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Francesco Belletti: case e città sono a misura di famiglia?
‘Case e città a misura di famiglia’ è il punto di osservazione del ‘CISF Family Report 2024’, basato su un’indagine (realizzata in collaborazione con la società Eumetra e con il contributo di Fondazione Cariplo) su 1.600 famiglie italiane, a cui è stato sottoposto un questionario a tutto campo, per valutare aspetti strutturali, giuridici, economici e sociali legati all’abitare. Un’analisi senza precedenti per la sua complessità, che ha mantenuto lo sguardo sulla dimensione relazionale dei luoghi, con l’obiettivo di verificare se e come le relazioni familiari vengono facilitate o penalizzate dalla qualità delle abitazioni e dei quartieri in cui si vive.
Il campione dell’indagine è un campione casuale stratificato per quote, rappresentativo per genere, età, area, ampiezza del comune di residenza e tipologia di famiglia. La distribuzione finale delle interviste risulta così configurata: la presenza di famiglie con figli conviventi caratterizza il 43,0% del campione (32,0% coppie con figli, 11,0% nuclei con un solo genitore): rimane prevalente, ma inferiore alla metà del campione; segue, come numerosità, la presenza di nuclei di un solo componente, pari al 32,1% (18,3% con sessant’anni o più, 12,8% di età inferiore); le coppie senza figli sono il 20,6% (10,8% con almeno un partner di 60 anni e più, 9,8% con entrambi i partner di età inferiore); – residuali, infine, gli ‘altri nuclei’ (famiglie estese, multigenerazionali, con membri aggiunti, ecc.), pari al 4,3%, come ha spiegato il dott. Francesco Belletti, direttore del Cisf (Centro Internazionale Studi Famiglia):
“La casa che abitiamo è un bene ‘immobile’ che dice chi siamo. La casa è un confine aperto o chiuso, uno spazio che si trasforma nel tempo insieme alla nostra famiglia. La casa è un progetto di vita: può essere stata trasmessa dai nonni e dai genitori come bene di famiglia, oppure comprata con i risparmi faticosamente accumulati negli anni. La casa racconta dell’impegno giornaliero di ciascuno nella manutenzione degli spazi, nell’impegno di crescere i figli. La casa è un diritto riconosciuto universalmente, ma di difficile realizzazione”.
Allora, per quale ragione la pubblicazione di questo report?
L’abitazione è ovviamente un bene irrinunciabile per ogni essere umano, una sorta di diritto inviolabile; esiste una strettissima correlazione tra benessere delle persone, progetti di vita delle famiglie e spazi abitativi in cui si svolge la vita quotidiana. Questa consapevolezza ha avuto un momento di accelerazione potente ed imprevisto durante la pandemia, quando il prolungato lockdown ha agito da catalizzatore, rendendo tutti molto più coscienti di quanto gli spazi abitativi siano importanti nel determinare il benessere dei singoli e delle relazioni familiari. Per questi motivi era tempo di dedicare un Rapporto Cisf al tema casa; e lo abbiamo fatto con un gruppo di esperti di diverse competenze, ascoltando 1.600 famiglie, che abbiamo intervistato ad aprile dello scorso anno”.
Cosa rappresenta la casa per una famiglia?
“Dalle interviste si conferma la centralità della casa per l’identità stessa della famiglia. In fondo ‘fare famiglia’ e ‘mettere su casa’ sono sostanzialmente sinonimi, e infatti alla domanda: ‘Ma in sintesi, cosa significa per te la parola casa?’, la risposta più frequente è stata proprio ‘famiglia’’ (28,6%), ma anche ‘sicurezza’ (15,8%), ‘rifugio’ (15,3%) e ‘comfort’ (14,9%). C’è anche una piccola percentuale che esprime concetti negativi: ‘prigione’ (0,7%) o ‘costo’ (0,4%) associato al mantenimento della casa. Non basta cioè ‘avere casa’ per essere famiglia”.
In quale modo la famiglia abita la casa?
“Ogni casa (e ogni città, in fondo) si costruisce con un limite, con un perimetro che delimita il dentro e il fuori. Sarebbe illusorio immaginare una casa (o una famiglia) senza confini. Tuttavia questi confini possono essere aperti o chiusi, permeabili o impermeabili, possono avere varchi, porte e finestre più o meno aperti. La questione ‘casa’ può essere lo spazio privilegiato di una nuova definizione dei confini tra pubblico e privato, in un rinnovato intreccio tra relazioni micro-sociali e dinamiche macroeconomiche globali: luogo e spazio di affetti e di intimità, ma anche bene economico di investimento dei propri risparmi, con ricadute e implicazioni decisive sia sull’agire economico profit, sia sulle politiche pubbliche e sul bilancio dello Stato”.
Allora case e città sono a misura di famiglia?
“La strada è ancora lunga per poter dire che le nostre case e le nostre città sono a misura di famiglia. Ma ci pare fondamentale il tema del confine, soprattutto in una società così fluida. Le persone (e tutte le società, il mondo intero) sono oggi sfidate a rivedere i propri confini, per far sì che questi possano e sappiano essere sia un ‘limes’ (confine)definito, non incerto né ambiguo, sia un ‘limen’ (porta), una soglia che si può attraversare, attraverso cui ci si incontra. Come tante città italiane, circondate da mura spesso molto alte e divisive, ma sempre interrotte da porte, attraverso cui poter entrare. Così anche le mura domestiche (e i confini familiari) non devono essere un rifugio in un mondo senza cuore, ma spazio di relazione, con porte e finestre aperte agli altri”.
Il disagio abitativo è in crescita?
“Dai dati Caritas (che ha realizzato un capitolo su questo tema) emerge che circa il 20,5% delle persone che si sono rivolte ai centri di ascolto della rete nazionale Caritas (260.000) segnalava anche un disagio abitativo. E questa quota, non marginale, è confermata anche dai dati dell’indagine Cisf, dove per esempio oltre un quarto delle famiglie negli ultimi tre anni ha avuto problemi almeno una volta o due a coprire i costi ordinari della casa, e un ulteriore 4,4% li ha avuti con molta maggiore frequenza. La scarsa disponibilità di abitazioni di edilizia pubblica e la scarsità di alloggi in affitto aggiunge ovviamente ulteriore criticità. Quindi sicuramente servirebbe un intervento organico da parte di Governo, Regioni e Comuni, con un ‘piano casa’ che però oltre ad aumentare l’offerta per le fasce più deboli sappia essere anche a misura di famiglia”.
Papa Francesco alle confraternite di pietà popolare: non dimenticare la preghiera
“Sono molto lieto di accogliervi come pellegrini in questo Anno Giubilare. Sono venuti per ringraziare Dio per l’ultimo Congresso Internazionale delle Confraternite e della Pietà Popolare. Quando mi hanno detto che saresti venuto, ero un po’ preoccupato, perché nel messaggio ti avevo chiamato ‘pazzo’ e forse era per questo che eri interessato a incontrarmi. Ma mons. Saiz Meneses mi dice che questa iniziativa è stata una grazia i cui echi si possono ancora udire e che mi sento più a mio agio”: anche oggi papa Francesco, ancora non pienamente in forma, ha ricevuto in Casa santa Marta la Commissione esecutiva del II Congresso internazionale delle Confraternite e della pietà popolare.
Durante l’incontro ha ricordato un suo precedente messaggio: “Nel mio messaggio, se ricordate, ho proposto di vivere questo evento come una preghiera di lode, che accompagni il nostro cammino terreno come un pellegrinaggio verso Dio e verso i fratelli. In questo modo chiedeva loro di essere testimoni di un amore traboccante, al punto da sembrare pazzi, pazzi d’amore”.
Anche a loro ha ricordato il valore della preghiera: “Quanto sarebbe bello per noi se, al termine di questo evento, i primi echi si udissero soprattutto nelle famiglie. Si potrebbe udire come il silenzio fragoroso di una preghiera che giunge fino alle lacrime, perché viene dal cuore; sia davanti all’immagine del titolare della loro fratellanza, che presiede le loro case; sia davanti al Tabernacolo della parrocchia o del tempio, sia accanto al letto del malato o in compagnia degli anziani”.
Infine ha sottolineato la loro iniziativa di una casa per i ‘senzatetto’: “Il vostro Arcivescovo mi ha anche detto che un altro di questi echi, già realizzato, è una casa di accoglienza per i senzatetto, frutto della carità nascosta a cui ho fatto riferimento nel mio messaggio. Spero che in quest’opera potremo sempre sentire il battito di un cuore amorevole. Proponiamo che, attraverso ‘il rispetto, l’affetto e la cura’ in questa casa, la società e coloro che vengono accolti tornino a riconoscere la dignità unica di ogni persona”.
(Foto: Santa Sede)
Ernesto Olivero racconta 60 anni di SER.MI.G.
Ernesto Olivero nel 1964 ha fondato a Torino il Sermig, Servizio Missionario Giovani, insieme alla moglie Maria e ad un gruppo di giovani decisi a sconfiggere la fame con opere di giustizia, a promuovere sviluppo, a vivere la solidarietà verso i più poveri, che ha sede nell’Arsenale della pace, che era una fabbrica di armi. Dal 1983 il lavoro gratuito di migliaia di persone lo ha trasformato in Arsenale della Pace. E’ un monastero metropolitano, luogo di fraternità e di ricerca. Una casa aperta al mondo e all’accoglienza delle persone in difficoltà. E’ una casa per i giovani che cercano il senso per la propria vita, un laboratorio di idee, un luogo di incontro, cultura dialogo e formazione. L’Arsenale della Pace è dedicato a p. Michele Pellegrino.
L’arsenale della pace è oggi una porta sul mondo aperta 24 ore su 24, 365 giorni all’anno. Profezia di pace, monastero metropolitano, e’ un punto di incontro tra culture, religioni, schieramenti diversi per conoscersi, dialogare, camminare insieme. E’ un riferimento per i giovani che hanno voglia di dare un senso alla propria vita.
E’ una casa sempre aperta per chi cerca un soccorso: madri sole, carcerati, stranieri, persone che hanno bisogno di cure, di casa, di lavoro. E’ un luogo di preghiera dove chiunque può sostare, incontrare il silenzio e Dio. E’ un sogno che permette a chi lo desidera di restituire qualcosa di sè: tempo, professionalità, beni spirituali e materiali. Il risultato? Milioni di persone aiutano milioni di persone.
Il Sermig esce continuamente dal suo Arsenale per andare incontro ai più poveri, in Rwanda come nel Darfur, in Romania e in Georgia, ma anche in Italia. Per l’impegno senza sosta che dall’Arsenale della Pace si estende al mondo dei sofferenti; Nel 1991 Giovanni Paolo II lo invita ad essere “amico fedele di tutti i bambini abbandonati nel mondo” e lo conferma nel suo impegno già costante a dare vita ai bambini; nel 1992 Ernesto Olivero riceve il titolo di ‘Grand’Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana’, conferito dal Presidente della Repubblica. Nel 1996 il Presidente della Repubblica lo nomina anche ‘Cavaliere di Gran Croce’. Nel 1999 ha ricevuto dall’Università di Torino la laurea honoris causa in Sociologia.
L’arsenale nasce nel 1580 come fabbrica di polveri da sparo per poi evolversi nel corso dei secoli. Dopo l’incendio del 26 aprile 1852, per volere del re Vittorio Emanuele II la struttura viene trasformata in ‘Arsenale delle costruzioni di Artiglieria di Torino’, la prima fabbrica di armamenti della storia italiana: un’area di 45.000 metri quadrati, fino a 5.000 operai coinvolti. Da qui, uscirono gran parte delle armi usate dall’esercito sabaudo e italiano nelle guerre del risorgimento e nelle guerre mondiali. Dismesso nel secondo dopo guerra, il 2 agosto del 1983 il rudere dell’arsenale è affidato ai giovani del Sermig che decidono di farne una casa di pace. La riconversione di quel luogo attira e coinvolge centinaia di migliaia di giovani e adulti da tutta Italia e dall’estero. Lavoro gratuito, volontariato e disponibilità. Nasce così l’Arsenale della Pace, una casa sempre aperta, il cuore di una realtà di solidarietà presente in ogni angolo del mondo:
“Dall’inizio della nostra avventura questo termine (mese missionario, ndr.) fa parte del Ser.Mi.G. ed, ancora prima, insieme alla Lega Missionaria Studenti ed altri amici, organizzavamo raccolte di denaro per questi amici, che partivano per Paesi lontani a portare il messaggio di Gesù. Andavamo in luoghi frequentati, in particolare ai caselli delle autostrade. Il nostro gruppo si è poi definito come SERvizio MIssionario Giovanile, appunto SER.MI.G. Il MI è il baricentro che prende sottobraccio; il SER E la G, da ognuna sgorga come una cascata di responsabilità interconnesse, rivolte a costruire un futuro di speranza, un solo mondo di pace, una vita piena di dignità per tutti. E’ come fossero tre lampadine collegate che illuminano la via da seguire…
In questi 60 anni il SER.MI.G. ha declinato il MI in varie modalità: da inviare direttamente in missione suoi componenti, a tenere un contatto diretto e continuo con i missionari per reciprocamente aiutarsi a crescere spiritualmente ed umanamente, a farli diventare terminali delle migliaia di progetti di sviluppo in tante parti del mondo, ad allargare la missione ad iniziative di pace, che ci hanno visto presenti in tante zone di conflitto e di guerra”.
Partendo dal questo suo editoriale del mese di ottobre apparso su ‘Nuovo Progetto’ ci facciamo raccontare dal fondatore, Ernesto Olivero, cosa è il SER.MI.G. dopo 60 anni: “E’ come un figlio che è cresciuto e ha preso la propria strada. Se penso agli inizi ricordo che eravamo un piccolo gruppo di ragazzi, molto giovani, inesperti, ma con un grande sogno nel cuore: quello di sconfiggere la fame nel mondo attraverso opere di giustizia. Il verbo sconfiggere sembra una iperbole, ma non è così. Perché un ideale è come l’amore: o tutto o niente, o ci credi davvero o non serve. Noi abbiamo provato a vivere questo metodo e oggi quella strada si è allargata. Restano alcuni punti fermi: Dio, l’imprevisto che bussa alla porta e la gratitudine. Dico sempre che se la gente smettesse di aiutarci gli Arsenali del Sermig chiuderebbero in tre giorni. Credo che non avverrà mai, a patto però che non ci montiamo la testa, che facciamo della trasparenza la regola, che continuiamo a fidarci”.
Per quale motivo nacque?
“Sconfiggere la fame significava impegnarsi fino in fondo contro le ingiustizie, quelle vicine e quelle lontane. Iniziammo con i primi campi di lavoro, poi le raccolte fondi per i progetti dei missionari in ogni angolo del mondo, infine sentimmo che dovevamo metterci in gioco anche noi a livello personale. Da gruppo siamo diventati una Fraternità nel mondo e nella Chiesa: la Fraternità della Speranza che oggi accoglie persone di ogni età e stato di vita che condividono la stessa responsabilità. Sempre dalla parte dei poveri”.
Perché il Sermig ha abbracciato le ‘ragioni’ della pace?
“La pace è quanto di più prezioso possiamo desiderare per noi stessi e per gli altri. Pace significa che ogni uomo e donna hanno il diritto di mangiare, di curarsi, di avere una casa e un lavoro. Significa credere e impegnarsi perché le armi non siano più costruite e siano trasformate in strumenti di lavoro. Lo diceva il profeta Isaia, ce lo ha ricordato uno dei nostri maestri, Giorgio La Pira. Oggi sembra un’utopia parlare di queste cose, ma non è così. Viviamo in un’epoca complicatissima, di odio, di riarmo, di nuove divisioni. La realtà non è lineare, ma chi crede nella pace ha il compito di ribadire con ancora più fermezza la direzione, senza fuggire dalle sfide del momento. E’ come se nella tragedia dell’oggi, fossimo chiamati già ad immaginare il mondo che verrà”.
Quanto è stato fondamentale il card. Pellegrino nel cammino del Sermig?
“E’ stata una figura decisiva perché ci ha riconosciuto quando ancora non avevamo consapevolezza di quello che avremmo potuto fare. Ad un certo punto, a causa di incomprensioni e invidie, fummo cacciati dall’ufficio missionario della nostra diocesi. Il cardinale non sapeva nulla, ci ascoltò, comprese l’equivoco che si era creato e ci fece un dono inimmaginabile: ci permise di usare la chiesa dell’arcivescovado come sede. Mi commuove pensare ad un uomo come lui che diede fiducia ai sogni puliti di un gruppo di giovani”.
Per quale motivo avete trasformato un arsenale di guerra in uno spazio accogliente?
“Per noi i ruderi del vecchio arsenale militare di Torino sono stati l’occasione per realizzare nel nostro piccolo la profezia di Isaia. Sapevamo di entrare in una sproporzione: per risistemare tutto sarebbero serviti decine di miliardi di vecchie lire. Noi non li avevamo, ma come dico sempre, avevamo un sogno. Lo abbiamo realizzato lentamente, ma decisamente grazie agli atti di restituzione di milioni di persone che hanno donato tempo, risorse, professionalità. Piccole o grandi azioni che hanno trasformato un luogo di morte in un luogo di vita. Il messaggio dell’Arsenale oggi è dirompente perché è come se ci ricordasse che l’impossibile in Dio non esiste. Per noi è stato così”.
Come il Sermig ha ‘trasformato’ Porta Palazzo, caratterizzato da un tasso di presenza immigrata storicamente tra i più alti della città?
“Non spetta a me dirlo. Ma credo che noi e il nostro quartiere ci siamo aiutati reciprocamente: abbiamo percorso un tratto di strada e continueremo a farlo. La speranza è radicarsi nel bene, non avere paura, camminare gli uni a fianco degli altri. Il resto avviene”.
Per quale motivo l’esperienza dell’Arsenale è stata ‘replicata’ in alcune parti del mondo?
“Gli Arsenali nati in altri Paesi del mondo non sono nati a tavolino, ma da alcuni incontri. Noi non abbiamo mai avuto la smania di allargarci. Al Sermig diciamo sempre che nessuno parte e nessuno arriva. E’ come vivere in un condominio con piani diversi: uno in Brasile, uno a Torino, un in Giordania, un altro ancora a Pecetto Torinese, altri dove Dio vorrà. Viviamo con lo stesso stile, con la stessa speranza. E’ questo che ci deve stare a cuore”.
Sicuramente al SER.MI.G. ‘la bontà è disarmante’!
(Foto: Sermig)
A Milano un Fondo per la gente
“In questa nostra Milano così attraente e intraprendente è necessario ripetere il grido antico: non ci sono case! Ispirato dalle parole del Beato Cardinal Schuster, in occasione del 50° di Caritas Ambrosiana, voglio rivolgere un appello simile e dare vita a un fondo che si chiamerà Fondo Schuster – Case per la gente”: con queste parole l’arcivescovo di Milano, mons. Mario Delpini, ha annunciato nel pomeriggio, in Duomo, la costituzione del ‘Fondo Schuster – Case per la gente’, opera-segno promossa dalla Diocesi in occasione del 50° anniversario di costituzione (era il 18 dicembre 1974) di Caritas Ambrosiana.
L’annuncio è stato dato durante l’omelia nella Messa presieduta dall’Arcivescovo, con la partecipazione di oltre mille persone, tra responsabili, operatori, volontari e donatori Caritas, una folta schiera di autorità religiose e civili (incluso il sindaco di Milano, Giuseppe Sala), rappresentanti di realtà imprenditoriali e del terzo settore della città e del territorio diocesano.
Nei mesi scorsi era stato proprio monsignor Delpini, in vista del 50° Caritas, a chiedere di proporre un’opera-segno che coinvolgesse l’intera Diocesi, incentrata su un tema pastorale e sociale di particolare rilevanza. La scelta è caduta su tema dell’abitare, perché il diritto alla casa è principio-base di una buona convivenza civile, ed è fondamento di dignità nei percorsi di sostegno verso l’autonomia che Caritas cerca di costruire con tutti coloro che incontra (famiglie in povertà, minori, senza dimora, anziani, carcerati, stranieri, rom-sinti, ecc).
La Diocesi di Milano ha dunque deliberato di costituire, affidandone la gestione a Caritas, il nuovo ‘Fondo Schuster. Case per la gente’, che avrà una dotazione iniziale di € 1.000.000, derivante da riserve diocesane. In prospettiva, il Fondo Schuster potrà essere alimentato da donazioni monetarie (effettuate da cittadini, imprese, enti privati o pubblici) e dal conferimento di appartamenti (pubblici e privati). Obiettivi e meccanismi di funzionamento del Fondo sono illustrati dal sito internet www.fondoschuster.it.
Il Fondo è stato intitolato al cardinale Ildefonso Schuster, nel 70° anniversario dalla morte (31 agosto 1954), per ricordare una delle attenzioni principali che caratterizzarono il ministero pastorale dell’Arcivescovo del secondo dopoguerra, culminata nel progetto della Domus Ambrosiana. La finalità del nuovo strumento (vedi brochure allegata) saranno tre: effettuare lavori di riqualificazione di immobili, da destinare a famiglie e individui con difficoltà di accesso a soluzioni abitative a prezzo di mercato (a questa finalità saranno destinate il 50% delle risorse del Fondo);
erogare garanzie per i privati che intendono mettere a disposizione i propri appartamenti a prezzi calmierati, perché siano destinati a famiglie o individui con difficoltà di accesso a soluzioni abitative a prezzo di mercato (20% del Fondo); erogare a soggetti in povertà o in difficoltà contributi per le spese legate alla casa, ovvero affitti, bollette, spese condominiali, spese per la riqualificazione energetica (30% del Fondo).
Il Fondo opererà tramite la rete dei Centri di ascolto Caritas (vedi qui il sistema-Caritas), coordinata dal Servizio Siloe, per l’individuazione delle famiglie residenti nel territorio della Diocesi destinatarie degli interventi; la Fondazione San Carlo (promossa da Diocesi e Caritas) si occuperà, insieme ad altri soggetti, di riqualificare e gestire gli appartamenti conferiti al Fondo.
L’intento dell’iniziativa è però anche educativo e culturale. Volontà dell’Arcivescovo è suscitare una riflessione e una mobilitazione sul tema dell’abitare, in un territorio, quello milanese, in cui il diritto alla casa è avversato da sempre più evidenti squilibri e diseguaglianze (leggi qui), registrati anche dai Centri d’ascolto e dai servizi Caritas. Il Fondo è concepito come occasione per mettere a fuoco le cause della povertà abitativa e per favorire scelte di fede e forme di responsabilità istituzionale e giustizia sociale volte a superarle.
“Il Fondo Schuster non vuole essere solo una raccolta di risorse – ha aggiunto l’Arcivescovo nell’omelia –: vuole essere un messaggio, una provocazione, un invito alle istituzioni e a tutti gli enti e le persone sensibili alla sfida. Comune di Milano e Regione Lombardia hanno già garantito di mettere a disposizione appartamenti da riqualificare. Saranno un primo segno di cui i cittadini sono grati. Ma è solo un segno. Invochiamo una politica, una strategia, un’alleanza perché anche nella nostra città e nelle città della nostra diocesi si diffonda una parola di speranza e di incoraggiamento”.
“L’avvio e la gestione del Fondo sono obiettivi di grande attualità e spessore, e rappresentano il modo migliore per celebrare, in maniera non rituale ma generativa di futuro, i 50 anni di azione Caritas a Milano e in diocesi – osserva Luciano Gualzetti, direttore di Caritas Ambrosiana -.
Accogliamo con entusiasmo la sfida che la Diocesi e l’Arcivescovo ci pongono, che ci esorta a declinare su nuovi fronti, in risposta alle urgenze sociali che maturano nelle nostre città e comunità, la fedeltà alle radici statutarie (‘testimonianza della carità in vista dello sviluppo integrale dell’uomo’, ‘particolare attenzione agli ultimi’, ‘prevalente funzione pedagogica’) che in mezzo secolo ha sempre contraddistinto Caritas Ambrosiana”.
Per le donazioni
Con carta di credito online www.caritasambrosiana.it In posta: ccp n. 000013576228 intestato a Caritas Ambrosiana Onlus, via San Bernardino 4, 20122 Milano (causale: Fondo Schuster – Case per la gente); con bonifico: c/c presso Banca Intesa intestato a Caritas Ambrosiana Onlus, Iban: IT53M0306909606100000000348 (causale: Fondo Schuster – Case per la gente). Le offerte sono detraibili fiscalmente.
(Foto: Arcidiocesi di Milano)
La casa di Nazaret e la ‘venuta a Loreto’: fede e archeologia
Oggi ricorre la festa liturgica della Madonna di Loreto in ricordo della data dell’arrivo della Santa Casa di Nazareth a Loreto, le cui origini di questa traslazione della Casa dalla Palestina alla città marchigiana, risalgono al 1296, quando in una visione ne era stata indicata l’esistenza e l’autenticità ad un eremita, fra’ Paolo della Selva e da lui riferita alle Autorità. Ciò è narrato da una cronaca del 1465, redatta da Pier Giorgio di Tolomei, detto il Teramano, che a sua volta l’aveva desunta da una vecchia ‘tabula’ consumata, risalente al 1300:
“L’alma chiesa di santa Maria di Loreto fu camera della casa della gloriosissima Madre del nostro Signore Gesù Cristo… La quale casa fu in una città della Galilea, chiamata Nazaret. E in detta casa nacque la Vergine Maria, qui fu allevata e poi dall’Angelo Gabriele salutata; e finalmente nella stessa camera nutrì Gesù Cristo suo figliuolo… Quindi gli apostoli e discepoli consacrarono quella camera in chiesa, ivi celebrando i divini misteri…
Ma dopo che quel popolo di Galilea e di Nazaret abbandonò la fede in Cristo e accettò la fede di Maometto, allora gli Angeli levarono dal suo posto la predetta chiesa e la trasportarono nella Schiavonia, posandola presso un castello chiamato Fiume (1291). Ma lì non fu affatto onorata come si conveniva alla Vergine… Perciò da quel luogo la tolsero nuovamente gli Angeli e la portarono attraverso il mare, nel territorio di Recanati (1294) e la posero in una selva di cui era padrona una gentildonna chiamata Loreta; da qui prese il nome la chiesa: ‘Santa Maria di Loreta…”.
Inizia da qui il libro ‘Le sacre pietre di Loreto’ scritto dall’archeologo Alessio Santinelli, che narra gli studi di un giovane archeologo, che compie un viaggio alla scoperta della Santa Casa di Loreto. Iniziato quasi ‘per gioco’, l’autore si è messo sulle tracce della verità storica del sacello lauretano,che partendo da come appare oggi, servendosi delle considerazioni archeologiche, dei risultati degli scavi archeologici e delle analisi scientifiche, ha compiuto un cammino a ritroso nella storia fino a comprendere che la tradizione ha la sua parte di verità.
Nei graffiti incisi individua la chiave di volta per risolvere il mistero sulla datazione, la provenienza e il trasporto delle sacre pietre lauretane: “La devota tradizione narra che la traslazione della Santa Casa da Nazareth fino a Loreto sia opera degli angeli. Una seconda interpretazione storica mette in risalto che nel 1291 i crociati furono espulsi dalla Terrasanta per opera dei mussulmani e che alcuni cristiani salvarono dalla distruzione la casa della Madonna, trasportandola prima nell’antica Illiria, in una località, di cui il santuario di Tersatto fa memoria. Successivamente nella notte tra il 9 e il 10 dicembre del 1294 fu trasportata nell’antico comune di Recanati, prima presso il porto, poi su un colle in una via pubblica, dove tutt’ora è custodita”.
Per quale motivo per cui le pietre della Santa Casa di Loreto sono sacre?
“Le pietre della Casa di Loreto sono sacre perché provengono da Nazareth, dal luogo in cui Cristo si è incarnato e prima ancora dove l’angelo Gabriele ha portato l’annuncio a Maria. Quindi queste pietre sono state protagoniste del mistero dell’Incarnazione del Verbo di Dio ed, a distanza di 2000 anni, di questo evento miracoloso, che si ritrova inciso anche nei graffiti”.
Perché la Santa Casa arrivò a Loreto?
“Del fatto che da Nazareth la Santa Casa è arrivata a Loreto ci addentriamo nelle congetture, per il motivo per cui abbiamo pochissimi dati storici a nostra disposizione. Ovviamente c’è stato un trasporto e c’è chi parla della miracolosa traslazione angelica attraverso alcune tappe; c’è chi racconta che c’è stato un trasporto umano, quindi se vogliamo seguire le vicende umane dobbiamo comprendere in quali modi le vicissitudini storiche hanno portato la Santa Casa da Oriente ad Occidente attraverso eventi, che hanno consentito lo sbarco nel territorio marchigiano, perché in quel momento il vicario del papa era mons. Salvo, vescovo di Recanati, per cui troviamo la Casa di Nazareth su un colle nel territorio di un vescovo, che era vicario del papa”.
Per quale motivo la Santa Casa, che è a Loreto, è autentica?
“A mio modesto parere, la Santa Casa è autentica almeno per un motivo: possiamo addurre molte prove; ma la prova schiacciante sono i graffiti, che prima di tutto certificano che la Santa Casa è arrivata da Nazareth, perché trova confronti puntuali ed autentici soltanto con i graffiti della Terra Santa ed i graffiti, trovati negli strati più bassi obliterati dalla Chiesa bizantina nel V secolo d.C. Quindi abbiamo la certezza. Poi la lavorazione delle pietre. Secondo i graffiti collocati nelle pareti, graffiti capovolti e numerati, che confermano un trasporto umano. Per me il dato dei graffiti è eccezionale per comprendere l’autenticità della Santa Casa, che è stata trasportata con un ‘trasporto’ umano”.
In quale modo l’archeologia può rendere ‘gloria’ alla fede?
“L’archeologia, che è una scienza, guarda il dato. Io, archeologo, guardo alla pietra; pertanto queste pietre (la loro muratura e la loro posizione all’interno del pavimento murario ed i graffiti) parlano di una loro originalità. Assolutamente non si può descriverla come una chiesetta di campagna con mattoni presi dal colle lauretano, come qualcuno ha insinuato, perché non si spiegherebbero tantissimi particolari che osserviamo nella santa Casa di Loreto, come quelli relativi alle tre pareti originali”.
(Tratto da Aci Stampa)
Giornata internazionale dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza: non restiamo indifferenti
In questa giornata mondiale dedicata ai diritti dei bambini, il mio pensiero va a tutte quelle situazioni che incontro e che troppo spesso sfuggono agli sguardi distratti e indifferenti. È doloroso vedere come, in una società che dovrebbe essere basata sull’uguaglianza e sull’amore per i più piccoli, ci siano così tante storie che passano inosservate, dimenticate. Mi preoccupa questa indifferenza, questa incapacità di fermarsi e vedere davvero la sofferenza degli altri, specialmente quella dei bambini, i più vulnerabili tra noi.
Penso ad Adriano, un ragazzo di 27 anni che ho incontrato una sera mentre stavo distribuendo indumenti e viveri in quel “non posto” al bosco di Rogoredo. Non apparteneva a quel mondo di persone perse e dimenticate, invisibili che vivono tra quegli alberi, eppure era lì, in cerca di aiuto. Mi ha avvicinato con estrema dignità, senza chiedere nulla per sé. Mi ha detto che aveva bisogno di vestiti e alimenti per i suoi figli, per la sua famiglia. Mi ha spezzato il cuore!
Quando gli ho chiesto dove abitasse, mi ha confidato che vive in un luogo di Milano, in una baracca con sua moglie e i loro due bambini piccoli, uno di appena sette mesi e l’altro di due anni e mezzo. All’inizio non riuscivo a crederci. Come è possibile che in mezzo a noi, in una città come questa, una famiglia viva in quelle condizioni? Eppure era così.
Sabato scorso sono andato a trovarli. Non potevo ignorare quella richiesta, non potevo voltarmi dall’altra parte. Ho portato tutto quello che potevo: abiti caldi, cibo, e soprattutto ciò che un bambino e una bambina hanno diritto di avere solo perché sono nati. Giocattoli, pannolini, qualche piccola attenzione che li facesse sentire speciali, amati. La loro ‘casa’ è una baracca: niente elettricità, niente acqua corrente, solo quattro pareti di fortuna per cercare di proteggersi dal freddo e dalla pioggia. È difficile immaginare come si possa vivere così, eppure, nonostante tutto, in quella famiglia ho trovato qualcosa che mi ha commosso profondamente.
Ho visto due bambini felici, stretti tra le braccia della loro mamma e del loro papà. Ho visto l’amore più puro e disarmante, quello di genitori che, pur non avendo nulla, riescono a dare ai propri figli tutto il calore e la protezione che possono. Ho visto sorrisi, e in quegli sguardi ho ritrovato la forza di chi non si arrende, di chi, nonostante la povertà e la fatica, cerca ogni giorno di dare un futuro migliore ai propri figli, nonostante le poche opportunità.
Oggi, in questa giornata speciale, voglio ricordare Adriano, sua moglie, i suoi due bambini e tutte le famiglie come la loro. Voglio ricordare che i diritti dei bambini non sono solo parole su un foglio, ma impegni concreti che ci riguardano tutti. Ogni bambino ha diritto a una casa sicura, a cibo, a cure, a una vita degna. Ma soprattutto, ha diritto a non essere dimenticato.
La cosa che più mi rattrista è pensare che troppo spesso non vediamo queste persone come parte di noi. Ci illudiamo che siano ‘altro’, che le loro vite siano distanti dalle nostre. Ma non è così. Sono come noi. Sono noi. E se possiamo permettere che un bambino cresca senza ciò che gli spetta, che diritto abbiamo di parlare di umanità?
Oggi, più che mai, voglio ringraziare chi non si arrende, chi con un piccolo gesto continua a ricordare che nessuno dovrebbe essere lasciato indietro. Voglio ringraziare tutti quelli che si fermano, che ascoltano, che scelgono di vedere. Perché solo vedendo, solo riconoscendo nell’altro un fratello, una sorella, possiamo costruire una società dove i diritti non siano solo un ricordo da celebrare un giorno all’anno, ma una realtà che appartiene a tutti, soprattutto ai bambini.
Finanziata dal GAL ‘Capo di Leuca’ la mensa sociale della parrocchia ‘San Giovanni Bosco’ di Ugento
Tutto pronto per l’apertura della nuova mensa sociale della Parrocchia “San Giovanni Bosco” presso l’Oratorio di Ugento, in via Alcide De Gasperi. Sarà un luogo di incontro e condivisione aperto alla comunità, fortemente voluto dalla parrocchia e dalla Caritas diocesana di Ugento-Santa Maria di Leuca.
Per la realizzazione della mensa sociale è stato determinante un finanziamento a fondo perduto attuato dal GAL Capo di Leuca nell’ambito del PSR Puglia 2014/2020 – Misura 19 – Sottomisura 19.2 – Azione 3: Servizi per la popolazione rurale nel Capo di Leuca – Bando Intervento 3.2 ‘Mense Collettive’ – Piano di Azione Locale ‘Il Capo di Leuca e le Serre Salentine’.
Grazie al bando pubblicato dal GAL Capo di Leuca, infatti, sono state acquistate attrezzature tecnologicamente avanzate: una cucina a 4 fuochi con forno statico a gas, un tavolo in acciaio inox con ripiano e alzatina, una cappa auto aspirante a parete con regolatore di velocità, un forno a microonde con funzione grill, un lavello in acciaio inox a sbalzo con 2 vasche, una lavastoviglie, due armadi refrigerati, 4 tavoli realizzati artigianalmente in legno, e 32 sedie in legno di faggio con seduta impagliata.
La parrocchia ‘San Giovanni Bosco’, nella cittadina meglio conosciuta come ‘l’Oratorio di Ugento’, è la più grande per estensione e numero di abitanti (circa 5000 persone, più di 1400 famiglie) dell’intero paese, che conta 5 parrocchie. Comprende circa metà del territorio di Ugento e circa la metà della sua popolazione. Il 18 settembre 1960 fu inaugurata la ‘Casa del Giovane Mons. Giuseppe Ruotolo’, data che sancisce ufficialmente il varo dell’oratorio, fortemente voluto dal primo parroco mons. don Leopoldo De Giorgi. Questo luogo è stato amato anche da don Tonino Bello, che, pur essendo impegnato nel seminario vescovile, aveva frequenti contatti con l’attività sportiva dell’oratorio.
La parrocchia ha acquistato attrezzature, strumenti, arredi e impianti per allestire una mensa nei locali dell’oratorio a Ugento. La riuscita del progetto sarà possibile grazie al contributo di gruppi di volontari, provenienti anche da altre parrocchie di Ugento, che permetteranno di offrire a tutti un’accoglienza calorosa e rispettosa, facendo funzionare le mense, la cucina e il magazzino al meglio. Questo allevierà le sofferenze del prossimo, soprattutto in questo momento di crisi economica, in cui le persone fragili sono ancora più bisognose di aiuto e conforto.
Il progetto di realizzazione della mensa, oltre alla Parrocchia “San Giovanni Bosco” di Ugento, annovera altri due partner: l’Associazione Sportiva Dilettantistica Eventi e Sport di Ugento e la Società Agricola “Oro del Salento” Srl di Ugento. La prima, attiva da circa 15 anni, ha come finalità lo sviluppo e la diffusione di varie attività sportive senza scopo di lucro. I componenti dell’associazione si adopereranno volontariamente per cucinare e servire nella mensa della parrocchia, con particolare attenzione alla qualità dei cibi e alle azioni in contrasto allo spreco alimentare.
La Società Agricola ‘Oro del Salento’ Srl di Ugento svolgerà anche il ruolo di fornitore di prodotti ortofrutticoli in eccesso alla mensa sociale. “Oro del Salento” è un’azienda del Sud Salento specializzata nella trasformazione di prodotti ortofrutticoli in prodotti alimentari salentini e pugliesi tutti lavorati a mano, dalle olive alle mandorle, dalle olive al peperoncino piccante alle cime di rapa e vini tipici pugliesi.
Tre giovani maceratesi raccontano la loro missione nelle Filippine
Nello scorso luglio tre giovani dell’Azione Cattolica Italiana della diocesi di Camerino – San Severino Marche (Marta Antognozzi di San Severino, Maria Lucia Sargolini e Lorenzo Lucarelli, entrambi di Sarnano), guidati dall’assistente diocesana dell’Azione Cattolica, suor Cinzia Fiorini, appartenente all’ordine delle Sorelle Missionarie dell’Amore di Cristo (S.M.A.C.) hanno trascorso un periodo missionario nella Casa ‘Providence home of Saint Joseph’ di Davao, nelle Filippine, che accoglie bambini disabili od abbandonati.
Alcuni giorni precedenti la ‘missione il card. Edoardo Menichelli ha affidato i ‘missionari’ alla protezione della Madonna dei Lumi, chiedendo loro di vivere l’esperienza in costante atteggiamento di ringraziamento, pronti a riportare nelle proprie comunità il senso profondo di quanto vissuto in quelle terre lontane.
Le suore missionarie a Davao sono impegnate nell’aiuto ai bambini abbandonati od orfani, che vivono nelle strade di quella città, popolata da oltre 1.500.000 di abitanti per un’estensione di più di 2.400 chilometri quadrati. Quest’opera è rivolta a migliorare la qualità della vita di questi minorenni attraverso l’istruzione, ridandogli la loro dignità di esseri umani e offrendogli un tetto sotto il quale vivere sentendo amore e cura. I bambini ricevono anche una formazione spirituale e valoriale che possa rafforzare il loro sviluppo personale.
A questi giovani abbiamo chiesto di raccontarci la ‘nascita’ di questa ‘missione’: “Dobbiamo sicuramente ringraziare suor Cinzia Fiorini, della Congregazione delle Sorelle Missionarie dell’amore di Cristo. Lei è la nostra assistente spirituale in Azione Cattolica dei Ragazzi, nella Diocesi di Camerino. La loro congregazione gestisce due missioni, una in Filippine ed una in Burundi. E’ sempre stata testimone di grande gioia e fede. Dopo nostre numerose domande e curiosità, ha detto che sarebbe ripartita per le Filippine, nell’orfanotrofio ‘Providence Home of Saint Joseph’ a Davao; noi non abbiamo potuto che accettare”.
Lorenzo Lucarelli ha rivelato il suo stato d’animo prima della partenza: “Non so quanta consapevolezza ci fosse. Sicuramente c’era tanta gioia e tanta curiosità, tanta voglia di scoprire un mondo così diverso da quello a cui eravamo abituati. Mi sono interrogato molto prima di partire per il viaggio, su me stesso, sulle mie speranze, aspettative e paure; non sono però mai riuscito ad andare troppo nel profondo, avendo pensieri vaghi e approssimativi. Ora, con il senno del poi, sono contento di non essere partito con preconcetti, perché anche quel poco che avevo ragionato è stato completamente stravolto, ma stravolto in positivo.
Invece Maria Lucia Sargolini ha raccontato la ‘giornata tipo’ a Davao: “Non è facile trovare un aggettivo per la vita dei ragazzi là. Alle difficili condizioni in cui versano i ragazzi non si può non contrapporre l’amore e la devozione delle sorelle che stanno nella struttura.
La vita in Filippine comincia molto presto, alle ore 5 della mattina suona la campana della sveglia. Tempo per prepararsi e poi si va a messa nella vicina chiesa dell’Ordine dei Carmelitani, dove i ragazzi animano con canti diverse volte a settimana. Si torna poi in struttura per fare colazione e si parte poi per andare a scuola. I 29 ragazzi della struttura frequentano quasi tutti la scuola posta nelle vicinanze alla casa, qualcuno è ancora troppo piccolo per andare scuola, qualcun altro sta frequentando già il college in città per fare il lavoro dei loro sogni. Dopo gli impegni quotidiani, nel tardo pomeriggio in struttura tutti i ragazzi pregano insieme un rosario, nelle cui intenzioni non dimenticano i benefattori della struttura.
Nonostante le condizioni di povertà in cui vivono, le suore non fanno mancare nulla a nessun bambino. Secondo le diete filippine, riso e frutta a volontà; un letto dove dormire e quella quota di affetto che purtroppo molti di loro non hanno mai provato. Sicuramente loro ci hanno insegnato a vivere di semplicità e a riderne. Ci hanno trasmesso una gioia rara, una gioia che viene dall’apprezzare le poche cose che si hanno, ma di esserne profondamente grati”.
Ed ha descritto la struttura della Casa: “La struttura ha ormai più di 25 anni e servono dei lavori per costruire il secondo piano, fino ad allora i ragazzi dormono in posti di fortuna, chi in cucina, chi sotto il terrazzo, molti in poche piccole stanze. Abbiamo deciso di far partire una raccolta fondi per velocizzare la fine dei lavori, affinché questi ragazzi possano avere uno spazio tutto loro sicuramente migliore di quello che avevano prima”.
Inoltre Marta Antognozzi ha riflettuto sulle parole ‘consegnate’ dal card. Menichelli (prendere, benedire, dare): “Prima di partire, il Cardinale Edoardo Menichelli ci ha consegnato tre verbi da custodire per il viaggio. Ci ha chiesto di prendere, rendere grazie e dare. Sicuramente abbiamo preso molto, relazioni, approccio alla vita, fede; sicuramente abbiamo reso grazie nella preghiera e nei gesti; ora stiamo cercando di dare qualcosa indietro”.
Ed ha descritto la Casa, che ospita ragazze e ragazzi, con il ‘lancio’ di una raccolta ‘fondi’: “La struttura ha ormai più di 25 anni e servono dei lavori per costruire il secondo piano, fino ad allora i ragazzi dormono in posti di fortuna, chi in cucina, chi sotto il terrazzo, molti in poche piccole stanze. Abbiamo deciso di far partire una raccolta fondi per velocizzare la fine dei lavori, affinché questi ragazzi possano avere uno spazio tutto loro sicuramente migliore di quello che avevano prima”
Nel messaggio per la Giornata missionaria di quest’anno papa Francesco ha invitato tutti al ‘banchetto’: cosa significa per Lorenzo?
“Penso che il papa abbia trovato le parole per spiegare la bellezza dell’andare in missione. Sento di essere un ragazzo che si è regalato una vacanza, che ha partecipato ad un banchetto, per tutto il cibo, non solo materiale, che ho ricevuto. Penso che sia nostro compito dover testimoniare con la nostra vita quello che abbiamo vissuto e dimostrare a tutti il bello del servire, del donarsi per il prossimo. Dobbiamo invitare più persone possibili a questo banchetto, affinché più persone possibili possano provare la gioia e la gratitudine che abbiamo provato noi”.
Maria Lucia: cosa vi ha lasciato questo viaggio?
“Questa esperienza è tra le migliori della nostra vita. Un insieme di meraviglia e gratitudine che ci portiamo nel cuore. Non possiamo non testimoniare la semplicità delle persone che abbiamo incontrato. Una semplicità che si fa accoglienza e condivisione, quando siamo andati nelle comunità in montagna. Lì le persone, pur non avendo nulla, hanno fatto il cibo da festa; molto diverso da noi, che a volte ci facciamo problemi nell’accogliere qualcuno in casa. Una semplicità che si fa genuinità nello stupore dei bambini, che si fa anche risata, e che si fa affidarsi a Dio”.
Marta: cosa avete fatto in quelle settimane?
“La prima settimana abbiamo organizzato attività e giochi che solitamente organizziamo ai campi scuola Acr, per iniziare a conoscere i bambini, e per lasciare che loro conoscessero noi. Abbiamo avuto la bellissima occasione di portarli al mare, un gesto che sembrerebbe scontato, ma a causa della difficoltà di raggiungere il posto con i mezzi e di quelle economiche per loro è un evento raro, ed è impressa nelle nostre menti la loro profonda felicità.
Durante la seconda settimana i bambini sono tornati a scuola, così noi abbiamo fatto visita alle diverse comunità base aiutate dalle Sorelle Smac in montagna nelle quali abbiamo portato i materiali della raccolta fondi effettuata a San Severino Marche prima della nostra partenza. Nella terza settimana siamo stati nella casa-famiglia, trascorrendo la maggior parte del tempo con le Sorelle ed i ragazzi, vivendo giornate tipiche filippine. L’ultima domenica abbiamo partecipato ai sacramenti di battesimo e comunione dei bambini”.
Ora siete nelle vostre città: come pensate di ‘agire’ per aiutare quei bambini?
“Per provare a ricambiare almeno una parte di tutto il bene ricevuto, abbiamo organizzato una raccolta fondi su GoFundMe (link: https://www.gofundme.com/f/providence-home-of-saint-joseph) per finanziare la costruzione della casa dove dormono i 30 ragazzi, ora sistemati in letti di fortuna. Per questo ci appelliamo alla comunità, chiedendo un contributo, che seppur piccolo, può fare una grande differenza”.
(Tratto da Aci Stampa)
Mons. Raspanti: san Francesco segno di Cristo
Nel giorno del Transito di san Francesco, ha avuto ufficialmente inizio ‘La Sicilia ad Assisi’, le iniziative legate ai festeggiamenti in onore del Santo assisate che hanno invitato in Umbria oltre 5.000 pellegrini dalla Sicilia, ai quali si aggiungono molti che hanno raggiunto Assisi in autonomia o, comunque, senza una organizzazione legata alle diocesi.
Ad Assisi, già dalla mattinata del 3 ottobre, il Custode della Porziuncola, fr. Massimo Travascio, ha accolto gli ospiti nel Refettorietto del Convento di Santa Maria degli Angeli, che ha rivolto un messaggio di benvenuto a tutti i convenuti nella sala e alle autorità presenti; la concelebrazione eucaristica è stata officiata da mons. Antonino Raspanti, vescovo di Acireale e presidente della Conferenza Episcopale Siciliana, rievocando le parole di Thomas Merton:
“Siamo in questa basilica, pellegrini di quell’immagine di Cristo povera e umile che è Francesco, perché vogliamo seguirne le orme, che con sicurezza ci rendono veri discepoli del divino Maestro. Venuti dalla Sicilia, siamo una porzione di Italiani che cerca in questo Frate del Medioevo un sicuro orientamento per il proprio cammino lungo una strada che appare piena di insidie.
L’olio che portiamo in dono raffigura noi stessi perché esprime il nostro desiderio di rimanere vicini a lui nelle sue spoglie mortali, qui custodite, per attingere alla sua ispirazione spirituale, conservata dai Frati, e non smarrire la giusta direzione”.
Riprendendo la lettera di san Paolo ai Galati mons. Raspanti ha affermato che san Francesco ha ricevuto il ‘segno’ di Cristo: “Questo segno fu concesso anche a Francesco ottocento anni fa, nel settembre 1224, quando ‘nel crudo sasso intra Tevere e Arno da Cristo prese l’ultimo sigillo, che le sue membra due anni portarno’, secondo la descrizione di Dante nella Commedia.
Così fu noto a tutti quanto egli fosse intimamente unito al Signore, il quale lo rendeva partecipe della propria dona zione amorosa per l’umanità e sigillava la missione di Francesco di ricostruire la sua Sposa, la Chiesa”.
Per questo san Francesco è patrono d’Italia: “I Padri della Repubblica, di tradizioni culturali e fedi diverse, i governanti e il popolo italiano hanno ben colto il nocciolo di questo messaggio, accogliendo Francesco quale patrono d’Italia dichiarato tale da papa Pio XII. Noi italiani tutti desideriamo così attingere alla sorgente della pace e della concordia per berne direttamente e diffonderla.
Siamo consapevoli di non essere qui dinanzi a valori, per quanto alti e preziosi, come la concordia e la fraternità, ma siamo dinanzi alle spoglie di un uomo con un vissuto che lo rende eccellente testimone e profeta che indica la sicura via della pace”.
E’ stato un invito al rinnovamento interiore: “Forse potremmo rischiare di dire che non riusciamo nell’odierna convivenza sociale ad accogliere il migrante, a frenare la violenza, a curare i deboli e i poveri, a respingere il malaffare proprio perché non riusciamo a raggiungere la sorgente dei valori, cioè il perdono e la riconciliazione, l’umiltà e la mitezza.
Se il risanamento non accade nel profondo delle radici, non vedremo mai i frutti dell’albero. Cristo crocifisso e Francesco, piccolo e stigmatizzato, hanno raggiunto il fondo risanando e inaugurando la nuova creazione”.
Mentre nei Primi Vespri del Transito di san Francesco mons. Corrado Lorefice, arcivescovo di Palermo e vicepresidente della Conferenza Episcopale Siciliana, aveva sottolineato la ‘spoliazione’ del Santo: “Nelle prime due spoliazioni Francesco sveste il suo corpo delle vesti, rimanendo nudo, ma nell’ultima (con il sopraggiungere di ‘sorella morte’) si spoglia anche di ‘fratello corpo’ nudo… Per essere restituiti alla terra e all’abbraccio paterno e fraterno originario. La morte segna la totale consegna del suo corpo a Dio e ai fratelli”.
Tale Transito è un ammonimento a vivere ‘bene’ la morte, che conduce alla Vita: “La memoria del transito di Francesco, ci ridesta al nostro essere creature mortali, figli e fratelli/sorelle: creature, non Creatore, mortali non eterni; figli amati, non schiavi; fratelli/sorelle, non nemici catapultati nel mondo campo di battaglia. Fratelli e sorelle dell’unico Padre che ci affida la Terra come ‘Casa comune’ fraterna fragrante d’amore e di pace, come ‘Giardino fecondo’ con al centro l’albero sempreverde della Vita… Fatti di terra, per ritornare in nuda terra, per essere plasmati dalle mani di Dio cittadini della nuova Creazione, della Casa comune trasfigurata. Anche noi, come Francesco, con Francesco”.
Quindi tale Transito è un momento particolare per la conversione di molti: “Su quanti oggi hanno dimenticato di essere creature mortali e seminano nella Casa comune guerre, divisione, odio, parole aggressive, distruzione e morte violenta, soprattutto dei piccoli e degli inermi, la memoria del luminoso Transito di Francesco, Fratello universale, verace testimone di Cristo e di un cammino di piena e autentica umanità, sia audace segno profetico di conversione di mentalità e di cambiamento di rotta per il bene dell’umanità, per il bene della Casa-Terra”.
In occasione della festa del Transito è stato consegnato il riconoscimento di ‘Frate Jacopa, Rosa d’argento 2024’ a suor Alfonsina Fileti: questo premio non è solo un segno di stima per il servizio svolto da suor Alfonsina a favore delle famiglie in difficoltà, dei minori a rischio e delle donne vittime di violenza domestica, ma è anche un richiamo al ruolo importante che la Chiesa e le comunità locali svolgono nel sostenere i più vulnerabili.
(Foto: Conferenza Episcopale Siciliana)
Una famiglia racconta la vacanza carismatica invitando al pellegrinaggio delle famiglie
‘E-state con Gesù’ è stato il titolo della ‘Vacanza Carismatica per Famiglie’ promossa dal Rinnovamento nello Spirito Santo e curata dall’équipe dell’ambito nazionale ‘Evangelizzazione Famiglie’ alla ‘Casa Famiglia di Nazareth’ nello scorso agosto sul tema ‘Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, ed io vi darò ristoro’, tratto dal passo evangelico dell’apostolo san Matteo.
Come aveva sottolineato in apertura il presidente nazionale del Rinnovamento nello Spirito, Giuseppe Contaldo: “Maria e Giuseppe sono un modello di famiglia. Per capire l’importanza della famiglia, partiamo dalla ricerca di figure che possono guidarci come punti di riferimento. Maria e Giuseppe, appunto, rappresentano degli esempi per il loro aspetto umano, la solidità, l’accoglienza, la cura della vita, l’amore per il bene.
La famiglia è un dono di Dio, ma anche una conquista che dobbiamo realizzare e guadagnare giorno dopo giorno. E’ un po’ come la storia della Terra promessa, che è sia un dono che una conquista: Dio ce la dà, ma noi ce la dobbiamo prendere. La famiglia è anche una vocazione, perché parte da un’opera di Dio. Così è la vocazione: Dio ce la consegna, ma noi dobbiamo coltivarla. Ed è in questa prospettiva che si pone la prossima Vacanza Carismatica delle Famiglie che inizierà tra qualche giorno”.
Nel saluto ai partecipanti Fabrizio Fioriti e Ilenia Sabbatini, delegati per l’Evangelizzazione della Famiglia del Rinnovamento nello Spirito, avevano espresso ‘gratitudine’ per la riapertura di questa Casa Famiglia di Nazareth a Loreto: “La vicinanza della Santa Casa rende questo luogo un terreno
sacro dove coniugi, genitori, figli, nonni, single, vedovi si incontrano e sperimentano la fraternità familiare con serenità e semplicità, ispirati dalla Santa Famiglia di Nazareth” .
Ed al termine della settimana ho chiesto loro di raccontarci questa vacanza carismatica dal titolo ‘Venite a me voi tutti che siete affaticati e oppressi e vi darò ristoro (Mt 11,28)’: “Questa è la Parola di Dio che ha accompagnato la Vacanza Carismatica per famiglie ‘E-state con Gesù’ a ‘Casa Famiglia di Nazareth’ di Loreto dal 4 al 10 agosto proposta dal Rinnovamento nello Spirito.
Un’equipe di sposi ed un sacerdote ha condiviso con 16 famiglie provenienti da varie regioni italiane ed una dalla Germania un’esperienza di comunione e di fraternità con preghiera carismatica comunitaria e dinamica spirituale, svago e fraternità in spiaggia, escursioni e visite turistiche, Santa Messa, Adorazione Eucaristica, teatrino di evangelizzazione, cinema all’aperto e tanto altro. Erano
presenti coniugi di ogni età, genitori e figli piccoli e grandi, una persona separata, nonché due suore, un diacono ed un accolito: il volto bello della Chiesa tutta rappresentata da vocazioni matrimoniali e religiose”.
Sabato 14 settembre in contemporanea a Loreto ed a Pompei si svolgerà il 17^ pellegrinaggio, promosso dal Rinnovamento nello Spirito Santo con tema il passo tratto dal Vangelo di san Giovanni, ‘Qualsiasi cosa vi dica, fatela…’. Perché il Rinnovamento nello Spirito organizza il pellegrinaggio delle famiglie per la famiglia?
“Da 17 anni si rinnova l’appuntamento per radunare le famiglie desiderose di condividere attese e speranze in un clima di Comunione, Festa e Preghiera. Anche quest’anno il Rinnovamento nello Spirito organizza sabato 14 settembre, a partire dalle ore 15 fino alle ore 20:30, il pellegrinaggio che si svolgerà contemporaneamente da Scafati (SA) e dal Centro Giovanni Paolo II di Loreto (AN) sul tema ‘Qualsiasi cosa vi dica, fatela (GV2,5b)’, in collaborazione con le Prelature di Pompei e Loreto, l’Ufficio nazionale della Pastorale Familiare della Cei e del Forum Nazionale delle Associazioni Familiari. Durante il cammino tra canti e riflessioni, si ascolteranno significative testimonianze, si reciterà il Rosario della famiglia e l’atto di affidamento a Maria dei bambini e ragazzi alla Vigilia del Nuovo Anno Scolastico. Il Pellegrinaggio è un gesto corale di preghiera che coinvolge genitori, figli, nonni per riaffermare, con il rosario tra le mani e sotto lo sguardo di Maria, che la famiglia può superare tutto se lascia entrare Gesù e Maria!”
Ritornando al tema di questa vacanza carismatica, in quale modo Gesù dà ristoro?
“Nella Vacanza Carismatica ogni mattina le famiglie si sono riunite intorno Al Pozzo del cortile della Casa, come Gesù con la Samaritana, per ascoltare la Parola di Dio e le riflessioni che hanno rigenerato le relazioni durante le giornate. Ogni sera i partecipanti si sono ritrovati intorno alla
Mensa Eucaristica per ringraziare il Signore Gesù e condividere testimonianze di Vita nuova nello Spirito”.
Quali figure di riferimento possono essere guida alle famiglie?
“I Santi della ‘Porta accanto’ insieme ai familiari, come ci ripete papa Francesco. Solo i testimoni di una santità vissuta con semplicità di valori e fede possono guidare ed accompagnare le nuove generazioni chiamate alla Vocazione matrimoniale”.
Cosa è Casa Famiglia Nazareth a Loreto?
“E’ una Casa di accoglienza affidata al Rinnovamento nello Spirito dall’arcivescovo pro tempore di Loreto, mons Angelo Comastri nel 2001, aperta a giovani, famiglie, religiosi ed a quanti vogliano vivere soggiorni, periodi di riposo, fraternità, convegni e percorsi di formazione umana e spirituale .
E’ una oasi di pace e di ristoro immersa nella natura, sulla meravigliosa Riviera del Conero, sotto lo sguardo materno della Vergine Lauretana. Con 23 camere, può ospitare fino a 77 persone in pensione completa con ogni confort in camere doppie, triple e multiple e per persone con disabilità”.
In quale modo le famiglie possono camminare nella preghiera?
“Le famiglie possono accogliere nella vita quotidiana la presenza dello Spirito Santo che rende Gesù vivo, sperimentando nella semplicità dei gesti e delle parole i sentimenti della Sacra Famiglia di Nazareth; possono imparare ad intercedere gli uni per gli altri e a celebrare intorno alla tavola le
ricorrenze che scandiscono il ritmo domestico. Inoltre possono accogliere in casa piccoli cenacoli di preghiera con altre famiglie nei tempi forti liturgici”.
(Tratto da Aci Stampa)




























