Tag Archives: famiglie
Papa Leone XIV ai neocatecumenali: i carismi sono doni di Dio senza esclusività
“Sono lieto di incontrarvi così numerosi. Saluto i membri dell’Équipe internazionale del Cammino Neocatecumenale, Kiko Argüello, María Ascensión Romero e don Mario Pezzi, come pure i Vescovi e i sacerdoti che vi accompagnano. Un pensiero speciale va alle famiglie qui presenti, espressione del vostro anelito missionario e di quel desiderio che deve sempre animare tutta la Chiesa: annunciare il Vangelo al mondo intero, perché tutti possano conoscere Cristo”: nell’ultima udienza della giornata papa Leone XIV ha incontrato i responsabili del Cammino Neocatecumenale accompagnati dal fondatore Kiko Arguello, incoraggiandoli nell’opera di evangelizzazione.
Proprio l’annuncio di Cristo è stato il centro del Cammino Neocatecumenale: “Proprio questo desiderio ha sempre animato e continua ad alimentare la vita del Cammino Neocatecumenale, il suo carisma e le opere di evangelizzazione e catechesi che rappresentano un prezioso contributo per la vita della Chiesa. A tutti, specialmente a quanti si sono allontanati o a coloro la cui fede si è affievolita, voi offrite la possibilità di un itinerario spirituale attraverso il quale riscoprire il significato del Battesimo, perché possano riconoscere il dono di grazia ricevuto e, perciò, la chiamata ad essere discepoli del Signore e suoi testimoni nel mondo”.
Un annuncio che in molti ha risvegliato la propria fede attraverso la testimonianza: “Animati da questo spirito, avete acceso il fuoco del Vangelo laddove sembrava spegnersi e avete accompagnato molte persone e comunità cristiane, risvegliandole alla gioia della fede, aiutandole a riscoprire la bellezza di conoscere Gesù e favorendo la loro crescita spirituale e il loro impegno di testimonianza”.
Riprendendo le parole di papa Francesco pronunciate nel 2015 il papa ha ringraziato le famiglie per lo spirito missionario: “In particolare, oltre che ai formatori e ai catechisti, vorrei esprimere la mia gratitudine alle famiglie, che, accogliendo l’impulso interiore dello Spirito, lasciano le sicurezze della vita ordinaria e partono in missione, anche in territori lontani e difficili, con l’unico desiderio di annunciare il Vangelo ed essere testimoni dell’amore di Dio.
In questo modo, le équipe itineranti composte da famiglie, catechisti e sacerdoti, partecipano alla missione evangelizzatrice di tutta la Chiesa e, come affermava papa Francesco, contribuiscono a ‘svegliare’ la fede dei ‘non cristiani che non hanno mai sentito parlare di Gesù Cristo’, ma anche di tanti battezzati… Vivere l’esperienza del Cammino Neocatecumenale e portare avanti la missione esige anche, da parte vostra, una vigilanza interiore e una sapiente capacità critica, per discernere alcuni rischi che sono sempre in agguato nella vita spirituale ed ecclesiale”.
Quindi ha ricordato che ‘siamo Chiesa’ attraverso il battesimo: “Voi proponete a tutti un percorso di riscoperta del Battesimo, e questo Sacramento, come sappiamo, unendoci a Cristo, ci fa diventare membra vive del suo corpo, unico suo popolo, unica sua famiglia. Dobbiamo sempre ricordarci che siamo Chiesa e che, se lo Spirito concede a ciascuno una manifestazione particolare, essa è data ‘per il bene comune’ e quindi per la missione stessa della Chiesa”.
Però i carismi sono doni di Dio con la stessa importanza: “I carismi devono essere sempre posti al servizio del regno di Dio e dell’unica Chiesa di Cristo, nella quale nessun dono di Dio è più importante di altri (se non la carità, che tutti li perfeziona e li armonizza) e nessun ministero deve diventare motivo per sentirsi migliori dei fratelli ed escludere chi la pensa diversamente”.
Da qui la richiesta ad essere nella Chiesa senza nessuna esclusività: “Perciò invito anche voi, che avete incontrato il Signore e vivete la sua sequela nel Cammino Neocatecumenale, ad essere testimoni di questa unità. La vostra missione è particolare, ma non esclusiva; il vostro carisma è specifico, ma porta frutto nella comunione con gli altri doni presenti nella vita della Chiesa; il bene che fate è tanto, ma il suo fine è permettere alle persone di conoscere Cristo, sempre rispettando il percorso di vita e la coscienza di ciascuno”.
E’ un invito a vivere la pastorale della parrocchia senza nessuna chiusura: “Come custodi di questa unità nello Spirito, vi esorto a vivere la vostra spiritualità senza mai separarvi dal resto del corpo ecclesiale, come parte viva della pastorale ordinaria delle parrocchie e delle sue diverse realtà, in piena comunione con i fratelli e in particolare con i presbiteri e i Vescovi. Andate avanti nella gioia e con umiltà, senza chiusure, come costruttori e testimoni di comunione”.
Infine ha ribadito che il Vangelo deve essere annunciato senza nessun moralismo: “La Chiesa vi accompagna, vi sostiene, vi è grata per ciò che fate. Allo stesso tempo, essa ricorda a tutti che ‘dove c’è lo Spirito del Signore, c’è libertà’. Perciò l’annuncio del Vangelo, la catechesi e le varie forme dell’agire pastorale devono essere sempre liberi da forme di costrizione, rigidità e moralismi, perché non accada che essi possano suscitare sensi di colpa e timori invece che liberazione interiore”.
La giornata del papa era iniziata con l’incontro con la delegazione ecumenica della Finlandia in occasione della festa di sant’Enrico ad inizio della settimana di preghiera per l’unità dei cristiani: “In un tempo in cui le persone sono spesso tentate da un senso di disperazione, abbiamo la missione essenziale, come messaggeri cristiani di speranza, di portare la luce del Signore negli angoli più bui del nostro mondo.
Sebbene il Giubileo della Speranza si sia ormai concluso con la recente chiusura della Porta Santa della Basilica di San Pietro, la nostra speranza cristiana non conosce fine né limiti. Pertanto, incoraggiati e rafforzati dalla grazia di Gesù Cristo, che è l’incarnazione stessa della speranza per tutti, siamo chiamati e inviati a testimoniare questa verità salvifica con parole edificanti e opere di carità”.
Infine ha incoraggiato il prosieguo del dialogo cattolico-luterano: “Tali esempi di cooperazione, insieme alla lunga tradizione di celebrare congiuntamente la festa di sant’Enrico, sono segni eloquenti di un ecumenismo concreto e fruttuoso e possono contribuire a incoraggiare la Sesta Fase del Dialogo Internazionale Cattolico-Luterano, che inizierà il mese prossimo. Sono certo che il Vescovo Goyarrola, in qualità di Co-Presidente, porterà queste esperienze positive dell’ecumenismo finlandese a questo dialogo”.
Nel mezzo di questi due incontri papa Leone XIV ha ringraziato i dirigenti e gli agenti dell’ispettorato della Pubblica Sicurezza del Vaticano per l’anno giubilare appena concluso: “Avete dovuto gestire file interminabili di persone e folle numerose, accompagnare spostamenti e mantenere presidi, con il buono e il cattivo tempo e con orari e ritmi spesso scomodi ed esigenti. In merito a questo, un pensiero di ringraziamento va anche ai vostri cari che, in modo indiretto, si sono trovati a loro volta coinvolti in queste dinamiche, adattandosi alle esigenze dei vostri impegni e turni straordinari di lavoro e, immagino, rinunciando spesso alla vostra presenza”.
La garanzia della sicurezza rende un luogo sereno: “Ordine e sicurezza sono doni che costano sacrificio a chi li garantisce e che però contribuiscono notevolmente al bene di tutti: in questo caso non solo allo svolgersi pratico delle attività nel rispetto delle norme, ma anche al loro collocarsi in un clima sereno e raccolto. Un ambiente sicuro è infatti di grande aiuto alla preghiera, e moltissimi visitatori (alcuni arrivati a Roma con lunghi viaggi e addossandosi sacrifici fisici ed economici) nei mesi passati lo hanno potuto sperimentare anche grazie a voi”.
(Foto: Santa Sede)
Win for Italia Team: per la Consulta Nazionale Antiusura ‘San Giovanni Paolo II’ c’è grande preoccupazione
Le quattro Fondazioni Antiusura della Puglia, -Fondazione San Nicola e Santi Medici di Bari, Fondazione Buon Samaritano di Foggia, Fondazione San Giuseppe Lavoratore di Lecce e Fondazione Mons. Vito De Grisantis di Tricase- e le 19 Caritas della Puglia, condividono la grande preoccupazione della Consulta Nazionale Antiusura San Giovanni Paolo II per l’ennesima scelta di introdurre un nuovo gioco d’azzardo ‘Win for Italia Team’, trasformando ancora una volta la fragilità dei cittadini in una fonte di entrate.
E’ inaccettabile che, di fronte a un’emergenza sociale ormai conclamata, le istituzioni continuino a considerare l’azzardo come una leva fiscale, ignorando deliberatamente le conseguenze devastanti che questo sistema produce nelle famiglie italiane.
Ancora più grave è associare un nuovo gioco d’azzardo all’evento sportivo per eccellenza come le Olimpiadi. Lo sport dovrebbe rappresentare vero divertimento e svago che mette al centro l’impegno individuale e di squadra nel rispetto delle regole e dell’altro, per una crescita personale e collettiva. L’azzardo non ha nulla di tutto questo. Legare il mondo olimpico a un meccanismo che genera povertà significa macchiare un ambito che dovrebbe invece educare, ispirare e dare speranza.
In Italia il gioco d’azzardo ha raggiunto dimensioni allarmanti: la raccolta nazionale ha superato € 157.000.000.000, con perdite per i cittadini vicine ad € 23.000.000.000. Numeri che raccontano un fenomeno trasversale, che compromette anziani, giovani (anche molti minori di età), studenti e le loro famiglie. L’azzardo è oggi una delle principali cause di indebitamento, e troppo spesso l’indebitamento sfocia nell’usura, come dimostrano gli ascolti in costante aumento presso le Fondazioni antiusura, dove ogni giorno arrivano persone che hanno perso tutto: risparmi, relazioni, fiducia, dignità.
Quando lo Stato continua a utilizzare l’azzardo come leva fiscale, i cittadini pagano un prezzo altissimo in termini economici, psicologici e sociali. E’ una contraddizione che non può più essere ignorata: da un lato si parla di prevenzione dell’azzardopatia o si promuove il cosiddetto gioco responsabile, dall’altro si moltiplicano le offerte di giochi che alimentano dipendenza, povertà e disperazione.
In un momento in cui migliaia di famiglie sono in difficoltà, il Paese avrebbe bisogno di tutt’altro: educazione finanziaria, percorsi di prevenzione dell’indebitamento, strumenti per un accesso al credito più efficaci, politiche di tutela dei più vulnerabili. Non di un nuovo gioco che rischia di diventare l’ennesima porta d’ingresso verso la rovina economica e psicologica.
Le quattro Fondazioni della Puglia condividono, insieme alla Consulta Nazionale Antiusura San Giovanni Paolo II l’ennesimo appello chiaro al Governo: faccia un gesto che risponda al vero spirito delle Olimpiadi rispettando la tregua olimpica, ritirando questa misura. Fermare l’ennesimo gioco d’azzardo significa proteggere le famiglie, difendere la dignità delle persone, restituire allo sport il valore che merita. La Puglia nel 2024 ha speso quasi € 12.000.000.000 per il gioco d’azzardo, più di € 3.000 per abitante compresi bambini.
In dialogo con p. Gaffurini: il segno di speranza del Natale in Terra Santa
“Nel 2011 festeggiavo 35 anni di vita monastica concludendo il mio servizio di priore dell’abbazia cistercense di Fiastra e dopo tanti anni ininterrotti di ‘lavori’ i miei superiori mi consigliarono di prendere un tempo sabbatico chiedendomi dove lo volevo trascorrere. Non sapendo dove andare mi è venuto in modo spontaneo la richiesta di trascorrerlo a Gerusalemme, dove ho vissuto un mese. Per noi cristiani il cuore di Gerusalemme è la basilica del Santo Sepolcro, dove ogni giorno si fa memoria del mistero pasquale di Gesù.
Lì ho aiutato i francescani, che ogni pomeriggio ricordano la passione, morte e resurrezione di Gesù, nel canto e nella preghiera; poi sono stato invitato da loro a trascorrere alcune notti di preghiera, perché con tutte le comunità cristiane in Terra Santa si alzano nella notte per un’ora di preghiera. In una di quelle notti che ho avuto la grazia di passare nell’edicola del Santo Sepolcro ho avvertito un invito dal Signore di poter restare in questo luogo particolarmente ricco di grazia. Rientrato al monastero dell’Abbadia di Fiastra ho fatto presente ai superiori il dono di questa Grazia.
Così dopo il mese sabbatico mi hanno concesso un anno sabbatico; però l’affezione al Santo Sepolcro è cresciuta, trasformandosi in un torrente di grazia, ed al termine di questo anno sabbatico mi sono iscritto, sempre con il consenso dei superiori, al corso di ebraico biblico della facoltà di lingue dell’Ordine dei francescani, solo per continuare il mio servizio al Santo Sepolcro.
Nel frattempo il priore generale dei cistercensi venne a Gerusalemme per constatare la mia frequenza effettiva al corso, assecondando il mio desiderio di prolungare la permanenza al Santo Sepolcro. L’anno successivo è ritornato concedendomi la facoltà di passare ad un altro Ordine, dopo averne parlato con il capitolo cistercense, in quanto chi presta servizio in Terra Santa sono i frati minori francescani. Così dopo un tempo di discernimento sono diventato un frate minore francescano”.
Così inizia il racconto di p. Giuseppe Maria Gaffurini, frate dell’Ordine Francescano Minore della Custodia di Terra Santa e presidente della comunità francescana del Santo Sepolcro di Gerusalemme, incontrato di passaggio all’Abbadia di Fiastra di Tolentino, dopo un convegno dell’Opera Romana Pellegrinaggi a Roma per parlare ai tour operator in vista della ripresa dei pellegrinaggi in Terra Santa, il cui primo si svolge fino al 2 gennaio: “Possiamo dire che Gerusalemme, essendo città santa, è estremamente salvaguardata dalle conseguenze di questa ennesima guerra. Godiamo di una certa sicurezza. Il nostro convento si trova nella Gerusalemme vecchia ed è adiacente alla spianata delle moschee e vicina al muro occidentale. Evidentemente, trovandoci nel luogo più sacro di Gerusalemme sia per i musulmani che per gli ebrei, il luogo è molto sicuro, molto protetto”.
Ecco, allora, come si vive a Gerusalemme?
“Il nostro patriarca, card. Pizzaballa, prendendo spunto da un’espressione di papa Francesco (‘disarmare le parole’) ripresa anche da papa Leone XIV, ci invita in questo momento a non sottolineare più tutto il male che c’è stato e che ancora in qualche modo continuerà. Piuttosto ci invita a sottolineare i piccoli germogli di bene e di pace, affinchè crescano. Quindi è un invito a focalizzare la nostra attenzione sui pochi germogli di bene che si iniziano ad intravedere”.
‘E’ un kairós, un’opportunità. Non so se segnerà la fine della guerra, ma è stato un punto di svolta. Può essere l’inizio di qualcosa di nuovo, un’opportunità che ci è stata data’, affermava alcune settimane fa il card. Pierbattista Pizzaballa con un invito a non abbandonare la Terra Santa. Per quale motivo invita i giovani a non abbandonare la Terra Santa?
“Il patriarca fa di tutto perché le famiglie cristiane rimangano in Terra Santa: sarebbe veramente doloroso che nel luogo dove è nato il cristianesimo, esso possa scomparire. Quindi si sta prodigando con la pastorale e la solidarietà intensa per riuscire a convincere le famiglie cristiane a restare. Sollecita la carità della Chiesa di tutto il mondo per far sì che queste famiglie possano avere una vita dignitosa”.
Nell’omelia della terza domenica di Avvento sempre il card, Pizzaballa ha invitato a mettersi in ascolto della Parola di Dio: ‘Bisogna mettersi in ascolto delle Scritture per comprendere lo stile dell’agire di Dio, il suo modo di amare. Infatti, le parole con cui Gesù rinvia alle opere sono le parole del profeta Isaia sull’attività del Servo di Dio. Così e non in altro modo viene l’atteso e in lui viene Dio agli uomini’. In quale modo i cristiani si sono preparati al Natale in Terra Santa?
“Dopo due anni, durante i quali le luci del Natale sono state spente per volere di tutti i cittadini di Betlemme e per iniziativa del cardinale dello scorso anno, è stato finalmente riacceso nella piazza principale l’albero, rifatto il presepio ed illuminata la stella, mentre le strade della città si sono riempite di luci per accogliere i pellegrini che sono venuti a celebrare il Natale con noi a Betlemme: sembra proprio che Gesù sia nato a Betlemme”.
Quindi si sta ritornando ad una vita ‘normale’?
“Sembra che gli alberghi, che non hanno chiuso in questi due anni di guerra, di Betlemme siano tutti prenotati. Tuttavia rispetto allo scorso anno sembra che si possa affermare che si sta girando pagina”.
Si apre uno spiraglio di pace?
“Non vorremmo esagerare. Potremmo usare l’immagine di Gesù Bambino: per il momento è proprio in fasce, ma ci auguriamo che dalla nascita del Bambino Gesù possa crescere un cammino di pace”.
A proposito del Natale, l’immagine dei Re Magi che adorano Gesù Bambino potrebbe essere un segno di speranza?
“Certamente i Re Magi che indicano l’universalità della terra che riconosce nel Bambino nato a Betlemme, il Messia tanto atteso potrebbe indicare la strada ai cristiani di tutta la Chiesa per ritornare a Betlemme”.
(Foto: sbf.custodia)
Nizar Lama racconta la vita delle famiglie cristiane in Terra Santa
“Oggi sono qui tra voi, proveniente da Betlemme, città della natività di Gesù, non solo per portarvi notizie, ma per essere voce di un popolo sotto l’assedio implacabile; una voce che si alza dalla Cisgiordania e che continua a battere nonostante le restrizioni. Da due anni è iniziata una guerra dolorosa a Gaza, che ha lasciato una ferita profonda da cui ci stiamo ancora riprendendo. Questa guerra è stata una delle più difficili che abbiamo affrontato dal 1948. Mentre Gaza era sotto bombardamento la Cisgiordania era sottoposta ad un pesante assedio su tutti i fronti; la mia città Betlemme, culla di Gesù Cristo, ha sofferto enormemente, tanto da non aver avuto nessun festeggiamento natalizio per due anni consecutivi”.
Così è iniziata la testimonianza di Nizar Lama, guida cattolica palestinese a Betlemme, invitato a Tolentino dal Sermit per raccontare la possibilità della pace in tempo di guerra in Terra Santa: “Immaginate Betlemme, che è una città prevalentemente alimentata dal turismo religioso, senza pellegrini, che dava lavoro a più di 5.000 artigiani; questo già da due anni. Questa non è solo una perdita economica, ma un arresto della vita religiosa e sociale.
E’ sorto un senso di prigionia: è importante sapere che dal 2002 Betlemme è circondato da un muro di separazione, che si estende intorno per km. 60 con un’altezza di 8 metri, facendoci sentire come in una prigione a cielo aperto. Ogni 15 giorni possiamo fare rifornimento di acqua, mentre la benzina arriva ogni 10 giorni. Questi non sono solo numeri, ma una vita interrotta con famiglie che soffrono la sete e la fame con la paralisi di movimento. Siamo quotidianamente esposti agli attacchi dei coloni, che sradicano e bruciano i nostri ulivi secolari, fondamentali per la nostra esistenza”.
Altro problema evidenziato da Nizar è il ‘diritto ‘al culto: “Il nostro diritto al culto è quotidianamente violato: da 2 anni è negato il diritto di praticare i riti religiosi cristiani a Gerusalemme. Negli ultimi due anni non siamo riusciti a raggiungere il Santo Sepolcro nelle festività della Pasqua. Però in mezzo a tale sofferenza vediamo la pace come unica soluzione alla guerra, perché sappiamo che la pace non si può raggiungere attraverso la violenza. Chiediamo solo di vivere con dignità pregando nei nostri luoghi santi. Dalla culla di Gesù vi chiediamo di guardarci con umanità; non lasciate che le nostre vite si trasformino solo numeri in un notiziario”.
Cosa significa raccontare la guerra?
“Testimoniare la guerra significa portare al mondo il messaggio, di cui abbiamo vissuto in questi due anni: la nostra esistenza e la nostra resistenza. Come cristiani rimanere in Terra Santa in questi due anni di guerra assolutamente non è stato facile, ma con la nostra testimonianza cristiana cerchiamo di portare avanti la pace”.
Come vive la comunità cristiana a Betlemme?
“La comunità cristiana a Betlemme è composta da 1800 famiglie e la Chiesa, per quello che può fare, cerca di darci un supporto, però viviamo momenti molto difficili, perché nella mia città, che viveva di turismo, c’è una disoccupazione che arriva all’80%: tutto è fermo e 120 fabbriche artigianali sono chiuse. Non abbiamo rifugi sotterranei a Betlemme e quando arrivavano i missili dallo Yemen e dall’Iran rimanevamo a casa a pregare. Una Terra Santa senza cristiani non è più Terra Santa; per questo la nostra presenza in Terra Santa è importante per il cristianesimo”.
Hai tre bambini piccoli: come vivono i bambini a Betlemme?
“Vivono sempre con la paura, perché sono arrivati missili da tutte le parti, anche dallo Yemen e dall’Iran: è stato spaventoso. Inoltre hanno perso due anni scolastici e nessun campo estivo. Sono rimasti sempre chiusi in casa”.
In quale modo da Betlemme potrebbe partire una testimonianza di pace?
“Dal 7 ottobre 2023 a Betlemme preghiamo il rosario per la fine di questo conflitto il più presto possibile. Auguriamo che con la nascita di Gesù possa nascere una nuova pace duratura”.
Perché continuate a credere nella pace?
“E’ la speranza. Noi cristiani della Terra Santa abbiamo una fede molto grande e crediamo che la nostra presenza in Terra Santa è molto importante e, nonostante che siamo 1% della popolazione, questo ci dà la speranza di un futuro migliore”.
In quale modo i cristiani possono contribuire alla costruzione della pace?
“Con molta difficoltà, perché la comunità cristiana in Terra Santa rappresenta solo 1% della popolazione. Per noi questo comporta molta fatica nel seminare la pace nei cuori degli ebrei ed in quelli dei mussulmani”.
Quali prospettive ci sono per la ‘costruzione’ della pace?
“Tantissime realtà operano per stabilire la pace. Noi auguriamo con tutto il cuore che chi lavora a favore della pace possa ottenere la pace tra le fedi; noi cristiani siamo contro ogni estremismo e cerchiamo di portare azioni di pace: vogliamo la pace con i mussulmani e con gli ebrei. Cerchiamo di ottenere che la pace sgorghi dal cuore”.
A proposito di pace un editto di secoli fa stabilisce che il sindaco di Betlemme sia cattolico: come è possibile?
“C’è un ‘firmano’ (decreto, ndr.) ottomano del 1835 che afferma che in otto città palestinesi il sindaco deve essere cristiano e Betlemme rientra in questa delibera”.
Come vivono i cristiani di Betlemme il Natale?
“Purtroppo dal 7 ottobre 2023 abbiamo avuto due Natali ‘silenziosi’ e tristi con la città vuota. Quest’anno il comune di Betlemme ha deciso di far celebrare di nuovo il Natale ed i bambini sono molto contenti. Speriamo che ci sia una pace vera. Il comune ha deciso di rimettere anche l’Albero di Natale nella piazza della Mangiatoia, acceso sabato 6 dicembre”.
Quale messaggio ci lasci a nome dei cristiani in Terra Santa?
“Il Natale, per noi, significa la nascita di una ‘cosa’ nuova: speriamo che sia la nascita di una pace duratura in Terra Santa. Ed a voi vi chiedo di sostenere le famiglie cristiane in Terra Santa e di non abbandonarci. Spero di vedervi presto a Betlemme ed a Gerusalemme”.
Per sostenere le famiglie di Betlemme si può fare un versamento al Sermit attraverso Intesa San Paolo: IBAN: IT 94 D 03069 69200 100000 006377: o Poste Italiane: IBAN: IT 66 N 07601 13400 000014 616627 con la causale ‘Sostegno Nizar Lama Betlemme’.
Card. Pizzaballa invita a pregare per la pace in Terra Santa
“In queste ultime ore, nella drammatica situazione del Medio Oriente, si stanno compiendo alcuni significativi passi in avanti nelle trattative di pace, che auspico possano al più presto raggiungere i risultati sperati. Chiedo a tutti i responsabili di impegnarsi su questa strada, di cessare il fuoco e di liberare gli ostaggi, mentre esorto a restare uniti nella preghiera, affinché gli sforzi in corso possano mettere fine alla guerra e condurci verso una pace giusta e duratura” con queste parole dopo la recita dell’Angelus papa Leone XIV ha ricordato la necessità della pace nella Terra Santa.
Infatti venerdì 3 ottobre è giunta, dopo quella israeliana, anche la risposta positiva di Hamas al presidente statunitense Donald Trump che il 29 settembre scorso, alla Casa Bianca, aveva messo sul tavolo le sue carte per la pace in Terra Santa. Il presidente americano ha espresso soddisfazione e gratitudine ai partner arabi che hanno collaborato, chiedendo agli israeliani di sospendere le ostilità nella Striscia.
Per questo nel giorno della festività di san Francesco il patriarca di Gerusalemme dei Latini, card. Pierbattista Pizzaballa,ha mostrato sollievo nella lettera indirizza a tutti i fedeli della sua diocesi: “Sono due anni che la guerra ha assorbito gran parte delle nostre attenzioni ed energie. E’ ormai a tutti tristemente noto quanto è accaduto a Gaza. Continui massacri di civili, fame, sfollamenti ripetuti, difficoltà di accesso agli ospedali e alle cure mediche, mancanza di igiene, senza dimenticare coloro che sono detenuti contro la loro volontà.
Per la prima volta, comunque, le notizie parlano finalmente di una possibile nuova pagina positiva, della liberazione degli ostaggi israeliani, di alcuni prigionieri palestinesi e della cessazione dei bombardamenti e dell’offensiva militare. E’ un primo passo importante e lungamente atteso. Nulla è ancora del tutto chiaro e definito, ci sono ancora molte domande che attendono risposta, molto resta da definire, e non dobbiamo farci illusioni. Ma siamo lieti che vi sia comunque qualcosa di nuovo e positivo all’orizzonte”.
Ed ha espresso questa ‘gioia’, che sarà completa in cui saranno liberati tutti gli ostaggi da entrambi le parti: “Attendiamo il momento per gioire per le famiglie degli ostaggi, che potranno finalmente abbracciare i loro cari. Ci auguriamo lo stesso anche per le famiglie palestinesi che potranno abbracciare quanti ritornano dalla prigione. Gioiamo soprattutto per la fine delle ostilità, che ci auguriamo non sia temporanea, che porterà sollievo agli abitanti di Gaza”.
E’ una gioia, perché potrebbe essere un ‘nuovo’ inizio: “Gioiamo anche per tutti noi, perché la possibile fine di questa guerra orribile, che davvero sembra ormai vicina, potrà finalmente segnare un nuovo inizio per tutti, non solo israeliani e palestinesi, ma anche per tutto il mondo. Dobbiamo comunque restare con i piedi per terra. Molto resta ancora da definire per dare a Gaza un futuro sereno. La cessazione delle ostilità è solo il primo passo (necessario e indispensabile) di un percorso insidioso, in un contesto che resta comunque problematico”.
Però ha ricordato la situazione anche in Cisgiordania: “Non dobbiamo dimenticare, inoltre, che la situazione continua a deteriorarsi anche in Cisgiordania. Sono ormai quotidiani i problemi di ogni genere che le nostre comunità sono costrette ad affrontare, soprattutto nei piccoli villaggi, sempre più accerchiati e soffocati dagli attacchi dei coloni, senza sufficiente difesa delle autorità di sicurezza”.
Infatti tale conflitto mette in ‘pericolo’ la Chiesa: “I problemi, insomma, sono ancora tanti. Il conflitto continuerà ancora per lungo tempo ad essere parte integrale della vita personale e comunitaria della nostra Chiesa. Nelle decisioni da prendere riguardo alla nostra vita, anche le più banali, dobbiamo sempre prendere in considerazione le dinamiche contorte e dolorose da esso causate: se i confini sono aperti, se abbiamo i permessi, se le strade saranno aperte, se saremo al sicuro”.
Quindi la sfida a cui è chiamata la Chiesa è quella della speranza: “La mancanza di chiarezza sulle prospettive future, che sono ancora tutte da definire, inoltre, contribuisce al senso di disorientamento e fa crescere il sentimento di sfiducia. Ma è proprio qui che, come Chiesa, siamo chiamati a dire una parola di speranza, ad avere il coraggio di una narrativa che apra orizzonti, che costruisca anziché distruggere, sia nel linguaggio che usiamo che nelle azioni e gesti che porremo.
Non siamo qui per dire una parola politica, né per offrire una lettura strategica degli eventi. Il mondo è già pieno di parole simili, che raramente cambiano la realtà. Ci interessa, invece, una visione spirituale che ci aiuti a restare saldi nel Vangelo”.
La lettera del patriarca è un invito a non abituarsi alla sofferenza: “Questa guerra, infatti, interroga le nostre coscienze ed è all’origine di riflessioni, non solo politiche ma anche spirituali. La violenza spropositata a cui abbiamo assistito fino ad ora ha devastato non solo il nostro territorio, ma anche l’animo umano di molti, in Terra Santa e nel resto del mondo. Rabbia, rancore, sfiducia, ma anche odio e disprezzo dominano troppo spesso i nostri discorsi e inquinano i nostri cuori.
Le immagini sono devastanti, ci sconvolgono e ci pongono davanti a ciò che san Paolo ha chiamato ‘il mistero dell’iniquità’, che supera la comprensione della mente umana. Corriamo il rischio di abituarci alla sofferenza, ma non deve essere così. Ogni vita perduta, ogni ferita inflitta, ogni fame sopportata rimane uno scandalo agli occhi di Dio”.
Per questo il card. Pizzaballa ha invitato la Chiesa a testimoniare la fede: “In questo tempo drammatico la nostra Chiesa è chiamata con maggiore energia a testimoniare la sua fede nella passione e risurrezione di Gesù. La nostra decisione di restare, quando tutto ci chiede di partire, non è una sfida ma un rimanere nell’amore. Il nostro denunciare non è un’offesa alle parti, ma la richiesta di osare una via diversa dalla resa dei conti. Il nostro morire è avvenuto sotto la croce, non su un campo di battaglia”.
Ma ha avvertito che la fine della guerra non porterebbe subito alla pace: “Non sappiamo se questa guerra davvero finirà, ma sappiamo che il conflitto continuerà ancora, perché le cause profonde che lo alimentano sono ancora tutte da affrontare. Se anche la guerra dovesse finire ora, tutto questo e molto altro costituirà ancora una tragedia umana che avrà bisogno di molto tempo e tante energie per ristabilirsi.
La fine della guerra non segna necessariamente l’inizio della pace. Ma è il primo passo indispensabile per cominciare a costruirla. Ci attende un lungo percorso per ricostruire la fiducia tra noi, per dare concretezza alla speranza, per disintossicarci dall’odio di questi anni. Ma ci impegneremo in questo senso, insieme ai tanti uomini e donne che qui ancora credono che sia possibile immaginare un futuro diverso”.
Infatti i cristiani in Terra Santa si sentono come Maria di Magdala: “Come Maria di Magdala presso quello stesso sepolcro, noi vogliamo continuare a cercare, anche se a tentoni. Vogliamo insistere a cercare vie di giustizia, di verità, di riconciliazione, di perdono: prima o poi, in fondo ad esse, incontreremo la pace del risorto. E come lei, su queste vie vogliamo spingere altri a correre, ad aiutarci nel nostro cercare. Quando tutto sembra volerci dividere, noi diciamo la nostra fiducia nella comunità, nel dialogo, nell’ incontro, nella solidarietà che matura in carità.
Noi vogliamo continuare ad annunciare la Vita eterna più forte della morte con gesti nuovi di apertura, di fiducia, di speranza. Sappiamo che il male e la morte, pur così potenti e presenti in noi e attorno a noi, non possono eliminare quel sentimento di umanità che sopravvive nel cuore di ognuno. Sono tante le persone che in Terra Santa e nel mondo si stanno mettendo in gioco per tenere vivo questo desiderio di bene e si impegnano a sostenere la Chiesa di Terra Santa. E li ringraziamo, portando ciascuno di loro nella nostra preghiera”.
La lettera si conclude con l’invito a pregare per la pace con papa Leone XIV: “In questo mese, dedicato alla Vergine Santissima, vogliamo pregare per questo. Per custodire e preservare da ogni male il nostro cuore e quello di coloro che desiderano il bene, la giustizia e la verità. Per avere il coraggio di seminare germi di vita nonostante il dolore, per non arrendersi mai alla logica dell’esclusione e del rifiuto dell’altro.
Preghiamo per le nostre comunità ecclesiali, perché restino unite e salde, per i nostri giovani, le nostre famiglie, i nostri sacerdoti, religiosi e religiose, per tutti coloro che si impegnano per portare ristoro e conforto a chi è nel bisogno. Preghiamo per i nostri fratelli e sorelle di Gaza, che nonostante l’infuriare della guerra su di loro, continuano a testimoniare con coraggio la gioia della vita.
Ci uniamo, infine, all’invito di Papa Leone XIV che ha indetto per sabato 11 ottobre una giornata di digiuno e di preghiera per la pace. Invito tutte le comunità parrocchiali e religiose ad organizzare liberamente, per quella giornata, momenti di preghiera, come il rosario, l’adorazione eucaristica, liturgie della Parola e altri momenti simili di condivisione”.
Biella, San Vincenzo De Paoli: un gesto che scalda due volte
Sabato 4 ottobre, dalle 9 alle 12, l’Armadio San Vincenzo (via Don Minzoni 2/A, Biella) apre le sue porte al pubblico per un mercatino solidale: verranno proposti vestiti usati, selezionati e in buono stato. L’offerta è libera.
All’Armadio San Vincenzo, con discrezione e rispetto, si offrono abiti a chi vive situazioni di fragilità, restituendo dignità, calore e un piccolo aiuto a sentirsi parte della comunità. Il ricavato sarà destinato a sostenere due importanti obiettivi:
- Riacquistare vestiario adatto ai bisogni sempre più diversificati delle persone in difficoltà. Oggi, accanto ai classici capi invernali, cresce la necessità di scarpe da ginnastica, tute e abbigliamento pratico, richiesti in particolare dai migranti che arrivano sul territorio;
- Contribuire al pagamento delle bollette del riscaldamento per famiglie, già assistite dalla Società di San Vincenzo De Paoli. Con l’arrivo dei primi freddi, il costo del calore domestico diventa un peso insostenibile per chi è più fragile. Garantire il riscaldamento significa offrire non solo calore, ma anche sicurezza e serenità.
Ogni gesto di attenzione, ascolto e cura ha il potere di restituire speranza a chi si sente dimenticato. Dietro ogni progetto della Società di San Vincenzo De Paoli – Consiglio Centrale di Biella c’è la volontà di offrire risposte concrete e vicine a chi ha perso fiducia nel futuro.
Nel solo 2024, la Società di San Vincenzo di Biella ha supportato 300 famiglie, assistito oltre 700 persone e distribuito vestiario a più di 1000 persone costruendo una rete di solidarietà che ogni giorno si rinnova grazie all’impegno di soci e volontari.
La vendita del 4 ottobre è dunque molto più di un’iniziativa solidale. È un invito a partecipare a un’azione semplice ma capace di fare la differenza accendendo una nuova speranza e aiutando le persone a riscoprire il proprio valore: un gesto di solidarietà che scalda due volte.
Appuntamento:
📍 Armadio San Vincenzo, via Don Minzoni 2/A, Biella
📅 Sabato 4 ottobre 2025
🕘 Dalle ore 9.00 alle ore 12.00
Perché anche un vestito può restituire dignità.
Partecipare è semplice: basta un gesto per scaldare il cuore e la vita di chi è in difficoltà.
Società di San Vincenzo De Paoli ed Ospedale San Gerardo: nasce una nuova rete di aiuto per pazienti e famiglie
“Vogliamo costruire un ponte di aiuto e vicinanza con le famiglie di chi si trova ad affrontare la malattia e il ricovero. Nessuno deve sentirsi abbandonato”: con queste parole Stefano Bellini, Presidente della Società di San Vincenzo De Paoli – Consiglio Centrale di Monza, annuncia la firma della convenzione con l’Ospedale San Gerardo.
L’iniziativa segna un passo importante nella direzione del sostegno concreto a pazienti e famiglie, in particolare nel delicato momento delle dimissioni e durante la degenza ospedaliera: “Ci sono anziani soli, famiglie che arrivano da fuori regione, persone straniere che faticano con la lingua – spiega Bellini –. Noi ci inseriamo proprio dove esiste un disagio, una difficoltà”. Ma è proprio dove sorgono problemi che è più forte la volontà di risolverli.
Così, nove volontari, tra cui medici e infermieri, hanno dato vita a una nuova Conferenza della Società di San Vincenzo De Paoli intitolata a Carlo Acutis, proprio all’interno dell’Ospedale San Gerardo dove il giovane beato, presto santo, morì nel 2006: “Carlo ha vissuto una vita donata agli altri. Noi oggi vogliamo spendere le nostre forze e il nostro tempo garantendo una presenza in ospedale per chi ne avrà bisogno”, dichiara Bellini e aggiunge: “Siamo tornati dove la nostra associazione era attiva già decenni fa, nelle fabbriche e negli ospedali. Oggi riprendiamo quel cammino con gioia”.
Il San Gerardo è il primo ospedale in Brianza ad accogliere una Conferenza al suo interno. ‘L’obiettivo è replicare il modello anche in altre strutture sanitarie del territorio’, spiega il Presidente. L’attività dei volontari sarà svolta in collaborazione con la parrocchia ospedaliera, il personale sanitario e i servizi sociali. Nessun intervento diretto nei reparti, ma una presenza discreta e su segnalazione, per offrire supporto nei momenti di maggiore fragilità.
“Non siamo lì per invadere, ma per accompagnare. Grazie alla rete e alla condivisione di intenti con l’ospedale, saremo accanto a chi si sente solo, a chi è lontano da casa, a chi sta attraversando una malattia”, conclude Stefano Bellini.
Claudia Beltrame, membro dell’Ufficio di Presidenza del Consiglio Centrale di Monza, ha evidenziato il valore della continuità dell’assistenza: “Ci prenderemo cura dei pazienti non solo in ospedale, ma anche al loro rientro a casa, grazie alla rete capillare di volontari presenti nelle conferenze sparse sul territorio.
L’avvio ufficiale dell’iniziativa è stato accompagnato dall’allestimento di un punto informativo all’esterno, dove i volontari della Società di San Vincenzo De Paoli hanno presentato il progetto ai cittadini e ai visitatori.
(Foto: Società San Vincenzo de’ Paoli)
Con santa Rita da Cascia per sostenere una casa a favore di giovani con autismo
La Fondazione Santa Rita da Cascia Ente Filantropico ETS rinnova il suo impegno verso la disabilità intellettiva, sostenendo il progetto Dopodinoi, un’iniziativa pionieristica, con sede a Bastia Umbra (PG), dedicata all’autonomia abitativa e al miglioramento della qualità di vita di 12 giovani adulti con disturbi dello spettro autistico. Il progetto rappresenta uno dei primi esempi in Italia di cohousing supportato da tecnologie assistive destinato alle persone autistiche, promuovendo un modello innovativo per la vita indipendente e inclusiva.
A tal fine è in corso la campagna di sensibilizzazione e raccolta fondi, ‘Un gesto di fede, un dono di grazia’ con l’obiettivo di raccogliere € 250.000 per i più fragili, in particolare per offrire casa, futuro e inclusione, come partner esclusivo, a 12 giovani con autismo di medio-alto funzionamento assistiti dalla Fondazione ANGSA Umbria ETS (Associazione Nazionale di PerSone con Autismo) e supportati da personale qualificato, con i relativi benefici per le famiglie e l’intero territorio. Il progetto sarà realizzato con la consulenza del Politecnico di Torino.
L’iniziativa è un esempio di ‘Durante e Dopo di Noi’, il modello di intervento sociale per accompagnare i ragazzi con disabilità in un percorso di emancipazione graduale dalla famiglia in vista del ‘Dopo di Noi’, ossia quel momento in cui i genitori non potranno più prendersi cura di loro. Il progetto ‘Dopodinoi’ non si limita a promuovere l’autonomia dei giovani adulti autistici, ma fornisce anche un sostegno concreto alle loro famiglie, contribuendo a ridurre l’isolamento sociale e il carico emotivo e materiale legato all’assistenza quotidiana.
L’iniziativa nasce per colmare il divario significativo tra i bisogni delle persone adulte con disturbi dello spettro autistico e i servizi attualmente disponibili sul territorio nazionale. Mentre l’attenzione assistenziale si concentra prevalentemente sui minori, dopo i 18 anni queste persone, come avviene in tutti i casi di disabilità, spesso ‘scompaiono’ dai radar istituzionali, con pesanti ricadute sui familiari, spesso anziani e già provati da anni di cura. In assenza di alternative, molti finiscono in strutture inadatte come RSA o istituti psichiatrici, dove rischiano di perdere salute, abilità acquisite e autonomia.
Grazie al sostegno della Fondazione Santa Rita da Cascia, stanno per iniziare i lavori di ristrutturazione di un villino con giardino, in una zona tranquilla ma ben servita. La struttura sarà progettata ‘a misura di persone con autismo’ e dotata di soluzioni avanzate, realizzate con la consulenza del Politecnico di Torino. Il modello di cohousing supportato da tecnologie assistive garantirà agli utenti il diritto all’indipendenza e consentirà loro di “stare nel mondo”. In questo modo potranno vivere in comunità e condividere spazi e risorse personalizzati, con il supporto da operatori professionali, mantenendo al contempo la propria autonomia in un ambiente inclusivo e solidale.
La casa prevede spazi comuni come cucina e sala da pranzo, oltre ad aree esterne per eventuali laboratori. I sistemi domotici potranno regolare luci, tapparelle e sistemi di sicurezza, mentre una particolare attenzione sarà data agli allestimenti, spiega Daniela Bosia, docente del Politecnico di Torino e consulente scientifica del progetto ‘Dopodinoi’:
“Spesso le persone autistiche accumulano stress per questo, nelle strutture più grandi, si adattano delle stanze a essere ‘zone calme’, per aiutarle a ‘decomprimersi’. In questo caso, non avendo spazi dedicati sufficienti, potremmo adattare le camere con sedute avvolgenti e configurazioni dei letti che formino nicchie protettive. Inoltre, esistono anche degli arredi che permettono l’interazione con colori, musiche e proiezioni di immagini rilassanti, tutti elementi pensati per creare un’atmosfera accogliente e funzionale alle specifiche esigenze degli abitanti.
Stiamo raccogliendo casi studio, in Italia e all’estero, per vedere come funzionano le residenze già attive e quali miglioramenti si possono apportare. In Italia esistono finora pochissime strutture simili, promosse sempre da associazioni. Quello di Bastia Umbra potrebbe diventare un modello replicabile, magari lavorando in collaborazione con altre organizzazioni che hanno già affrontato il tema. Se si lavora insieme, si può ottenere un risultato migliore”.
Il lavoro sul campo proseguirà: “Faremo un altro sopralluogo più accurato e cercheremo di parlare anche con le persone che andranno a vivere lì e con le loro famiglie, per capire meglio le loro esigenze e preferenze. Sono giovani adulti, è giusto che possano dire la loro: personalizzare gli spazi renderà tutto più semplice e anche scegliere un colore può diventare un modo per sentirsi più a casa”.
L’obiettivo è chiaro: “Rendere la struttura adatta alle esigenze di coloro che la abiteranno, assicurando prima di tutto la loro sicurezza e una buona qualità di vita”. Si tratta di un’abitazione destinata ad adulti che vivranno con il supporto di educatori, i cui pareri sono fondamentali nella progettazione, ancora in corso: “Non abbiamo ancora avanzato delle proposte concrete, ad ogni modo stiamo lavorando a soluzioni che integrino domotica, finiture, arredi, soluzioni di illuminazione e insonorizzazione, colori appropriati…”.
La domotica è l’insieme delle tecnologie che permettono gestire anche a distanza gli impianti di una casa, rendendo l’ambiente domestico più comodo, sicuro ed efficiente. La casa prevede spazi comuni come cucina e sala da pranzo, oltre ad aree esterne per eventuali laboratori. I sistemi domotici potranno regolare luci, tapparelle e sistemi di sicurezza, mentre una particolare attenzione sarà data agli allestimenti:
“Spesso le persone autistiche accumulano stress, per questo, nelle strutture più grandi, si adattano delle stanze a essere ‘zone calme’, per aiutarle a ‘decomprimersi’. In questo caso, non avendo spazi dedicati sufficienti, potremmo adattare le camere con sedute avvolgenti e configurazioni dei letti che formino nicchie protettive. Inoltre, esistono anche degli arredi che permettono l’interazione con colori, musiche e proiezioni di immagini rilassanti, tutti elementi pensati per creare un’atmosfera accogliente e funzionale alle specifiche esigenze degli abitanti”.
Chiunque contribuirà al progetto con una donazione minima di € 16 riceverà l’anello della Festa di Santa Rita, inciso con la sua rosa simbolo e la frase ‘Nel giardino di Santa Rita tu sei la rosa prediletta’. Per maggiori informazioni festadisantarita.org .
Papa Leone XIV alle famiglie: siate unite
“Sono contento di accogliere tanti bambini, che ravvivano la nostra speranza! Saluto tutte le famiglie, piccole chiese domestiche, in cui il Vangelo è accolto e trasmesso. La famiglia, diceva san Giovanni Paolo II, ha origine dall’amore con cui il Creatore abbraccia il mondo creato. Che la fede, la speranza e la carità crescano sempre nelle nostre famiglie. Un saluto speciale ai nonni e agli anziani. Voi siete modello genuino di fede e ispirazione per le giovani generazioni. Grazie di essere venuti!”: dopo la recita del Regina Coeli papa Leone XIV, chiudendo la messa per il Giubileo delle famiglie, ha ringraziato le ‘piccole chiese domestiche in cui il Vangelo è accolto e trasmesso’.
Invocando la pace ha ricordato la beatificazione delle suore polacche, chiedendo di pregare per la pace: “Oggi in Italia e in diversi Paesi si celebra la solennità dell’Ascensione del Signore. E’ una festa molto bella, che ci fa guardare alla meta del nostro viaggio terreno. In questo orizzonte ricordo che ieri a Braniewo, in Polonia, sono state beatificate Cristofora Klomfass e quattordici consorelle della Congregazione di Santa Caterina Vergine e Martire, uccise nel 1945 dai soldati dell’Armata Rossa in territori dell’odierna Polonia.
Nonostante il clima di odio e di terrore contro la fede cattolica, continuarono a servire gli ammalati e gli orfani. All’intercessione delle nuove Beate martiri affidiamo tutte le religiose che nel mondo si spendono generosamente per il Regno di Dio… La Vergine Maria benedica le famiglie e le sostenga nelle loro difficoltà: penso specialmente a quelle che soffrono a causa della guerra in Medio Oriente, in Ucraina e in altre parti del mondo. La Madre di Dio ci aiuti a camminare insieme sulla via della pace”.
Mentre nella celebrazione eucaristica del Giubileo delle famiglie, dei bambini, dei nonni e degli anziani il papa ha incentrato l’omelia sulla necessità dell’unità: “Cristo domanda infatti che tutti siamo ‘una sola cosa’. Si tratta del bene più grande che possa essere desiderato, perché questa unione universale realizza tra le creature l’eterna comunione d’amore in cui si identifica Dio stesso, come Padre che dà la vita, Figlio che la riceve e Spirito che la condivide”.
Infatti attraverso l’unità si può giungere alla salvezza: “Il Signore non vuole che noi, per unirci, ci sommiamo in una massa indistinta, come un blocco anonimo, ma desidera che siamo uno: ‘Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola’. L’unità, per la quale Gesù prega, è così una comunione fondata sull’amore stesso con cui Dio ama, dal quale vengono al mondo la vita e la salvezza. E come tale è prima di tutto un dono, che Gesù viene a portare”.
Ed il Vangelo è un richiamo per la famiglia: “Appena nati abbiamo avuto bisogno degli altri per vivere, da soli non ce l’avremmo fatta: è qualcun altro che ci ha salvato, prendendosi cura di noi, del nostro corpo come del nostro spirito. Tutti noi viviamo, dunque, grazie a una relazione, cioè a un legame libero e liberante di umanità e di cura vicendevole”.
Quindi è un richiamo alla vita: “E’ vero, a volte questa umanità viene tradita. Ad esempio, ogni volta che s’invoca la libertà non per donare la vita, bensì per toglierla, non per soccorrere, ma per offendere. Tuttavia, anche davanti al male, che contrappone e uccide, Gesù continua a pregare il Padre per noi, e la sua preghiera agisce come un balsamo sulle nostre ferite, diventando per tutti annuncio di perdono e di riconciliazione. Tale preghiera del Signore dà senso pieno ai momenti luminosi del nostro volerci bene, come genitori, nonni, figli e figlie”.
Ha indicato alcune famiglie sante da seguire: “Negli ultimi decenni abbiamo ricevuto un segno che dà gioia e al tempo stesso fa riflettere: mi riferisco al fatto che sono stati proclamati Beati e Santi dei coniugi, e non separatamente, ma insieme, in quanto coppie di sposi. Penso a Louis e Zélie Martin, i genitori di Santa Teresa di Gesù Bambino; come pure i Beati Luigi e Maria Beltrame Quattrocchi, la cui vita familiare si è svolta a Roma nel secolo scorso. E non dimentichiamo la famiglia polacca Ulma: genitori e bambini uniti nell’amore e nel martirio. Dicevo che si tratta di un segno che fa pensare”.
Da qui l’incoraggiamento alle famiglie: “Perciò vi incoraggio ad essere, per i vostri figli, esempi di coerenza, comportandovi come volete che loro si comportino, educandoli alla libertà mediante l’obbedienza, cercando sempre in essi il bene e i mezzi per accrescerlo. E voi, figli, siate grati ai vostri genitori: dire ‘grazie’, per il dono della vita e per tutto ciò che con esso ci viene donato ogni giorno, è il primo modo di onorare il padre e la madre. Infine a voi, cari nonni e anziani, raccomando di vegliare su coloro che amate, con saggezza e compassione, con l’umiltà e la pazienza che gli anni insegnano”.
Infine ha chiesto di trasmettere ai figli la fede: “In famiglia, la fede si trasmette insieme alla vita, di generazione in generazione: viene condivisa come il cibo della tavola e gli affetti del cuore. Ciò la rende un luogo privilegiato in cui incontrare Gesù, che ci vuole bene e vuole il nostro bene, sempre.
E vorrei aggiungere un’ultima cosa. La preghiera del Figlio di Dio, che ci infonde speranza lungo il cammino, ci ricorda anche che un giorno saremo tutti uno unum: una cosa sola nell’unico Salvatore, abbracciati dall’amore eterno di Dio”.
Nel pomeriggio il papa ha salutato i ciclisti che a Roma hanno concluso il Giro d’Italia: “E’ un piacere potervi salutare in questa ultima tappa del Giro d’Italia. Spero che per tutti voi sia veramente una giornata bellissima. Sappiate che siete modelli per i giovani di tutto il mondo. Tanto, veramente, si ama il Giro d’Italia e non soltanto in Italia.
Il ciclismo è tanto importante, come lo sport in generale. Vi ringrazio per tutto quello che fate, e siate modelli davvero! E spero che, come avete imparato a curare il corpo, anche lo spirito sia sempre benedetto e che siate sempre attenti a tutto l’essere umano: corpo, mente, cuore e spirito. Che Dio vi benedica!”
(Foto: Santa Sede)





























