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Luigino Bruni: il Giubileo è una ‘faccenda’ economica e sociale
“Il Giubileo biblico era soprattutto una faccenda economica e sociale. L’annuncio di un anno diverso, straordinario, quando si liberavano gli schiavi, si restituiva la terra ai proprietari originari, si rimettevano i debiti. La parola giubileo proviene dalla parola ebraica Jôbel, il suono del corno di montone con cui si aprivano alcune grandi feste. Ma forse vi è anche una eco di un’altra parola ebraica, jabal, che significava ‘restituire, mandar via’, che sottolinea le dimensioni sociali ed economiche. Il Giubileo era infatti un anno sabbatico al quadrato, che avveniva ogni sette anni sabbatici, quindi ogni 49 anni, arrotondati a 50”.
Con queste parole il prof. Luigino Bruni, docente di economia alla LUMSA di Roma e direttore scientifico di ‘The Economy of Francesco’ e presidente della Scuola di Economia civile, ha aperto l’incontro, nelle settimane scorse, sul giubileo ‘La speranza economica del Giubileo biblico tra passato e futuro’, svoltosi nelle scorse settimane nel complesso cistercense dell’Abbadia di Fiastra, nella diocesi di Macerata, invitato da don Rino Ramaccioni, in collaborazione con l’Azione Cattolica Italiana diocesana, il Sermirr di Recanati ed il Sermit di Tolentino, spiegando il significato di esso: “Per capire il Giubileo cristiano occorre dunque guardare al Giubileo biblico, e per comprendere questo occorre partire dall’anno sabbatico e quindi dallo shabbat, dal sabato. Il luogo della Scrittura fondamentale è il capitolo 25 del Levitico. Lì troviamo i tre pilastri del Giubileo: la terra, i debiti, gli schiavi. Nel Giubileo si dovevano compiere, con maggiore radicalità, i gesti di fraternità umana (debiti e schiavi) e cosmica (terra e piante) che si celebrano ogni sette anni nell’anno sabbatico. In quell’anno speciale la terra deve riposare”.
Anche Gesù si rapporta a tale concetto di giubileo: “Gesù aveva ben presente il Giubileo, come ci ricorda Luca, che ci mostra Gesù appena tornato a Nazareth che nella sinagoga legge il capitolo di Isaia relativo proprio all’anno giubilare: ‘Lo Spirito del Signore è sopra di me… e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista, per rimettere in libertà gli oppressi e predicare un anno di grazia del Signore’. Un ‘anno di grazia del Signore’, cioè un anno di liberazione: un anno giubilare. Gesù criticava uno shabbat che stava perdendo profezia per dirci che il Regno dei cieli è uno shabbat perenne, un settimo tempo che diventa tutto il tempo nuovo”.
Allora cosa è il giubileo biblico?
“Il giubileo è la profezia della bibbia di un anno diverso ogni sette anni, cioè sabbatico, ed ogni 50 anni un anno sabbatico al quadrato, in cui si liberavano gli schiavi, si rimettevano i debiti e si ridavano i terreni ai possessori originari. E’ un dispositivo anti idolatrico che c’è nella Bibbia per evitare che l’uomo diventi padrone della storia e delle persone. Quindi non lo abbiamo mai seguito e forse non si è mai fatto nella storia; però possiamo approfittare di questo anno giubilare per ricordarci che l’anno santo non riguarda le ‘colpe’ personali, ma è una faccenda economica, sociale e civile da vivere almeno una volta ogni 25 anni”.
Si può parlare di un ‘umanesimo’ giubilare?
“L’umanesimo biblico aveva tradotto questa dimensione di radicale gratuità del tempo e della terra con la grande legge del sabato e del giubileo, con la cultura del maggese, come si legge nel libro dell’Esodo. Non siamo noi i padroni del mondo. Lo abitiamo, ci ama, ci nutre e ci fa vivere, ma siamo suoi ospiti e pellegrini, abitanti e possessori di una terra tutta nostra e tutta straniera, dove ci sentiamo a casa e viandanti. La terra è sempre terra promessa, mèta di fronte a noi e mai raggiunta. E lo è anche la terra su cui abbiamo costruito la nostra casa, quella del nostro quartiere, quella dove cresce il grano del nostro campo”.
E’ un giubileo che comprende anche la natura?
“Alle radici della cultura biblica del maggese non c’è solo una tecnica saggia e sostenibile di coltivazione della terra. Nell’Esodo il maggese lo troviamo assieme al sabato e al giubileo, ed è quindi espressione di una legge più profonda e generale che riguarda la natura, il tempo, gli animali, le relazioni sociali, è profezia radicale di fraternità umana e cosmica. Puoi usare la terra sei giorni, non il settimo; puoi farti servire dal lavoro di altri uomini per sei giorni, non il settimo. Puoi e devi lavorare, ma non sempre, perché sempre lavoravamo quando eravamo schiavi in Egitto. L’animale domestico lavora sei giorni per te, ma il settimo non è per te. Il forestiero non è forestiero tutti i giorni, nel settimo è persona di casa con e come tutti. C’è una parte della tua terra e della tua ‘roba’ che non è tua, e che devi lasciare all’animale selvatico, allo straniero, al povero. Ciò che hai non è tutto e soltanto per te. Appartiene anche all’altro da te, che non è mai così ‘altro’ da uscire dall’orizzonte del ‘noi’. Tutti i veri beni sono beni comuni”.
Giubileo richiama anche il ‘settimo giorno’ cristiano?
“E’ vero; purtroppo ci siamo lasciati rubare il settimo giorno, lo abbiamo barattato con la cultura del week-end (dove i poveri sono ancora più poveri, gli animali ancora più soggiogati, gli stranieri ancora più stranieri). E la notte del settimo giorno sta inesorabilmente abbuiando gli altri sei. La terra non respira più, e a noi manca la sua aria. Abbiamo il dovere di ridonarle e ridonarci respiro, di ridonarlo ai nostri figli che hanno diritto a vivere in un mondo con un giorno diverso in più, a rifare l’esperienza del dono del tempo e della terra. Lo shabbat è allora caparra di un altro tempo, del ‘settimo tempo’ di Gioacchino da Fiore e dei francescani, di un tempo messianico quando tutto e tutti saremo solo e sempre shabbat”.
Quindi il giubileo è annuncio della liberazione degli schiavi?
“Il giubileo è questo, anche se poi nel mondo cattolico è diventata altra cosa. Mi auguro che questo tempo sia un momento propizio per ricordarci il significato di giubileo. Il giubileo non è una faccenda ‘privata’ di passare le porte e di confessarsi. Il giubileo è molto di più”.
Nella storia i francescani nel 1425, che è anche anno giubilare, crearono i Monti di Pietà ed i Monti frumentari: il giubileo è anche un momento comunitario?
“I Monti frumentari cercavano di arginare all’usura e stiamo riscoprendo in tutta Italia queste ‘banche’ del grano ed in questo giubileo è un occasione per riscoprire l’attenzione economica del giubileo. Senza questa dimensione di gratuità e di rispetto del mistero che siamo, alla vita manca quello spazio di libertà e generosità dove vive l’humus spirituale che fa maturare il ‘già’ nel ‘non-ancora’. E’ il luogo intimo e prezioso della generatività più feconda. E’ lì, nella terra libera perché non ‘messa a reddito’ per noi, dove ci raggiungono le grandi sorprese della vita che la cambiano per sempre, dove nasce la creatività vera”.
(Tratto da Aci Stampa)
Il volontariato crea competenze: occorre riconoscerle
“In un periodo storico segnato (e spesso sconvolto) da profondi cambiamenti sociali, economici, politici e culturali, nel nostro Paese il ruolo del volontariato si conferma essenziale non solo per rispondere a bisogni delle persone e delle comunità, sopperendo in molti casi alle lacune del nostro sistema di welfare, ma anche per generare nuovi legami sociali e attivare processi di cittadinanza attiva, contrastando in questo modo la diffusione, soprattutto tra i più giovani, di forme di solitudine, paura e diffidenza verso l’altro”.
Questo è l’inizio dell’indagine ‘NOI+. Valorizza te stesso, valorizzi il volontariato’ promossa da Forum Terzo Settore e Caritas Italiana, in collaborazione con il Dipartimento di Scienze della Formazione dell’Università di Roma Tre, che nasce dalla convinzione condivisa che non solo il volontariato ha il merito di contribuire in maniera consistente a indirizzare la nostra società verso maggiore inclusione, solidarietà e giustizia sociale, ma rappresenta anche un importante contesto formativo, capace di generare saperi, abilità e atteggiamenti che sono sempre più centrali per affrontare le sfide di oggi.
La ricerca ‘NOI+’ ha coinvolto circa 10.000 volontari in tutta Italia, in cui oltre il 50% dei rispondenti mette in campo, spesso o sempre nelle proprie attività di volontariato, le 11 tipologie di competenze trasversali (le cosiddette ‘soft skills’) indicate. Le competenze più agite sono quelle sociali (92,5%), che attengono all’empatia, alla capacità di comunicare in modo efficace e collaborare, seguite con l’86,9% dalla competenza di ‘apprendere ad apprendere’ (intesa come capacità di imparare e sviluppare pensiero critico durante tutte le fasi della vita) e dalle competenze personali (come la capacità di gestire le proprie emozioni e di affrontare i cambiamenti) all’85%.
Supera l’80% anche la competenza di cittadinanza, ovvero la capacità di agire da cittadini responsabili e partecipare pienamente alla vita civica e sociale. Di contro, le ‘soft skills’ meno agite sono quelle manageriali e di leadership con il 43,4% del campione che ha risposto di utilizzarle qualche volta o mai, la competenza imprenditoriale al 42% e le competenze legate alla gestione del cambiamento con il 39,3%. L’indagine ‘NOI+’ rileva un divario di genere: in 9 tipologie di competenze su 11 sono le donne a prevalere, con una differenza che supera i dieci punti percentuali nelle competenze interculturali (+12,4% rispetto agli uomini) e in materia di consapevolezza ed espressione culturali (+10,7%).
Fanno eccezione le competenze manageriali e di leadership e la competenza digitale. Per quanto riguarda la distribuzione per età, le competenze personali e sociali sono più presenti nei volontari tra i 18 e i 30 anni, mentre la capacità di apprendere è tipicamente associata ai 30-45enni. Le competenze di cittadinanza sono invece più riconosciute tra i 45-65enni.
In merito alle motivazioni che spingono i rispondenti a svolgere attività di volontariato emerge, oltre al contributo alla comunità (87,6%), altre motivazioni che includono l’arricchimento professionale (32,1%), la fede nella causa del gruppo (31,7%) e la volontà di rispondere ai bisogni urgenti della società (26,7%). Oltre la metà dei volontari (53,8%) ritiene che il proprio impegno abbia un forte impatto nel modificare la realtà, ad esempio rendendo migliori la cultura, gli stili relazionali, i modelli sociali ed anche l’organizzazione dei servizi. Inoltre, più del 75% afferma che fare volontariato ha cambiato profondamente il proprio modo di pensare, specialmente tra i giovani adulti.
Tra i giovani volontari con età fino a 30 anni, assumono valori molto maggiori la possibilità di esplorare i propri punti di forza e mettersi alla prova (+18,2%) e l’opportunità di arricchimento professionale (+17,4%), mentre è percepita con meno intensità l’urgenza di far fronte ai bisogni (-10,6%). I giovani volontari, inoltre, sono maggiormente convinti, rispetto alla media, che fare volontariato contribuisca a cambiare la realtà (+6,5%) e che il volontariato cambi il loro modo di pensare (+4,6%).
Don Marco Pagniello, direttore di Caritas Italiana, ha sottolineato che “le competenze dei volontari coniugate con le loro motivazioni sono la forza del volontariato stesso e una risorsa importante per tutta la società. I volontari non solo sono spesso capaci di operare bene, ma sono anche consapevoli di ciò che può far crescere la società in umanità e nella prospettiva del bene comune. Dare piena attuazione alle normative che promuovono lo sviluppo del servizio volontario va a beneficio di tutti, a cominciare dalle pubbliche istituzioni più vicine ai cittadini”.
Infatti dalla ricerca è emerso una chiara azione per sconfiggere l’individualismo: “Dalla ricerca emerge come i volontari siano animati dal desiderio di fare qualcosa per la propria comunità. Di fronte all’individualismo che ci circonda, un dato assai confortante. Essi, i volontari e le volontarie, sono anche consapevoli di dare con il loro impegno un contributo efficace al cambiamento in meglio della società nel suo complesso. Un cambiamento che parte dalla loro stessa crescita personale. Anche questo ci parla del volontariato (e dei volontari) come una delle risorse più preziose del nostro paese”.
Mentre Vanessa Pallucchi, portavoce del Forum Terzo Settore, ha specificato le competenze del volontario: “Queste competenze trasversali sono sempre più fondamentali nei luoghi di lavoro, nelle relazioni interpersonali e di comunità e per la costruzione di cittadinanza attiva. Il loro riconoscimento è al centro di una sfida per la crescita del capitale umano e sociale. Il Terzo settore è stato pioniere di questo percorso nell’ambito del Servizio civile universale ma è tempo di compiere ulteriori passi in avanti, seguendo la strada indicata anche dall’Unione europea.
Occorre dunque realizzare quanto già disposto dal Codice del Terzo Settore sul riconoscimento delle competenze dei volontari, dando seguito al decreto del 2024 sull’individuazione, validazione e certificazione delle competenze. L’obiettivo è un sistema strutturato, omogeneo su tutto il territorio nazionale, che valorizzi nel concreto quanto acquisito dai volontari nella loro esperienza, facendo leva sul ruolo chiave degli Enti di Terzo Settore. Questo rafforzerà la cultura del volontariato nel nostro Paese, soprattutto tra i più giovani, e favorirà l’apprendimento delle persone rispondendo ai loro bisogni di crescita personale e professionale”.
(Foto: Caritas)
Fondazione Kon e Rondine lanciano l’ ‘Impresa di Pace’: nel numero speciale di Forbes Italia il racconto delle 32 aziende che hanno raccolto la sfida
La pace passa anche attraverso le aziende? E’ possibile guidare un’impresa facendo del dialogo e dei valori un terreno fondante sul quale costruire un approccio diverso all’economia? Lo assicurano i protagonisti del mondo imprenditoriale italiano, che già fanno di questo approccio una scelta di vita e di affari.
La pace si costruisce anche attraverso l’impresa. Questa la sfida lanciata da Francesco Ferragina, presidente della Fondazione Kon e di KON Group SpA ambassador di Rondine che condividendo i fondamenti del suo Metodo per la trasformazione del conflitto ha raccolto esperienze di valore di 32 aziende di diversi settori e dimensioni che, con il loro operato, dimostrano come il dialogo e la collaborazione possano tradursi in una vera e propria strategia di crescita e impatto sociale: esempi concreti di imprese che hanno scelto di essere protagoniste di questa rivoluzione, condividendo le loro esperienze e best practice in un’ottica di crescita collettiva. Un racconto a più voci accolto dal numero speciale che Forbes Italia in uscita oggi 10 aprile ha dedicato a un tema inedito e rivoluzionario: l’Impresa di Pace.
Questo numero speciale di Forbes Italia “non si limita a presentare una teoria – come anticipa Alessandro Rossi, Direttore editoriale, Forbes Italia nel suo editoriale – ma sviluppa un concetto che prende forma attraverso quattro articoli distinti e complementari, che gettano luce su un’idea capace di trasformare profondamente il nostro modo di intendere l’impresa, il conflitto, il valore economico e un nuovo modo di pensare la pace in un’epoca di grandi cambiamenti.
Introduce il volume l’articolo di Francesco Ferragina, Presidente della Fondazione Kon che, insieme al Vice-Presidente e al Consigliere delegato della stessa, ha contribuito alla realizzazione di questo numero. La Fondazione nasce dal desiderio di donare l’esperienza e le competenze tecniche dei professionisti della KON S.p.A. a beneficio di organizzazioni del Terzo Settore, permettendo lo scambio tra servizi e saperi e, soprattutto, offrendo tempo e risorse per generare un cambiamento sociale concreto.
“L’impresa è una comunità che interagisce con il mondo esterno e, per questo, ha il potenziale di influenzare profondamente il tessuto sociale – afferma Ferragina nel suo intervento. – Se vogliamo costruire un futuro sostenibile, dobbiamo diffondere la consapevolezza che Impresa e Pace sono due concetti strettamente connessi”. Il ruolo dell’impresa di pace diventa dunque cruciale, integrando obiettivi economici con valori etici e sociali per generare un impatto positivo e duraturo nelle comunità in cui opera.
L’iniziativa parte da una consapevolezza chiara: l’impresa non è solo un motore economico, ma anche un laboratorio di relazioni umane, un luogo in cui si può generare fiducia, innovazione e coesione sociale. Questa l’idea alla base dell’intervento di Franco Vaccari, Fondatore e Presidente di Rondine, che da oltre trent’anni forma leader provenienti da contesti di guerra, ‘nemici’ tra loro, promuovendo il Metodo Rondine per la trasformazione creativa dei conflitti: un metodo fondato sull’ascolto e sulla valorizzazione delle differenze che viene così applicato anche all’ecosistema aziendale, trasformando le imprese in veri e propri ‘habitat della fiducia’, dove il conflitto da ostacolo diventa risorsa per il cambiamento e la crescita condivisa.
Nel suo intervento, Vaccari delinea il profilo dell’ ‘imprenditore di pace’: un leader consapevole che sceglie di costruire la propria azienda come spazio generativo di fiducia, trasformando la gestione delle relazioni e dei conflitti in una leva strategica per il successo: “La pace non è assenza di guerra, ma un processo attivo che si realizza attraverso azioni quotidiane – scrive Vaccari –. Le imprese hanno il potere di rendere la pace un’esperienza viva e tangibile, radicata nel tessuto sociale ed economico”.
Una visione sostanziata dal contributo di Stefano Zamagni, economista di riferimento per l’economia civile il quale evidenzia nell’impresa di pace la capacità di rispondere alle esigenze di un’economia che guarda al futuro in una prospettiva di sviluppo sostenibile e umano, in cui profitto e bene comune non solo non si escludono, ma si sostengono a vicenda.
L’ultimo contributo quello di don Bruno Bignami, direttore dell’Ufficio nazionale della Conferenza Episcopale Italiana per i problemi sociali e del lavoro, che affronta il tema della responsabilità della costruzione della pace e ricordando come l’enciclica Fratelli tutti, individui nell’attività degli imprenditori “una nobile vocazione orientata a produrre ricchezza e a migliorare il mondo per tutti” definisce la pace come “frutto della capacità di pensarsi comunità di destino”.
Un progetto che ha ricevuto anche la benedizione del cardinale segretario di Stato, Pietro Parolin, che pure in un momento così difficile per la salute del Santo Padre, ha trovato il tempo di ricevere il gruppo degli ideatori del progetto e dedicare un pensiero alle Imprese di Pace.
Il percorso tracciato da Rondine si inserisce perfettamente nell’alveo dell’Economy of Francesco, l’iniziativa lanciata da Papa Francesco per promuovere un modello economico più giusto e sostenibile. L’”imprenditore di pace” diventa così il protagonista di un cambiamento necessario, un catalizzatore di innovazione che unisce etica e profitto per costruire un mondo più equo.
La collaborazione tra Rondine e Kon Group ha già portato a iniziative concrete, come l’inserimento del Premio “Imprese di Pace” all’interno dei Sustainability Awards, evento annuale che si svolge presso Borsa Italiana e premia le aziende più virtuose nel campo della sostenibilità. Quest’anno, per la prima volta, verrà riconosciuto il ruolo di quelle imprese che fanno della pace un valore fondante del proprio operato, adottando strategie e modelli di governance ispirati alla cultura del dialogo e della responsabilità sociale.
L’invito lanciato da Fondazione Kon e Rondine è chiaro: esplorare e approfondire il concetto di Impresa di Pace, affinché sempre più aziende possano accogliere questa sfida epocale e adottare l’approccio rivoluzionario di Rondine per contribuire attivamente a un futuro di pace e prosperità per tutti.
Si desidera ringraziare tutte le imprese che hanno deciso di mettersi in gioco per avviare un cambiamento rilevante:
ABOCA Massimo Mercati
ALMA Carla Casini
AUTOMHA Franco Togni
BANCA INVESTIS Stefano Vecchi
BARACLIT Luca Bernardini
BRUNELLO CUCINELLI Brunello Cucinelli
COMERIO Riccardo Comerio
EPTA Marco Nocivelli
EUSIDER Maria Anghileri
Cartotecnica FAVINI srl Eugenio Eger
GILARDONI Marco Gilardoni
GRAZIANO RICAMI Graziano Giordani
GREENENERGY Angelo Bruscino
GUNA Alessandro Pizzoccaro
I.CO.P. Piero Petrucco
ITALCER Graziano Verdi
ITALPREZIOSI Ivana Ciabatti
LUNELLI FERRARI SPUMANTI Matteo Lunelli
MELY’S MAGLIERIA Marco Sanarelli
OPEN-ES Stefano Fasani
SAPIO Maurizio Colombo
SAVIOLA Alessandro Saviola
SBS Sandro Storti
SESA S.p.A. Paola Castellacci
SODAI Marzia Chiesa
STARHOTELS Elisabetta Fabri
TAMPIERI Davide Tampieri
TRANSITALIA Luigi D’Auria
URBANI TARTUFI Olga Urbani
VENTIVE Roberto Sfoglietta
VGV Fabrizio Vicari
YAMAMAY Barbara Cimmino
L’Aquila non dimentica le 309 vittime del sisma
Nei giorni scorsi, in occasione delle celebrazioni del XVI anniversario del sisma del 2009 nella chiesa di S. Maria del Suffragio de L’Aquila, è stata officiata una celebrazione eucaristica dall’arcivescovo metropolita dell’arcidiocesi, mons. Antonio D’Angelo in suffragio dei 309 ‘martiri’ del sisma del 2009 con una fiaccolata partita dalla Casa dello Studente, attraversando via XX Settembre per raggiungere il parco della Memoria, in cui i parenti delle vittime hanno deposto i fiori, 250 rose, una per ogni famiglia, sui nomi incisi nel memoriale, dove ha preso la parola Vincenzo Vittorini, esponente del comitato dei familiari delle vittime del terremoto:
“Penso che questa città debba essere a fianco di quei genitori che stanno combattendo da anni. Penso che dobbiamo essere tutti insieme con quei genitori per far togliere quell’ignominia di quel 100% di colpa per quei ragazzi che hanno perso la vita. Lo dobbiamo a questi ragazzi, a tutti i 309 morti, ma soprattutto a quei genitori che stanno combattendo una battaglia da anni e che devono avere al loro fianco non solo i cittadini ma tutte le istituzioni di un paese che altrimenti non si può definire civile”.
Nell’omelia mons. D’Angelo ha preso spunto dal Vangelo della quinta domenica quaresimale: “Questo invito al cambiamento non è limitato solo a comportamenti etici, ma restituisce alla donna una nuova prospettiva, la riabilita ad un’esistenza rinnovata, apre dinanzi a lei un nuovo orizzonte, apre alla via della speranza. Il profeta Isaia dice nella prima lettura ‘Ecco io, faccio una cosa nuova. Proprio ora germoglia non ve ne accorgete? Aprirò anche nel deserto una strada nuova, immetterò fiumi nella steppa. … per dissetare il mio popolo, il mio eletto’.
Qui ancora una volta ci viene testimoniato che dai luoghi di morte Dio fa germogliare una nuova vita, nel deserto disseta il “suo eletto”, noi siamo i suoi eletti, coloro che sono alimentati da quest’acqua di Speranza. La nostra vita, anche se segnata dall’aridità della sofferenza e del dolore, in Cristo ritrova un nuovo vigore, Lui riabilita il nostro cammino quando si arena”.
Proprio queste letture sono sprono per ‘guardare’ avanti: “Così, in questo giorno di memoria, che dopo 16 anni ci riporta alla ferita mortale subìta dalla nostra Comunità Aquilana, siamo chiamati a guardare in avanti. Il cammino fatto in questi anni è stato faticoso e a volte accidentato, non semplice, ora si sta aprendo nel nostro territorio un nuovo futuro, questo, frutto di un lavoro sinergico e costante che ha richiesto e richiede il contributo di tutti e di ciascuno, ognuno di noi è chiamato a fare la sua parte”.
E’ stato anche un invito alla ricostruzione della ‘bellezza’: “Nella speranza che nasce dalla fede è possibile guardare in avanti, mettendo in campo la sapienza e l’intelligenza che ha come mèta il bene della Comunità. Certamente siamo impegnati a ricostruire il patrimonio artistico e architettonico, ma soprattutto si è protagonisti nella ricostruzione dello spirito, anima della nostra persona.
La bellezza che troviamo nelle strutture e nella nostra tradizione culturale, ereditata dai nostri padri, è per noi ricchezza di umanità, un dono che ci è stato consegnato e dal quale ne cogliamo i valori più alti e profondi dell’uomo, ma rimane l’impegno di trasmetterlo ai nostri figli”.
Attraverso la vita può avvenire la rinascita: “La Pasqua significa passaggio, nella nostra comunità lo stiamo sperimentando, perché nella fede l’ultima parola non è della sofferenza e della morte ma della Vita. Il processo iniziato testimonia questa rinascita, ma va ulteriormente rafforzato soprattutto nella prospettiva di costruire una Comunità sempre più armonica e serena. Noi siamo irrigati dall’amore del Padre che genera sempre nuova vita e di fronte alla potenza della sua grazia ogni avversità tace, la Sua azione può far germogliare anche il deserto”.
Una rinascita che si completa nella Resurrezione: “Noi siamo toccati nella fede da questa sublimità di Vita, con Lui si apre un nuovo percorso esistenziale, sempre, anche se investiti dalla morte. Infatti per noi la morte non è una porta che si chiude ma una strada che si apre, perché la grazia della Resurrezione è una potenza vitale che abita la nostra persona e non conosce i confini del tempo, ma si affaccia nell’eternità… L’anelito del futuro, la capacità di non cedere, di non arrendersi è dono di Dio; quindi possiamo pensare e progettare il domani grazie all’opera del Signore presente nella storia”.
In questa rinascita tutti sono chiamati a portare il proprio contributo: “Siamo chiamati ad accogliere questo germe di vita, per tradurlo in opere, mettendo a disposizione i nostri talenti, per costruire un futuro migliore, in cui ogni singola persona possa essere valorizzata e tutta la comunità possa trovare un piena armonia e serenità. In questo progetto di rinascita nessuno è escluso, tutti siamo responsabili, ognuno è chiamato a dare il suo personale contributo. Se dentro di noi ascoltiamo e diamo spazio a questo anelito di Vita, sicuramente riusciremo a fare cose straordinarie”.
(Foto: Arcidiocesi L’Aquila)
Don Antonio Ruccia: Quaresima per vivere una Pasqua vivificante
“Sacrificare fa rima con appropriarsi. Sacrificarsi, al contrario, fa sempre rima con donarsi. Infatti, se Pasqua vuol dire passare, vuol dire soprattutto donare. Donare vuol dire amare gratuitamente senza aspettarsi il contraccambio. L’amore pagato è un amore strumentalizzato. L’amore è un servizio donato. Gesù corregge tutti. Lo fa con una mossa a sorpresa indicando che solo donandosi si può amare… La fede è un impegno da non limitare, un amore da non circoscrivere ma una vita da consumare perché ogni crocifisso non resti ancora un macabro spettacolo sotto gli occhi dell’umanità. Sacrificarsi per amare e riscattare e non per celebrare: questo è il messaggio del Crocifisso, questa è la Pasqua da realizzare”.
Quindi non basta credere per essere cristiani: “Non basta oltrepassare una porta per sentirsi liberi e dire di essere ‘cristiani in uscita’. Non basta percorrere una strada in salita per raggiungere l’obiettivo e sentirsi ‘giubilati’. Se c’è una strada da percorrere per vivere il giubileo dobbiamo stringerci la mano e passare dalla disperazione alla risurrezione senza lasciare nessuno durante il cammino.
Gli affamati, i migranti, le donne usate, gli ammalati e i bambini abbandonati ci chiedono di non essere commiserati, ma amati e riscattati. La quaresima non è tempo di disperazione. Non è orientata al Venerdì Santo, ma alla Pasqua di risurrezione. Per questo non è il tempo delle mortificazioni, ma è il tempo delle vivificazioni”.
Sollecitati da queste riflessioni scaturite dal libro ‘Via Crucis del Giubileo – Dalla disperazione alla Risurrezione’ scritto da suor Mimma Scalera, direttrice della ‘Cittadella Sanguis Christi’ di Trani, e da don Antonio Ruccia, parroco della chiesa di San Giovanni Battista a Bari e docente di teologia pastorale alla Pontificia Università Urbaniana e alla Facoltà teologica di Bari, per chiedere a quest’ultimo autore di narrare in quale modo è possibile vivere la Pasqua in questo anno giubilare:
“Il giubileo è l’occasione propizia che la Chiesa offre per poter ricominciare. Per farlo è necessario affidarsi al Signore e avere la certezza che il Signore non lascia nessuno per strada. I pellegrini della speranza, quelli che camminano sulla strada del mondo, non marciano nella speranza attendendo che cambi qualcosa, ma sono quelli che cambiano passo dopo passo la storia. Non l’affrontano con il passo di chi è stanco appena inizia, ma con la forza di chi crede che amare è sempre il contrario di snobbare”.
Perché la Quaresima è il tempo delle ‘vivificazioni’?
“Per immergersi nella Quaresima è necessario camminare. Ma non basta essere dei pellegrini. Bisogna diventare pellegrinanti. I ‘pellegrinanti della speranza’ sono quelli che, immergendosi nella vita quotidiana, intendono impegnarsi contro le ingiustizie del mondo. Non appartengono alla categoria degli elemosinieri, ma dei motivanti. Sono quelli che non hanno timore di affermare che ogni guerra è ingiusta e che lo sfruttamento delle risorse naturali è un peccato contro l’umanità.
Sono quelli che provano a convertirsi e a progettare una finanza etica e a non avere paura di essere impopolari ed emarginati a causa di quanto affermano. Sono queste vivificazioni che determinano le scalate del Calvario. In caso contrario si è solo spettatori o, peggio ancora, dei figuranti del massacro di Gerusalemme. Sono credenti che vogliano essere determinantie che hanno la certezza che è sempre possibile migliorare senza mai indietreggiare per camminare con Cristo che per noi ha dato tutto e che con noi intende continuare a cambiare l’umanità, partendo proprio da noi”.
Allora, per quale motivo la Quaresima non è il tempo della disperazione?
“I disperati non sono catalogabili con coloro che salgono al Calvario. Non appartengono né alla ‘confraternita dei cirenei’ né tanto meno a quella delle ‘Veroniche’. Non hanno il coraggio né di aiutare Gesù, né di metterci la faccia. La quaresima, invece, aggrega i ‘camminanti’, quelli che aspirano a cambiare e, per dirla grossa, a rivoluzionare la storia, come Gesù. Gli uomini e le donne che sperano rivoluzionano sé stessi e il mondo e non si rinchiudono nei lacrimatoi di una fede tetra ed insignificante. Gesù non muore da disperato, ma da amato. Tanto è vero che il centurione, sotto la croce, lo dichiara Figlio di Dio. Quelli che sperano non si fermano, ma camminano sempre nella certezza di essere sempre dei giubilanti”.
Come è possibile passare dalla disperazione alla resurrezione?
“La bacchetta magica la usano i maghi che fanno spettacolo. Quelli che camminano con il passo della speranza e che non si arrendono dinanzi agli ostacoli procedono insieme agli altri e al fianco del Cristo che porta la croce per noi. Tutto questo per affermare che non saranno mai i miracoli a cambiare la vita dei credenti, ma l’impegno costante della vita della comunità. E’ l’esperienza della comunità fatta da ragazzi, giovani ed adulti che permette di risorge. Un cammino che non si circoscrive ad una quaresima, né ad un anno giubilare. E’ il cammino di chi ogni giorno cerca e ricerca come concretizzare l’amore e soprattutto come investire nell’amore cominciando dai poveri”.
In questo tempo quaresimale quale significato acquista il verbo ‘azzerare’?
“Il termine ‘azzerare’ mette insieme sia il senso del giubileo, sia l’azione di Gesù che sulla croce ‘azzera’ i peccati dell’umanità. Cristo ci insegna che azzerare vuol dire non solo ricominciare, ma soprattutto ribaltare il male. Vuol dire coinvolgersi come cristiani contro i soprusi, le ingiustizie, le violenze, le mercificazioni, le guerre e le mancate attenzioni verso i meno fortunati. Vuol dire schierarsi con Cristo e dalla parte dei ‘Cristi viventi’. Gesù chiede a tutti che si sforni amore. Un amore pari a quello di una mamma quando mette al mondo suo figlio poiché il suo grido di dolore diventa grido di amore. Questo vuol dire azzerare per rialzarsi da tante situazioni in cui si è caduti. Solo rialzandosi si ricomincia a vivere e Cristo continua ad insegnarcelo quotidianamente”.
(Tratto da Aci Stampa)
Un Decreto per la trasparenza delle offerte nelle messe
“L’Eucaristia, sebbene costituisca la pienezza della vita sacramentale, non è un premio per i perfetti ma un generoso rimedio e un alimento per i deboli. Queste convinzioni hanno anche conseguenze pastorali che siamo chiamati a considerare con prudenza e audacia. Di frequente ci comportiamo come controllori della grazia e non come facilitatori. Ma la Chiesa non è una dogana, è la casa paterna dove c’è posto per ciascuno con la sua vita faticosa”: nell’esortazione apostolica ‘Evangelii Gaudium’ papa Francesco scriveva che la Chiesa è una casa; partendo da questa sollecitazione il Dicastero per il Clero ha emanato un decreto sull’amministrazione dei sacramenti.
Quindi il papa ha firmato tale decreto che a 34 anni dalla disciplina in materia indicata dal ‘Mos iugiter’ sottolinea come si ‘gestiscono’ le offerte per le messe: “Coscienti di questa grazia, i fedeli per mezzo dell’offerta vogliono unirsi più strettamente al Sacrificio Eucaristico aggiungendovi un sacrificio proprio e collaborando alle necessità della Chiesa e, in particolare, contribuendo al mantenimento dei suoi sacri ministri.
In questo modo i fedeli si uniscono più intimamente a Cristo che offre sé stesso e sono, in un certo senso, ancor più profondamente inseriti nella comunione con Lui. Quest’uso non solo è approvato dalla Chiesa, ma da essa è anche promosso”.
Il decreto traccia una linea storica iniziata dalle lettere di san Paolo: “L’apostolo Paolo scrive che quanti servono l’altare hanno anche diritto di vivere dell’altare. Le norme raccolte nei primi secoli informano circa doni offerti volontariamente nella celebrazione dell’Eucaristia. Di essi una parte era destinata ai poveri, una parte alla mensa episcopalis e a coloro ai quali il Vescovo offriva ospitalità, una parte al culto e una parte ai chierici celebranti o assistenti, secondo un criterio di distribuzione prestabilito”.
Tali offerte erano considerate elemosine e non ‘prezzo’: “Quanti facevano offerte erano, in tal modo, coinvolti in maniera speciale nel Sacrificio Eucaristico. I doni offerti durante l’Eucaristia, e successivamente anche al di fuori, erano considerati come una ricompensa a un benefattore, come un dono in occasione del servizio (occasione servitii) compiuto dal sacerdote, come un’elemosina e mai come ‘prezzo di vendita’ per qualcosa di santo; ciò infatti diventerebbe un atto simoniaco”.
Era una consuetudine: “La consuetudine secolare e la disciplina della Chiesa insiste perché a ciascuna singola offerta corrisponda la distinta applicazione, da parte del sacerdote, di una Messa da lui celebrata. La dottrina cattolica, inoltre, manifestata anche dal sensus fidelium, insegna il beneficio spirituale e l’utilità, nell’economia della grazia, per le persone e i fini per i quali il sacerdote applica le Messe che celebra, nonché, in questa stessa prospettiva, il valore dell’applicazione reiterata per le stesse persone o finalità”.
Una consuetudine con regole precise: “Quanto poi all’applicazione in rapporto alla quale è stata ricevuta, nel senso suesposto, un’offerta, è stato più volte espresso il divieto di applicare una sola Messa per più intenzioni, per le quali sono state accettate rispettivamente più offerte. Tale prassi, come anche la mancata applicazione di una Messa in rapporto all’offerta accettata, sono state giudicate contrarie alla giustizia, come viene ripetutamente espresso nei documenti ecclesiastici”.
Il decreto sottolinea soprattutto la differenza tra messa per un’intenzione o semplice ricordo nel corso di una celebrazione della Parola di Dio od in alcuni momenti della celebrazione eucaristica, e anche dalla messa per una intenzione o per una intenzione collettiva.
Comunque i donatori devono essere informati se le messe sono fatte celebrare ‘in missione’ per aiutare una comunità, in quanto le offerte hanno lo scopo di aiutare chi ne ha bisogno. Ma la cosa da evitare soprattutto è il rischio del ‘commercio sacro’ per cui anche per la celebrazione dei Sacramenti non ci devono essere ‘tariffe’ per evitare che ‘i più bisognosi siano privati dell’aiuto dei sacramenti a motivo della povertà’.
Don Matteo Cella: dalla pandemia si esce uniti
Nei giorni scorsi a Caravaggio i vescovi delle diocesi lombarde hanno condiviso una proposta per ricordare le vittime della pandemia di coronavirus esplosa 5 anni fa, che in questa regione manifestò gli effetti più drammatici: “Troppo profonde sono le ferite, troppo diffuse sono le lacrime che la pandemia del Covid ha lasciato nelle nostre terre, troppo deprimenti sono le memorie… A cinque anni dalla fase più acuta della pandemia, continuiamo a pregare e a invitare a pregare per i morti e per le famiglie e le persone ferite dalla morte in quei mesi. Preghiamo e invitiamo a pregare perché tutti possiamo trovare buone ragioni per superare la sofferenza senza dimenticare la lezione di quella tragedia: la solidarietà necessaria, la vigilanza attenta, la speranza invincibile che nasce della fede nel Risorto”.
Infatti tra il 21 e il 25 febbraio 2020 diventa evidente l’esistenza del focolaio di Alzano-Nembro e da queste giornate drammatiche, a distanza di anni, don Matteo Cella, che è stato sacerdote dell’oratorio di Nembro dal 2011 al 2022, e Claudio Cancelli, che è stato sindaco di quel comune dal 2012 al 2022, hanno scritto ‘Carovane. La tempesta del Covid ed il futuro di una comunità’, dedicato alla comunità di Nembro: i protagonisti dei racconti dei due autori sono le donne e gli uomini di questa comunità che, nel periodo più buio della sua storia durante la pandemia, si sono attivati in modo generoso e corale, facendosi carico sia dei bisogni concreti e materiali sia di quelli di vicinanza e di cura delle persone nelle loro più intime emozioni:
“Ciò ha permesso di attraversare la tempesta senza perdere la traccia e il senso della nostra esistenza di fronte al dramma che si stava vivendo. E così è stato possibile legare l’eredità delle vite di chi ci ha lasciato con il progetto del nostro futuro comune: di generazione in generazione… Ciò che è avvenuto non deve andare perduto: va narrato e diventare tema di riflessione.
Perché è stata possibile questa risposta? Come si può affrontare il lutto e come riuscire ad essere buoni eredi? Come conciliare la memoria del nostro passato con i nostri progetti futuri? Sapremo essere migliori o tutto ritornerà come prima? Ciò che di ‘buono’ abbiamo scoperto in questa drammatica esperienza saremo in grado di renderlo vivo ogni giorno e non solo nel tempo pandemico? Sono solo alcune delle domande a cui viene cercata una provvisoria risposta”.
Il libro è composto di due parti, ognuna suddivisa in sette capitoli. La prima parte ha per titolo ‘I Racconti’ ed è una narrazione a due voci di ciò che la comunità ha provato e vissuto, dai due punti di vista del sindaco e del sacerdote. I protagonisti dei racconti sono le persone che hanno segnato l’esperienza di quei mesi. La seconda parte ha per titolo ‘Le trame’ ed è una riflessione comune orientata al futuro sul significato e il valore della risposta della comunità nella tempesta. Nasce da un dialogo tra il laico e il religioso, tra il sindaco e il sacerdote, che riscoprono intrecci e sensibilità oltre i ruoli e finiscono per unire le loro voci in una condivisione di esperienze e valori profondi che trasforma entrambi.
A don Matteo Cella chiediamo di spiegarci il titolo: “Il titolo ‘Carovane’ fa immaginare un gruppo unito, diversificato al suo interno ma coeso, cha affronta una tempesta, una prova difficile. Solo insieme agli altri, riconoscendo il cammino di chi precede e di chi segue, si può sopravvivere. ‘Il futuro è segnato dalla presenza di un Altro che ci sta di fronte, ci interroga, ci offre delle possibilità e ci arricchisce rispondendo alle nostre attese’, scriviamo nell’ultimo capitolo del libro. La convinzione che l’esperienza del Covid a Nembro ci ha consegnato è che si può uscire dell’emergenza e immaginare un futuro buono solo insieme e uniti.
C’è una domanda che non possiamo tacere: dopo la pandemia siamo diversi, migliori di come eravamo prima? Se le persone hanno intuito il valore della cura e del rispetto per la vita e l’hanno fatto diventare una scelta convinta allora possiamo rispondere di si. Per molti non sarà così: ecco perché abbiamo deciso di scrivere questo libro, per non sprecare l’occasione di cambiamento. Tanta fatica, tanto dolore non possono essere passati invano”.
Quanto è importante una comunità per affrontare la tempesta?
“Il termine comunità spesso è usato senza un grande significato, sembra una parola desueta oppure vaga. Le persone sembrano preferire considerarsi come individui a sé stanti. Invece la pandemia ci ha insegnato che non può essere così: che noi viviamo insieme ad altri e che condizioniamo le esistenze delle altre persone. Possiamo farlo negativamente oppure possiamo diventare risorsa gli uni per gli altri. L’esperienza di Nembro è stata quella di una vera comunità nella quale ognuno si è chiesto come poter contribuire al bene comune. E le ‘istituzioni’ hanno giocato il ruolo di coordinamento per le tante risorse che si sono attivate. E’ stata un’esperienza virtuosa che il giornalista Mario Calabresi nella prefazione a Carovane definisce con queste parole: Una comunità è più della somma delle sue parti”.
Come ha ‘reagito’ Nembro davanti alla ‘tempesta’ del Covid?
“Nelle settimane più dure della pandemia del 2020, dopo un iniziale stato di confusione collettiva dovuto anche alla mancanza di risposte chiare da parte delle istituzioni, la comunità ha cercato di reagire, ha dato il meglio di sé. Si è attivata una rete di volontari che hanno garantito tutto ciò che mancava: assistenza alle persone sole, un centralino telefonico per fornire ogni tipo di informazione, sostegno ai ragazzi a casa senza la scuola, aiuto ai malati o alle persone fragili non più raggiunte dai servizi sanitari. Anche i più giovani hanno deciso di fare la loro parte: tramite l’oratorio si sono resi protagonisti di gesti di altruismo e di servizio come la trasmissione della liturgia tramite i social, la ripulitura del cimitero, la diffusione delle informazioni e la distribuzione di materiali utili casa per casa, lo spazio compiti da remoto e molto altro ancora”.
In quale modo è possibile una rielaborazione del ricordo?
“Oggi a distanza di quattro anni il rischio è di dimenticare il dramma del Covid oppure di relegarlo alla dimensione del ricordo spiacevole. Invece quell’esperienza va rielaborata. Cosa abbiamo capito di noi e degli altri in quella circostanza? Che cosa ci ha tenuti uniti? Che cosa è mancato? Sono tutti interrogativi che devono trovare una risposta. Il covid ha sollevato molte questioni fondamentali che vanno chiarite per poter decidere che tipo di società vogliamo costruire per il domani: sanità, istruzione, cittadinanza attiva devono avere un ruolo centrale nel dibattito pubblico. Il libro che abbiamo scritto è l’invito a riflettere su come allenare il senso di una comune appartenenza per non farci trovare impreparati di fronte alle prossime sfide”.
Come trasformare la memoria in conoscenza ‘utile’?
“Alcune tra le persone che sono morte a causa del Covid erano pilastri della comunità. Senza di loro chi guiderà il volontariato o farà alcuni servizi? La domanda non è utilitarista: il tempo della crisi può diventare l’occasione di un rilancio. Capire la preziosità di chi è mancato può spronare ad assumere in maniera creativa quei ruoli: una memoria attiva che rigenera il tessuto sociale e consegna ai giovani uno spazio inedito di protagonismo”.
I proventi del libro sono stati destinati ad un’associazione giovanile: come hanno reagito i giovani di fronte alla pandemia?
“Dopo la pandemia a Nembro sono nate o si sono rafforzate molte iniziative promosse dai più giovani. L’associazione ‘Migliori di Così’ a cui sono destinati i proventi della vendita del libro è una di queste: un gruppo di ragazzi e ragazze che ha dato vita a un festival culturale estivo per riflettere sulla rinascita ovvero su come generare futuro. Chi si è sentito utile per la collettività ha preso coraggio e si è fatto avanti: questo dinamismo è prezioso, va alimentato”.
La pandemia ha fatto sperimentare la solitudine e la paura: cosa è necessario per una comunità, che vuole ‘rinnovarsi’?
“E’ fondamentale non solo ricordare ma anche rielaborare, far diventare quella che è stata un’esperienza per tanti aspetti traumatizzante, per altri molto nobile per tutto quel che di bene si è speso, far diventare questa esperienza una vera e propria sapienza. C’è bisogno di fare memoria, che sappia portare a razionalità le grandi sfide, anche le grandi risorse messe in atto. C’è bisogno di capire quali sono i processi che hanno reso una comunità unita, capace di aiutare gli altri, capace di generare iniziative, di attrarre energie anche in un momento in cui tutti erano intimoriti e avevano la preoccupazione di capire che cosa fosse giusto, opportuno e possibile”.
(Tratto da Aci Stampa)
A Soul successo di pubblico
Per cinque giorni, dal 19 al 23 marzo, il festival di spiritualità, Soul’ ha registrato il tutto esaurito agli oltre 60 appuntamenti diffusi in città sul tema ‘Fiducia, la trama del noi’ con 90 protagonisti d’eccezione fra cui David Grossman, Luigi Lo Cascio, Massimo Recalcati, Rav Roberto Della Rocca, José Tolentino de Mendonça, Elena Beccalli, David Quammen, Pierangelo Sequeri, Lino Guanciale, Maurizio Ferraris, Marta Cartabia e molti altri. Riscontro sorprendente anche per SOUL Young, la rassegna ideata e curata da giovani under 30.
Cinque giorni di festival diffuso, più di 60 appuntamenti e 90 protagonisti fra scrittori, teologi, filosofi, giornalisti, scienziati, musicisti e intellettuali chiamati a riflettere e a confrontarsi sul tema ‘Fiducia, la trama del noi’: con oltre 10.000 partecipanti, la seconda edizione di SOUL Festival di Spiritualità Milano, promosso da Università Cattolica del Sacro Cuore e Arcidiocesi di Milano con il patrocinio del Comune di Milano, ha confermato anche quest’anno un ampio successo di pubblico, con una partecipazione di grande qualità, interesse e attenzione attraverso i diversi momenti del palinsesto ideato dal comitato curatoriale composto da Luca Bressan, Armando Buonaiuto, Valeria Cantoni Mamiani e Aurelio Mottola.
Un invito a concedersi una pausa di riflessione, ispirazione e profondità dal ritmo frenetico di Milano, che tantissime persone hanno accolto scegliendo di prendere parte dal 19 al 23 marzo a lezioni, dialoghi, spettacoli, concerti, performance, laboratori esperienziali, segnando il tutto esaurito. Un’occasione unica di sosta e ascolto per esplorare le molteplici sfaccettature della fiducia, intesa anche come pratica concreta, fatta di gesti, ascolto e presenza, da coltivare con consapevolezza, spirito critico e apertura al cambiamento. A sorprendere, in questa direzione, è stata inoltre la forte adesione a SOUL Young, rassegna ideata e curata da giovani under 30, che ha affrontato il tema della fiducia anche con un linguaggio inedito come quello della stand up comedy: 380 i partecipanti nella sola giornata di sabato.
Un ringraziamento particolare va a tutti i Partner che hanno reso possibile SOUL Festival di Spiritualità Milano: ai Main Partner Intesa Sanpaolo e Humanitas University, ai Partner Edison e CFMT – Centro di Formazione Management del Terziario. A Fondazione Cariplo e Fondazione Rocca per il loro contributo, Rai Cultura e Avvenire per la media partnership, Fondazione Amplifon e Comieco.
Grazie in modo particolare al Comune di Milano che, oltre ad aver concesso il patrocinio all’iniziativa, ha sostenuto il festival con un’ampia campagna di comunicazione in tutta la città e a tutti i partner culturali e i luoghi che hanno ospitato il palinsesto: Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, Memoriale della Shoah di Milano, Philo – Pratiche Filosofiche, Piccolo Teatro di Milano, Triennale Milano, Accademia di Brera, Frigoriferi Milanesi, Teatro Franco Parenti e Carcere di San Vittore, Basilica di San Nazaro in Brolo, Basilica di San Simpliciano, Castello Sforzesco, Duomo di Milano, Museo Diocesano di Milano, Refettorio Ambrosiano, Sagrestia di Santa Maria delle Grazie e altri.
Tanti i momenti di grande intensità del festival, a partire dall’evento inaugurale con la partecipazione straordinaria di David Grossman nell’Aula Magna dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, che ha riflettuto sulla bontà come scelta consapevole e atto di resistenza in un mondo segnato dalla diffidenza e dai conflitti: “Si dice che quando ami qualcuno, lo incontri a metà strada, ognuno fa la sua metà, ma non è così. Entrambi devono percorrere tutto il cammino, altrimenti l’amore non è abbastanza sincero”, ha dichiarato Grossman, sottolineando la difficoltà di costruire il dialogo quando si è ‘nati nemici’ e come la vera trasformazione richieda uno sforzo attivo, un’apertura al cambiamento capace di spezzare l’armatura dell’odio. Per proseguire, la stessa sera, con la lettura scenica, accompagnata da sonorizzazioni dal vivo di G.U.P. Alcaro, del capolavoro La strada di Cormac McCarthy a cura di Luigi Lo Cascio, capace con la sua interpretazione di dare corpo alla struggente narrazione di un padre e un figlio in un mondo ridotto in cenere, dove la sopravvivenza è una prova continua.
A condividere un messaggio di fiducia in relazione all’Europa è stata anche Roberta Metsola, Presidente del Parlamento europeo, con uno speciale videosaluto in cui ha sottolineato l’importanza deòò’iniziativa: “Il SOUL Festival di Spiritualità è un’opportunità per riscoprire ciò che ci unisce. Il tema di quest’anno tocca un aspetto essenziale della nostra convivenza, la fiducia, che è il fondamento delle nostre relazioni, della coesione sociale e della costruzione del futuro.
Senza fiducia non c’è comunità, non c’è progresso, non c’è pace. Nel mio discorso di insediamento per il secondo mandato da Presidente del Parlamento europeo ho sottolineato proprio l’importanza di custodire e costruire l’Europa sulla base di un legame di fiducia tra istituzioni e cittadini, tra popoli e nazioni, tra passato e futuro. Credere nella promessa dell’Europa significa credere nella sua capacità di unire, di dare speranza e di garantire dignità per tutti.
E’ con questo spirito che desidero esprimere il mio profondo apprezzamento per questo evento, che offre alla città di Milano un’occasione preziosa per intrecciare esperienze, visioni e prospettive diverse valorizzando il dialogo come strumento di crescita e comprensione reciproca. Il vostro lavoro e il vostro impegno sono più che mai necessari in un tempo in cui l’umanità ha bisogno di riscoprire il valore del noi. Buon festival a tutti”.
“Anche quest’anno SOUL Festival si è confermato un luogo di incontro tra pensiero critico e spiritualità, dando voce a tanti temi diversi, dalla letteratura alla scienza, dall’economia alla filosofia, fino alle tradizioni religiose e spirituali, nell’intento di individuare nuove vie per affrontare il presente e immaginare il futuro.
La qualità della partecipazione è stata sorprendente e commovente: un pubblico molto attento, concentrato nell’ascolto, ha conferito al festival un profondo senso di comunità e condivisione, che rappresenta l’essenza della nostra manifestazione. Ringraziamo tutti i partecipanti per aver contribuito a costruire la ‘trama del noi’ con la loro presenza e passione”, afferma il comitato curatoriale del festival, Luca Bressan, Armando Buonaiuto, Valeria Cantoni Mamiani e Aurelio Mottola.
Tra i numerosi ospiti della seconda edizione: Eraldo Affinati, Rav Alfonso Arbib, Teresa Bartolomei, Elena Beccalli, Miguel Benasayag, Alessandro Bergonzoni, Massimo Cacciari, Marta Cartabia, Aldo Cazzullo, Maia Cornacchia, Mario Delpini, Ambrogio Fasoli, Maurizio Ferraris, Ilaria Gaspari, Gilles Gressani, Gian Maria Gros-Pietro, Lino Guanciale, Nicola Lagioia, Matteo Lancini, Andrea Loreni, Alberto Mantovani, Mauro Magatti, Michela Matteoli, Daniele Mencarelli, Paolo Nori, Carlo Ossola, Nando Pagnoncelli, Massimiliano Panarari, Silvano Petrosino, David Quammen, Rav Roberto Della Rocca, Massimo Recalcati, Pierangelo Sequeri, Antonio Spadaro, José Tolentino de Mendonça, Maryanne Wolf, e altri ancora.
La sorprendente risposta del pubblico (gremiti tutti gli incontri del palinsesto) testimonia come SOUL Festival accolga e risponda a un’esigenza profonda di spiritualità e di ricerca interiore, offrendo spazi autentici di ascolto e dialogo intorno al tema della fiducia: nei legami, nelle parole, nel futuro. Fra questi il grande interesse per il ciclo dedicato ai ‘Maestri di fiducia’ nella Sagrestia di Santa Maria delle Grazie ha portato alla luce, in particolare, il desiderio di trovare nuove guide e riflessioni comuni, mentre l’intensa e la sentita partecipazione alle cene monastiche al Refettorio Ambrosiano ha espresso la necessità diffusa di rallentare per ritrovare un senso nei gesti più piccoli, aprendosi alla comunità, nella relazione con l’altro.
A Trapani per non dimenticare chi è stato ucciso dalla mafia
“Il 21 marzo rappresenta un giorno solenne di ricordo e di impegno civile per affermare valori essenziali per la salute della nostra comunità. L’impegno quotidiano per la pratica della legalità, la lotta contro tutte le mafie, contro le consorterie criminali che generano violenza e oppressione, contro zone grigie di complicità che ne favoriscono affari e diffusione, vede operare tutti i cittadini che desiderano vivere in una società coesa e rispettosa dei diritti di tutti”: così è iniziato il messaggio del presidente della Repubblica Italiana, Sergio Mattarella, alle 50.000 persone a Trapani per partecipare alla XXX Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie.
Nel messaggio il presidente della Repubblica italiana ha evidenziato il dovere del ricordo per le ‘vittime innocenti’ uccise dalla mafia: “Ogni ambito è stato colpito da questo flagello: servitori della Repubblica, donne e uomini che si battevano per migliorare la società, imprenditori e cittadini che hanno respinto il ricatto del crimine, persone semplici finite sotto il tiro degli assassini.
I loro nomi sono parte della nostra memoria collettiva, ed è nei loro confronti che si rinnova, anzitutto, l’impegno a combattere le mafie, a partire dalle Istituzioni ai luoghi della vita quotidiana, superando rassegnazione e indifferenza, alleate dei violenti e sopraffattori. La mafia può essere vinta. Dipende da noi: tanti luminosi esempi ce lo confermano”.
E terminando la giornata don Luigi Ciotti ha parlato di immigrazione, ringraziando le Ong perché “salvano vite umane e non si può punire chi salva una vita… Vi sembra possibile che le ong che salvano le vite umane nei nostri mari vengano punite? Quanti soldi spesi dall’Europa per finanziare fili spinati, muri, persino i cani da fiuto per inseguire i migranti ai confini”, senza dimenticare ciò che avvenne a Ventotene, ‘dove è nata la nostra Europa, l’Europa della democrazia’, con uno sguardo ai giovani che ‘vanno a cercare un lavoro fuori dall’Italia, dobbiamo far qualcosa, vi prego, per farli restare per far diventare l’Italia un Paese per giovani’. Eppoi ha ringraziato il presidente della Repubblica Italiana, Sergio Mattarella, ‘il nostro faro, il nostro punto fermo’.
Parole chiare rivolte a favore dei giovani: “Questo non è un mondo per giovani. A parole affidiamo loro le nostre speranze per il futuro, ma nei fatti togliamo risorse all’istruzione, alla ricerca, all’università, togliamo garanzie di lavoro, che spesso è precario, neghiamo loro il diritto all’abitare. Non bastano investimenti occasionali, chiediamo alla politica il più grande investimento della storia per i giovani”.
Parole chiare anche sulla vicenda Almasri: “Come è possibile tenere in carcere per mesi le vittime dei trafficanti accusandole di favorire l’immigrazione clandestina e invece rimandare in Libia con un volo di Stato un criminale torturatore indagato dalla Corte penale internazionale?”.
Non ha potuto sottolineare il valore democratico della libertà di stampa: “l’importanza di un’informazione libera e indipendente, che va difesa dalle leggi bavaglio” con un ringraziamento ai giornalisti che raccontano la mafia e ricordati quelli che sono morti per accendere i riflettori su storie scomode di illegalità, corruzione, criminalità organizzata, quelli italiani come Ilaria Alpi e Peppino Impastato e quelli stranieri come Anna Politkovskaja e Daphne Caruana Galizia.
In chiusura, l’appello per la pace in Ucraina: “Se c’è un oppressore, è giusto che quel popolo venga difeso. Ma per tre anni abbiamo lasciato che perdessero la vita migliaia di persone, adesso vogliamo che vinca la forza della diplomazia”.
E Nino Morava Agostino, nipote di Nino Agostino e Ida Castelluccio, ha sottolineato l’importanza di non perdere la memoria: “Dall’età adolescenziale, ogni 21 marzo mi interrogavo insieme ad altri ‘familiari di seconda generazione’, che come me hanno vissuto un lutto ancor prima di nascere. Ci chiedevamo come portare il peso di storie che non sono propriamente nostre, ma che abbiamo vissuto indirettamente attraverso il dolore dei nostri genitori, zii e nonni. Ancora oggi me lo chiedo, non so esattamente cosa fare, come farlo, come mantenere viva l’incredibile lotta trentennale dei miei nonni, come mantenere viva e attiva la memoria dei miei zii”.
Ed ha chiesto giustizia per chi è stato ucciso dai mafiosi: “E’ un peso troppo grande a 23 anni, ma riesco a sopportarlo grazie alla stessa comunità che i miei nonni hanno costruito in tutti questi anni. Nella vasta rete di Libera, in tutta Italia ci sono persone che, insieme a me, chiedono verità e giustizia per Nino, per Ida e per la creatura che portava in grembo. A Trapani sono stato insieme a loro, consolidando quella che è ormai una lotta collettiva, una memoria condivisa. Marceremo fino a quando non avremo quelle verità che ancora ci mancano, quelle che la maggior parte dei familiari non ha. Questi delitti impuniti macchiano il nostro Paese e la nostra democrazia con il sangue dei nostri caduti. Solo quando avremo delle reali verità potremo definirci uno Stato di diritto, uno Stato in cui finalmente potremo essere Liberi”.
(Foto: Libera)
Papa Francesco ai diaconi: perdono essenziale nella vita
“Cari fratelli Diaconi, voi vi dedicate all’annuncio della Parola e al servizio della carità; svolgete il vostro ministero nella Chiesa con parole e opere, portando l’amore e la misericordia di Dio a tutti. Vi esorto a continuare con gioia il vostro apostolato e, come ci suggerisce il Vangelo di oggi, ad essere segno di un amore che abbraccia tutti, che trasforma il male in bene e genera un mondo fraterno. Non abbiate paura di rischiare l’amore!”: anche oggi è stato pubblicato il testo preparato da papa Francesco per l’Angelus di questa domenica, al termine della celebrazione eucaristica del Giubileo dei Diaconi.
Nel testo papa Francesco ha ringraziato per l’affetto ricevuto in questi giorni di ricovero: “Da parte mia, proseguo fiducioso il ricovero al Policlinico Gemelli, portando avanti le cure necessarie; e anche il riposo fa parte della terapia! Ringrazio di cuore i medici e gli operatori sanitari di questo Ospedale per l’attenzione che mi stanno dimostrando e per la dedizione con cui svolgono il loro servizio tra le persone malate…
In questi giorni mi sono giunti tanti messaggi di affetto e mi hanno particolarmente colpito le lettere e i disegni dei bambini. Grazie per questa vicinanza e per le preghiere di conforto che ho ricevuto da tutto il mondo! Affido tutti all’intercessione di Maria e vi chiedo di pregare per me”.
Ed infine ha chiesto di pregare per la pace nei Paesi in guerra: “Si compie domani il terzo anniversario della guerra su larga scala contro l’Ucraina: una ricorrenza dolorosa e vergognosa per l’intera umanità! Mentre rinnovo la mia vicinanza al martoriato popolo ucraino, vi invito a ricordare le vittime di tutti i conflitti armati e a pregare per il dono della pace in Palestina, in Israele e in tutto il Medio Oriente, in Myanmar, nel Kivu e in Sudan”.
Nella celebrazione eucaristica per il giubileo dei diaconi il Pro-Prefetto del Dicastero per l’Evangelizzazione, Sezione per le Questioni Fondamentali dell’Evangelizzazione nel Mondo, mons. Rino Fisichella, ha letto l’omelia del papa, basata su servizio disinteressato, comunione e perdono:
“L’annuncio del perdono è un compito essenziale del diacono. Esso è infatti elemento indispensabile per ogni cammino ecclesiale e condizione per ogni convivenza umana… Un mondo dove per gli avversari c’è solo odio è un mondo senza speranza, senza futuro, destinato ad essere dilaniato da guerre, divisioni e vendette senza fine, come purtroppo vediamo anche oggi, a tanti livelli e in varie parti del mondo.
Perdonare, allora, vuol dire preparare al futuro una casa accogliente, sicura, in noi e nelle nostre comunità. E il diacono, investito in prima persona di un ministero che lo porta verso le periferie del mondo, si impegna a vedere (ed ad insegnare agli altri a vedere) in tutti, anche in chi sbaglia e fa soffrire, una sorella e un fratello feriti nell’anima, e perciò bisognosi più di chiunque di riconciliazione, di guida e di aiuto”.
L’altro punto riguarda il servizio diaconale: “Il Signore, nel Vangelo, lo descrive con una frase tanto semplice quanto chiara: ‘Fate del bene e prestate senza sperarne nulla’. Poche parole che portano in sé il buon profumo dell’amicizia. Prima di tutto quella di Dio per noi, ma poi anche la nostra. Per il diacono, tale atteggiamento non è un aspetto accessorio del suo agire, ma una dimensione sostanziale del suo essere. Si consacra infatti ad essere, nel ministero, ‘scultore’ e ‘pittore’ del volto misericordioso del Padre, testimone del mistero di Dio-Trinità”.
E’ stato un invito ad accogliere con la carità: “Fratelli Diaconi, il lavoro gratuito che svolgete, dunque, come espressione della vostra consacrazione alla carità di Cristo, è per voi il primo annuncio della Parola, fonte di fiducia e di gioia per chi vi incontra… Il vostro agire concorde e generoso sarà così un ponte che unisce l’Altare alla strada, l’Eucaristia alla vita quotidiana delle persone; la carità sarà la vostra liturgia più bella e la liturgia il vostro più umile servizio”.
Ed infine l’invito ad essere fonte di comunione: “Dare senza chiedere nulla in cambio unisce, crea legami, perché esprime e alimenta uno stare insieme che non ha altro fine se non il dono di sé e il bene delle persone. San Lorenzo, vostro patrono, quando gli fu chiesto dai suoi accusatori di consegnare i tesori della Chiesa, mostrò loro i poveri e disse: ‘Ecco i nostri tesori!’
E’ così che si costruisce la comunione: dicendo al fratello e alla sorella, colle parole, ma soprattutto coi fatti, personalmente e come comunità: ‘per noi tu sei importante’, ‘ti vogliamo bene’, ‘ti vogliamo partecipe del nostro cammino e della nostra vita’. Questo fate voi: mariti, padri e nonni pronti, nel servizio, ad allargare le vostre famiglie a chi è nel bisogno, là dove vivete”.
Intanto dopo la crisi di ieri, che sembra superata, il bollettino medico dice che stamattina il papa, pure essendo vigile, è in uno stato maggiore di sofferenza, ma solo i risultati delle analisi e dei controlli diranno come sta davvero.
(Foto: Santa Sede)




























