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Anselmo Palini racconta la storia resistenziale di Carlo Bianchi, ‘ribelle per amore’
“Carlo Bianchi fa parte di quella schiera di persone definite ‘partigiani senza fucile’, in quanto si opposero al nazifascismo senza impugnare le armi, ma operando tuttavia attivamente e mettendo a rischio la propria vita, nella stampa clandestina, nell’aiuto prestato per nascondere o far espatriare quanti erano ricercati, nel tenere i collegamenti fra le formazioni attive nella lotta contro il nazifascismo”; così ha scritto il prof. Paolo Trionfini, docente all’Università di Parma e direttore dell’Isacem (Istituto per la storia dell’Azione Cattolica e del movimento cattolico in Italia) ‘Paolo VI’, nella prefazione al libro del prof. Anselmo Palini ‘Carlo Bianchi, Per un domani non di solo pane, ma di giustizia e di libertà’.
‘Tornerà presto il sole’, scriveva Carlo Bianchi ai propri familiari dal carcere milanese di San Vittore: “In realtà, tale speranza per lui non si realizzerà e verrà fucilato a Fossoli il 12 luglio 1944. La sua testimonianza, tuttavia, è rimasta viva e oggi splende più che mai. Cresciuto nell’Azione cattolica e nella Fuci, durante gli anni della Seconda guerra mondiale si attiva per le persone povere e disagiate, per inserirsi poi nell’attività resistenziale con le ‘Fiamme Verdi’ di Teresio Olivelli e con l’Oscar, un’organizzazione creata da alcuni sacerdoti per favorire l’espatrio di quanti erano braccati dai nazifascisti. Consapevole dei rischi che correva, continuò nella propria attività per porre le basi di un mondo migliore. Fino al sacrificio della vita”, scrive ad inizio del libro l’autore, Anselmo Palini.
Per quale motivo un libro su Carlo Bianchi?
“Carlo Bianchi, giovane ingegnere milanese, sposato con Albertina Casiraghi e padre di tre bimbi piccoli, è stato fucilato a Fossoli il 12 luglio 1944 in un eccidio di massa che interessò altre 66 persone. Ci troviamo di fronte ad una splendida figura che si coinvolse nella Resistenza pur sapendo i rischi che correva e i problemi che la sua azione poteva comportare per la sua famiglia. Come ha scritto il prof. Giorgio Vecchio, di Carlo Bianchi ci si è ben presto dimenticati. Ecco allora la necessità di un libro che ne facesse memoria”.
Perché Carlo Bianchi è stato un ‘ribelle per amore’?
“Carlo Bianchi è stato con Teresio Olivelli l’anima della stampa clandestina dopo l’8 settembre 1943 in Lombardia. A loro principalmente si deve la nascita e la stampa del foglio ‘Il Ribelle’, che contestava la narrazione nazifascista ed invitava i giovani a non aderire alla Repubblica di Salò.
Sempre a Carlo Bianchi e a Teresio Olivelli si deve la famosa ‘Preghiera del Ribelle’, che, diffusa in migliaia di copie, rappresentò un grande sostegno per quanti operavano nella clandestinità. Carlo Bianchi poi si attivò, con gli amici don Andrea Ghetti e don Giovanni Barbareschi, del gruppo scout clandestino delle Aquile Randagie, per favorire l’espatrio di coloro che erano ricercati dai nazifascisti”.
A cosa serviva la ‘Carità dell’Arcivescovo’?
“Il 16 febbraio 1943 il card. Schuster in una lettera indirizzata ai milanesi metteva in risalto i gravi disagi causati dai bombardamenti sulla città e li invitava ad attivarsi in aiuto alle popolazioni più colpite. Carlo Bianchi è fortemente colpito dall’intervento dell’arcivescovo e, in accordo con l’amico don Andrea Ghetti, matura l’idea di costituire un centro di assistenza per le persone più povere e per quelle maggiormente colpite dalla guerra in corso. Nasce così l’opera che assume il nome di ‘La Carità dell’Arcivescovo’, una realtà che garantiva assistenza medica, assistenza legale, aiuti economici… alle persone povere e disagiate. In una situazione di sfascio dei servizi pubblici la ‘Carità dell’Arcivescovo’ fu un’iniziativa dal grandissimo valore”.
Quale fu la ‘scintilla’ per cui decise di partecipare alla Resistenza?
“Dopo l’8 settembre 1943, con l’armistizio, ossia con l’uscita dell’Italia dalla guerra, ognuno venne chiamato a scegliere: o unirsi alla Repubblica di Salò, ossia al tentativo di ricostituire uno Stato fascista nel centro-nord Italia; oppure scegliere di opporsi al nazifascismo unendosi alle forze partigiane; o ancora stare alla finestra in attesa dell’evolversi della situazione. Carlo Bianchi, per la formazione ricevuta in Azione Cattolica e nella Fuci, non ebbe dubbi sulla scelta da compiere: opporsi al nazifascismo!”
In quale modo fu un ‘partigiano senza fucile’?
“La partecipazione di Carlo Bianchi alla Resistenza non fu caratterizzata dall’uso delle armi. Si attivò nella stampa clandestina mettendo a disposizione la propria tipografia, fin quando gli fu possibile, e le proprie conoscenze tecniche. In secondo luogo collaborò attivamente con le Aquile Randagie don Andrea Ghetti-Baden e don Giovanni Barbareschi per favorire l’espatrio di quanti erano ricercati dai nazifascisti. Al riguardo venne costituita l’OSCAR, ‘Organizzazione scout collocamento assistenza ricercati’, poi divenuta ‘Organizzazione soccorso collocamento assistenza ricercati’. Fu dunque un ‘partigiano senza fucile’, per usare la felice espressione coniata da Giovanni Bianchi in un suo libro dello stesso titolo”.
Quanto fu importante la presenza dei cattolici nella Resistenza?
“Per molto tempo la narrazione sulla Resistenza ha parlato solamente del coinvolgimento del mondo comunista. Oggi gli studi più approfonditi hanno permesso di far emergere il ruolo avuto da altre componenti, tra cui persone del mondo cattolico. In Lombardia ad esempio le Fiamme Verdi, composte principalmente da cattolici, ebbero un ruolo importante nell’azione resistenziale e così in altre regioni lo ebbero formazioni simili, come si può verificare consultando il sito dell’Associazione nazionale partigiani cristiani (Anpc) o quello della Federazione italiana volontari della libertà (Fivl)”.
Fr. Massimo Fusarelli: il magistero di papa Francesco è stato francescano
“Con animo commosso e grato, mi rivolgo a tutti voi nel momento in cui la Chiesa e il mondo intero piangono la scomparsa di papa Francesco, il primo pontefice nella storia ad aver scelto il nome del nostro Serafico Padre. Questa scelta, fatta la sera stessa della sua elezione, ha rivelato sin dall’inizio l’orientamento del suo pontificato: un ritorno sempre nuovo alla semplicità evangelica, alla Chiesa vicina ai poveri, al primato della misericordia e dell’incontro con ogni persona umana”: con queste parole inizia la lettera del ministro generale dell’ordine dei Frati Minori, fra Massimo Fusarelli, pubblicata in occasione della morte di papa Francesco.
In questa lettera il ministro generale dei frati minori ha evidenziato i tratti francescani del suo pontificato: “Al cuore della parola e dell’azione di papa Francesco c’è stata una lettura immediata e diretta del Vangelo, quella stessa che spinse Francesco d’Assisi a dire: ‘Questo voglio, questo chiedo, questo bramo di fare con tutto il cuore’. Abbiamo visto nel Santo Padre quella capacità di cogliere l’essenza dell’annuncio evangelico senza sovrastrutture, senza compromessi con le logiche mondane, con un’immediatezza che colpiva direttamente il cuore delle persone.
La spiritualità ignaziana, che ha formato il papa, si è intrecciata mirabilmente con la sensibilità francescana nell’atteggiamento contemplativo verso la Parola di Dio, nella capacità di ‘vedere e toccare’ la carne di Cristo nei poveri e sofferenti di ogni tipo, nella ricerca costante della volontà di Dio attraverso il discernimento”.
Quindi tutto il magistero del papa è francescano: “Tutto questo magistero si traduce in una visione di Chiesa che ricorda da vicino quella primitiva fraternità francescana: una Chiesa in uscita, non autoreferenziale, povera e per i poveri, che cerca di ristabilire la dignità degli scartati, che si fa ‘ospedale da campo’ per curare le ferite dell’umanità piuttosto che fortezza arroccata nelle proprie sicurezze.
Possiamo dire che la visione di Chiesa come popolo di Dio pellegrino nella storia, maturata con il Concilio Vaticano II, ha trovato nel nostro compianto Santo Padre un testimone e un artefice convinto e coraggioso. Come il nostro Serafico Padre, anche Papa Francesco ha tessuto il suo pontificato con gesti che sono parabole viventi, linguaggio senza parole che invita a guardare oltre l’apparenza”.
Anche il suo modo di comunicare è stato semplice ed innovativo: “Il linguaggio di papa Francesco, immediato, concreto, a volte persino colloquiale, ci ha ricordato la predicazione di san Francesco, che utilizzava immagini semplici, parabole comprensibili, gesti eloquenti per raggiungere il cuore delle persone. Come il Poverello che predicava agli uccelli e componeva canti in volgare, papa Francesco ha saputo trovare modalità comunicative capaci di attraversare le barriere sociali e culturali.
I suoi neologismi (‘misericordiare’, ‘primerear’), le sue metafore pastorali (la Chiesa come ‘ospedale da campo’), le sue immagini efficaci (i pastori che ‘hanno l’odore delle pecore’) hanno dato nuova freschezza all’annuncio evangelico di sempre, rendendolo più accessibile alla sensibilità contemporanea”.
Sia per san Francesco che per papa Francesco è stato fondamentale l’incontro con i poveri: “Per entrambi, l’incontro con i poveri non è un’attività tra le altre, ma l’esperienza fondativa della propria conversione, il luogo teologico dove Cristo stesso si rivela. Il povero è ‘segno, quasi sacramento della presenza di Dio’, come affermava il papa, e l’incontro con lui è capace di trasformare ‘in dolcezza d’anima e di corpo’ l’amarezza dell’esistenza.
Come per il Santo di Assisi, anche per papa Francesco questa attenzione ai poveri apre vie nuove alla stessa comprensione della fede. I poveri diventano così non solo destinatari della nostra carità, ma nostri maestri spirituali che ci evangelizzano. ‘I poveri ci salvano’, ha ripetuto spesso il pontefice, perché ci strappano dall’autoreferenzialità, dall’illusione di autosufficienza, dall’idolatria della ricchezza, e ci riportano all’essenziale del Vangelo”.
Il ministro generale nella lettera ha ricordato il pellegrinaggio del papa ad Assisi per ritrovare la ‘purezza evangelica’: “E’ significativo che papa Francesco abbia scelto di compiere il suo primo viaggio apostolico proprio ad Assisi, e che vi sia tornato numerose volte, per sottolineare come la speranza cristiana nasca proprio dalla povertà evangelica, dal distacco che ci rende liberi perché totalmente affidati a Dio.
In questo itinerario spirituale, che va dalla Regola alle Stimmate al Transito, possiamo vedere una sintesi perfetta del cammino che papa Francesco ha proposto alla Chiesa durante il suo pontificato: un ritorno continuo alla purezza evangelica, passando attraverso la conformazione a Cristo crocifisso, per giungere alla pienezza della speranza cristiana”.
Quindi il papato di Francesco è uno sprone per l’ordine francescano: “La vita e il magistero di papa Francesco rappresentano per noi francescani una potente chiamata a riscoprire l’essenzialità del nostro carisma, a tornare al cuore del Vangelo, a vivere con maggiore autenticità la nostra vocazione di fratelli e minori. Il suo esempio ci invita a una conversione continua, a uscire dalle nostre sicurezze per andare incontro agli altri, specialmente ai più poveri, ad abbracciare con coraggio le sfide del nostro tempo, a essere promotori di pace in un mondo lacerato, a custodire la creazione come nostra casa comune”.
Per questo il ministro generale dell’ordine francescano ha invitato a non disperdere questa ‘eredità’: “In questo momento di dolore ma anche di profonda gratitudine, raccogliamo questa eredità spirituale che ci viene consegnata, impegnandoci a viverla con rinnovato slancio nelle nostre fraternità e nei nostri ministeri”.
Concludendo la lettera ha evidenziato la centralità della Madre di Dio nel ministero del papa: “Nel suo ministero, il Papa ha costantemente richiamato alla centralità di Maria nella storia della salvezza, non come figura accessoria, ma come protagonista attiva del piano divino. Si è recato in pellegrinaggio a tanti santuari mariani, dal primo giorno del suo pontificato quando si recò a Santa Maria Maggiore, fino alle visite a Fatima, a Loreto, ad Aparecida e tanti altri luoghi di devozione mariana nel mondo”.
Per questo il papa era ‘affezionato’ a Maria ‘Salus Populi Romani’: “La sua preghiera davanti all’icona di Maria ‘Salus Populi Romani’ prima e dopo ogni viaggio apostolico richiama il gesto di Francesco che, prima di morire, volle essere portato a Santa Maria degli Angeli. In entrambi vibra quell’affidamento totale alla Madre che ha caratterizzato i nostri Santi più autentici.
Papa Francesco ha spesso sottolineato come in Maria si ritrovi la sintesi di ciò che siamo chiamati ad essere come Chiesa: accogliente, generativa, contemplativa, missionaria… La mariologia di papa Francesco, come quella del Poverello, non è mai disincarnata o sentimentale, ma profondamente cristocentrica ed ecclesiale. Maria è la ‘prima discepola’, colei che custodisce la Parola e cammina nella fede; è la ‘Madre della Chiesa’ che genera continuamente nuovi figli nel dolore ai piedi della Croce; è la ‘Stella dell’evangelizzazione’ che guida i nostri passi nell’annuncio del Vangelo fino agli estremi confini della terra”.
Ricordando papa Francesco per una Chiesa aperta
Ieri mons. Mario Delpini, arcivescovo di Milano, ha celebrato una messa di suffragio per papa Francesco, in cui è stato utilizzato il calice che papa Francesco donò alla diocesi in occasione della sua visita a Milano il 25 marzo 2017: “L’impatto emotivo della morte di papa Francesco ha suscitato molti discorsi, molte analisi, molte confidenze di esperienze. In questi giorni sono pervenuti a tutti noi parole, immagini e riflessioni. Questa sera noi non siamo qui per una commemorazione, per una rievocazione della figura e del pontificato di papa Francesco. Noi siamo qui questa sera a pregare per papa Francesco, a chiedere alle scritture che verranno proclamate di imparare ad ascoltare, a vivere e a celebrare la Pasqua che papa Francesco ha celebrato domenica e ha compiuto lunedì”.
Nell’omelia mons. Delpini ha sottolineato che il cristiano è ‘disturbante’: “Il cristiano che ha fatto Pasqua è irritante, mette a disagio, si rende antipatico perché annuncia in Gesù la risurrezione dei morti. Il cristiano che ha fatto Pasqua disturba perché prende la parola anche se non è autorizzato dalle autorità costituite. E’ fastidioso perché porta un messaggio sconcertante e mette in discussione le consuetudini pigre, la prepotenza dei potenti”.
E’ disturbante perché va al cuore del problema: “Il cristiano che ha fatto Pasqua tocca il cuore di quelli che hanno ascoltato la Parola e credono, ma suscita l’ostilità di coloro che non vogliono più sentir parlare di Gesù. Il cristiano che ha fatto Pasqua sa che la Pasqua sarà motivo di irritazione e di persecuzione dappertutto per coloro che l’annunciano e motivo di gioia indicibile per coloro che credono”.
In questo senso papa Francesco ha ‘fatto’ Pasqua: “In questi giorni si dice molto, si analizzano gli aspetti complessi del suo ministero da Vescovo di Roma, come servo dei servi nella Chiesa universale, come un uomo che si è fatto voce di coloro che non hanno voce, come un profeta che ha invocato ostinatamente (e a quanto pare inutilmente) la pace.
Si può dire molto di papa Francesco, questa sera però io credo che si possa dire semplicemente così: papa Francesco è un cristiano che ha fatto Pasqua e ha sperimentato il timore e la gioia grande e si è dedicato a sostenere la fede e la perseveranza dei fratelli. Ed è stato fastidioso, irritante per la sua parola che, in nome del Vangelo, ha proposto uno stile di vita, una attenzione ai più poveri, un doveroso cammino di conversione. E’ stato fastidioso, però così sono i cristiani che fanno Pasqua: lieti, timorosi, zelanti e irritanti”.
Per questo suo attaccamento alla Parola di Dio la ‘Casa della Carità’ ambrosiana ha ripercorso brevemente il pontificato del papa: “In questi 12 anni, a partire da quel semplice ‘Buonasera’ con cui ha salutato il mondo dopo la sua elezione, Papa Bergoglio ha cambiato il volto della Chiesa e ha saputo parlare a credenti e non credenti. Dalla prima visita a Lampedusa al suo invito a essere ‘Chiesa in uscita’, dalle sue encicliche allo sguardo verso gli ultimi, gli scartati, al costante richiamo a perseguire la pace, ci ha insegnato a vivere il Vangelo nel presente. Per noi di Casa della Carità, le sue parole e i suoi gesti sono stati una guida, in continuità con gli insegnamenti del card. Carlo Maria Martini”.
Il presidente della ‘Casa della Carità’, don Paolo Solmi, ha ripercorso il magistero di papa Francesco: “Attraverso i suoi scritti (come l’esortazione ‘Evangelii Gaudium’ e le encicliche ‘Laudato Sì’ e ‘Fratelli tutti’) papa Francesco ha saputo parlare non soltanto ai cattolici, ma anche ai credenti di altre religioni e ai non credenti, offrendo all’umanità intera un dono prezioso di riflessione e speranza.
In questi dodici anni di pontificato ha incessantemente esortato tutte e tutti a partire dai margini, dalle periferie ‘geografiche ed esistenziali’, ad accogliere le fragilità e a contrastare ogni esclusione sociale, da lui definita ‘cultura dello scarto’. Bergoglio ha posto i poveri al centro della sua riflessione teologica”.
Anche don Virginio Colmegna ha ricordato il suo messaggio per una ‘Chiesa aperta’: “Il suo messaggio ci lascia in eredità una missione: proseguire su questo solco tracciato, con fede, ascolto, umiltà. Un grazie profondo che si trasforma in preghiera e impegno. La sua scomparsa, avvenuta in tempo pasquale, dentro l’annuncio della resurrezione, ci ricorda che la speranza è il centro della nostra fede”.
Una spiritualità aperta alla comunione: “Ci ha affidato un compito che va oltre l’impegno sociale: vivere una spiritualità che apra la Chiesa al dialogo, alla comunione, alla gioia del Vangelo vissuto nella concretezza delle relazioni. In un tempo in cui sembra prevalere il delirio di onnipotenza, papa Francesco ci ha lasciato in dono la coscienza della fragilità e della debolezza come luogo in cui si rivela il senso del nostro cammino”.
Una comunione che porta la gioia della riconciliazione: “Ha riportato al centro la gioia della riconciliazione e del perdono, come ci ha ricordato nella Evangelii gaudium, e ha dato nuova energia alla Chiesa anche attraverso esperienze come il Convegno ecclesiale di Firenze. Ha spronato tutti noi a essere testimoni e pellegrini, Chiesa viva e in movimento”.
Mentre il giornalista e scrittore Biagio Maimone, direttore della comunicazione dell’associazione ‘Bambino Gesù del Cairo’, il cui presidente è mons. Yoannis Lazhi Gaid, già segretario personale di papa Francesco, ha paragonato papa Francesco al santo di Assisi: “Il suo esempio storico è stato Francesco d’Assisi, il quale ha chiamato tutte le creature fratelli e sorelle, sorretto da un forte sentimento di amore cristiano che considera uguali tutti gli esseri viventi. Papa Francesco, avvinto dalla testimonianza evangelica di Francesco d’Assisi, ha voluto riproporre la sua grandiosa magnificenza in quanto espressione di autentica fede in Dio.
Così ha dato corso al discorso sulla pace, che egli lega ad un nuovo concetto di giustizia. Ne scaturisce un altro binomio indissolubile, che è il binomio ‘Pace-Giustizia’, da cui dovrà sgorgare uno scenario di trasformazioni sociali, economiche, giuridiche, umanitarie e spirituali davvero sorprendenti. Papa Francesco ha interpellato le nostre coscienze quando ha sottolineato che la giustizia vera, senza difetti, che va oltre il giudizio soggettivo, oltre le faziosità che conducono ai conflitti, è solo quella fondata sulla misericordia”.
Luigi Ferraiuolo racconta un Giubileo per convertirsi
“C’è la porta santa delle quattro basiliche vaticane a Roma, c’è il percorso dei pellegrini a via della Conciliazione e Bibbia e Vangelo ai quali attingere per prepararsi all’Anno Santo. Ma ci può essere anche un altro Giubileo: quello da vivere con i poveri, con i migranti, sui passi delle oasi spirituali disseminate in tutta Italia e addirittura sotto terra, nelle catacombe, che in fondo sono state il primo luogo di raduno dei cristiani a Roma”: è questo il giubileo raccontato dal giornalista Luigi Ferraiuolo nel libro ‘I percorsi del Giubileo. Cammini di pellegrinaggio che portano alla conversione’.
Anche in questo Anno santo ordinario si può andare a fondo del messaggio cristiano per percorrere itinerari non convenzionali ma forse più coerenti con l’Anno Santo proclamato da papa Francesco, come invita l’autore nell’introduzione del libro: “La prima cosa da fare per chi arriva a Roma è l’iter pauperum: andare in cerca dei poveri e capire come vivono, perché senza i poveri siamo nulla e soprattutto perché la società contemporanea è portata a nasconderli… Il Giubileo sembra essere diventato un momento di svago, culturale più che religioso, mai rivoluzionario come lo intendeva la Chiesa delle origini”.
Allora quali sono i percorsi del Giubileo che sono invitati a percorrere i fedeli?
“Se il Giubileo è un cammino, è possibile approfittare del pellegrinaggio verso Roma per riscoprire le profonde tradizioni del Paese che hanno radici religiose ma che segnano anche la storia e la cultura di un territorio. E quindi c’è Casal di Principe di don Peppe Diana o Pietrelcina di padre Pio o i ‘Rulli Frulli’ a Finale Emilia o la Comunità ‘Progetto Sud’ di don Giacomo Panizza a Lamezia Terme: persone che non ci sono più, martiri, o persone pienamente attive, capaci di cambiarti la vita. In questa particolare guida al Giubileo, poi, lo sguardo è rivolto alle persone più fragili tra i fragili.
Il nostro ultimo itinerario di viaggio non può non essere Lampedusa il luogo dove papa Francesco ha cominciato il suo cammino. E quindi il pellegrinaggio può approdare proprio in Contrada Imbriacola, tra i migranti che approdano nel nostro Paese in cerca di una vita migliore. Fermatevi a parlare con loro: sarà un bellissimo Giubileo, di ritorno da Roma. Ma poi ci sono ovviamente i luoghi santi di Roma, i luoghi dell’anno Santo, ma anche tanti altri andando verso Roma e tornando da Roma. Solo leggendolo per intero, I percorsi del Giubileo svelerà la sua trama”.
Per quale motivo i cammini di pellegrinaggio portano alla conversione?
“Perché ti permettono di toccare con occhi e vedere con mano l’altro. I cammini, il pellegrinaggio, sono un incontro con l’altro o con un luogo dell’anima. Solo camminando con se stessi e in se stessi, si può incontrare l’altro e dunque Dio”.
Perché tali cammini sono costellati da luoghi di carità?
“Anche in un Anno santo ordinario, come questo del 2025, si può andare a fondo del messaggio cristiano per percorrere itinerari non convenzionali ma forse più coerenti con l’Anno Santo del pontificato di papa Francesco, dove i poveri sono stati sempre al centro. Perciò, anche se qualcuno storcerà il naso, la prima cosa da fare per chi arriva a Roma è l’iter pauperum: il pellegrinaggio alla ricerca dei poveri, degli ultimi e dei loro luoghi, santuari del malessere della società moderna.
Il libro cerca di scovare una strada per far vivere o rivivere il senso genuino del giubileo, quella rivoluzione non solo interiore che interrompeva il tran tran quotidiano della vita e dava a tutti la possibilità di rinascere. E dunque ho immaginato che l’unica cosa che ci potesse realmente toccare il cuore fosse andare in cerca dei poveri e capire come vivono perché senza i poveri siamo nulla e soprattutto perché la società contemporanea è portata a nasconderli”.
Cosa significa andare a Roma come pellegrino?
“Significa provare a cambiare. Roma un tempo era un luogo lontano e irraggiungibile, permetteva di mettere spazio nella nostra anima il cammino, darle tregua e farla riflettere mentre si avvicinava a Cristo. In origine il giubileo era un fatto straordinario: la remissione dei debiti, la liberazione degli schiavi, lo stop alle battaglie. Oggi dobbiamo provare a riscoprire quel dna, quello stupore, quella meraviglia, che può permetterci di fare cieli nuovi e terre nuove. E questo accade andando a Roma nell’anno del giubileo”.
Quali sono le vie della salvezza da percorrere?
“Papa Francesco ha da sempre un’attenzione speciale per gli ultimi e per la misericordia. Contrariamente a chi pensava che gli Anni Santi fossero desueti il papa ci ha indicato che il cammino, il pellegrinaggio, andare per le campagne, la radice dell’etimo pellegrinaggio, è il senso vero della nostra fede. Camminiamo alla ricerca del fratello che ci può cambiare la vita, della misericordia. La bolla di indizione di questo Giubileo è una summa stupenda del pensiero di Francesco e ci spiega quali sono le vie della salvezza da percorrere. Il libro prova a indicare quelle che forse piacerebbero anche a Lui.
Ad esempio, a Roma è possibile anche riscoprire un ‘Iter europaeum’, un cammino che dovremmo fare tutti per avere un mondo migliore. Un Giubileo sulle vie dell’Europa presenti nella capitale della cristianità, nelle chiese che accolgono i pellegrini di differenti nazionalità: da san Luigi dei Francesi a san Stanisalo dei Polacchi, da san Pietro in Montorio (Spagna) a santa Brigida (Svezia) ma anche scoprire nei segni italiani (nessuno lo ricorda) il senso vero dell’Europa. L’Europa nella sua denominazione simbolica nasce nel mondo greco, da uno stupro: Zeus che rapisce Europa in Asia e la porta in quello che sarà il nostro continente a Creta. Cioè prendiamo agli altri per il nostro tornaconto.
Il simbolo più antico di quella leggenda è il vaso di Assteas, conservato a Montesarchio. Ma quel simbolo, Europa, sarebbe nulla senza Colombano, il monaco santo di Bobbio, che all’Europa diede un senso compiuto e vero come continente, come popolo unito, non solo come le terre oltre il mare che lambiva Creta. Un senso che l’attuale Europa pare aver smarrito. Il giubileo è anche l’occasione per conoscere chi siamo, facendo un vero esame di coscienza, perché solo capendo da dove veniamo possiamo capire dove andiamo o dove vogliamo andare”.
Allora, come ‘fare’ il Giubileo?
“Non rimanendo chiusi nelle proprie bolle, per ultimo quella social, quella digitale, mettendoci in cammino. Se siamo in cammino attraversiamo spesso porte, senza nemmeno rendercene conto. Ma le porte ci cambiano la vita. Ogni volta cambiamo direzione, in base alle porte che attraversiamo, alle soglie che oltrepassiamo. Scommetterei che se i capi della terra o coloro che pensano sempre alla sopraffazione varcassero la soglia della porta di Lampedusa, rifletterebbero un attimo prima di gridare alla guerra o di cercare invasioni. Lampedusa è la porta che fa entrare i derelitti nel mondo ricco, ma è anche la nostra unica possibilità per capire il mondo, varcando quella soglia verso il resto del mondo”.
(Tratto da Aci Stampa)
La Società di San Vincenzo De Paoli siciliana scende in campo per un match dedicato alle persone in difficoltà
Domenica13 Aprile, nello Stadio comunale ‘Gianni Cosimo’ di Vittoria, ‘La Football San Vincenzo Sicilia’ affronterà la ‘Football Club Vittoria ASD’. Un match amichevole, senza né vincitori e né vinti. Sul campo solo tanta solidarietà che vedrà giocatori professionisti e non sfidarsi per una nobile causa: il ricavato dei biglietti d’ingresso sarà devoluto all’acquisto di biciclette e di occhiali da vista.
Due strumenti diversi che serviranno per aiutare le famiglie del territorio supportate dall’Associazione. “Questa zona è ricca di serre che offrono numerose possibilità di impiego. Molti ragazzi, privi della possibilità di acquistare un mezzo di trasporto, sono costretti a rinunciare al lavoro rimanendo in una condizione di estremo disagio. La bicicletta può ridare speranza a tante persone”, afferma il Presidente del Consiglio Centrale di Vittoria, Rosario Macca. Le serre sorgono in zone periferiche e non sono raggiungibili con mezzi pubblici.
L’iniziativa rappresenta uno dei tanti modi attraverso i quali la San Vincenzo De Paoli mostra attenzione, amore e vicinanza per i bisogni della persona. “Nelle famiglie si vivono situazioni di grande disagio e, anche l’acquisto di un paio di occhiali da vista per i propri figli, può creare difficoltà”, afferma il Presidente Macca.
Il progetto è stato sposato dal Coordinatore regionale, Mario Sortino, e da alcuni Consigli Centrali della Sicilia. Questo ha consentito di fare rete, proprio come insegnava il Beato Federico Ozanam: “Vorrei racchiudere il mondo in una rete di carità”. Un concetto che sta a cuore al Coordinatore della Società di San Vincenzo De Paoli siciliana: “Fare rete è fondamentale per creare un impatto reale e profondo. La solidarietà è un cammino da fare insieme guardando al futuro con speranza. Non può fermarsi a un gesto”.
Racchiudere un’opera di bene in un gesto fine a se stesso, ne danneggerebbe l’essenza che trova fondamento in qualcosa di estremamente nobile, la carità. Una virtù che chiama a consumarsi per l’altro, in ogni sua necessità, affinché insieme si possa costruire la speranza di un domani migliore.
Il gioco diventa così un mezzo per spendersi in un’opera di carità che grazie a un gesto di solidarietà tra più persone ha consentito qualcosa di straordinario: “Nasce una comunità”, afferma Paola Da Ros, Presidente della Federazione Nazionale Italiana Società di San Vincenzo De Paoli ODV. “Oggi si gioca una sfida molto più importante: quella dell’inclusione, della partecipazione, della fratellanza. Perché lo sport, nella sua essenza più autentica, è un potente veicolo educativo e sociale.
E’ capace di unire le persone ben oltre le differenze culturali, linguistiche o economiche. Una semplice partita a pallone può fare ciò che spesso le parole non riescono a realizzare: abbattere muri, costruire ponti” dichiara la Presidente Da Ros e conclude con un ringraziamento speciale a tutti coloro che hanno lavorato “Con passione e impegno per rendere possibile questo evento”.
L’iniziativa ha il patrocinio del Comune di Vittoria.
In Sicilia la San Vincenzo De Paoli, con 693 soci e quasi sessanta volontari, promuove numerose iniziative a favore delle persone in difficoltà e offre una gamma di servizi come le visite a domicilio, la distribuzione di beni di prima necessità e sostengo morale e spirituale, l’assistenza burocratica e amministrativa.
Attraverso 84 Conferenze raggruppate in 11Consigli centrali attive sul territorio viene garantita assistenza quotidiana a14.000 persone e a un migliaio di famiglie bisognose presenti in tutte le aree del disagio. “Lavoriamo incessantemente con una serie di iniziative e progetti mirati a contrastare l’esclusione sociale e le diverse forme di marginalità. Il nostro proposito è di stare vicini a chi ha bisogno partecipando attivamente alle loro storie di vita”, racconta Mario Sortino, coordinatore della Società di San Vincenzo De Paoli siciliana.
Il progetto di microcredito sociale per la Quaresima di carità
La Diocesi di Ugento – S. Maria di Leuca attraverso la Caritas Diocesana e il suo braccio operativo, la Fondazione ‘Mons. Vito de Grisantis’, comunica che la questua raccolta nelle comunità durante le celebrazioni liturgiche che si svolgeranno nelle 43 Parrocchie del territorio diocesane, IV Domenica 30 Marzo, ‘Quaresima di Carità’, sarà utilizzata per sostenere il Progetto ‘Mi fido di noi’ , finalizzato, nell’anno del Giubileo, Pellegrini di Speranza, a realizzare un’opportunità concreta di sostegno per famiglie e singoli in difficoltà economica attraverso il microcredito sociale (da € 1.000,00 a € 8.000,00 ); un aiuto per le persone per riappropriarsi della propria dignità.
Il Progetto ‘Mi fido di noi’ attua la logica della condivisione dal basso; al contributo di € 11.400,00, conferito dalla CEI (Conferenza Episcopale Italiana), corrispondenti a € 0,10, per abitante residente sul territorio diocesano (114.000 abitanti), la Diocesi si impegna a corrispondere ulteriori € 11.400,00 per un totale di € 22.800,00 che sarà utilizzato come Fondo Rotativo a sostegno di famiglie in difficoltà economica. La questua raccolta nelle comunità il prossimo 30 marzo sarà per il raggiungimento della somma a carico della Diocesi di Ugento – S. Maria di Leuca, € 11.400,00, a cui dovranno aggiungersi le offerte detraibili fiscalmente sia di persone fisiche che giuridiche (aziende, associazioni, organizzazioni, enti…). La CEI – Conferenza Episcopale Italiana raddoppierà la somma della questua raccolta nelle 43 Parrocchie.
Al Microcredito sociale ‘Mi fido di noi’ possono usufruire famiglie o persone residenti nei 17 Comuni del territorio diocesano, i quali non accedono al credito bancario; che hanno subito una diminuzione del reddito a causa della perdita del lavoro; i quali sostengono spese straordinarie per motivi di salute o per motivi di studio (iscrizione università, acquisto libri, ecc.). I quali necessitano di iscriversi a percorsi di formazione per l’inserimento lavorativo che sostengono spese per motivi abitativi.
Il Beneficiario deve impegnarsi a recarsi presso il Centro ascolto Caritas parrocchiale o diocesano; partecipare ai percorsi proposti formativi di: educazione finanziaria, bilancio familiare …; restituire il prestito secondo il piano concordato rispettare le istruzioni/avvertenze previste nel microcredito sociale in caso di difficoltà. Tale iniziativa si inserisce nell’impegno che già, la Diocesi, da anni svolge, attraverso la Fondazione De Grisantis Antiusura, a favore delle famiglie in difficoltà economica e per la prevenzione dell’usura.
Quest’azione pastorale di vicinanza, intende far vivere l’impegno della prima comunità apostolica, ‘.. .la moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuore solo e un’anima sola e nessuno considerava sua proprietà quello che gli apparteneva, ma fra loro tutto era comune. Con grande forza gli apostoli davano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù e tutti godevano di grande favore. Nessuno infatti tra loro era bisognoso, perché quanti possedevano campi o case li vendevano, portavano il ricavato di ciò che era stato venduto e lo deponevano ai piedi degli apostoli; poi veniva distribuito a ciascuno secondo il suo bisogno’ (Atti 4,32-35).
Aderendo al progetto ‘Mi fido di noi’, mons. Angiuli, in questo Anno Giubilare, ha invitato ad essere, ancora una volta, ‘artigiani di speranza’ accanto alle famiglie in difficoltà economica residenti nella Diocesi.
Per informazioni e maggiori dettagli: Centro Caritas – Piazza Cappuccini, 15 a Tricase tel. 0833219865 -www.caritasugentoleuca.it – Email: info@fondazionedegrisantis.it. Offerta detraibile fiscalmente con bonifico riportante la causale: Progetto ‘Mi fido di noi’ – Fondazione Mons. Vito De Grisantis – IBAN: IT23K0306234210000002904373.
Papa Francesco: l’amore unisce
Ieri la Sala Stampa della Santa Sede ha aggiornato sulle condizioni di salute di Francesco che resta stabile con alcuni piccoli miglioramenti dal punto di vista motorio e respiratorio. I giorni per il Papa sono trascorsi tra la terapia farmacologica, le fisioterapie respiratoria e motoria attiva, la preghiera e un po’ di lavoro. Mentre per domani il papa ha intenzione di affacciarsi dal policlinico Gemelli poco dopo le ore 12.00 per un saluto e per impartire la benedizione.
Intanto oggi ha firmato il suo messaggio di vicinanza per i pellegrini che hanno preso parte al pellegrinaggio giubilare dell’arcidiocesi di Napoli ma che è rivolto anche a tanti fedeli, per lo più provenienti da altre diocesi italiane, che in questa giornata varcano la Porta Santa:
“In essi si esprime l’unità che vi raccoglie come comunità attorno ai vostri Pastori e al Vescovo di Roma, nonché l’impegno ad abbracciare l’invito di Gesù ad entrare ‘per la porta stretta’. L’amore è così: unisce e fa crescere insieme. Per questo, pur con cammini diversi, vi ha portati qui insieme presso la tomba di Pietro, da cui potrete ripartire ancora più forti nella fede e più uniti nella carità”.
Infine ha ringraziato tutti i fedeli che hanno pregato per la sua salute: “In questi giorni ho sentito tanto il sostegno di questa vostra vicinanza, soprattutto attraverso le preghiere con cui mi avete accompagnato. Perciò, anche se non posso essere fisicamente presente in mezzo a voi, vi esprimo la mia grande gioia nel sapervi uniti a me e tra di voi nel Signore Gesù, come Chiesa”.
Mentre nella celebrazione eucaristica l’arcivescovo di Napoli, mons. Mimmo Battaglia, si è soffermato sulla parabola del ‘figliol prodigo’: “Che la si chiami parabola del figlio prodigo o parabola del padre misericordioso, poco cambia, care sorelle e cari fratelli. Il nome che le si dà è un dettaglio, una didascalia utile a chi ha bisogno di incasellare le storie dentro titoli ordinati, ma la sostanza non si lascia ingabbiare così facilmente. Perché il cuore di questo racconto non è un ritorno a casa, non è l’epopea di un’anima smarrita che ritrova la via, né la celebrazione di un padre capace di perdonare senza riserve. No. E’ qualcosa di più sfumato, più inquieto. E’ la traiettoria di un affetto che si spezza e tenta di ricomporsi, la distanza tra chi parte e chi resta, il rancore che sedimenta in chi sente di essere stato dimenticato. È una riconciliazione che si promette, ma non si compie mai del tutto”.
E tra i due fratelli c’è il padre: “Il padre, in questa vicenda, è un ponte tra due distanze apparentemente incolmabili. La sua figura è chiara, essenziale, come un punto fermo dentro un mare in tempesta. Non trattiene chi vuole partire, non punisce chi torna. Sta, semplicemente. E’ una presenza che si dona senza riserve, un amore che lascia andare senza paura, che scorge da lontano senza smettere di sperare, che accoglie senza chiedere spiegazioni. Un amore che sa far festa”.
Un padre che è sempre pronto ad accogliere: “Non condanna, non espelle, non impone nulla a nessuno. Rimane aperto, vulnerabile, paziente. La sua porta non si chiude, le sue braccia non si stringono mai a pugno. E’ lì per chi torna, ma anche per chi fatica ad entrare, come il figlio maggiore, che resta fermo sulla soglia della sua stessa casa. Il padre lo incontra, gli parla, lo invita. Ma non forza, non obbliga. Ama, e basta”.
Un padre misericordioso, che è visto come ingiusto: “Padre ingiusto, dunque. Come sa essere ingiusta la misericordia. Perché la misericordia non aspetta che le cose siano a posto, non pretende riparazioni, non chiede prove di redenzione. Misericordia ingiusta, perché per una lacrima cancella anni di errori, per un passo indietro spalanca tutte le porte, per un abbraccio ridisegna la mappa dell’amore. Non pesa, non misura, non conserva rancori. Dimentica e perdona”.
Quindi il perdono reca scandalo: “E perdonando, scandalizza. Perché chi ha sempre fatto tutto nel modo giusto si ritrova improvvisamente escluso da una logica che non gli appartiene. Perché il padre continua a donare, e a chi ha sbagliato concede ancora di più. Perché il perdono, quando è vero, non ristabilisce l’ordine. Lo ribalta”.
Il Padre evangelico sa cosa è l’amore: “Perché il Padre ci ha già accolti, ci ha già amati, ci ha già stretti nel suo abbraccio. Ma il nostro viaggio non è finito. Resta da compiere l’ultimo passo, il più difficile: attraversare la soglia che ci separa dal fratello. Solo allora la festa sarà davvero completa. Solo allora la gioia sarà vera e la nostra preghiera, quella che anche ora ti rivolgiamo, sarà esaudita:
Signore Gesù, Porta della misericordia, tu che spalanchi il cuore del Padre e ci attendi sulla soglia con braccia di tenerezza, insegnaci a non temere il passo dell’altro, a non chiudere le porte della nostra vita con le sbarre del pregiudizio, a non serrare il cuore con i catenacci dell’orgoglio”.
Card. Gugerotti: Colletta pro Terra Santa tra le priorità pastorali
“Mentre vi scrivo, il nostro cuore è sollevato dalla tregua in atto. Sappiamo che è fragile e che, per natura sua, non basterà da sola a risolvere i problemi e ad estinguere l’odio in quell’area. Ma almeno gli occhi non vedono ulteriori esplosioni e non perpetuano l’angoscia dell’irreparabile. Abbiamo visto pianti, disperazione, distruzione ovunque. Ora la nostra speranza è che il trionfo della morte inferta non sia la sua eterna vittoria. E ci torna la speranza di vedere il Risorto, Gesù Cristo nostro Signore, che proprio in quella terra mostrò, vivo, le piaghe della sua passione”.
Con queste parole, firmate dal card. Claudio Gugerotti, prefetto del Dicastero per le Chiese Orientali e da mons. Michel Jalakh, segretario della stessa istituzione, comincia l’Appello per la Colletta dei Cristiani in Terra Santa, in cui si ribadisce la necessità della pace in Terra Santa con le parole del profeta Ezechiele:
“Subito torna alla mente il nostro dovere (e uso questo termine con trepidazione, ma con decisione) di correre per aiutare, appena concretamente possibile, la vita a rinascere… Tutti, a partire dai bambini, hanno diritto a vivere in pace e a riavere case e scuole, a giocare insieme senza la paura di rivedere il ghigno satanico della morte. E’ vero. Per noi cristiani i Luoghi Santi hanno un valore particolare, sono incarnazione dell’Incarnazione. Essi sono stati custoditi fin dagli inizi dalle comunità cristiane, nella varietà delle loro tradizioni, e da secoli i Frati minori della Custodia li curano con fedeltà mirabile”.
Quindi hanno ricordato le opere di carità che la Chiesa promuove in Terra Santa: “Intorno a quei luoghi sono sbocciate iniziative di grande valore pastorale: parrocchie, scuole, ospedali, case per anziani, centri di assistenza a migranti, sfollati, rifugiati. Proprio per aiutare a sostenere tutto questo il Santo Papa Paolo VI ha istituito la Colletta per i Luoghi Santi, nella forma che da allora viene annualmente ripetuta il venerdì santo o in altra data localmente fissata”.
Per questo la Colletta diventa un sostegno essenziale: “Quest’anno la Colletta diventa una risorsa imprescindibile: dopo la pandemia, la quasi completa interruzione dei pellegrinaggi e delle piccole attività che soprattutto i cristiani hanno creato a lato di essi, molti sono stati costretti all’esilio. Se vogliamo rinforzare la Terra Santa e assicurare il contatto vivo con i Luoghi Santi, occorre sostenere comunità cristiane che, nella loro varietà, offrano al Dio-con-noi la loro lode perenne, anche a nome nostro. Ma perché questo avvenga, abbiamo assoluto bisogno del dono generoso delle vostre comunità”.
In questo senso la Colletta è una ‘priorità’ pastorale’: “Vorrei che voi, Fratelli vescovi, facendo memoria delle immagini di distruzione e di morte che sono passate costantemente sotto i vostri occhi in questi tempi di nuovo Calvario, vi faceste apostoli persuasivi di questo impegno. La Terra Santa, i Luoghi Santi, il Popolo Santo di Dio sono la vostra famiglia, perché sono patrimonio di tutti noi.
Sentite, vi prego, la Colletta come una delle vostre priorità pastorali: qui è in gioco la sopravvivenza di questa nostra preziosa presenza, che risale direttamente ai tempi di Gesù. Sono certo che il vostro entusiasmo e la vostra cura affettuosa si trasmetteranno alle comunità che vi sono affidate”.
L’appello si conclude con l’invito a rendere tale gesto come ‘liturgia’: “Per cortesia, evitate che le nostre Chiese promuovano collette parallele per lo stesso scopo, perché non siano compromessi il significato e l’efficacia della vostra carità, iniziativa universale del Successore di Pietro, il Vescovo di Roma. Quanto avrete raccolto potrà essere rimesso direttamente a questo Dicastero dai Commissariati di Terra Santa del vostro Paese. Ci aspettiamo che nessuna comunità consideri questa ‘liturgia’, come veniva chiamata in antico, quale cosa che non la riguarda”.
La ‘Colletta per la Terra Santa’ nasce dalla volontà dei papi di mantenere saldo il legame tra tutti i Cristiani del mondo e i Luoghi Santi. Essa rappresenta una fonte principale di sostentamento per la vita che si svolge attorno ai Luoghi Santi e costituisce lo strumento con cui la Chiesa si pone accanto alle comunità ecclesiali del Medio Oriente. Con l’Esortazione Apostolica ‘Nobis in Animo’ (25 marzo 1974), il Santo Papa Paolo VI ha dato un impulso decisivo a favore della Terra Santa, che aveva visitato nel suo storico pellegrinaggio del 1964.
Attraverso la Colletta, la Custodia Francescana può portare avanti la sua missione fondamentale: custodire i Luoghi Santi, le pietre della memoria, e favorire la presenza cristiana, le pietre vive della Terra Santa. Questo avviene mediante numerose attività di solidarietà, come il mantenimento delle strutture pastorali, educative, assistenziali, sanitarie e sociali. Di norma, la Custodia di Terra Santa riceve il 65% dei proventi della Colletta, mentre il restante 35% viene destinato al Dicastero per le Chiese Orientali, che provvede a distribuirlo.
Don Ettore Signorile: calano le istanze di nullità matrimoniale
Le cause di nullità matrimoniale presso il Tribunale Ecclesiastico Interdiocesano del Piemonte non sono care, né lunghe. Il 62% avviene senza costi di avvocati: le parti godono del patrocinio gratuito e si limitano a pagare € 525 di spese processuali per l’intero procedimento.
Non si tratta di cause lunghe, come ha spiegato spiega il vicario giudiziale don Ettore Signorile, che presiede il Tribunale: “Si arriva a sentenza con una tempistica che nella maggior parte dei casi si attesta sotto i 12 mesi, con l’annotazione del provvedimento nel registro di matrimonio e battesimo delle parrocchie quasi sempre entro 14 mesi”.
Tutti i dati relativi all’attività del Tribunale nel 2024 sono contenuti nella Relazione presentata da don Signorile sabato 15 marzo inaugurando presso il Seminario Metropolitano di Torino l’Anno Giudiziario del Tribunale Ecclesiastico, prolusione di apertura pronunciata dall’arcivescovo di Torino, card. Roberto Repole.
Continua da due decenni il calo dei matrimoni celebrati in chiesa con rito cattolico (nella Diocesi di Torino sono passati da oltre 5.000 nel 2002 a 1.500 nel 2023); si registra una ripresa solo rispetto al periodo della pandemia da Covid (500 matrimoni nel 2020).
Alla flessione dei matrimoni religiosi corrisponde un calo delle istanze di nullità matrimoniale, che nel 2024 risultano lievemente aumentate rispetto all’anno precedente, ma rispetto al 2015 sono passate da 160 a 60 l’anno. La quasi totalità delle cause si conclude con la dichiarazione di nullità del matrimonio, come ha spiegato vicario giudiziale don Ettore Signorile:
“In questi anni abbiamo davvero lavorato con impegno e passione per dare corso alla riforma di papa Francesco che ha richiesto accompagnamento e vicinanza alle coppie che si rivolgono al tribunale ecclesiastico. Sono convinto che il numero di fedeli che potrebbe intraprendere la via giudiziale è di gran lunga superiore alle attuali richieste di nullità, ma occorre che i fedeli siano ben consigliati e accompagnati da un’articolata e capillare pastorale famigliare”.
Per don Signorile non occorre contrapporre la pastorale con il diritto: “Pastorale e diritto spesso sono colte in modo separato, ponendo un’artificiosa contrapposizione che trova non poche ricadute nell’applicazione pratica di Amoris Laetitia. Sembra quasi che il ‘pastorale’ sia la via charitatis del foro interno prospettata nel documento post sinodale, mentre la via veritatis del foro esterno, demandata al tribunale, resterebbe relegata al giuridico. Una precomprensione questa determinata da un’idea del diritto canonico impregnata di positivismo giuridico, che induce ad una reazione di rifiuto e che porta a considerare superato l’istituto del processo attraverso il tribunale ecclesiastico”.
Secondo don Signorile la tendenza al calo delle istanze di nullità “è segno di una minore sensibilità alla dimensione religiosa del matrimonio che si vuole rendere nullo (a tante persone basta il divorzio civile), esprime una scarsa consapevolezza del senso del sacramento matrimoniale, ma anche una scarsa conoscenza della facilità di accesso al Tribunale Ecclesiastico”. Esiste una pubblicazione informativa sul procedimento giudiziario, a disposizione delle parrocchie e di tutti gli interessati.
Quindi il processo deve essere collocato nell’ambito pastorale: “Io credo che il processo vada sempre colto all’interno di un orizzonte che è pastorale ma, pur dando gran valore alla deposizione giurata delle parti, sento la necessità di ribadire che il bene pubblico del matrimonio non può essere pensato come una sorta di autocertificazione il cui esito è lasciato alla buona volontà o buona fede dei singoli. Le cause si giudicano infatti ‘per acta et probata’.
Le parti in causa non sono soltanto la parte attrice e la parte convenuta, ma anche il loro matrimonio (con l’operato del difensore del vincolo o parte pubblica). Intaccare il diritto di difesa di ogni fedele, ma anche la naturale dialettica che è implicata nel processo canonico, sarebbe un intollerabile vulnus al processo matrimoniale”.
Per don Signorile il diritto garantisce la regolarizzazione di una situazione già notificata: “E’ vero che, salvo diversa statuizione del giudice, i coniugi, parti in causa, possono esercitare direttamente la postulazione, rinunciando all’assistenza di un patrono, ma una simile opzione non è esente da limiti oggettivi, dovuti allo spessore tecnico dell’attività processuale .
La ragione ultima dell’esistenza del diritto nella Chiesa, consiste nel fatto che nel Popolo di Dio si danno necessariamente rapporti interpersonali di giustizia: vi sono diritti e doveri. Il giudicare la validità o meno di un matrimonio è al contempo un bene giuridico e pastorale. Per questo l’accertamento della verità sul matrimonio non è un divorzio, non un semplice tentativo di regolarizzazione di una situazione di fatto”.
Per questo il card. Roberto Repole ha sottolineato la necessità di superare la contrapposizione; “Soprattutto, il testo del documento chiede di andare oltre una contrapposizione tra consultività e deliberazione che, se spinge a superare una ambigua interpretazione del tantum consultivum, orienta a non interpretare in senso mondano le categorie di consultività e deliberazione all’interno dei processi ecclesiali”.
Ed ha descritto il ruolo dell’operatore: “A questo proposito lasciatemi ribadire come ciascun operatore debba avere una dimensione di servizio, fatta di generosa disponibilità, che presenta una portata ancora più evangelica per noi ministri ordinati, sempre più oberati da molteplici incombenze e incarichi diocesani. Abbiamo bisogno che gli officiali, chierici e laici, siano preparati, generosi, operativi e convinti della preziosità del loro lavoro. Le norme processuali vanno applicate con un dinamismo e una intelligenza eminentemente pastorali”.
(Foto: Arcidiocesi di Torino)
Ramadan e Quaresima per andare oltre le ideologie
“Cari fratelli e sorelle musulmani, all’inizio del mese di Ramadan il Dicastero per il Dialogo Interreligioso vi porge i suoi più calorosi saluti e la sua amicizia. Questo periodo di digiuno, preghiera e condivisione è un’occasione privilegiata per avvicinarsi a Dio e rinnovarsi nei valori fondamentali della fede, della compassione e della solidarietà”: lo ha scritto il Dicastero per il Dialogo interreligioso nel messaggio inviato oggi alle comunità musulmane di tutto il mondo in occasione del Ramadan, che si intitola ‘Cristiani e musulmani: ciò che speriamo di diventare insieme’.
Nel messaggio si mette in evidenza la coincidenza che vede quest’anno il Ramadan e la Quaresima cristiana sovrapporsi nello stesso periodo: “Quest’anno il Ramadan coincide in gran parte con la Quaresima, che per i cristiani è un periodo di digiuno, supplica e conversione a Cristo. Questa vicinanza nel calendario spirituale ci offre un’opportunità unica di camminare fianco a fianco, cristiani e musulmani, in un percorso comune di purificazione, preghiera e carità. Per noi cattolici è una gioia condividere questo momento con voi, perché ci ricorda che siamo tutti pellegrini su questa terra e che stiamo tutti cercando di ‘vivere una vita migliore’.
Quest’anno desideriamo riflettere con voi non solo su ciò che possiamo fare insieme per ‘vivere una vita migliore’, ma soprattutto su ciò che vogliamo diventare insieme, come cristiani e musulmani, in un mondo in cerca di speranza. Vogliamo essere semplici collaboratori per un mondo migliore o autentici fratelli e sorelle testimoni comuni dell’amicizia di Dio con tutta l’umanità?”
Ma Quaresima e Ramadan non sono semplici periodi di astinenza e di penitenza: “Più che un semplice mese di digiuno, noi cattolici consideriamo il Ramadan come una scuola di trasformazione interiore. Astenendosi dal cibo e dalle bevande, i musulmani imparano a controllare i loro desideri e a porre l’attenzione su ciò che è essenziale. Questo tempo di disciplina spirituale è un invito a coltivare la pietà, quella virtù che avvicina a Dio e apre il cuore agli altri.
Come sapete, nella tradizione cristiana, la stagione santa della Quaresima ci invita a seguire un percorso simile: attraverso il digiuno, la preghiera e l’elemosina cerchiamo di purificare il nostro cuore e di concentrarci su Colui che guida e dirige la nostra vita. Queste pratiche spirituali, sebbene espresse in modo diverso, ci ricordano che la fede non è solo una questione di gesti esteriori, ma un percorso di conversione interiore”.
Nel messaggio il card. George Koovakad, da poche settimane prefetto di questo organismo della Santa Sede e il segretario mons. Indunil Kodithuwakku Janakaratne Kankanamalage, hanno sottolineato il significato di speranza: “In un mondo segnato dall’ingiustizia, dai conflitti e dall’incertezza sul futuro la nostra vocazione comune implica molto di più di pratiche spirituali analoghe. Il nostro mondo ha sete di fraternità e di dialogo autentico. Insieme, musulmani e cristiani, possono essere testimoni di questa speranza, nella convinzione che l’amicizia è possibile nonostante il peso della storia e delle ideologie che intrappolano.
La speranza non è semplice ottimismo: è una virtù ancorata nella fede in Dio, il Misericordioso, nostro Creatore. Per voi, cari amici musulmani, la speranza si nutre della fiducia nella misericordia divina che perdona e guida. Per noi cristiani, essa si fonda sulla certezza che l’amore di Dio è più forte di tutte le prove e gli ostacoli”.
Ed ecco emergere il valore della fraternità: “Quello che vogliamo diventare insieme è perciò essere fratelli e sorelle in umanità, che si stimano profondamente a vicenda. La nostra fede in Dio è un tesoro che ci unisce, ben oltre le nostre differenze. Ci ricorda che siamo tutte creature, spirituali, incarnate e amate, chiamate a vivere nella dignità e nel rispetto reciproco. E noi desideriamo diventare custodi di questa sacra dignità, rifiutando ogni forma di violenza, discriminazione ed esclusione. Quest’anno, mentre le nostre due tradizioni spirituali si ritrovano nel celebrare il Ramadan e la Quaresima, abbiamo un’opportunità unica di mostrare al mondo che la fede trasforma le persone e la società, e che è una forza propulsiva di unità e riconciliazione”.
Quindi il messaggio è un invito a ‘costruire’ ponti: “Non vogliamo semplicemente coesistere; vogliamo vivere insieme in sincera e reciproca stima. I valori che condividiamo, come la giustizia, la compassione e il rispetto per il creato dovrebbero ispirare le nostre azioni e i nostri rapporti e servirci da bussola per essere costruttori di ponti anziché di muri, fautori della giustizia anziché dell’oppressione, essere protettori dell’ambiente anziché distruttori. La nostra fede e i suoi valori dovrebbero aiutarci a essere voci che si ergono contro l’ingiustizia e l’indifferenza e che proclamano la bellezza della diversità umana”.
Il messaggio si chiude con l’invito a ‘seminare’ speranza: “In questo tempo di Ramadan e con l’approssimarsi di ‘Id al-Fitr siamo felici di condividere questa speranza con voi. Che le nostre preghiere, i nostri gesti di solidarietà e i nostri sforzi per la pace siano segni tangibili della nostra sincera amicizia con voi. Che questa festa sia un’occasione di incontri fraterni tra musulmani e cristiani in cui possiamo celebrare insieme la bontà di Dio. Questi semplici, ma profondi momenti di condivisione, sono semi di speranza che possono trasformare le nostre comunità e il nostro mondo. Che la nostra amicizia sia una brezza ristoratrice per un mondo assetato di pace e fraternità!”




























