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Papa Leone XIV invita ad essere consapevoli della vita mortale

“Sono profondamente rattristato dalla notizia del riacceso conflitto lungo il confine tra Thailandia e Cambogia, ci sono state vittime anche tra i civili e migliaia di persone hanno dovuto abbandonare le proprie case. Esprimo la mia vicinanza nella preghiera a queste care popolazioni e chiedo alle parti di cessare immediatamente il fuoco e di riprendere il dialogo”: al termine dell’udienza generale di oggi papa Leone XIV ha espresso il proprio dolore per le vittime del conflitto, che ha provocato vittime anche civili e causato lo sfollamento di oltre 500.000 civili.

Mentre nella catechesi generale papa Leone XIV ha meditato sul mistero della morte in rapporto con la Resurrezione di Gesù: “Il mistero della morte ha sempre suscitato nell’essere umano profondi interrogativi. Essa infatti appare come l’evento più naturale e allo stesso tempo più innaturale che esista. E’ naturale, perché ogni essere vivente, sulla terra, muore. E’ innaturale, perché il desiderio di vita e di eternità che noi sentiamo per noi stessi e per le persone che amiamo ci fa vedere la morte come una condanna, come un ‘contro-senso’. Molti popoli antichi hanno sviluppato riti e usanze legate al culto dei morti, per accompagnare e ricordare chi si incamminava verso il mistero supremo”.

Invece oggi la morte è qualcosa di cui non parlare: “Oggi, invece, si registra una tendenza diversa. La morte appare una specie di tabù, un evento da tenere lontano; qualcosa di cui parlare sottovoce, per evitare di turbare la nostra sensibilità e tranquillità. Spesso per questo si evita anche di visitare i cimiteri, dove chi ci ha preceduto riposa in attesa della risurrezione”.

Ed il papa ha risposto alla domanda fondamentale su cosa è la morte: “E’ davvero l’ultima parola sulla nostra vita? Solo l’essere umano si pone questa domanda, perché lui solo sa di dover morire. Ma l’esserne consapevole non lo salva dalla morte, anzi, in un certo senso lo ‘appesantisce’ rispetto a tutte le altre creature viventi. Gli animali soffrono, certamente, e si rendono conto che la morte è prossima, ma non sanno che la morte fa parte del loro destino. Non si interrogano sul senso, sul fine, sull’esito della vita”.

Forse questa consapevolezza della morte fa sì che ci accorgiamo infelici: “Nel constatare questo aspetto, si dovrebbe allora pensare che siamo creature paradossali, infelici, non solo perché moriamo, ma anche perché abbiamo la certezza che questo evento accadrà, sebbene ne ignoriamo il come e il quando. Ci scopriamo consapevoli e allo stesso tempo impotenti. Probabilmente da qui provengono le frequenti rimozioni, le fughe esistenziali davanti alla questione della morte”.

Di fronte a tale disagio il papa ha citato sant’Alfonso De’ Liguori, che ha scritto un saggio sulla morte: “Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, nel suo celebre scritto intitolato ‘Apparecchio alla morte’, riflette sul valore pedagogico della morte, evidenziando come essa sia una grande maestra di vita. Sapere che esiste e soprattutto meditare su di essa ci insegna a scegliere cosa davvero fare della nostra esistenza. Pregare, per comprendere ciò che giova in vista del regno dei cieli, e lasciare andare il superfluo che invece ci lega alle cose effimere, è il segreto per vivere in modo autentico, nella consapevolezza che il passaggio sulla terra ci prepara all’eternità”.

Però davanti alla tecnologia, che garantisce ‘certi’ prodigi, solo la resurrezione è capace di dare vita: “Eppure molte visioni antropologiche attuali promettono immortalità immanenti, teorizzano il prolungamento della vita terrena mediante la tecnologia. E’ lo scenario del transumano, che si fa strada nell’orizzonte delle sfide del nostro tempo…

L’evento della Risurrezione di Cristo ci rivela che la morte non si oppone alla vita, ma ne è parte costitutiva come passaggio alla vita eterna. La Pasqua di Gesù ci fa pre-gustare, in questo tempo colmo ancora di sofferenze e di prove, la pienezza di ciò che accadrà dopo la morte”.

La resurrezione illumina la morte: “Questa luce, che anticipa il mattino di Pasqua, già brilla nelle oscurità del cielo che appare ancora chiuso e muto. Le luci del sabato, per la prima ed unica volta, preannunciano l’alba del giorno dopo il sabato: la luce nuova della Risurrezione. Solo questo evento è capace di illuminare fino in fondo il mistero della morte. In questa luce, e solo in essa, diventa vero quello che il nostro cuore desidera e spera: che cioè la morte non sia la fine, ma il passaggio verso la luce piena, verso un’eternità felice”.

Grazie a questo avvenimento san Francesco d’Assisi chiama ‘sorella’ la morte: “Il Risorto ci ha preceduto nella grande prova della morte, uscendone vittorioso grazie alla potenza dell’Amore divino. Così ci ha preparato il luogo del ristoro eterno, la casa in cui siamo attesi; ci ha donato la pienezza della vita in cui non vi sono più ombre e contraddizioni.

Grazie a Lui, morto e risorto per amore, con san Francesco possiamo chiamare la morte “sorella”. Attenderla con la speranza certa della Risurrezione ci preserva dalla paura di scomparire per sempre e ci prepara alla gioia della vita senza fine”.

In precedenza il papa aveva ricevuto una delegazione del Gruppo European Conservatories and Reformists del Parlamento Europeo, chiedendo di proteggere l’eredità religiosa del continente: “In effetti, uno degli scopi essenziali di un parlamento è quello di consentire che tali opinioni siano espresse e discusse.

Tuttavia, il segno distintivo di ogni società civile è che le differenze siano dibattute con cortesia e rispetto, poiché la capacità di dissentire, di ascoltare attentamente e persino di dialogare con coloro che potremmo considerare avversari, testimonia la nostra riverenza per la dignità donata da Dio a tutti gli uomini e le donne.

Vi invito, quindi, a guardare a san Tommaso Moro, patrono dei politici, la cui saggezza, il cui coraggio e la cui difesa della coscienza sono un’ispirazione senza tempo per coloro che cercano di promuovere il benessere della società”.

Ed ha richiamato le radici giudaico cristiane alla base dell’Europa: “Lo scopo di proteggere l’eredità religiosa di questo continente, tuttavia, non è semplicemente quello di salvaguardare i diritti delle sue comunità cristiane, né si tratta principalmente di preservare particolari costumi o tradizioni sociali, che in ogni caso variano da luogo a luogo e nel corso della storia. Si tratta soprattutto di un riconoscimento di un fatto”.

La difesa di tali radici è opportuna per garantire lo sviluppo della civiltà: “Inoltre, tutti sono beneficiari del contributo che i membri delle comunità cristiane hanno dato e continuano a dare per il bene della società europea. Basti ricordare alcuni degli importanti sviluppi della civiltà occidentale, in particolare i tesori culturali delle sue imponenti cattedrali, la sublime arte e musica, e i progressi della scienza, per non parlare della crescita e della diffusione delle università. Questi sviluppi creano un legame intrinseco tra il cristianesimo e la storia europea, una storia che dovrebbe essere custodita e celebrata”.

Quindi ‘difendere’ le radici cristiane significa garantire dignità a tutti: “In modo particolare, penso ai ricchi principi etici e ai modelli di pensiero che costituiscono il patrimonio intellettuale dell’Europa cristiana. Questi sono essenziali per salvaguardare i diritti divinamente conferiti e il valore intrinseco di ogni persona umana, dal concepimento alla morte naturale.

Sono altresì fondamentali per rispondere alle sfide poste dalla povertà, dall’esclusione sociale, dalla deprivazione economica, nonché dall’attuale crisi climatica, dalla violenza e dalla guerra. Garantire che la voce della Chiesa, anche attraverso la sua dottrina sociale, continui a essere ascoltata, non significa restaurare un’epoca passata, ma garantire che risorse chiave per la cooperazione e l’integrazione future non vadano perse”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone XIV richiama ad una giustizia al servizio delle persone

“Sono lieto di accogliervi in occasione del Giubileo dedicato a quanti, a vario titolo, operano nel vasto campo della giustizia. Saluto le distinte Autorità presenti, venute da molti Paesi, in rappresentanza di diverse Corti, e tutti voi che quotidianamente svolgete un servizio necessario all’ordinata relazione tra le persone, le comunità e gli Stati. Saluto anche gli altri pellegrini che si sono uniti a questo Giubileo!”: incontrando questa mattina in piazza san Pietro i partecipanti al Giubileo degli operatori di giustizia papa Leone XIV ha lanciato un forte appello a mettere la giustizia alla base della società, per promuovere il bene comune e tutelare i più deboli in un mondo colpito da tensioni, violenze e disuguaglianze.

L’intervento del  papa è stata un’occasione per riflettere sul compito della giustizia: “Quale migliore occasione per riflettere più da vicino sulla giustizia e sulla sua funzione, che sappiamo è indispensabile sia per l’ordinato sviluppo della società sia come virtù cardinale che ispira e orienta la coscienza di ogni uomo e donna. La giustizia, infatti, è chiamata a svolgere una funzione superiore nell’umana convivenza, che non può essere ridotta alla nuda applicazione della legge o all’operato dei giudici, né limitarsi agli aspetti procedurali”.

Proprio il salmo 45, sottolineando che bisogna amare la giustizia e detestare la malvagità, “ci ricorda l’espressione biblica, esortando ciascuno di noi a fare il bene ed evitare il male. O ancora, quanta sapienza contiene la massima ‘dare a ciascuno il suo’! Eppure tutto ciò non esaurisce il desiderio profondo del giusto che è presente in ognuno di noi, quella sete di giustizia che è lo strumento-cardine per edificare il bene comune in ogni società umana”.

Compito della giustizia è quello di offrire dignità alla persona: “Nella giustizia, infatti, si coniugano la dignità della persona, il suo rapporto con l’altro e la dimensione della comunità fatta di convivenza, strutture e regole comuni. Una circolarità della relazione sociale che pone al centro il valore di ogni essere umano, da preservare mediante la giustizia di fronte alle diverse forme di conflitto che possono sorgere nell’agire individuale, o nella perdita di senso comune che può coinvolgere anche gli apparati e le strutture”.

Per questo la giustizia è considerata una virtù: “La tradizione ci insegna che la giustizia è, anzitutto, una virtù, vale a dire, un atteggiamento fermo e stabile che ordina la nostra condotta secondo la ragione e la fede. La virtù della giustizia, in particolare, consiste nella ‘costante e ferma volontà di dare a Dio e al prossimo ciò che è loro dovuto’. In tale prospettiva, per il credente, la giustizia dispone ‘a rispettare i diritti di ciascuno e a stabilire nelle relazioni umane l’armonia che promuove l’equità nei confronti delle persone e del bene comune’, obiettivo che si rende garante di un ordine a tutela del debole, di colui che chiede giustizia perché vittima di oppressione, escluso o ignorato”.

In questo senso il Vangelo racconta molti episodi di giustizia: “Sono tanti gli episodi evangelici nei quali l’azione umana è valutata da una giustizia capace di sconfiggere il male del sopruso, come ricorda l’insistenza della vedova che induce il giudice a ritrovare il senso del giusto. Ma anche una giustizia superiore che paga l’operaio dell’ultima ora come quello che lavora tutto il giorno; o quella che fa della misericordia la chiave di interpretazione della relazione e induce a perdonare accogliendo il figlio che era perduto ed è stato ritrovato, od ancora di più di perdonare non sette volte, ma settanta volte sette. E’ la forza del perdono che è propria del comandamento dell’amore ad emergere come elemento costitutivo di una giustizia capace di coniugare il soprannaturale all’umano”.

Quindi la giustizia evangelica non esclude quella umana: “La giustizia evangelica, quindi, non distoglie da quella umana, ma la interroga e ridisegna: la provoca ad andare sempre oltre, perché la spinge verso la ricerca della riconciliazione. Il male, infatti, non va soltanto sanzionato, ma riparato, e a tale scopo è necessario uno sguardo profondo verso il bene delle persone e il bene comune. Compito arduo, ma non impossibile per chi, cosciente di svolgere un servizio più esigente di altri, si impegna a tenere una condotta di vita irreprensibile”.

Richiamando sant’Agostino il papa ha sottolineato che la giustizia è ‘prudente, forte e temperante’: “Ciò richiede la capacità di pensare sempre alla luce della verità e della sapienza, di interpretare la legge andando in profondità, oltre la dimensione puramente formale, per cogliere il senso intimo della verità di cui siamo al servizio. Tendere verso la giustizia, quindi, richiede di poterla amare come una realtà a cui si può giungere solo se si coniugano l’attenzione costante, il radicale disinteresse e un assiduo discernimento. Quando si esercita la giustizia, infatti, ci si pone al servizio delle persone, del popolo e dello Stato, in una dedizione piena e costante”.

Ed ha ricordato che essa è una beatitudine: “Con questa beatitudine il Signore Gesù ha voluto esprimere la tensione spirituale a cui è necessario essere aperti, non solo per ottenere una vera giustizia, ma soprattutto per ricercarla da parte di quanti la devono realizzare nelle diverse situazioni storiche. Avere ‘fame e sete’ di giustizia equivale a essere consapevoli che essa esige lo sforzo personale per interpretare la legge nella misura più umana possibile, ma soprattutto chiede di tendere a una ‘sazietà’ che può trovare compimento solo in una giustizia più grande, trascendente le situazioni particolari”.

Ha concluso l’udienza con parole tratte dall’opera agostiniana ‘De Civitate Dei’: “Cari amici, il Giubileo invita a riflettere anche su un aspetto della giustizia che spesso non è sufficientemente focalizzato: ossia sulla realtà di tanti Paesi e popoli che hanno ‘fame e sete di giustizia’, perché le loro condizioni di vita sono talmente inique e disumane da risultare inaccettabili.

All’attuale panorama internazionale andrebbero dunque applicate queste sentenze perennemente valide… Le parole impegnative di sant’Agostino ispirino ognuno di noi ad esprimere sempre al meglio l’esercizio della giustizia a servizio del popolo, con lo sguardo rivolto a Dio, così da rispettare pienamente la giustizia, il diritto e la dignità delle persone”.

(Foto: Santa Sede)

A Palermo mons. Lorefice invita alla legalità nel ricordo di Paolo Borsellino  

“Sono passati trentatré lunghi anni (gli stessi del Giusto eliminato appeso sulla croce del Golgota) e ci ritroviamo ancora a fare memoria di un evento che segna uno dei momenti più tristi della storia della nostra Isola e dell’Italia. E’ un dovere personale ed un atto di corresponsabilità sociale fare memoria di Paolo Borsellino, Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina. Nessuno di noi può prendere parte a questo atto di memoria per puro formalismo o per dovere di circostanza, ma solo per consapevolezza sostanziale”: nel 32^ anniversario della strage di via D’Amelio, l’arcivescovo di Palermo, mons. Corrado Lorefice, è intervenuto in un incontro dedicato al ricordo e all’esempio del magistrato e degli agenti della scorta.

Durante l’incontro ha richiamato alla responsabilità: “Siamo qui per assumerci in prima persona una responsabilità di fronte ai fatti, che, purtroppo, ancora devono essere ricostruiti e, soprattutto, riscattati da insabbiamenti, depistamenti, indolenze e connivenze. Altrimenti sarebbe una reiterata condanna di morte di questi meravigliosi amanti della nostra vita e della vita delle generazioni future che abiteranno le case, le piazze e le strade delle nostre città e della nostra Isola.

Siamo qui per attingere ancora una volta alle nobili e alte motivazioni del loro animo, a quelle ‘forze morali, intellettuali e professionali’ (P. Borsellino) che hanno sostenuto e guidato le loro idee e i loro passi, fino alla tragica e gloriosa fine, e per essere partecipi della loro sorte. Per amore, per gratitudine, per dovere di coscienza, per obbligo di giustizia. Con sincero pentimento”.

E’ stato un ricordo dell’amico di Giovanni Falcone: “L’animo più intimo di Paolo Borsellino emerge, come cartina al tornasole, in quell’intervento alla Veglia organizzata dall’AGESCI Regionale nella sua Palermo, a S. Domenico, il 20 giugno 1992, dove coglie e tratteggia lo spirito di Giovanni Falcone. Esordisce così, proprio 29 giorni prima della strage di Via D’Amelio: ‘Giovanni Falcone lavorava con perfetta coscienza che la forza del male, la Mafia, lo avrebbe un giorno ucciso’.

Evidenziava così la lucida consapevolezza di Falcone del ‘compiersi dei giorni’. La stessa che ritroviamo in lui. ‘Ora tocca a me’, dirà a don Cesare Rattoballi dopo la morte di Falcone… Non voglio assolutamente imporre un’etichetta religiosa a Paolo Borsellino, ma non si può parlare di lui senza tenere conto della sua formazione religiosa”.

Senza etichettarlo l’arcivescovo ha delineato la sua fede: “Il suo profilo umano e di magistrato emerge ancor più nitido se mettiamo in risalto l’intenzionalità cristiana (l’intenzionalità ‘cristica’) che lo guidava nell’esercizio della sua professione, spinto fino alla consapevole e libera determinazione del sacrificio della vita. E’ cristiano chi ha la mens e la forma Christi (la logica e la forma di Cristo). Chi gli assomiglia. Chi lo segue usque ad finem, ‘fino alla fine’. Paolo Borsellino era un uomo di fede. Ciò che lo ha spinto a continuare fino alla fine, a dare la sua vita, anche sacrificando il suo amore per la vita dei suoi cari, della sua famiglia”.

Per questo ha ricordato un suo discorso all’Agesci nel 1992: “Una sottolineatura fatta in riferimento al fatto che Falcone ‘è morto nella carne ma è vivo nello spirito’. Borsellino non rimanda alla citazione del testo neotestamentario ma, è evidente, che sono parole che riprendono alla lettera: ‘Anche Cristo è morto una volta per sempre per i peccati, giusto per gli ingiusti, per ricondurvi a Dio; messo a morte nella carne, ma reso vivo nello spirito’. Lo conferma anche l’altro passaggio dove il magistrato palermitano mette in rilievo il sacrificio ‘pro-esistenziale’ di Falcone, della Morvillo e della scorta: ‘Occorre dare un senso alla morte di Giovanni, della dolcissima Francesca, dei valorosi uomini della sua scorta. Sono morti tutti per noi, per gli ingiusti’. Quest’ultima frase (‘per gli ingiusti’) è chiaramente ripresa ancora dal testo della Prima Lettera di Pietro”.

Nella lettera dell’apostolo Pietro si chiarisce il significato: “In questo testo neotestamentario Cristo è il giusto che muore per gli ingiusti. Ma attenzione non solo a causa degli ingiusti ma anche in favore degli ingiusti, dei malvagi, anche di chi lo uccide. Perché quella di Cristo è una redenzione totale, universale. Per tutti… E’ proverbiale il rispetto che Borsellino aveva anche per gli imputati e per i condannati!”

Da qui deriva il dono della vita di Paolo Borsellino: “La forza del dono totale di sé da parte di chi ‘conosce’ l’amore di Cristo (conoscenza in senso biblico: di chi ha una relazione con Cristo) diventa contemporaneamente un atto di adorazione del Signore e una testimonianza di speranza per tutti”.

Da qui l’impegno: “Una fonte di impegno perché si possa contribuire a quel ‘movimento culturale e morale, anche religioso’ che in quel discorso Borsellino auspicava. La lotta alla mafia deve continuare da parte di tutti, a maggior ragione da parte di chi attinge il nome di Dio dalle Sacre Scritture, dalla Bibbia, di chi partecipa anche della fede di Paolo Borsellino: ‘Quale Dio è come te, che toglie l’iniquità?’ Chi ha fede, insieme ad ogni uomo e ad ogni donna di buona volontà capaci di indignazione, si impegna a togliere l’iniquità che opprime la convivenza della città umana”.

Ed ha messo in luce la fede di Borsellino: “Vogliamo mettere in risalto il  chiaro orizzonte di fede che ha guidato Paolo Borsellino nel suo alto magistero di magistrato che ha raggiunto il massimo della carriera a cui può e deve aspirare chi esercita questa delicata e ardua professione con spirito di autentico servizio e totale indipendenza: il martirio, l’effusione del sangue. Per amore. L’unica carriera a cui aspira ogni vero discepolo del Crocifisso risorto”.

Una fede incarnata nel suo lavoro: “La sua professione di magistrato porta dentro questa intenzionalità cristica. Autonomia teonoma: magistrato autonomo, indipendente. Uomo integro, cristiano per scelta, ‘testimone’ credibile. Un autentico cristifidelis, un vero laico cristiano. Un uomo, un magistrato, un cristiano che ha speso la sua vita per ‘una lotta d’amore’. Mi permettete, non un cattolico come tanti per etichetta, bensì mosso da una fede operante, che alimenta il principio responsabilità”.

E questa è stata la sua conclusione: “Chiunque assimila e pratica l’animo e la volontà di Paolo e di Giovanni.  Solamente questi è loro fratello e amico.  Ed oggi (in un tempo di ostentata antimafia) ce n’è un disperato bisogno!”

Anche nel discorso alla città in occasione della 401^ festa di santa Rosalia l’arcivescovo di Palermo aveva fatto un appello contro la ‘peste dell’indifferenza e della rassegnazione’: “Noi li conosciamo: Ninni, Giovanni, Francesca, Paolo, Pino, Biagio…. Sono i testimoni della giustizia, della legalità, della fede e della carità che hanno versato il sangue per Palermo e per la Sicilia e quanti – tanti – che in questa città, senza clamore, sono capaci di fare la loro parte nella feriale coerenza e nella sobria bellezza.

Stasera, miei Cari e mie Care, siamo di fronte a un’alternativa di vita o di morte. Rosalia ci mette davanti a questo bivio. O ritroviamo la vitalità dentro di noi (che significa gioia di essere accanto agli altri, gioia di costruire assieme, gioia di accogliere e di lasciarsi accogliere), ascoltando l’appello del nostro cuore, ovvero siamo destinati a un’esistenza cupa, infelice, sempre bisognosa di possesso, di controllo, di ossequio e riconoscimento forzato da parte di chi ci sta attorno. Rosalia ci grida: ‘Svegliatevi! Non restate passivi spettatori di un disastro. Non arrendetevi alla disperazione. Il bene è possibile, la vita buona è possibile’.

La Santuzza ci addita stasera l’esempio meraviglioso di papa Francesco. E’ lui l’uomo che ha scelto la parte del cuore. Colui che ha scelto la verità dell’ascolto profondo di sé e degli altri. E ha fatto risplendere nel mondo una luce diversa. Un fiume di persone, di poveri, di sconsolati sono andati a ringraziarlo il giorno dell’Eucaristia di suffragio… che meraviglia! Il bene, quello vero, ritorna! Nemmeno i potenti della terra hanno potuto sottrarsi a rendere omaggio all’autorevolezza di papa Francesco. E papa Leone si è immesso sulla stessa strada, sullo stesso cammino, con la forza delle parole evangeliche: pace, amore, unità, umiltà,  povertà”.

Il suo discorso è stato un invito a svegliarsi: “Svegliatevi, miei carissimi giovani! Svegliamoci, fratelli e sorelle di Palermo! La vita è dura, a volte impietosa. La fatica è tanta, a volte insostenibile. Ma abbiamo la vitalità per farci carico della nostra esistenza. E per farlo assieme. Per sognare assieme. Sognare, con il pastore Martin Luther King, un mondo senza guerra e senza sopraffazione; un mondo senza armi e dove non valga la legge del più forte; un mondo in cui i poveri siano innalzati e i potenti, i narcisi, vengano buttati giù dai loro troni; un mondo dove i popoli del Sud povero trovino pace e benessere; un mondo dove il colore della pelle sia come un arcobaleno e i migranti vengano accolti con calore, come persone umane, come fratelli; un mondo in cui le nostre Città, la nostra Città sia seme di bellezza; una Palermo dove la mafia non ci sia più, annientata non dalla forza militare ma bensì dalla scoperta della sua inconsistenza, della sua nullità, della sua infelicità. Ecco, una Palermo, nella quale il fuoco e la luce della speranza si accenda e contagi”.

YouTopic Fest 2026: ‘Inquietudine – come custodire la scintilla dell’umano?’

“Spero che attraverso di voi il virus buono si sparga nel mondo a macchia d’olio. Qui si scopre che gli uomini non sono nemici tra loro, ma qualcuno vuole armarli l’uno contro l’altro. Questo film è una metafora dell’essere nemici anche in tempi di pace: l’uomo che insegue il potere ha messo in conto il sacrificio di altri uomini”: con queste parole sabato sera Gianni Amelio, regista e produttore, ha commentato ‘Campo di Battaglia’, il suo ultimo film, che è un’opera intensa, che interroga le coscienze e si confronta senza sconti con i conflitti della nostra epoca, nel segno di una narrazione che cerca l’umano anche laddove tutto sembra perduto.

Nell’ultimo giorno del festival, invece, nella mattinata si è tenuta una conversazione intensa e partecipata all’ ‘Angolo del Conflitto’ tra il giornalista Andrea De Angelis e Agnese Pini, direttrice di Quotidiano Nazionale e presidente della casa editrice Longanesi: “Speranza è una parola difficile da riempire. Ognuno fa una piccola parte, incarnare la propria parte si avvicina alla speranza. Se i contenuti sono troppo grandi non ci provi neanche.

Fai le cose piccole è molto ma intanto costruisci. Siamo in un sistema di regole ma in certi momenti le regole vanno infrante e a quel punto ci vuole una coscienza profonda. 80 anni fa, sono un soldato, mi ordinano di uccidere, la regola è ubbidire. Ma la coscienza dice il contrario e in quel momento sei chiamato a rispondere. Come facciamo a dire di no a quell’ordine? Il coraggio è un muscolo etico”.

A seguire, sempre al Teatro Tenda, l’incontro ‘Perché il razzismo fa ridere’ con Michele Serra ha saputo intrecciare ironia e pensiero critico in un viaggio lucido tra gli ‘ismi’ contemporanei, decostruendo stereotipi e banalità con la forza sottile dell’umorismo: “Questo è un posto che raccoglie storie difficili, anche storie tragiche. Eppure si respira allegria, e ho visto un sacco di ragazzi ridere”, parlando di Rondine.

Poi ha spiegato il senso dell’umorismo: “La domanda da farsi, ed è bello farsela insieme, è dunque questa: che cosa abbiamo da ridere, tutti quanti, in un mondo nel quale, non da oggi, la tragedia è parte della vita quotidiana di molti popoli? Ridiamo perché siano incoscienti? Perché siamo cinici? Perché siamo stupidi? Ridiamo perché non sappiamo che ci sono le guerre, la violenza, che il potere spesso non è un servizio, è un crimine? No. Ridiamo perché ne abbiamo facoltà. Il senso dell’umorismo è proprio una di queste acquisizioni culturali. Una vera e propria tappa dell’evoluzione”.

A seguire il cantautore ed attivista Giovanni Caccamo, in dialogo con Sergio Valzania e con la partecipazione della studentessa di Rondine Valeriia: “Da 4 anni chiedo ai giovani cosa cambierebbero della società e in che modo. I ragazzi hanno interrotto la macchina dei sogni. Ciascuno di noi deve tornare a credere nei propri strumenti interiori, l’uomo deve tornare al centro. Tante cose possiamo fare per cambiare il mondo: azione, piccoli segnali di cambiamento, Rondine per questo mi piace tantissimo. La guerra ci fa sentire impotenti, possiamo riflettere sui conflitti. Cercare di sciogliere questi nodi è centrale, la persona con cui non ci siamo riconciliati, quelli ai quali non abbiamo chiesto scusa”.

L’incontro ha attraversato il legame tra creatività, responsabilità e pace, offrendo una testimonianza autentica sul potere della musica e delle parole per ispirare consapevolezza e impegno: “Dissi a mia madre: voglio fare il cantautore. E lei: sì, ma che lavoro farai? In Sicilia era il regno della lentezza, immotivato, e in Lombardia il regno di chi corre in tondo, altrettanto immotivato. Anni a girare a vuoto, fino all’incontro con Franco Battiato. Mi apposto, gli mollo il CD. ‘C’è un CD? Bene, ciao, ci vediamo alle 11 in spiaggia domani’. Mi presento, lui aggiunge: ‘Faccio un bagno e torno, produco il tuo cd’. La lentezza siciliana ha pagato”.

Il culmine artistico si raggiunge nel tardo pomeriggio con il concerto di chiusura ‘Immagina di Volare’ dell’Orchestra Giovanile CinqueQuarti Abreu ‘Toccati dalla musica’ di Piacenza, composta da 130 ragazzi, un progetto che incarna i valori dell’inclusione e della cittadinanza attiva attraverso la pratica musicale collettiva. L’esibizione ha emozionato e unito il pubblico in un’atmosfera di bellezza condivisa.

Fondamentale e accorato il coinvolgimento del pubblico al momento di sintesi collettiva ‘Verso YouTopic Fest 2026’, dove sono emerse testimonianze cariche di emozione, speranza e gratitudine. Nel corso dell’incontro, il pubblico ha potuto partecipare attivamente a un momento corale di restituzione e ascolto: studenti, relatori, cittadini e partecipanti hanno condiviso riflessioni e spunti emersi durante il festival, sottolineando la necessità di continuare a costruire spazi in cui le differenze non siano muri, ma porte aperte.

E’ stato in questa cornice che Franco Vaccari, presidente e fondatore di Rondine, ha annunciato il tema della prossima edizione, che guiderà il lavoro di un intero anno e sarà il cuore di YouTopic Fest 2026, in programma dal 5 al 7 giugno 2026: ‘Inquietudine – Come custodire la scintilla dell’umano?’

Infine, a concludere il Festival è stato il Giubileo delle culture, dei popoli e delle religioni, una celebrazione interreligiosa presieduta dal vescovo di Arezzo, mons. Andrea Migliavacca, insieme a rappresentanti di diverse fedi che si è tenuta nella Cappellina di Rondine, riconosciuta come Chiesa Giubilare, luogo di preghiera e pellegrinaggio in occasione dell’Anno Santo: “A Gerusalemme ci sono popoli da tutte le parti del mondo che parlano lingue diverse, ma tutte si trovano radunate, capite, accolte dal dono dello Spirito Santo. La celebrazione a cui stiamo partecipando vuole celebrare oggi, nel giorno di Pentecoste, lo Spirito che raduna, che regala la lingua, che ci permette di comunicare, di creare legami tra di noi, lo Spirito che ci dona la pace”.

YouTopic Fest 2025 si svolge con il patrocinio del Ministro per lo Sport e i Giovani, della Regione Toscana, del Consiglio Regionale della Toscana, della Provincia di Arezzo, del Comune di Arezzo, della Diocesi di Arezzo-Cortona-Sansepolcro, del Comune di Castiglion Fibocchi e dell’Unione dei Comuni del Pratomagno. Il festival è realizzato con il contributo del PR FSE+ 2021-2027 della Regione Toscana e di Poste Italiane. Tra i principali sostenitori figurano anche la Camera di Commercio Arezzo Siena, il Centro Chirurgico Toscano, Chimet S.p.A., Federcasse Italia (Federazione Italiana delle Banche di Credito Cooperativo e Casse Rurali), l’Istituto del Credito Sportivo, Itas e Unioncamere. Collaborano al festival numerosi partner, tra cui Andrea Migliorati Fotografo, la Banca Popolare di Cortona, Coingas, EllErre, Estra, Fattoria La Vialla, Fondazione Arezzo InTour, Fondazione Giuseppe e Adele Baracchi, Fondazione KON, Fondazione Il Cuore si Scioglie, UniCoop Firenze, Forma, Filarete, Live95, Logigas, Lorenzo Pagliai Fotografo, Lucky Red, Marconi Arredamenti, Pastificio Fabianelli, Sebach, TLF, Vestri Cioccolato e Wacebo.

Quinta domenica di Quaresima. La nuova legge: misericordia e perdono

Il Vangelo oggi ci presenta un fatto concreto di misericordia e perdono: scribi e farisei presentano a Gesù una donna colta in flagrante adulterio e chiedono: “Signore, Mosè nella legge ci ordina di lapidarla. Tu cosa dici ?”. Gesù aveva sempre parlato di misericordia e perdono: Dio è il Dio della misericordia; è il Padre che abbraccia e perdona il figlio prodigo ed invita il figlio maggiore a fare la stessa cosa. Gesù oggi è chiamato a dare una risposta: dire ‘sì’ oppure ‘no’, è un tranello preparato contro Gesù perché se, conforme alla legge di Mosè, avesse detto ‘lapidatela’, poteva benissimo essere accusato alle autorità romane come sobillatore ( in Palestina solo Roma poteva autorizzare una pena di morte).

Se Gesù avesse detto: ‘No, perdonatela!’, allora dichiaratamente andava contro la legge di Mosè e doveva risponderne davanti al Sinedrio. Scribi e Farisei attendono una risposta da Gesù mentre questi scrive a terra con il dito e la donna sta là, a tremare. Gesù infine dà una risposta: ‘Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra!’ Gesù invita i suoi interlocutori ad un esame di coscienza: i santi di Dio, gli amici veri del Signore è giusto che osservino la legge: chi è santo scagli la pietra.

Quelli (scribi e farisei) buttano la pietra, ed uno ad uno vanno tutti via. Rimane solo Gesù e la donna sempre tremante in mezzo alla strada. Dio ama il suo popolo e non vuole la morte del peccatore ma che si converta a viva. Gesù non è venuto per condannare ma per riconciliare l’uomo con se stesso, con gli altri e con Dio. Per questo agli infelici deportati a Babilonia il profeta Isaia aveva annunciato che Dio non li avrebbe abbandonati; aveva inoltre liberato il popolo ebreo dalla schiavitù dell’Egitto trasferendolo nel deserto e nutrendolo per quaranta anni con la manna sino al trasferimento nella terra promessa: la Palestina.

Al suo popolo Dio aveva dato la legge: ‘Ascolta Israele: amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, il prossimo come te stesso’. Amare è il perdono; il dono più bello è dimenticare tutto, se sei pentito.  Gesù mostra il suo amore con la sua passione, morte in croce e risurrezione. Gesù è venuto ad instaurare la Nuova Alleanza basata sulla misericordia e il perdono; a Gesù preme solo la salvezza dell’uomo; in croce al buon ladrone dirà: oggi sarai con me in paradiso; nell’episodio evangelico gli scribi e i farisei  buttano via la pietra e vanno via;  Gesù vede la donna rimasta sola e tremante e le dice: ‘Dove sono?, nessuno ti ha condannata? Vai e d’ora in poi non peccare più’: cosi trionfa la misericordia e il perdono.

L’episodio oggi è un monito anche per noi: siamo in quaresima, tempo di conversione, è il momento di seppellire l’uomo vecchio per rinascere a vita nuova. E’ necessario rinascere, rinnovarsi ogni giorno: più profondo e vasto è il rinnovamento, più alta è la vitalità. Gesù fa appello alla coscienza; è pronto sempre a perdonare e ci apre la via nuova per andare avanti. Il perdono mentre ci riconcilia con Dio, ci dona la pace interiore e una spinta sempre avanti. Il Vangelo colpisce sempre le nostre abitudini: siamo sempre facili a vedere il male degli altri, riflettiamo poco sulla nostra vita quotidiana.

Tutti parliamo sempre di giustizia, ma la giustizia per la giustizia non ha senso; è necessario punire chi sbaglia ma la nostra condizione di uomini esige una condotta amorevole  anche verso chi sbaglia; l’episodio del Vangelo è assai eloquente; la giustizia deve avere sempre un valore terapeutico: deve guarire e salvare dove e quando si può salvare.

L’amore, il perdono, la misericordia devono sempre trionfare. Il profeta Isaia evidenzia che Dio vuole sempre aprire nel deserto una via: la via del perdono e della misericordia e il Signore immette in questa via quanti si avvicinano a Lui. Imploriamo dalla SS. Vergine, madre di Gesù e nostra: ‘Rivolgi a noi, Madre, gli occhi tuoi misericordiosi’.   

A Brescia il premio letterario ‘Carlo Castelli’

La casa circondariale ‘Canton Mombello’ di Brescia si prepara ad accogliere la nuova edizione del Premio Letterario ‘Carlo Castelli’, un concorso unico, dedicato ai detenuti degli Istituti penitenziari italiani, inclusi i minorili. La partecipazione è aperta a cittadini italiani e stranieri, senza limiti di età, condannati almeno con sentenza di primo grado.

L’evento, organizzato dalla Federazione Nazionale Italiana Società di San Vincenzo De Paoli ODV, Settore Carcere e Devianza, ruota intorno a un tema potente e attuale: ‘Mi specchio e (non) mi riconosco: non sono e non sarò il mio reato’. Una riflessione che invita a distinguere la persona detenuta dal reato commesso, aprendo alla speranza di cambiamento e reintegrazione.

Un tema, quello della speranza, che occupa un posto centrale nel carisma della Società di San Vincenzo De Paoli e ritroviamo anche nel motto riportato sotto il logo: ‘Serviens in spe’, al servizio nella speranza.

Ma la speranza è anche la protagonista del Giubileo 2025. Papa Francesco, con la sua bolla ‘Spes non confundit’, sottolinea la forza della speranza nel pensiero cristiano. Una virtù che il Pontefice vuole stendere sulle ferite di un’umanità debole, fra i quali cita per primi proprio i ristretti, per ‘vivere e non sopravvivere’, per ‘recuperare la fiducia in sé stessi’.

E verso un orizzonte di speranza è orientato l’operato del Settore Carcere e Devianza della Federazione Nazionale Società di San Vincenzo De Paoli ODV che indirizzerà il lavoro da un lato ad azioni concrete all’interno delle carceri, dall’altro a stimolare l’autoriflessione dei reclusi attraverso il Premio Letterario Castelli.

Nell’edizione 2025 si parlerà di coscienza, miglioramento, umanità. Temi che apriranno un percorso indirizzato ad aiutare il ristretto a riconoscere l’errore ma anche a capire che ogni persona merita un futuro, dentro o fuori dal carcere.

Il Premio ‘Carlo Castelli’ si articolerà nelle sezioni narrativa (saggio breve, racconto, lettera, riflessione), scrittura autobiografica (testo autoriflessivo e introspettivo), poesia, opere multimediali (CD-rom/DVD) realizzate in carcere.

Il concorso letterario offre ai detenuti l’opportunità di raccontarsi, riflettere e sperare attraverso la scrittura, ma anche di fare del bene. I primi tre classificati saranno considerati a parimerito e riceveranno tre premi di uguale importo. Oltre ai premi in denaro per i primi tre vincitori, una seconda somma sarà destinata a progetti di reinserimento sociale. L’obiettivo è contribuire a costruire una nuova strada per chi desidera ripartire.

Il concorso, dedicato alla memoria di Carlo Castelli, figura di spicco del volontariato vincenziano e promotore della Legge Gozzini, diventa un mezzo per costruire un futuro condiviso, sottolineando l’importanza del sostegno reciproco, anche in contesti difficili come il carcere.

Il Premio ‘Carlo Castelli’ ha ottenuto il patrocinio di Camera, Senato e Ministero della Giustizia, ed è stato insignito della medaglia del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. I media partner includono il Pontificio Dicastero per la Comunicazione, TV2000, Radio InBlu, e UCSI.

I racconti premiati, insieme ad altri dieci segnalati dalla Giuria, saranno raccolti in un’antologia che verrà distribuita a tutti i presenti nel corso degli eventi e allegata alla rivista della Federazione Nazionale, ‘Le Conferenze di Ozanam’, pubblicazione che raggiunge oltre 13.600 tra soci e volontari in tutta Italia.

Il Settore Carcere e Devianza, quest’anno sotto la guida della nuova responsabile, Antonella Caldart, è da sempre impegnato nella formazione dei volontari penitenziari e alla realizzazione di attività rivolte ai detenuti e alle loro famiglie, anche collaborando con altre associazioni presenti sul territorio.

Mons. Delpini: non dimenticare l’eredità di sant’Ambrogio

“Come sarà quel giorno in cui si troveranno vicini chi ha bussato alle porte d’Italia e d’Europa e chi ha chiuso la porta; chi ha chiesto di lavorare, di rendersi utile senza morire di fame e di guerra e si è sentito dire: qui non puoi entrare perché non mi fido di te, perché ho paura, vai pure a morire altrove?… Come sarà quel giorno in cui nella luce di Cristo risorto si troveranno vicini l’assassino e la sua vittima, chi ha bombardato e chi è morto sotto i bombardamenti, chi ha subito violenza e chi ha commesso violenza? Signore che cosa sarà quel giorno?”: è stato un monito severo quello che l’arcivescovo di Milano, mons. Mario Delpini, ha rivolto ai fedeli che hanno gremito la basilica di sant’Ambrogio per il pontificale nella solennità del santo vescovo della città di Milano e della regione Lombardia.

L’arcivescovo ambrosiano ha comunque sottolineato che tale monito deve rendere anche saggi: “Possiamo ancora accogliere la rivelazione del grande mistero affidato all’apostolo Paolo e predicato a tutte le genti: che le genti sono chiamate, in Cristo Gesù, a condividere la stessa eredità, a formare lo stesso corpo, a essere partecipi della stessa promessa, per mezzo del Vangelo. Siamo in tempo per convertirci”.

E’ stato un invito a riscoprire il pensiero di sant’Ambrogio: “Sant’Ambrogio amò intensamente i poveri e i prigionieri, per i quali donò tutto l’oro e l’argento che possedeva. Sant’Ambrogio accolse nella Chiesa Agostino, l’illustre intellettuale di origine africana, che proprio a Milano ha portato a compimento il suo cammino di conversione e ha ricevuto il battesimo”.

Ecco la nuova visione, sempre attuale, di sant’Ambrogio: “Sant’Ambrogio aveva una visione del mondo e dei popoli ispirata dalla universalità cattolica e dalla visione politica dell’impero romano. L’impero romano è finito da un pezzo, ma la coscienza della vocazione alla fraternità universale è irrinunciabile per la coscienza cattolica”.

E’ stato un richiamo a non dimenticare l’eredità del santo vescovo ambrosiano: “Per essere degni dell’eredità di Ambrogio noi siamo chiamati a condividere questa visione cattolica. La radice del nostro desiderio di costruire una comunità unita nella fede e nella carità ha la sua radice e la sua forza nel desiderio di Gesù: ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge e un solo pastore.

La fraternità universale in cui tutti sono accolti non è una confusione indistinta, ma un superamento della separazione tra le genti che genera la contrapposizione, i nazionalismi e infine persino le guerre (così insegna Paolo nella lettera agli Efesini). Occorre resistere alla divisione che contrappone i fratelli, i popoli. ‘Attenzione al lupo’: c’è un nemico che insidia il gregge, rapisce le pecore e le disperde. La rovina è la divisione, che si conclude con l’essere schiavi di padrone, invece che abitare nella casa della libertà”.

Quindi la fraternità è solidarietà, che pone interrogativi: “La fraternità universale in cui tutti sono accolti, e hanno tutto in comune, non è una forma di comunismo, ma una pratica della solidarietà in cui i ricchi non sono troppo ricchi ed i poveri non sono troppo poveri. Come sarà quel giorno? Come incroceremo lo sguardo degli altri? Come incroceremo lo sguardo di Gesù?”

Anche nel ‘discorso alla città’ mons. Delpini ha invitato a lasciare ‘riposare la terra. Il Giubileo 2025, tempo propizio per una società amica del futuro’, perché la gente è stanca: “La gente non è stanca della vita, perché la vita è un dono di Dio che continua a essere motivo di stupore e di gratitudine. La gente è stanca di una vita senza senso, che è interpretata come un ineluttabile andare verso la morte. E’ stanca di una previsione di futuro che non lascia speranza. E’ stanca di una vita appiattita sulla terra, tra le cose ridotte a oggetti, nei rapporti ridotti a esperimenti precari. E’ stanca perché è stata derubata dell’ ‘oltre’ che dà senso al presente, sostanza al desiderio, significato al futuro”.

Ed invita ad una riflessione sul valore del lavoro: “La stanchezza della gente non è per la fatica del lavoro, perché la gente lavora con passione e serietà, impegna le sue forze, le sue risorse intellettuali, le sue competenze. Lavora bene ed è fiera del lavoro ben fatto. La gente è stanca di un lavoro che non basta per vivere, di un lavoro che impone orari e spostamenti esasperanti. La gente è stanca degli incidenti sul lavoro. La gente è stanca di constatare che i giovani non trovano lavoro e le pretese del lavoro sono frustranti. La gente è stanca della burocrazia, dell’ossessione dei controlli che tratta ogni cittadino come un soggetto da vigilare, piuttosto che come una persona da coinvolgere nella responsabilità per il bene comune”.

Ed ecco la ‘novità’ del Giubileo:  “Non vogliamo e non possiamo, infatti, sottrarci al compito di interpretare e affrontare la crisi antropologica che travaglia la nostra società. Siamo chiamati a comporre le tensioni che sembrano inconciliabili: sviluppo contro sostenibilità, crisi ambientale contro crisi sociale, dimensione globale contro quella locale. Occorre un punto di vista più alto, di tipo culturale e spirituale, capace di abbracciare i vari aspetti che sono contemporaneamente in gioco. Ciò sarà possibile operando tutti insieme attraverso uno sguardo ‘contemplativo’, l’unico in grado di imprimere alla realtà umana, sociale, politica ed economica una direzione che componga aspetti vitali che da soli si presentano in termini conflittuali”.

Il Giubileo è un’occasione per riscoprire il ‘principio sabbatico’: “Il Giubileo, che si sta per aprire, deve essere un’occasione per prestare ascolto al grido di sofferenza che si leva dai popoli e dalla terra. Il Giubileo che il papa ha indetto per l’anno 2025 è un’attuazione storica del ‘principio sabbatico’: se Dio ha sentito l’esigenza di riposare, così occorre lasciare anche agli esseri umani e alla terra la possibilità di farlo.

Il ‘principio sabbatico’ custodisce il mistero del cosmo come dono di benevolenza e creatività. Senza il rispetto di tale principio, non solo non c’è più festa, ma viene a esaurirsi lo spazio dello spirito umano: la stanchezza non trova sollievo, l’umano affaticato non vive le condizioni per una ri-creazione. Il riposo è essenziale agli uomini come alla terra”.

Nel giubileo risiede il significato del riposo: “Lasciare riposare la terra non significa scegliere di assentarsi dalla storia o immaginare un periodo di semplice inerzia. Al contrario, si tratta di un esercizio fortemente attivo: chiede di raccogliere tutte le energie per evitare di continuare a fare quello che si è sempre fatto e riuscire a sospendere le abituali azioni per ascoltare e cogliere il grido di aiuto che si eleva dalla terra”.

In questo senso si può ancora sperare, in quanto nasce dalla responsabilità: “La speranza nasce anche grazie alla (e in conseguenza della) assunzione di responsabilità individuali e collettive. Significa lasciarci guidare da Dio, nel leggere e accogliere tutte le grida e le domande di riparazione che la terra mal coltivata e sfruttata eleva ogni giorno, dentro le nostre vite”.

E’ una benedizione anche per il popolo: “E benedico la gente. Benedetti tutti voi abitanti di questa terra che portate il peso della vita con la dignità operosa di chi fa fronte, di chi ha fiducia nelle istituzioni e con realismo pretende quello che è dovuto perché la stanchezza non esasperi gli animi, non opprima i fragili, non condanni i poveri.

Benedico voi che siete disponibili a portare i pesi gli uni degli altri e vi dedicate ad alimentare la speranza, a praticare una solidarietà senza discriminazioni, perché tutti possano affaticarsi nell’edificare la società e tutti possano trovare ristoro e riposo in questo nostro convivere… Che siate tutti benedetti, voi che vi prendete cura della stanchezza della gente, della città, della terra e cercate come offrire riposo nell’anno del Giubileo e in ogni anno a venire. E riposate un po’ anche voi!”

(Foto: Diocesi di Milano)

A Verona il concorso letterario ‘Carlo Castelli’

Si è tenuta venerdì 4 ottobre, a Verona presso la Casa Circondariale di Montorio, la cerimonia di premiazione della XVII Edizione del Premio ‘Carlo Castelli’, un prestigioso concorso letterario dedicato ai detenuti delle carceri italiane, evento organizzato e promosso dal Settore Carcere e Devianza della Federazione Nazionale Italiana Società di San Vincenzo De Paoli ODV, con il patrocinio di Camera, Senato, Ministero della Giustizia e con il riconoscimento della medaglia del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

L’appuntamento coinvolge detenuti provenienti da penitenziari di tutta Italia, offrendo loro un’opportunità unica di esprimersi attraverso la scrittura. Ogni anno, un carcere o un Istituto Penitenziario Minorile (IPM) viene scelto come sede della cerimonia, durante la quale sono letti e premiati i racconti selezionati da un’apposita giuria.

Il tema di quest’anno, intitolato ‘Perché? – Ti scrivo perché ho scoperto che c’è ancora un domani’ invita a riflettere sul valore della speranza e sul riscatto possibile, come ha affermato Paola Da Ros, presidente della federazione nazionale ‘Società di San Vincenzo De Paoli’: “La speranza è un bene prezioso, una luce che accompagna e sostiene, soprattutto nei momenti più difficili. E in questo luogo, dove la libertà è limitata, il nostro desiderio è che nessuno perda mai questa luce…

Il Premio Carlo Castelli non si limita a offrire uno spazio di riflessione e espressione per i detenuti, ma prosegue nel tempo, grazie ai progetti di reinserimento sociale sviluppati in collaborazione con le istituzioni. Con il contributo in denaro che eroghiamo per ciascuno dei tre premi oltre alla somma che spetta al vincitore, ogni anno realizziamo tre progetti.

Il primo premio di questa edizione finanzierà un importante progetto di reinserimento nel mondo del lavoro per i ristretti del carcere di Brescia che hanno finito di scontare la loro pena; il secondo aiuterà i giovani dell’Istituto per Minori di Catania, il terzo premio andrà a favore delle attività dell’Ufficio Distrettuale di Esecuzione Penale Esterna di Pisa”.

Al termine dell’incontro tre detenuti hanno testimoniato il cambiamento avuto nel tempo di reclusione grazie al sostegno dei volontari e alle attività rieducative organizzate nel carcere di Verona Montorio. Tra di loro c’è anche chi ha composto dei brani e, chitarra in mano, ha deliziato i presenti. Non sono mancati momenti di commozione e di gioia anche per chi rende possibile il funzionamento di questa complessa struttura. Un particolare ringraziamento va alla direttrice, dott.ssa Francesca Gioieni, agli educatori, al corpo della polizia penitenziaria e a tutto il personale. 

I racconti vincitori della XVI Edizione del Premio Carlo Castelli sono stati:

Primo Classificato: ‘Sì, c’è ancora un domani’ racconta il grido di una coscienza che, nel lento trascorrere del tempo, si interroga, medita, riflette, soffre, al cuore bussa la colpa per quanto compiuto, si eleva e guarda alla propria e altrui vita con occhi nuovi. Occhi di speranza perché “Tutti hanno il diritto di avere una seconda possibilità”. Occhi privi di ogni forma di giudizio e condanna, perché, come afferma l’autore “Anche il più specchiato e morigerato potrebbe incappare in un errore fatale”. Occhi volti al bene, capaci di vedere dietro i gesti quotidiani del personale di sorveglianza “Uomini che fanno il loro lavoro con dedizione, con impegno e professionalità lasciando ampio spazio anche a doti di innata umanità”.

Secondo Classificato: ‘Acque tempestose’ descrive la rinascita di chi, grazie alle acque turbolente vissute nella cella di un penitenziario, ha riconquistato lentamente la propria umanità soffocata per anni da una terribile avidità. Un male che lo ha condotto sino in carcere: “Mi sono macchiato di un reato finanziario. Sono stato soverchiato dai miei demoni. Demoni interiori che mi hanno reso avido di potere, che mi hanno reso diverso, cinico, che mi hanno tolto il meglio di me stesso”, scrive l’autore. Oggi Giovanni, forte delle sue nuove consapevolezze, può ricominciare a guardare al futuro con speranza, a “fare programmi e quando oggi mi si chiede “come ti vedi fra cinque anni?” so bene cosa rispondere”.

Terzo Classificato: ‘Cecità’ è la storia di chi vuole aprire gli occhi a una nuova vita dopo il lungo periodo trascorso in carcere. È la storia di chi vuole continuare a crederci, “Non è mai troppo tardi per essere un uomo migliore e credere nel Domani che verrà”, scrive l’autore. È il racconto di chi vuole tornare a onorare un padre che non c’è più e che, dal buio della sua cecità fisica, ha sempre saputo infondergli amore cogliendo ogni sfumatura del suo cuore. È la storia di chi vuole iniziare a camminare, riappropriandosi dei valori ricevuti sin da piccolo. È la storia di chi vuole “tornare a vederci davvero” ponendosi sotto la potente protezione di Santa Lucia.

La XVII Edizione del Premio letterario Carlo Castelli ha riaffermato il potere della scrittura come uno strumento fondamentale per i detenuti, un ponte tra il loro mondo interno e l’esterno. Sabato 5 ottobre nel Teatro Nuovo di San Michele a Verona si è concluso l’incontro: ‘Dialogo in punta di cuore’ con toccanti testimonianze di alcuni ristretti. Sì è affrontato il tema della Giustizia riparativa e del reinserimento dei detenuti nel mondo del lavoro, con il coinvolgimento della società civile.

La Dott.ssa Stefania Zambelli, assistente sociale e responsabile ‘Area Misure e Sanzioni di Comunità UDEPE’ di Verona, ha illustrato i nuovi percorsi di Giustizia Riparativa sottolineando l’importanza di mettere in contatto le vittime con i colpevoli accompagnandoli con percorsi di avvicinamento.

Tra gli ospiti della mattina, il professor Sergio Premoli, psicanalista e formatore, che ha invitato a non confondere mai l’uomo con il reato commesso.  Un’attenzione particolare è stata dedicata ai sentimenti delle vittime e dei loro famigliari, e si è ragionato su come aiutarli a gestire il dolore e ad avvicinarsi, dove possibile, ad una dimensione di perdono.

Don Paolo dal Fior ha portato il suo vissuto di cappellano del Carcere di Verona Montorio e ha raccontato episodi di straordinaria umanità registrati nella casa circondariale. Alto il coinvolgimento del pubblico che ha gremito il teatro ed ha partecipato attivamente con interventi e domande da cui è emersa la forte la consapevolezza che l’aiuto non deve limitarsi ad un sostegno materiale, ma deve arrivare dritto dal cuore. Come di consueto al termine della manifestazione è avvenuto il passaggio del testimone: l’edizione numero XVIII si celebrerà nella Casa Circondariale di Brescia – Canton Mombello nell’ ottobre 2025.

(Foto: Società San Vincenzo de’ Paoli)

I crimini del silenzio di fronte all’ingiustizia degli oppressi

Dice il proverbio arabo: Chi tace dinanzi all’ingiustizia è un diavolo muto. Il diavolo taciturno è il peggior tipo di demone, perché il silenzio di fronte all’ingiustizia, all’abuso e all’oppressione è una partecipazione passiva che contribuisce alla continuazione della situazione, perfino alla sua giustificazione, e spesso la esacerba e peggiora. Il silenzio di fronte a situazioni ingiuste spinge gli oppressori a persistere, li incoraggia a mantenere le loro posizioni sbagliate e in molti casi li spinge a giustificare a sé stessi quelle posizioni vergognose, fino a considerare le loro ingiustizie motivo di orgoglio e di vanto.

Mentre, dire la verità, costi quel che costi e qualunque siano i risultati, è una delle caratteristiche delle persone nobili, giuste e dotate di principi, morali e valoriali, ed è l’unica via di chi sceglie la strada della fede, dell’umanità, dell’integrità e della rettitudine morale.

Infatti, esistono diversi tipi di persone: il primo tipo è quello di coloro che dicono la verità per vantarsi e per sentirsi migliori degli altri e, così facendo, esprimono solo la loro arroganza e la nauseante sensazione di essere migliori degli altri e di avere il diritto di condannarli e giudicarli. Qui Gesù Cristo gli dice: ‘Con la stessa misura con la quale misurate, sarete misurati anche voi’ (Mc 4, 24). Cristo mette in guardia contro questo tipo di persone che condannano gli altri che si vantano e si arrampicano sulle spalle degli altri con il pretesto di ‘dire la verità’, non ‘per amore della verità’.

Il secondo tipo è quello di coloro che tacciono di fronte all’ingiustizia degli altri e li giustificano dicendo che non vogliono condannare nessuno, dimostrando così la loro paura e codardia. Nascondono la testa nella sabbia come se nulla fosse successo. Questo tipo di persone spesso tacciono quando si tratta di dire la verità davanti ai potenti e alle persone influenti per paura della loro vendetta e per ottenere il loro compiacimento e approvazione e per evitare la loro malvagità.

Queste persone spesso si comportano come Ponzio Pilato, che si lava le mani di fronte all’ingiustizia dell’Innocente, credendo così di essersi esonerato dalla responsabilità nonostante abbia detto: ‘Non sai che ho il potere di metterti in libertà e il potere di metterti in croce?’ (Gv 19,10). Questo tipo di ipocrisia è il tipo più spregevole di evasione dalle responsabilità, è di facciata, di giustificazione e persino di vanto che arriva sino a sfruttare i versetti della Bibbia per giustificare un silenzio vergognoso ed evitare di prendere posizione o dire la verità.

Il terzo tipo è di quelli che restano in silenzio fino a quando la tempesta non è passata e appena raggiungono la certezza dei risultati gridano come se fossero i più valorosi dei cavalieri. E’ un tipo di essere umano caratterizzato da opportunismo, meschinità spirituale e umana. Scelgono di tacere finché non sono certi dei risultati e appena appare la ‘visione’ il troviamo tra i primi a congratularsi con il vincitore e consolare il perdente. Commerciano anche nel dolore, versano lacrime di finzione e simulano di essere compassionevoli e generosi, ma in realtà pensano solo a sé stessi e ai loro guadagni, esprimendo così la bassezza e la fragilità dei loro principi e della loro vita morale.

Il quarto tipo è di quelli che credono di adottare la moderazione come approccio e si vantano di parlare diplomaticamente per non ferire nessuno, ma in realtà sono come camaleonti che cambiano colore a seconda delle circostanze cosicché nessuno possa scoprire il loro vero colore. Agiscano con tatto ed educazione per sostenere il loro cambio di posizione secondo le circostanze, dimenticando che Gesù Cristo ci insegna: ‘Siano le vostre parole sì, sì, no, no. E tutto il resto viene dal male’ (Mt 5:37). Il tatto è necessario quando si tratta di cortesia umana, non quando si tratta di dire la verità contro l’ingiustizia e a favore degli oppressori e di rendere giustizia agli oppressi.

Il quinto tipo è di coloro che dicono la verità basandosi sulla convinzione della necessità di essere coraggiosi e di non tradire i propri principi e valori, costi quel che costi. Questo tipo di esseri umani sono come le perle preziose: non mutano colore, non cambiano le loro parole secondo la grandezza di chi hanno davanti, ma secondo l’autenticità della loro fede, della loro storia, della loro alta morale.

Esprimono le loro opinioni sia davanti ai governanti sia davanti agli oppressi. Sono come il profeta Natan che si presentò davanti al re Davide, affrontandolo, dicendogli: ‘Tu sei quell’uomo! Così dice il Signore, Dio d’Israele: Io ti ho unto re d’Israele e ti ho liberato dalle mani di Saul, ti ho dato la casa del tuo padrone ….. e, se questo fosse troppo poco, io vi avrei aggiunto anche altro’ (2 Sam 12, 7-9).

Questo tipo di persone sanno che dire la verità è un dovere religioso, morale e umano. Ci insegnano che dire la verità deve essere fatto con educazione, rispetto e tatto, ma resta un dovere morale e di fede, in primis, soprattutto di fronte a comportamenti sbagliati, indipendentemente dalla posizione o dal rango civile o ecclesiastico delle persone ingiuste.

Oggi abbiamo tanto bisogno di uomini di questo tipo che non temono altro che il volto di Dio e il suo giusto giudizio. Uomini che dicono: basta con il silenzio, la sottomissione e la codardia. Uomini che urlano contro le rovine delle nostre coscienze mummificate per risvegliarle dalla morte e dal marciume.

Uomini con un cuore coraggioso, una lingua parlante, una coscienza pura, una storia onorevole e cuore puro. Uomini che non calcolano le cose secondo gli standard di questo mondo e l’equilibrio tra vincitori e vinti, ma piuttosto agiscono con valore e audacia. Uomini che scuotono coscienze vergognose, lingue mute, occhi ciechi e orecchie chiuse, cuori pietrificati e menti logore. Uomini che tracciano un percorso nell’oscurità, capaci di accendere la speranza. Gesù disse: ‘Conoscerete la verità, e la verità vi farà liberi’ (Gv 8, 32).

Hiroshima e Nagasaki: l’incubo dell’atomica e la libertà di coscienza

Nei giorni scorsi a Hiroshima, città giapponese che ha subito il bombardamento atomico da parte degli Stati Uniti nel 1945, si è svolta la consueta cerimonia di commemorazione in occasione del 78^ anniversario dello sgancio dell’ordigno nucleare.

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