni, soprattutto dopo eventi catastrofici. Tuttavia, la gestione di questi aiuti è stata oggetto di critiche. Le risorse spesso non sono state utilizzate in modo efficace e le condizioni di vita in Haiti non sono migliorate significativamente, alimentando il senso che gli aiuti internazionali non siano riusciti a risolvere i problemi strutturali del paese. Nonostante Haiti abbia ricevuto l’attenzione che merita da parte delle potenze occidentali e sebbene ci siano stati aiuti, l’efficacia e la continuità di tali sforzi sono state spesso insufficienti per risolvere i problemi profondi che affliggono il paese.
AVSI negli ultimi anni ha invece intensificato i suoi sforzi nel Paese, dando precedenza ai settori e alle aree geografiche maggiormente colpite dalla crisi. AVSI conta oggi con una presenza stabile di 10 staff espatriati, oltre 200 staff locali e 6 uffici in tutto il Paese”.
Per maggiori informazioni: www.avsi.org
(Foto: AVSI)
Società di San Vincenzo De Paoli: immagini e voci che escono dal carcere
Dare spazio a chi il carcere lo attraversa ogni giorno, da dentro e da fuori affinché il racconto non si fermi alla riflessione e alla suggestione, ma si apra anche al cambiamento e alla speranza. Con questo intento, la Società di San Vincenzo De Paoli, insieme ad altre Associazioni ed Enti che operano stabilmente nella Casa Circondariale ‘Don Bosco’ di Pisa, è stata coinvolta dalla Fondazione ‘Opera Giuseppe Toniolo’, in occasione della Mostra fotografica ‘Prigionieri’ di Valerio Bispuri, dedicata al mondo carcerario italiano e allestita a Palazzo Toniolo dal 12 al 29 aprile 2025.
Volontari, operatori ed ex detenuti, attraverso i Podcast realizzati in collaborazione con Radio Incontro Pisa, hanno condiviso esperienze che parlano di rinascita, ascolto, cambiamento e impegno in ambito educativo, assistenziale, spirituale e culturale nelle carceri.
Cinzia Maccotta, Coordinatrice del Settore Carcere e Devianza della Società di San Vincenzo De Paoli per la regione Toscana, ha raccontato a Radio Incontro Pisa la sua esperienza in carcere come volontaria. Vissuti che le hanno permesso di conoscere una realtà complessa, fatta di un quotidiano in cui affiorano gesti, volti segnati dall’attesa, dalla sofferenza, dalla rabbia, dalla solitudine e dalla speranza:
“Ho iniziato il volontariato in carcere nel 2018 e mi occupo della distribuzione del vestiario. Un sostegno materiale che ci consente di portare avanti un’attività caritativa lontana da preconcetti e giudizi”, ha confidato Cinzia.
ll volontariato penitenziario da sempre occupa un numero significativo di vincenziani su tutto il territorio nazionale. Ascolto, assenza di giudizio, ciò che conta è la persona e non il reato che ha o avrebbe commesso, sostegno morale e materiale nel difficile percorso di reinserimento sociale a fine pena dei detenuti, sono le principali azioni dei volontari quando ogni giorno varcano i cancelli degli Istituti di pena:
“Quando si varcano le mura del carcere avverti un forte senso di timore e di responsabilità”, ha affermato la Coordinatrice Maccotta. Non è facile mostrare vicinanza, infondere speranza a un’umanità affranta dalla consapevolezza del reato compiuto e dall’angoscia di non poter più rimediare.
Ma ci sono delle luci, come quella accesa dal Protocollo d’Intesa tra la Federazione Nazionale Italiana Società di San Vincenzo De Paoli ODV ed il Ministero della Giustizia, che ha permesso la stipula di accordi territoriali come quello del Consiglio Centrale di Pisa che “consentirà ai detenuti del Carcere Don Bosco, ammessi ai lavori di pubblica utilità o in messa alla prova, di prestare attività di supporto ai servizi socio-assistenziali e socio-sanitari della nostra Associazione, come misura alternativa”, ha specificato Cinzia Maccotta.
La Società di San Vincenzo De Paoli, attraverso il Settore Carcere e Devianza, presta particolare attenzione al contesto carcerario offrendo non solo aiuti materiali, beni di prima necessità, ma anche la progettazione e la realizzazione di percorsi formativi orientati all’istruzione, al lavoro e alla promozione della cultura della legalità. Perché educare alla legalità significa educare alla libertà, al rispetto, alla responsabilità.
Il Settore Carcere e Devianza organizza anche il Premio Carlo Castelli, concorso letterario riservato ai ristretti delle carceri italiane e degli Istituti per minori, patrocinato da Camera, Senato, Ministero della Giustizia, e insignito della medaglia del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.
Il Premio, giunto alla XVIII edizione, rappresenta un’iniziativa unica offrendo ai detenuti la possibilità di esprimere riflessioni e speranze attraverso la scrittura. La mostra fotografica, attraverso 33 scatti in bianco e nero, accompagna il visitatore nei corridoi e nelle celle di alcune carceri italiane come Regina Coeli (Roma), Poggioreale (Napoli), l’Ucciardone (Palermo), il Carcere di Bollate (Milano), San Vittore (Milano), la Giudecca (Venezia), il Carcere di Capanne (Perugia), Rebibbia femminile (Roma) e Colonia Penale di Isili (Sardegna), restituendoci uno sguardo potente e intimo sulla condizione dei detenuti e delle detenute.
Un modo concreto per rompere il silenzio, restituire visibilità a realtà spesso poco conosciute e offrire al pubblico uno sguardo autentico sul carcere come luogo di fragilità, ma anche di incontro, trasformazione e speranza. L’esposizione si inserisce nel calendario diocesano del Giubileo della Speranza e nelle celebrazioni per il 180° anniversario della nascita del beato Giuseppe Toniolo, il cui pensiero sociale trova naturale continuità nei temi proposti: dignità della persona, giustizia, responsabilità collettiva.
Papa Francesco elogia la Guardia di Finanza per la promozione della legalità
In occasione del 250° anniversario della fondazione della Guardia di Finanza papa Francesco ha ricevuto in udienza i militari appartenenti al corpo militare, che ha come motto ‘Nella tradizione, il futuro’: “Questo è il motto del vostro 250° anniversario. Nella tradizione c’è il futuro. Fa riferimento alle radici che hanno portato alla fondazione della Guardia di Finanza e le hanno dato una direzione di crescita”.
Ed ha ricordato la missione di questo Corpo: “Nata come Corpo speciale per il servizio di vigilanza finanziaria e difesa ai confini, ha assunto compiti di polizia tributaria ed economico-finanziaria, di polizia sul mare, con una importante missione nell’ambito del soccorso, sia in mare che in montagna.
Ricordo storico di questo impegno è l’aiuto offerto ai profughi ebrei e ai perseguitati durante i due grandi conflitti mondiali. Un vasto ambito di interventi, dunque, che intende rispondere ai problemi con la concretezza della presenza e dell’azione puntuale, veicolando al contempo un’alternativa culturale ad alcuni mali che rischiano di inquinare la società”.
Il papa li ha ricevuti nella festa del protettore del corpo militare: “Il vostro Patrono è San Matteo (oggi è la festa), apostolo ed evangelista. Egli, infatti, era stato un ‘pubblicano’, cioè un esattore delle tasse, mestiere doppiamente disprezzato al tempo di Gesù, perché asservito al potere imperiale e perché corrotto. A me piace andare alla chiesa dei francesi a vedere quel Caravaggio, ‘La conversione di Matteo’, che simboleggia così profondamente”.
Quindi ha sottolineato che la logica della ricchezza è difficile da cambiare: “Matteo rappresentava una mentalità utilitarista e senza scrupoli, devota solo al ‘dio denaro’. Anche ai nostri giorni una logica simile si ripercuote sulla vita sociale, causando squilibri ed emarginazione: dagli sprechi alimentari (questo è uno scandalo, gli sprechi alimentari, è uno scandalo!) all’esclusione di cittadini dal beneficiare di alcuni loro diritti”.
Le parole del papa sono state chiare quando ha affrontato il tema della finanza: “Anche lo Stato può finire vittima di questo sistema; perfino quegli Stati che, pur disponendo di ingenti risorse, rimangono isolati sul piano finanziario o del mercato globale. Come si spiega la fame nel mondo, oggi, quando ci sono tanti, tanti sprechi nelle società sviluppate? E’ terribile questo. E un’altra cosa: se si fermassero un anno dal fabbricare le armi, finirebbe la fame nel mondo. Meglio le armi che risolvere la fame”.
Il compito della Guardia di Finanza è quello di contribuire alla giustizia ‘economica’: “In questo panorama, voi siete chiamati a contribuire alla giustizia dei rapporti economici, verificando l’osservanza delle norme che disciplinano le attività dei singoli e delle imprese. Perciò vigilate sul dovere di ogni cittadino di contribuire secondo criteri di equità alle necessità dello Stato, senza che vengano privilegiati i più forti, e contrastate l’uso inappropriato di internet e delle reti sociali. Sia riguardo alla riscossione delle imposte, sia nella lotta al lavoro sommerso e sottopagato (questo è un altro scandalo), o comunque lesivo della dignità umana, la vostra azione è di primaria importanza”.
E’ un servizio per il ‘bene comune’: “E tutto questo è il vostro modo concreto e quotidiano di servire il bene comune, di essere vicini alla gente, di contrastare la corruzione e promuovere la legalità. Quella corruzione che si fa sotto il tavolo… Perciò la risposta, l’alternativa non sta solo nelle norme, ma in un ‘nuovo umanesimo’. Rifondare l’umanità”.
Ad un certo punto Matteo cambiò mentalità: “Matteo, in un certo senso, passò dalla logica del profitto a quella dell’equità. Ma, alla scuola di Gesù, egli superò anche l’equità e la giustizia e conobbe la gratuità, il dono di sé che genera solidarietà, condivisione, inclusione. La gratuità non è soltanto una dimensione finanziaria, ma è una dimensione umana. Diventare [persone] al servizio degli altri, gratuitamente, senza cercare il proprio profitto. Perché, se la giustizia è necessaria, essa non è sufficiente a colmare quei vuoti che solo la gratuità, la carità, l’amore può sanare”.
Ed ha elogiato la Guardia di Finanza per i ‘servizi’ svolti: “Voi lo sperimentate ad esempio quando organizzate l’accoglienza e il soccorso ai migranti in pericolo nel Mediterraneo. Grazie di questo, grazie. Oppure negli interventi coraggiosi per le calamità naturali, in Italia e altrove. Ma pensiamo al contrasto alla piaga del traffico di stupefacenti, ai mercanti di morte. Il vostro servizio non si esaurisce nella protezione delle vittime, ma include il tentativo di aiutare la rinascita di chi sbaglia: infatti, agendo con rispetto e integrità morale potete toccare le coscienze, mostrando la possibilità di una vita diversa”.
Ha concluso l’udienza con una riflessione sulla globalizzazione: “Anche in questo modo si può e si deve costruire un’alternativa alla globalizzazione dell’indifferenza, che distrugge con la violenza e la guerra, ma pure trascurando la cura della socialità e dell’ambiente. In effetti, la ricchezza di una Nazione non sta solo nel suo PIL, risiede nel suo patrimonio naturale, artistico, culturale, religioso, e nel sorriso dei suoi abitanti, dei suoi bambini… Serve questo slancio solidale verso l’altro come via per la pace e come speranza di un futuro migliore!”
(Foto: Santa Sede)
A Palermo il card. Parolin invita ad essere testimoni di fede
Il solenne Pontificale per il IV Centenario del ritrovamento delle spoglie mortali di Santa Rosalia a Palermo è stato presieduto dal segretario di stato vaticano, card. Pietro Parolin, che nell’omelia ha ricordato tutti i martiri palermitani: “Rosalia continua ad essere un esempio di fedeltà e coraggio per vivere in comunione con Cristo e per promuovere giustizia e legalità”.
Nell’omelia il segretario di stato vaticano ha ricordato i testimoni della fede: “La testimonianza della fede in Gesù Cristo lega Rosalia agli altri Santi e Sante siciliani: Agata, Lucia, Gerlando, Vito, Alberto degli Abati, per citarne solo alcuni. Questi coraggiosi testimoni di Cristo hanno gettato il seme del Cristianesimo della Chiesa siciliana e noi oggi, frutto di quel seme fecondo, facciamo memoria di una di questi testimoni, la Vergine Rosalia, per venerarne con sentimenti di gratitudine, la testimonianza esemplare ed implorarne la protezione divina sulla Chiesa palermitana.
I santi di ogni tempo e luogo sono infatti modelli di fedeltà e di coraggio per tutti coloro che vogliono vivere secondo il Vangelo di Gesù. Siccome però non abbiamo un insegnamento diretto della nostra Santa siamo invitati ad accogliere l’insegnamento indiretto che ci viene impartito dalle Sacre Scritture che la Liturgia ci propone in occasione della sua festa”.
L’omelia è stato un invito ad ascoltare l’invito che Dio rivolge all’umanità: “Dio invita l’uomo, e quindi ciascuno di noi, a cercare il suo volto e ad ascoltare la sua parola. L’umanità desidera vedere Dio, l’abbiamo detto nel salmo responsoriale, L’umanità desidera vedere Dio, ma anche Dio desidera vedere il volto autentico dell’umanità…
L’umanità deve ascoltare la voce di Dio ma anche Dio ama ascoltare la voce dell’umanità. Comprendiamo bene allora che la santità cui siamo chiamati non è una statica perfezione morale ma una dinamica di relazione, non è solo essere buoni, certamente anche questo è parte fondamentale della santità, ma è soprattutto un’esperienza della vita stessa di Dio che include la dimensione dell’intimità, del silenzio, anche talvolta dell’assurdo che abita la nostra esistenza umana. La santità a cui oggi Rosalia ci richiama è correre il rischio di vivere la trasformazione operata in noi da Cristo, altrimenti la fede diventa una passione inutile”.
Infine ha invitato a promuovere la cultura della legalità, liberando la città dalle ‘pesti’ che la invadono: “Le reliquie di Santa Rosalia nel 1624 furono portate in processione per la città che fu così purificata e liberata da una grave epidemia di peste. Chiediamoci allora, cari fratelli e sorelle, qual è la peste che avvolge ancora la nostra città, che avvolge il mondo, un mondo che ha tanto bisogno di confronto con la verità e con l’esperienza di fede, quindi recuperiamo anche nelle celebrazioni del Festino un forte senso di sobrietà evangelica e di servizio che sono i veri valori incarnati da Rosalia”.
E questo può avvenire attraverso la testimonianza: “La città di Palermo ha perseguito la giustizia attraverso forme di testimonianza altissima, fino al sacrificio della vita. Qui ci sono i martiri della giustizia, tra i quali il caro don Giuseppe Puglisi. Nella memoria di tutti noi è rimasta impressa l’invettiva del cardinale Salvatore Pappalardo: Mentre a Roma si discute, Sagunto è espugnata dai nemici, e questa volta non è Sagunto ma la nostra Palermo. Il clima era cupo in quegli anni ma la città seppe reagire. Dal sangue versato nacquero migliaia di voci e di esperienze sul cammino del cambiamento.
La Chiesa di Palermo continui anche adesso ad essere attenta e sollecita nel favorire processi e percorsi atti a promuovere la cultura della giustizia e della legalità, collaborando con le numerose associazioni che operano tra le maglie del tessuto urbano e che sono presenti sul territorio per aiutare la cittadinanza a superare una mentalità che può rischiare alle volte di essere in contrasto con la legalità”.
E nel messaggio alla città mons. Corrado Lorefice,arcivescovo di Palermo, ha chiesto a chi si vuole lasciare la città: “A questa nuova peste che, sotto i nostri occhi, camuffata di normalità e di ineluttabilità, sta contagiando i nostri giovani, cioè i nostri figli e nipoti, a Ballarò come al Cep, a Bagheria come a Termini Imerese?! Questa tremenda peste entra nelle nostre case, nelle nostre scuole, nei luoghi di ritrovo dei giovani, nei luoghi di divertimento e dello sport. Ci invade sotto i nostri occhi”.
E’ un preciso atto di accusa contro i trafficanti di droga: “Si diffonde come cosa ordinaria il consumo di crack e di altre droghe come il fentanyl, aggiunto all’eroina. Neonati ricoverati per overdose. Giovani piegati o stramazzati a terra. Esaltati, o depressi. A Palermo si abbassa anche l’età dei consumatori di droga. La prima dose si consuma anche a dieci anni. Penso a Ballarò e alle sue stradine, dove vediamo ragazzini e giovani distesi sui marciapiedi con lo sguardo perso, con gli occhi dello sballo da crack. Ragazze costrette a vendere i loro corpi per racimolare il prezzo di una dose. Non sono figli di altri, sono i nostri figli e ne siamo responsabili. Giovani, bambini, adescati per farli diventare dipendenti. Schiavi. Manipolabili. Consumatori”.
E’ un invito a non abbandonare i giovani: “Genitori, educatori, docenti, animatori delle comunità cristiane, rimaniamo accanto ai giovani, facciamo nostre le loro paure, le loro fragilità, le loro incertezze che noi adulti abbiamo provocato. Non li abbandoniamo. Ma stiamo con loro da adulti, non come adolescenti, con sapienza, come loro punti certi di riferimento. Noi adulti siamo sbandati. Depistati anche noi da questa mentalità individualista e da questa cultura che idolatra la soddisfazione illimitata dell’io, il profitto indiscriminato, il consumo sfrenato. Una cultura che crea scarti, emarginazione”.
Infine un invito ad una ‘sana’ indignazione: “Rosalia ci chiede di indignarci come e con lei, a metterci insieme per fare crescere una sensibilità di impegno civile e sociale. Ci chiede di alzarci. Di sbracciarci. Di liberarci da un falso perbenismo e dall’indifferenza. Diamo cibo robusto ai nostri giovani non frivolezze e assenza di presenza significativa. Testimoni di bene. Di vita. Di cura. Di responsabilità e libertà. Mettiamoci insieme per fare alleanze educative e impiantare cantieri educativi”.
(Foto: Arcidiocesi di Palermo)




























