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Fine vita, carceri, legalità e aree interne: priorità dei vescovi della Campania
“La recente visita di papa Leone in Campania ha consegnato alle nostre Chiese una parola che non possiamo lasciare cadere. Il Santo Padre ha richiamato tutti ad un sussulto di dignità e di responsabilità, invitando a servire la vita, a scegliere la giustizia ed a porre il bene comune al di sopra degli interessi di parte. Come Vescovi della Campania, sentiamo il dovere di raccogliere e rilanciare questo messaggio”: così inizia l’appello ‘Per la dignità della persona ed il bene della Campania’, presentato nella scorsa settimana a Pompei e sottoscritto dai vescovi della Conferenza Episcopale Campana, che raccoglie e rilancia il messaggio consegnato da papa Leone XIV nella visita nella regione.
Un testo rivolto anzitutto alle comunità cristiane, ma soprattutto alle Istituzioni, agli amministratori, ai rappresentanti politici e a quanti sono chiamati a compiere scelte che incidono sul presente e sul futuro della Campania, per difendere la vita, come ha sottolineato il presidente della Conferenza episcopale della Campania (CEC), mons. Antonio Di Donna: “Ci stanno a cuore le questioni della salute e della sanità… Ci stanno a cuore le comunità, non solo quelle ecclesiali, ma il popolo della Campania: le famiglie, i giovani, gli anziani, i malati … Per noi la vita è tutta intera”.
Il documento nasce dall’ascolto delle comunità e dalla consapevolezza che le diverse fragilità della Campania hanno una radice comune: la dignità della persona, da custodire in ogni fase dell’esistenza, richiamando il dibattito sul fine vita, chiedendo cure palliative, accompagnamento e prossimità perché nessuno sia lasciato solo davanti alla malattia e alla morte. Allo stesso tempo esprimono preoccupazione per la deospedalizzazione dell’aborto e per il rischio che la vita nascente, la maternità e la solitudine delle donne siano affrontate senza un adeguato sostegno umano e sociale:
“Pensiamo anzitutto alla custodia della vita fragile e sofferente, al dibattito sul fne vita, alla necessità di cure palliative, di accompagnamento e di prossimità, perché nessuno sia lasciato solo dinanzi alla malattia, alla sofferenza e alla morte. Guardiamo con preoccupazione alla deospedalizzazione dell’aborto e alla sua progressiva riduzione a pratica ambulatoriale, perché ogni scelta che riguarda la vita nascente, la maternità la solitudine delle donne e la responsabilità della società merita attenzione, accompagnamento e tutela, non semplificazioni procedurali”.
Il documento è un appello al miglioramento delle condizioni sanitarie: “Ci interpellano le gravi questioni della salute e della sanità, soprattutto quando le disuguaglianze territoriali, economiche e sociali rendono più difficile l’accesso alle cure e colpiscono le persone più fragili. Non possiamo ignorare l’emigrazione dei nostri ammalati verso regioni dove l’assistenza sanitaria garantisce condizioni migliori”.
La difesa della vita si intreccia con le condizioni concrete di tante persone, in quanto la dignità passa anche dal lavoro e dall’attenzione ai senza dimora, alle famiglie povere, ai lavoratori sfruttati, al lavoro povero, al caporalato, contro ogni economia che sacrifica la persona al profitto: “Non possiamo ignorare la condizione delle carceri, il disagio dei detenuti, delle loro famiglie, del personale penitenziario, e la necessità di percorsi che non si limitino alla custodia, ma aprano alla dignità, alla responsabilità, alla giustizia riparativa e al reinserimento”.
Un richiamo anche sulla situazione dei migranti e di coloro che non hanno casa: “Ci preoccupano i Centri di permanenza per il rimpatrio, la condizione dei migranti e dei Rom, il rischio che persone e popoli vengano percepiti come problema da respingere e non come volti da incontrare, accompagnare e integrare secondo giustizia e legalità. Richiamano la nostra responsabilità i senza fissa dimora, le famiglie povere, i lavoratori sfruttati, il lavoro povero, il caporalato e ogni forma di economia che sacrifica la dignità della persona al profitto od alla convenienza”.
Altro tema ‘caldo’ affrontato dai vescovi campani riguarda lo spopolamento delle aree interne: “Sentiamo il peso delle aree interne, dello spopolamento, della chiusura di servizi e presìdi educativi, della fatica di territori che rischiano di essere lasciati ai margini del futuro. Portiamo nel cuore le ferite della Terra dei Fuochi, le conseguenze dell’inquinamento, dell’illegalità e della camorra, ma anche il desiderio di rinascita, di bonifica morale ed ambientale, di responsabilità condivisa.
Ci preoccupa il disagio giovanile, la violenza minorile, la povertà educativa, la disaffezione alla partecipazione e la progressiva perdita di luoghi nei quali educare alla fiducia, alla legalità, alla cittadinanza e alla vita buona del Vangelo. Ci addolora anche il problema dell’abbattimento delle case”.
Ecco il motivo per cui la dignità è ‘una sola’: “Rivolgiamo questo appello anzitutto alle nostre comunità cristiane, perché non cedano alla paura e alla rassegnazione. Rivolgiamo questo appello soprattutto alle Istituzioni, agli amministratori, ai rappresentanti politici, a quanti hanno responsabilità nella vita pubblica e a tutti coloro che, a diverso titolo, concorrono alle scelte che riguardano il presente e il futuro della Campania”.
Però la Chiesa non si sostituisce alle Istituzioni civili, ma chiede un confronto su scelte importanti: “Chiediamo fortemente che sui temi indicati si attivi un confronto vivo, un dialogo, una lettura condivisa. Chiediamo che le decisioni che toccano la vita delle persone non vengano assunte senza un dialogo serio con i soggetti sociali che quotidianamente incontrano le ferite della gente. A quanti sono impegnati in politica e dichiarano di ispirarsi alla Dottrina sociale della Chiesa chiediamo coerenza, coraggio e soprattutto capacità di tradurre i principi in scelte concrete”.
Per questo i vescovi non si rassegnano, perché amano ‘questa terra’: “Per questo non vogliamo rassegnarci. Non vogliamo che la Campania sia raccontata solo attraverso le sue emergenze, né che il futuro venga consegnato alla paura, all’indifferenza od all’illegalità. Crediamo che sia possibile costruire una terra più giusta, più fraterna, più attenta alla vita, più capace di custodire i piccoli, i poveri, i fragili e le nuove generazioni”.
A Torino seconda edizione del premio letterario in memoria del premio letterario in memoria di don Domenico ‘Meco’ Ricca
Istituito da Forum Terzo Settore Piemonte e Salesiani Don Bosco Piemonte e Valle d’Aosta, organizzato quest’anno in collaborazione con l’Associazione Giovanile Salesiana e patrocinato dalla Città di Torino, il concorso letterario è aperto a tutti, dai 14 anni in su. Chi desidera partecipare deve presentare, entro il 31 luglio, un elaborato (saggio, racconto o composizione musicale) sul tema ‘Atti di cura, scelta di legalità’. Bando e modulo di iscrizione sono disponibili sul web, agli indirizzi www.terzosettorepiemonte.it/progetto/premio-letterario-meco-seconda-edizione/ e salesianipiemonte.info/premio-letterario-meco-al-via-la-seconda-edizione-dedicata-agli-atti-di-cura-scelte-di-legalita/.
Raccontare, in parole o in musica, come la legalità possa prendere forma nei gesti quotidiani e la cura diventare una scelta capace di cambiare sé stessi e gli altri. Questo è il tema proposto per la seconda edizione del Premio letterario intitolato a don Domenico ‘Meco’ Ricca, il sacerdote salesiano scomparso due anni or sono, che aveva dedicato quasi una vita intera ai ragazzi detenuti nel carcere minorile del Ferrante Aporti.
Con il Premio ‘Meco’, il Forum del Terzo settore in Piemonte (di cui don Domenico era stato tra i fondatori) ed i salesiani del Piemonte e della Valle d’Aosta che ne sono i promotori e il settimanale diocesano ‘La Voce e Il Tempo’, intendono rendere omaggio e ricordare la figura del religioso che è stato per oltre 40 anni non solo guida spirituale, ma soprattutto confidente, formatore e riferimento e, fatto non meno importante, aveva contribuito con le sue proposte e le attività da lui organizzate a migliorare i percorsi di rieducazione e le condizioni di vita nell’istituto torinese di pena per minori.
Per la seconda edizione del concorso è stato scelto il tema ‘Atti di cura, scelte di legalità’, con l’intento di spingere a esplorare che cosa significhi vivere la legalità come pratica quotidiana, concreta e relazionale, da esprimere attraverso gesti di cura verso sé stessi, verso gli altri e verso la comunità.
Come è spiegato nella pagina web di presentazione del Premio, “la legalità non è solo un insieme di regole da rispettare, ma una scelta consapevole che nasce dal riconoscimento del valore dell’altro e del contesto in cui viviamo. E’ un modo di abitare il mondo, che si traduce in responsabilità, rispetto e partecipazione. In questo senso, ogni atto di cura può diventare un atto di legalità. Prendersi cura significa riconoscere i bisogni, ascoltare, intervenire, assumersi responsabilità e scegliere di non restare indifferenti”.
A coloro che prendono parte al concorso istituito in memoria di don Meco è richiesto di riflettere su come, nei fatti, la legalità non rappresenti qualcosa di distante o di astratto, ma invece prenda forma in tanti, anche semplici, gesti quotidiani: dal rispetto delle regole alla tutela dei diritti, alla capacità di costruire relazioni sane e giuste.
I partecipanti sono invitati a condividere, attraverso la scrittura o la musica, le proprie riflessioni, i propri vissuti, le esperienze personali o immaginate, mettendo in luce il valore degli “atti di cura” come scelte di legalità. Parole o note per raccontare come la cura possa diventare legalità e le scelte quotidiane contribuire a costruire una società più giusta.
Il modulo di iscrizione è disponibile sul web, agli indirizzi www.terzosettorepiemonte.it/progetto/premio-letterario-meco-seconda-edizione/ e salesianipiemonte.info/premio-letterario-meco-al-via-la-seconda-edizione-dedicata-agli-atti-di-cura-scelte-di-legalita/. Tre le categorie in cui è articolato il concorso: Giovanissimi (dai 14 anni ai 20 anni), Giovani (dai 21 ai 30 anni), e Adulti (dai 31 anni in su).
Gli elaborati (il ‘racconto breve’, composto da 2500 parole, di fantasia o autobiografico, il ‘saggio breve’, massimo 4000 parole che esplori il tema del concorso sotto aspetti sociologici, psicologici o filosofici, la ‘canzone’, una composizione musicale originale, in formato testo o mp3, che affronti il tema della cura e delle scelte responsabili) devono essere consegnati entro il 31 luglio.
La giuria del Premio è presieduta da don Alberto Martelli (direttore dell’Opera Salesiana Rebaudengo) e ne fanno parte Barbara Daniele (responsabile Legacoopsociali Piemonte), Stefano Delmastro (da 30 anni impegnato nel campo delle cooperative editoriali), la giornalista Marina Lomunno (caporedattrice a La Voce e Il Tempo e autrice del libro Il cortile dietro le sbarre: il mio oratorio al Ferrante Aporti), Claudio Sarzotti (professore ordinario di Sociologia del Diritto presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Torino, direttore della rivista Antigone), Stefano Tassinari (dirigente nazionale Acli aps e Enaip), e Marco ‘Zuli’ Zuliani (rapper e storyteller torinese con oltre 20 anni di esperienza artistica e sociale).
Ambasciatore del Premio è Francesco Carlo ‘Kento’, rapper e attivista da anni impegnato in progetti educativi e sociali, in particolare all’interno delle carceri e con i giovani in contesti fragili. Attraverso il rap promuove percorsi di espressione, consapevolezza e legalità. E’ autore del libro ‘Barre – Rap, sogni e segreti in un carcere minorile’, in cui racconta la sua esperienza nei laboratori musicali in ambito penitenziario. La cerimonia di premiazione avverrà in autunno, in occasione dell’edizione 2026 delle “Giornate della legalità”.
Gli elaborati vincitori della prima edizione del Premio ‘Meco’ sono raccolti nel volume ‘Dietro le sbarre. Racconti, poesie e saggi brevi’ (edito da Elledici). I proventi della vendita del libro vengono interamente devoluti alla comunità per minori Harambée di Alessandria, dove don Meco era di casa. Don Domenico Ricca può essere descritto come ‘prete di frontiera’ ed è stato tra i fondatori della cooperativa sociale Valdocco, dell’associazione ‘Aporti Aperte’, dei Salesiani per il Sociale e del Comitato piemontese del Forum del Terzo Settore. E’ stato inoltre presidente dell’Associazione ‘Amici di don Bosco’ per le adozioni internazionali, delegato per le Acli e punto di riferimento per tutti coloro che si occupano di disagio minorile.
A Palermo il R.A.P. della legalità
Sono stati 19 i minori dagli 11 anni ai 14 anni che hanno avuto una sospensione a scuola e hanno partecipato al progetto riparativo ‘R.A.P. della Legalità’, organizzato dall’associazione LIFE and LIFE ETS di Palermo e finanziato dal Comune di Palermo. Il progetto, che si è sviluppato dal 15 gennaio al 15 maggio 2026, ha previsto 23 percorsi; i minori coinvolti, che fanno parte di 4 scuole di Palermo – I.C. Montegrappa-R. Sanzio, I.C. Rita Atria, I.C. Perez Madre Teresa di Calcutta, Convitto Nazionale Giovanni Falcone – hanno ricevuto una o più sospensioni.
“In questi ultimi tempi vi è un aumento dei comportamenti sanzionabili da parte dei minori – sottolinea Valentina Cicirello, Vice Presidente di LIFE and LIFE ETS – che richiedono oggi e sempre di più dei progetti educativi mirati; LIFE and LIFE ETS ha già da anni attivato con le scuole del territorio dei patti educativi di corresponsabilità tra scuola, famiglia e professionisti del terzo settore. La sospensione come strumento di crescita – spiega Valentina Cicirello – per i giovani e per la famiglia. Il progetto R.A.P. che sta per ‘Rispetto, Ascolto, Partecipazione’ ha visto i giovani partecipare sia a dei laboratori psicoeducativi esperienziali e anche ad attività per aiutare l’altro con azioni concrete, come la distribuzione di vestiti, di cibo. Abbiamo avuto grandi riscontri – conclude Valentina – speriamo di poter continuare questo progetto”.
“Noi quest’anno ci siamo trovati molto bene con l’associazione LIFE and LIFE ETS – spiega Cettina Giannino Rettore del Convitto Nazionale Giovanni Falcone-; abbiamo aperto un dialogo a tre, tra scuola, famiglia e professionisti dell’associazione per mettere in atto la giustizia riparativa. Abbiamo avuto un feedback molto positivo di un alunno molto brillante della nostra scuola che è incorso in questo provvedimento; ha svolto questo percorso riparativo e ha dichiarato che vuole continuare a fare volontariato nell’associazione, quindi speriamo anche in seguito di continuare a collaborare con questi professionisti”.
“Molti gli aspetti positivi che sono emersi – racconta Mariella D’Anna Psicologa di LIFE and LIFE ETS – in seno a questo lavoro: la risposta e l’entusiasmo dei ragazzi che non hanno vissuto questo progetto come una punizione, anzi come opportunità per raccontarsi, per crescere. Abbiamo notato che per questi ragazzi era la prima volta che si sentivano ascoltati. In loro c’è il desiderio di essere sentiti individualmente, vivendo questo spazio di libertà, di accoglienza profonda, di espressione. Molto importante è stato anche il confronto tra ragazzini provenienti da realtà scolastiche diverse”.
Papa Leone XIV: lo Stato di diritto è necessario per lo sviluppo umano
“E’ con profonda speranza e sollecitudine pastorale che vi saluto in occasione della Seconda Conferenza Internazionale sulla Lotta contro la Droga e la Criminalità Organizzata nella Regione dell’OSCE, dedicata alla seria e urgente lotta contro il flagello delle droghe illecite. La vostra presenza, proveniente da molti Stati membri dell’OSCE, da Vancouver a Vladivostok, testimonia la determinazione collettiva ad affrontare un flagello che alimenta le reti criminali e mette in pericolo il futuro stesso delle nostre società”: con queste parole papa Leone XIV ha accolto i partecipanti alla seconda Conferenza interparlamentare sulla lotta alla criminalità organizzata nella Regione OSCE incentrata sul narcotraffico, chiedendo che prevenzione del crimine e giustizia penale procedano insieme.
Infatti solo se tale cammino è unitario ci sarà uno sviluppo integrale, secondo quanto espresso dalla Dottrina Sociale della Chiesa: “La Santa Sede è fermamente convinta che lo Stato di diritto, la prevenzione della criminalità e la giustizia penale debbano progredire insieme, in unità. Infatti, l’autentica attuazione dello Stato di diritto rimane indispensabile per lo sviluppo umano integrale”.
Quindi il papa ha ribadito la necessità della sovranità della legge, che previene e non la volontà del singolo: “Nessuna società veramente giusta può durare se non rimane sovrana la legge, e non la volontà arbitraria dei singoli, e nessuna persona o gruppo, a prescindere dal potere o dallo status, può mai rivendicare il diritto di violare la dignità e i diritti altrui o delle proprie comunità. Di conseguenza, la prevenzione e la risposta alle attività criminali sono intimamente legate al rispetto e alla tutela dei diritti umani universali. Ciò richiede non solo l’impegno delle forze dell’ordine, ma anche la partecipazione della società nel suo complesso, sia a livello nazionale che internazionale”.
Per questo il papa ha ribadito che la giustizia non può essere solo punitiva: “A tale riguardo, la Santa Sede sostiene sinceramente tutte le iniziative volte a istituire un sistema di giustizia penale efficace, giusto, umano e credibile, capace di prevenire e contrastare la produzione e il traffico di stupefacenti. Riconoscendo che la vera giustizia non può essere soddisfatta unicamente con la punizione, tali sforzi devono includere anche approcci contraddistinti da perseveranza e misericordia, focalizzati sulla rieducazione e sul pieno reinserimento dei condannati nella società. Il rispetto per l’intrinseca dignità di ogni persona, compresi coloro che hanno commesso reati, esclude il ricorso alla pena di morte, alla tortura e a ogni forma di punizione crudele o degradante”.
E per rendere la giustizia veramente efficace è necessario un approccio ‘multidisciplinare’: “Sono necessari programmi completi per raggiungere tutte le persone schiave della dipendenza, offrendo loro cure mediche, supporto psicologico e riabilitazione a lungo termine. Un approccio multidisciplinare di questo tipo deve considerare la persona umana nella sua interezza, elevandosi al di sopra di misure puramente repressive e soluzioni permissive che non riescono a liberare gli individui dalle catene della dipendenza. In questo modo, potranno riscoprire e rivivere la pienezza della dignità che Dio ha loro concesso”.
Per questo è necessaria l’educazione alla prevenzione: “Desidero inoltre sottolineare che l’educazione è fondamentale per la prevenzione. Essa costituisce la base dello sviluppo umano integrale, consentendo a bambini e giovani di riconoscere la profonda devastazione causata dalle droghe. Nel nostro tempo, in cui i social network diffondono così frequentemente informazioni fuorvianti e pericolose che banalizzano tali rischi, l’educazione deve iniziare in famiglia ed essere rafforzata nelle scuole, trasmettendo conoscenze scientifiche accurate sugli effetti devastanti degli stupefacenti sul cervello, sul corpo, sul comportamento personale e sul bene comune della comunità”.
Con l’educazione si sconfigge la criminalità: “Prevenire e combattere la criminalità organizzata è fondamentale per costruire società sicure, giuste e stabili. A tal proposito, desidero rendere omaggio a tutti gli agenti delle forze dell’ordine e ai membri della magistratura che hanno sacrificato la propria vita o sono rimasti feriti nell’adempimento coraggioso del loro dovere. La loro testimonianza dovrebbe ispirarci sentimenti di gratitudine, responsabilità e rinnovata determinazione”.
In questi ‘campi’ la Chiesa offre collaborazione: “La Chiesa cattolica, attraverso le sue numerose istituzioni in tutto il mondo e forte della sua lunga esperienza nell’accompagnamento delle persone che soffrono di dipendenze, è pronta ad approfondire ulteriormente il suo proficuo rapporto di collaborazione con la società civile. Insieme, in uno spirito di reciproco rispetto e responsabilità condivisa, possiamo promuovere politiche che servano realmente il bene comune e l’inalienabile dignità di ogni essere umano”.
Inoltre il papa ha avuto una conversazione telefonica con sua santità Tawadros II, papa d’Alessandria e patriarca della sede di san Marco, con il desiderio di ridare impulso alla celebrazione della Giornata per l’Amicizia tra Copti e Cattolici, cercando di superare ogni eventuale ostacolo al dialogo della fede e della carità, a cui nei giorni precedenti aveva inviato una lettera:
“Per noi cristiani, l’amicizia non è un sentimento vago; è al centro stesso della nostra vita e della nostra fede. Il Signore stesso ci chiama suoi amici e ci insegna che ‘nessuno ha un amore più grande di questo: dare la propria vita per i propri amici’. E’ dunque attingendo all’amicizia di Cristo con noi che potremo rafforzare l’amicizia tra noi e tra le nostre Chiese, continuando a testimoniare insieme la filantropia divina per tutta l’umanità!”
Tale amicizia è un impegno per la pace: “In un momento in cui il nostro mondo è afflitto da tanti conflitti, in particolare in Medio Oriente, i cristiani devono, più che mai, impegnarsi per la piena unità, affinché possiamo testimoniare insieme il Principe della Pace. In questo, possiamo confidare nella potente intercessione e nell’esempio degli innumerevoli martiri che hanno sofferto per il nome di Cristo”.
(Foto: Santa Sede)
A Palermo il rap della legalità
Si terrà venerdì 15 maggio alle ore 16:00, presso la sede di LIFE and LIFE ETS in via Serraglio Vecchio n. 28 a Palermo, l’evento conclusivo del progetto ‘Il R.A.P. della Legalità’ (Rispetto, Ascolto, Partecipazione), promosso dall’associazione LIFE and LIFE ETS e finanziato dal Comune di Palermo.
Il progetto, che si è svolto dal 15 gennaio al 15 maggio, rivolto agli alunni degli istituti scolastici di primo grado del territorio palermitano destinatari di provvedimenti disciplinari, ha trasformato la sospensione scolastica in un’opportunità educativa attraverso attività psicoeducative, laboratori esperienziali e percorsi di responsabilizzazione condivisi tra scuola, famiglia e professionisti del terzo settore. Centrale anche il coinvolgimento delle famiglie, accompagnate in un percorso di ascolto, dialogo e corresponsabilità educativa.
All’incontro finale parteciperanno le scuole aderenti, i genitori dei minori coinvolti, gli operatori del progetto e le autorità invitate, in un momento di restituzione e condivisione dei risultati raggiunti.
Interverranno:
– Valentina Cicirello, educatrice e Vicepresidente LIFE and LIFE
– Pierluca Orifici, legale
– Mariella D’Anna psicologa
Carceri italiane: sovraffollamento al 124%. Dalla San Vincenzo De Paoli un impegno per dignità, reinserimento e legalità
63.734 detenuti a fronte di una capienza reale di 46.126 posti: il sovraffollamento medio nelle carceri italiane è del 124%, con situazioni particolarmente critiche in alcuni istituti. Circa il 65 per cento della popolazione detenuta presenta forme di disagio psichico; nei primi 40 giorni del 2026 si sono registrati 7 suicidi. I detenuti stranieri sono oltre 20.000, pari al 31,6% del totale. Negli Istituti Penali per Minorenni sono ristretti 631 giovani, il 62% ha meno di 18 anni.
Sono i dati richiamati dal prof. Franco Prina nel suo intervento all’Assemblea Nazionale della Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia. Numeri che raccontano una realtà complessa e richiedono un impegno condiviso.
Nel suo contributo, Prina ha evidenziato come il volontariato trovi pieno riconoscimento nei principi costituzionali e nel Codice del Terzo Settore, che ne valorizza il ruolo nella co-programmazione e nella collaborazione con le istituzioni pubbliche. In ambito penitenziario, ciò si traduce in una presenza che accompagna le persone detenute, sostiene i percorsi trattamentali e contribuisce a mantenere un legame vivo tra carcere e comunità:
“Il volontariato non è un soggetto esterno o occasionale, ma parte integrante della comunità che si assume responsabilità verso il bene comune. Nel sistema penitenziario questo significa concorrere, in dialogo con l’amministrazione, a rendere effettiva la funzione rieducativa della pena e a custodire l’equilibrio tra sicurezza e rispetto dei diritti fondamentali”.
Una prospettiva pienamente condivisa dalla Federazione Nazionale Italiana Società di San Vincenzo De Paoli, presente all’Assemblea con i propri rappresentanti nazionali, la Presidente Paola Da Ros, il Vice Presidente Marco Guercio e la responsabile del Settore Carcere e Devianza, Antonella Caldart.:
“La pena, come prevede la Costituzione, deve mantenere una finalità rieducativa e garantire condizioni di umanità. Chi vive il carisma vincenziano è facilitato nel servizio alla fragilità e quindi anche alla persona detenuta. Federico Ozanam ci richiama a lavorare sulla dignità, ridando speranza e prendendoci cura anche delle famiglie”..Si traducono così in azione i principi costituzionali e la visione del volontariato come ponte tra carcere e comunità, come richiamato dal prof. Prina.
Il richiamo alla dignità si traduce in un impegno concreto e quotidiano dentro gli istituti penitenziari, ma anche nella promozione di una cultura della responsabilità condivisa, nella consapevolezza che la realtà carceraria riguarda l’intera comunità.
Accanto all’accompagnamento delle persone detenute, diventa fondamentale lavorare anche sul piano della prevenzione e dell’educazione alla legalità, soprattutto tra i più giovani. Negli ultimi mesi, il Settore Carcere e Devianza ha lanciato il progetto ‘ScegliAmo Bene’, un nuovo percorso educativo rivolto agli studenti delle scuole superiori. L’iniziativa mira a sensibilizzare i giovani sul valore della legalità, sulla responsabilità delle proprie scelte e sull’importanza del ruolo attivo nella comunità.
Attraverso laboratori, incontri con formatori di rilievo e attività pratiche, gli studenti hanno l’opportunità di confrontarsi con esperienze concrete e partecipative, sviluppando consapevolezza e autonomia. Il percorso prevede anche la possibilità di mettersi alla prova come volontari, contribuendo direttamente a progetti sociali sul territorio: “Educare alla legalità significa anche formare cittadini consapevoli, pronti a partecipare attivamente alla vita della comunità”, ha spiegato Antonella Caldart.
La Società di San Vincenzo De Paoli investe molto anche nella formazione dei volontari che consente di comprendere la complessità del disagio sociale e psichico presente nelle carceri, operare con competenza e responsabilità, sviluppare una cultura del rispetto dei diritti, rafforzare il dialogo con le istituzioni e gli operatori del sistema penitenziario.
A conferma di questo impegno, si è concluso il 14 febbraio ad Ancona il percorso di formazione ‘Essere presenza nel mondo del carcere’ organizzato insieme ai volontari delle Marche. Oltre cento iscritti provenienti da diverse regioni italiane (giovani under 30 e volontari con esperienza consolidata) hanno preso parte a un ciclo formativo seguito anche da altri Paesi europei, con oltre 1.200 visualizzazioni online.
A distinguere il percorso è stata una scelta metodologica precisa: affrontare insieme giustizia minorile e detenzione degli adulti, offrendo una visione integrata del sistema penale e mettendone in luce differenze, criticità e continuità. Gli otto incontri, svolti tra Ancona, Pesaro e Ascoli Piceno, hanno approfondito temi centrali come devianza minorile, ascolto empatico, misure alternative, reinserimento sociale, criminalità e dipendenze, ha sottolineato ancora Antonella Caldart:
“Oltre la buona volontà per entrare in carcere servono competenze, capacità di ascolto e la consapevolezza che anche il più piccolo segnale di sollievo alla sofferenza delle persone recluse diventa una spinta a continuare”.
Accanto alla presenza negli istituti, la Società promuove iniziative culturali come il Premio Castelli, concorso letterario che valorizza la scrittura come spazio di riflessione e crescita personale, ha ricordato Caldart:
“Le esperienze formative e lavorative durante la detenzione favoriscono percorsi di responsabilizzazione e riducono il rischio di recidiva. Offrire occasioni di studio, formazione e lavoro significa preparare il reinserimento nella comunità. Anche il Premio Castelli nasce con questa finalità: aiutare la persona a riconoscersi oltre il reato e a ritrovare la propria dignità”. Si contribuisce così a rendere il carcere un servizio pubblico rieducativo rispettando la visione del volontariato come soggetto che, insieme alle istituzioni, trasforma concretamente le condizioni di vita negli istituti.
Sempre più realtà territoriali dell’Associazione accolgono inoltre persone inserite in percorsi alternativi alla detenzione, come la Messa alla Prova e i lavori di pubblica utilità, contribuendo a costruire occasioni concrete di responsabilità e reintegrazione.
Come ha evidenziato il prof. Prina un carcere costituzionalmente orientato è un carcere aperto alla comunità, che non comprime altri diritti fondamentali. In questo quadro, il volontariato rappresenta un ponte tra istituzione e società, contribuendo a rendere l’esecuzione penale un autentico servizio pubblico, attento sia alla sicurezza sia alla dignità della persona.
Dall’Assemblea è emersa con chiarezza una convinzione comune: la collaborazione tra istituzioni e società civile, nel rispetto dei ruoli e delle competenze, è un elemento essenziale per rendere effettiva la funzione rieducativa della pena e per rafforzare la coesione sociale. In una realtà complessa, il contributo del volontariato si propone come presenza costruttiva e responsabile, a servizio della persona detenuta e dell’intera comunità.
Don Marco Pozza alla San Vincenzo De Paoli: è qui che il bene scandalizza
Il carcere, nell’immaginario collettivo, resta il luogo del fallimento definitivo: lo spazio del giudizio senza appello, dove la persona finisce per coincidere con il reato commesso. Un mondo che si osserva da lontano, con sospetto, come se oltre quelle mura non potesse più nascere nulla di buono.
Eppure, per don Marco Pozza, cappellano del carcere Due Palazzi di Padova da 14 anni, è vero l’opposto: “Per chi crede, non esiste cattedrale più bella del carcere per contemplare le capriole della Grazia di Dio. E’ il luogo dove il bene, quando accade, scandalizza più del male”.
Pozza è stato ospite dell’incontro ‘Oltre le mura. La libertà di un pensiero che non si arrende’, promosso dal Settore Carcere e Devianza della Federazione Nazionale Italiana Società di San Vincenzo De Paoli ODV nell’ambito del progetto ‘ScegliAmo Bene’, iniziativa che promuove la cultura della legalità tra gli studenti e la società civile.
Un’occasione di riflessione che ha messo in dialogo l’esperienza pastorale maturata dentro gli istituti penitenziari e l’impegno quotidiano del volontariato, come ha spiegato il sacerdote: “Il male in carcere lo conoscono tutti. Il bene che nasce nella terra del male, invece, non è scontato. Quando lo vedi accadere sotto i tuoi occhi, destabilizza. Perché apre brecce in storie che sembravano già chiuse”.
Dietro le sbarre, ha raccontato don Pozza, il Vangelo prende corpo ogni giorno: “Non c’è bisogno di spiegare chi fossero Levi o Maddalena. Le loro storie accadono davanti a te. Ma non basta vedere: occorre credere a ciò che si è visto e poi raccontarlo con la vita”.
Uno sguardo diverso può riaprire possibilità inattese. Don Marco richiama spesso la figura manzoniana dell’Innominato: “Lucia gli ricorda che ha ancora un cuore. In carcere succede lo stesso. Quando per anni ti senti dire che sei solo un errore, finisci per crederci. Ma se qualcuno, anche solo una volta, ti guarda come nessuno ha mai fatto, nasce il sospetto di poter essere altro rispetto al male commesso”.
E’ proprio su questo sguardo che insiste l’azione della Società di San Vincenzo De Paoli, come ha spiegato spiega Antonella Caldart, responsabile nazionale del Settore Carcere e Devianza: “Essere presenza in carcere significa esserci davvero e avere occhi capaci di andare oltre il reato. Presenziare con il corpo e con l’anima. Condividere tempo, ascolto, fatica lontani da ogni forma di giudizio”.
Un impegno costante coinvolge il Settore Carcere e Devianza della Società di San Vincenzo De Paoli che, solo, negli ultimi mesi ha rafforzato in modo significativo anche il lavoro sulla formazione dei volontari, considerata una condizione essenziale per una presenza autentica e responsabile negli istituti penitenziari. In questa prospettiva si è collocato il percorso ‘Essere presenza nel mondo del carcere’, promosso nelle Marche e conclusosi sabato 14 febbraio, che ha registrato oltre 100 iscritti, provenienti dall’Italia e dall’Estero, e più di 1200 visualizzazioni online, segno di un interesse diffuso e trasversale verso il mondo carcerario.
Magistrati, agenti di polizia penitenziaria, psicologi, educatori, criminologi, medici, garanti dei diritti delle persone private della libertà e volontari con lunga esperienza hanno contribuito a un percorso che ha affrontato temi centrali come la devianza minorile, l’ascolto empatico, le misure alternative alla detenzione, il reinserimento sociale e il sostegno alle famiglie dei detenuti, soprattutto quando sono coinvolti figli minori.
Il percorso formativo ha contribuito alla nascita di nuove Conferenze della Società di San Vincenzo De Paoli formate da volontari pronte a operare nelle carceri delle Marche e di altre regioni. Una presenza, ad oggi sono più di 200 i volontari dell’Associazione impegnati nelle carceri italiane, che darà continuità a una missione che non si limita all’assistenza, ma mira a restituire dignità, relazioni e futuro, ha aggiunto la responsabile nazionale Caldart:
“Essere volontari in carcere significa spendersi perché l’altro riacquisisca la propria dignità. E’ una fatica quotidiana, le delusioni spesso superano le soddisfazioni. Ma anche il più piccolo segnale di cambiamento delle persone recluse diventa una spinta a continuare”.
Per cui don Marco Pozza ha concluso: “Se cambia chi sembrava irrecuperabile, allora tutti siamo costretti a farci una domanda”. E’ una provocazione che riguarda l’intera comunità. Perché, forse, il carcere non è solo il luogo dove si sconta una pena, ma anche quello in cui si misura la capacità di una società di non arrendersi all’idea che il male abbia sempre l’ultima parola.
Il Settore Carcere e Devianza della Federazione Nazionale Italiana Società di San Vincenzo De Paoli si dedica alla formazione dei volontari penitenziari e alla realizzazione di attività rivolte alle persone detenute e alle loro famiglie, in collaborazione con le Direzioni degli istituti, il Tribunale di Sorveglianza, l’UEPE e altre realtà del territorio.
Tra le iniziative promosse anche il Premio Carlo Castelli, concorso letterario per detenuti delle carceri italiane e degli Istituti penali per minorenni, patrocinato da Camera, Senato e Ministero della Giustizia e insignito della medaglia del Presidente della Repubblica.
(Foto: San Vincenzo De Paoli)
Società di San Vincenzo De Paoli: nasce il progetto ‘ScegliAmo Bene’ per educare i giovani alla legalità e alla responsabilità sociale
La Federazione Nazionale Italiana Società di San Vincenzo De Paoli ODV lancia ‘ScegliAmo Bene’, un nuovo progetto educativo rivolto agli studenti delle scuole superiori, promosso dal Settore Carcere e Devianza. L’iniziativa mira a sensibilizzare i giovani sul valore della legalità, sulla responsabilità delle proprie scelte e sull’importanza del ruolo attivo nella comunità.
Attraverso laboratori, incontri con formatori di rilievo e attività pratiche, gli studenti avranno l’opportunità di confrontarsi con esperienze concrete e partecipative, sviluppando consapevolezza e autonomia. Il percorso prevede anche la possibilità di mettersi alla prova come volontari, contribuendo direttamente a progetti sociali sul territorio.
Antonella Caldart, Responsabile del Settore Carcere e Devianza, spiega: “Il progetto vuole essere un ponte tra esperienza educativa e impegno civile, offrendo ai giovani strumenti concreti per costruire un futuro più giusto, solidale e responsabile. Crediamo che educare alla legalità significhi anche formare cittadini consapevoli, pronti a partecipare attivamente alla vita della comunità”.
La prima edizione del progetto prenderà avvio a Brescia e si estenderà a livello nazionale, coinvolgendo tutte le scuole superiori che hanno sede in comuni in cui la Società di San Vincenzo De Paoli abbia una propria Conferenza. Le scuole interessate e i partner locali saranno coinvolti nella realizzazione di laboratori interattivi, incontri con esperti e attività creative finalizzate alla riflessione sulla legalità e sulla responsabilità sociale.
Per informazioni e contatti si può scrivere a: carcere.devianza@sanvincenzoitalia.it oppure far riferimento alla Conferenza della Società di San Vincenzo De Paoli presente nel territorio dell’Istituto scolastico che intenderà aderire. La Società di San Vincenzo De Paoli conferma così il suo impegno nella formazione dei giovani e nella promozione della responsabilità sociale, rafforzando valori di solidarietà, legalità e cittadinanza attiva.
(Foto: Società San Vincenzo De’ Paoli)
A Catania mons. Renna proclama un anno giubilare agatino
“Al termine di questa giornata nella quale abbiamo fatto memoria e ringraziato il Signore per gli 899 anni del ritorno delle reliquie di sant’Agata a Catania, in quella memoria liturgica che viene denominata traslazione, vi annuncio con gioia che ho chiesto alla Penitenzieria Apostolica, l’organo della Santa Sede preposto dal Santo Padre per le celebrazioni giubilari, che in occasione del nono centenario della traslazione delle reliquie della nostra santa, nel 2026, sia proclamato un anno giubilare agatino per l’arcidiocesi di Catania. Ho già ricevuto risposta positiva: l’anno giubilare inizierà l’11 gennaio prossimo, festa del Battesimo del Signore e proseguirà fino al 18 agosto del 2026, giorno della Dedicazione della Cattedrale”.
Lo ha annunciato domenica scorsa l’arcivescovo di Catania, mons. Luigi Renna, dopo aver annunciato per il 2026 la celebrazione dell’Anno giubilare agatino per i 900 anni del ritorno delle reliquie di sant’Agata a Catania, fissando anche due importanti appuntamenti: “Il fulcro dei festeggiamenti saranno le due date delle festività del 4-5-6 febbraio, nelle quali interverrà sua Eminenza il cardinal Mario Grech, Segretario del Sinodo universale, di origine maltese, la grande isola a noi vicina che ha come patrona secondaria sant’Agata.
E poi, ho chiesto che il Santo Padre invii un legato pontifico con un suo personale messaggio per i festeggiamenti del 16 e 17 agosto del 2026, nei quali faremo commemorazione dell’arrivo delle reliquie di sant’Agata a Catania”.
Nell’annuncio mons. Renna ha ricordato il gesto del vescovo verso la santa: “La lettera del vescovo Maurizio, che le accolse in questa giornata nel 1126, ci dice che egli stesso andò incontro a sant’Agata a piedi nudi e con una veste bianca, con i segni cioè della penitenza e con il desiderio della vita nuova: un forte richiamo alla veste battesimale che dobbiamo tenere sempre pura e senza macchia per presentarla così al Signore, ricca solo di carità. Quel gesto del mio predecessore vescovo, che trova riscontro nell’abito che voi devoti indossate, il sobrio sacco bianco con il copricapo di colore nero, ci dice che il vero fulcro dei festeggiamenti di sant’Agata è il nostro cuore”.
Quindi il nucleo dei festeggiamenti giubilari è il cuore: “E’ il nostro cuore l’altare da cui sale l’incenso della nostra preghiera e dell’amore a Dio, di una vita impegnata nella carità, che ama il prossimo come sé stesso. L’anno giubilare agatino, come questo anno 2025, ci viene dato per cambiare i nostri cuori… Non mancherà un segno eloquente che dica che la nostra fede si traduce in carità: un’opera di carità per i bisogni della nostra Catania, che rimanga nel tempo, oltre questo anno. Durante l’anno il velo di sant’Agata, segno del suo patrocinio su tutta la Arcidiocesi, sarà pellegrino nelle varie città e paesi della nostra Chiesa locale”.
Per questo ha chiesto tre impegni: “Il primo: la cura dei ragazzi e dei piccoli nelle famiglie. Non lasciateli per strada, collaborate con le scuole e le parrocchie, cari adulti. Nel 2026, a Natale, vorrò benedire tutti i bambini e le bambine che porteranno il nome, come primo nome, di Agata o Agatino o Salvatore, in onore dello sposo di sant’Agata, Gesù Salvatore: che si torni nelle famiglie a dare nomi cristiani, non di personalità che non possono essere esempi di vita cristiana e che non possiamo invocare il giorno del battesimo dei nostri bambini. Ma nel dare un nome cristiano, cari adulti, dovete impegnarvi all’educazione cristiana e umana dei vostri figli, sottraendoli da ciò che può nuocere al loro futuro, cioè alla malavita, alle dipendenze di ogni tipo, alla superficialità”.
Il secondo impegno è un invito a fare rete: “L’altro impegno morale per tutti coloro che hanno a cuore la cosa pubblica, politici, amministratori di enti, imprenditori, uomini e donne delle istituzioni culturali: sappiate far rete perché Catania risorga nella concordia, nella cura di sé: via le lotte intestine, via gli interessi personali, via tutto ciò che ha frenato lo sviluppo di questa città e la sua pulizia morale”.
Il terzo impegno è un invito ai giovani ed agli educatori: “Prendete sant’Agata ad amica della vostra giovinezza. E voi sacerdoti, catechisti, educatori, volontari, sappiate che questi giovani hanno bisogno di chi stia loro accanto, di chi ‘perda’, anzi doni loro il proprio tempo facendoli sentire amati”.
Mentre nell’omelia l’arcivescovo di Catania ha ricordato quello che successe 899 anni prima: “Carissimi fratelli e sorelle, all’alba del 17 agosto di ottocento novantanove anni fa un grido di gioia, secondo una attestata tradizione, si diffondeva nella nostra città: le reliquie di sant’Agata tornavano a Catania; era finalmente possibile venerare la santa catanese di cui era rimasta viva la memoria nonostante per più di un secolo la vita cristiana fosse stata mortificata, ma non cancellata. Il legame tra Agata e Catania non si era interrotto, ma da quel 17 agosto del 1126 si è ravvivato. Questo legame non va vissuto mai automaticamente, ma va’ sempre purificato, rinnovato, attualizzato”.
Quindi ha spiegato il significato della divisione ‘evangelica’: “Ai tempi di sant’Agata molte famiglie vivevano una divisione al loro interno a causa della fede, perché uno sceglieva di essere cristiano, mentre i suoi parenti lo avversavano e arrivavano persino ad ucciderlo, così come accadde per santa Barbara di Nicomedia, che secondo una tradizione fu uccisa dal suo stesso padre”.
Ecco il motivo per cui ha richiamato un episodio di Piergiorgio Frassati: “Mi ha colpito un episodio della vita del beato Piergiorgio Frassati, in cui suo padre Alfredo si lamentò con il parroco perché aveva visto che Piergiorgio recitava il rosario prima di addormentarsi, e il sacerdote per tutta risposta gli disse: Cosa vuoi, che si addormenti con accanto un romanzaccio?”
Tale divisione avviene sempre: “E’ la divisione fra Quinziano, Afrodisia da una parte ed Agata dall’altra. E’ quella che vediamo quando c’è chi sceglie la strada della legalità, come la giovane eroina siciliana Rita Atria che prese le distanze dal modo di agire della sua famiglia e collaborò con il giudice Borsellino. Quante persone ripudiano un modo di fare discutibile e per questo vengono segnate a dito ed escluse: si crea una divisione, che se da alcuni viene vissuta con violenza, da chi è sempre pronto a ricorrere alla corruzione e alle armi, nei santi martiri trova risposta nella mitezza e nella giustizia”.
Ricordando chi soffre per le guerre ha invitato ad offrire una testimonianza cristiana nello stile di sant’Agata: “Sant’Agata ha saputo giudicare il tempo in cui era urgente dare testimonianza a Cristo e non si è tirata indietro. Anche noi vogliamo fare come lei! E’ tempo di una testimonianza cristiana più coerente e verace. E’ tempo di aiutare la nostra città e i nostri quartieri a risorgere. E’ tempo di dare uno sviluppo nuovo al volontariato che si prenda cura dei più fragili e di impegnarsi in una politica che abbia a cuore la concordia per affrontare i problemi.
Noi agiamo in base a ciò che sentiamo dentro, ed oggi vogliamo riascoltare le motivazioni che hanno portato sant’Agata a testimoniare Gesù Cristo. Sant’Agostino diceva che noi agiamo sempre in base a ciò che ci piace di più (delectatio victrix): che ci piaccia di più ciò che piace a Dio, ciò che ci rende graditi a lui, così come è stato sant’Agata. Così saremo anche sicuri di fare ciò che è bene per gli altri, nostri fratelli in Cristo”.
Attilio Momi è il nuovo Presidente del Consiglio Centrale di Vittorio Veneto – Società di San Vincenzo De Paoli ODV
Cambio al vertice per il Consiglio Centrale di Vittorio Veneto Società di San Vincenzo De Paoli ODV. Attilio Momi è stato ufficialmente nominato nuovo Presidente, assumendo un incarico di grande responsabilità all’interno di un’organizzazione che, da anni, opera silenziosamente a fianco delle persone più fragili del territorio.
Nel suo primo intervento da neo eletto, il Presidente Momi ha voluto esprimere un sentito ringraziamento a tutti coloro che hanno riposto in lui fiducia e sostegno: “Sono ottimista e carico per il lavoro che ci apprestiamo a fare insieme ai membri dell’Ufficio di Presidenza e alle Conferenze della nostra Diocesi. Si tratta di un impegno prezioso, rivolto alle famiglie e alle persone in difficoltà, con una visione che considera l’aiuto non come semplice assistenza, ma come accompagnamento in un percorso di miglioramento e crescita”.
Parole che delineano chiaramente l’approccio che il nuovo Presidente intende promuovere in linea con il carisma della Società di San Vincenzo De Paoli: non solo fornire aiuti materiali, ma costruire relazioni di vicinanza e percorsi di rinascita per chi si trova in situazioni di disagio. Durante la cerimonia di nomina, Attilio Momi ha voluto rivolgere un ringraziamento particolare anche alla Presidente Nazionale dell’Associazione, Paola Da Ros, e al Consigliere Spirituale, Don Andrea Forest, entrambi presenti.
“La loro presenza è stata per tutti noi un forte segno di comunione e sostegno”, ha sottolineato, evidenziando l’importanza della collaborazione tra i vari livelli dell’organizzazione e del sostegno spirituale che accompagna il servizio quotidiano dei volontari vincenziani. Con la nomina di Attilio Momi, il Consiglio Centrale di Vittorio Veneto si appresta dunque a intraprendere un nuovo inizio, nel solco dei valori dell’Associazione e con lo sguardo rivolto al futuro per continuare a essere un punto di riferimento concreto e umano per chi vive situazioni di solitudine, povertà o emarginazione e non solo.
Si intende contribuire alla costruzione di un tessuto sociale più giusto e inclusivo con progetti mirati che agiscono su diversi fronti. Spiccano due iniziative di particolare rilievo: il progetto sulla legalità nelle scuole ‘ScegliAmo Bene –Giornata per la legalità e per una comunità responsabile’ ed il corso di italiano per mamme straniere, ‘Italiano in Movimento’.
“Intendiamo abbracciare il progetto ‘ScegliAmo Bene – Giornata per la legalità e per una comunità responsabile’ promosso dalla Società di San Vincenzo De Paoli in collaborazione con il Settore Carcere e Devianze”, confida Attilio Momi. L’iniziativa è rivolta alle scuole italiane e attraverso incontri, dibattiti elaboratori, accompagna i giovani nella costruzione della propria identità civica, stimolandoli a riflettere sull’importanza delle scelte consapevoli, del rispetto delle regole e del bene comune.
“In un contesto sociale segnato da frammentazione e perdita di punti di riferimento, questa azione educativa rappresenta un seme di speranza per costruire una comunità più responsabile e coesa” ha specificato il Presidente Momi. Il progetto ‘Italiano in Movimento’ è stato avviato dalla Conferenza di Oderzo. Si tratta di un corso di lingua italiana rivolto a mamme straniere e rappresenta un importante strumento di integrazione, di sostegno concreto e personalizzato alle donne assistite. Il corso favorisce l’incontro tra culture diverse e sostiene le partecipanti nell’acquisizione di competenze linguistiche fondamentali per la vita quotidiana e l’inserimento sociale.
“Accanto ai progetti culturali ed educativi – dichiara Attilio Momi – il Consiglio Centrale di Vittorio Veneto intende proseguire nella valorizzazione del patrimonio costruito nel tempo insieme alle singole Conferenze. L’attenzione alla persona, nelle sue molteplici dimensioni e necessità, continuerà a rappresentare la nostra priorità. A tal fine verrà mantenuta una stretta collaborazione con le amministrazioni comunali, i benefattori locali e le realtà del volontariato.
Saranno inoltre promosse nuove iniziative rivolte in particolare alle giovani generazioni, come borse di studio e contributi per il trasporto scolastico, con l’obiettivo di sostenere concretamente il diritto allo studio e accompagnare i ragazzi nel loro percorso di crescita personale e formativa”, conclude.
Un insieme di azioni e progetti che mettono in luce la varietà e la profondità dell’impegno quotidiano del Consiglio Centrale che opera nel segno di una solidarietà concreta. L’Ufficio di Presidenza e tutte le Conferenze della Diocesi guardano con fiducia al nuovo corso, certi che sotto la guida del neo Presidente si proseguirà nel cammino di servizio e dedizione che da sempre caratterizza questa storica realtà.
(Foto: Società San Vincenzo de’ Paoli)


























