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Card. Pizzaballa invita a pregare per la pace in Terra Santa
“In queste ultime ore, nella drammatica situazione del Medio Oriente, si stanno compiendo alcuni significativi passi in avanti nelle trattative di pace, che auspico possano al più presto raggiungere i risultati sperati. Chiedo a tutti i responsabili di impegnarsi su questa strada, di cessare il fuoco e di liberare gli ostaggi, mentre esorto a restare uniti nella preghiera, affinché gli sforzi in corso possano mettere fine alla guerra e condurci verso una pace giusta e duratura” con queste parole dopo la recita dell’Angelus papa Leone XIV ha ricordato la necessità della pace nella Terra Santa.
Infatti venerdì 3 ottobre è giunta, dopo quella israeliana, anche la risposta positiva di Hamas al presidente statunitense Donald Trump che il 29 settembre scorso, alla Casa Bianca, aveva messo sul tavolo le sue carte per la pace in Terra Santa. Il presidente americano ha espresso soddisfazione e gratitudine ai partner arabi che hanno collaborato, chiedendo agli israeliani di sospendere le ostilità nella Striscia.
Per questo nel giorno della festività di san Francesco il patriarca di Gerusalemme dei Latini, card. Pierbattista Pizzaballa,ha mostrato sollievo nella lettera indirizza a tutti i fedeli della sua diocesi: “Sono due anni che la guerra ha assorbito gran parte delle nostre attenzioni ed energie. E’ ormai a tutti tristemente noto quanto è accaduto a Gaza. Continui massacri di civili, fame, sfollamenti ripetuti, difficoltà di accesso agli ospedali e alle cure mediche, mancanza di igiene, senza dimenticare coloro che sono detenuti contro la loro volontà.
Per la prima volta, comunque, le notizie parlano finalmente di una possibile nuova pagina positiva, della liberazione degli ostaggi israeliani, di alcuni prigionieri palestinesi e della cessazione dei bombardamenti e dell’offensiva militare. E’ un primo passo importante e lungamente atteso. Nulla è ancora del tutto chiaro e definito, ci sono ancora molte domande che attendono risposta, molto resta da definire, e non dobbiamo farci illusioni. Ma siamo lieti che vi sia comunque qualcosa di nuovo e positivo all’orizzonte”.
Ed ha espresso questa ‘gioia’, che sarà completa in cui saranno liberati tutti gli ostaggi da entrambi le parti: “Attendiamo il momento per gioire per le famiglie degli ostaggi, che potranno finalmente abbracciare i loro cari. Ci auguriamo lo stesso anche per le famiglie palestinesi che potranno abbracciare quanti ritornano dalla prigione. Gioiamo soprattutto per la fine delle ostilità, che ci auguriamo non sia temporanea, che porterà sollievo agli abitanti di Gaza”.
E’ una gioia, perché potrebbe essere un ‘nuovo’ inizio: “Gioiamo anche per tutti noi, perché la possibile fine di questa guerra orribile, che davvero sembra ormai vicina, potrà finalmente segnare un nuovo inizio per tutti, non solo israeliani e palestinesi, ma anche per tutto il mondo. Dobbiamo comunque restare con i piedi per terra. Molto resta ancora da definire per dare a Gaza un futuro sereno. La cessazione delle ostilità è solo il primo passo (necessario e indispensabile) di un percorso insidioso, in un contesto che resta comunque problematico”.
Però ha ricordato la situazione anche in Cisgiordania: “Non dobbiamo dimenticare, inoltre, che la situazione continua a deteriorarsi anche in Cisgiordania. Sono ormai quotidiani i problemi di ogni genere che le nostre comunità sono costrette ad affrontare, soprattutto nei piccoli villaggi, sempre più accerchiati e soffocati dagli attacchi dei coloni, senza sufficiente difesa delle autorità di sicurezza”.
Infatti tale conflitto mette in ‘pericolo’ la Chiesa: “I problemi, insomma, sono ancora tanti. Il conflitto continuerà ancora per lungo tempo ad essere parte integrale della vita personale e comunitaria della nostra Chiesa. Nelle decisioni da prendere riguardo alla nostra vita, anche le più banali, dobbiamo sempre prendere in considerazione le dinamiche contorte e dolorose da esso causate: se i confini sono aperti, se abbiamo i permessi, se le strade saranno aperte, se saremo al sicuro”.
Quindi la sfida a cui è chiamata la Chiesa è quella della speranza: “La mancanza di chiarezza sulle prospettive future, che sono ancora tutte da definire, inoltre, contribuisce al senso di disorientamento e fa crescere il sentimento di sfiducia. Ma è proprio qui che, come Chiesa, siamo chiamati a dire una parola di speranza, ad avere il coraggio di una narrativa che apra orizzonti, che costruisca anziché distruggere, sia nel linguaggio che usiamo che nelle azioni e gesti che porremo.
Non siamo qui per dire una parola politica, né per offrire una lettura strategica degli eventi. Il mondo è già pieno di parole simili, che raramente cambiano la realtà. Ci interessa, invece, una visione spirituale che ci aiuti a restare saldi nel Vangelo”.
La lettera del patriarca è un invito a non abituarsi alla sofferenza: “Questa guerra, infatti, interroga le nostre coscienze ed è all’origine di riflessioni, non solo politiche ma anche spirituali. La violenza spropositata a cui abbiamo assistito fino ad ora ha devastato non solo il nostro territorio, ma anche l’animo umano di molti, in Terra Santa e nel resto del mondo. Rabbia, rancore, sfiducia, ma anche odio e disprezzo dominano troppo spesso i nostri discorsi e inquinano i nostri cuori.
Le immagini sono devastanti, ci sconvolgono e ci pongono davanti a ciò che san Paolo ha chiamato ‘il mistero dell’iniquità’, che supera la comprensione della mente umana. Corriamo il rischio di abituarci alla sofferenza, ma non deve essere così. Ogni vita perduta, ogni ferita inflitta, ogni fame sopportata rimane uno scandalo agli occhi di Dio”.
Per questo il card. Pizzaballa ha invitato la Chiesa a testimoniare la fede: “In questo tempo drammatico la nostra Chiesa è chiamata con maggiore energia a testimoniare la sua fede nella passione e risurrezione di Gesù. La nostra decisione di restare, quando tutto ci chiede di partire, non è una sfida ma un rimanere nell’amore. Il nostro denunciare non è un’offesa alle parti, ma la richiesta di osare una via diversa dalla resa dei conti. Il nostro morire è avvenuto sotto la croce, non su un campo di battaglia”.
Ma ha avvertito che la fine della guerra non porterebbe subito alla pace: “Non sappiamo se questa guerra davvero finirà, ma sappiamo che il conflitto continuerà ancora, perché le cause profonde che lo alimentano sono ancora tutte da affrontare. Se anche la guerra dovesse finire ora, tutto questo e molto altro costituirà ancora una tragedia umana che avrà bisogno di molto tempo e tante energie per ristabilirsi.
La fine della guerra non segna necessariamente l’inizio della pace. Ma è il primo passo indispensabile per cominciare a costruirla. Ci attende un lungo percorso per ricostruire la fiducia tra noi, per dare concretezza alla speranza, per disintossicarci dall’odio di questi anni. Ma ci impegneremo in questo senso, insieme ai tanti uomini e donne che qui ancora credono che sia possibile immaginare un futuro diverso”.
Infatti i cristiani in Terra Santa si sentono come Maria di Magdala: “Come Maria di Magdala presso quello stesso sepolcro, noi vogliamo continuare a cercare, anche se a tentoni. Vogliamo insistere a cercare vie di giustizia, di verità, di riconciliazione, di perdono: prima o poi, in fondo ad esse, incontreremo la pace del risorto. E come lei, su queste vie vogliamo spingere altri a correre, ad aiutarci nel nostro cercare. Quando tutto sembra volerci dividere, noi diciamo la nostra fiducia nella comunità, nel dialogo, nell’ incontro, nella solidarietà che matura in carità.
Noi vogliamo continuare ad annunciare la Vita eterna più forte della morte con gesti nuovi di apertura, di fiducia, di speranza. Sappiamo che il male e la morte, pur così potenti e presenti in noi e attorno a noi, non possono eliminare quel sentimento di umanità che sopravvive nel cuore di ognuno. Sono tante le persone che in Terra Santa e nel mondo si stanno mettendo in gioco per tenere vivo questo desiderio di bene e si impegnano a sostenere la Chiesa di Terra Santa. E li ringraziamo, portando ciascuno di loro nella nostra preghiera”.
La lettera si conclude con l’invito a pregare per la pace con papa Leone XIV: “In questo mese, dedicato alla Vergine Santissima, vogliamo pregare per questo. Per custodire e preservare da ogni male il nostro cuore e quello di coloro che desiderano il bene, la giustizia e la verità. Per avere il coraggio di seminare germi di vita nonostante il dolore, per non arrendersi mai alla logica dell’esclusione e del rifiuto dell’altro.
Preghiamo per le nostre comunità ecclesiali, perché restino unite e salde, per i nostri giovani, le nostre famiglie, i nostri sacerdoti, religiosi e religiose, per tutti coloro che si impegnano per portare ristoro e conforto a chi è nel bisogno. Preghiamo per i nostri fratelli e sorelle di Gaza, che nonostante l’infuriare della guerra su di loro, continuano a testimoniare con coraggio la gioia della vita.
Ci uniamo, infine, all’invito di Papa Leone XIV che ha indetto per sabato 11 ottobre una giornata di digiuno e di preghiera per la pace. Invito tutte le comunità parrocchiali e religiose ad organizzare liberamente, per quella giornata, momenti di preghiera, come il rosario, l’adorazione eucaristica, liturgie della Parola e altri momenti simili di condivisione”.
Biella, San Vincenzo De Paoli: un gesto che scalda due volte
Sabato 4 ottobre, dalle 9 alle 12, l’Armadio San Vincenzo (via Don Minzoni 2/A, Biella) apre le sue porte al pubblico per un mercatino solidale: verranno proposti vestiti usati, selezionati e in buono stato. L’offerta è libera.
All’Armadio San Vincenzo, con discrezione e rispetto, si offrono abiti a chi vive situazioni di fragilità, restituendo dignità, calore e un piccolo aiuto a sentirsi parte della comunità. Il ricavato sarà destinato a sostenere due importanti obiettivi:
- Riacquistare vestiario adatto ai bisogni sempre più diversificati delle persone in difficoltà. Oggi, accanto ai classici capi invernali, cresce la necessità di scarpe da ginnastica, tute e abbigliamento pratico, richiesti in particolare dai migranti che arrivano sul territorio;
- Contribuire al pagamento delle bollette del riscaldamento per famiglie, già assistite dalla Società di San Vincenzo De Paoli. Con l’arrivo dei primi freddi, il costo del calore domestico diventa un peso insostenibile per chi è più fragile. Garantire il riscaldamento significa offrire non solo calore, ma anche sicurezza e serenità.
Ogni gesto di attenzione, ascolto e cura ha il potere di restituire speranza a chi si sente dimenticato. Dietro ogni progetto della Società di San Vincenzo De Paoli – Consiglio Centrale di Biella c’è la volontà di offrire risposte concrete e vicine a chi ha perso fiducia nel futuro.
Nel solo 2024, la Società di San Vincenzo di Biella ha supportato 300 famiglie, assistito oltre 700 persone e distribuito vestiario a più di 1000 persone costruendo una rete di solidarietà che ogni giorno si rinnova grazie all’impegno di soci e volontari.
La vendita del 4 ottobre è dunque molto più di un’iniziativa solidale. È un invito a partecipare a un’azione semplice ma capace di fare la differenza accendendo una nuova speranza e aiutando le persone a riscoprire il proprio valore: un gesto di solidarietà che scalda due volte.
Appuntamento:
📍 Armadio San Vincenzo, via Don Minzoni 2/A, Biella
📅 Sabato 4 ottobre 2025
🕘 Dalle ore 9.00 alle ore 12.00
Perché anche un vestito può restituire dignità.
Partecipare è semplice: basta un gesto per scaldare il cuore e la vita di chi è in difficoltà.
Società di San Vincenzo De Paoli ed Ospedale San Gerardo: nasce una nuova rete di aiuto per pazienti e famiglie
“Vogliamo costruire un ponte di aiuto e vicinanza con le famiglie di chi si trova ad affrontare la malattia e il ricovero. Nessuno deve sentirsi abbandonato”: con queste parole Stefano Bellini, Presidente della Società di San Vincenzo De Paoli – Consiglio Centrale di Monza, annuncia la firma della convenzione con l’Ospedale San Gerardo.
L’iniziativa segna un passo importante nella direzione del sostegno concreto a pazienti e famiglie, in particolare nel delicato momento delle dimissioni e durante la degenza ospedaliera: “Ci sono anziani soli, famiglie che arrivano da fuori regione, persone straniere che faticano con la lingua – spiega Bellini –. Noi ci inseriamo proprio dove esiste un disagio, una difficoltà”. Ma è proprio dove sorgono problemi che è più forte la volontà di risolverli.
Così, nove volontari, tra cui medici e infermieri, hanno dato vita a una nuova Conferenza della Società di San Vincenzo De Paoli intitolata a Carlo Acutis, proprio all’interno dell’Ospedale San Gerardo dove il giovane beato, presto santo, morì nel 2006: “Carlo ha vissuto una vita donata agli altri. Noi oggi vogliamo spendere le nostre forze e il nostro tempo garantendo una presenza in ospedale per chi ne avrà bisogno”, dichiara Bellini e aggiunge: “Siamo tornati dove la nostra associazione era attiva già decenni fa, nelle fabbriche e negli ospedali. Oggi riprendiamo quel cammino con gioia”.
Il San Gerardo è il primo ospedale in Brianza ad accogliere una Conferenza al suo interno. ‘L’obiettivo è replicare il modello anche in altre strutture sanitarie del territorio’, spiega il Presidente. L’attività dei volontari sarà svolta in collaborazione con la parrocchia ospedaliera, il personale sanitario e i servizi sociali. Nessun intervento diretto nei reparti, ma una presenza discreta e su segnalazione, per offrire supporto nei momenti di maggiore fragilità.
“Non siamo lì per invadere, ma per accompagnare. Grazie alla rete e alla condivisione di intenti con l’ospedale, saremo accanto a chi si sente solo, a chi è lontano da casa, a chi sta attraversando una malattia”, conclude Stefano Bellini.
Claudia Beltrame, membro dell’Ufficio di Presidenza del Consiglio Centrale di Monza, ha evidenziato il valore della continuità dell’assistenza: “Ci prenderemo cura dei pazienti non solo in ospedale, ma anche al loro rientro a casa, grazie alla rete capillare di volontari presenti nelle conferenze sparse sul territorio.
L’avvio ufficiale dell’iniziativa è stato accompagnato dall’allestimento di un punto informativo all’esterno, dove i volontari della Società di San Vincenzo De Paoli hanno presentato il progetto ai cittadini e ai visitatori.
(Foto: Società San Vincenzo de’ Paoli)
Con santa Rita da Cascia per sostenere una casa a favore di giovani con autismo
La Fondazione Santa Rita da Cascia Ente Filantropico ETS rinnova il suo impegno verso la disabilità intellettiva, sostenendo il progetto Dopodinoi, un’iniziativa pionieristica, con sede a Bastia Umbra (PG), dedicata all’autonomia abitativa e al miglioramento della qualità di vita di 12 giovani adulti con disturbi dello spettro autistico. Il progetto rappresenta uno dei primi esempi in Italia di cohousing supportato da tecnologie assistive destinato alle persone autistiche, promuovendo un modello innovativo per la vita indipendente e inclusiva.
A tal fine è in corso la campagna di sensibilizzazione e raccolta fondi, ‘Un gesto di fede, un dono di grazia’ con l’obiettivo di raccogliere € 250.000 per i più fragili, in particolare per offrire casa, futuro e inclusione, come partner esclusivo, a 12 giovani con autismo di medio-alto funzionamento assistiti dalla Fondazione ANGSA Umbria ETS (Associazione Nazionale di PerSone con Autismo) e supportati da personale qualificato, con i relativi benefici per le famiglie e l’intero territorio. Il progetto sarà realizzato con la consulenza del Politecnico di Torino.
L’iniziativa è un esempio di ‘Durante e Dopo di Noi’, il modello di intervento sociale per accompagnare i ragazzi con disabilità in un percorso di emancipazione graduale dalla famiglia in vista del ‘Dopo di Noi’, ossia quel momento in cui i genitori non potranno più prendersi cura di loro. Il progetto ‘Dopodinoi’ non si limita a promuovere l’autonomia dei giovani adulti autistici, ma fornisce anche un sostegno concreto alle loro famiglie, contribuendo a ridurre l’isolamento sociale e il carico emotivo e materiale legato all’assistenza quotidiana.
L’iniziativa nasce per colmare il divario significativo tra i bisogni delle persone adulte con disturbi dello spettro autistico e i servizi attualmente disponibili sul territorio nazionale. Mentre l’attenzione assistenziale si concentra prevalentemente sui minori, dopo i 18 anni queste persone, come avviene in tutti i casi di disabilità, spesso ‘scompaiono’ dai radar istituzionali, con pesanti ricadute sui familiari, spesso anziani e già provati da anni di cura. In assenza di alternative, molti finiscono in strutture inadatte come RSA o istituti psichiatrici, dove rischiano di perdere salute, abilità acquisite e autonomia.
Grazie al sostegno della Fondazione Santa Rita da Cascia, stanno per iniziare i lavori di ristrutturazione di un villino con giardino, in una zona tranquilla ma ben servita. La struttura sarà progettata ‘a misura di persone con autismo’ e dotata di soluzioni avanzate, realizzate con la consulenza del Politecnico di Torino. Il modello di cohousing supportato da tecnologie assistive garantirà agli utenti il diritto all’indipendenza e consentirà loro di “stare nel mondo”. In questo modo potranno vivere in comunità e condividere spazi e risorse personalizzati, con il supporto da operatori professionali, mantenendo al contempo la propria autonomia in un ambiente inclusivo e solidale.
La casa prevede spazi comuni come cucina e sala da pranzo, oltre ad aree esterne per eventuali laboratori. I sistemi domotici potranno regolare luci, tapparelle e sistemi di sicurezza, mentre una particolare attenzione sarà data agli allestimenti, spiega Daniela Bosia, docente del Politecnico di Torino e consulente scientifica del progetto ‘Dopodinoi’:
“Spesso le persone autistiche accumulano stress per questo, nelle strutture più grandi, si adattano delle stanze a essere ‘zone calme’, per aiutarle a ‘decomprimersi’. In questo caso, non avendo spazi dedicati sufficienti, potremmo adattare le camere con sedute avvolgenti e configurazioni dei letti che formino nicchie protettive. Inoltre, esistono anche degli arredi che permettono l’interazione con colori, musiche e proiezioni di immagini rilassanti, tutti elementi pensati per creare un’atmosfera accogliente e funzionale alle specifiche esigenze degli abitanti.
Stiamo raccogliendo casi studio, in Italia e all’estero, per vedere come funzionano le residenze già attive e quali miglioramenti si possono apportare. In Italia esistono finora pochissime strutture simili, promosse sempre da associazioni. Quello di Bastia Umbra potrebbe diventare un modello replicabile, magari lavorando in collaborazione con altre organizzazioni che hanno già affrontato il tema. Se si lavora insieme, si può ottenere un risultato migliore”.
Il lavoro sul campo proseguirà: “Faremo un altro sopralluogo più accurato e cercheremo di parlare anche con le persone che andranno a vivere lì e con le loro famiglie, per capire meglio le loro esigenze e preferenze. Sono giovani adulti, è giusto che possano dire la loro: personalizzare gli spazi renderà tutto più semplice e anche scegliere un colore può diventare un modo per sentirsi più a casa”.
L’obiettivo è chiaro: “Rendere la struttura adatta alle esigenze di coloro che la abiteranno, assicurando prima di tutto la loro sicurezza e una buona qualità di vita”. Si tratta di un’abitazione destinata ad adulti che vivranno con il supporto di educatori, i cui pareri sono fondamentali nella progettazione, ancora in corso: “Non abbiamo ancora avanzato delle proposte concrete, ad ogni modo stiamo lavorando a soluzioni che integrino domotica, finiture, arredi, soluzioni di illuminazione e insonorizzazione, colori appropriati…”.
La domotica è l’insieme delle tecnologie che permettono gestire anche a distanza gli impianti di una casa, rendendo l’ambiente domestico più comodo, sicuro ed efficiente. La casa prevede spazi comuni come cucina e sala da pranzo, oltre ad aree esterne per eventuali laboratori. I sistemi domotici potranno regolare luci, tapparelle e sistemi di sicurezza, mentre una particolare attenzione sarà data agli allestimenti:
“Spesso le persone autistiche accumulano stress, per questo, nelle strutture più grandi, si adattano delle stanze a essere ‘zone calme’, per aiutarle a ‘decomprimersi’. In questo caso, non avendo spazi dedicati sufficienti, potremmo adattare le camere con sedute avvolgenti e configurazioni dei letti che formino nicchie protettive. Inoltre, esistono anche degli arredi che permettono l’interazione con colori, musiche e proiezioni di immagini rilassanti, tutti elementi pensati per creare un’atmosfera accogliente e funzionale alle specifiche esigenze degli abitanti”.
Chiunque contribuirà al progetto con una donazione minima di € 16 riceverà l’anello della Festa di Santa Rita, inciso con la sua rosa simbolo e la frase ‘Nel giardino di Santa Rita tu sei la rosa prediletta’. Per maggiori informazioni festadisantarita.org .
Papa Leone XIV alle famiglie: siate unite
“Sono contento di accogliere tanti bambini, che ravvivano la nostra speranza! Saluto tutte le famiglie, piccole chiese domestiche, in cui il Vangelo è accolto e trasmesso. La famiglia, diceva san Giovanni Paolo II, ha origine dall’amore con cui il Creatore abbraccia il mondo creato. Che la fede, la speranza e la carità crescano sempre nelle nostre famiglie. Un saluto speciale ai nonni e agli anziani. Voi siete modello genuino di fede e ispirazione per le giovani generazioni. Grazie di essere venuti!”: dopo la recita del Regina Coeli papa Leone XIV, chiudendo la messa per il Giubileo delle famiglie, ha ringraziato le ‘piccole chiese domestiche in cui il Vangelo è accolto e trasmesso’.
Invocando la pace ha ricordato la beatificazione delle suore polacche, chiedendo di pregare per la pace: “Oggi in Italia e in diversi Paesi si celebra la solennità dell’Ascensione del Signore. E’ una festa molto bella, che ci fa guardare alla meta del nostro viaggio terreno. In questo orizzonte ricordo che ieri a Braniewo, in Polonia, sono state beatificate Cristofora Klomfass e quattordici consorelle della Congregazione di Santa Caterina Vergine e Martire, uccise nel 1945 dai soldati dell’Armata Rossa in territori dell’odierna Polonia.
Nonostante il clima di odio e di terrore contro la fede cattolica, continuarono a servire gli ammalati e gli orfani. All’intercessione delle nuove Beate martiri affidiamo tutte le religiose che nel mondo si spendono generosamente per il Regno di Dio… La Vergine Maria benedica le famiglie e le sostenga nelle loro difficoltà: penso specialmente a quelle che soffrono a causa della guerra in Medio Oriente, in Ucraina e in altre parti del mondo. La Madre di Dio ci aiuti a camminare insieme sulla via della pace”.
Mentre nella celebrazione eucaristica del Giubileo delle famiglie, dei bambini, dei nonni e degli anziani il papa ha incentrato l’omelia sulla necessità dell’unità: “Cristo domanda infatti che tutti siamo ‘una sola cosa’. Si tratta del bene più grande che possa essere desiderato, perché questa unione universale realizza tra le creature l’eterna comunione d’amore in cui si identifica Dio stesso, come Padre che dà la vita, Figlio che la riceve e Spirito che la condivide”.
Infatti attraverso l’unità si può giungere alla salvezza: “Il Signore non vuole che noi, per unirci, ci sommiamo in una massa indistinta, come un blocco anonimo, ma desidera che siamo uno: ‘Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola’. L’unità, per la quale Gesù prega, è così una comunione fondata sull’amore stesso con cui Dio ama, dal quale vengono al mondo la vita e la salvezza. E come tale è prima di tutto un dono, che Gesù viene a portare”.
Ed il Vangelo è un richiamo per la famiglia: “Appena nati abbiamo avuto bisogno degli altri per vivere, da soli non ce l’avremmo fatta: è qualcun altro che ci ha salvato, prendendosi cura di noi, del nostro corpo come del nostro spirito. Tutti noi viviamo, dunque, grazie a una relazione, cioè a un legame libero e liberante di umanità e di cura vicendevole”.
Quindi è un richiamo alla vita: “E’ vero, a volte questa umanità viene tradita. Ad esempio, ogni volta che s’invoca la libertà non per donare la vita, bensì per toglierla, non per soccorrere, ma per offendere. Tuttavia, anche davanti al male, che contrappone e uccide, Gesù continua a pregare il Padre per noi, e la sua preghiera agisce come un balsamo sulle nostre ferite, diventando per tutti annuncio di perdono e di riconciliazione. Tale preghiera del Signore dà senso pieno ai momenti luminosi del nostro volerci bene, come genitori, nonni, figli e figlie”.
Ha indicato alcune famiglie sante da seguire: “Negli ultimi decenni abbiamo ricevuto un segno che dà gioia e al tempo stesso fa riflettere: mi riferisco al fatto che sono stati proclamati Beati e Santi dei coniugi, e non separatamente, ma insieme, in quanto coppie di sposi. Penso a Louis e Zélie Martin, i genitori di Santa Teresa di Gesù Bambino; come pure i Beati Luigi e Maria Beltrame Quattrocchi, la cui vita familiare si è svolta a Roma nel secolo scorso. E non dimentichiamo la famiglia polacca Ulma: genitori e bambini uniti nell’amore e nel martirio. Dicevo che si tratta di un segno che fa pensare”.
Da qui l’incoraggiamento alle famiglie: “Perciò vi incoraggio ad essere, per i vostri figli, esempi di coerenza, comportandovi come volete che loro si comportino, educandoli alla libertà mediante l’obbedienza, cercando sempre in essi il bene e i mezzi per accrescerlo. E voi, figli, siate grati ai vostri genitori: dire ‘grazie’, per il dono della vita e per tutto ciò che con esso ci viene donato ogni giorno, è il primo modo di onorare il padre e la madre. Infine a voi, cari nonni e anziani, raccomando di vegliare su coloro che amate, con saggezza e compassione, con l’umiltà e la pazienza che gli anni insegnano”.
Infine ha chiesto di trasmettere ai figli la fede: “In famiglia, la fede si trasmette insieme alla vita, di generazione in generazione: viene condivisa come il cibo della tavola e gli affetti del cuore. Ciò la rende un luogo privilegiato in cui incontrare Gesù, che ci vuole bene e vuole il nostro bene, sempre.
E vorrei aggiungere un’ultima cosa. La preghiera del Figlio di Dio, che ci infonde speranza lungo il cammino, ci ricorda anche che un giorno saremo tutti uno unum: una cosa sola nell’unico Salvatore, abbracciati dall’amore eterno di Dio”.
Nel pomeriggio il papa ha salutato i ciclisti che a Roma hanno concluso il Giro d’Italia: “E’ un piacere potervi salutare in questa ultima tappa del Giro d’Italia. Spero che per tutti voi sia veramente una giornata bellissima. Sappiate che siete modelli per i giovani di tutto il mondo. Tanto, veramente, si ama il Giro d’Italia e non soltanto in Italia.
Il ciclismo è tanto importante, come lo sport in generale. Vi ringrazio per tutto quello che fate, e siate modelli davvero! E spero che, come avete imparato a curare il corpo, anche lo spirito sia sempre benedetto e che siate sempre attenti a tutto l’essere umano: corpo, mente, cuore e spirito. Che Dio vi benedica!”
(Foto: Santa Sede)
Giubileo delle famiglie: Adriano Bordignon racconta la speranza delle famiglie
Il Rapporto annuale 2025 dell’Istat ha illustrato gli sviluppi demografici, sociali ed economici che hanno interessato l’Italia nell’anno appena trascorso: al 1° gennaio la popolazione residente in Italia è scesa sotto i 59.000.000: la natalità continua a calare, sfavorita dal ridotto numero di donne in età fertile: nel 2024 si sono registrate solo 370.000 nascite, quasi 200.000 in meno rispetto al 2008. La fecondità ha toccato un minimo storico di 1,18 figli per donna e prosegue il rinvio della genitorialità. Il saldo migratorio, pure essendo ampiamente positivo, è insufficiente a compensare la perdita di popolazione. Nel 2024 gli ingressi dall’estero sono 435.000, in aumento rispetto al periodo pre-pandemico.
A pochi giorni dal giubileo della famiglia, che si svolge dal 30 maggio al 1 giugno, abbiamo chiesto al presidente nazionale del Forum delle Famiglie, Adriano Bordignon, di raccontarci come sia possibile declinare il tema della speranza in chiave familiare: “Nel documento finale del Sinodo del 2024 vi è una descrizione molto bella della speranza che si annida nella famiglia: ‘Nonostante le fratture e le sofferenze che le famiglie sperimentano, restano luoghi in cui si apprende a scambiarsi il dono dell’amore, della fiducia, del perdono, della riconciliazione e della comprensione’.
In fondo, è proprio così. La famiglia è il primo luogo vocato alla speranza, che si genera naturalmente nelle relazioni familiari: quando ci scopriamo figli si genera in noi la certezza di essere stati amati e desiderati; nello sguardo di una madre ogni figlio cerca lo sguardo del padre, e la paternità è essenziale a ciascuno di noi per poterci aprire alla vita, al futuro, alla speranza; è tra fratelli che scopriamo una comune maternità e paternità, che ci lega e genera forze vitali; è nella relazione nonni-nipoti che scopriamo radici lontane che ci trascendono.
Nell’intrecciarsi di queste relazioni, la famiglia che accoglie la vita, dice al proprio figlio: ‘Tu sei una promessa, perché in te è scritto il principio della vita’, con le sue domande inesauribili e il suo orizzonte di futuro. Questa ricchezza appartiene in sé al principio famiglia. Per questo è importante che i giovani credano in essa e desiderino costruirne una propria. Non esiste al mondo nessun un altro sistema di relazioni umane così potente, nel quale siano inscritte la speranza e la vita”.
Allora perché anche le famiglie fanno un giubileo?
“Il Giubileo è un tempo di grazia e rinnovamento, e le famiglie ne hanno bisogno. Vivono fatiche quotidiane, ma anche grandi speranze. Giubilare significa riconoscere che l’amore familiare, pur fragile, è parte di un disegno più grande. E’ il momento per riscoprire la vocazione generativa della famiglia, non solo biologicamente, ma anche culturalmente e socialmente”.
Le famiglie italiane possono davvero giubilare?
“Sì, anche se oggi è più difficile. Le famiglie si sentono spesso sole, senza sostegni adeguati. Il Giubileo può aiutarle a sentirsi parte di una comunità viva, che le riconosce come risorsa. Ma perché possano giubilare davvero, serve che le istituzioni smettano di considerarle un costo e inizino a sostenerle concretamente. Papa Francesco nella bolla giubilare ‘Spes non confundit’ ci ricorda: ‘Guardare al futuro con speranza equivale ad avere una visione della vita carica di entusiasmo da trasmettere… in tante situazioni tale prospettiva viene a mancare e la prima conseguenza è la perdita del desiderio di trasmettere la vita’. Come famiglie ci sentiamo chiamate a riaccendere le fiaccole dell’entusiasmo e della speranza per offrire un contributo al bene”.
In quale modo le famiglie possono vivere la dimensione spirituale del Giubileo coniugandola con la vita sociale?
“Il Giubileo ci invita a dare segni visibili di speranza. Uno di questi può essere l’esperienza di volontariato che le famiglie possono far fare ai propri figli o fare con i propri figli, attivando in tal caso dinamiche fortemente educative. C’è un grandissimo bisogno di dedicarsi agli altri nei giovani. Prendersi cura, sentirsi utili, generare un sorriso quando doni qualcosa di te a un altro è ciò che apre un giovane al senso della propria vita e alla speranza. E’ ciò che ti fa uscire da te stesso e ti fa scoprire la ricchezza delle relazioni umane. E’ così che si generano solidarietà e bene comune”.
Quanto conta il Family Global Compact?
“E’ uno snodo importante con grandi potenziali ad oggi ancora non del tutto espressi. Promosso da Papa Francesco, è un patto educativo che coinvolge accademia, istituzioni e società civile per rimettere la famiglia al centro. Serve a costruire un nuovo modello culturale in cui la famiglia sia riconosciuta come motore di sviluppo umano, economico e sociale. Non c’è futuro senza famiglia. L’esperienza ce lo mette davanti gli occhi ma abbiamo bisogno di parole nuove per dirlo in un mondo che sta cambiando precipitosamente”.
Come rilanciare la cultura della natalità?
“Nella bolla ‘Spes non confundit’ viene sottolineato che la prima conseguenza di una speranza che si affievolisce è la perdita del desiderio di trasmettere la vita: a causa dei ritmi di vita frenetici, dei timori riguardo al futuro, della mancanza di garanzie lavorative e tutele sociali adeguate, di modelli sociali in cui a dettare l’agenda è la logica mercantilista anziché la centralità della persona e la cura delle relazioni. Ai potenziali genitori servono maggiori sicurezze e maggior coraggio.
Il crollo della fecondità a 1,18 figli per donna e il rinvio della genitorialità raccontano un disagio profondo. Le coppie non fanno figli perché mancano stabilità, servizi e fiducia nel futuro. Abbiamo bisogno di un ecosistema sociale favorevole alla vita e alla cura delle relazioni: sostegno al lavoro femminile, accesso alla casa, servizi per l’infanzia, rafforzamento dell’assegno unico. Ma serve anche un cambio di narrazione: tornare a raccontare la bellezza della vita e della famiglia”.
Perché il Forum punta sui giovani?
“Perché sono già il presente ma soprattutto sono il futuro, ma spesso non sono messi nelle condizioni di costruirlo. Il desiderio di famiglia esiste, ma è ostacolato da precarietà e solitudine e da modelli di umanesimo troppo individualisti e consumisti. Il Forum delle Famiglie lavora con i giovani con l’obiettivo di aiutarli a progettare la propria vita affettiva, professionale e sociale con consapevolezza e fiducia. Se non si investe su di loro, si la speranza si spegna come una candela privata dell’ossigeno”.
Cos’è il progetto ‘Fosbury’?
“Ispirato all’atleta Dick Fosbury, che rivoluzionò il salto in alto, inventando il salto dorsale e vincendo le olimpiadi a Città del Messico, è un percorso ‘capacitativo’ rivolto ai giovani. L’idea è quella di accompagnarli a superare gli ostacoli della vita senza offrire scorciatoie o fare gli ‘adulti spazzaneve’, aiutandoli a scoprire le proprie risorse, il gusto della sfida e della vita sociale e a credere nella possibilità di una vita piena, anche familiare. E’ un investimento educativo per generare nuove relazioni e, nel tempo, nuova natalità, nuova cittadinanza, nuova speranza”.
(Tratto da Aci Stampa)
Oxfam denuncia l’aumento della povertà nel mondo
“Lo scatto sul mondo di oggi restituisce l’immagine di società attraversate da faglie profonde e, con le parole del Presidente Sergio Mattarella, ‘di una realtà piena di contraddizioni che generano smarrimento, sgomento, talvolta senso di impotenza’. Assistiamo, sgomenti, a conflitti cruenti e all’avanzare, sullo scacchiere internazionale, di una pericolosa deriva incardinata sulla pretesa di riconoscimento della dignità solo ai forti.
Una pretesa che si pone in antitesi con il diritto, costruito nei secoli, che tutela i deboli e pone il rispetto alla base della pace. Assistiamo, preoccupati, agli impatti nefasti del cambiamento climatico e agli imperdonabili ritardi della politica sul cammino di una transizione ecologica giusta, capace di ridurre l’impatto dell’attività umana sul pianeta, senza lasciare indietro nessuno”.
Così inizia il nuovo report dell’ong Oxfam sulle diseguaglianze nel mondo, ‘Disuguaglianza: povertà ingiusta e ricchezza immeritata’ in occasione dell’apertura dei lavori del World Economic Forum di Davos ed in concomitanza con l’insediamento alla Casa Bianca di Donald Trump, sottolineando che nello scorso anno la ricchezza dei dieci uomini più facoltosi al mondo è cresciuta, in media, di quasi $ 100.000.000 al giorno:
“Nel 2024 la ricchezza dei miliardari è cresciuta, in termini reali, di $ 2.000.000.000.000, pari a circa $ 5.700.000 al giorno, a un ritmo tre volte superiore rispetto all’anno precedente. Entro un decennio si prevede che ci saranno ben cinque trilionari. Il numero di persone che oggi vivono in povertà, con meno di $ 6,85 al giorno, è rimasto pressoché invariato rispetto al 1990 e, alle tendenze attuali, ci vorrebbe più di un secolo per portare l’intera popolazione del pianeta sopra tale soglia”.
Anche in Italia la ricchezza di poche famiglie è cresciuta: “In Italia il 5% più ricco delle famiglie italiane, titolare del 47,7% della ricchezza nazionale, possiede quasi il 20% in più della ricchezza complessivamente detenuta dal 90% più povero. La crescita della disuguaglianza rende l’Italia un Paese dalle fortune invertite con strutture di opportunità fortemente differenziate per i suoi cittadini”.
Da questa fotografia attuale sullo stato delle disuguaglianze nel mondo e in Italia, Oxfam mette in luce come l’estrema concentrazione di ricchezza al vertice non sia solo un male per l’economia ma un male per l’umanità: “Un’accumulazione di ricchezza in gran parte non ascrivibile al merito ma derivante da rendite di posizione (eredità, monopoli, clientelismo), da un sistema economico ‘estrattivo’ o da politiche, come nel caso italiano, che vanno caratterizzandosi più per il riconoscimento e la premialità di contesti ed individui che sono già avvantaggiati, che per una lotta determinata contro meccanismi iniqui ed inefficienti che accentuano le divergenze nelle traiettorie di benessere dei cittadini. Un cambio di rotta è più urgente che mai. Bisogna ricreare le condizioni per società più eque. Il tempo di agire è ora. Per noi e per le generazioni future”.
Dal rapporto è emerso come il sistema economico profondamente iniquo vada caratterizzandosi per forme di moderno colonialismo che condizionano i rapporti economici tra il Nord ed il Sud Globale, con i Paesi ad alto reddito che controllano il 69% della ricchezza globale, nonostante rappresentino appena il 21% della popolazione del pianeta.
Sono molteplici i meccanismi di estrazione di ricchezza dal Sud perpetrati dal Nord, a partire dal predominio delle valute del Nord nel sistema dei pagamenti internazionali e i costi di finanziamento più bassi nei Paesi ricchi che sono alla base di forti squilibri nei flussi di redditi da capitale tra le economie avanzate e il Sud.
Il Sud del mondo contribuisce per il 90% alla forza lavoro globale, ma riceve solo il 21% del reddito da lavoro aggregato. I gap salariali sono marcati: si stima che i salari dei lavoratori del Sud siano inferiori dell’87-95%, a parità di competenze, rispetto a quelli del Nord. Inoltre i Paesi a basso e medio reddito spendono in media quasi la metà del loro bilancio per rimborsare il debito estero contratto spesso con ricchi creditori di New York e Londra. A metà del 2023, il debito globale ha raggiunto il livello record di $ 307.000.000.000.000 e sono 3.300.000.000 le persone che vivono in Paesi che spendono più per ripagare il debito che per istruzione e sanità:
“La crescita delle disuguaglianze è un fenomeno profondamente nocivo per l’economia, comportando perdite non trascurabili di efficienza e produttività. Ma lo è anche per la società nel suo complesso. Le disuguaglianze ostacolano la mobilità intergenerazionale, minano le prospettive di uno sviluppo duraturo e sostenibile, ulteriormente aggravate dall’approssimarsi di un ‘punto di non ritorno climatico’ ed indeboliscono la coesione sociale. Ferendo il diritto all’uguaglianza, le accentuate disparità inficiano la qualità delle nostre democrazie, ponendosi in stridente contrasto con le prescrizioni costituzionali alla rimozione degli ostacoli di ordine economico e sociale, lesivi dei diritti delle persone e della loro piena realizzazione, senza distinzioni”.
Per questo Oxfam ha chiesto di attuare giusti provvedimenti e promuovere iniziative in ambito internazionale che possano ridurre le disuguaglianze a livello globale: “In particolare supportare la creazione di un organismo internazionale indipendente con mandato di vagliare i necessari interventi di riduzione/ristrutturazione e cancellazione del debito dei Paesi a basso e medio reddito;
riportare la cooperazione allo sviluppo al centro della politica estera italiana, definendo un percorso programmato di progressivo aumento dei fondi per la cooperazione per poter raggiungere, entro il 2030, lo storico obiettivo di destinazione dello 0,70% del Reddito Nazionale Lordo all’Aiuto Pubblico allo Sviluppo e colmare il gap finanziario che ostacola il raggiungimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile (SDGs) nei Paesi a basso e medio reddito”.
Inoltre ha sottolineato che è necessario “sostenere l’emissione regolare di ‘Diritti Speciali di Prelievo’ (DSP) e favorirne una maggiore allocazione a beneficio dei Paesi del Sud del mondo; supportare, in seno al G20 e nell’ambito del processo negoziale della Convenzione quadro sulla cooperazione fiscale internazionale delle Nazioni Unite, l’istituzione di uno standard globale di tassazione dell’estrema ricchezza.
Uno standard che renda più equo (ed effettivo) il prelievo a carico degli ultra ricchi, contribuisca a garantire sostenibilità delle finanze pubbliche e generi significative risorse da investire in istruzione, salute, protezione sociale, misure di contrasto al cambiamento climatico e una transizione ecologica giusta”.
Papa Francesco benedice le cliniche mobili ‘Salus’ destinate ai bambini ammalati e ai loro familiari in Egitto
Nei giorni scorsi papa Francesco questa mattina ha ricevuto una delegazione dell’Associazione ‘Bambino Gesù del Cairo’, costituita dal presidente mons. Yoannis Lazhi Gaid, già suo Segretario personale, dal Presidente dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma, dal Presidente della Fondazione Policlinico Universitario ‘Agostino Gemelli’ IRCCS, dal Presidente della Società italiana RI Group, del Presidente della Fondazione Hospitals Without Borders, dal Presidente della Fondazione Fratellanza Umana in Egitto, dai rappresentanti della Società Teladoc e della Società Butterfly e da alcuni membri e benefattori che hanno contribuito a questa iniziativa.
Papa Francesco ha benedetto le due Cliniche Mobili, posizionate in Piazza dei Protomartiri romani, che verranno inviate e messe a disposizione per le cure dei bambini ammalati e vittime della guerra e dei loro familiari, nei posti dove mancano strutture sanitarie. Le due Cliniche Mobili rientrano nell’iniziativa denominata ‘Salus’, promossa dall’Associazione ‘Bambino Gesù del Cairo’, dalla Fondazione della Fratellanza Umana in Egitto e dalla Fondazione Hospitals Without Borders.
Sua Santità Papa Francesco ha espresso la sua gioia e benedizione verso questa iniziativa: “Ringrazio tutte le persone e gli enti che hanno lavorato e contribuito alla realizzazione di queste due Cliniche Mobili che daranno assistenza e cure a numerosi bambini e ammalati e rispecchiano lo spirito del Documento sulla Fratellanza Umana. Mi fa piacere vedere insieme l’Ospedale Bambino Gesù, il Gemelli, le autorità italiane e altre associazioni e fondazioni a cooperare insieme in questo bel progetto Salus. Vi incoraggio di continuare a sostenere queste concrete iniziative caritatevoli che don Gaid, con voi, riesce a portare avanti. Con affetto saluti tutti voi presenti e le delegazioni dagli USA, dal Regno Unito, dall’Egitto, dall’Argentina e dall’Italia. Il Signore vi benedica e la Madonna vi custodisca sotto il Suo manto materno e per favore pregate per me!”
Mons. Gaid ha espresso la sua gratitudine al Santo Padre e a tutti i benefattori che hanno reso possibile questo progetto che rappresenta una piccola luce in un mondo sconvolto da troppi dolori e sofferenza e sostiene il motto dell’Associazione: “Tutto l’oscurità del Mondo non può spegnere la luce di una piccola candela”. Un’iniziativa che unisce tutti per servire tutti senza distinzione o preferenza nello spirito del Documento sulla ‘Fratellanza Umana per la Pace Mondiale e la Convivenza Comune sottoscritto da Sua Santità Papa Francesco il 4 febbraio 2019 ad Abu Dhabi.
La notizia è stata diramata in Italia e all’estero dal giornalista Biagio Maimone, Direttore della Comunicazione Associazione Bambino Gesù del Cairo. Dott. Fuad SWEISS, Presidente e Fondatore di (HWB) ha espresso la sua gioia e la sua gratitudine al Santo Padre assicurando l’impegno della (HWB) a proseguire e a collaborare per le altre iniziative umanitarie.
Gli altri progetti dell’Associazione ‘Bambino Gesù del Cairo’ sono l’Orfanotrofio ‘Oasi della Pietà’, che è stato inaugurato il 5 maggio 2024 nella città del Cairo; la ‘Catena dei Ristoranti della Fraternità Umana’, denominata ‘Fratello’, che offre pasti gratuiti per le famiglie bisognose egiziane, inaugurata il 9 gennaio 2024.Il prossimo anno saranno avviati i lavori per la costruzione dell’Ospedale ‘Bambino Gesù del Cairo’, il primo ‘Ospedale del Papa’ fuori dall’Italia.
Alla cerimonia hanno preso parte anche una delegazione egiziana guidata da Sua Eccellenza Nabila Makram, Responsabile della Segreteria tecnica e Direttore esecutivo dell’Alleanza nazionale per il lavoro di sviluppo civile, Sua Eccellenza Mahmoud TALAAT, Ambasciatore della Repubblica Araba di Egitto presso la Santa Sede, S.Ecc. Enas MEKKAWY, Ambasciatrice della Lega Araba a Roma, S.Ecc. Kais Abu Dayyeh, Ambasciatore della Giordania in Italia, S.E. Luciano Pezzoti, Ambasciatore d’Italia in Giordania.
Dal Libano il racconto di Save The Children in una guerra che uccide bambini
“Le famiglie in fuga dalla violenza in Libano stanno lottando per trovare sicurezza nei rifugi in tutto il Paese, perché sono almeno 1.000.000 le persone (un quinto della popolazione) ora sfollate e la metà ha abbandonato le proprie case negli ultimi quattro giorni”: è quanto, nei giorni scorsi, ha affermato ‘Save the Children’, l’organizzazione non governativa, che da oltre 100 anni lotta per salvare le bambine e i bambini a rischio, la quale prevede che i numeri aumenteranno in seguito ai nuovi ordini di ricollocazione emessi dalle forze israeliane, che chiedono ai residenti di più di due dozzine di villaggi nel sud del Libano di trasferirsi a nord del fiume Awali, circa 50 km al suo interno.
L’inizio delle operazioni militari di terra è stato ampiamente riportato dai media così come gli attacchi aerei in tutto il Libano, compresi quelli su Ein El Helwe, il più grande campo profughi del Libano, dove secondo quanto riferito sono state uccise sette persone, tra cui quattro bambini. La velocità della crisi sta esercitando un’enorme pressione sugli ospedali, oltre 37 centri sanitari di base sono stati costretti a chiudere per motivi di sicurezza, mentre gli attacchi aerei hanno gravemente danneggiato 25 strutture idriche, lasciando 300.000 persone senza accesso all’acqua pulita.
Oltre 154.000 sfollati sono ospitati in 851 rifugi attivi, incluse scuole pubbliche, di cui il 70% già al completo, e solo alcuni sono dotati di docce adeguate, servizi igienici, acqua calda e riscaldamento. Altri alloggiano presso famiglie ospitanti, spesso in condizioni di sovraffollamento. E dallo scorso 23 settembre, Save the Children ha distribuito generi di prima necessità come coperte, materassi, kit igienici e acqua in bottiglia, ad oltre 27.000 persone, tra cui 11.000 bambini, in 70 rifugi. Le distribuzioni sono in corso nel Nord, nella Bekaa, nella Bekaa occidentale, a Rashaya, sul Monte Libano, a Saida, a Sour e a Beirut.
E dopo aver raccolto molte testimonianze delle famiglie fuggite ai bombardamenti Jennifer Moorehead, direttrice di Save the Children in Libano, ha sottolineato la grave situazione in cui vivono i bambini: “I bambini di tutto il Paese sono colpiti da questa crescente violenza, le loro vite vengono sconvolte quasi da un giorno all’altro mentre perdono la casa e il senso di sicurezza. Ci sono famiglie nei rifugi, ma anche tante ancora nelle loro auto o per le strade di Beirut, alla ricerca di un posto dove andare. Il senso di terrore è palpabile. I nostri team affermano che, più di ogni altra cosa, le famiglie sono paralizzate dalla paura dell’ignoto.
I bambini saranno colpiti in modo sproporzionato da questo conflitto armato. Come in tutti i recenti conflitti armati, ci saranno troppi bambini tra le vittime. Le scuole sono chiuse, i rifugi e gli ospedali in Libano sono sotto pressione crescente e stiamo facendo del nostro meglio per sostenere le famiglie sfollate, ma con il lancio di operazioni militari di terra nel Libano meridionale, vedremo inevitabilmente un numero ancora maggiore di sfollati e distruzione. La vita dei bambini in Libano e nell’intera regione è in bilico. Chiediamo un cessate il fuoco immediato per prevenire ulteriori sofferenze, garantire un accesso umanitario sicuro e impedire che il conflitto si inasprisca ulteriormente in tutta la regione”.
Nel frattempo la popolazione cerca di fuggire: secondo Rasha Muhrez, direttore della ‘risposta umanitaria’ di Save the Children in Siria. sono circa 60.000 bambini, molti dei quali disidratati e stremati, fuggiti in Siria dal Libano, costretti a fuggire dalle loro case sotto la costante minaccia di attacchi e bombardamenti. Il Libano ospita circa 1.500.000 siriani fuggiti dal conflitto.
Secondo i dati delle Nazioni Unite, dal 24 settembre quando le ostilità si sono intensificate, circa 100.000 persone, di cui il 60% siriane e il 40% libanesi, sono entrate in Siria dal Libano: “Questa situazione non può continuare. Le persone fuggono dal Libano ed entrano in un Paese in cui i servizi sono quasi collassati dopo 14 anni di conflitto… La Siria non è un campo di gioco per gli attacchi, i minori non possono sopportarne altri”.
Presentato il rapporto sulle povertà nella diocesi di Perugia – Città della Pieve: ‘catene spezzate’
E’ stato presentato mercoledì 5 giugno a Perugia il IX Rapporto diocesano sulle povertà e sulle risorse dal provocante titolo: ‘Catene spezzate’, curato dall’Osservatorio Caritas diocesana con gli interventi dell’arcivescovo diocesano, mons. Ivan Maffeis, il direttore della Caritas diocesana, don Marco Briziarelli, l’economista prof. Pierluigi Maria Grasselli, coordinatore dell’Osservatorio sulle povertà e l’inclusione sociale, l’assistente sociale Silvia Bagnarelli e lo statistico Nicola Falocci, componenti dell’equipe dello stesso Osservatorio.
Presentando il rapporto mons. Maffeis ha scandito il suo intervento in tre tappe: “La prima tappa va dai problemi alle persone: il Rapporto, mentre fotografa e documenta i problemi, guarda alle persone di cui la nostra Caritas si prende cura. E’ il primo modo per affrontare seriamente una carità che sia riflesso della carità di Dio e qualifichi anche il nostro rapporto con chi vive situazioni di povertà.
La seconda tappa va dalla società alle Istituzioni: i poveri non possono essere delegati ad addetti ai lavori. L’opera di ‘rete’ della nostra Caritas va nella direzione di una corresponsabilità e di una collaborazione che hanno a cuore il bene comune, il bene della città.
La terza è dalla denuncia delle ‘catene’ alla proposta di ‘liberazione’. Il Rapporto racconta di una comunità che sa rimboccarsi le maniche, che ci mette cuore, passione, intelligenza, perché la carità sia intelligente e sappia aprire piste percorribili”.
Il direttore della Caritas diocesana, don Marco Briziarelli, ha spiegato la scelta del titolo del IX rapporto: “Vedete in copertina questi piedi incatenati e le ‘Catene spezzate’ rappresentano il lavoro compiuto, la missione svolta con molto impegno dove tante famiglie sono tornate libere di poter camminare, sciolte da quelle catene che papa Francesco ci ricorda parlando della povertà… Essere nella condizione di povertà è una privazione di possibilità, è una privazione della libertà. Non avere la libertà di poter scegliere nel quotidiano e per il proprio futuro. La povertà è in aumento nella nostra diocesi con un dato importante, che ci dice che tante ‘catene’ sono state spezzate, ma che tante nuove ‘catene’ sono arrivate perché il 40% delle famiglie in difficoltà sono nuovi poveri nel rivolgersi per la prima volta alla Caritas nel loro cammino di vita”.
Infine il prof. Pierluigi Maria Grasselli ha presentato i punti salienti del rapporto diocesano: “Con riferimento alle attività del Centro di Ascolto della diocesi di Perugia-Città della Pieve, nel 2023, possono cogliersi aspetti dinamici e modificazioni qualitative nel complesso dei richiedenti aiuto. Prosegue nel 2023 l’aumento (+9,2%) del numero totale (1805) di questi presso tale Centro, anche se con una riduzione del tasso di crescita della povertà (nel 2022 segnava +12,7%). La quota degli italiani sale al 25,3% (con un aumento rispetto al 2022) e quella degli stranieri scende al 71,5%. Le persone con doppia cittadinanza il 3,2%. Prosegue la netta prevalenza degli stranieri (provenienti da Perù, Marocco, Ucraina, Nigeria ed altri Paesi)”.
Una particolare attenzione è stata posta sugli ‘utenti’: “Per classi di età, tra gli stranieri il peso dei giovani fino ai 34 anni è doppio di quello tra gli italiani, mentre quello degli anziani (65 ed oltre) è tra gli italiani quasi quattro volte quello degli stranieri. Tra i nuovi utenti si osserva un’incidenza molto maggiore delle classi più giovani, il che può indicare la loro sofferenza per le difficoltà della situazione attuale…
In termini di nucleo di convivenza, si evince, in continuità con il 2022, un cospicuo ulteriore aumento dell’incidenza di quelli che vivono soli, e una altrettanto forte diminuzione di quelli che vivono in un nucleo familiare. Tra i nuovi utenti, il marcato aumento della quota dei ‘soli’ risente dell’alto livello tra gli italiani (molto rilevanti i livelli assoluti: gli italiani passano da 123 a 181, gli stranieri da 200 a 292)”.
Per questo il numero complessivo degli interventi erogati tramite il Centro di ascolto diocesano nel 2023 è arrivato ad 85.049, con un aumento dell’11,6% rispetto al 2022, ed addirittura del 66,5% rispetto al 2020: “Al primo posto come quota di interventi sul totale di questi troviamo l’offerta di beni e servizi materiali, costituiti principalmente dai servizi di mensa, dall’attività degli Empori/market solidali, dalla distribuzione di pacchi viveri. Seguono i servizi di alloggio e quindi i servizi di ascolto, per lo più accompagnato da discernimento e progetto, nonché finalizzato ad attività di monitoraggio”.
Inoltre il rapporto ha evidenziato che le remunerazioni di stipendio in Umbria sono più basse rispetto a quelle di altre regioni italiane: “Per i suoi riflessi anche sulla povertà, risulta rilevante anche la presenza in Umbria, segnalata dall’AUR, di remunerazioni del lavoro dipendente più basse che in Italia; ciò a motivo, tra l’altro, di una minore presenza di figure ad alto profilo di qualificazione.
Le donne umbre, in particolare, guadagnano meno sia degli uomini umbri che delle donne italiane, anche per la diffusione del part-time, che riguarda la metà di esse. In ogni caso, le retribuzioni riflettono l’organizzazione del lavoro e la gestione delle risorse umane, e quindi la produttività media del lavoro, non elevata, delle imprese locali”.
(Foto: diocesi di Perugia – Città della Pieve)




























