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Opus Dei: racconti di santità in mezzo al mondo

Il 2025 ha segnato il centenario dell’ordinazione sacerdotale e i cinquanta della morte di mons. Josemaría Escrivá de Balaguer (1902-1975), il santo spagnolo definito da Papa Francesco «precursore del Concilio Vaticano II» per aver richiamato in tutto il mondo i temi della «chiamata universale alla santità» e della «santificazione del lavoro».

Nel 2028 ricorreranno i cento anni della sua fondazione, l’Opus Dei, una prelatura personale della Chiesa cattolica che si è diffusa nei cinque continenti, capace di affascinare laici di ogni età e condizione sociale al servizio di Dio, del bene comune nella valorizzazione di ogni ambito della vita ordinaria.

In questo contesto due storici, don José Luis González Gullón, spagnolo, docente nella Pontificia Università della Santa Croce (PUSC), e John F. Coverdale, statunitense, docente nell’Università di Wisconsin di Chicago, hanno pubblicato il volume Historia del Opus Dei, che ora è disponibile in italiano grazie alle Edizioni Ares, con una Prefazione di Agostino Giovagnoli, ordinario di Storia contemporanea dal 1987 e dal 1993 presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore.

Opus Dei. Una storia (pp. 744, euro 24) verrà presentato stasera a Roma, alle ore 19, presso l’Aula Magna della Residenza Universitaria Internazionale – RUI (viale Africa 27 – quartiere EUR), con la partecipazione del prof. Gullón.

L’opera racconta, senza filtri, la storia dell’Opus Dei dalla sua fondazione ai nostri giorni. Con una narrazione rigorosa e avvincente, gli autori – storici di primo piano nel panorama accademico – offrono al lettore un’indagine unica, basata su documentazione inedita e numerose testimonianze, che getta nuova luce sulle vicende di una delle realtà più vitali della Chiesa cattolica.

Non vengono tralasciati nel volume anche i capitoli più delicati come i rapporti con il Generalissimo Francisco Franco e quelli con la Curia Romana, il complesso percorso verso il riconoscimento canonico – accuratamente ricostruito da Agostino Giovagnoli – le accuse di “segretezza” e “autoritarismo”, fino alle malevole interpellanze e interrogazioni presentate alla Camera dei deputati italiana nel 1986, alle quali per l’allora Governo Craxi rispose il Ministro dell’interno (e futuro Presidente della Repubblica) Oscar Luigi Scalfaro dichiarando, fra l’altro, che «l’Opus Dei è senza dubbio una istituzione ecclesiastica, le cui norme attengono all’ordinamento canonico e non possono quindi formare oggetto di censure da parte dell’ordinamento statale».

Ma, al di là delle controversie e delle sfide, il libro restituisce soprattutto la storia di tante donne e uomini di ogni Paese e condizione sociale che, seguendo il messaggio di san Josemaría Escrivá hanno riscoperto la fede e la chiamata universale alla santità nel compimento dei propri doveri ordinari in modo straordinario.

A quasi un secolo dalla sua fondazione – il 2 ottobre 1928 – l’Opus Dei continua a diffondere un messaggio spirituale semplice e affascinante: è possibile incontrare Dio nel lavoro e nelle attività di ogni giorno.

Il primo dei due Autori del volume, José Luis González Gullón, ha scritto i capitoli della storia dell’Opera nel periodo di guida da parte del suo fondatore (1928-1975) e quindi del suo secondo successore, mons. Javier Echevarría (1994-2016).

Don González Gullón è docente di Storia nella Pontificia Università della Santa Croce e membro dell’Istituto Storico san Josemaría Escrivá de Balaguer. Specialista in storia religiosa contemporanea in Spagna e di storia dell’Opus Dei, ha pubblicato studi in riviste scientifiche internazionalmente accreditate come ‘The Catholic Historical Review’, ‘Historia Contemporánea’, ‘Hispania Sacra’ e ‘Studia et Documenta’.

John F. Coverdale, che nel volume ha trattato il periodo del primo successore di san Josemaría, ovvero il beato Álvaro del Portillo (1975-1994), è dottore in Storia presso l’Università del Wisconsin e dottore in Diritto presso l’Università di Chicago. Ha insegnato Storia presso la Princeton University e la Northwestern University e Diritto alla Seton Hall University School of Law. Tra le sue pubblicazioni: Italian intervention in the Spanish Civil War, The Political Transformation of Spain after Franco, Uncommon Courage: The Early Years of Opus Dei.

Entrambi gli Autori hanno cercato di offrire nel volume Opus Dei. Una storia una ricostruzione approfondita del carisma e della spiritualità dell’Opera fondata su un’immensa mole di documenti «molti dei quali – come riconosciuto dal prof. Giovagnoli nella Prefazione – inediti e non consultati in precedenza».

“Maria Mediatrice”: ripubblicato il libro del teologo José María Bover accessibile anche al lettore non specialista

Il titolo mariano di Maria Mediatrice accompagna la storia della Chiesa da secoli e affonda le sue radici nella riflessione dei Padri, dei dottori e dei santi. Nel corso dell’età moderna e contemporanea, tale titolo ha ricevuto autorevoli conferme dal Magistero pontificio, da Pio IX a Pio XI, fino all’istituzione, da parte di Benedetto XV, della festa liturgica della Beata Vergine Maria Mediatrice di tutte le Grazie (31 maggio).

Sebbene il Concilio Vaticano II non si sia espresso esplicitamente su questa verità, pur richiesta da circa cinquecento Vescovi, nel capitolo VIII della Costituzione dogmatica Lumen gentium (21 novembre 1964), dedicato alla Beata Maria Vergine Madre di Dio nel mistero di Cristo e della Chiesa, fra i titoli con i quali Maria è invocata si richiama anche quello di «Mediatrice [il maiuscolo è nel testo originario]», precisando come tale attributo sia da intendersi «in modo che nulla sia detratto o aggiunto alla dignità e alla efficacia di Cristo, unico Mediatore» (n. 62).

Nello stesso periodo in cui Leone XIV sta conducendo nelle Udienze generali del mercoledì delle importanti catechesi per spiegare e interpretare nel solco della Tradizione i documenti conciliari, merita di essere segnalata la ripubblicazione di un breve ma significativo saggio del gesuita spagnolo José María Bover Oliver (1877-1954), intitolato appunto Maria Mediatrice (Edizioni Fiducia, Roma 2025, pp. 123, € 12). Tra i teologi che nel XX secolo hanno sostenuto con maggiore profondità il titolo di Maria Mediatrice, infatti, figura questo autorevole mariologo, cofondatore nel 1940 sia dell’Asociación para el fomento de los estudios bíblicos en España (AFEBE) sia della Sociedad Mariológica Española.

Nelle pagine del libro, arricchite da una Prefazione dello storico Roberto de Mattei (pp. 5-8), padre Bover dimostra come la Mediazione universale di Maria sia conseguenza necessaria della sua dignità e del suo ufficio di Madre di Dio, del Redentore e dell’intera Famiglia del Padre Celeste.

Dopo essersi formato alla Pontificia Università Gregoriana, il gesuita ha insegnato Sacra Scrittura per oltre quarant’anni – dal 1912 al 1953 – nella Facoltà teologica del Collegio Máximo di Barcellona e, anche per questo, Pio XII lo nomina nel 1941 membro della Commissione scientifica incaricata di preparare la definizione dogmatica dell’Assunzione della Vergine Maria oltre che consultore della Pontificia Commissione Biblica.

Dopo una vita religiosa esemplare, padre Bover muore santamente a Sant Cugat del Vallès, in Catalogna, lasciando una corposa mole di studi e meditazioni sulla Mediazione e sulla Corredenzione di Maria, approfonditi nello studio dei Padri della Chiesa, nella Sacra Scrittura e nella liturgia. Il piccolo ma denso volume riproposto dalle Edizioni Fiducia costituisce una sintesi esemplare del pensiero del «patriarca dei mariologi spagnoli», il quale dimostra che la Mediazione universale di Maria non sia un’aggiunta accessoria alla fede cattolica, ma una conseguenza necessaria della sua maternità divina. Maria è Mediatrice perché è Madre di Dio, del Redentore e, in Lui, di tutta l’umanità redenta. La cooperazione della Vergine all’opera della redenzione umana e, di conseguenza, la sua mediazione universale comprende tre momenti principali: l’Incarnazione, la Passione del Calvario, la gloria nel cielo. Si tratta di tre fasi che integrano una sola cooperazione, la quale forma, per così dire, nel pensiero di Dio un blocco unico o un’indivisibile unità.  Questa, dunque, la tesi di fondo di padre Bover: «Maria cooperò efficacemente e liberamente all’opera della redenzione umana; questa cooperazione nell’economia della grazia contiene in sé la mediazione universale: quindi Maria è Mediatrice universale».

Papa Leone XIV invita a lavorare insieme per una Chiesa sinodale

“Grazie della vostra presenza! Lo Spirito Santo, che abbiamo invocato, ci guidi in queste due giornate di riflessione e di dialogo. Considero molto significativo il fatto che ci siamo riuniti in Concistoro all’indomani della solennità dell’Epifania del Signore, e vorrei introdurre i nostri lavori con una suggestione che viene proprio da questo mistero”: il Il discorso di papa Leone XIV ha dato il via, nel pomeriggio, ai lavori della riunione con i membri del Collegio cardinalizio, con l’indicazione della sinodalità come ‘il cammino che Dio chiede alla Chiesa del terzo millennio’.

Nel discorso introduttivo il papa ha preso spunto dall’invito del profeta Isaia a rivestirsi di luce, che richiama l’inizio del Concilio Vaticano II, attraverso la lettura del primo paragrafo della Costituzione dogmatica sulla Chiesa, ‘Lumen Gentium’: “Queste parole fanno pensare all’inizio della Costituzione sulla Chiesa del Concilio Vaticano II…

Possiamo dire che lo Spirito Santo, a distanza di secoli, ha ispirato la medesima visione nel profeta e nei Padri conciliari: la visione della luce del Signore che illumina la città santa – prima Gerusalemme, poi la Chiesa e, riflettendosi su di essa, permette a tutti i popoli di camminare in mezzo alle tenebre del mondo. Ciò che Isaia annunciava ‘in figura’, il Concilio lo riconosce nella realtà pienamente svelata di Cristo luce delle genti”.

Sotto questa ‘luce’ ha interpretato i pontificati post conciliari: “I pontificati di san Paolo VI e quello di san Giovanni Paolo II li potremmo interpretare complessivamente in questa prospettiva conciliare, che contempla il mistero della Chiesa tutto inscritto in quello di Cristo e così comprende la missione evangelizzatrice come irradiazione dell’inesauribile energia sprigionata dall’Evento centrale della storia della salvezza”.

Ugualmente per i pontificati di papa Benedetto XVI e di papa Francesco attraverso la parola ‘attrazione’: “I papi Benedetto XVI e Francesco hanno poi riassunto questa visione in una parola:attrazione. Papa Benedetto lo ha fatto nell’Omelia di apertura della Conferenza di Aparecida, nel 2007, quando disse: ‘La Chiesa non fa proselitismo. Essa si sviluppa piuttosto per attrazione’… Papa Francesco si è trovato perfettamente in accordo con questa impostazione e l’ha ripetuta più volte in diversi contesti”.

Il filo conduttore di questi pontefici è l’amore di Dio: “Ed invito me e voi a fare bene attenzione a quello che Papa Benedetto indicava come la ‘forza’ che presiede a questo movimento di attrazione: tale forza è la Charis, è l’Agape, è l’Amore di Dio che si è incarnato in Gesù Cristo e che nello Spirito Santo è donato alla Chiesa e santifica ogni sua azione. In effetti, non è la Chiesa che attrae ma Cristo, e se un cristiano o una comunità ecclesiale attrae è perché attraverso quel ‘canale’ arriva la linfa vitale della Carità che sgorga dal Cuore del Salvatore.

E’ significativo che papa Francesco, che ha iniziato con ‘Evangelii gaudium’ ‘sull’annuncio del Vangelo nel mondo attuale’, abbia concluso con ‘Dilexit nos’ ‘sull’amore divino e umano del Cuore di Cristo’…  Nella misura in cui ci amiamo gli uni gli altri come Cristo ci ha amato, noi siamo suoi, siamo la sua comunità e Lui può continuare ad attirare attraverso di noi. Infatti solo l’amore è credibile, solo l’amore è degno di fede”.

Ecco il motivo per cui l’unità ‘attrae’ mentre la divisione ‘disperde’: “Mi pare che lo riscontri anche la fisica, sia nel micro che nel macrocosmo. Dunque, per essere Chiesa veramente missionaria, cioè capace di testimoniare la forza attrattiva della carità di Cristo, dobbiamo anzitutto mettere in pratica il suo comandamento, l’unico che Egli ci ha dato, dopo aver lavato i piedi dei discepoli”.

L’amore di Dio è il centro del Vangelo: “Carissimi Fratelli, vorrei partire da qui, da questa parola del Signore, per il nostro primo Concistoro e, soprattutto, per il cammino collegiale che, con la grazia di Dio, siamo chiamati a compiere. Siamo un gruppo molto variegato, arricchito da molteplici provenienze, culture, tradizioni ecclesiali e sociali, percorsi formativi e accademici, esperienze pastorali e, naturalmente, caratteri e tratti personali. Siamo chiamati prima di tutto a conoscerci e a dialogare per poter lavorare insieme al servizio della Chiesa. Spero che potremo crescere nella comunione per offrire un modello di collegialità”.

Ed ecco i temi su cui sono chiamati al confronto i cardinali nel cammino tracciato da papa Francesco: “In questi giorni avremo modo di sperimentare già una riflessione comunitaria su quattro temi: ‘Evangelii gaudium’, cioè la missione della Chiesa nel mondo di oggi; ‘Praedicate Evangelium’, vale a dire il servizio della Santa Sede, specialmente alle Chiese particolari; Sinodo e sinodalità, strumento e stile di collaborazione; Liturgia, fonte e culmine di vita cristiana. Per ragioni di tempo e per favorire un reale approfondimento, solo due di essi saranno oggetto di una trattazione specifica”.

In questa ‘due giorni’ il papa si metterà in ascolto: “Sono qui per ascoltare. Come abbiamo imparato durante le due Assemblee del Sinodo dei Vescovi del 2023 e del 2024, la dinamica sinodale implica per eccellenza l’ascolto. Ogni momento di questo tipo è un’opportunità per approfondire il nostro apprezzamento condiviso per la sinodalità”.

E’ stato un invito a mettersi in ascolto per un cammino sinodale: “Ascoltare la mente, il cuore e lo spirito di ciascuno; ascoltarsi l’un l’altro; esprimere solo il punto principale e in modo molto breve, così che tutti possano parlare: questo sarà il nostro modo di procedere. I saggi antichi romani dicevano: ‘Non multa sed multum!’

Ed in futuro, questo stile di ascolto reciproco, cercando la guida dello Spirito Santo e camminando insieme, continuerà ad essere di grande aiuto per il ministero petrino che mi è stato affidato. Anche dal modo con cui impariamo a lavorare insieme, con fraternità e sincera amicizia, può iniziare qualcosa di nuovo, che mette in gioco presente e futuro”.

(Foto: Santa Sede)

Quando padre Carlo Balić rinunciò al termine corredentrice durante il Concilio

La devozione mariana del francescano padre Carlo Balić (1899-1977) si è manifestata non solo nello studio e nelle prestigiose pubblicazioni ma in molti altri modi compresa la fondazione della Pontificia Accademia Mariana.

Ha avuto un ruolo non secondario in occasione della proclamazione del dogma di Maria Assunta il 1° novembre del 1950 e approfondì tale dottrina soprattutto mediante i congressi mariani internazionali preceduti da quelli “mariologici” con un carattere prettamente scientifico. Fedele anche alla tradizione francescana il p. Balić, teologo molto apprezzato dal cardinale Alfredo Ottaviani tanto da essere una delle sue persone di fiducia, approfondì la partecipazione di Maria all’opera di redenzione del Figlio e pertanto termini che esprimevano tale realtà (quale ad esempio quello di mediatrice) gli erano molto cari.

Tuttavia nel lavoro intenso svolto assieme a Gérard Philips di elaborazione del testo conciliare inerente alla Vergine Maria e che sarà approvato definitivamente quale capitolo 8 della costituzione Lumen gentium deliberatamente rinunciò ad alcuni titoli mariani quale quello di corredentrice vista la loro ambiguità (cfr.  Ermanno Maria Toniolo, La beata Maria Vergine nel Concilio Vaticano II, Roma 2004, p. 236).

Anche a padre Carlo Balić si può applicare quanto ebbe a scrivere il suo confratello p. Umberto Betti – pure lui teologo al Vaticano II – il 13 gennaio 1964: “Ma il Concilio è anche una scuola, che vale più di ogni altra finora frequentata o tenuta. Pensare di non aver più niente da imparare sarebbe come congelare la propria intelligenza, metterla in pensione per invecchiamento precoce”.

(Dal sito Il Cattolico)

Il papa dei semplici, oltre la tempesta la vita

Papa Paolo VI, nato Giovanni Battista Enrico Antonio Maria Montini, (Concesio, 26 settembre 1897 – Castel Gandolfo, 6 agosto 1978), fu beatificato nel 2014 e  proclamato santo il 14 ottobre 2018 da papa Francesco. Papa Montini nacque il 26 settembre 1897 in un piccolo paese a nord di Brescia. Era il secondogenito dell’avvocato Giorgio Montini e della giovane della piccola nobiltà rurale Giuditta Alghisi. Nacque nella casa per le vacanze estive dei genitori. Venne battezzato il 30 settembre 1897, giorno in cui morì Santa Teresa di Lisieux, nella chiesa parrocchiale di Concesio (dove ancora oggi è conservato il fonte battesimale originario). Fu battezzato Giovanni Battista Enrico Antonio Maria Montini.

I suoi fratelli erano l’avvocato, deputato e senatore della Repubblica Lodovico (1896- 1990) e il medico Francesco(1900 – 1971). Il padre, al momento della nascita del futuro pontefice, era giornalista e  dirigeva il quotidiano cattolico Il Cittadino di Brescia. Nel 1903, a causa della salute cagionevole, venne iscritto come studente esterno nel collegio Cesare Arici di Brescia, retto dai padri Gesuiti. Frequentò la stessa  scuola  fino al liceo classico, partecipando attivamente ai gruppi giovanili degli oratoriani di Santa Maria della Pace. Nel 1907 compì il suo primo viaggio con la famiglia a Roma, in occasione di un’udienza privata di papa Pio X. Nel giugno dello stesso anno ricevette la prima comunione e la cresima. Nel 1916 ottenne la licenza presso il liceo statale Arnaldo da Brescia e nell’ottobre dello stesso anno entrò, come studente esterno, nel seminario della sua città. Dal 1918 collaborò con il periodico studentesco La Fionda, pubblicando articoli di notevole spessore. Nel 1919 entrò nella FUCI. Il 29 maggio 1920 ricevette l’ordinazione sacerdotale nella 

cattedrale di Brescia. il giorno successivo celebrò la sua prima messa nel Santuario di Santa Maria delle Grazie di Brescia, concludendo i suoi studi in quello stesso anno a Milano con il dottorato in diritto canonico. Nel novembre dello stesso anno si trasferì a Roma e studiò Diritto civile,  Diritto canonico presso la Pontificia Università Gregoriana. Frequentò i corsi di Lettere e filosofia all’Università statale ed entrò nell’Accademia dei Nobili Ecclesiastici. Nel 1923, iniziò gli studi diplomatici presso la Pontificia accademia ecclesiastica. Su richiesta di papa Pio XI, iniziò così la sua collaborazione con la Segreteria di Stato, rinunciando per sempre all’esperienza parrocchiale da lui desiderata. Nel 1923, fu inviato a Varsavia da giugno alla nunziatura apostolica. Continuò a finanziare anche a distanza le opere della Biblioteca Morcelliana di Brescia, il cui obiettivo principale era  una ‘cultura cristiana ispirata’ per tutti.

Quella di Varsavia fu l’unica esperienza di diplomazia estera di Montini.   Come Achille Ratti prima di lui, Montini dovette confrontarsi con il problema del nazionalismo locale che trattava gli ‘stranieri’ come nemici, in particolare quelli con cui lo stato aveva ‘frontiere comuni, quasi che uno’ cercasse ‘l’espansione del proprio paese a spese degli immediati vicini’. La gente cresceva provando ciò e la  pace diventava ‘un compromesso di transizione tra le guerre’. Quando venne richiamato a Roma, Montini ne fu lieto e disse: ‘Questo conclude un episodio della mia vita, utile certo, ma non una delle esperienze più felici che io abbia mai provato’. A differenza di Giovanni Paolo II, Montini non tornò più in Polonia, nemmeno quando chiese il permesso come papa per un pellegrinaggio mariano. Tale permesso gli venne negato dal governo comunista dell’epoca  perché non era nemmeno natio di quella terra, come nel caso di Giovanni Paolo II.

Rientrato in Italia nel 1924, Montini conseguì le lauree in filosofia, diritto canonico e diritto civile. Nell’ottobre 1925, diventò assistente ecclesiastico nazionale della FUCI. Collaborò con il presidente nazionale, Igino Righetti, nonostante un’iniziale diffidenza tra i due. Tra studenti che vedevano con sospetto la nuova dirigenza imposta forzatamente dalle gerarchie, i due riuscirono a migliorare il loro rapporto. Montini sperimentò ben presto le resistenze opposte da alcuni ambienti della Chiesa, come i Gesuiti, i quali  resero difficile il suo compito e lo portarono a dare le dimissioni in meno di otto anni. 

Le problematiche originavano da divisioni ecclesiastiche sul comportamento da tenere nei confronti del fascismo e sugli atteggiamenti culturali e le scelte educative. Nel 1931, durante il suo lavoro nella FUCI, Montini fu inviato in Germania e Svizzera, per organizzare la diffusione dell’enciclica Non abbiamo bisogno, nella quale Pio XI condannava lo scioglimento delle organizzazioni cattoliche da parte del regime fascista. Nel 1933, concluse il suo impegno come assistente ecclesiastico nazionale della FUCI.

Il 13 dicembre 1937, Montini fu nominato sostituto della Segreteria di Stato. Iniziò a lavorare strettamente con il  cardinale segretario di Stato Eugenio Pacelli. Il 10 febbraio 1939, alle soglie della seconda guerra mondiale, morì papà Pio XI a causa di un improvviso attacco cardiaco. Successiva mente, Pacelli venne eletto pontefice con il nome di Pio XII. Poche settimane dopo, Montini collaborò alla stesura del radiomessaggio di papa Pacelli, andato in onda il 24 agosto, nella speranza di scongiurare la guerra. Durante tutto il periodo bellico, egli svolse un’intensa attività nell’Ufficio informazioni del Vaticano, occupandosi dello scambio di informazioni sui prigionieri di guerra, civili e  militari.

In questo periodo fu l’interlocutore principale delle autonome iniziative segrete  intentate dalla principessa Maria José di Savoia, nuora del re Vittorio Emanuele III, contattare gli  americani  e firmare  una pace separata, seppur senza successo. Il 19 luglio 1943, Montini accompagnò Pio XII nella visita al quartiere di san Lorenzo, colpito dai bombardamenti alleati. A guerra finita, ci furono violentissime polemiche sul ruolo della

Chiesa, in particolare di Pio XII, il quale fu accusato di non aver preso posizione contro il nazismo, in quanto collaborazionista. Montini fu colpito relativamente, nonostante la vicinanza al Papa, in quanto quando i nazisti  occuparono Roma era il Segretario di Stato Luigi Maglione ad intrattenere relazioni con la diplomazia tedesca. Inoltre,  Montini si occupò più volte, a vario titolo, dell’assistenza che la Chiesa forniva ai rifugiati e agli ebrei. Distribuì spesso provvidenze economiche a nome di Pio XII. La chiesa, proprio perché non collaborazionista con gli invasori, riuscì anche a salvare oltre 4 000 ebrei romani dalle deportazioni. Nel1944, dopo la liberazione di Roma, morì il cardinale Maglione e Montini assunse la carica di Pro-segretario di Stato, insieme a Domenico Tardini (futuro segretario di Stato di Giovanni  XXIII). Questo lavoro lo porto a collaborare ulteriormente con Pio XII.

Dopo la guerra, Montini cercò di salvaguardare il mondo cattolico dalla  diffusione delle idee marxiste in modo  meno aggressivo rispetto a molti altri delle stesse idee. Nelle elezioni amministrative appoggiò Alcide De Gasperi, politico che stimava. Il 29 novembre 1952, Pio XII suddivise le funzioni dei due pro-segretari di Stato e affidò a Montini gli affari ordinari. Il 1º novembre 1954, morì dopo Alfredo Ildefonso Schuster. Pio XII  nominò Montini arcivescovo di Milano. Questo provocò diverse discussioni sulle motivazioni del papa al riguardo  che, però, non sono ancora state del tutto chiarite.

Montini divenne vescovo  il 12 dicembre e il 6 gennaio 1955 prese possesso dell’arcidiocesi, sapendo risollevare le precarie sorti della Chiesa lombarda nonostante i problemi economici della ricostruzione, l’immigrazione dal sud, il diffondersi dell’ateismo e del marxismo. Nei primi mesi del suo episcopato, Montini mostrò grande interesse per le condizioni dei lavoratori e contattò personalmente unioni e associazioni e tenne conferenze e relazioni sul tema.

A Milano disse più volte di considerarsi un liberale, chiedendo ai cattolici di non amare  solo chi condivideva la loro fede, ma anche gli scismatici, i protestanti, gli anglicani, gli indifferenti, i musulmani, i pagani, gli atei ecc., iniziando lui stesso ad avere rapporti con un gruppo di chierici anglicani in visita alla cattedrale milanese e con Geoffrey Francis Fisher, arcivescovo di Canterbury.

Fece in modo che  le riforme liturgiche volute da Pio XII fossero portate a compimento anche a livello locale utilizzando anche grandi manifesti affissi per le vie di Milano e provincia che annunciavano la cosiddetta ‘Grande missione di Milano’. Organizzò incontri per predicare in 302 sedi: chiese, fabbriche, case, cortili, scuole, uffici, caserme, ospedali, alberghi… Arrivò a La Scala, la Borsa, il Rotary e il Circolo della Stampa. Tra le sue parole ci furono: ‘Se solo noi potessimo dire Padre Nostro sapendo cosa significhi, noi capiremmo dunque la fede cristiana’.

A ottobre del 1957, Pio XII convocò a Roma Montini perché questi gli riferisse di tale sua nuova attività. in quella occasione presentò al pontefice il Secondo Congresso Mondiale per l’Apostolato Laico. Dopo la morte di Pio XII, venne eletto Giovanni XXIII, il quale stimava da sempre Montini e lo nominò cardinale il 15 dicembre 1958. Angelo Giuseppe Roncalli, nuovo papa,  prima di essere pontefice, scherzando con i familiari, disse: ‘Ora resterebbe solo il papato, ma il prossimo papa sarà l’arcivescovo di Milano’. Alla vigilia del conclave che lo avrebbe eletto, Roncalli disse al suo segretario :‘Se ci fosse stato Montini, non avrei avuto una sola esitazione, il mio voto sarebbe stato per lui’. Così iniziarono i viaggi del futuro papa. Nel 1960, visitò  Brasile, Stati Uniti (come New York, Washington, Chicago, l’Università di Notre Dame in Indiana, Boston, Filadelfia e Baltimora).

Nel 1962 andò in Africa dove visitò il Ghana, il Sudan, il Kenya, il Congo, la Rhodesia, il Sudafrica e la Nigeria. Di ritorno da questa esperienza, Giovanni XXIII gli diede udienza privata pe avere un resoconto della situazione da lui vista personalmente. Durante il pontificato di Roncalli, Montini fu membro attivo della commissione preparatoria del Concilio Vaticano II, aperto con una solenne celebrazione l’11 ottobre 1962. Il Concilio però si interruppe il 3 giugno 1963 per la morte del papa. A questo punto, Montini era visto come possibile pontefice per via dei suoi stretti legami con i due papi precedenti e sue particolari abilità. 

A differenza di Giovanni XXIII, che era giunto al Vaticano all’età di 76 anni, nonostante si sentisse sempre fuori posto negli ambienti professionali della Curia romana del tempo, il sessantacinquenne Montini, conosceva bene i lavori interni all’amministrazione della curia, avendovi preso parte. Montini era visto come buon candidato anche perché non era considerato né di  sinistra  né di destra, ma non era neanche un riformatore radicale, a differenza di altri cardinali papabili. Era la persona più adatta a concludere il Concilio Vaticano II. Montini fu eletto papa al sesto ballottaggio del conclave, il 21 giugno, e scelse il nome di Paolo VI.

Quando il decano del Collegio dei Cardinali Eugène Tisserant gli chiese se accettasse o meno la sua elezione, Montini accettò dicendo ‘Accepto, in nomine Domini’ (“Accetto, in nome del Signore”). Nonostante il conclave avesse avuto delle problematiche tanto da smuovere il cardinale Testa che calmò i detrattori di Montini, tutto andò bene: la fumata bianca apparve alle 11:22, il cardinale Alfredo Ottaviani-  Protodiacono- annunciò l’elezione di Montini. Il nuovo papa apparve alla loggia centrale della Basilica di San Pietro, impartendo la tradizionale benedizione Urbi et Orbi.

L’incoronazione si svolse in piazza San Pietro la sera di domenica 30 giugno. Due giorni dopo la sua elezione, ricevette la visita di John Fitzgerald Kennedy, il primo presidente cattolico degli Stati Uniti, che stava effettuando un viaggio nelle capitali europee. Il colloquio nella biblioteca privata si svolse completamente in inglese. Paolo VI incontrò subito i sacerdoti della sua nuova diocesi e spiegò loro come a Milano egli avesse iniziato il dialogo con il mondo moderno e chiese loro di proseguire questa opera. Sei giorni dopo la sua elezione egli annunciò per questo scopo la riapertura del concilio, prevista già per il 29 settembre 1963.

In un messaggio radio al mondo, Paolo VI richiamò alcune delle virtù dei suoi predecessori: la forza di Pio XI, la saggezza e l’intelligenza di Pio XII e  l’amore di Giovanni XXIII. Tra gli obiettivi di Paolo VI per dialogare con il mondo vi furono: la riforma del diritto canonico, il miglioramento della pace sociale e della giustizia nel mondo. L’unità della cristianità fu uno dei suoi principali impegni come pontefice. Uomo mite e riservato, dotato colto e con una intensa vita spirituale, segui il percorso innovativo iniziato da Giovanni XXIII, concludendo il Concilio Vaticano II. Mentre la società  tendeva a separarsi dalla spiritualità instaurando un difficile rapporto Chiesa-mondo, Paolo VI indicò la fede e l’umanità come strade  per la solidarietà  e il bene comune.

A tal proposito, a soli venti giorni dall’elezione, diede avvio alla missione dell’Associazione Femminile Medico-Missionaria  a Chirundu, in Africa. Un anno prima si era recato personalmente sul posto per stabilire la costruzione di un ospedale missionario che, oggi, porta il suo nome. Continuò a tenere unita la chiesa, nonostante venisse ancora accusato dagli ultratradizionalisti di aperture eccessive, se non addirittura di modernismo. Gli ecclesiastici più vicini al socialismo, invece,  lo incolpavano  di immobilismo. Nel 1964, rinunciò all’uso della tiara papale, mettendola in vendita per aiutare i più bisognosi. Il cardinale Francis Joseph Spellman, arcivescovo di New York, la acquistò con una sottoscrizione che superò il milione di dollari, e da allora è conservata nella basilica dell’Immacolata Concezione di Washington.

Nel 1964, il papà andò per la prima volta  in Terra Santa. Per la prima volta un pontefice viaggiò in aereo e tornava nei luoghi della vita di Cristo. Durante il viaggio indossò la Croce pettorale di San Gregorio Magno, conservata nel Duomo di Monza. In occasione di questa visita Montini abbracciò il patriarca ortodosso di Costantinopoli Atenagora I, recatosi anch’egli in Palestina appositamente per questo incontro. Inoltre, Paolo VI decise di continuare il Concilio Vaticano II  e lo portò a compimento nel 1965. Lo guidò con grande capacità di mediazione, garantendo la solidità dottrinale cattolica e aprendolo  ai temi del Terzo mondo e della pace. Durante il Concilio Vaticano II, i padri conciliari e quanti seguirono le mosse del cardinale Augustin Bea, presidente del Segretariato per l’Unità dei Cristiani, ottennero il pieno supporto di Paolo VI.

Questo  nel tentativo di assicurare che il linguaggio del Concilio fosse amichevole e sensibile anche per  confessioni religiose cristiane non cattoliche (protestanti o gli ortodossi), che, seguendo l’esempio di papa Giovanni XXIII, invitò in rappresentanza a ogni sessione. Il cardinale Bea venne coinvolto anche  nel passaggio del Nostra aetate, che regolò le relazioni tra  Chiesa e religione ebraica. Con la riapertura del Concilio nella seconda sessione, il 29 settembre 1963, Paolo VI disse che una migliore comprensione della Chiesa cattolica,riforme della Chiesa, avanzamento nell’unità della cristianità e dialogo con il mondo erano le quattro priorità da considerare.

Il Papa ricordò ai padri conciliari l’enciclica di  Pio XII, Mystici Corporis Christi e chiese loro di spiegare con parole semplici come la Chiesa vedesse sé stessa. Ricordò che alcuni vescovi orientali non potevano partecipare agli incontri perché non avevano ottenuto il permesso dai loro stati di appartenenza. Domandò perdono alle altre chiese non cattoliche e chiese per le divisioni  createsi nei secoli a causa dei cattolici. Quando il Concilio discusse del ruolo dei vescovi nel papato, Paolo VI inviò una Nota Praevia confermando il primato del papato sui vescovi, ma alcuni dissero che fosse un’interferenza nei lavori del Concilio e vescovi americani fecero pressione per la libertà religiosa. Paolo VI ribadì queste condizioni per un perfetto ecumenismo. Il papa concluse la sessione il 21 novembre 1964, con il pronunciamento formale di Maria come Madre della Chiesa.

Secondo Paolo VI, ‘il più importante e rappresentativo dei proponimenti del Concilio’ era la chiamata universale alla santità, perché ‘tutti i fedeli in Cristo di qualsiasi rango o status’, erano ‘chiamati alla pienezza della vita cristiana ed alla perfezione della carità; con questo la santità può essere promossa nella società della terra’. Il 27 marzo 1965, Paolo VI, in presenza di mons. Angelo Dell’Acqua, lesse il contenuto di una busta sigillata, che in seguito rinviò all’Archivio del Sant’Uffizio con la decisione di non pubblicarne il contenuto.

Questa lettera conteneva il Terzo Segreto di Fatima.Il 14 settembre 1965, Paolo VI annunciò la convocazione del Sinodo dei vescovi, come istituzione permanente della chiesa e corpo consigliante del pontefice. Vennero tenuti subito diversi incontri come il Sinodo dei vescovi per l’evangelizzazione del mondo moderno, (1974). Tra la terza e la quarta sessione, il papa annunciò delle riforme imminenti nelle aree della curia romana, una revisione del diritto canonico, la regolamentazione dei matrimoni tra diverse fedi e il controllo delle nascite.

Aprì l’ultima sessione del concilio concelebrando con i vescovi provenienti dai paesi dove la Chiesa era  ancora perseguitata. Durante l’ultima fase del Concilio, Paolo VI annunciò anche l’apertura dei processi di canonizzazione di papa Pio XII e papa Giovanni XXIII. Il 7 dicembre 1965, nell’ambito del Concilio Vaticano II, venne letta la Dichiarazione comune cattolico-ortodossa che revocava le reciproche scomuniche tra le due confessioni, al fine di una riconciliare la Chiesa romana e quella ortodossa. Il concilio si chiuse l’8 dicembre 1965. A Concilio concluso, i contrasti socio politici coinvolsero anche la chiesa fino a sfociare nell’esasperazione delle ideologie nel sessantotto.

Il papà disse: ‘Aspettavamo la primavera, ed è venuta la tempesta’. Nel 1966, Paolo VI abolì, dopo quattro secoli, l’indice dei libri proibiti. Nel 1967, annunciò l’istituzione della Giornata mondiale della pace, che si celebrò la prima volta il 1º gennaio 1968. Trattò il tema del celibato  sacerdotale nell’enciclica Sacerdotalis Caelibatus del 24 giugno 1967. Paolo VI  rivoluzionò le elezioni papali e stabilì che a 80 anni i cardinali perdessero il diritto di voto nei conclavi.

Nell’Ecclesiae Sanctae, il suo motu proprio del 6 agosto 1966, invitò tutti i vescovi a considerare la possibilità del pensionamento dopo il compimento del settantacinquesimo anno di età. Invitò a fare altrettanto anche tutti i cardinali della Chiesa cattolica il 21 novembre 1970. Negli anni successivi rinnovò l’intera curia, riducendo la burocrazia. Nel 1968, col motu proprio Pontificalis Domus, abolì molte delle vecchie funzioni della nobiltà romana alla corte papale, con l’eccezione dei ruoli dei principi assistenti al Soglio pontificio.  Abolì anche la Guardia Palatina e la Guardia nobile.

La Guardia Svizzera restò l’unico corpo militare in Vaticano. Papa Montini dichiarò di non aver mai sentito così pesanti gli oneri del suo alto ufficio come per la causa anti contraccezione. Se la parte laica avesse vinto, si sarebbe impedito  alla vita coniugale la finalità della procreazione. Questa e altre  questioni di tale importanza vennero trattate nella Humanae Vitae del 25 luglio 1968,che fu la sua ultima enciclica. Essa creò un dibattito che divise il mondo  cattolico diviso tra  chi si avvicinava al laicismo e i tradizionalisti. Nonostante si dicesse che la Chiesa non potesse giudicare certi argomenti, il papa cercò di approfondire  in tutti i modi la cosa per

arrivare alle conclusioni. La commissione di studio convocata dal papa si divise: una parte  accettò la ‘pillola cattolica’ (come venne soprannominata), l’altra disse che l’utilizzo degli anticoncezionali violava la legge morale perché, utilizzandoli, la coppia scindeva la dimensione unitiva da quella procreativa. Papa Montini appoggiò questo gruppo,nonostante le critiche, e  riconfermando quanto aveva scritto papa Pio XI nell’enciclica Casti Connubii. Paolo VI. si occupò anche di alcune riforme della liturgia e nella costituzione conciliare Sacrosanctum, Concilium.

Il Concilio Vaticano II aveva chiesto al Papa di rivedere le norme e i testi liturgici del rito romano. Fra le revisioni effettuate dal papa  vi furono quelle apportate ai riti dell’ordinazione di un diacono, un sacerdote e un vescovo del 18 giugno 1968, al Calendario romano generale, apportata il 14 febbraio 1969 e quelle del 15 maggio dello stesso anno circa il  battesimo dei bambini. Il 27 novembre 1970, appena atterrato all’aeroporto di Manila, capitale delle Filippine, il pontefice fu vittima di un attentato da parte del pittore boliviano Benjamín Mendoza y Amor Flores.

Egli si scagliò contro Paolo VI brandendo un kriss e riuscì a ferirlo al costato ma, subito dopo, fu bloccato dal pronto intervento del segretario personale Pasquale Macchi. La maglietta insanguinata indossata dal papa è conservata in un reliquiario realizzato dalla scuola di arte sacra Beato Angelico di Milano ed è stata esposta durante la cerimonia della sua beatificazione. Il 4 ottobre 1970, Paolo VI proclamò dottore della Chiesa santa Caterina da Siena, prima donna nella storia della Chiesa a ricevere questo titolo. Il 16 settembre del 1972, il pontefice fece una breve visita pastorale a Venezia ed  incontrò l’allora patriarca Albino Luciani. Insieme celebrarono la messa.

Come testimoniano parecchie fotografie, al termine della funzione Montini si tolse la stola papale, la mostrò alla folla e, davanti alla piazza, la mise sulle spalle di Luciani, che rimase imbarazzato. Il 24 dicembre 1974 Paolo VI inaugurò l’Anno santo del 1975, dedicato al Rinnovamento e Riconciliazione. La cerimonia di apertura della porta santa fu l’ultima a prevedere l’abbattimento fisico del muro di chiusura, simbolicamente praticato dal pontefice mediante un piccone. Nel corso della manovra, dall’architrave si staccarono pesanti calcinacci, che caddero a poca distanza dal papa così, già nella cerimonia di chiusura, venne eliminato il rito della suggellatura con cazzuola, calce e mattoni.

Paolo VI chiuse  a chiave i due battenti. Dal Giubileo straordinario del 1983, la demolizione del muro venne praticata prima dell’apertura dei battenti. Alla chiusura dell’Anno santo, papa Montini continuò a mostrarsi umile e a favorire l’unità dei cristiani baciando i piedi del capo della delegazione del patriarcato di Costantinopoli.

Paolo VI rimosse la maggior parte degli ornamenti che contraddistinguevano i fasti del papato. Nel 1975, semplificò e modificò sostanzialmente il protocollo dell’incoronazione papale. Il suo successore, Giovanni Paolo I, la abolì lasciando solo la messa di inizio pontificato. Montini fu l’ultimo papa a essere incoronato di fronte ai fedeli.

Il 29 dicembre 1975, la Congregazione per la dottrina della fede, con il documento della Persona Humana, dichiarava contrarie all’etica della fede l’omosessualità e altre pratiche sessuali. Tale atto suscitò la protesta dello scrittore Roger Peyrefitte, cristiano ma apertamente omosessuale che si vendicò dichiarando al settimanale Tempo che il papa fosse ipocrita in  quanto persone nobili il cui nome rimaneva segreto, affermavano che Paolo VI, quando era ancora arcivescovo di Milano, avrebbe avuto una relazione omosessuale con un giovane attore cinematografico.

Durante l’Angelus della Domenica delle Palme, Paolo VI smentì pubblicamente tali affermazioni definendole” cose calunniose e orribili che sono state dette sulla Nostra santa persona”. In tutto il mondo furono organizzate veglie di preghiera per il papà, ma la situazione si gonfiò. Ulteriormente. Il 17 settembre 1977, Paolo VI si recò nella città di Pescara in occasione del Congresso Eucaristico Nazionale. Fu una delle sue ultime visite fuori dal territorio romano, ma rimase impressa perché proprio poco prima che la messa cominciasse, la pioggia battente fu sostituita da un cielo limpido e dall’arcobaleno. Questo fu preso come un segno molto particolare. Durante il sequestro Moro il papa implorò personalmente e pubblicamente, con una lettera diffusa su tutti i quotidiani nazionali il 21 aprile, la liberazione ‘senza condizioni’ dello statista e caro amico Aldo Moro, rapito  delle Brigate Rosse.

A nulla valsero le sue parole e il pontefice, suo malgrado, fu costretto a partecipare al funerale dal suo amico. Nonostante le critiche, Montini,provato dall’evento, recitò un’omelia ritenuta da alcuni una delle migliori della Chiesa moderna. Infatti, nonostante esprimesse un profondo rammarico, la predica del papa mostrava un grande atto di affidamento al Signore. Tra la primavera e l’estate del 1978, la salute del papa peggiorò progressivamente. Paolo VI si spense alle 21:40 del 6 agosto 1978, nella residenza di Castel Gandolfo, a causa di un edema polmonare. Aveva 80 anni, ma lasciò un testamento scritto il 30 giugno 1965, con due successive lievi aggiunte. Esso fu reso noto cinque giorni dopo la morte. In esso egli il raccontò sé stesso e ringraziò per la vita al servizio della chiesa e di Dio. Un ultimo pensiero fu lasciato anche per i poveri, i giovani e i cercatori di giustizia, unendo  sincerità e di amore.

«Fisso lo sguardo verso il mistero della morte, e di ciò che la segue, nel lume di Cristo, che solo la rischiara. […] Ora che la giornata tramonta, e tutto finisce e si scioglie di questa stupenda e drammatica scena temporale e terrena, come ancora ringraziare Te, o Signore, dopo quello della vita naturale, del dono, anche superiore, della fede e della grazia, in cui alla fine unicamente si rifugia il mio essere superstite? […] E sento che la Chiesa mi circonda: o santa Chiesa, una e cattolica ed apostolica, ricevi col mio benedicente saluto il mio supremo atto d’amore […] ai Cattolici fedeli e militanti, ai giovani, ai sofferenti, ai poveri, ai cercatori della verità e della giustizia, a tutti la benedizione del Papa, che muore».

Così finì il pontificato di un grande uomo che, pur appoggiando il rinnovamento della chiesa, continuava a battersi per la ‘tutela della fede’ e la ‘difesa della vita umana’. Montini si dimostrò umile anche nelle richieste circa il funerale e la sepoltura: «[…] i funerali: siano pii e semplici […] La tomba: amerei che fosse nella vera terra, con umile segno, che indichi il luogo e inviti a cristiana pietà. Niente monumento per me.» La salma, rivestita senza sfarzo, fu esposta per tre giorni all’omaggio dei fedeli dinnanzi al baldacchino di San Pietro, come da indicazioni testamentarie.

La salma di Montini, ricomposta causa decomposizione causata da vari eventi tra cui la calura estiva, riposa in una bara semplicissima,che fu deposta a terra sul sagrato. Sopra di essa venne posto un Vangelo aperto. Terminata la cerimonia, la cassa, inserita in altre due casse di zinco e legno, fu tumulata nelle Grotte Vaticane. Montini ottenne varie onorificenze italiane e straniere quali la medaglia d’argento al merito della Croce Rossa Italiana «Per l’opera di soccorso svolta durante la seconda guerra mondiale». Ricevette riconoscimenti accademici quali la laurea honoris causa in Giurisprudenza dall’Università di Notre Dame, South Bend in  Indiana (Stati Uniti d’America).

Papa Leone XIV invita alla conversione nello Spirito Santo

“Lo Spirito creatore, che nel canto abbiamo invocato (Veni creator Spiritus), è lo Spirito disceso su Gesù, il protagonista silenzioso della sua missione: ‘Lo Spirito del Signore è sopra di me’. Domandando che visiti le nostre menti, moltiplichi i linguaggi, accenda i sensi, infonda l’amore, rafforzi i corpi, doni la pace ci siamo aperti al Regno di Dio. E’ questa la conversione secondo il Vangelo: volgerci al Regno ormai vicino”: presiedendo in piazza san Pietro la veglia di Pentecoste, nel Giubileo dei movimenti, delle associazioni e delle nuove comunità, papa Leone XIV ha ricordato l’unità dei primi discepoli illuminati dallo Spirito.

Con la Pentecoste tutto è trasformato: “In Gesù vediamo e da Gesù ascoltiamo che tutto si trasforma, perché Dio regna, perché Dio è vicino. In questa vigilia di Pentecoste siamo profondamente coinvolti dalla prossimità di Dio, dal suo Spirito che unisce le nostre storie a quella di Gesù. Siamo coinvolti, cioè, nelle cose nuove che Dio fa, perché la sua volontà di vita si realizzi e prevalga sulle volontà di morte”.

E si ‘scopre’ la missione di Gesù: “Sentiamo qui il profumo del Crisma con cui è stata segnata anche la nostra fronte. Il Battesimo e la Confermazione, cari fratelli e sorelle, ci hanno uniti alla missione trasformatrice di Gesù, al Regno di Dio. Come l’amore ci rende familiare il profumo di una persona cara, così riconosciamo stasera l’uno nell’altro il profumo di Cristo. E’ un mistero che ci stupisce e ci fa pensare”.

Davanti a 100.000 persone che hanno rinnovato la professione di fede, il papa ha chiesto l’unità nella Chiesa: “A Pentecoste Maria, gli Apostoli, le discepole e i discepoli che erano con loro furono investiti da uno Spirito di unità, che radicava per sempre nell’unico Signore Gesù Cristo le loro diversità. Non molte missioni, ma un’unica missione. Non introversi e litigiosi, ma estroversi e luminosi. Questa piazza san Pietro, che è come un abbraccio aperto e accogliente, esprime magnificamente la comunione della Chiesa, sperimentata da ognuno di voi nelle diverse esperienze associative e comunitarie, molte delle quali rappresentano frutti del Concilio Vaticano II”.

Per questo il pensiero è ritornato a quel giorno dell’elezione papale con un richiamo al valore sinodale: “La sera della mia elezione, guardando con commozione il popolo di Dio qui raccolto, ho ricordato la parola ‘sinodalità’, che esprime felicemente il modo in cui lo Spirito modella la Chiesa. In questa parola risuona il syn (il con) che costituisce il segreto della vita di Dio. Dio non è solitudine. Dio è ‘con’ in sé stesso (Padre, Figlio e Spirito Santo) ed è Dio con noi. Allo stesso tempo, sinodalità ci ricorda la strada (odós) perché dove c’è lo Spirito c’è movimento, c’è cammino. Siamo un popolo in cammino”.

E’ lo Spirito Santo che permette alla Chiesa di essere accanto all’umanità, richiamando l’enciclica ‘Laudato sì’: “Questa coscienza non ci allontana ma ci immerge nell’umanità, come il lievito nella pasta, che la fa tutta fermentare. L’anno di grazia del Signore, di cui è espressione il Giubileo, ha in sé questo fermento. In un mondo lacerato e senza pace lo Spirito Santo ci educa infatti a camminare insieme. La terra riposerà, la giustizia si affermerà, i poveri gioiranno, la pace tornerà se non ci muoveremo più come predatori, ma come pellegrini. Non più ognuno per sé, ma armonizzando i nostri passi ai passi altrui. Non consumando il mondo con voracità, ma coltivandolo e custodendolo, come ci insegna l’enciclica Laudato sì”.

E’ questa la ragione per cui Dio ha creato il mondo: “Carissimi, Dio ha creato il mondo perché noi fossimo insieme. ‘Sinodalità’ è il nome ecclesiale di questa consapevolezza. E’ la via che domanda a ciascuno di riconoscere il proprio debito e il proprio tesoro, sentendosi parte di un intero, fuori dal quale tutto appassisce, anche il più originale dei carismi. Vedete: tutta la creazione esiste solo nella modalità dell’essere insieme, talvolta pericoloso, ma pur sempre un essere insieme”.

Infatti è possibile cambiare il mondo se si cambia il cuore: “E ciò che noi chiamiamo “storia” prende forma solo nella modalità del riunirsi, del vivere insieme, spesso pieno di dissidi, ma pur sempre un vivere insieme. Il contrario è mortale, ma purtroppo è sotto i nostri occhi, ogni giorno. Siano allora le vostre aggregazioni e comunità delle palestre di fraternità e di partecipazione, non solo in quanto luoghi di incontro, ma in quanto luoghi di spiritualità. Lo Spirito di Gesù cambia il mondo, perché cambia i cuori”.

In questo modo si ‘creano’ gioia e speranza: “Ispira infatti quella dimensione contemplativa della vita che sconfessa l’autoaffermazione, la mormorazione, lo spirito di contesa, il dominio delle coscienze e delle risorse. Il Signore è lo Spirito e dove c’è lo Spirito del Signore c’è libertà. L’autentica spiritualità impegna perciò allo sviluppo umano integrale, attualizzando fra noi la parola di Gesù. Dove questo avviene, c’è gioia. Gioia e speranza”.

L’evangelizzazione può avvenire attraverso le beatitudini: “L’evangelizzazione, cari fratelli e sorelle, non è una conquista umana del mondo, ma l’infinita grazia che si diffonde da vite cambiate dal Regno di Dio. E’ la via delle Beatitudini, una strada che percorriamo insieme, tesi fra il ‘già’ ed il ‘non ancora’, affamati e assetati di giustizia, poveri di spirito, misericordiosi, miti, puri di cuore, operatori di pace. Per seguire Gesù su questa via da Lui scelta non occorrono sostenitori potenti, compromessi mondani, strategie emozionali”.

Infine ha ricordato che essa è opera di Dio, chiedendo di rimanere fedeli alle chiese in essi si trovano: “L’evangelizzazione è opera di Dio e, se talvolta passa attraverso le nostre persone, è per i legami che rende possibili. Siate dunque legati profondamente a ciascuna delle Chiese particolari e delle comunità parrocchiali dove alimentate e spendete i vostri carismi. Attorno ai vostri vescovi e in sinergia con tutte le altre membra del Corpo di Cristo agiremo, allora, in armoniosa sintonia. Le sfide che l’umanità ha di fronte saranno meno spaventose, il futuro sarà meno buio, il discernimento meno difficile. Se insieme obbediremo allo Spirito Santo!”

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone XIV ai movimenti: l’apostolato è incoraggiato dal Concilio Vaticano II

Mattina intensa di lavoro per papa Leone XIV che ha ricevuto i partecipanti ai capitoli generali della Società delle Missioni Africane, del Terz’Ordine di san Francesco e dei formatori dei Servi del Paraclito, indicando l’impegno della conversione, l’entusiasmo della missione ed il calore della misericordia come le ‘dimensioni luminose’ della Chiesa: “Preghiamo dunque prima di tutto il Signore per i vostri Istituti e per tutte le persone consacrate, perché ‘avendo di mira unicamente e sopra ogni cosa Dio, uniscano la contemplazione, con cui aderiscono a Dio con la mente e col cuore, e l’ardore apostolico, con cui si sforzano di collaborare all’opera della redenzione’. Voi qui rappresentate tre realtà carismatiche nate in momenti diversi della storia della Chiesa, in risposta ad esigenze contingenti di varia natura, ma unite e complementari nella bellezza armonica del Corpo mistico di Cristo”.

Ed ha passato in rassegna la ‘vita’ dei tre Ordini: “La fondazione più antica, tra quelle qui presenti, è quella del Terzo Ordine Regolare di San Francesco, i cui inizi risalgono allo stesso Santo di Assisi, salva poi l’elevazione a Ordine avvenuta in seguito ad opera di Papa Niccolò V. I temi che affrontate nel 113° Capitolo Generale (vita comune, formazione e vocazioni) riguardano un po’ tutta la grande Famiglia di Dio. E’ però importante che, come dice il titolo che avete dato ai vostri lavori, voi li affrontiate alla luce del vostro carisma ‘penitenziale’. Questo infatti ci ricorda che, secondo le parole stesse di San Francesco, solo attraverso un costante cammino di conversione possiamo offrire ai fratelli ‘le fragranti parole del Signore nostro Gesù Cristo’, come scriveva nella Prima lettera ai fedeli”.

Poi agli aderenti alla Società delle Missioni Africane ha sottolineato la bellezza della missione: “Di datazione più recente è la Società delle Missioni Africane, fondata l’8 dicembre 1856 dal Venerabile Vescovo Melchior de Marion Brésillac, segno di quella missionarietà che è al cuore stesso della vita della Chiesa. La storia del vostro Istituto, cari fratelli, ben testimonia questa verità: la fedeltà alla missione, infatti, facendovi superare nel tempo mille difficoltà interne ed esterne alle vostre comunità, vi ha permesso di crescere, traendo anzi dalle avversità occasione e ispirazione per partire verso nuovi orizzonti apostolici in Africa e poi in altre parti del mondo”.

Ed ha ricordato l’esortazione del loro fondatore: “E’ bellissima, in proposito, l’esortazione lasciatavi dal Fondatore a mantenervi fedeli, nell’annuncio, alla semplicità della predicazione apostolica e, al tempo stesso, sempre pronti ad abbracciare la ‘follia della Croce’: semplici e tranquilli, anche di fronte alle incomprensioni e alle derisioni del mondo. Liberi da qualsiasi condizionamento perché ‘ripieni’ di Cristo, e capaci di portare i fratelli all’incontro con Lui perché animati da un’unica aspirazione: annunciare a tutto il mondo il suo Vangelo. Che grande segno per tutta la Chiesa e per tutto il mondo!”

Infine agli aderenti dell’associazione ‘Servi del Paraclito’ ha sottolineato il compito affidato dal fondatore per la ‘cura’ dei sacerdoti in difficoltà: “Anche la vostra presenza ci ricorda una cosa importante: e cioè che tutti noi, pur chiamati ad essere per i fratelli e le sorelle ministri di Cristo, medico delle anime, siamo prima di tutto a nostra volta malati bisognosi di guarigione”.

Infine ecco le dimensioni a cui le associazioni sono chiamate: “Carissimi, grazie per la vostra visita, che oggi in questa sala ci mostra la Chiesa in tre dimensioni luminose della sua bellezza: l’impegno della conversione, l’entusiasmo della missione e il calore della misericordia. Grazie per il tanto lavoro che fate, in tutto il mondo. Vi benedico e prego per voi, in questa novena della Pentecoste, perché possiate essere sempre più strumenti docili dello Spirito Santo secondo i progetti di Dio”.

Mentre ai moderatori, responsabili internazionali e delegati delle aggregazioni ecclesiali il papa ha sottolineato che queste realtà ‘hanno un ruolo fondamentale per l’evangelizzazione’, esortandoli a ‘collaborare’ con il papa: “Perciò desidero anzitutto ringraziarvi per il servizio di guida e di animazione che svolgete. Sostenere e incoraggiare i fratelli nel cammino cristiano comporta responsabilità, impegno, spesso anche difficoltà e incomprensioni, ma è un compito indispensabile e di grande valore. La Chiesa vi è grata per tutto il bene che fate”.

Ha quindi ricordato la loro importanza per la Chiesa: “Le realtà aggregative a cui appartenete sono molto diverse tra loro, per natura e per storia, e tutte sono importanti per la Chiesa. Alcune sono nate per condividere uno scopo apostolico, caritativo, di culto, o per sostenere la testimonianza cristiana in ambienti sociali specifici. Altre, invece, hanno preso origine da una ispirazione carismatica, un carisma iniziale che ha dato vita a un movimento, a una nuova forma di spiritualità e di evangelizzazione”.

Tale ‘apostolato’ è stato sollecitato dal Concilio Vaticano II: “L’apostolato associato dei fedeli è stato vivamente incoraggiato dal Concilio Vaticano II, in particolare con il Decreto sull’apostolato dei laici, dove, tra l’altro, si afferma che esso ‘è di grande importanza anche perché sia nelle comunità ecclesiali, sia nei vari ambienti, spesso richiede di essere esercitato con azione comune. Infatti le associazioni erette per un’attività apostolica in comune sono di sostegno ai propri membri e li formano all’apostolato, ordinano e guidano la loro azione apostolica, così che possono sperarsi frutti molto più abbondanti che non se i singoli operassero separatamente’…

Dunque, tutto nella Chiesa si comprende in riferimento alla grazia: l’istituzione esiste perché sia sempre offerta la grazia, i carismi sono suscitati perché questa grazia sia accolta e porti frutto. Senza i carismi, c’è il rischio che la grazia di Cristo, offerta in abbondanza, non trovi il terreno buono per riceverla! Ecco perché Dio suscita i carismi, perché questi risveglino nei cuori il desiderio dell’incontro con Cristo, la sete della vita divina che Lui ci offre, in una parola, la grazia!”

E’ stato un invito ad essere ‘lievito’ nell’unità, come scriveva san Paolino di Nola a sant’Agostino: “Tutti voi fate continuamente l’esperienza della comunione spirituale che vi lega. È la comunione che lo Spirito Santo crea nella Chiesa. E’ un’unità che ha il suo fondamento in Cristo: Lui ci attrae, ci attrae a sé e così ci unisce anche fra noi…

Questa unità, che voi vivete nei gruppi e nelle comunità, estendetela ovunque: nella comunione con i Pastori della Chiesa, nella vicinanza con le altre realtà ecclesiali, facendovi prossimi alle persone che incontrate, in modo che i vostri carismi rimangano sempre a servizio dell’unità della Chiesa e siano essi stessi ‘lievito di unità, di comunione e di fraternità’ nel mondo così lacerato dalla discordia e dalla violenza”.

Eppoi ha sottolineato l’importanza della missione: “La missione ha segnato la mia esperienza pastorale e ha plasmato la mia vita spirituale. Anche voi avete sperimentato questo cammino. Dall’incontro con il Signore, dalla nuova vita che ha invaso il vostro cuore, è nato il desiderio di farlo conoscere ad altri. Ed avete coinvolto tante persone, dedicato molto tempo, entusiasmo, energie per far conoscere il Vangelo nei posti più lontani, negli ambienti più difficili, sopportando difficoltà e fallimenti. Tenete sempre vivo tra voi questo slancio missionario: i movimenti anche oggi hanno un ruolo fondamentale per l’evangelizzazione”.

Ed ha invitato ad essere evangelizzatori: “Tra voi ci sono persone generose, ben formate, con esperienza “sul campo”. Si tratta di un patrimonio da far fruttificare, rimanendo in ascolto della realtà odierna con le sue nuove sfide. Mettete i vostri talenti a servizio della missione, sia nei luoghi di prima evangelizzazione sia nelle parrocchie e nelle strutture ecclesiali locali, per raggiungere tanti che sono lontani e, a volte senza saperlo, attendono la Parola di vita”.

Quindi il carisma deve attrarre a Cristo: “Tenete sempre al centro il Signore Gesù! Questo è l’essenziale, e i carismi stessi servono a questo. Il carisma è funzionale all’incontro con Cristo, alla crescita e alla maturazione umana e spirituale delle persone, all’edificazione della Chiesa. In questo senso, tutti siamo chiamati a imitare Cristo, che spogliò sé stesso per arricchire noi. Così, chiunque persegue con altri una finalità apostolica o chiunque è portatore di un carisma è chiamato ad arricchire gli altri, spogliandosi di sé. E questo è fonte di libertà e di grande gioia”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone XIV ai nuovi sacerdoti: Dio è sempre vicino al popolo di Dio

“Oggi è un giorno di grande gioia per la Chiesa e per ognuno di voi, ordinandi presbiteri, insieme a familiari, amici e compagni di cammino negli anni della formazione. Come il Rito dell’Ordinazione evidenzia in più passaggi, è fondamentale il rapporto fra ciò che oggi celebriamo e il popolo di Dio. La profondità, l’ampiezza e persino la durata della gioia divina che ora condividiamo è direttamente proporzionale ai legami che esistono e cresceranno tra voi ordinandi e il popolo da cui provenite, di cui rimanete parte e a cui siete inviati”: questa mattina nella basilica di san Pietro papa Leone XIV ha conferito l’ordinazione presbiterale a 11 diaconi, 7 dei quali provenienti dal Pontificio Seminario Romano Maggiore, e 4 dal Collegio Diocesano Redemptoris Mater.

Nella festa della Visitazione della Beata Vergine Maria il papa ha ribadito il bisogno di consapevolezza di essere ‘popolo di Dio’: “Il Concilio Vaticano II ha reso più viva questa consapevolezza, quasi anticipando un tempo in cui le appartenenze si sarebbero fatte più deboli e il senso di Dio più rarefatto. Voi siete testimonianza del fatto che Dio non si è stancato di radunare i suoi figli, pur diversi, e di costituirli in una dinamica unità”.

Un popolo a cui Dio è sempre ‘vicino’: “Non si tratta di un’azione impetuosa, ma di quella brezza leggera che ridiede speranza al profeta Elia nell’ora dello scoraggiamento. Non è rumorosa la gioia di Dio, ma realmente cambia la storia e ci avvicina gli uni agli altri. Ne è icona il mistero della Visitazione, che la Chiesa contempla nell’ultimo giorno di maggio. Dall’incontro fra la Vergine Maria e la cugina Elisabetta vediamo scaturire il Magnificat, il canto di un popolo visitato dalla grazia”.

Rivolgendosi agli ordinandi il papa ha invitato a non essere autoreferenziali: “Il Vangelo, infatti, è arrivato a noi attraverso legami che il mondo può logorare, ma non distruggere. Cari ordinandi, concepite allora voi stessi al modo di Gesù! Essere di Dio (servi di Dio, popolo di Dio) ci lega alla terra: non a un mondo ideale, ma a quello reale. Come Gesù, sono persone in carne e ossa quelle che il Padre mette sul vostro cammino. A loro consacrate voi stessi, senza separarvene, senza isolarvi, senza fare del dono ricevuto una sorta di privilegio. Papa Francesco ci ha messo tante volte in guardia da questo, perché l’autoreferenzialità spegne il fuoco dello spirito missionario”.

Ed ha ribadito che la Chiesa è per tutti: “La Chiesa è costitutivamente estroversa, come estroverse sono la vita, la passione, la morte e la risurrezione di Gesù. Voi farete vostre le sue parole in ogni Eucaristia: è «per voi e per tutti». Dio nessuno l’ha mai visto. Si è rivolto a noi, è uscito da sé. Il Figlio ne è diventato l’esegesi, il racconto vivo. E ci ha dato il potere di diventare figli di Dio. Non cercate, non cerchiamo altro potere!”

Ecco il significato dell’imposizione delle mani: “Il gesto dell’imposizione delle mani, con cui Gesù accoglieva i bambini e guariva i malati, rinnovi in voi la potenza liberatrice del suo ministero messianico. Negli Atti degli Apostoli quel gesto che tra poco ripeteremo è trasmissione dello Spirito creatore. Così, il Regno di Dio mette ora in comunione le vostre personali libertà, disposte a uscire da sé stesse, innestando le vostre intelligenze e le vostre giovani forze nella missione giubilare che Gesù ha trasmesso alla sua Chiesa”.

Riprendendo le parole delle letture della celebrazione eucaristica il papa ha sottolineato la necessità della trasparenza di vita: “Anche noi Vescovi, cari ordinandi, coinvolgendovi nella missione oggi vi facciamo spazio. E voi fate spazio ai fedeli e ad ogni creatura, cui il Risorto è vicino e in cui ama visitarci e stupirci. Il popolo di Dio è più numeroso di quello che vediamo. Non definiamone i confini…

Teniamo nel cuore e nella mente, ben scolpita, questa espressione! ‘Voi sapete come mi sono comportato’: la trasparenza della vita. Vite conosciute, vite leggibili, vite credibili! Stiamo dentro il popolo di Dio, per potergli stare davanti, con una testimonianza credibile. Insieme, allora, ricostruiremo la credibilità di una Chiesa ferita, inviata a un’umanità ferita, dentro una creazione ferita. Non siamo ancora perfetti, ma è necessario essere credibili”.

L’omelia è conclusa con l’invito ad essere ‘posseduti’ da Gesù: “E’ un possesso che libera e che ci abilita a non possedere nessuno. Liberare, non possedere. Siamo di Dio: non c’è ricchezza più grande da apprezzare e da partecipare. E’ l’unica ricchezza che, condivisa, si moltiplica. La vogliamo insieme portare nel mondo che Dio ha tanto amato da dare il suo unico Figlio.

Così, è piena di senso la vita donata da questi fratelli, che tra poco saranno ordinati presbiteri. Li ringraziamo e ringraziamo Dio che li ha chiamati a servizio di un popolo tutto sacerdotale. Insieme, infatti, noi uniamo cielo e terra. In Maria, Madre della Chiesa, brilla questo comune sacerdozio che innalza gli umili, lega le generazioni, ci fa chiamare beati. Lei, Madonna della Fiducia e Madre della Speranza, interceda per noi”.

Quindi degli undici sacerdoti, in sette si sono formati presso il Pontificio Seminario Romano Maggiore. Si tratta di Marco Petrolo, destinato alla parrocchia di Santa Maria Causa Nostrae Laetitiae; Enrico Maria Trusiani, che presterà servizio a Santa Maria Consolatrice; Federico Pelosio, che andrà a Santa Teresa di Calcutta; Giuseppe Terranova, destinato alla comunità dei Santi Fabiano e Venanzio; Francesco Melone, destinato a Santa Silvia; Andrea Alessi, che andrà alla Sacra Famiglia del Divino Amore; Hong Hieu Nguyen, impegnato nella parrocchia di Nostra Signora della Visitazione. Hanno invece studiato presso il Seminario Redemptoris Mater: Gabriele Di Menno Di Bucchianico, che andrà alla Gran Madre di Dio; Cody Gerard Merfalen, a San Raimondo Nonnato; Matteo Renzi, a Santa Maria Madre del Redentore a Tor Bella Monaca; Simone Troilo, a San Carlo da Sezze.

(Foto: Santa Sede)

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