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‘Essere presenza nel mondo del carcere’: ad Ancona si conclude il percorso di formazione per volontari
Si concluderà sabato 14 febbraio il percorso di formazione ‘Essere presenza nel mondo del carcere’, promosso dai Volontari della Società di San Vincenzo De Paoli delle Marche, con il supporto del Settore Carcere e Devianza della Federazione Nazionale Italiana della Società di San Vincenzo De Paoli ODV e il sostegno delle istituzioni locali. L’ultimo appuntamento si svolgerà online per consentire la partecipazione al corso ai volontari provenienti da altri Stati europei.
Un percorso nato per offrire strumenti, competenze e motivazioni a chi sceglie di avvicinarsi al volontariato in carcere, uno degli ambiti più complessi e meno visibili. Dall’11 ottobre al 6 dicembre 2025, il ciclo formativo ha coinvolto 112 iscritti provenienti da 11 regioni italiane: due terzi dalle Marche, il restante da altre dieci regioni. Tra i partecipanti si contano 15 giovani sotto i 30 anni, circa 20 volontari della Società di San Vincenzo De Paoli e anche una partecipante collegata da Parigi, segno di un interesse che supera i confini regionali e nazionali.
Accanto agli incontri in presenza, il percorso ha avuto una significativa estensione online, con oltre 1.200 visualizzazioni dei video formativi, consentendo a molti di seguire i contenuti anche a distanza. Il percorso ‘Essere presenza nel mondo del carcere’ si avvia così alla conclusione con una partecipazione ampia e trasversale. Numeri che raccontano un bisogno crescente di formazione, senso e accompagnamento tra chi oggi si avvicina al volontariato in carcere.
“Il corso ha fatto emergere un bisogno profondo di avvicinarsi al mondo carcerario, ha sottolineato Antonella Caldart, responsabile del Settore Carcere e Devianza della Società di San Vincenzo De Paoli. Oltre cento partecipanti, dalle Marche, dal resto d’Italia e anche dall’estero, hanno seguito con costanza gli incontri, maturando la convinzione di intraprendere questo cammino in modo consapevole e accompagnato”.
Il percorso ha offerto una formazione articolata e approfondita grazie al contributo di magistrati, agenti di polizia penitenziaria, psicologi, educatori, criminologi, medici, garanti dei diritti delle persone private della libertà e volontari con lunga esperienza. Un cammino pensato non solo per chi desidera entrare in carcere come volontario, ma anche per chi intende sostenere le famiglie dei detenuti o attivare percorsi di messa alla prova e misure alternative alla detenzione, come previsto dalla legge. Tutti gli incontri restano disponibili sul sito SanVincenzoItalia.it.
Un’idea di libertà attraversa l’intero percorso formativo, pensato non solo per trasmettere competenze tecniche, ma anche per accompagnare i volontari in una riflessione personale sul senso della presenza accanto a chi vive l’esperienza della detenzione, ha aggiunto Antonella Caldart: “Essere volontari in carcere richiede disponibilità d’animo, competenze e conoscenza delle regole di vita del carcere. Significa saper accogliere senza giudicare, offrire ascolto e speranza a chi l’ha smarrita, accompagnare detenuti e famiglie nel loro percorso”.
Gli otto incontri, svolti tra Ancona, Pesaro e Ascoli Piceno, in presenza e online, hanno affrontato temi centrali come la devianza minorile, l’ascolto empatico, le misure alternative alla detenzione, il reinserimento sociale, la criminalità e le dipendenze, come ha sottolineato Gabriele Cinti, coordinatore del progetto, perché un’attenzione particolare è stata rivolta ai minori, un ambito in cui ‘la recidiva supera il 40%’. Da qui la necessità di rafforzare la collaborazione tra istituzioni e società civile per costruire percorsi di accompagnamento e inclusione capaci di spezzare il circolo della marginalità.
L’esperienza maturata durante il percorso formativo ha messo in luce anche l’importanza del lavoro e della formazione come strumenti fondamentali di reinserimento sociale, in grado di restituire dignità e autonomia a chi ha scontato una pena. Un impegno che oggi si confronta con criticità strutturali del sistema penitenziario (dal sovraffollamento alla carenza di personale, fino alle difficoltà di accesso per i volontari) e che rende ancora più complesso il lavoro con minori, donne, persone con dipendenze o fragilità psichiche. In questo contesto, il volontariato è chiamato non solo a stare accanto alle persone detenute, ma anche a farsi portavoce delle loro condizioni, affinché la pena mantenga la sua funzione educativa e riabilitativa, come previsto dalla Costituzione.
Il percorso formativo sta producendo effetti concreti anche sul piano organizzativo, secondo Antonella Caldart: “Abbiamo raccolto con grande gioia e soddisfazione la disponibilità di un gruppo numeroso di persone, provenienti da diverse città delle Marche, a entrare nella Società di San Vincenzo De Paoli e a costituire nuove Conferenze dedicate al volontariato carcerario. Stiamo lavorando perché possano diventare operative quanto prima”.
Accanto a queste due nuove realtà in via di costituzione nelle Marche, segnali analoghi arrivano anche da altre regioni. L’attività di sensibilizzazione sui temi della giustizia, della legalità e della responsabilità personale e collettiva, portata avanti dal Settore Carcere e Devianza a livello nazionale sta favorendo la nascita di una nuova Conferenza di volontari carcerari anche in Friuli Venezia Giulia. Le nuove Conferenze andranno ad aggiungersi alle 896 già presenti sul territorio nazionale.
Le Conferenze rappresentano il nucleo operativo della Società di San Vincenzo De Paoli. Si tratta di gruppi di volontari presenti sul territorio che svolgono un servizio diretto a favore delle persone che vivono situazioni di povertà, precarietà ed emarginazione, promuovendo solidarietà, ascolto e accompagnamento.
Al termine del percorso formativo di febbraio, i volontari saranno inseriti in diverse strutture penitenziarie d’Italia. Solo nelle Marche, saranno interessate la Casa Circondariale di Pesaro, Villa Fastiggi e Barcaglioni ad Ancona, la Casa di Reclusione di Fossombrone e la Casa Circondariale di Marino del Tronto ad Ascoli Piceno, dando continuità a un impegno che guarda al futuro del volontariato in carcere.
(Foto: Società San Vincenzo de’ Paoli)
Papa Leone XIV alla Rota Romana: nei giudizi cercare equilibrio tra verità e carità
“In questo nostro primo incontro vorrei anzitutto esprimere il mio apprezzamento per il vostro lavoro, che è un servizio prezioso alla funzione giudiziaria universale che compete al Papa e di cui il Signore vi ha chiamato ad essere partecipi. ‘Veritatem facientes in caritate’: ecco un’espressione che può essere applicata alla vostra missione quotidiana nell’amministrazione della giustizia”: con questa citazione papa Leone XIV ha ricevuto i prelati del Tribunale della Rota Romana per l’inaugurazione dell’Anno Giudiziario, chiedendo di orientare l’attività giudiziale secondo i criteri di verità e carità.
Perciò ha ripreso questo importante punto già affrontato dai papi precedente, che riguarda l’esercizio della giustizia secondo la verità: “Si tratta del rapporto della vostra attività con la verità che è insita nella giustizia. In questa occasione intendo proporvi alcune riflessioni sullo stretto nesso che intercorre tra la verità della giustizia e la virtù della carità. Non si tratta di due principi contrapposti, né di valori da bilanciare secondo criteri puramente pragmatici, ma di due dimensioni intrinsecamente unite, che trovano la loro armonia più profonda nel mistero stesso di Dio, che è Amore e Verità”.
Per questo il papa ha evidenziato il rischio di relativizzazione: “Tale correlazione postula una costante e accurata esegesi critica, poiché, nell’esercizio dell’attività giurisdizionale, emerge non di rado una tensione dialettica tra le istanze della verità oggettiva e le premure della carità. Si ravvisa, talvolta, il rischio che un’eccessiva immedesimazione nelle vicissitudini, spesso travagliate, dei fedeli possa condurre a una pericolosa relativizzazione della verità.
Infatti, una malintesa compassione, pur apparentemente mossa da zelo pastorale, rischia di offuscare la necessaria dimensione di accertamento della verità propria dell’ufficio giudiziale. Ciò può accadere, oltre che nell’ambito delle cause di nullità matrimoniale, ove potrebbe indurre a deliberazioni di sapore pastorale prive di un solido fondamento oggettivo, anche in qualunque tipo di procedimento, inficiandone il rigore e l’equità”.
Di contro può accadere che si eserciti anche una giustizia troppo rigida: “D’altro lato, può a volte darsi un’affermazione fredda e distaccata della verità che non tiene conto di tutto ciò che esige l’amore alle persone, omettendo quelle sollecitudini dettate dal rispetto e dalla misericordia, che devono essere presenti in tutte le fasi di un processo”.
Quindi nell’orientarsi occorre tener conto delle parole dell’apostolo Paolo per un’azione secondo verità: “Veritatem facientes in caritate: non si tratta solo di adeguarsi a una verità speculativa ma di ‘fare la verità’, cioè una verità che deve illuminare tutto l’agire. E ciò deve essere compiuto ‘nella carità’, che è il grande motore che porta a fare giustizia vera…
Il vostro agire, pertanto, sia mosso sempre da quel vero amore al prossimo che cerca al di sopra di tutto la sua salvezza eterna in Cristo e nella Chiesa, che comporta l’adesione alla verità del Vangelo. Troviamo dunque l’orizzonte in cui va collocata tutta l’attività giuridica ecclesiale: la salus animarum quale suprema legge nella Chiesa. In questo modo, il vostro servizio alla verità della giustizia è un contributo d’amore alla salvezza delle anime”.
Alla luce di ciò l’azione deve essere impostata per adempiere ad una giusta sentenza: “Anzitutto, l’agire dei vari protagonisti del processo deve essere interamente improntato dal desiderio fattivo di contribuire a far luce sulla sentenza giusta cui pervenire, con una rigorosa onestà intellettuale, una competenza tecnica e una coscienza retta…
Lo scopo che accomuna tutti gli operatori nei processi, ciascuno nella fedeltà al proprio ruolo, è la ricerca della verità, che non si riduce all’adempimento professionale, ma è da intendersi come espressione diretta della responsabilità morale. A ciò muove in primo luogo la carità, sapendo però andare oltre le esigenze della sola giustizia, per servire nella misura del possibile il bene integrale delle persone, senza stravolgere la propria funzione ma esercitandola con pieno senso ecclesiale”.
Ecco lo scopo per cui è necessario trovare la verità nella carità: “Il servizio alla verità nella carità deve risplendere in tutto l’operato dei tribunali ecclesiastici. Ciò deve poter essere apprezzato da tutta la comunità ecclesiale e specialmente dai fedeli coinvolti: da coloro che chiedono il giudizio sulla loro unione matrimoniale, da chi è accusato di aver commesso un delitto canonico, da chi si considera vittima di una grave ingiustizia, da chi rivendica un diritto. I processi canonici devono ispirare quella fiducia che proviene dalla serietà professionale, dal lavoro intenso e premuroso, dalla dedizione convinta a ciò che può e deve essere percepito come una vera vocazione professionale”.
Per questo è necessaria la tempestività nei processi: “I fedeli e l’intera comunità ecclesiale hanno diritto a un retto e tempestivo esercizio delle funzioni processuali, perché è un cammino che incide sulle coscienze e sulle vite… In questo senso, uno stile ispirato alla deontologia deve permeare anche il lavoro degli avvocati quando essi assistono i fedeli nella difesa dei loro diritti, tutelando gli interessi di parte senza mai oltrepassare quanto in coscienza si ritiene giusto e conforme alla legge.
I promotori di giustizia e i difensori del vincolo sono cardini nell’amministrazione della giustizia, chiamati per la loro missione a tutelare il bene pubblico. Un approccio meramente burocratico in un ruolo di tale importanza recherebbe un pregiudizio evidente alla ricerca della verità”.
Per il papa il processo è un discernimento: “Il processo non è di per sé una tensione tra interessi contrastanti, come a volte viene frainteso, ma è lo strumento indispensabile per discernere la verità e la giustizia nel caso. Il contradittorio nel processo giudiziale, di conseguenza, è un metodo dialogico per l’accertamento del vero. La concretezza del caso, infatti, richiede sempre che siano appurati i fatti e confrontate le ragioni e le prove a favore delle varie posizioni, sulla base delle presunzioni di validità del matrimonio e di innocenza dell’indagato, fino a prova contraria.
L’esperienza giuridica maturata testimonia il ruolo imprescindibile del contraddittorio e l’importanza decisiva della fase istruttoria. Il giudice, mantenendo l’indipendenza e l’imparzialità, dovrà dirimere la controversia secondo gli elementi e gli argomenti emersi nel processo”.
E’ un invito a non abbandonare lo studio per una missione esigente: “Si rivela quindi fondamentale che si continui a studiare e applicare il diritto matrimoniale canonico con serietà scientifica e fedeltà al Magistero. Questa scienza è indispensabile per risolvere le cause seguendo i criteri stabiliti dalla legge e dalla giurisprudenza della Rota Romana, i quali, nella maggioranza dei casi, non fanno altro che dichiarare le esigenze del diritto naturale.
Cari amici, la vostra missione è alta ed esigente. Siete chiamati a custodire la verità con rigore ma senza rigidità e a esercitare la carità senza omissione. In questo equilibrio, che è in realtà una profonda unità, si deve manifestare la vera sapienza giuridica cristiana”.
Prima dell’incontro con il papa mons. Edgar Peña Parra, sostituto della Segreteria di Stato, nell’omelia della messa per l’inaugurazione dell’Anno giudiziario del Tribunale della Rota Romana aveva invitato i prelati uditori, gli officiali e i collaboratori del Tribunale a non far mancare mai ‘carità e prudenza’ nel loro servizio, che li porta spesso ad esprimersi ‘su situazioni personali, matrimoniali e canoniche anche molto dolorose’.
(Foto: Santa Sede)
Gesù Cristo – re dell’universo! Cristo Gesù, re d’amore!
Con la festa di Cristo re si chiude l’anno liturgico. Gesù, Figlio di Dio, si è incarnato, si è fatto uomo per realizzare il Regno di Dio sulla terra. Il popolo ebreo attendeva la nascita di questo bimbo, che avrebbe tenuto il regno di David: un regno eterno ed universale. Nel Vangelo la Chiesa oggi ci presenta il Cristo morente in croce, dove è posta una scritta: I. N. R. I. (Gesù di Nazareth, re dei Giudei). Essere re è l’accusa principale con la quale Gesù viene deferito dai suoi avversari (il Sinedrio e i Sommi sacerdoti ) ed accusato davanti al tribunale di Ponzio Pilato, governatore romano.
Con questa accusa Gesù viene schernito dai Capi del popolo, dai sommi sacerdoti e dalle autorità. Dopo averlo fatto flagellare, Pilato presenta Gesù al popolo dicendo: ‘ecco il vostro Re’. Gesù aveva rifiutato il titolo di re, dopo la moltiplicazione dei pani, ed ogni volta che questo titolo era inteso in senso politico, alla stregua dei ‘capi delle nazioni’. Davanti al governatore che lo interroga: ‘sei tu il re dei giudei?’ Gesù risponde in modo assai chiaro: ‘Sì, tu lo dici, Io sono Re!’
La regalità di Gesù è rivelazione ed attuazione del disegno del Padre, che governa tutte le cose con amore e giustizia. Dio Padre ha affidato a Gesù, vero uomo e vero Dio, la missione di conferire la vita eterna a tutti gli uomini, che ha amato sino all’estremo sacrificio della croce, e il potere di giudicare tutti gli uomini da vero uomo e vero Dio. Un ‘giudizio’ da giudice in chiave di amore. Il linguaggio di Gesù è assai semplice. Egli dirà ai buoni, che hanno amato in modo vero e concreto: “Venite, benedetti dal Padre mio perchè avevo fame, sete, ero nudo, solo, carcerato, malato… e vi ho trovato sempre accanto a me”.
Gesù è un Re che giudica, regna, dopo essere stato esempio vivo a tutti. Se mettiamo in pratica l’amore verso il prossimo solo allora facciamo spazio alla signoria di Cristo Gesù e il suo Regno si realizza in mezzo a noi. Gesù ha instaurato il Regno con il suo grande amore: il sacrificio della croce; amore con amore si paga. Gesù è veramente il nostro Re e lo stesso Pilato fece scrivere sulla croce: I.N.R.I. La storia registra molti regni, che sono esistiti e poi sono stati rovesciati; il regno di Cristo è regno eterno: le porte degli inferi non prevarranno mai.
La stabilità di questo regno non è dovuta ad eserciti o a bombe ed armi di qualsiasi sorta; regna solo l’amore: l’amore verso Dio e i fratelli trasforma il peccato in grazia, la morte in risurrezione, la paura in fiducia. Nel brano del Vangelo ascoltato figurano tre gruppi: a) il popolo , che sta lontano a guardare ( una volta correva dietro a Gesù implorando grazie e guarigioni. b) I capi del popolo, dei soldati e da un malfattore, crocifisso accanto a Gesù ma che non parla. c) un terzo personaggio crocifisso con Gesù, che si rivolge con fede e pentimento: Signore, ricordati di me quando sarai nel tuo regno, e Gesù a lui: ‘oggi sarai con me in paradiso’.
In questo terzo gruppo ci sono anche Maria, sua madre; Giovanni, uno dei dodici apostoli e le pie donne. Il malfattore, crocifisso accanto a Gesù, pentito, riceve da Gesù il grande dono: ‘oggi sarai con me in paradiso’. Per il popolo, per i capi del popolo, per i soldati Gesù ha solo parole di comprensione: ‘Padre, perdona loro!’ Prima che si conclude il dramma del suo sacrificio Gesù rivolgendosi a sua madre esclama: ‘Donna, ecco tuo figlio … e a Giovanni: ecco tua madre’. Per questo motivo, amici carissimi, oggi rivolgiamoci supplici a Maria invocandola: ‘Rivolgi a noi, Madre, gli occhi tuoi misericordiosi’.
Papa Leone XIV invita ad usare con giudizio la ricchezza
“Mi rivolgo anzitutto ai rappresentanti di diverse associazioni cattoliche, impegnate nella solidarietà con la popolazione della Striscia di Gaza. Carissimi, apprezzo la vostra iniziativa e molte altre che in tutta la Chiesa esprimono vicinanza ai fratelli e alle sorelle che soffrono in quella terra martoriata. Con voi e con i Pastori delle Chiese in Terra Santa ripeto: non c’è futuro basato sulla violenza, sull’esilio forzato, sulla vendetta. I popoli hanno bisogno di pace: chi li ama veramente, lavora per la pace”: anche oggi al termine della recita dell’Angelus papa Leone XIV ha rivolto ancora un appello per la pace in Terra Santa con un pensiero per le associazioni che sostengono con aiuti umanitari il popolo di Gaza.
Prima della recita dell’Angelus il papa ha riflettuto sulla parabola della buona amministrazione: “Nel racconto vediamo che un amministratore viene chiamato dal padrone a ‘rendere conto’. Si tratta di un’immagine che ci comunica qualcosa di importante: noi non siamo padroni della nostra vita né dei beni di cui godiamo; tutto ci è stato dato in dono dal Signore e Lui ha affidato questo patrimonio alla nostra cura, alla nostra libertà e responsabilità. Un giorno saremo chiamati a rendere conto di come abbiamo amministrato noi stessi, i nostri beni e le risorse della terra, sia davanti a Dio sia davanti agli uomini, alla società e soprattutto a chi verrà dopo di noi”.
Il papa ha sottolineato l’interesse dell’amministratore: “L’amministratore della parabola ha cercato semplicemente il proprio guadagno e, quando arriva il giorno in cui deve rendere conto e l’amministrazione gli viene tolta, deve pensare a che cosa fare per il suo futuro. In questa situazione difficile, egli comprende che non è l’accumulo dei beni materiali il valore più importante, perché le ricchezze di questo mondo passano; e, allora, si fa venire un’idea brillante: chiama i debitori e ‘taglia’ i loro debiti, rinunciando quindi alla parte che sarebbe spettata proprio a lui. In questo modo, perde la ricchezza materiale ma guadagna degli amici, che saranno pronti ad aiutarlo e a sostenerlo”.
Infatti l’intento di tale amministratore era quello di farsi gli amici: “Infatti, l’amministratore della parabola, pur nella gestione della disonesta ricchezza di questo mondo, riesce a trovare un modo per farsi degli amici, uscendo dalla solitudine del proprio egoismo; tanto più noi, che siamo discepoli e viviamo nella luce del Vangelo, dobbiamo usare i beni del mondo e la nostra stessa vita pensando alla ricchezza vera, che è l’amicizia con il Signore e con i fratelli”.
Quindi questa parabola è interessante per i cristiani, che possono scegliere tra due strade: “Possiamo seguire il criterio dell’egoismo, mettendo la ricchezza al primo posto e pensando solo a noi stessi; ma questo ci isola dagli altri e sparge il veleno di una competizione che spesso genera conflitti. Oppure possiamo riconoscere tutto ciò che abbiamo come dono di Dio da amministrare, e usarlo come strumento di condivisione, per creare reti di amicizia e solidarietà, per edificare il bene, per costruire un mondo più giusto, più equo e più fraterno”.
Prima della recita dell’Angelus papa Leone XIV ha celebrato la messa nella parrocchia ‘Sant’Anna’, affidata agli agostiniani: “A proposito, il Vangelo che è stato appena proclamato ci provoca a esaminare con attenzione il nostro legame con il Signore e, quindi, fra di noi. Gesù pone un’alternativa nettissima tra Dio e la ricchezza, chiedendoci di prendere una chiara e coerente posizione..
Non si tratta di una scelta contingente, come tante altre, né di una opzione rivedibile nel corso del tempo, a seconda delle situazioni. Occorre decidere un vero e proprio stile di vita. Si tratta di scegliere dove porre il nostro cuore, di chiarire chi sinceramente amiamo, chi serviamo con dedizione e qual è davvero il nostro bene”.
Così Gesù invita a fare una scelta di vita: “La sete di ricchezza rischia di prendere il posto di Dio nel nostro cuore, quando riteniamo che sia essa a salvare la nostra vita, come pensa l’amministratore disonesto della parabola. La tentazione è questa: pensare che senza Dio potremmo comunque vivere bene, mentre senza ricchezza saremmo tristi e afflitti da mille necessità.
Davanti alla prova del bisogno ci sentiamo minacciati, ma invece di chiedere aiuto con fiducia e di condividere con fraternità, siamo portati a calcolare, ad accumulare, diventando sospettosi e diffidenti verso gli altri”.
Però non contrappone il ricco al povero, ma ad operare una scelta: “La parola del Signore, infatti, non contrappone gli uomini in classi rivali, ma sprona tutti a una rivoluzione interiore, una conversione che inizia dal cuore. Allora si apriranno le nostre mani: per donare, non per arraffare. Allora si apriranno le nostre menti: per progettare una società migliore, non per scovare affari al miglior prezzo”.
Ed ha sottolineato che la Chiesa chiede ai governanti il buon uso della ricchezza: “Oggi, in particolare, la Chiesa prega perché i governanti delle nazioni siano liberi dalla tentazione di usare la ricchezza contro l’uomo, trasformandola in armi che distruggono i popoli e in monopoli che umiliano i lavoratori. Chi serve Dio diventa libero dalla ricchezza, ma chi serve la ricchezza ne resta schiavo! Chi cerca la giustizia trasforma la ricchezza in bene comune; chi cerca il dominio trasforma il bene comune nella preda della propria avidità”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV: Dio non si scandalizza dei nostri tradimenti
‘Tante grazie per la vostra pazienza! Un appaluso per tutti voi!’: così papa Leone XIV ha salutato a braccio i numerosi pellegrini riuniti per l’udienza generale all’esterno dell’Aula Paolo VI, nel piazzale antistante l’ingresso del Petriano a seguire l’appuntamento del mercoledì dai maxi schermi, mentre ai pellegrini riuniti nella basilica di san Pietro ha ripetuto che Gesù non abbandona: “Tutti avete ascoltato la Catechesi, avete sentito le parole che Gesù non ci abbandona mai, e Gesù sempre ci invita alla conversione, Gesù ci invita a cercare il cammino che ci porta verso di Lui, verso Dio Padre. Allora vogliamo vivere questo momento, anche un saluto, la gioia di poter incontrarci a rinnovare la nostra fede, qui, proprio ai piedi di san Pietro, a rinnovare questo spirito di speranza tanto importante durante quest’anno del Giubileo”.
E nell’udienza generale, svoltasi nell’Aula Paolo VI per il caldo papa Leone XIV, ha proseguito nella catechesi del racconto della Pasqua: “Proseguiamo il nostro cammino alla scuola del Vangelo, seguendo i passi di Gesù negli ultimi giorni della sua vita. Oggi ci fermiamo su una scena intima, drammatica, ma anche profondamente vera: il momento in cui, durante la cena pasquale, Gesù rivela che uno dei Dodici sta per tradirlo: ‘In verità io vi dico: uno di voi, colui che mangia con me, mi tradirà’.
Parole forti. Gesù non le pronuncia per condannare, ma per mostrare quanto l’amore, quando è vero, non può fare a meno della verità. La stanza al piano superiore, dove poco prima tutto era stato preparato con cura, si riempie all’improvviso di un dolore silenzioso, fatto di domande, di sospetti, di vulnerabilità. E’ un dolore che conosciamo bene anche noi, quando nelle relazioni più care si insinua l’ombra del tradimento”.
Anche nel momento del tradimento Gesù propone ai discepoli la strada della salvezza: “Eppure, il modo in cui Gesù parla di ciò che sta per accadere è sorprendente. Non alza la voce, non punta il dito, non pronuncia il nome di Giuda. Parla in modo tale che ciascuno possa interrogarsi. Ed è proprio quello che succede”.
Gesù pone interrogativi a ciascuno per riflettere sulla vita: “Cari amici, questa domanda (‘Sono forse io?’) è forse tra le più sincere che possiamo rivolgere a noi stessi. Non è la domanda dell’innocente, ma del discepolo che si scopre fragile. Non è il grido del colpevole, ma il sussurro di chi, pur volendo amare, sa di poter ferire. E’ in questa consapevolezza che inizia il cammino della salvezza”.
Infatti non ci ‘umilia’: “Gesù non denuncia per umiliare. Dice la verità perché vuole salvare. E per essere salvati bisogna sentire: sentire che si è coinvolti, sentire che si è amati nonostante tutto, sentire che il male è reale ma non ha l’ultima parola. Solo chi ha conosciuto la verità di un amore profondo può accettare anche la ferita del tradimento”.
Quindi il papa ha invitato a vedere la ‘reazione’ degli apostoli: “La reazione dei discepoli non è rabbia, ma tristezza. Non si indignano, si rattristano. E’ un dolore che nasce dalla possibilità reale di essere coinvolti. E proprio questa tristezza, se accolta con sincerità, diventa un luogo di conversione. Il Vangelo non ci insegna a negare il male, ma a riconoscerlo come occasione dolorosa per rinascere”.
Ed ha posto attenzione sulla frase ‘Guai a quell’uomo, dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito! Meglio per quell’uomo se non fosse mai nato!’: “Sono parole dure, certamente, ma vanno intese bene: non si tratta di una maledizione, è piuttosto un grido di dolore. In greco quel “guai” suona come un lamento, un “ahimè”, un’esclamazione di compassione sincera e profonda.
Noi siamo abituati a giudicare. Dio, invece, accetta di soffrire. Quando vede il male, non si vendica, ma si addolora. E quel ‘meglio se non fosse mai nato’ non è una condanna inflitta a priori, ma una verità che ciascuno di noi può riconoscere: se rinneghiamo l’amore che ci ha generati, se tradendo diventiamo infedeli a noi stessi, allora davvero smarriamo il senso del nostro essere venuti al mondo e ci autoescludiamo dalla salvezza”.
E da questa conoscenza del limite umano inizia la ‘resurrezione’: “Eppure, proprio lì, nel punto più oscuro, la luce non si spegne. Anzi, comincia a brillare. Perché se riconosciamo il nostro limite, se ci lasciamo toccare dal dolore di Cristo, allora possiamo finalmente nascere di nuovo. La fede non ci risparmia la possibilità del peccato, ma ci offre sempre una via per uscirne: quella della misericordia.
Gesù non si scandalizza davanti alla nostra fragilità. Sa bene che nessuna amicizia è immune dal rischio del tradimento. Ma Gesù continua a fidarsi. Continua a sedersi a tavola con i suoi. Non rinuncia a spezzare il pane anche per chi lo tradirà. Questa è la forza silenziosa di Dio: non abbandona mai il tavolo dell’amore, neppure quando sa che sarà lasciato solo”.
Ed ecco la necessità di rispondere davanti alla domanda ‘Sono forse io?’: “Non per sentirci accusati, ma per aprire uno spazio alla verità nel nostro cuore. La salvezza comincia da qui: dalla consapevolezza che potremmo essere noi a spezzare la fiducia in Dio, ma che possiamo anche essere noi a raccoglierla, custodirla, rinnovarla”.
Questa domanda apre alla speranza: “In fondo, questa è la speranza: sapere che, anche se noi possiamo fallire, Dio non viene mai meno. Anche se possiamo tradire, Lui non smette di amarci. E se ci lasciamo raggiungere da questo amore (umile, ferito, ma sempre fedele) allora possiamo davvero rinascere. E iniziare a vivere non più da traditori, ma da figli sempre amati”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV invita ad affrontare la malattia nell’attenzione di Gesù
“Domenica scorsa è stato compiuto un vile attentato terroristico contro la comunità greco-ortodossa nella chiesa di Mar Elias a Damasco. Affidiamo le vittime alla misericordia di Dio ed eleviamo le nostre preghiere per i feriti e i familiari. Ai cristiani del Medio Oriente dico: vi sono vicino! Tutta la Chiesa vi è vicina! Questo tragico avvenimento richiama la profonda fragilità che ancora segna la Siria, dopo anni di conflitti e di instabilità. E’ quindi fondamentale che la comunità internazionale non distolga lo sguardo da questo Paese, ma continui a offrirgli sostegno attraverso gesti di solidarietà e con un rinnovato impegno per la pace e la riconciliazione”.
Al termine dell’udienza generale papa Leone XIV ha espresso preoccupazione per i cristiani in Medio Oriente, dopo l’attentato in una chiesa a Damasco, attraverso un appello alla pace per questa regione del mondo con le parole del profeta Isaia: “Continuiamo a seguire con attenzione e con speranza gli sviluppi della situazione in Iran, Israele e Palestina.
Le parole del profeta Isaia risuonano più che mai urgenti: ‘Una nazione non alzerà più la spada contro un’altra nazione, non impareranno più l’arte della guerra’. Si ascolti questa voce, che viene dall’Altissimo! Si curino le lacerazioni provocate dalle sanguinose azioni degli ultimi giorni. Si respinga ogni logica di prepotenza e di vendetta e si scelga con determinazione la via del dialogo, della diplomazia e della pace”.
Mentre la catechesi dell’udienza generale è stata incentrata sulle guarigioni operate da Gesù: “Anche oggi meditiamo sulle guarigioni di Gesù come segno di speranza. In Lui c’è una forza che anche noi possiamo sperimentare quando entriamo in relazione con la sua Persona.
Una malattia molto diffusa nel nostro tempo è la fatica di vivere: la realtà ci sembra troppo complessa, pesante, difficile da affrontare. E allora ci spegniamo, ci addormentiamo, nell’illusione che al risveglio le cose saranno diverse. Ma la realtà va affrontata, e insieme con Gesù possiamo farlo bene. A volte poi ci sentiamo bloccati dal giudizio di coloro che pretendono di mettere etichette sugli altri”.
Quindi papa Leone XIV ha meditato su due episodi presi dal vangelo di Marco: “Tra queste due figure femminili, l’Evangelista colloca il personaggio del padre della ragazza: egli non rimane in casa a lamentarsi per la malattia della figlia, ma esce e chiede aiuto. Benché sia il capo della sinagoga, non avanza pretese in ragione della sua posizione sociale. Quando c’è da attendere non perde la pazienza e aspetta. E quando vengono a dirgli che sua figlia è morta ed è inutile disturbare il Maestro, lui continua ad avere fede e a sperare”.
Insomma due storie di sofferenza che si intrecciano: “Il colloquio di questo padre con Gesù è interrotto dalla donna emorroissa, che riesce ad avvicinarsi a Gesù e a toccare il suo mantello. Questa donna con grande coraggio ha preso la decisione che cambia la sua vita: tutti continuavano a dirle di rimanere a distanza, di non farsi vedere. L’avevano condannata a rimanere nascosta e isolata. A volte anche noi possiamo essere vittime del giudizio degli altri, che pretendono di metterci addosso un abito che non è il nostro. E allora stiamo male e non riusciamo a venirne fuori”.
Pur relegata riesce a trovare il coraggio di ‘uscire allo scoperto’: “Quella donna imbocca la via della salvezza quando germoglia in lei la fede che Gesù può guarirla: allora trova la forza di uscire e di andare a cercarlo. Vuole arrivare a toccare almeno la sua veste. Intorno a Gesù c’era tanta folla, e dunque tante persone lo toccavano, eppure a loro non succede niente. Quando invece questa donna tocca Gesù, viene guarita. Dove sta la differenza?”
Ricorrendo a sant’Agostino il papa ha messo in evidenza la fede che dà coraggio: “Commentando questo punto del testo, sant’Agostino dice (a nome di Gesù): ‘La folla mi si accalca intorno, ma la fede mi tocca’. E’ così: ogni volta che facciamo un atto di fede indirizzato a Gesù, si stabilisce un contatto con Lui e immediatamente esce da Lui la sua grazia. A volte noi non ce ne accorgiamo, ma in modo segreto e reale la grazia ci raggiunge e da dentro pian piano trasforma la vita”.
Ciò accade anche oggi con l’invito a superare la paura: “Forse anche oggi tante persone si accostano a Gesù in modo superficiale, senza credere veramente nella sua potenza. Calpestiamo la superficie delle nostre chiese, ma forse il cuore è altrove! Questa donna, silenziosa e anonima, vince le sue paure, toccando il cuore di Gesù con le sue mani considerate impure a causa della malattia. Ed ecco che subito si sente guarita”.
Ugualmente succede al padre, a cui è morta la figlia: “Nel frattempo, portano a quel padre la notizia che sua figlia è morta. Gesù gli dice: ‘Non temere, soltanto abbi fede!’. Poi va a casa sua e, vedendo che tutti piangono e gridano, dice: ‘La bambina non è morta, ma dorme’… Quel gesto di Gesù ci mostra che Lui non solo guarisce da ogni malattia, ma risveglia anche dalla morte. Per Dio, che è Vita eterna, la morte del corpo è come un sonno. La morte vera è quella dell’anima: di questa dobbiamo avere paura”.
L’ultima annotazione del papa ha evidenziato l’attenzione di Gesù al nutrimento del guarito: “Un ultimo particolare: Gesù, dopo aver risuscitato la bambina, dice ai genitori di darle da mangiare. Ecco un altro segno molto concreto della vicinanza di Gesù alla nostra umanità. Ma possiamo intenderlo anche in senso più profondo e domandarci: quando i nostri ragazzi sono in crisi e hanno bisogno di un nutrimento spirituale, sappiamo darglielo? E come possiamo se noi stessi non ci nutriamo del Vangelo?
Cari fratelli e sorelle, nella vita ci sono momenti di delusione e di scoraggiamento, e c’è anche l’esperienza della morte. Impariamo da quella donna, da quel padre: andiamo da Gesù: Lui può guarirci, può farci rinascere. Gesù è la nostra speranza!”
(Foto: Santa Sede)
L’amicizia ha tutti i colori del mondo
In ‘Il colore dell’amicizia’, film del 2000 diretto da Kevin Hooks, Piper Dellum, un’adoloscente afro-americana che vive in America, nel 1979 chiede ai suoi genitori di ospitare una studentessa africana per uno scambio culturale. Suo padre, un membro del Congresso che si batte contro l’apartheid, acconsente e a loro viene assegnata Mahree Bok.
Appena giunta in America, Mahree conosce la famiglia ospitante e sia lei che i Dellum rimangono molto sorpresi: lei non si aspettava che si trattasse di una famiglia afro-americana e loro non si aspettavano che arrivasse una sudafricana bianca.
Mahree è molto confusa e non sa cosa fare. Preconcetti e giudizi affrettati minacciano di rovinare lo scambio prima ancora che incominci. A Mahree infatti è stato insegnato a considerare i neri nel suo paese come inferiori, mentre i Dellum hanno finito per vedere tutti i bianchi sud-africani come oppressori. All’inizio le due si parlano a malapena ma poi, dopo una giornata trascorsa insieme, diventano amiche. Passano le settimane e Piper e Mahree diventano inseparabili.
Tuttavia, un giorno, alcuni uomini bianchi dell’ambasciata sudafricana portano via Mahree dalla casa dei Dellum. La povera ragazza resta sconcertata perché non capisce le ragioni di quest’allontanamento e del forzato rimpatrio. Nonostante chieda ripetutamente delle delucidazioni, nessuno le dà una spiegazione valida. Riceve invece l’ordine di prenotare telefonicamente un volo per il Sudafrica e di partire il prima possibile.
Mentre Mahree si trova all’ambasciata, comincia a seguire un notiziario che parla del suicidio dell’attivista sudafricano di colore Stephen Biko, considerato un criminale dal governo sudafricano. Nel frattempo, a casa dei Dellum, Piper è molto triste per via della partenza della sua amica e decide di chiamare suo padre per fermarla e farla tornare da loro. Il senatore riesce a far proseguire lo scambio.
Appena tornata dai Delium, Mahree va subito da Piper e le racconta tutto, compreso il notiziario che aveva visto, aggiungendo il dettaglio che Biko era un criminale. Questa informazione le era stata fornita dal padre, molto soddisfatto di averlo arrestato. Piper però ribatte che, in realtà, l’uomo lottava per i diritti della popolazione di colore in modo non-violento. La verità era che la polizia sudafricana lo aveva picchiato a sangue, dichiarando poi che Biko si era suicidato. Fra le due ragazze scoppia un litigio, calmato dall’intervento del senatore Dellum.
Dopo il semestre a casa dei Dellum, Mahree capisce quali sono i diritti dei sudafricani neri. E’ ancora più convinta che la sua migliore amica sudafricana sia Flora, la loro domestica di colore, che aveva nascosto la bandiera dei ribelli trovata dal fratellino di Mahree in modo da non farlo sgridare dai genitori. Così, appena tornata a casa, Mahree le mostra quella stessa bandiera cucita dentro la sua giacca e poi libera l’uccellino che suo fratello aveva catturato e messo in gabbia, perché capisce che la libertà è un diritto importante e deve essere concesso a tutti gli esseri viventi.
Analizzando la trama, si possono riscontrare alcuni temi fondamentali sparsi lungo tutta la storia e ben riassunti nel finale. Essi sono: l’uguaglianza al di là della diversità, l’ascolto aperto alla fiducia, il credo religioso, la libertà, le paure e i pregiudizi.
Flora spiega a Mahree e a suo fratello che gli uccelli tessitori, come quello che lui ha catturato, creano tanti nidi e vivono in comunità senza curarsi dei diversi colori delle loro piume, tra cui anche il nero. Inizialmente, Mahree non comprende la conclusione del discorso, ovvero sarebbe bello che anche gli umani si comportassero così. Grazie allo scambio, scoprirà la verità e sarà proprio lei a raccontarla al senatore.
Durante la permanenza negli Stati Uniti, Mahree accetta di confrontarsi con idee diverse dalle sue, leggendo libri proibiti in Sudafrica in quanto denunciavano i maltrattamenti subiti dai neri e dialogando su questi argomenti con il senatore. Lui ha punti di vista differenti dai suoi, ma riesce a colmare le lacune lasciate dai genitori di lei nella loro versione dei fatti, non sempre corretta.
Durante la festa che la comunità nera del luogo dà in onore del Sudafrica prima della partenza di Mahree alla conclusione dello scambio, il senatore riprende un discorso di Lincoln, nel quale egli auspicava che nel futuro ci fosse la possibilità per ognuno di credere “nel Dio che si è scelto”. Si tratta di un aspetto della libertà individuale, che nel film è strettamente collegata con quello dell’uguaglianza.
Sempre durante quella festa si fa riferimento anche alla libertà dalla paura. Il film mette in luce come molto spesso i timori siano generati dai pregiudizi. E’ bello vedere come la storia riesca a rappresentare i preconcetti di entrambe le parti in causa. Sottolinea efficacemente le lacune che tutti i personaggi hanno a causa delle idee scorrette che si sono fatti col tempo.. Nonostante questo, riescono a superare le paure e le diffidenze, scoprendo le verità che erano state loro nascoste.
In conclusione, qual è il colore dell’amicizia? Tutti i colori del mondo.
(Foto: Disney Plus)
Novendiali: Dio non abbandona il popolo
“Il brano del vangelo è noto. Una scena grandiosa dal carattere universalistico: tutti i popoli, che vivono insieme nell’unico campo che è il mondo, sono radunati davanti al Figlio dell’Uomo, seduto sul trono della sua gloria per giudicare. Il messaggio è chiaro: nella vita di tutti, credenti e non credenti, indistintamente, vi è un momento di discrimine: a un certo punto alcuni iniziano a partecipare della stessa gioia di Dio, altri cominciano a patire la tremenda sofferenza della vera solitudine, perché, estromessi dal Regno, restano disperatamente soli nell’anima”: lo ha detto oggi il card. Mauro Gambetti, arciprete della Basilica Vaticana, nell’omelia del quarto novendiale celebrato in suffragio di papa Francesco e affidato ai Capitoli delle basiliche papali.
Però l’appartenenza a Gesù dipende anche dal ‘vedere’: “Nel testo greco il verbo ‘vedere’ è espresso da Matteo con òráo, che significa vedere in profondità, percepire, comprendere. Parafrasando: Signore, quando ti abbiamo ‘capito’, ‘individuato’, ‘qualificato’? La risposta di Gesù lascia intendere che non è la professione di fede, la conoscenza teologica o la prassi sacramentale a garantire la partecipazione alla gioia di Dio, ma il coinvolgimento qualitativo e quantitativo nella vicenda umana dei fratelli più piccoli. E la cifra dell’umano è la regalità di Gesù di Nazaret, che nella sua vita terrena condivise in tutto la debolezza della nostra natura, fino ad essere rifiutato, perseguitato e crocifisso”.
Ed ha ripreso un colloquio del papa con i Gesuiti avvenuto nel 2023 a Lisbona, in cui ha sottolineato l’apertura della Chiesa: “La ‘cristiana umanità’ rende la chiesa casa di tutti. Quanto sono attuali le parole di Francesco pronunciate nel colloquio con i Gesuiti a Lisbona nel 2023: Tutti tutti tutti sono chiamati a vivere nella Chiesa: non dimenticatelo mai!
Come riportano gli Atti degli Apostoli, Pietro lo aveva asserito chiaramente: In verità sto rendendomi conto che Dio non fa preferenza di persone, ma accoglie chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque nazione appartenga”.
Per questo è necessaria percorrere la via della globalizzazione con un rimando a santa Caterina da Siena: “Il brano della prima lettura è la conclusione dell’incontro di Pietro con dei pagani, Cornelio e la sua famiglia (At 10); un episodio che, in un’epoca globalizzata, secolarizzata e assetata di Verità e di Amore come la nostra, attraverso l’atteggiamento di Pietro addita la via dell’evangelizzazione: l’apertura all’umano senza riserve, l’interessamento gratuito agli altri, la condivisione del vissuto e l’approfondimento per aiutare ogni uomo e ogni donna a dare credito alla vita, alla grazia creaturale, e, quando vedranno che piace a Dio (direbbe san Francesco d’Assisi), l’annuncio del vangelo, ovvero il rivelarsi dell’umanità divina di Gesù nella storia, per chiamare le genti alla fede in Cristo, ‘folle d’amore’ per l’uomo, come insegna santa Caterina da Siena di cui ricorre oggi la festa in Italia. Allora potrà dispiegarsi per tutti il pieno valore della professione di fede, della sana teologia e dei sacramenti che arricchiscono di ogni grazia la vita nello spirito”.
Mentre ieri il vicario della diocesi di Roma, card. Baldassare Reina, ha riflettuto sul pastore: “Pecore senza pastore: una metafora che ci permette di ricomporre i sentimenti di questi giorni, e di attraversare la profondità dell’immagine che abbiamo ricevuto dal Vangelo di Giovanni, il chicco di grano che deve morire per dare frutto. Una parabola che racconta l’amore del pastore per il suo gregge”.
Le pecore sono alla ricerca del proprio pastore: “Attorno a Lui ci sono gli apostoli che gli riferiscono tutto quello che avevano fatto e insegnato. Le parole, i gesti, le azioni apprese dal Maestro, l’annuncio del regno del Dio veniente, la necessità del cambiamento di vita, uniti a segni capaci di dare carne alle parole: una carezza, una mano tesa, discorsi disarmati, senza giudizi, liberatori, non timorosi del contatto con l’impurità. Nel compiere questo servizio, necessario a risvegliare la fede, a suscitare speranza che il male presente nel mondo non avrebbe avuto l’ultima parola, che la vita è più forte della morte, non avevano avuto neanche il tempo di mangiare. Gesù ne avverte il peso, e questo ci conforta ora”.
Un pastore che mostra misericordia per le pecore disperse: “La compassione di Gesù è quella dei profeti che manifestano la sofferenza di Dio nel vedere il popolo disperso e abusato dai cattivi pastori, dai mercenari che si servono del gregge, e che fuggono quando vedono arrivare il lupo. Ai cattivi pastori non gliene importa nulla delle pecore, le abbandonano nel pericolo, e per questo saranno rapite e disperse. Mentre il pastore buono offre la vita per le sue pecore”.
Però anche in tempi difficili Dio non abbandona il popolo: “Ci sono tempi come il nostro in cui, come l’agricoltore a cui fa riferimento il salmista, seminare diventa un gesto estremo, mosso dalla radicalità di un atto di fede. E’ tempo di carestia, il seme gettato sulla terra è quello sottratto all’ultima scorta senza la quale si muore. Il contadino piange perché sa che questo ultimo atto gli sta chiedendo di mettere a rischio la vita.
Ma Dio non abbandona il suo popolo, non lascia soli i suoi pastori, non permetterà come per il Figlio che Egli sia abbandonato nel sepolcro, nella tomba della terra. La nostra fede custodisce la promessa di una mietitura gioiosa ma che dovrà passare dalla morte del seme che è la nostra vita.
Quel gesto estremo, totale, estenuante, del seminatore mi ha fatto ripensare al giorno di Pasqua di papa Francesco, a quel riversarsi senza risparmio nella benedizione e nell’abbraccio al suo popolo, il giorno prima di morire. Ultimo atto del suo seminare senza risparmio l’annuncio delle misericordie di Dio. Grazie papa Francesco”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Francesco: l’incontro con Gesù svela la vita
“Cari fratelli e sorelle, dopo aver meditato sull’incontro di Gesù con Nicodemo, il quale era andato a cercare Gesù, oggi riflettiamo su quei momenti in cui sembra proprio che Lui ci stesse aspettando proprio lì, in quell’incrocio della nostra vita. Sono incontri che ci sorprendono, e all’inizio forse siamo anche un po’ diffidenti: cerchiamo di essere prudenti e di capire che cosa sta succedendo”: in questa seconda catechesi, annullata per la convalescenza a Casa Santa Marta dopo il ricovero di oltre un mese al Policlinico Gemelli per una infezione polimicrobica e una polmonite bilaterale, dedicata a ‘La vita di Gesù. Gli incontri’ il papa si è soffermato sul colloquio fra Cristo e la samaritana.
In questo incontro tra Gesù e la samaritana il papa ha sottolineato l’esperienza fatta da questa donna: “Lei non si aspettava di trovare un uomo al pozzo a mezzogiorno, anzi sperava di non trovare proprio nessuno. In effetti, va a prendere l’acqua al pozzo in un’ora insolita, quando è molto caldo. Forse questa donna si vergogna della sua vita, forse si è sentita giudicata, condannata, non compresa, e per questo si è isolata, ha rotto i rapporti con tutti”.
Tale presenza non è stata casuale, ma scelta proprio da Gesù: “Per andare in Galilea dalla Giudea, Gesù avrebbe potuto scegliere un’altra strada e non attraversare la Samaria. Sarebbe stato anche più sicuro, visti i rapporti tesi tra giudei e samaritani. Lui invece vuole passare da lì e si ferma a quel pozzo proprio a quell’ora! Gesù ci attende e si fa trovare proprio quando pensiamo che per noi non ci sia più speranza. Il pozzo, nel Medio Oriente antico, è un luogo di incontro, dove a volte si combinano matrimoni, è un luogo di fidanzamento. Gesù vuole aiutare questa donna a capire dove cercare la risposta vera al suo desiderio di essere amata”.
E’ un tentativo di dialogo attraverso un desiderio: “Il tema del desiderio è fondamentale per capire questo incontro. Gesù è il primo a esprimere il suo desiderio: ‘Dammi da bere!’. Pur di aprire un dialogo, Gesù si fa vedere debole, così mette l’altra persona a suo agio, fa in modo che non si spaventi. La sete è spesso, anche nella Bibbia, l’immagine del desiderio. Ma Gesù qui ha sete prima di tutto della salvezza di quella donna”.
Inoltre il papa ha sottolineato che nel racconto evangelico l’incontro avviene a mezzogiorno: “Se Nicodemo era andato da Gesù di notte, qui Gesù incontra la donna samaritana a mezzogiorno, il momento in cui c’è più luce. E’ infatti un momento di rivelazione. Gesù si fa conoscere da lei come il Messia e inoltre fa luce sulla sua vita. La aiuta a rileggere in modo nuovo la sua storia, che è complicata e dolorosa: ha avuto cinque mariti e adesso sta con un sesto che non è marito. Il numero sei non è casuale, ma indica di solito imperfezione. Forse è un’allusione al settimo sposo, quello che finalmente potrà saziare il desiderio di questa donna di essere amata veramente. E quello sposo può essere solo Gesù”.
Da tale confidenza il discorso si sposta sulla questione religiosa: “Questo capita a volte anche a noi mentre preghiamo: nel momento in cui Dio sta toccando la nostra vita coi suoi problemi, ci perdiamo a volte in riflessioni che ci danno l’illusione di una preghiera riuscita. In realtà, abbiamo alzato delle barriere di protezione. Il Signore però è sempre più grande, e a quella donna samaritana, alla quale secondo gli schemi culturali non avrebbe dovuto neppure rivolgere la parola, regala la rivelazione più alta: le parla del Padre, che va adorato in spirito e verità… E’ come una dichiarazione d’amore: Colui che aspetti sono io; Colui che può rispondere finalmente al tuo desiderio di essere amata”.
E dall’esperienza di un incontro nasce la missione: “A quel punto la donna corre a chiamare la gente del villaggio, perché è proprio dall’esperienza di sentirsi amati che scaturisce la missione. E quale annuncio potrà mai aver portato se non la sua esperienza di essere capita, accolta, perdonata? E’ un’immagine che dovrebbe farci riflettere sulla nostra ricerca di nuovi modi per evangelizzare”.
Da questo incontro con Gesù nasce la riconciliazione che rigenera la vita: “Il passato non è più un peso; lei è riconciliata. Ed è così anche per noi: per andare ad annunciare il Vangelo, abbiamo bisogno prima di deporre il peso della nostra storia ai piedi del Signore, consegnare a Lui il peso del nostro passato. Solo persone riconciliate possono portare il Vangelo. Cari fratelli e care sorelle, non perdiamo la speranza! Anche se la nostra storia ci appare pesante, complicata, forse addirittura rovinata, abbiamo sempre la possibilità di consegnarla a Dio e di ricominciare il nostro cammino. Dio è misericordia e ci attende sempre!”
XXXI domenica Tempo ordinario: il grande comandamento è amare
Un Dottore della Legge pone a Gesù una domanda: Quale è il primo di tutti i comandamenti? Il primo non in senso cronologico, ma quello che sintetizza in sé tutti i comandamenti. Gesù risponde con le parole stesse della Bibbia: ‘Ascolta Israele: il Signore Dio nostro è l’unico Signore; amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta l’anima, co tutte le forze’; Gesù poi aggiunge quello che Egli chiama ‘secondo comandamento: amerai il prossimo tuo come te stesso!’ Dio è amore: il comandamento essenziale allora non può essere che ‘amare’: amare Dio è l’opzione fondamentale, è la scelta fondamentale e nasce con la Fede e la Speranza.
Cristo Gesù non è venuto ad abolire l’antica legge ma a completarla; amare Dio come prima cosa, amore del prossimo come completamento dell’amore di Dio: ami veramente Dio se ami il prossimo. Gesù, come vedi, non chiede un amore soggettivo, ma un amore oggettivo; non richiede quel sentimento che sente o che prova una persona che ama; Gesù chiede di fare la volontà di Dio, ci chiede azioni reali e concrete e non sentimenti: l’amore cristiano è carità perchè scaturisce da Dio come il raggio dal sole; deve essere espressione vera dell’amore di Dio nel nostro cuore e nella nostra vita. Ecco perchè Gesù dice: se uno mi ama osserverà la mia parola (Gv. 14, 23), ‘Se mi amate osserverete i miei comandamenti’.
Non è dunque un amore su comando; l’amore vero deve essere libero e non si ottiene per imposizione dall’esterno; l’amore è frutto della scelta di Dio, che ci amati per primo e amandoci ci ha conferito la grazia per amare Dio e amare i fratelli. L’amore, prima di essere un comandamento, è la risposta ad una esperienza di amore. Dio è amore e amando crea e creando ama; da questa esperienza nasce spontaneo il comandamento che non è una imposizione ma la risposta naturale a Dio, che ci ha amato per primo.
Amore con amore si paga! L’amore che conta non è quello che si ferma ad un sentimento vuoto ma quello che si concretizza nella stessa realtà creata dove Gesù, il Verbo eterno, ha assunto la natura umana, ha sofferto in croce offrendosi vittima al Padre per amore dell’uomo, per aprire agli uomini le porte del Regno dei cieli. Cristo Gesù è venuto non per abolire la legge antica anzi dirà: neppure una iota verrà cancellata.
L’amore segna il vertice della vita cristiana: Dio non è solo il Signore da adorare, temere, obbedire ma è l’oggetto del nostro amore totale (ama il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutte le forze), ama il prossimo tuo perchè figlio di Dio, fratello nostro per il quale lo stesso Cristo è morto in croce per salvarlo. Gesù conclude così la Vecchia Alleanza ed instaura la Nuova.
La novità riguarda la parola ‘prossimo’. Chi è il prossimo d’amare? Prossimo non è solo il familiare, l’amico o uno del gruppo ma tutti costituiscono il prossimo perchè per tutti Gesù si è incarnato, è morto in croce, ha dato la sua vita. Gesù vuole tutti salvi ed ha fatto dell’umanità la sua nuova famiglia.
Per l’ebreo prossimo era solo l’altro ebreo; per l’islamico è l’altro islamico; per il cristiano prossimo è ogni uomo. Questo amore deve avere il carattere della interiorità, nel senso che non dobbiamo amare per convenienza, per utilità o dovere, ma amare perchè l’altro è tuo fratello, figlio dell’amore eterno di Dio.
Dio è amore e noi, davanti a Dio, saremo giudicati solo sull’amore: ‘Ama et fac quod vis’: chi ama non offenderà mai Dio o il fratello. Lo diciamo nel ‘Padre nostro’: perdona a noi come noi perdoniamo i nostri debitori; (cioè “con la stessa misura con la quale misurate, dice Gesù, sarete misurati”. Ama di cuore e troverai sempre Dio grande e misericordioso. Se un sorriso viene dal cuore è cortesia, se è solo esteriorità è ipocrisia.
Come amare concretamente Dio? La via più breve è amare il fratello in nome di Dio, superando così ogni frontiera di risentimento, di odio, di vendetta. Questo significa essere cristiano: un amore che si oppone alla logica del mondo dove esiste solo la logica del più forte, la legge che fa del mondo una foresta dove ‘homo homini lupus’. Da qui la risposta assai chiara di Gesù alla domanda: quale è il più grande comandamento?
Una risposta categorica: ‘Amerai…’, un verbo al futuro per indicare una storia mirabile: l’amore infatti assicura il futuro del mondo; senza amore non c’è futuro. Ascoltiamo, cari amici, la parola del Signore: se non l’ascolti la rimpiangerai; se la disprezzi, sarà la tua rovina, la tua condanna. E’ la parola che ti rimette in equilibrio perchè ti permette di ritrovare te stesso. La Madonna, la donna del ‘sì’, dell’amore, ci aiuti ad essere veri uomini e cristiani.




























