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Con santa Rita da Cascia per sostenere una casa a favore di giovani con autismo
La Fondazione Santa Rita da Cascia Ente Filantropico ETS rinnova il suo impegno verso la disabilità intellettiva, sostenendo il progetto Dopodinoi, un’iniziativa pionieristica, con sede a Bastia Umbra (PG), dedicata all’autonomia abitativa e al miglioramento della qualità di vita di 12 giovani adulti con disturbi dello spettro autistico. Il progetto rappresenta uno dei primi esempi in Italia di cohousing supportato da tecnologie assistive destinato alle persone autistiche, promuovendo un modello innovativo per la vita indipendente e inclusiva.
A tal fine è in corso la campagna di sensibilizzazione e raccolta fondi, ‘Un gesto di fede, un dono di grazia’ con l’obiettivo di raccogliere € 250.000 per i più fragili, in particolare per offrire casa, futuro e inclusione, come partner esclusivo, a 12 giovani con autismo di medio-alto funzionamento assistiti dalla Fondazione ANGSA Umbria ETS (Associazione Nazionale di PerSone con Autismo) e supportati da personale qualificato, con i relativi benefici per le famiglie e l’intero territorio. Il progetto sarà realizzato con la consulenza del Politecnico di Torino.
L’iniziativa è un esempio di ‘Durante e Dopo di Noi’, il modello di intervento sociale per accompagnare i ragazzi con disabilità in un percorso di emancipazione graduale dalla famiglia in vista del ‘Dopo di Noi’, ossia quel momento in cui i genitori non potranno più prendersi cura di loro. Il progetto ‘Dopodinoi’ non si limita a promuovere l’autonomia dei giovani adulti autistici, ma fornisce anche un sostegno concreto alle loro famiglie, contribuendo a ridurre l’isolamento sociale e il carico emotivo e materiale legato all’assistenza quotidiana.
L’iniziativa nasce per colmare il divario significativo tra i bisogni delle persone adulte con disturbi dello spettro autistico e i servizi attualmente disponibili sul territorio nazionale. Mentre l’attenzione assistenziale si concentra prevalentemente sui minori, dopo i 18 anni queste persone, come avviene in tutti i casi di disabilità, spesso ‘scompaiono’ dai radar istituzionali, con pesanti ricadute sui familiari, spesso anziani e già provati da anni di cura. In assenza di alternative, molti finiscono in strutture inadatte come RSA o istituti psichiatrici, dove rischiano di perdere salute, abilità acquisite e autonomia.
Grazie al sostegno della Fondazione Santa Rita da Cascia, stanno per iniziare i lavori di ristrutturazione di un villino con giardino, in una zona tranquilla ma ben servita. La struttura sarà progettata ‘a misura di persone con autismo’ e dotata di soluzioni avanzate, realizzate con la consulenza del Politecnico di Torino. Il modello di cohousing supportato da tecnologie assistive garantirà agli utenti il diritto all’indipendenza e consentirà loro di “stare nel mondo”. In questo modo potranno vivere in comunità e condividere spazi e risorse personalizzati, con il supporto da operatori professionali, mantenendo al contempo la propria autonomia in un ambiente inclusivo e solidale.
La casa prevede spazi comuni come cucina e sala da pranzo, oltre ad aree esterne per eventuali laboratori. I sistemi domotici potranno regolare luci, tapparelle e sistemi di sicurezza, mentre una particolare attenzione sarà data agli allestimenti, spiega Daniela Bosia, docente del Politecnico di Torino e consulente scientifica del progetto ‘Dopodinoi’:
“Spesso le persone autistiche accumulano stress per questo, nelle strutture più grandi, si adattano delle stanze a essere ‘zone calme’, per aiutarle a ‘decomprimersi’. In questo caso, non avendo spazi dedicati sufficienti, potremmo adattare le camere con sedute avvolgenti e configurazioni dei letti che formino nicchie protettive. Inoltre, esistono anche degli arredi che permettono l’interazione con colori, musiche e proiezioni di immagini rilassanti, tutti elementi pensati per creare un’atmosfera accogliente e funzionale alle specifiche esigenze degli abitanti.
Stiamo raccogliendo casi studio, in Italia e all’estero, per vedere come funzionano le residenze già attive e quali miglioramenti si possono apportare. In Italia esistono finora pochissime strutture simili, promosse sempre da associazioni. Quello di Bastia Umbra potrebbe diventare un modello replicabile, magari lavorando in collaborazione con altre organizzazioni che hanno già affrontato il tema. Se si lavora insieme, si può ottenere un risultato migliore”.
Il lavoro sul campo proseguirà: “Faremo un altro sopralluogo più accurato e cercheremo di parlare anche con le persone che andranno a vivere lì e con le loro famiglie, per capire meglio le loro esigenze e preferenze. Sono giovani adulti, è giusto che possano dire la loro: personalizzare gli spazi renderà tutto più semplice e anche scegliere un colore può diventare un modo per sentirsi più a casa”.
L’obiettivo è chiaro: “Rendere la struttura adatta alle esigenze di coloro che la abiteranno, assicurando prima di tutto la loro sicurezza e una buona qualità di vita”. Si tratta di un’abitazione destinata ad adulti che vivranno con il supporto di educatori, i cui pareri sono fondamentali nella progettazione, ancora in corso: “Non abbiamo ancora avanzato delle proposte concrete, ad ogni modo stiamo lavorando a soluzioni che integrino domotica, finiture, arredi, soluzioni di illuminazione e insonorizzazione, colori appropriati…”.
La domotica è l’insieme delle tecnologie che permettono gestire anche a distanza gli impianti di una casa, rendendo l’ambiente domestico più comodo, sicuro ed efficiente. La casa prevede spazi comuni come cucina e sala da pranzo, oltre ad aree esterne per eventuali laboratori. I sistemi domotici potranno regolare luci, tapparelle e sistemi di sicurezza, mentre una particolare attenzione sarà data agli allestimenti:
“Spesso le persone autistiche accumulano stress, per questo, nelle strutture più grandi, si adattano delle stanze a essere ‘zone calme’, per aiutarle a ‘decomprimersi’. In questo caso, non avendo spazi dedicati sufficienti, potremmo adattare le camere con sedute avvolgenti e configurazioni dei letti che formino nicchie protettive. Inoltre, esistono anche degli arredi che permettono l’interazione con colori, musiche e proiezioni di immagini rilassanti, tutti elementi pensati per creare un’atmosfera accogliente e funzionale alle specifiche esigenze degli abitanti”.
Chiunque contribuirà al progetto con una donazione minima di € 16 riceverà l’anello della Festa di Santa Rita, inciso con la sua rosa simbolo e la frase ‘Nel giardino di Santa Rita tu sei la rosa prediletta’. Per maggiori informazioni festadisantarita.org .
Papa Leone XIV invita ad abitare la casa di Dio
“Il cuore della Chiesa è straziato per le grida che si levano dai luoghi di guerra, in particolare dall’Ucraina, dall’Iran, da Israele, da Gaza. Non dobbiamo abituarci alla guerra! Anzi, bisogna respingere come una tentazione il fascino degli armamenti potenti e sofisticati. In realtà, poiché nella guerra odierna ‘si fa uso di armi scientifiche di ogni genere, la sua atrocità minaccia di condurre i combattenti a una barbarie di gran lunga superiore a quella dei tempi passati’. Pertanto, in nome della dignità umana e del diritto internazionale, ripeto ai responsabili ciò che soleva dire papa Francesco: la guerra è sempre una sconfitta! E con Pio XII: Nulla è perduto con la pace. Tutto può esserlo con la guerra”: con richiami alla Costituzione conciliare ‘Gaudium et Spes’ ed all’appello di papa Pio XII, papa Leone XIV ha concluso l’udienza generale ha chiesto di fermare le guerre ‘in nome del diritto internazionale’.
Mentre nella catechesi dell’udienza generale papa Leone XIV ha continuato il tema giubilare della speranza con una meditazione sulla guarigione del paralitico: ‘Gesù, vedendolo giacere e sapendo che da molto tempo era così, gli disse: Vuoi guarire?’: “In modo particolare oggi vorrei invitarvi a pensare alle situazioni in cui ci sentiamo ‘bloccati’ e chiusi in vicolo cieco. A volte ci sembra infatti che sia inutile continuare a sperare; diventiamo rassegnati e non abbiamo più voglia di lottare. Questa situazione viene descritta nei Vangeli con l’immagine della paralisi. Per questo motivo vorrei fermarmi oggi sulla guarigione di un paralitico, narrata nel quinto capitolo del Vangelo di san Giovanni”.
Ed ha tratteggiato brevemente la scena in cui si svolge l’azione di Gesù: “Gesù va a Gerusalemme per una festa dei Giudei. Non si reca subito al Tempio; si ferma invece presso una porta, dove probabilmente venivano lavate le pecore che poi venivano offerte nei sacrifici. Vicino a questa porta, sostavano anche tanti malati, che, a differenza delle pecore, erano esclusi dal Tempio perché considerati impuri!
Ed allora è Gesù stesso che li raggiunge nel loro dolore. Queste persone speravano in un prodigio che potesse cambiare la loro sorte; infatti, accanto alla porta si trovava una piscina, le cui acque erano considerate taumaturgiche, capaci cioè di guarire: in alcuni momenti l’acqua si agitava e, secondo la credenza del tempo, chi si immergeva per primo veniva guarito”.
Insomma era una ‘guerra’ tra poveri: “Si veniva a creare così una sorta di ‘guerra tra poveri’: possiamo immaginare la scena triste di questi malati che si trascinavano faticosamente per entrare nella piscina. Quella piscina si chiamava Betzatà, che significa ‘casa della misericordia’: potrebbe essere un’immagine della Chiesa, dove i malati e i poveri si radunano e dove il Signore viene per guarire e donare speranza”.
Gesù quindi chiede di vincere la delusione: “Gesù si rivolge specificamente a un uomo che è paralizzato da ben trentotto anni. Ormai è rassegnato, perché non riesce mai a immergersi nella piscina, quando l’acqua si agita. In effetti, quello che ci paralizza, molte volte, è proprio la delusione. Ci sentiamo scoraggiati e rischiamo di cadere nell’accidia”.
E lo fa attraverso una domanda personale e non superflua: “E’ invece una domanda necessaria, perché, quando si è bloccati da tanti anni, può venir meno anche la volontà di guarire. A volte preferiamo rimanere nella condizione di malati, costringendo gli altri a prendersi cura di noi. E’ talvolta anche un pretesto per non decidere cosa fare della nostra vita. Gesù rimanda invece quest’uomo al suo desiderio più vero e profondo”.
A tale domanda la risposta dell’uomo appare confusa, come aveva sottolineato sant’Agostino:
“Quest’uomo infatti risponde in modo più articolato alla domanda di Gesù, rivelando la sua visione della vita. Dice anzitutto che non ha nessuno che lo immerga nella piscina: la colpa quindi non è sua, ma degli altri che non si prendono cura di lui. Questo atteggiamento diventa il pretesto per evitare di assumersi le proprie responsabilità. Ma è proprio vero che non aveva nessuno che lo aiutasse?..
Il paralitico aggiunge poi che quando prova a immergersi nella piscina c’è sempre qualcuno che arriva prima di lui. Quest’uomo sta esprimendo una visione fatalistica della vita. Pensiamo che le cose ci capitano perché non siamo fortunati, perché il destino ci è avverso. Quest’uomo è scoraggiato. Si sente sconfitto nella lotta della vita”.
Ed ecco la conclusione di Gesù che invita all’azione: “Gesù invece lo aiuta a scoprire che la sua vita è anche nelle sue mani. Lo invita ad alzarsi, a risollevarsi dalla sua situazione cronica, e a prendere la sua barella. Quel lettuccio non va lasciato o buttato via: rappresenta il suo passato di malattia, è la sua storia. Fino a quel momento il passato lo ha bloccato; lo ha costretto a giacere come un morto. Ora è lui che può prendere quella barella e portarla dove desidera: può decidere cosa fare della sua storia! Si tratta di camminare, prendendosi la responsabilità di scegliere quale strada percorrere. E questo grazie a Gesù!”
Per questo papa Leone XIV ha lanciato l’invito ad abitare la ‘casa’ di Dio: “Carissimi fratelli e sorelle, chiediamo al Signore il dono di capire dove la nostra vita si è bloccata. Proviamo a dare voce al nostro desiderio di guarire. E preghiamo per tutti coloro che si sentono paralizzati, che non vedono vie d’uscita. Chiediamo di tornare ad abitare nel Cuore di Cristo che è la vera casa della misericordia!”
(Foto: Santa Sede)
Festa di Santa Rita da Cascia: la casa del futuro per giovani adulti autistici
A meno di due settimane dalla Festa della Santa degli Impossibili del 22 maggio, entra nel vivo la campagna di sensibilizzazione e raccolta fondi “Un gesto di fede, un dono di grazia” della Fondazione Santa Rita da Cascia Ente Filantropico ETS per il progetto ‘Dopodinoi’: un modello pilota di cohousing con tecnologie assistive per l’autonomia abitativa e la qualità di vita di 12 persone con disturbi dello spettro autistico. Situato a Bastia Umbra (PG), sarà uno dei primi casi in Italia, una ‘casa del futuro’ per cui si prevedono spazi e arredi interni integrati con la domotica e con attenzione alle finiture, soluzioni di illuminazione e insonorizzazione, alla scelta di colori appropriati.
L’obiettivo è raccogliere € 250.000 per i più fragili, in particolare per offrire casa, futuro e inclusione, come partner esclusivo, a 12 giovani adulti con autismo di medio-alto funzionamento, assistiti dalla Fondazione ANGSA Umbria ETS (Associazione Nazionale Genitori PerSone con Autismo), con supporto professionale qualificato. Il progetto, primo del genere in Umbria e realizzato con la consulenza scientifica del Politecnico di Torino, preparerà gli utenti all’emancipazione graduale dalla famiglia in vista del ‘Dopo di Noi’. Quella fase che rappresenta la preoccupazione più grande per i genitori, in un Paese in cui l’autismo riguarda un bambino su 77 e circa 600.000 persone e famiglie (dati OssNA).
“Entrano nel vivo i preparativi per la Festa, la mia prima da Badessa del Monastero e Presidente della Fondazione. – dichiara Madre Maria Grazia Cossu – Nel solco del cammino intrapreso, quando noi monache abbiamo voluto creare la Fondazione, anche in occasione della Festa la carità ritiana si traduce in solidarietà verso i più fragili e impatto sociale duraturo. Continua il nostro impegno in sostegno della disabilità intellettiva, con la volontà di cambiare lo sguardo su di essa: siamo ‘tutti unici, tutti diversi’ e anche le persone con disabilità presentano potenzialità da valorizzare e non solo limiti”.
Chi contribuirà al progetto con una donazione minima di 16 euro riceverà l’anello della Festa di Santa Rita, inciso con la sua rosa simbolo. Per maggiori informazioni festadisantarita.org
Grazie alla consulenza scientifica del Politecnico di Torino, la struttura di Bastia Umbra potrebbe diventare un modello di riferimento nazionale. Il villino con giardino e spazi esterni, da ristrutturare, situato in un contesto tranquillo ma ben servito permetterà agli abitanti di ‘stare nel mondo’. Il progetto di cohousing supportato da tecnologie assistive garantirà il diritto all’indipendenza, pur all’interno di una vita di comunità.
“L’obiettivo è rendere la struttura adatta alle esigenze degli abitanti, garantendo ambienti domestici sicuri e accoglienti che favoriscano l’autonomia – afferma Daniela Bosia, responsabile scientifico del centro di ricerca Turin accessibility Lab del Dipartimento di Architettura e Design del Politecnico di Torino – Stiamo studiando spazi e arredi interni integrati con la domotica e con attenzione alle finiture, soluzioni di illuminazione e insonorizzazione, alla scelta di colori appropriati”.
Particolare attenzione sarà data anche a soddisfare le esigenze individuali e a realizzare nelle stanze ‘zone calme’ per i momenti di stress, privilegiando sedute avvolgenti, arredi interattivi con colori, musiche e immagini rilassanti.
A sostegno dei più fragili e in particolare del progetto ‘Dopodinoi’, sabato 17 e domenica 18 maggio, nel weekend precedente la Festa, tornano nelle piazze di tutte le regioni d’Italia anche le Rose di Santa Rita, altro evento di sensibilizzazione e raccolta fondi che la Fondazione promuove dal 2017. Saranno oltre 250 i punti di distribuzione, dove saranno attivi i tantissimi volontari, cuore dell’organizzazione ritiana, la donazione minima richiesta è di 15 euro. La rosa è il simbolo della santa più venerata al mondo e celebra il miracolo della fioritura straordinaria, in pieno inverno, del roseto nella sua casa natìa, quando era prossima alla morte.
Per avere maggiori informazioni sui punti di distribuzione e cercare il volontario più vicino, si può consultare la mappa al link rosedisantarita.org. Allo stesso link, per chi non potrà andare in piazza, è già disponibile la piantina, con una donazione minima di 25 euro.
Dopo i 18 anni, le persone autistiche spesso ‘scompaiono’ dai radar istituzionali, finendo in strutture come RSA o istituti psichiatrici: ‘Per un giovane autistico, la vera cura è una casa’, racconta Francesca, madre di Emanuele, futuro abitante del cohousing.
“Questo progetto è il risultato di un percorso iniziato tre anni fa, portando il nostro focus dalle fragilità socio-economiche a quelle intellettive – spiega Monica Guarriello, neo Direttrice Generale della Fondazione – Abbiamo già investito 265mila euro in progetti per la disabilità intellettiva, sostenendo oltre 110 persone, e puntiamo a rendere questo modello di cohousing replicabile. L’impatto sociale da noi generato sta crescendo, grazie al nostro approccio: lo stesso ascolto che le monache prestano ai devoti attraverso il Ministero della Consolazione, noi lo esercitiamo verso i beneficiari, cercando di comprenderne realmente storie e bisogni”.
Dal 12 al 20 maggio (ore 11.50) si terrà online, in diretta streaming, il Rosario dal Coro del Monastero, luogo di clausura, per la Novena di Santa Rita, Sarà possibile seguire anche tutte le celebrazioni più importanti della Festa in diretta streaming sui canali social del monastero. Per saperne di più santaritadacascia.org
Martedì 20 maggio verranno presentate le donne insignite del Riconoscimento Internazionale Santa Rita 2025: Marina Mari, Suor Rita Giaretta, Yuliia Kurochka e Vittoria Scazzariello, presentate dal meteorologo e giornalista TV Colonnello Francesco Laurenzi. Giovedì 22 maggio, presso la Sala della Pace, si svolgerà il Solenne Pontificale (ore 11.00) presieduto dal Cardinale Reina Baldassare, Vicario Generale per la Diocesi di Roma, seguito dalla Supplica e Benedizione delle Rose; mentre sabato 24 maggio alle ore 21.00 è previsto lo spettacolo ‘Rita, santa della speranza’.
Costruiamo insieme la ‘Casa della Speranza’
L’appello di padre Lumetta, missionario rogazionista in Brasile, da anni impegnato a salvare la vita di centinaia di bambini in condizione di estremo disagio. La Federazione Nazionale Italiana Società di San Vincenzo De Paoli ODV, attraverso il Settore Solidarietà e Gemellaggi nel Mondo, aiuta 2500 bambini in cinque Continenti a studiare in luoghi più sereni e sicuri.
Uno di questi Paesi è il Brasile dove padre Vincenzo Lumetta risponde a un impegno ben preciso e arduo: aiutare centinaia di bambini e ragazzi a uscire dai pericoli della strada e a costruire un domani migliore. Lui è un Missionario Rogazionista, presente in diverse missioni del Brasile da trentasette anni e, da diciassette, nel comune di Presidente Jânio Quadros, nello stato di Bahia.
La sua chiamata oltreoceano, lontano dalla sua Sicilia, arriva nelle aree più povere del Paese, abitate principalmente da anziani e bambini affidati alle cure dei nonni. Si tratta di una regione semi-arida che affronta costantemente la siccità e la cronica mancanza d’acqua: “Si vive in una condizione di estremo disagio, segnata da malnutrizione e difficoltà di accesso alla salute e all’istruzione. I bambini, fin dalla più tenera età, vagano per le strade, dedicandosi all’accattonaggio e alla raccolta di materiali riciclabili tra i rifiuti urbani. Esposti a infezioni, all’abbandono scolastico precoce e spesso coinvolti in attività illecite, sono facili prede della delinquenza”, racconta Padre Lumetta.
Nel 2016, insieme alla Comunità religiosa rogazionista, Padre Vincenzo ha deciso di fondare il Centro di Convivencia ‘Sant’Annibale’: “Qui vengono accolti 300 bambini e bambine in condizioni di vulnerabilità, di età compresa tra i 4 e i 18 anni” spiega il sacerdote e aggiunge: “Ogni giorno può esserci una vita da salvare” e ricorda la storia di Bruno, oggi 6 anni: “In una torrida giornata d’estate Bruno era lungo la strada, malnutrito e senza forze. Cresciuto nel degrado e nella sporcizia, dopo l’allattamento materno si è nutrito quasi esclusivamente di fagioli e farina di manioca: non c’era altro”.
Il suo corpo ha dovuto adattarsi in fretta ad una realtà di abbandono e privazioni. È nato in una favela della grande San Paolo, dove i suoi giovanissimi genitori si erano trasferiti in cerca di fortuna prima di cadere nella spirale della droga. La madre, per sostenere la sua dipendenza, chiedeva l’elemosina agli angoli delle strade e ai semafori, portando con sé il piccolo Bruno.
“L’ho accolto come un figlio al Centro diurno di Convivencia Sant’Annibale di Bahia e qui Bruno ha scoperto per la prima volta il significato di amore, calore umano e amicizia”, confida Padre Lumetta. Storie come la sua sono comuni al Centro. Ognuna è unica, ma tutte raccontano il dolore di giovani vite già profondamente segnate.
Il Centro diurno diventa un luogo di speranza in cui ricominciare a credere a un futuro migliore. “Qui i ragazzi possono riunirsi, fare i compiti per rafforzare la formazione ed essere aiutati ad acquisire il senso del dovere e il rispetto delle regole” afferma Padre Vincenzo. “Dedichiamo spazio alle attività sportive che rappresentano un’opportunità fondamentale per imparare a gestire l’aggressività, a educarsi alla pace e a relazionarsi con gli altri”.
Al ‘Sant’Annibale’ sono accolte anche le giovani mamme e gli anziani nonni: “Organizziamo dei laboratori di formazione professionale di cucito, corsi di ceramica, musica, lettura e cucina. Sono corsi adatti a tutte le età”, spiega padre Lumetta. Il numero di bambini e bambine che bussano ogni giorno alla porta del Centro continua a crescere. Le strutture attuali non bastano: fuori il sole è cocente e i piccoli non hanno spazi adeguati per giocare.
Per questo, Padre Vincenzo vorrebbe realizzare un grande sogno: costruire ‘La Casa della Speranza’, una sala ricreativa dove i bambini possano trascorrere il pomeriggio in serenità, al riparo dai pericoli della strada, dalla violenza e dall’abbandono scolastico. Uno spazio sicuro, un rifugio in cui trasformare storie di sofferenza in racconti di speranza. “Qui i bambini potranno giocare, studiare, ricevere una merenda e, soprattutto, vivere l’infanzia che meritano”, conclude il sacerdote.
Per aiutare Padre Lumetta a realizzare il suo sogno insieme a quello di tanti bambini occorre raccogliere € 15.000. La Federazione Nazionale Italiana Società di San Vincenzo De Paoli ODV, attraverso il Settore Solidarietà e Gemellaggi nel Mondo, ha avviato una raccolta fondi:
* C/C BANCARIO Presso Banca Intesa San Paolo IBAN:IT76I0306909606100000018852;
* CONTO CORRENTE POSTALE NR. 14798367 IBAN:IT94F0760111800000014798367 CAUSALE: Progetto Brasile. La donazione è fiscalmente deducibile/detraibile. Per saperne di più contattaci a solidarity@sanvincenzoitalia.it o chiama il 3920270767 (anche WhatsApp).
Il Settore Solidarietà e Gemellaggi nel Mondo è la struttura della Federazione Nazionale Italiana Società di San Vincenzo De Paoli ODV che si occupa non solo di sostegno a distanza – più di 2.500 in 40 Paesi –ma anche di sviluppare progetti con partner locali come costruzione di pozzi, aule scolastiche e ospedali, nonché di intervenire nei luoghi colpiti da calamità naturali o guerre e di promuovere la creazione di gemellaggi tra le Conferenze italiane e altre all’estero. Il Settore Solidarietà e Gemellaggi nel Mondo opera al servizio dei Vincenziani e di chi, nel mondo, ha bisogno, offrendo la propria struttura, le proprie competenze, la capacità di costruire quella rete di carità con la quale il Beato Federico Ozanam desiderava ricoprire il mondo.
(Foto: Società San Vincenzo de’ Paoli)
Simone Feder: stare vicino ai giovani per amarli
All’Abbadia di Fiastra di Tolentino, in provincia di Macerata continuano gli incontri giubilari, in collaborazione con l’Azione Cattolica Italiana diocesana, Sermirr di Recanati e Sermit di Tolentino e su proposta di don Rino Ramaccioni è stato invitato l’educatore Simone Feder, psicologo e coordinatore dell’area ‘giovani e dipendenze’ della ‘Casa del Giovane’ di Pavia, che ha raccontato storie di ‘Giovani, speranza del mondo’, descrivendo il modo in cui i giovani possono diventare risorsa, ma sono troppo spesso senza una ‘bussola’ davanti al dilagare della droga:
“Vedo l’uso di sostanze devastanti che portano danni irreparabili anche livello sanitario e di cui pagheremo un prezzo salato, danni irreparabili fisici e della percezione della realtà che queste sostanze provocano. Il problema oggi non sono più le politiche di riduzione del danno, perché il problema non è più la droga ma il malessere, la sofferenza, è quella che dobbiamo ridurre non tanto le sostanze. Oggi abbiamo ragazzini di 13 anni già pieni di sostanze che vengono trascinati sempre più con fatica dai genitori, fragili anche loro”.
Ed ecco la proposta educativa riprendendo lo stile di san Giovanni Bosco: “Il mio invito è quello di cambiare questo sguardo punitivo e repressivo; occorre un punto di partenza diverso. Provo a dirlo con san Giovanni Bosco: non basta amare i ragazzi, devono sentirsi amati”.
Simone Feder, in quale modo i giovani possono essere speranza del mondo?
“I giovani sono speranza del mondo se come adulti noi ci siamo nel loro mondo, stando a fianco a loro ma non da ‘maestrini’ per costruire insieme qualcosa. Ecco che i giovani poi si attivano e generano situazioni di attenzione agli altri ed ai loro compagni diventando generatori di oltre”.
‘Generatori di oltre’, ma allora per quale motivo definiamo i giovani apatici?
“E’ un mondo che abbiamo portato noi adulti, adolescenti perenni che non riusciamo a vedere se non una parte del loro essere. Sono convinto che i giovani non sono apatici, ma vivono una situazione che li porta sempre più a spegnersi. Bisogna riattivare queste situazioni; ma quali spazi hanno oggi i giovani per giocarsi interessi diversi che noi continuiamo a proporgli, cioè il nulla. Dentro questo nulla rischiano di naufragare in questo mare”.
Ma i giovani cercano il senso della vita?
“Sempre più ragazzi, anche non definiti ‘problematici’, chiedono aiuto per dare un senso alla propria vita. Sono insoddisfatti di ciò che li circonda e cercano risposte. Sono come i ‘canarini nella miniera’, che ci segnalano un ambiente tossico, incapace di offrire loro l’ossigeno necessario per crescere e trovare motivazioni. Per questo, è fondamentale proporre loro esperienze significative, come il volontariato, che possano far emergere un’alternativa concreta. Ma non basta offrirle: bisogna esserci anche nel lungo periodo, sostenendoli nelle difficoltà quotidiane, insomma impegnarsi ed essere determinati”.
Quali parole possono essere necessarie per iniziare un dialogo con i giovani?
“Ciò che deve smuovere le coscienze è ricordarci che di fronte a noi ci sono delle persone. Dobbiamo avvicinarci a chi soffre con uno sguardo pulito e sincero, trasmettere attenzione, comunicare con il cuore, stringergli la mano, chiamarlo per nome. Dobbiamo rispettarlo, anche nei suoi silenzi: rispettare i tempi dell’altro è fondamentale, è così che si costruisce una relazione. Quando mi occupo della formazione dei giovani volontari che operano al bosco di Rogoredo, ripeto sempre che ciò che conta è la sincerità dell’approccio, andare in questo ‘non-posto’ per essere d’aiuto e non per raggiungere un obiettivo. Può passare molto tempo prima che un giovane accetti di fidarsi di te, seguirti e iniziare un percorso di recupero. L’essenziale, innanzitutto, è fargli sentire il tuo sostegno: quando vuoi, io ci sono”.
Per quale motivo le droghe sono tornate prepotentemente alla ribalta?
“A livello culturale stiamo sdoganando la trasgressione; c’è maggior offerta di sostanze ovunque e ci sono anche politiche di intervento che non sono pensate. Oggi non è tanto intervenire sulle cose disfunzionali, ma bisogna proporre qualcosa di più funzionale, cioè l’altra parte della bilancia che bisogna arricchire, che è sempre più impoverita, facendo crescere il disfunzionale, in quanto le droghe stanno sempre più diventando ‘terapia’ del malessere giovanile”.
Partendo dalla sua esperienza in questi anni come è cambiato il mondo della ‘droga’?
“Il bosco si sta ripopolando, non siamo ancora ai numeri del 2017-2018 ma stanno crescendo i ragazzi che arrivano. Il fatto che comunque noi siamo lì (diamo anche farmaci, cibo, vestiti) aiuta a contenere un po’ i numeri. E fuori dal bosco la droga è ovunque e costa pochissimo. Ma tutto questo rischia di passare tutto in sordina. Dobbiamo chiederci a quale soglia di disagio ci stiamo abituando oggi? Crescono sempre di più gesti autolesivi, nelle famiglie ci sono concentrazioni di rabbia che esplodono in gesti violenti, anche i ragazzini si avvicinano al bosco.
Ci stiamo abituando a un disagio che nel frattempo di sta strutturando. C’è un’indifferenza generale, se lo Stato non ci aiuta vedremo domani i disastri. Se non stai in quei posti i ragazzi li perdi per sempre, i ragazzi oggi non li puoi stare ad aspettare nelle comunità, devi andare a cercarli a incontrarli. Bisogna cambiare paradigma anche dei nostri servizi. Dobbiamo cercare di intercettare e capire la sofferenza che c’è in giro. Per fortuna c’è anche chi si avvicina e si impegna volontariamente e con costanza”.
Perché Rogoredo?
“La presenza a Rogoredo è una sfida. C’è uno tsunami che ci sta travolgendo. Oggi genitori distrutti ci chiedono di andare a recuperare i loro figli o almeno di avere qualche notizia sulla loro presenza. Quello che il ‘Boschetto’ ci ha insegnato è che dobbiamo uscire dai nostri comodi setting ambulatoriali. Oggi i giovani dobbiamo andarceli a prendere. Le comunità devono uscire dalle propria mura, andare in questi non luoghi, incontrare e abbracciare questi giovani. Solo così, solo costruendo una relazione si può poi portarli alla cura.
Qualche giorno fa abbiamo raccolto nel bosco di Rogoredo un ragazzo di 23 anni steso senza conoscenza, e mi sono chiesto, come è arrivato sin lì, a casa, a scuola, nessuno ha colto il suo disagio? Che relazioni ha avuto? Come mai non ha incontrato nessuno, lo Stato dove era? Dove eravamo noi? La nostra presenza ci ha permesso di agganciare centinaia di ragazzi e ragazze in questi anni ed un centinaio sono andate in trattamento o in comunità. Ma siamo troppo soli. Oggi l’eroina al bosco la paghi € 14 al grammo, vediamo sostanze che non abbiamo mai visto come ‘krokodril’ che crea disastri sanitari, una sostanza che ‘mangia gli arti’ e provoca vistose ulcere sulla pelle. Ma c’è qualcuno che si chiede: quali sostanze girano?”
All’interno della Casa del Giovane, fondata dal venerabile don Enzo Boschetti, è stata aperta anche una chiesa giubilare: quale significato questa apertura?
“E’ stata un’occasione molto bella che il nostro vescovo della diocesi di Pavia, mons. Sanguinetti, ha voluto fare nella città, scegliendo la cappella della Casa del Giovane. Per noi questo gesto significa apertura al mondo ed alla conoscenza di quello che si vive all’interno della comunità, perché c’è l’accoglienza di tanta sofferenza, ma anche la gioia per quei giovani, che hanno fatto un percorso e stanno diventando come pietre che, scartate dai costruttori, stanno diventando testate d’angolo”.
Per quale motivo don Enzo Boschetti ha dato il nome ‘Casa del Giovane’ alla sua struttura?
“Per i giovani che negli anni Sessanta incontrava. In quegli anni della ‘contestazione giovanile’ non è rimasto a guardare ma ha cercato di dare uno spazio in cui i giovani la potessero sentire casa. Oggi cerchiamo di portare avanti questa sua ‘intuizione’. Penso che la ‘Casa del Giovane’ sia la casa di chiunque si senta giovane dentro”.
A Milano festeggiati i primi 100 giorni del Fondo Schuster – Case per la gente
A 100 giorni dall’annuncio in Duomo del 15 dicembre 2024, nell’ambito delle iniziative per celebrare i cinquant’anni di Caritas Ambrosiana, è possibile tracciare un primo bilancio sull’avvio del ‘Fondo Schuster – Case per la gente’. Voluto dall’arcivescovo di Milano, mons. Mario Delpini, il progetto nasce con l’obiettivo di affrontare l’emergenza abitativa, un tema sempre più urgente in una metropoli come Milano, così come in altre zone della Diocesi, dove profondi squilibri e disuguaglianze economiche rendono sempre più difficile garantire il diritto alla casa.
In questa prima fase il lavoro si è sviluppato su due fronti: da un lato, sono state rafforzate le alleanze istituzionali con enti pubblici e privati, che hanno messo a disposizione appartamenti e donato risorse economiche; dall’altro, sono state avviate le prime azioni per rendere operativo il Fondo, offrendo ai primi beneficiari nuove possibilità di alloggio e sostegno economico per il pagamento di utenze, affitti arretrati e altre spese per la casa.
Ad oggi sono stati raccolti oltre € 2.000.000. Per avviare il progetto la Diocesi di Milano, che ha affidato alla Caritas Ambrosiana la gestione del Fondo, ha messo a disposizione un milione di euro di risorse proprie. In questi tre mesi, € 500.000 sono stati donati dalla Fondazione ‘Peppino Vismara’; € 150.000 dagli Enti bilaterali di terziario e turismo (espressione di Confcommercio Milano, Lodi, Monza e Brianza e Filcams Cgil Milano, Fisascat Cisl Milano e Metropolie Uiltucs Lombardia); infine, quasi € 400.000 provengono da contributi di privati.
L’iniziativa è sostenuta anche dalle istituzioni pubbliche: Regione Lombardia, tramite l’Aler Milano, ha messo a disposizione 120 appartamenti nel capoluogo. Di questi, è stato selezionato un primo blocco sperimentale di 15 unità, distribuite in diverse zone della città (5 nel quartiere Mazzini, 5 nel quartiere Forlanini-Crescenzago, 2 a Stadera, 1 a Calvairate, 1 a Molise e 1 a Barona). Il Comune di Milano intende contribuire inizialmente con 12 appartamenti situati in via Ricciarelli, cui seguirà la disponibilità di altri alloggi vuoti; sono in corso i confronti tecnici sulle modalità di collaborazione.
Inoltre, sono state messi a disposizione 15 immobili da parrocchie e cittadini, attualmente soggetti a valutazione tecnica, anche in relazione ai lavori di sistemazione che richiedono. Nel frattempo si stanno definendo, e verranno resi noti ai Centri di ascolto territoriali, i criteri di assegnazione delle abitazioni su cui si deciderà di operare.
Infine, a partire dal 1° gennaio il servizio Siloe e l’area Casa di Caritas Ambrosiana hanno selezionato, tra le segnalazioni e le richieste di supporto inviate dai Centri d’ascolto dell’intera Diocesi, 43 casi, ovvero persone o famiglie in stato di bisogno cui sono state concesse erogazioni monetarie, per un valore complessivo di € 85.000 da utilizzare per affrontare spese connesse all’abitazione (utenze, spese condominiali, arretrati affitto, ristrutturazioni…).
“Il Fondo Schuster sta generando grande attenzione su un tema altamente problematico sia a Milano che nei territori della Diocesi – commenta Luciano Gualzetti, direttore di Caritas Ambrosiana. Sul versante dei contributi a persone e famiglie in difficoltà economica a causa di spese legate alla casa il Fondo offre risorse preziose per rendere ancora più efficace l’aiuto e l’accompagnamento offerti dai Centri d’ascolto territoriali e dal servizio diocesano Siloe. Ma ci stiamo attrezzando al meglio anche su altri versanti, affinché il diritto a un abitare dignitoso sia esigibile non soltanto da chi ha un solido patrimonio e un robusto reddito.
Stiamo stringendo alleanze, con le istituzioni pubbliche e con altri soggetti del mondo imprenditoriale, finanziario e filantropico, affinché gli interventi abbiano senso e durata, e divengano elemento strutturale del nostro agire. Ma soprattutto si qualifichino come stimolo a politiche di settore che evitino la polarizzazione tra città e quartieri per ricchi, e città e quartieri per gli altri ceti sociali. Ci teniamo alla coesione e dunque della sicurezza delle nostre comunità, ma anche alla qualità delle relazioni umane e alla tenuta democratica dei nostri territori”.
Il ‘Fondo Schuster – Case per la gente’ ha l’obiettivo di affrontare il problema dell’emergenza abitativa attraverso tre azioni principali. In primo luogo, si prevede di effettuare lavori di riqualificazione su immobili da destinare a famiglie e individui che incontrano difficoltà nell’accesso a soluzioni abitative a prezzo di mercato, con il 50% delle risorse destinate a questo scopo.
In secondo luogo, il Fondo intende fornire garanzie ai privati che decidono di mettere a disposizione appartamenti a prezzi calmierati, per renderli accessibili a famiglie o individui in difficoltà. A questa finalità verrà destinato il 20% delle risorse. Infine, il Fondo prevede di erogare contributi per supportare le persone in difficoltà economica nelle spese abitative, come affitti, bollette, spese condominiali e interventi di riqualificazione energetica, destinando il 30% delle risorse a queste esigenze.
Per la gestione delle risorse, il Fondo si avvarrà della rete dei Centri di ascolto Caritas, coordinati dal Servizio Siloe, che si occuperanno di individuare le famiglie beneficiarie degli interventi sul territorio della Diocesi. Inoltre, la Fondazione San Carlo, promossa dalla Diocesi e Caritas, collaborerà con altri soggetti per la riqualificazione e la gestione degli appartamenti conferiti al Fondo.
Il Fondo è stato intitolato al card. Ildefonso Schuster nel 70° anniversario dalla sua morte (31 agosto 1954) per ricordare una delle attenzioni principali che caratterizzarono il suo ministero pastorale nel secondo dopoguerra. Tra queste, spicca il progetto della ‘Domus Ambrosiana’, una grande opera di solidarietà che, grazie a una grande raccolta fondi a cui parteciparono anche banchieri e industriali, permise la costruzione di tre quartieri con 239 alloggi a canone accessibile, offrendo agli inquilini anche la possibilità di riscattare la propria abitazione. Obiettivi e meccanismi di funzionamento del Fondo sono illustrati dal sito internet www.fondoschuster.it.
(Foto: Fondo Schuster)
Dalla Calabria racconti dei ‘Figli venuti dal mare’
Dallo scorso dicembre è nelle librerie il libro ‘Figli venuti dal mare’, scritto dal responsabile della ‘Casa dell’Annunziata’ di Reggio Calabria’, Giovanni Fortugno, e da Luca Luccitelli, responsabile dell’ufficio stampa dell’associazione ‘Papa Giovanni XXIII’, che racconta le storie di dolore e di speranza di minori stranieri che sono arrivati soli sulle coste dell’Italia e che sono stati accolti nella Casa dell’Annunziata, una struttura di accoglienza per minori stranieri non accompagnati (Msna) gestita dalla Comunità fondata da don Benzi: “Le storie che abbiamo raccontato sono simili a quella della ragazzina di 11 anni salvata nel Canale di Sicilia, unica sopravvissuta nel naufragio dell’imbarcazione su cui si viaggiava”.
E nel 2023 sono stati 23.000 i minori stranieri non accompagnati arrivati in Italia. Se all’inizio il fenomeno riguardava ragazzi maschi soprattutto nordafricani, prossimi alla maggiore età, oggi i minori che sbarcano sulle coste italiane sono sempre più piccoli. Basti pensare che i minori di 14 anni che sono arrivati, soli, in Italia nel 2023 sono stati 3.600.
Nel volume, i minori diventano ‘figli’ perché come tali sono accolti dalla ‘Casa dell’Annunziata’, come si legge nel prologo: “Non abbiamo potuto proteggerli, accompagnarli, sostenerli lungo il viaggio. Lo facciamo qui. La peculiarità di questa casa, rara se non unica, è quella di ricreare un clima familiare unitamente alla presenza di figure professionali”.
Il libro racconta i viaggi di 7 tra questi “figli”: Joy, Fatou, Abel, Yonas, Mir, Fatima e Mamadou, giunti in Italia dalla Somalia, Eritrea, Afghanistan e da altri Paesi dalla situazione politica e sociale difficile, attraversando il deserto ed il mare, dopo essere stati prigionieri, torturati, separati dalle loro famiglie. I loro viaggi, nelle pagine del testo, si intrecciano con l’analisi della situazione geopolitica dei Paesi di provenienza e di quelli che hanno attraversato, tra i più insicuri al mondo, intrecciandosi con la realtà della Casa dell’Annunziata dove (accanto a volontari che fanno loro da padre e da madre, portando umanità) ci sono anche le figure professionali dei mediatori culturali, della psicologa, dell’assistente sociale.
Da Giovanni Fortugno, coautore del libro, ci facciamo raccontare il motivo del titolo: “Premesso che nel 2011 l’associazione ‘Papa Giovanni XXIII’ mi diede la responsabilità del servizio ‘immigrazione’, nelle attività effettuate tra Italia e Grecia abbiamo dato vita a Reggio Calabria con il supporto della diocesi al ‘Coordinamento ecclesiale sbarchi’ e nel 2013 iniziammo a partecipare agli sbarchi.(ne ho vissuti circa 380 circa 70.000 persone sbarcate di cui 8.000 minori non accompagnati). Alla fine di uno di questi sbarchi, avvenuto dalla nave San Giorgio della Marina militare, arrivarono a Reggio 1080 persone, tra i quali un cadavere, composte per lo più da siriani.
Quando finimmo a sera tardi, sfiniti, tornando a casa pensavo ai tanti bambini, i quali fino a prima della guerra in Siria vivevano la loro vita serena (non dimentichiamoci che la Siria era definita la Svizzera dell’Oriente), in poche settimane tutto è cambiato con lo scoppio della guerra. Allora mi feci questa domanda: ma se questo dovesse avvenire in Italia io che cosa chiederei per i miei figli? L’altro motivo è il rapporto che abbiamo con i genitori dei nostri bambini; la maggior parte di loro, ringraziandomi, non fanno altro che dire ‘ti affido mio figlio’. I Msna sono riconosciuti attraverso questo acronimo, ma di fatto sono figli come se fossero i nostri”.
Quali storie raccontano i ‘figli venuti dal mare’?
“Sono 8 di 200 storie di bambini/ragazzi accolti da noi in questi anni e raccontano della loro famiglia, del loro Paese, del viaggio, di sofferenze, morte, torture, ma di speranze per un futuro tutto da costruire”.
Da dove è nata l’esigenza di raccontare queste storie?
“Oggi il tema dell’immigrazione è diventato il tema della vita sociale di tantissimi Stati, vissuto come il problema principale dei nostri giorni, riguarda aspetti geopolitici, guerre, interessi economici…
Le prospettive possono essere tante su questo tema: la nostra è stata quella che viviamo quotidianamente ed è la vita di bambini/fanciulli che a rischio della loro vita, iniziano il loro ‘sogno’ attraverso un viaggio traumatico (di questo ne hanno coscienza); per questo cito la testimonianza di uno dei miei ragazzini che afferma: ‘mia madre nel pensarmi morto sicuro nel mio Paese ha preferito farmi rischiare la morte per un possibile futuro di vita in un paese lontano’. Quindi l’esigenza di raccontare alla tante mamme e papà questa prospettiva e solo attraverso questi racconti/testimonianze vorremmo che si guardasse a questi piccoli con una prospettiva diversa”.
E fra queste storie anche quella di un ragazzo, che qualche settimana fa attraverso alcune foto di giornale ha riconosciuto il generale Nijeem Osama Almasri, capo della polizia giudiziaria libica, accusato dalla Corte penale internazionale di crimini di guerra e contro l’umanità: cosa avete provato davanti al suo riconoscimento?
“Beh direi pure bambino, visto che aveva solo 10 anni quando si è ritrovato in Libia nelle mani di questi trafficanti. Noi conoscevamo la sua storia e ciò che aveva vissuto durante il suo viaggio,ci aveva dato dei nomi dei trafficanti con i quali lui era stato a contatto. Ci parlava sempre del ‘capo con la divisa’, riconosciuto durante le attività proposte ai ragazzi (noi facciamo la lettura dei quotidiani); e nella lettura di uno di questi ha visto le foto di Almasri, il nostro M. lo ha riconosciuto subito ed ha iniziato ad urlare: ‘E’ lui, è lui il capo!’
Non è purtroppo il primo trafficante, torturatore, con il quale ci siamo scontrati in questi anni. La rabbia è sempre la stessa, perché non sono i poveri ‘cristi’ che portano i barchini e vengono arrestati poi in Italia, ad essere responsabili. In effetti spesso sono i migranti stessi che per pagarsi il viaggio fanno questo, ma i veri responsabili sono gente come Almasri: riteniamo una grave ingiustizia quello che è successo”.
Per quale motivo fuggono dai loro Paesi?
“I motivi possono essere molteplici come guerre, carestie, motivi politici e religiosi. Voglio fare un esempio molto attuale: la Repubblica Democratica del Congo sta vivendo una guerra civile, in quanto i due paesi confinanti (Rwanda e Uganda) da sempre con mire espansionistiche ne stanno approfittando. Infatti non tutti sanno che tra le molte risorse del sottosuolo della Repubblica Democratica del Congo c’è il ‘coltan’, che è un minerale essenziale per produrre tutti i dispositivi elettronici, in particolare telefoni cellulari, computer… Da tempo a vario titolo le organizzazioni umanitarie hanno denunciato lo sfruttamento dei bambini in queste miniere per l’estrazione di tale materiale. Ebbene la commissione dell’Unione Europea ha firmato un accordo con i due Paesi invasori (Rwanda ed Uganda) per lo sfruttamento delle risorse minerarie della Repubblica Democratica del Congo. Altro che aiutiamoli a casa loro!”
Cosa sperano di trovare nei Paesi europei?
“Il loro progetto migratorio è quello di trovare la possibilità di lavorare per sostenere la propria famiglia. Dopo si scontrano con la realtà in quanto minori, perchè ci sono alcuni obblighi come la frequenza scolastica e la loro tutela; quindi interagendo con le famiglie di origine costruiamo un progetto su ognuno di loro a partire dalla scuola, che è l’agenzia determinante nel loro percorso; con pazienza e impegno lo facciamo assimilare ai nostri bambini/ragazzi, che sono inseriti a fare molte attività come calcio, nuoto, palestra, scout…
Molti di loro hanno finito il percorso scolastico ed alcuni hanno iniziato l’Università; non più tardi di qualche mese fa abbiamo assunto come operatore uno dei nostri ragazzi accolti, che, arrivato a 13 anni in Calabria, si è diplomato ed adesso ha iniziato quest’ultima parte per un’integrazione completa nel tessuto sociale della nostra città”.
Per quale motivo, 10 anni fa, è sorta la ‘Casa dell’Annunziata’?
“Ritorno all’attività che assieme ad altri fratelli dell’associazione ‘Papa Giovanni XXIII’ abbiamo fatto come servizio ‘Immigrazione’: sin dall’inizio abbiamo visto in Grecia tantissimi minori, anche bimbi afghani di 6 anni, ed abbiamo capito che questa particolare vulnerabilità nel sistema ‘migratorio’ avrebbe necessitato un aiuto da parte nostra. La Comunità, nel suo sistema di accoglienza, aveva le ‘case famiglia’, ma abbiamo capito che avremmo necessitato di un sistema di accoglienza che oltre al clima famigliare doveva avere in sè ulteriori figure professionali come mediatori, psicologi ed assistenti sociali oltre che ad educatori professionali.
Inoltre gli sbarchi a Reggio Calabria hanno portato a tantissimi minori (come dicevo prima); a quel punto d’accordo con la diocesi, che aveva un immobile da completare, abbiamo deciso di dare vita a questo progetto ed il 14 dicembre 2004 ci è stata consegnata la ‘Casa dell’Annunziata’ il 31 Gennaio 2015; completata la struttura con l’arredamento abbiamo iniziato l’iter per le varie autorizzazioni ed accreditamenti. Oggi la ‘Casa dell’Annunziata’ è autorizzata dalla regione Calabria attraverso la legge per i servizi regionali ed accreditata dal comune di Reggio Calabria come comunità di accoglienza per Minori stranieri non accompagnati”.
(Tratto da Aci Stampa)
Papa Francesco invita ad ‘imitare’ Zaccheo
Anche oggi in occasione dell’udienza generale papa Francesco, ancora convalescente, ha fornito il testo scritto della catechesi, che prende in esame alcuni personaggi evangelici, concentrandosi su Zaccheo: “Questa volta vorrei soffermarmi sulla figura di Zaccheo: un episodio che mi sta particolarmente a cuore, perché ha un posto speciale nel mio cammino spirituale. Il Vangelo di Luca ci presenta Zaccheo come uno che sembra irrimediabilmente perso. Forse anche noi a volte ci sentiamo così: senza speranza. Zaccheo invece scoprirà che il Signore lo stava già cercando”.
Il papa ha sottolineato che nel Vangelo si descrive il modo con cui Gesù ‘scende’ per ‘cercare’ la gente: “Gesù infatti è sceso a Gerico, città situata sotto il livello del mare, considerata un’immagine degli inferi, dove Gesù vuole andare a cercare coloro che si sentono perduti. E in realtà il Signore Risorto continua a scendere negli inferi di oggi, nei luoghi di guerra, nel dolore degli innocenti, nel cuore delle madri che vedono morire i loro figli, nella fame dei poveri”.
L’evangelista è abile nel tratteggiare le sue ‘caratteristiche’, che lo hanno escluso: “Zaccheo in un certo senso si è perso, forse ha fatto delle scelte sbagliate o forse la vita l’ha messo dentro situazioni da cui fatica a uscire. Luca insiste infatti nel descrivere le caratteristiche di quest’uomo: non solo è un pubblicano, cioè uno che raccoglie le tasse dei propri concittadini per gli invasori romani, ma è addirittura il capo dei pubblicani, come a dire che il suo peccato è moltiplicato.
Luca aggiunge poi che Zaccheo è ricco, lasciando intendere che si è arricchito sulle spalle degli altri, abusando della sua posizione. Ma tutto questo ha delle conseguenze: Zaccheo probabilmente si sente escluso, disprezzato da tutti”.
Proprio per queste caratteristiche Zaccheo ha un desiderio di poterlo vedere: “Quando viene a sapere che Gesù sta attraversando la città, Zaccheo sente il desiderio di vederlo. Non osa immaginare un incontro, gli basterebbe guardarlo da lontano. I nostri desideri però trovano anche degli ostacoli e non si realizzano automaticamente: Zaccheo è basso di statura!”
Ed il suo desiderio non si arresta nemmeno davanti alle difficoltà: “E’ la nostra realtà, abbiamo dei limiti con cui dobbiamo fare i conti. E poi ci sono gli altri, che a volte non ci aiutano: la folla impedisce a Zaccheo di vedere Gesù. Forse è anche un po’ la loro rivincita”.
Il desiderio vince la paura: “Ma quando hai un desiderio forte, non ti perdi d’animo. Una soluzione la trovi. Occorre però avere coraggio e non vergognarsi, ci vuole un po’ della semplicità dei bambini e non preoccuparsi troppo della propria immagine. Zaccheo, proprio come un bambino, sale su un albero. Doveva essere un buon punto di osservazione, soprattutto per guardare senza essere visto, nascondendosi dietro le fronde”.
Questa ‘caparbietà’ è premiata, nonostante le ‘chiacchiere’ di paese: “Ma con il Signore accade sempre l’inaspettato: Gesù, quando arriva lì vicino, alza lo sguardo. Zaccheo si sente scoperto e probabilmente si aspetta un rimprovero pubblico. La gente magari l’avrà sperato, ma resterà delusa: Gesù chiede a Zaccheo di scendere subito, quasi meravigliandosi di vederlo sull’albero, e gli dice: ‘Oggi devo fermarmi a casa tua!’ Dio non può passare senza cercare chi è perduto”.
Quindi da un incontro con Gesù nasce la gioia per avere ricevuto misericordia: “Luca mette in evidenza la gioia del cuore di Zaccheo. E’ la gioia di chi si sente guardato, riconosciuto e soprattutto perdonato. Lo sguardo di Gesù non è uno sguardo di rimprovero, ma di misericordia. E’ quella misericordia che a volte facciamo fatica ad accettare, soprattutto quando Dio perdona coloro che secondo noi non lo meritano. Mormoriamo perché vorremmo mettere dei limiti all’amore di Dio”.
Ed avviene il cambiamento di vita: “Nella scena a casa, Zaccheo, dopo aver ascoltato le parole di perdono di Gesù, si alza in piedi, come se risorgesse dalla sua condizione di morte. E si alza per prendere un impegno: restituire il quadruplo di ciò che ha rubato”.
Infatti la misericordia cambia la vita nel concreto: “Non si tratta di un prezzo da pagare, perché il perdono di Dio è gratuito, ma si tratta del desiderio di imitare Colui dal quale si è sentito amato. Zaccheo si prende un impegno a cui non era tenuto, ma lo fa perché capisce che quello è il suo modo di amare. E lo fa mettendo insieme sia la legislazione romana relativa al furto, sia quella rabbinica circa la penitenza. Zaccheo allora non è solo l’uomo del desiderio, è anche uno che sa compiere passi concreti. Il suo proposito non è generico o astratto, ma parte proprio dalla sua storia: ha guardato la sua vita e ha individuato il punto da cui iniziare il suo cambiamento”.
La catechesi si conclude con l’invito a nutrire il desiderio di Dio: “Cari fratelli e sorelle, impariamo da Zaccheo a non perdere la speranza, anche quando ci sentiamo messi da parte o incapaci di cambiare. Coltiviamo il nostro desiderio di vedere Gesù, e soprattutto lasciamoci trovare dalla misericordia di Dio che sempre viene a cercarci, in qualunque situazione ci siamo persi”.
Dormitorio di Brescia: luogo in cui ‘sentirsi a casa’
Qui la Società San Vincenzo De Paoli accoglie persone in difficoltà. Immaginiamo di vivere un’esistenza che ha il suo inizio ma non sa dove poter finire, porre riposo, ristorarsi, incontrarsi. Pensiamo a una vita mozzata di una parte del suo tutto, la casa, fondamento imprescindibile per la costruzione di un’esistenza degna di essere chiamata tale. Saremmo spogliati di un posto prezioso, sicuro dove racchiudere gran parte del nostro tempo, i nostri ricordi. Dove intessere relazioni, gestire paure e vivere esperienze. Un luogo in cui poter tornare, trovare rifugio, sentirsi protetti.
Casa. Vivremmo in uno stato di interminabile affanno, senza riferimenti, nella perenne attesa di un posto in cui far dimorare il nostro essere e lasciar riposare la mente. Non bastano poche parole per rendere, anche solo lontanamente, quel che provano coloro che non hanno una dimora. E non per scelta, ma per una serie di eventi di rottura come sfratti, tossicodipendenze, perdita del lavoro che impoveriscano la persona a tal punto da farle preferire l’isolamento e l’emarginazione. Il ritiro dal mondo anche attraverso scelte di estremo pericolo e disagio, come la vita per strada.
Si vive una condizione da cui diventa difficile staccarsi. Perché si tocca il fondo. E da lì è quasi impossibile uscire. C’è bisogno di un aiuto a cui aggrapparsi per poter ripartire e riprendere lentamente in mano la vita. A volte basta un gesto, una parola, un luogo per ritrovare sé stessi. E c’è da dire che capita, come racconta Dante: “Ho conosciuto il Dormitorio San Vincenzo De Paoli di Brescia grazie a un invito”.
Dante aveva perso la casa, il lavoro, gli affetti. Da un giorno all’altro è rimasto senza nulla: “Negli anni ho avuto problemi di droga. Mi sono sentito perso”. Sono anni che Dante vive nel Dormitorio. Oggi ha superato i 60 anni e inizia a sorridere un po’. Ad assaporare qualcosa di bello e anche di buono: “Ho preso 15 chili da quando sono ospite della struttura. Gigliola, la nostra cuoca, è bravissima”.
Il Dormitorio non è solo un luogo dove trovare un pasto caldo e un letto; è una vera casa, dove si ritrova calore umano, rispetto e dignità. Qui ogni giorno molte persone ricevono non solo accoglienza materiale, ma anche ascolto e supporto. Educatori e volontari, con dedizione e pazienza, lavorano per aiutare gli ospiti a riflettere sulle loro esperienze e a ricostruire una vita che spesso è stata spezzata da eventi drammatici.
Nascono nel tempo legami forti con chi li accoglie ma anche tra gli ospiti, come quello tra Dante e Mariarosa, 60enne, con un passato da clochard: “Abbiamo legato sin da subito, chi ci separa più!” afferma la donna e aggiunge: “Sarei disposta anche a sposarlo” e scherzando avanza la proposta guardando il ‘suo’ Dante: ‘Vuoi sposarmi?’ Il Dormitorio è anche questo, un posto in cui nascono amicizie che sfiorano sentimenti alti, come quelli di un ‘sì è per sempre’. Un apposito regolamento permette la buona gestione dell’accoglienza con orari precisi che regolano i tempi all’interno della struttura.
Vi sono circa 50 volontari che offrono sostegno per la distribuzione della cena, l’aiuto in cucina, la presenza notturna di sorveglianza affiancati dall’operatore, la lavanderia e il deposito bagagli.
Questo microcosmo, grazie al lavoro costante di educatori e volontari, consente anche di riacquisire il concetto di sacrificio e quel senso di utilità che ti fa sentire parte attiva del mondo. Dante, insieme ad altri, partecipa al progetto “Un orto pazzesco” all’interno dello spazio verde di OspitiAmo-Case di Accoglienza San Vincenzo, in cui può dedicarsi alla cura della terra e apprezzare la fatica quotidiana come mezzo da cui trarre beneficio e soddisfazione.
L’Associazione Dormitorio San Vincenzo, nata nel 1994 come emanazione della Società di San Vincenzo De Paoli, offre anche momenti di incontro, serenità e condivisione: “Per la prima volta nella mia vita sono andata in vacanza”, racconta Mariarosa. “Siamo stati per alcuni giorni a Ponte di Legno. Abbiamo fatto lunghe passeggiate. Sono stata veramente bene!” Ogni anno, durante l’estate, vengono organizzati dei pellegrinaggi per offrire agli ospiti momenti di comunione, di dialogo, di condivisione e di svago.
Il proposito dell’Associazione è di attuare azioni che, oltre all’assistenza concreta, offrano un percorso di reinserimento sociale che restituisca alla persona dignità e autonomia. Al termine del nostro dialogo abbiamo chiesto a Dante se avesse un sogno nel cassetto. Ha risposto: “Spero di avere sopra la testa un tetto dove poter vivere con la mia mamma” sorride e conclude con gli occhi lucidi: “Una casa tutta nostra…!” La donna, oggi 80enne, non ha una dimora e vive in un’altra struttura.
L’Associazione Dormitorio San Vincenzo ogni giorno accoglie 150 persone anche attraverso la gestione di altri servizi: il Dormitorio maschile San Vincenzo e Duomo Room, le Case di accoglienza ‘San Vincenzo’ femminile e maschile, 15 appartamenti destinati all’housing sociale, un appartamento di housing first e una villetta a Castenedolo. Il sostegno è rivolto a uomini e donne o senza dimora che vivono situazioni difficili e storie complesse, connotate dall’abbandono, dalla dipendenza, dalla disgregazione dei legami familiari e dalla solitudine. La Società di San Vincenzo De Paoli opera a Brescia dal 1858.
Il costante servizio a sostegno del prossimo ha consentito di accrescere l’operato sul territorio grazie all’apertura del Dormitorio San Vincenzo 125 anni fa, era il Natale del 1899, alla nascita del Consiglio Centrale che con 31 Conferenze attive opera nelle province di Brescia e di Mantova fornendo aiuto concreto a chi si trova in difficoltà tra poveri, emarginati e persone sole, e alla gestione operativa dell’Associazione Dormitorio San Vincenzo finalizzata all’accoglienza delle persone emarginate e senza dimora.
(Foto: Società San Vincenzo de’ Paoli)





























