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Papa Leone XIV: Dorothy Day ha preso posizione per i poveri
“Per molti di voi essere oggi a Roma è la realizzazione di un grande desiderio. Per chi vive un pellegrinaggio e arriva alla meta è importante ricordare il momento della decisione. Qualcosa, all’inizio, si è mosso dentro di voi, magari grazie alla parola o all’invito di qualcun altro. Così, il Signore stesso vi ha presi per mano: un desiderio e poi una decisione. Senza questo, non sareste qui. E’ importante ricordarlo”: citando Dorothy Day, attivista statunitense che cambiò la sua vita dopo l’incontro con il cattolicesimo, dedicandosi completamente agli scartati del primo Novecento e diventando una promotrice di riconciliazione, nell’udienza giubilare di oggi papa Leone XIV ha sottolineato che la pace è prendere posizione dove la dignità umana è calpestata.
Nell’udienza il papa ha sottolineato che Gesù è venuto a ‘portare il fuoco’: “Gesù è venuto a portare il fuoco: il fuoco dell’amore di Dio sulla terra e il fuoco del desiderio nei nostri cuori. In un certo modo, Gesù ci toglie la pace, se pensiamo la pace come una calma inerte. Questa, però, non è la vera pace”.
La pace di Gesù è il ‘fuoco’ del Vangelo: “A volte vorremmo essere lasciati in pace’: che nessuno ci disturbi, che gli altri non esistano più. Non è la pace di Dio. La pace che Gesù porta è come un fuoco e ci chiede molto. Ci chiede, soprattutto, di prendere posizione. Davanti alle ingiustizie, alle diseguaglianze, dove la dignità umana è calpestata, dove ai fragili è tolta la parola: prendere posizione. Sperare è prendere posizione. Sperare è capire nel cuore e mostrare nei fatti che le cose non devono continuare come prima. Anche questo è il fuoco buono del Vangelo”.
Ed ecco l’esempio di Dorothy Day: “Vorrei ricordare una piccola grande donna americana, Dorothy Day, vissuta nel secolo scorso. Aveva il fuoco dentro. Dorothy Day ha preso posizione. Ha visto che il modello di sviluppo del suo Paese non creava per tutti le stesse opportunità, ha capito che il sogno per troppi era un incubo, che come cristiana doveva coinvolgersi coi lavoratori, coi migranti, con gli scartati da un’economia che uccide”.
L’esempio della scrittrice americana è importante in quanto ha preso posizione a favore dei poveri: “Scriveva e serviva: è importante unire mente, cuore e mani. Questo è prendere posizione. Scriveva come giornalista, cioè pensava e faceva pensare. Scrivere è importante. E anche leggere, oggi più che mai. E poi Dorothy serviva i pasti, dava i vestiti, si vestiva e mangiava come quelli che serviva: univa mente, cuore e mani. In questo modo sperare è prendere posizione”.
Il suo ‘fuoco’ ha accesso in molti la carità: “Dorothy Day ha coinvolto migliaia di persone. Hanno aperto case in tante città, in tanti quartieri: non grandi centri di servizi, ma punti di carità e di giustizia in cui chiamarsi per nome, conoscersi a uno a uno, e trasformare l’indignazione in comunione e in azione. Ecco come sono gli operatori di pace: prendono posizione e ne portano le conseguenze, ma vanno avanti. Sperare è prendere posizione, come Gesù, con Gesù. Il suo fuoco è il nostro fuoco. Che il Giubileo lo ravvivi in noi e in tutta la Chiesa!”
E nel videomessaggio inviato ai partecipanti al convegno ‘Sin identidad no hay educación’, a Madrid il papa ha sottolineato il valore dell’identità educativa cristiana: “L’identità cristiana non è un sigillo decorativo o un ornamento, ma il nucleo stesso che dà significato, metodo e scopo al processo educativo”.
Quindi l’educazione è la stella polare: “Come accade ai marinai, se la stella polare è persa di vista, non è raro che la nave vada alla deriva. Per l’educazione cristiana la bussola è Cristo. Senza la sua luce, la propria missione educativa si svuota del senso e diventa un automatismo senza quella capacità trasformativa offerta dal Vangelo. Pertanto, si tratta di rispondere pienamente a una vocazione e a un progetto totalmente originale, che si incarna nelle pratiche, nel curriculum e nella comunità educativa stessa”.
E l’identità è fondamentale per l’educazione: “Né l’identità è né un accessorio né un trucco che è reso visibile con rituali isolati e nemmeno con meccanismi ripetitivi, privi di vitalità. L’identità è il fondamento che articola la missione educativa, definisce il suo orizzonte di significato e guida le sue pratiche quotidiane, sia nel modo di insegnare che nel modo di valutare e agire. Quando l’identità non informa le decisioni pedagogiche, rischia di diventare un ornamento superficiale che non riesce a sostenere il lavoro educativo di fronte alle tante tensioni culturali, etiche e sociali che caratterizzano i nostri tempi di polarizzazione e violenza”.
Per questo l’educazione è il nesso che collega fede e ragione: “Un’educazione genuina, quindi, promuove l’integrazione tra fede e ragione. Non sono poli opposti, ma percorsi complementari per comprendere la realtà, formare carattere e coltivare l’intelligenza. Di conseguenza, è essenziale che nell’esperienza educativa vengano promossi metodi che coinvolgono la scienza e la storia, così come l’etica e la spiritualità. Questo è pienamente dato in una comunità educativa che è come una casa. Una vera collaborazione tra la famiglia, la parrocchia, la scuola e le realtà territoriali accompagna specificamente ogni studente nel loro cammino di fede e di apprendimento”.
Nel ricordare il documento conciliare ‘Gravissimum Educationis’ il papa ha concluso il messaggio affermando che l’educazione è fondamentale per la Chiesa: “Alla conclusione di questo messaggio, è evidente che l’azione educativa della Chiesa (effettuata attraverso le scuole e le attività formative) non è semplicemente un lavoro filantropico lodevole per soddisfare o sostenere un bisogno sociale, ma è una parte essenziale della sua identità e missione. Pertanto, vi incoraggio a impegnarvi coraggiosamente e a guardare avanti con quella speranza vivente che si rinnova ogni giorno nella vostra passione educativa”.
(Foto: Santa Sede)
Lotta al bullismo e al cyberbullismo, la proposta al Governo: nuova materia scolastica ispirata alle parole di papa Francesco
La disciplina ‘Comunicazione e Linguaggio’ trae origine dalle parole contenute nella pergamena di Benedizione Apostolica concessa da papa Francesco al libro ‘La Comunicazione Creativa per lo sviluppo socio-umanitario’. Con queste parole il Santo Padre sottolinea l’importanza etica e pedagogica della comunicazione: ‘La società, così come la Chiesa, si avvalgano di una comunicazione le cui basi siano l’umiltà nell’ascoltare e la parresia nel parlare, che non separi mai la verità dalla carità’.
Questa esortazione evidenzia la necessità di un’educazione alla parola come fondamento della vita civile e sociale. Oggi, tuttavia, la parola rischia di trasformarsi in strumento di violenza, manipolazione e isolamento a causa dell’uso improprio dei social network e dei media, che amplificano linguaggi aggressivi e fomentano divisione, emarginazione e disinformazione.
In questo contesto, Biagio Maimone propone al Governo Italiano e al Ministero dell’Istruzione e del Merito l’istituzione della materia ‘Comunicazione e Linguaggio’ fin dalla scuola primaria, come strumento educativo per educare i giovani al rispetto, al dialogo, alla verità e alla responsabilità nell’uso della parola. La disciplina intende contrastare bullismo, cyberbullismo, istigazione all’odio e la frammentazione relazionale generata dai nuovi media, promuovendo la comunicazione etica come base della convivenza civile.
I dati recenti evidenziano la gravità della situazione: 529 suicidi tra i 15 e i 34 anni (Rapporto Giovani 2024 – Istituto Toniolo), 47% di adolescenti vittime di cyberbullismo e 32% autori di violenza online (Rapporto ESPAD Italia 2024 – CNR-Ifc), 54% dei minori vittime di bullismo e 31% di cyberbullismo (HBSC-ISS). Questi numeri rendono urgente un intervento educativo strutturato e capillare.
Papa Francesco sottolinea come “la parola è dono e responsabilità, può costruire ponti o innalzare muri”, mentre Papa Leone XIV, nella sua riflessione sulla comunicazione sociale, ricordava:
“Vorrei ripetere l’invito a raccontare storie di speranza, e a disarmare la comunicazione da ogni pregiudizio, rancore, fanatismo. Condividiamo uno sguardo diverso sul mondo con una comunicazione disarmata e disarmante”. Ed aggiungeva: “C’è una grande responsabilità nell’usare correttamente le reti sociali e la comunicazione, perché sono strumenti che possono essere opportunità, ma anche rischio. Un uso improprio può danneggiare la comunione e la coesione sociale”.
Queste indicazioni pongono la comunicazione al centro della formazione etica dei giovani, rendendo urgente la creazione di una materia scolastica capace di sviluppare competenze linguistiche, relazionali e digitali.
Educare alla parola significa formare cittadini capaci di usare il linguaggio per costruire relazioni positive, sostenere la verità e promuovere la pace. La disciplina mira a far comprendere ai giovani che la parola non è un mero strumento comunicativo, ma un atto morale e pedagogico, capace di contrastare bullismo, cyberbullismo, odio sociale e disgregazione relazionale.
“La parola crea o distrugge, afferma Maimone, e oggi viene spesso utilizzata come arma. E’ urgente insegnare ai giovani a usarla come dono, come strumento di pace e bene comune.” La materia non è tecnica, ma di coscienza: gli studenti impareranno a discernere tra comunicazione costruttiva e distruttiva, tra informazione autentica e manipolazione, e a utilizzare le nuove tecnologie in modo consapevole e responsabile, prevenendo fenomeni di esclusione e aggressione online.
La disciplina si colloca all’incrocio tra riflessione filosofica, pedagogia e comunicazione, integrando una prospettiva laica con i valori cristiani. La sua costruzione teorica si ispira a grandi pensatori del linguaggio e della comunicazione: Hans-Georg Gadamer, con la sua ermeneutica, sottolinea l’importanza dell’ascolto e del dialogo nella comprensione reciproca; Marshall McLuhan evidenzia come la forma dei media plasmi la società e le relazioni interpersonali; Jürgen Habermas dimostra come la parola possa essere strumento di consenso razionale e costruzione sociale.
Questi approcci filosofici e comunicativi si integrano con l’educazione cristiana proposta da Papa Francesco e con i principi etici delineati da Papa Leone XIV, rendendo la parola un ponte tra culture, religioni e individui, strumento di coesione sociale e antidoto ai linguaggi aggressivi e divisivi dei media e dei social.
Il ruolo di Biagio Maimone, giornalista e direttore della comunicazione dell’Associazione Bambino Gesù del Cairo, è centrale anche nella promozione del dialogo interreligioso e interculturale. Attraverso il suo lavoro giornalistico, Maimone ha contribuito a diffondere la cultura del dialogo, della tolleranza e della comprensione reciproca tra diverse fedi e comunità, dimostrando come la parola possa essere ponte e non barriera.
Nell’era di Internet e dell’intelligenza artificiale, la formazione dei giovani deve comprendere l’alfabetizzazione digitale etica, affinché essi sappiano difendersi dai linguaggi aggressivi e manipolativi, e usare le nuove tecnologie come strumenti di conoscenza, comunicazione e partecipazione responsabile. La presenza di insegnanti formati diventa essenziale per guidare gli studenti nella pratica di una comunicazione consapevole, equilibrata e rispettosa, promuovendo relazioni autentiche e prevenendo fenomeni di isolamento sociale e violenza verbale.
La scuola diventa così il luogo in cui umiltà nell’ascoltare, sincerità nel parlare e carità nel comunicare costituiscono i pilastri di una nuova pedagogia della pace. La materia “Comunicazione e Linguaggio” non solo sviluppa competenze comunicative, ma forma cittadini eticamente responsabili, capaci di usare la parola come strumento di costruzione sociale, dialogo e solidarietà.
“La scuola deve tornare a insegnare il valore della parola – conclude Maimone – come strumento di dialogo, responsabilità e amore. Solo così potremo fermare l’odio, la violenza verbale, il bullismo e il cyberbullismo, restituendo ai giovani la bellezza di un linguaggio che unisce, che rispetta e che salva”.
Don Selmi presenta la Giornata mondiale dei poveri: il posto preferenziale dei poveri nella Chiesa
“In mezzo alle prove della vita, la speranza è animata dalla certezza, ferma e incoraggiante, dell’amore di Dio, riversato nei cuori dallo Spirito Santo. Perciò essa non delude (cfr Rm 5,5) e San Paolo può scrivere a Timoteo: ‘Noi ci affatichiamo e lottiamo, perché abbiamo posto la nostra speranza nel Dio vivente’. Il Dio vivente è infatti il ‘Dio della speranza’, che in Cristo, mediante la sua morte e risurrezione, è diventato ‘nostra speranza’. Non possiamo dimenticare di essere stati salvati in questa speranza, nella quale abbiamo bisogno di rimanere radicati”: così scrive papa Leone XIV nel messaggio ‘Sei tu, Signore, la mia speranza’, in occasione della IX Giornata mondiale dei poveri, che si celebra domenica 16 novembre.
Inoltre nel messaggio il papa ancora ha sottolineato che il povero può essere un testimone della speranza: “Il povero può diventare testimone di una speranza forte e affidabile, proprio perché professata in una condizione di vita precaria, fatta di privazioni, fragilità ed emarginazione. Egli non conta sulle sicurezze del potere e dell’avere; al contrario, le subisce e spesso ne è vittima. La sua speranza può riposare solo altrove. Riconoscendo che Dio è la nostra prima e unica speranza, anche noi compiamo il passaggio tra le speranze effimere e la speranza duratura”.
Da queste sollecitazioni del papa abbiamo contattato don Paolo Selmi, presidente della ‘Casa della Carità’ dell’arcidiocesi ambrosiana, per comprendere in quale modo il povero può diventare testimone di speranza: “Al paragrafo 19 del documento finale del Sinodo della Chiesa universale leggiamo: ‘Nel cuore di Dio c’è un posto preferenziale per i poveri, gli emarginati e gli esclusi, e perciò anche in quello della Chiesa. In loro la comunità cristiana incontra il volto e la carne di Cristo, che, da ricco che era, si è fatto povero per noi, perché noi diventassimo ricchi per mezzo della sua povertà.
L’opzione preferenziale per i poveri è implicita nella fede cristologica. I poveri hanno una conoscenza diretta del Cristo sofferente che li rende annunciatori di una salvezza ricevuta in dono e testimoni della gioia del Vangelo. La Chiesa è chiamata a essere povera con i poveri, che sono spesso la maggioranza dei fedeli e ad ascoltarli, imparando insieme a riconoscere i carismi che essi ricevono dallo Spirito, e a considerarli soggetti dell’evangelizzazione’.
Dove sta il Vangelo, dove sta la speranza nelle donne e negli uomini segnati dalla povertà? Fondamentalmente nel fatto che il Figlio di Dio ha fatto suo “quello stato” per condividere fino in fondo la storia degli ultimi; quella ‘disarmante presenza’ che chiede che uno sia amato/amata per quello che è! Non c’è nessuna sublimazione della povertà. L’ingiustizia che porta alla povertà va tolta. Ma l’uomo, l’umano va amato per quello che è e quello che il punto di partenza per la risalita”.
Nel messaggio papa Leone XIV ha scritto che ‘la carità è la madre di tutte le virtù’: allora praticare la carità è importante?
“È l’apostolo delle genti che lo dice in 1 Cor 13,13: ‘Ora rimangono queste tre cose: la fede, la speranza e la carità. Ma di la più grande di tutte è la carità’. E’ Gesù stesso che lo insegna a Simone il fariseo a ‘commento’ dei gesti di delicata attenzione che una donna ha nei suoi confronti: ‘molto le è perdonato perché molto ha amato’. Quindi sì, praticare la povertà è importante”.
‘Aiutare il povero è infatti questione di giustizia, prima che di carità’: in quale modo dare seguito a queste parole?
“Nella ‘Lettera a Silla’ p. Silvano Fausto ha scritto: ‘Non devi sfamare gli affamati. Devi solo condividere il tuo pane con la fame dell’altro. Così farai quel gesto, semplice e possibile a tutti, che se tutti lo facessero, risolverebbero il problema. La fame c’è perché non c’è solidarietà.Non devi sfamare gli affamati. Devi solo condividere il tuo pane con la fame dell’altro. Così farai quel gesto, semplice e possibile a tutti, che se tutti lo facessero, risolverebbero il problema. La fame c’è perché non c’è solidarietà. Non la povertà è il male, ma l’ingiustizia che ne è la causa’.
Tutte le povertà (da quella di ‘chi è privo di mezzi di sostentamento materiale’ a quella di ‘chi è emarginato socialmente e non ha strumenti per dare voce alla propria dignità e alle proprie capacità, la povertà morale e spirituale, la povertà culturale, quella di chi si trova in una condizione di debolezza o fragilità personale o sociale, la povertà di chi non ha diritti, non ha spazio, non ha libertà’) sono forme di disuguaglianza. O meglio, esito di iniquità.
L’individuazione delle ‘cause strutturali’ delle povertà, e la lotta contro di esse, implicano la condanna di ogni tentazione di colpevolizzare i poveri. I quali, avverte ancora l’esortazione apostolica ‘Dilexi te’, ‘non ci sono per caso o per un cieco e amaro destino. Tanto meno la povertà, per la maggior parte di costoro, è una scelta. Eppure, c’è ancora qualcuno che osa affermarlo, mostrando cecità e crudeltà’.
Cecità. Crudeltà. Le cose vanno chiamate coraggiosamente con il loro nome. Relegare le povertà nell’ambito delle colpe, delle sole responsabilità personali o morali di chi cade nell’indigenza, è una visione miope, cieca. E un atto di vera e propria insensibilità umana. Di crudeltà”.
In quale modo la cultura fa rima con accoglienza?
“E’ l’accoglienza che deve diventare una cultura. E in Casa della Carità, ma come anche in tante realtà del territorio della nostra Diocesi, la gentilezza e l’accoglienza sono il punto di partenza per guardare l’altro negli occhi e far emergere la storia di ognuno. Ma, sempre più spesso, operatori sociali e volontari avvertono di operare in un clima striato di sfiducia, di insofferenza, di sospetto, se non di aperta repulsione nei confronti di chi è in povertà. E di chi cerca di tendere la mano, a chi è in povertà.
Istituzioni pubbliche, rappresentanze politiche, enti del terzo settore, imprese profit, istituzioni religiose, cittadini, siamo tutti responsabili del clima culturale che rischia di colpevolizzare il povero. E delle cause strutturali che lo inchiodano a un’esistenza non degna di un essere umano. Ma siamo anche chiamati, tutti, a contribuire al bene comune, a edificare un mondo che garantisca non solo l’uguaglianza, ovvero stessi trattamenti e stesse risorse a tutti, ma anche l’equità, che riconosce le differenze, per dare a ciascuno adeguate opportunità. Questa è la questione culturale: non ridurre l’altro alla sua povertà, ma andare alla radice della povertà, non ghettizzarla”.
Con quali modalità la Casa della Carità racconta le storie dei diritti delle persone?
“La povertà non è una condizione intrinseca dell’umano. La povertà non va confusa con la fragilità, con la sobrietà, con la parsimonia. Essa ci richiama fortemente al dovere, cristiano e laico insieme, di contribuire tutte e tutti al bene comune, alla giustizia sociale. Chiama fortemente in causa il tema dei diritti, troppo spesso e sempre più disattesi e calpestati.
Le povertà non sono un destino. Non possono essere soggette a giudizio secondo criteri meritocratici, apertamente o subdolamente utilizzati, dalla cultura prevalente ai nostri giorni, quando si tratta di valutare le cause della povertà. A questa deriva ci si deve sottrarre sia da un punto di vista laico, sia – e tanto più – da un punto di vista cristiano.
‘I poveri li avete sempre con voi’: in questa IX Giornata mondiale dei poveri, ricordiamoci che il sorprendente messaggio di Gesù non è un’esaltazione della povertà, né una formula consolatoria e deresponsabilizzante. Al contrario. Esso ci esorta, come cristiani e come cittadini, a credere nella possibilità di una società più giusta. E a operare per avvicinarla. E’ quello che proviamo a fare ogni giorno alla Casa della Carità, impegnandoci a dare voce alle tante persone altrimenti invisibili, anche attraverso le storie di vita di quanti sono accolti o seguiti dalla Fondazione”.
(Tratto da Aci Stampa)
81° anniversario della morte di padre Cortese: a Padova la commemorazione del francescano che salvò i perseguitati dal nazifascismo
A 81 anni dal martirio del Venerabile padre Placido Cortese (1907 – 1944) – frate del Santo e direttore del «Messaggero di sant’Antonio», che dopo l’occupazione dei tedeschi seguito all’Armistizio di Cassibile in segreto aiutava a fuggire ebrei, perseguitati politici, soldati alleati e internati jugoslavi al campo di concentramento di Chiesanuova – domenica 9 novembre, alle ore 11.00, nella Basilica di Sant’Antonio di Padova si terrà la commemorazione del ‘Martire della carità’.
La solenne celebrazione sarà presieduta dal card. Marcello Semeraro, Prefetto del Dicastero delle Cause dei Santi. A seguire ci sarà un momento di preghiera al Memoriale di padre Placido, ovvero il confessionale da dove in segreto coordinava la cosiddetta ‘catena di salvezza’, con la collaborazione di molti giovani, studenti e in particolare donne.
Il giorno precedente, sabato 8 novembre alle ore 16.00, sempre il cardinale Semeraro, sarà in Sala dello Studio teologico del Santo per presentare Il mio san Francesco (Edizioni Messaggero Padova), libro postumo di papa Francesco di cui è curatore, in dialogo con il rettore padre Antonio Ramina.
Le celebrazioni in ricordo del Venerabile proseguiranno venerdì 28 novembre, alle ore 12.00, al Quartiere 6 Ovest, zona Brentelle, a Padova, per l’inaugurazione della passerella intitolata alle ‘Sorelle Martini’, collaboratrici di padre Cortese, e venerdì 5 dicembre, alle ore 17.00, in Sala Paladin a Palazzo Moroni, con la presentazione del volume di Antonio Spinelli Il campo di concentramento di Chiesanuova (Cierre Edizioni) sull’internamento degli “slavi” a Padova durante la Seconda guerra mondiale, frutto di approfondite ricerche sul luogo dove padre Placido Cortese operò con instancabile carità.
La Resistenza padovana fu caratterizzata dalla partecipazione fondamentale di donne e ragazze di ogni estrazione sociale, culturale e orientamento politico. Furono molte, ad esempio, le giovani donne che aiutarono padre Cortese, come le sorelle Liliana, Lidia e Teresa Martini, ma anche altre si unirono al movimento partigiano, come Delfina Borgato, Clara Doralice, Franca Decima Proto e Maria Zonta.
A queste è stato recentemente dedicato il docufilm ‘Più forte della paura – Testimonianze e diari di donne nella Resistenza padovana’, realizzato e curato da Maria Teresa Sega e Luisa Bellina, dell’Associazione rEsistenze (memoria e storia delle donne in Veneto), in collaborazione con ANPI, CGIL SPI, Centro Studi Ettore Luccini, Casrec-Università di Padova, Csup (Centro per la storia dell’Università di Padova), per la regia di Manuela Pellarin, riprese video e registrazione letture di Lorenzo Ghidoli.
Il documentario di 53 minuti visibile su Youtube evidenzia la complessità e la drammaticità del contributo di queste donne, oltre alla figura chiave di padre Placido Cortese e della sua collaborazione anche con Armando Romani per soccorrere i prigionieri alleati dopo l’8 settembre.
(Foto: Il Messaggero di Sant’Antonio)
Papa Leone XIV: la carità vince la morte
“Nel giorno della morte essi ci hanno lasciato, ma li portiamo sempre con noi nella memoria del cuore. E ogni giorno, in tutto ciò che viviamo, questa memoria è viva. Spesso c’è qualcosa che ci rimanda a loro, immagini che ci riportano a quanto abbiamo vissuto con loro. Tanti luoghi, perfino i profumi delle nostre case ci parlano di coloro che abbiamo amato e non sono più tra noi, e tengono acceso il loro ricordo”: al Cimitero Monumentale di Roma nel pomeriggio di oggi papa Leone XIV ha celebrato la Messa per la Commemorazione di tutti i fedeli defunti alla presenza di circa 2.000 fedeli, deponendo un mazzo di rose bianche su una tomba.
Per il papa questo giorno non è soltanto un ricordo, ma una speranza rivolta alla vita ‘futura’: “Oggi, però, non siamo qui soltanto per commemorare quanti sono passati da questo mondo. La fede cristiana, fondata sulla Pasqua di Cristo, ci aiuta infatti a vivere la memoria, oltre che come un ricordo passato, anche e soprattutto come una speranza futura. Non è tanto un volgersi indietro, ma piuttosto un guardare avanti, verso la mèta del nostro cammino, verso il porto sicuro che Dio ci ha promesso, verso la festa senza fine che ci attende”.
Tale speranza si fonda sulla Resurrezione: Questa ‘speranza futura’ anima il nostro ricordo e la nostra preghiera in questo giorno. Non è un’illusione che serve a placare il dolore per la separazione dalle persone amate, né un semplice ottimismo umano. E’ la speranza fondata sulla risurrezione di Gesù, che ha sconfitto la morte e ha aperto anche per noi il passaggio verso la pienezza della vita”.
Per questo la Chiesa propone la lettura del passo evangelico di san Matteo: “E questo approdo finale, il banchetto attorno a cui il Signore ci radunerà, sarà un incontro d’amore. Per amore Dio ci ha creati, nell’amore del Figlio suo ci salva dalla morte, nella gioia dell’amore con Lui e con i nostri cari vuole farci vivere per sempre. Proprio per questo, noi camminiamo verso la méta e la anticipiamo, in un legame invincibile con coloro che ci hanno preceduto, solo quando viviamo nell’amore e pratichiamo l’amore gli uni verso gli altri, in particolare verso i più fragili e i più poveri”.
Infatti solo la carità è capace di sconfiggere la morte: “La carità vince la morte. Nella carità Dio ci radunerà insieme ai nostri cari. E, se camminiamo nella carità, la nostra vita diventa una preghiera che si eleva e ci unisce ai defunti, ci avvicina a loro, nell’attesa di incontrarli nuovamente nella gioia dell’eternità”.
E’ stato un invito ad affidarsi alla speranza che non ‘delude’: “Cari fratelli e sorelle, mentre il dolore dell’assenza di chi non è più tra di noi rimane impresso nel nostro cuore, affidiamoci alla speranza che non delude; guardiamo al Cristo Risorto e pensiamo ai nostri cari defunti come avvolti dalla sua luce; lasciamo risuonare in noi la promessa di vita eterna che il Signore ci rivolge. Egli eliminerà la morte per sempre. Egli l’ha sconfitta per sempre aprendo un passaggio di vita eterna (cioè facendo Pasqua) nel tunnel della morte, perché, uniti a Lui, anche poi possiamo entrarvi e attraversarlo”.
Questa è la gioia: “Egli ci attende e, quando lo incontreremo, al termine di questa vita terrena, gioiremo con Lui e con i nostri cari che ci hanno preceduto. Questa promessa ci sostenga, asciughi le nostre lacrime, volga il nostro sguardo in avanti, verso quella speranza futura che non viene meno”.
Pensiero ribadito a conclusione della recita dell’Angelus: “Quella di oggi, dunque, è una giornata che sfida la memoria umana, così preziosa e così fragile. Senza memoria di Gesù (della sua vita, morte e risurrezione) l’immenso tesoro di ogni vita è esposto alla dimenticanza. Nella memoria viva di Gesù, invece, persino chi nessuno ricorda, anche chi la storia sembra avere cancellato, appare nella sua infinita dignità… Ecco l’annuncio pasquale. Per questo i cristiani ricordano da sempre i defunti in ogni Eucaristia, e fino ad oggi chiedono che i loro cari siano menzionati nella preghiera eucaristica. Da quell’annuncio sorge la speranza che nessuno andrà perduto”.
In questo contesto si apre il futuro: “La visita al cimitero, in cui il silenzio interrompe la frenesia del fare, sia dunque per tutti noi un invito alla memoria e all’attesa. «Aspetto la resurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà», diciamo nel Credo. Commemoriamo, dunque, il futuro. Non siamo chiusi nel passato, nelle lacrime della nostalgia. Nemmeno siamo sigillati nel presente, come in un sepolcro. La voce familiare di Gesù ci raggiunga, e raggiunga tutti, perché è la sola che viene dal futuro. Ci chiama per nome, ci prepara un posto, ci libera dal senso di impotenza con cui rischiamo di rinunciare alla vita. Maria, donna del sabato santo, ci insegni ancora a sperare”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV invita a custodire il cuore attraverso l’educazione
“Disegnare nuove mappe di speranza. Il 28 ottobre 2025 ricorre il 60° anniversario della Dichiarazione conciliare ‘Gravissimum Educationis’ sull’estrema importanza e attualità dell’educazione nella vita della persona umana. Con quel testo, il Concilio Vaticano II ha ricordato alla Chiesa che l’educazione non è attività accessoria, ma forma la trama stessa dell’evangelizzazione: è il modo concreto con cui il Vangelo diventa gesto educativo, relazione, cultura. Oggi, davanti a mutamenti rapidi e ad incertezze che disorientano, quell’eredità mostra una tenuta sorprendente”: così inizia la lettera apostolica ‘Disegnare nuove mappe di speranza’, diffusa oggi, in occasione dei 60 anni dalla Dichiarazione conciliare ‘Gravissimum Educationis’, integrandola con le sfide attuali.
La lettera sottolinea l’importanza di essere guidati dalla Parola di Dio: “Laddove le comunità educative si lasciano guidare dalla Parola di Cristo, non si ritirano, ma si rilanciano; non alzano muri, ma costruiscono ponti. Reagiscono con creatività, aprendo possibilità nuove alla trasmissione della conoscenza e del senso nella scuola, nell’università, nella formazione professionale e civile, nella pastorale scolastica e giovanile, e nella ricerca, poiché il Vangelo non invecchia ma fa ‘nuove tutte le cose’. Ogni generazione lo ascolta come novità che rigenera. Ogni generazione è responsabile del Vangelo e della scoperta del suo potere seminale e moltiplicatore”.
Quindi, nonostante gli anni trascorsi, tale Dichiarazione è ancora attuale: “La Dichiarazione ‘Gravissimum Educationis’ non ha perso mordente. Dalla sua ricezione è nato un firmamento di opere e carismi che ancora oggi orienta il cammino: scuole e università, movimenti e istituti, associazioni laicali, congregazioni religiose e reti nazionali e internazionali. Insieme, questi corpi vivi hanno consolidato un patrimonio spirituale e pedagogico capace di attraversare il XXI secolo, e rispondere alle sfide più pressanti”.
Ed è ancora una ‘bussola’: “Questo patrimonio non è ingessato: è una bussola che continua a indicare la direzione e a parlare della bellezza del viaggio. Le aspettative, oggi, non sono minori delle tante con le quali la Chiesa ebbe a confrontarsi sessant’anni orsono. Anzi si sono ampliate e complessificate. Davanti ai tanti milioni di bambini nel mondo che non hanno ancora accesso alla scolarizzazione primaria, come possiamo non agire?
Davanti alle drammatiche situazioni di emergenza educativa provocata dalle guerre, dalle migrazioni, dalle diseguaglianze e dalle diverse forme di povertà, come non sentire l’urgenza di rinnovare il nostro impegno? L’educazione (come ho ricordato nella mia Esortazione Apostolica ‘Dilexi te) ‘è una delle espressioni più alte della carità cristiana’. Il mondo ha bisogno di questa forma di speranza”.
Quindi l’educazione cattolica è dinamica: “La storia dell’educazione cattolica è storia dello Spirito all’opera. Chiesa ‘madre e maestra’ non per supremazia, ma per servizio: genera alla fede e accompagna nella crescita della libertà, assumendo la missione del Divin Maestro affinché tutti ‘abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza’. Gli stili educativi che si sono succeduti mostrano una visione dell’uomo come immagine di Dio, chiamata alla verità e al bene, e un pluralismo di metodi al servizio di questa chiamata. I carismi educativi non sono formule rigide: sono risposte originali ai bisogni di ogni epoca”.
Si basa su una tradizione viva, in quanto comunità: “L’educazione cristiana è opera corale: nessuno educa da solo. La comunità educante è un ‘noi’ dove il docente, lo studente, la famiglia, il personale amministrativo e di servizio, i pastori e la società civile convergono per generare vita. Questo ‘noi’ impedisce che l’acqua ristagni nella palude del ‘si è sempre fatto così’ e la costringe a scorrere, a nutrire, a irrigare. Il fondamento resta lo stesso: la persona, immagine di Dio, capace di verità e relazione”.
Ricordando le parole di san Newman il papa ricorda che il rapporto tra fede e ragione non è un’opzione: “Occorre uscire dalle secche col recuperare una visione empatica e aperta a capire sempre meglio come l’uomo si comprende oggi per sviluppare e approfondire il proprio insegnamento. Per questo non si devono separare il desiderio e il cuore dalla conoscenza: significherebbe spezzare la persona. L’università e la scuola cattolica sono luoghi dove le domande non vengono tacitate, e il dubbio non è bandito ma accompagnato. Il cuore, lì, dialoga col cuore, e il metodo è quello dell’ascolto che riconosce l’altro come bene, non come minaccia”.
L’educazione cristiana mette al centro la persona: “Mettere al centro la persona significa educare allo sguardo lungo di Abramo: far scoprire il senso della vita, la dignità inalienabile, la responsabilità verso gli altri. L’educazione non è solo trasmissione di contenuti, ma apprendistato di virtù. Si formano cittadini capaci di servire e credenti capaci di testimoniare, uomini e donne più liberi, non più soli. E la formazione non si improvvisa”.
E’ un invito a non disgiungere fede, cultura e vita: “Nella condivisione della comune missione educativa è necessario anche un cammino di formazione comune, ‘iniziale e permanente, capace di cogliere le sfide educative del momento presente e di fornire strumenti più efficaci per poterle affrontare’. E non bastano aggiornamenti tecnici: occorre custodire un cuore che ascolta, uno sguardo che incoraggia, una intelligenza che discerne”.
Inoltre l’educazione cristiana invita a contemplare il creato: “L’antropologia cristiana è alla base di uno stile educativo che promuove il rispetto, l’accompagnamento personalizzato, il discernimento e lo sviluppo di tutte le dimensioni umane. Tra esse non è secondario un afflato spirituale, che si realizza e si rafforza anche attraverso la contemplazione del Creato. Questo aspetto non è nuovo nella tradizione filosofica e teologica cristiana dove lo studio della natura aveva anche come proposito la dimostrazione delle tracce di Dio (vestigia Dei) nel nostro mondo”.
Per questo è necessaria anche una responsabilità educativa: “La responsabilità ecologica non si esaurisce in dati tecnici. Essi sono necessari, ma non bastano. Occorre un’educazione che coinvolga la mente, il cuore e le mani; abitudini nuove, stili comunitari, pratiche virtuose. La pace non è assenza di conflitto: è forza mite che rifiuta la violenza. Un’educazione alla pace ‘disarmata e disarmante’ insegna a deporre le armi della parola aggressiva e dello sguardo che giudica, per imparare il linguaggio della misericordia e della giustizia riconciliata”.
Tale dichiarazione aveva aperto ‘spazi’ da abitare: “Per abitare questi spazi occorre creatività pastorale: rafforzare la formazione dei docenti anche sul piano digitale; valorizzare la didattica attiva; promuovere service-learninge cittadinanza responsabile; evitare ogni tecnofobia. Il nostro atteggiamento nei confronti della tecnologia non può mai essere ostile, perché ‘il progresso tecnologico fa parte del piano di Dio per la creazione’. Ma chiede discernimento sulla progettazione didattica, sulla valutazione, sulle piattaforme, sulla protezione dei dati, sull’accesso equo. In ogni caso, nessun algoritmo potrà sostituire ciò che rende umana l’educazione: poesia, ironia, amore, arte, immaginazione, la gioia della scoperta e perfino, l’educazione all’errore come occasione di crescita”.
Per il papa la discriminate è l’uso della tecnologia: “Il punto decisivo non è la tecnologia, ma l’uso che ne facciamo. L’intelligenza artificiale e gli ambienti digitali vanno orientati alla tutela della dignità, della giustizia e del lavoro; vanno governati con criteri di etica pubblica e partecipazione; vanno accompagnati da una riflessione teologica e filosofica all’altezza. Le università cattoliche hanno un compito decisivo: offrire ‘diaconia della cultura’, meno cattedre e più tavole dove sedersi insieme, senza gerarchie inutili, per toccare le ferite della storia e cercare, nello Spirito, sapienze che nascano dalla vita dei popoli”.
Ed ecco le priorità: “La prima riguarda la vita interiore: i giovani chiedono profondità; servono spazi di silenzio, discernimento, dialogo con la coscienza e con Dio. La seconda riguarda il digitale umano: formiamo all’uso sapiente delle tecnologie e dell’IA, mettendo la persona prima dell’algoritmo e armonizzando intelligenze tecnica, emotiva, sociale, spirituale ed ecologica. La terza riguarda la pace disarmata e disarmante: educhiamo a linguaggi non violenti, riconciliazione, ponti e non muri; ‘Beati gli operatori di pace’ diventi metodo e contenuto dell’apprendere”.
In conclusione ecco le nuove mappe della speranza: “Le costellazioni non si riducono a neutri e appiattiti concatenamenti delle diverse esperienze. Invece di catene, osiamo pensare alle costellazioni, al loro intreccio pieno di meraviglia e risvegli. In esse risiede quella capacità di navigare tra le sfide con speranza ma anche con una coraggiosa revisione, senza perdere la fedeltà al Vangelo… Eppure, proprio qui, l’educazione cattolica può essere faro: non rifugio nostalgico, ma laboratorio di discernimento, innovazione pedagogica e testimonianza profetica. Disegnare nuove mappe di speranza: è questa l’urgenza del mandato.
Chiedo alle comunità educative: disarmate le parole, alzate lo sguardo, custodite il cuore. Disarmate le parole, perché l’educazione non avanza con la polemica, ma con la mitezza che ascolta. Alzate lo sguardo. Come Dio disse ad Abramo, ‘Guarda il cielo e conta le stelle’: sappiate domandarvi dove state andando e perché. Custodite il cuore: la relazione viene prima dell’opinione, la persona prima del programma”.
A Barbara Burioli il premio ‘Madre Maria Teresa Fasce’ per l’imprenditoria sostenibile
Il Premio ‘Madre Maria Teresa Fasce’ è stato ideato nel 2023 dalle monache del Monastero Santa Rita da Cascia per promuovere l’idea di imprenditorialità, ispirata al Vangelo ed a un’economia solidale, sull’esempio concreto di Maria Teresa Fasce, storica Badessa del monastero ritiano oggi beata, che nel 1900 ha permesso la diffusione mondiale del culto e dei valori ritiani, cambiando anche il corso della storia di Cascia, grazie al suo essere ‘Imprenditrice di Dio’.
Racchiuso nella festa liturgica della Beata Madre Maria Teresa Fasce, che ricorre il 12 ottobre data della sua beatificazione, il Premio è dedicato alle imprenditrici donne che scelgono di essere protagoniste della rivoluzione solidale dell’economia facendo impresa non solo per il profitto, ma per generare impatto e valore sociale e umano. In società segnate da crisi, conflitti e disuguaglianze, il modello di imprenditoria ispirato al Vangelo che la Fasce insegna è più attuale che mai e richiama all’etica e alla sostenibilità. Lei è stata una vera ‘imprenditrice di Dio’, che nel 1900 ha costruito a Cascia, e da qui diffuso, un’impresa del bene, fondata sulla carità e sui valori cristiani incarnati da Santa Rita.
Attraverso il Premio, le monache desiderano comunicare anche l’importanza in questo tempo sempre più lacerato dalle guerre, di aprire il cuore agli altri in ogni ambito, sociale, economico e politico, mettendo le persone prima di ogni interesse personale e al centro di ogni azione, perché vuol dire promuovere anche la pace: 2023 – Luciana Delle Donne, imprenditrice sociale di Made in Carcere, al servizio delle donne detenute (Lecce): già Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana, ha rinunciato a una carriera manageriale di successo, mettendo i suoi talenti al servizio del prossimo in un progetto imprenditoriale sociale, Made in Carcere, che offre una concreta seconda possibilità alle donne detenute, nel segno di un’economia civile rigenerativa. Portando così avanti una scelta illogica per il mondo, ma logica per il Vangelo.
2024 – Paola Veglio, amministratore delegato della Brovind di Cortemilia (Cuneo): Donna, ingegnere e imprenditrice, ha saputo far crescere la sua azienda, che opera nel settore metalmeccanico, mantenendo l’attenzione verso le persone ed ha saputo guardare anche al territorio con progetti ed azioni capaci di migliorare la qualità della vita della comunità.
2025 – Barbara Burioli, fondatrice con il marito Rocco De Lucia della Siropack di Cesenatico (Forlì-Cesena), ha saputo unire innovazione e responsabilità sociale, mettendo sempre la persona al centro. Il suo gesto di solidarietà verso un giovane dipendente malato ha ispirato la Legge n. 106 del 2025, a tutela dei lavoratori oncologici, facendo della sua impresa un modello di etica e umanità.
Il Premio, realizzato da suor Elena Manganelli, artista e monaca agostiniana, è un’opera d’arte unica che rappresenta la concretezza della carità. Fisicamente ha una piramide dalla base esagonale che richiama l’Alveare di Santa Rita, progetto di accoglienza per minori del Monastero ritiano, fondato da Madre Maria Teresa Fasce nel 1938, che oggi continua la sua preziosa opera sociale e umana. La parte superiore è costituita da un fiore i cui petali diventano fiamme e al cui interno è custodito il cuore della Beata. Sulla parte frontale sono visibili delle piccole api che richiamano l’operosità, ma anche le ‘Apette’ dell’Alveare di Santa Rita, così come la stessa Madre Fasce chiamò le prime bambine accolte nella struttura.
Il premio rappresenta tutta la concretezza e la tangibilità della carità, perché la parte inferiore è solida, definita: è la costruzione ‘imprenditoriale’ che nasce dalla carità. E’ quel modello di sviluppo che non si limita a produrre, ma che genera valore e impatto sociale e umano. Il centro, culmine dell’opera, è il cuore infiammato agostiniano, che rappresenta il cuore di Madre Maria Teresa Fasce, custodito all’interno del fiore. Tutta la tensione dell’opera sta lì, nella parte superiore, che unisce evanescenza e forza, dolcezza e determinazione, volontà e Provvidenza.
La cerimonia si terrà sabato 11 ottobre alle ore 16.15 nella Basilica Inferiore di Cascia, nell’ambito delle celebrazioni dedicate alla Beata. Il Premio sarà consegnato dalla Madre Badessa Maria Grazia Cossu, mentre il rettore p. Giustino Casciano offrirà la pergamena commemorativa.
Barbara Burioli rappresenta un esempio di imprenditoria etica e generativa, capace di coniugare la produttività con l’attenzione profonda ai lavoratori e alle loro fragilità. La sua storia si lega a quella di Steven Babbi, giovane dipendente affetto da sarcoma di Ewing. Quando la malattia lo costrinse ad assentarsi per lunghi mesi, Barbara e suo marito decisero di continuare a pagargli lo stipendio di tasca propria, un gesto di solidarietà che ha segnato profondamente la vita dell’azienda e di tutta la comunità. Nel 2017 i coniugi hanno ricevuto l’onorificenza di Cavalieri dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana ‘per la straordinaria prova di umana generosità e sensibilità a sostegno di un loro dipendente gravemente malato’.
Da quella vicenda è nata la Legge n. 106 del 18 luglio 2025, che tutela i lavoratori affetti da malattie oncologiche, croniche e invalidanti, garantendo la conservazione del posto di lavoro e i permessi retribuiti per cure e controlli, come ha sottolineato Barbara Burioli: “Il bene porta bene e il vero utile per un’impresa non è economico, ma culturale, sociale e umano. Il bene più importante non è l’azienda in sé, ma ciò che grazie all’azienda possiamo restituire agli altri”.
Mentre Madre Badessa Maria Grazia ha evidenziato che un’impresa può diventare un atto di amore: “Barbara Burioli ha saputo trasformare l’impresa in un atto di amore e di servizio verso gli altri. La sua storia con il giovane Steven è segno concreto di quella carità operosa che non si ferma davanti alle regole ma si muove per giustizia e per amore. Dal loro gesto è nata una legge che oggi tutela tanti lavoratori fragili: un frutto di bene che supera i confini dell’azienda e diventa dono per la società intera”.
Infatti in un’Italia che nei primi 8 mesi del 2025 ha contato oltre 600 infortuni mortali sul lavoro, con un aumento preoccupante dei casi in itinere, l’esperienza di Siropack si distingue come un esempio concreto di responsabilità, sicurezza e cura delle persone. Nel 2024 l’azienda ha superato 1.000.000 di ore lavorative senza infortuni, un primato che testimonia l’impegno costante nella prevenzione, nella formazione e nella tutela della salute, introducendo un bonus sicurezza individuale per ogni dipendente, programmi di welfare aziendale, corsi di aggiornamento e persino sedute di fisioterapia in sede: “Non possiamo essere all’avanguardia nella tecnologia e in ritardo nella sicurezza perché se i nostri ragazzi stanno bene, lavorano con più passione e creatività”.
Il Premio Beata Madre Maria Teresa Fascenasce dal desiderio del Monastero Santa Rita da Cascia dipremiare donne che vivono la propria vocazione professionale come missione di bene, in continuità con l’eredità spirituale della beata Madre Maria Teresa Fasce (1881–1947), monaca agostiniana e badessa del monastero, che fu una figura di straordinaria intelligenza e lungimiranza: a lei si devono la costruzione della Basilica di Santa Rita, la creazione dell’Alveare per l’accoglienza delle bambine, la rivista ‘Dalle Api alle Rose’ e la diffusione del culto della ‘Santa degli Impossibili’.
Nel 2012, per rendere più strutturata e sostenibile la loro carità, le monache hanno creato la Fondazione Santa Rita da Cascia ETS, da poco diventata Ente Filantropico, che oggi opera per sostenere i più fragili non solo in Italia ma in tutto il mondo, tra Filippine, Africa, Perù e Libano.
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(Foto: Cesenatico Day)
Papa Leone XIV: testimoniare il primato di Dio
“Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto: Gesù con queste parole ci invita a rivolgerci fiduciosamente al Padre in tutte le nostre necessità. Noi le ascoltiamo mentre celebriamo il Giubileo della Vita Consacrata, che vi ha condotti qui numerosi, da tante parti del mondo (religiosi e religiose, monaci e contemplative, membri degli istituti secolari, appartenenti all’Ordo Virginum, eremiti e membri di ‘nuovi istituti’) venuti a Roma per vivere insieme il Pellegrinaggio giubilare, per affidare la vostra vita a quella misericordia di cui, attraverso la professione religiosa, vi siete impegnati ad essere segno profetico, perché vivere i voti è abbandonarsi come bambini tra le braccia del Padre”: con queste parole di inizio dell’omelia per il giubileo della vita consacrata papa Leone XIV ha invitato ad essere innamorati di Cristo.
Ed ha evidenziato che i tre verbi usati dall’evangelista Luca sono fondamentali nella vita consacrata: “Chiedere, cercare, bussare (i verbi della preghiera usati dall’evangelista Luca) sono atteggiamenti familiari per voi, abituati dalla pratica dei consigli evangelici a domandare senza pretendere, docili all’azione di Dio… ‘Chiedere’, infatti, è riconoscere, nella povertà, che tutto è dono del Signore e di tutto rendere grazie; ‘cercare’ è aprirsi, nell’obbedienza, a scoprire ogni giorno la via da seguire nel cammino della santità, secondo i disegni di Dio; ‘bussare’ è domandare e offrire ai fratelli i doni ricevuti con cuore casto, sforzandosi di amare tutti con rispetto e gratuità”.
Ciò è indicato anche da Dio al profeta Malachia nella prima lettura: “Egli chiama gli abitanti di Gerusalemme ‘mia proprietà particolare’ e dice al profeta: ‘Avrò cura di loro come il padre ha cura del figlio’. Sono espressioni che ci ricordano l’amore con cui il Signore, chiamandoci, ci ha preceduti: un’occasione, in particolare per voi, per fare memoria della gratuità della vostra vocazione, cominciando dalle origini delle congregazioni a cui appartenete fino al momento presente, dai primi passi del vostro percorso personale fino a questo istante. Tutti noi siamo qui prima di tutto perché Lui ci ha voluti ed eletti, da sempre”.
Ma i tre verbi significano che occorre ‘guardare’ alla propria vita: “A volte ciò è avvenuto in circostanze gioiose, altre volte per vie più difficili da capire, magari attraverso il crogiolo misterioso della sofferenza: sempre, però, nell’abbraccio di quella bontà paterna che caratterizza il suo agire in noi e attraverso di noi, per il bene della Chiesa”.
Da qui è scaturita una seconda riflessione che riguarda la presenza di Dio nella propria vita, come ha scritto sant’Agostino nelle ‘Confessioni’: “Senza Lui nulla esiste, nulla ha senso, nulla vale, ed il vostro ‘chiedere’, ‘cercare’ e ‘bussare’, nella preghiera come nella vita, riguarda pure questa verità. S. Agostino, in proposito, descrive la presenza di Dio nella sua esistenza con immagini bellissime.
Parla di una luce che va oltre lo spazio, di una voce non travolta dal tempo, di un sapore mai guastato dalla voracità, di una fame mai spenta dalla sazietà, e conclude: ‘Ciò amo, quando amo il mio Dio’. Sono le parole di un mistico, e però sono molto vicine anche al nostro vissuto, manifestando il bisogno di infinito che alberga nel cuore di ogni uomo e donna di questo mondo”.
Da qui deriva la testimonianza: “Proprio per questo la Chiesa vi affida il compito di essere, col vostro spogliarvi di tutto, testimoni viventi del primato di Dio nella vostra esistenza, aiutando più che potete anche i fratelli e le sorelle che incontrate a coltivarne l’amicizia. Del resto la storia ci insegna che da un’autentica esperienza di Dio scaturiscono sempre slanci generosi di carità, come è avvenuto nella vita dei vostri fondatori e fondatrici, uomini e donne innamorati del Signore e per questo pronti a farsi ‘tutto per tutti’, senza distinzioni, nei modi e negli ambiti più diversi”.
Mentre nell’ultima riflessione il papa si è soffermato sulla speranza, come dimensione escatologica: “C’è però un’ultima dimensione della vostra missione su cui vorrei soffermarmi. Abbiamo sentito il Signore dire agli abitanti di Gerusalemme: ‘sorgerà con raggi benefici il sole di giustizia’; invitarli cioè a sperare in un compimento del loro destino che va oltre il presente. Ciò richiama la dimensione escatologica della vita cristiana, che ci vuole impegnati nel mondo, ma al tempo stesso costantemente protesi verso l’eternità. E’ un invito per voi ad allargare il ‘chiedere’, il ‘cercare’ ed il ‘bussare’ della preghiera e della vita all’orizzonte eterno che trascende le realtà di questo mondo, per orientarle alla domenica senza tramonto”.
Ed a questo giubileo hanno preso parte oltre 16.000 pellegrini, provenienti da 100 Paesi, e da oggi pomeriggio si svolgeranno alcune iniziative a cura del Dicastero per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica: dalle ore 15.00 alle ore 17.30 avranno luogo incontri di riflessione divisi per forme di vita consacrata: in Aula Paolo VI gli Istituti religiosi, all’Università Urbaniana gli Istituti contemplativi, all’Università Santa Croce gli Istituti secolari, nell’Aula Nuova del Sinodo le consacrate dell’Ordo Virginum, nell’Aula della Curia generale dei Gesuiti le ‘Nuove Forme’ di vita consacrata, nella Sede UISG le Società di vita apostolica.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV ringrazia i Cavalieri di Colombo per il restauro delle opere del Bernini
“Sono lieto di darvi il benvenuto questa mattina, a tutti i membri del Consiglio Direttivo dei Cavalieri di Colombo e alle vostre famiglie che vi accompagnano nel vostro pellegrinaggio in questo Anno Giubilare della Speranza. Quanto è importante questa parola in sé: speranza!”: questa mattina papa Leone XIV Leone XIV ha ricevuto in udienza il consiglio direttivo dei Cavalieri di Colombo a Roma per il pellegrinaggio giubilare, manifestando apprezzamento per le diverse iniziative volte a ‘portare la compassione e l’amore del Signore’ agli altri ed a difendere la vita.
Quindi ha espresso la gratitudine per avere reso possibile i restauri, realizzati lo scorso anno nella basilica vaticana, del baldacchino di Gian Lorenzo Bernini, e nell’abside del monumento che protegge la Cattedra di San Pietro: “Decine di milioni di fedeli sono venuti a Roma in questo Anno Santo per visitare le tombe degli Apostoli, varcare le Porte Sante e rafforzarsi nella fede. Una delle opere d’arte in Vaticano che senza dubbio vedono varcando la Porta Santa ed entrando nella Basilica è il baldacchino di Gian Lorenzo Bernini, che ora risplende in tutta la sua bellezza originaria dopo il primo restauro completo della sua storia.
Un’altra, nell’abside della basilica, è il bellissimo monumento bronzeo del Bernini a protezione della Cattedra di san Pietro, restaurato contemporaneamente. Questi capolavori aiutano chiunque li guardi a contemplare due dei principi fondamentali della nostra fede: la presenza reale di Gesù nell’Eucaristia ed il papa come successore di Pietro che unisce e guida la Chiesa”.
E’ un ringraziamento particolare non solo per questi restauri, ma anche per il sostegno ai poveri attraverso la carità: “Desidero esprimere profonda gratitudine ai Cavalieri di Colombo per la vostra generosità nel rendere possibili questi progetti. Sono un segno visibile della vostra continua devozione al Vicario di Cristo. Nel corso della sua storia, l’Ordine ha sostenuto l’opera caritativa del Romano Pontefice in vari modi, anche attraverso il Fondo Vicarius Christi, che gli consente di esprimere solidarietà ai poveri e ai più vulnerabili in tutto il mondo”.
Poi il papa ha apprezzato anche il loro impegno concreto in difesa della vita: “Attraverso una serie di iniziative intraprese dai Consigli locali, voi e i vostri confratelli Cavalieri cercate anche di portare la compassione e l’amore del Signore nelle vostre comunità locali, anche attraverso il vostro impegno per sostenere la sacralità della vita umana in tutte le sue fasi, per assistere le vittime di guerre e disastri naturali e per sostenere le vocazioni sacerdotali. Per queste azioni concrete, così come per le vostre preghiere e i vostri sacrifici quotidiani per il bene di tutto il popolo di Dio, esprimo sinceramente il mio caloroso apprezzamento”.
Ed ha concluso l’incontro con l’affidamento alla Madre di Dio: “Cari fratelli e sorelle, vi auguro un fruttuoso pellegrinaggio e prego affinché il vostro soggiorno a Roma, nella Città Eterna, alimenti la vostra fede, vi confermi nella speranza e approfondisca il vostro amore per la Chiesa. In questo modo, possiate essere rafforzati nel proseguire la degna missione iniziata dal vostro nobile fondatore”.
Inoltre è stata pubblicata la lettera apostolica di papa Leone XIV in forma di motu proprio ‘Coniuncta cura’, sulle attività di investimento finanziario della Santa Sede, che fa chiarezza sulle istituzioni della Curia alle quali spettano queste attività, per il principio della ‘responsabilità condivisa’ stabilito dalla costituzione apostolica ‘Praedicate Evangelium’ di papa Francesco.
Il Motu proprio che papa Leone XIV ha firmato il 29 settembre, allo scopo di consolidare ‘le disposizioni succedutesi nel tempo’ e definire ‘i ruoli e le competenze di ciascuna Istituzione, rendendo possibile la convergenza di tutti in una dinamica di mutua collaborazione’, stabilisce che venga abrogato il Rescritto del 23 agosto 2022, dal titolo ‘Istruzione sull’Amministrazione e gestione delle attività finanziarie e della liquidità della Santa Sede e delle Istituzioni collegate con la Santa Sede’.
Inoltre il Motu proprio stabilisce invece che ‘nel determinare le attività di investimento finanziario della Santa Sede’, l’Apsa generalmente “fa effettivo uso della struttura organizzativa interna dell’Istituto per le Opere di Religione, a meno che gli organi competenti, come stabilito dagli statuti del Comitato per gli Investimenti, non ritengano più efficiente o conveniente il ricorso a intermediari finanziari stabiliti in altri Stati”.
(Foto: Santa Sede)





























