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A Macerata una Cittadella della Carità per essere luogo ‘aperto’
Nella Quaresima la diocesi di Macerata ha iniziato la realizzazione di un luogo per ospitare le persone portatrici di fragilità, denominato ‘Cittadella della Carità’, dedicato a mons. Tarcisio Carboni, vescovo di questa diocesi negli anni ’90, che sarà aperto alla comunità civile, che è stato definito dall’attuale vescovo, mons. Nazzareno Marconi, ‘vicino’ alla gente: “Mons. Tarcisio Carboni è stato un uomo in ricerca, vicino alla gente, attento a portare la Parola di Dio a tutti (‘Predica Verbum’ era il suo motto episcopale) e disposto a farsi tutto a tutti perché ognuno potesse ricevere la presenza del Signore, si è adoperato perché moltissime realtà ecclesiali potessero nascere e crescere nella nostra diocesi”.
Al collaboratore della Caritas diocesana e referente della progettazione ‘ottopermile’, Emanuele Ranzuglia, chiediamo il motivo di una ‘costruzione della Cittadella della Carità: “Per poter tentare di rispondere alla multidimensionalità delle povertà che ascoltiamo abbiamo sentito la necessità, come Chiesa diocesana, di realizzare un luogo fisico in cui disporre e coordinare risorse umane e materiali da poter mettere a disposizione delle persone portatrici di bisogni e fragilità”.
Allora ci può spiegare come è strutturata?
“Il cuore pulsante della struttura sarà la cappellina in cui chi vuole potrà recarsi per pregare e trovare il Conforto che cerca. Nella cittadella della Carità ci sarà spazio per l’accoglienza delle persone che richiedono protezione internazionale, di coloro che a vario titolo non possono fruire delle azioni previste dai progetti ministeriali e di coloro che non riescono, in modo autonomo, ad avere a disposizione un’abitazione. L’accoglienza si rivolgerà a singoli e a piccoli nuclei famigliari; nella struttura si troveranno tutti i servizi necessari per poter realizzare un servizio di accoglienza che soddisfi in modo dignitoso i bisogni primari ovvero una cucina interna, un refettorio, un guardaroba, le docce e il servizio lavanderia. A supporto degli accolti e di persone esterne, precedentemente ascoltate, si avrà anche l’ambulatorio sanitario solidale.
Troverà sede il centro di ascolto diocesano, lo sportello dedito alla dimensione abitativa, quello del lavoro e quello del sovraindebitamento. Ci saranno locali ad hoc che saranno condivisi anche con altri uffici pastorali con i quali cammineremo insieme per la promozione della carità e della mondialità; per lo svolgimento di eventi si potrà contare sulla presenza di un teatrino e di un auditorium. All’esterno dell’edificio, realizzeremo degli orti e cureremo il grande uliveto già presente. Completa la dotazione della cittadella un campetto da calcio che sarà fruibile sia dagli ospiti che da realtà esterne con le quali collaboreremo per incentivare la conoscenza della struttura da parte dei più giovani”.
Chi potrà essere accolto?
“Consapevoli che ‘non si può accogliere tutto e tutti’ ci prefiggiamo, comunque, di tendere la mano e il cuore alle persone portatrici di fragilità che hanno bisogno di un luogo in cui essere viste, ascoltate e orientate”.
Per quale motivo un luogo aperto alla comunità?
“La cittadella nasce dopo un lungo percorso di ascolto e di vicinanza alle realtà, afferenti alla Chiesa diocesana, che in modo silenzioso testimoniano l’attenzione e la vicinanza a chi, superando con coraggio la propria vergogna, chiede aiuto. Seguendo lo stile proprio della Caritas (ascoltare, osservare e discernere) negli anni abbiamo progettato e realizzato delle risposte consone alle richieste che nel tempo sono mutate; la cittadella quindi nasce da questo ascolto e vivrà grazie al supporto di tutte quelle persone che vorranno contribuire non solo alla realizzazione di servizi ma a dare un volto, un’anima, alla struttura. I locali, come sopra anticipato, saranno messi a disposizione di altre realtà che, coordinandosi con la Caritas diocesana, vorranno proporre eventi, momenti di formazione civile e religiosa… Grazie a questo scambio ‘dentro/fuori’ vorremmo che si trasferisse la bellezza e la ricchezza dell’incontro”.
In quale modo può essere abbattuta la diffidenza?
“Con la conoscenza diretta, con il vivere accanto, nel condividere la quotidianità con chi viene da percorsi meno facili e meno ‘diritti’ da quelli più comuni”.
Allora in quale modo vivere il giubileo della speranza?
“Mettendosi a disposizione, nella semplicità e con le proprie risorse e fragilità (di cui tutti siamo portatori), di altri fratelli che hanno bisogno di non sentirsi soli difronte alle prove e alle sfide che si trovano ad affrontare e, insieme, guardare al futuro con più serenità”.
Per quale motivo è dedicata a mons. Tarcisio Carboni?
“Chi ha avuto la fortuna di conoscere mons. Carboni lo ha definito un pastore, che ‘profumava di pecore’, data la sua attenzione a tutte quelle persone che vivevano ai margini della società e alla sua volontà di stare con le persone lì dove vivevano. Inoltre, come ci ha ricordato il nostro vescovo, mons. Marconi, in occasione dell’intitolazione di una via a mons. Carboni: Gli faremo un torto se ci fermassimo invece di continuare ad avanti nelle vie del Signore, per aiutare la gente a crescere nella fede”.
(Tratto da Aci Stampa)
Cecilia Galatolo racconta le vette di Pier Giorgio Frassati
Domenica 7 settembre, insieme a Carlo Acutis, un altro giovane, seppure di un’epoca diversa, è stato dichiarato santo, Pier Giorgio Frassati, torinese e di famiglia benestante, che ha speso la sua vita per i poveri e si è battuto per la giustizia sociale, a cui Giovanna Abbagnara, Paola Ciniglio, Cecilia Galatolo hanno dedicato un libro: ‘Pier Giorgio Frassati. Fino alle vette’ (link: Pier Giorgio Frassati. Fino alle vette | Famiglia.store) per chi vuole imparare “a scrivere la propria storia con la stessa penna che ha guidato la vita di Pier Giorgio: quella del Vangelo”.
Attraverso le tappe fondamentali della vita dell’imminente santo torinese (la fede, la preghiera, l’amicizia, lo studio, la carità, la croce) questo libro si fa strada nel cuore di chi cerca la verità e ha il coraggio di lasciarsi provocare. Scommette sul fatto che ogni ragazzo, ogni ragazza, possa scoprire in sé lo stesso desiderio di infinito che ha abitato Pier Giorgio, come si sottolinea nella nota introduttiva.
Quindi non la solita biografia, ma un libro che ‘si mette accanto a chi è in cammino e ha bisogno di luce per orientarsi’, in quanto ogni capitolo è accompagnato da test, passi del Vangelo, domande scomode e canzoni: laboratori esperienziali per far ‘crescere una generazione che ha fame di autenticità’.
Ad una delle autrici, Cecilia Galatolo, chiediamo di spiegarci il motivo per cui Pier Giorgio Frassati amava le ‘vette’: “Per Pier Giorgio, le vette rappresentano in qualche modo il cammino della vita. A volte ci sono delle salite, ma se andiamo avanti, godremo di aria pulita e di un panorama impagabile. Capita, poi, di cadere o che chi ci è vicino inciampi durante la scalata. Anche in questo i sentieri di montagna rappresentano per Frassati la vita, la strada percorsa con i fratelli e le sorelle: è bello aiutarci ogni volta a rialzarci. Meglio arrivare dopo, magari, ma arrivare insieme. Inoltre, Pier Giorgio amava la montagna per la tranquillità e la serenità che trasmette. L’anima si sintonizza meglio con Dio. Se ci pensiamo, anche Gesù era solito ritirarsi in montagna a pregare”.
Però si definiva anche un tipo ‘losco’?
“Sì, ma ovviamente, non lo era affatto. Anzi, era un giovane generoso e con il cuore puro. Questa definizione nasce da una associazione scherzosa creata con i suoi amici, ‘I tipi loschi’, appunto. Il gruppo si è formato spontaneamente proprio durante una gita in montagna. Il loro obiettivo era vivere la fede in letizia e servire Dio nei poveri. Frassati era innamorato dei poveri. Diceva che amare loro significava restituire l’amore che Gesù gli donava nell’Eucaristia. Aveva una fede viva, profonda. Considerava Cristo il suo migliore amico”.
Di famiglia liberale perchè si innamorò di Dio?
“Frassati veniva da una famiglia ricca e liberale. Il papà, fondatore del giornale ‘La Stampa’, di Torino, era rispettoso delle tradizioni cristiane, ma viveva fondamentalmente da ateo. La mamma, una pittrice in vista, che pure non mancava alla messa domenicale, non aveva una fede matura. Spesso aveva posizioni anticlericali e temeva che il figlio potesse diventare bigotto. Basti pensare che Pier Giorgio dovette avviare una ‘rispettosa battaglia’ a casa per ricevere il permesso di fare la comunione ogni giorno.
Si innamorò di Dio perché solo in Lui trovava il senso della vita. Aveva tutto, questo giovane, tutto ciò che materialmente si potesse desiderare. La sua famiglia non gli faceva mancare nulla. Ville, auto di un certo livello, vestiti buoni, viaggi. Eppure, nulla di tutto ciò era abbastanza per lui. Gesù, invece, era quella perla preziosa per cui valeva la pena rinunciare a tutto il resto. I privilegi lo avrebbero chiuso in sé stesso, donare tutto, come insegna il Vangelo, lo rese felice”.
‘Non bisogna dare degli stracci ai poveri’: cosa era la carità per Pier Giorgio Frassati?
“Pier Giorgio non aveva solo compassione dei poveri, li considerava il corpo, il volto di Gesù. Possiamo dunque dare stracci a Gesù? Per Pier Giorgio, spendersi per loro era una priorità assoluta. Spesso si prodigava per gli sfrattati, che all’epoca erano molti, aiutandoli materialmente con ciò che aveva ed a trovare una nuova abitazione. A volte, per far questo, arrivava tardi all’università o chiedeva di poter rimandare un appello. Insomma, ai poveri non dava lo scarto del suo tempo, dava il meglio, dava tutto. E’ stato definito il ‘santo della strada’ perché aiutare chi giaceva per strada era la sua vocazione, era la sua principale occupazione. I genitori faticavano a comprendere la vastità del suo impegno, seppero solo dopo la sua morte che aveva fatto (in circa 12i anni) migliaia di interventi a vantaggio degli ultimi. Faceva parte di una istituzione caritativa, ma spesso si impegnava anche da sé. Ovunque, senza fare calcoli”.
Quale posto aveva nella sua vita l’Eucarestia?
“Era centrale. Senza Cristo, diceva, non poteva far nulla. Una volta un suo amico, vedendolo entrare in Chiesa ogni giorno, gli domandò: ‘Ma sei diventato bigotto?’ Rispose: ‘No, sono rimasto cristiano’. Gesù non era un’abitudine astratta, era una presenza viva: la sorgente del suo amore per gli altri”.
Cosa dice ai giovani la sua santità?
“Colpisce tanto la capacità di Pier Giorgio di andare controcorrente. La sua vicenda si è svolta nel contesto dei primi del ‘900. Ha vissuto la Prima Guerra Mondiale ed ha assistito alla presa di potere da parte di Mussolini. Lo faceva soffrire che molti cattolici ‘strizzassero l’occhio’ al regime. Affermava che i discorsi del duce gli facevano ‘ribollire il sangue nelle vene’. Ecco, la figura di Pier Giorgio, vissuto un secolo fa ma con uno stile evangelico profondamente attuale, colpisce perché prende sul serio l’invito di Gesù a scegliere il bene senza compromessi, senza pensare ai propri interessi o vantaggi. Era un giovane uomo onesto, schietto, che non temeva le conseguenze delle sue scelte, se fatte per amore della giustizia”.
(Tratto da Aci Stampa)
‘Pier Giorgio Frassati: un esempio per i giovani’: una giornata formativa e culturale a Savigliano
Venerdì 26 settembre 2025 alle ore 9:00, il Cinema Aurora di Savigliano ospiterà una giornata formativa sul tema ‘Pier Giorgio Frassati: un esempio per i giovani’, rivolta a 500 studenti delle scuole superiori ma aperta anche alla cittadinanza con ingresso libero.
A guidare l’incontro sarà Alessandro Ginotta, giornalista, scrittore, responsabile dell’Ufficio Comunicazione della Federazione Nazionale Italiana Società di San Vincenzo De Paoli ODV e membro del Comitato di Canonizzazione di Pier Giorgio Frassati. Sarà lui a proporre ai ragazzi una lezione interattiva dal titolo ‘Pier Giorgio Frassati: verso l’altro’, pensata per coinvolgerli attivamente e stimolare un dialogo autentico.Non sarà una tradizionale conferenza, ma un percorso esperienziale che alternerà storytelling, esercizi di ascolto reciproco, momenti di empatia e riflessioni guidate.
I ragazzi saranno invitati a confrontarsi tra loro, a condividere esperienze personali, a mettersi nei panni dell’altro e infine a immaginare piccoli gesti concreti di solidarietà da portare nella loro vita quotidiana. Il percorso terminerà con una suggestiva riflessione che richiama l’immagine cara a Pier Giorgio Frassati: la montagna come simbolo della vita, da scalare passo dopo passo fino a lasciare un segno indelebile, lasciando dietro di sé orme di solidarietà, amicizia e coraggio. Ed è proprio qui che l’invito diventa personale: ‘Quale montagna volete scalare voi?’’In contemporanea all’incontro sarà allestita la mostra itinerante su san Pier Giorgio Frassati a cura di Alessandro Ginotta.
Otto pannelli, visivamente potenti, che raccontano il suo cammino, i suoi gesti, il suo amore per i bisognosi, perché come era solito dire: ‘la Carità non basta sentirla, bisogna praticarla!’Un appuntamento che unisce formazione, cultura e partecipazione, con l’obiettivo di offrire ai giovani un modello capace di ispirare speranza, responsabilità e desiderio di costruire relazioni autentiche.
Pellegrini di Speranza: il Giubileo della Società di San Vincenzo De Paoli a Roma
Dal 19 al 21 settembre 2025 si terrà a Roma il Pellegrinaggio Giubilare della Federazione Nazionale Italiana della Società di San Vincenzo De Paoli ODV, un evento che riunirà circa 500 partecipanti provenienti da tutta Italia. Tre giorni di preghiera, formazione e fraternità che si inseriscono nel cammino del Giubileo Ordinario 2025.
La Bolla Spes non confunditdi Papa Francesco, che accompagna l’Anno Giubilare, ricorda che“Mettersi in cammino è tipico di chi va alla ricerca del senso della vita”. Proprio questo spirito guiderà i vincenziani, pellegrini di speranza sulle orme di San Vincenzo De Paoli e del Beato Federico Ozanam.
Nel suo messaggio, la Presidente Nazionale della Società di San Vincenzo De Paoli, Paola Da Ros, ha sottolineato: “Trascorreremo insieme tre giorni di preghiera, formazione, amicizia. Siamo tanti, e questo riempie di gioia e speranza. Speranza: parola chiave di questo Giubileo e fondamento della nostra vocazione vincenziana. Non doniamo solo aiuti materiali – ha aggiunto la Presidente Da Ros – ma soprattutto ascolto, conforto, vicinanza. Nessuna forma di povertà è estranea alla San Vincenzo: siamo accanto a senza tetto, anziani soli, disoccupati, migranti, rifugiati, donne in difficoltà, bambini, malati e detenuti”.
La Presidente ha inoltre ricordato la presenza dell’Associazione proprio nel giorno del Giubileo degli Operatori di Giustizia. Un’occasione propizia per rinnovare l’impegno accanto ai più fragili: “Ne è esempio il Premio Carlo Castelli, concorso letterario dedicato ai detenuti che gode del patrocinio di Camera, Senato, Ministero della Giustizia e insignito della Medaglia del Presidente della Repubblica”.
L’evento offrirà spazi di confronto e riflessione grazie agli interventi del Presidente Internazionale della Società di San Vincenzo De Paoli, Juan Manuel Buergo Gómez, della Presidente Nazionale dell’Associazione, Paola Da Ros, di Antonella Caldart, responsabile del Settore Carceri e Devianza, di Giancarlo Salamone, Responsabile del Settore Solidarietà e Gemellaggi nel Mondo, di Padre Salvatore Farì CM, Direttore dell’Ufficio di Comunicazione della Congregazione della Missione.
Il pellegrinaggio prenderà avvio venerdì 19 settembre con l’arrivo dei partecipanti, la visita alle Catacombe di Domitilla, i saluti di apertura e la celebrazione del passaggio della Porta Santa nella Basilica di Santa Maria Maggiore.
Il sabato 20 settembre sarà dedicato al Giubileo degli Operatori di Giustizia: dopo il passaggio della Porta Santa in San Pietro, i partecipanti prenderanno parte alla catechesi con Papa Leone XIV. La giornata proseguirà con momenti di formazione vincenziana e si chiuderà con una cena comunitaria presso il Circolo Sottufficiali della Marina Militare.
La conclusione è prevista per domenica 21 settembre, con la Santa Messa all’Altare della Confessione presieduta dal Cardinale Mauro Gambetti, Vicario generale di Sua Santità per la Città del Vaticano, seguita dall’Angelus in Piazza San Pietro.
Secondo quanto evidenziato da Padre Francesco Gonella, Consigliere Spirituale della Federazione Nazionale Italiana Società di San Vincenzo De Paoli ODV, l’itinerario spirituale di San Vincenzo e del Beato Federico Ozanam non fu un semplice viaggio fisico, ma un pellegrinaggio del cuore, radicato nelle Beatitudini: poveri in spirito, capaci di piangere con chi soffre, miti, assetati di giustizia, misericordiosi, puri di cuore, perseveranti nelle prove.
In questa prospettiva, i luoghi scelti per il pellegrinaggio – dalle Catacombe di Domitilla alle Basiliche romane – diventeranno memoria viva di una fede che ha resistito alle persecuzioni e continua a generare speranza.
Il Pellegrinaggio Giubilare della Società di San Vincenzo De Paoli si preannuncia come un’occasione di profonda rinnovata spiritualità. Ogni passo sarà un invito a riscoprire le radici della carità vincenziana e a tradurle in gesti concreti di vicinanza alle persone più fragili: senza tetto, migranti, rifugiati, famiglie in difficoltà, malati e detenuti.
Un viaggio che guarda al passato e al futuro insieme, per tornare alle sorgenti della fede e rilanciare con maggiore forza l’impegno di carità. Un cammino che si concluderà a Roma, ma che continuerà ogni giorno, nelle comunità locali, come testimonianza viva di speranza e di pace.
Pier Giorgio Frassati, il nuovo santo: un giovane vincenziano fino alla fine
La canonizzazione di Pier Giorgio Frassati, celebrata ieri da Papa Leone XIV in Piazza San Pietro, è motivo di gioia profonda per la Società di San Vincenzo De Paoli, che lo riconosce come figlio spirituale e compagno di missione.
Durante la celebrazione, papa Leone XIV ha ricordato l’impegno di Frassati nella scuola, nei gruppi ecclesiali – dall’Azione Cattolica alla FUCI, fino al Terz’Ordine domenicano –e la sua appartenenza alle ‘Conferenze di San Vincenzo’, dove imparò a trasformare la fede in servizio concreto.
Conosciuto dagli amici come la ‘FrassatiImpresa Trasporti’ per la sua instancabile dedizione nel portare viveri e aiuti per le strade di Torino, Pier Giorgio non confinò mai la fede alla devozione privata: spinto dal Vangelo, si impegnò nella vita sociale e politica e si spese con ardore al servizio dei poveri.
Un ritrovamento d’archivio di straordinaria importanza getta nuova luce sulla figura di san Pier Giorgio Frassati: un documento, rinvenuto nei registri storici del Consiglio Centrale di Torino della Società di San Vincenzo De Paoli, testimonia che il giovane torinese si iscrisse già nel 1918. Finora, tutte le principali biografie indicavano il 1922 come anno di adesione.
Grazie a questa scoperta possiamo affermare che la Società di San Vincenzo De Paoli fu la prima realtà associativa a cui Pier Giorgio si iscrisse, segnando l’inizio di un cammino di Carità che ne avrebbe plasmato la vita e il cuore.
Alessandro Ginotta, membro del Comitato di canonizzazione, sottolinea: “Questa retrodatazione non è solo una nota biografica, ma una chiave di lettura preziosa: dimostra come il cammino di santità di Pier Giorgio sia nato dal desiderio di farsi prossimo, in modo concreto e discreto, attraverso un’opera semplice ma rivoluzionaria. È lì, tra i vicoli di Torino e le stanze buie delle famiglie povere, che il giovane universitario, alpinista e appassionato di vita ha trovato la via alla vera grandezza: la Carità vissuta con gioia”.
Frassati trovò nella Società di San Vincenzo De Paoli un modello di servizio semplice ed evangelico: la Visita a domicilio, cuore del carisma vincenziano, che non offre solo sostegno economico ma soprattutto ascolto, amicizia e presenza. Pier Giorgio lo spiegava così:
“Io non so se voi tutti conoscete queste Conferenze di San Vincenzo… Una istituzione semplice, adatta per gli studenti perché non implica impegni, unico solo quello di trovarsi un giorno della settimana in una determinata sede e poi visitare due o tre famiglie ogni settimana. Vedrete, poco tempo, eppure quanto bene possiamo fare noi a coloro che visitiamo. E quanto bene possiamo fare a noi stessi…”.
Persino negli anni più impegnativi, quando lo studio universitario richiedeva grandi sacrifici, Frassati non venne mai meno al suo impegno vincenziano. In una lettera all’amico Eliseo Bonini (aprile 1925) scriveva: “Appena giunto a Torino sarò morto a tutti tranne alla Conferenza di San Vincenzo e studierò dal mattino fino alla sera”.
E sul letto di morte, colpito da poliomielite fulminante, affidò ancora i poveri che seguiva a un confratello: “Le iniezioni sono di Converso. La polizza è di Sappa, l’ho dimenticata, rinnovala tu per mio conto”. La grafia è distorta a causa della malattia. Anche negli ultimi istanti, il suo pensiero andava a ‘quei poveri’ affidati a lui dalla Società di San Vincenzo De Paoli.
Definito da Giovanni Paolo II ‘l’uomo delle otto beatitudini’ e conosciuto come ‘santo con gli scarponi’, Pier Giorgio Frassati resta oggi modello luminoso di Carità concreta, gioiosa e contagiosa.
La Federazione Nazionale Italiana Società di San Vincenzo De Paoli ODV è stata rappresentata alla Celebrazione Eucaristica nel giorno del rito di canonizzazione dei Beati Pier Giorgio Frassati e Carlo Acutis da Luca Stefanini, membro della Giunta Esecutiva della Società di San Vincenzo De Paoli, che ha preso parte al servizio liturgico: segno della continuità viva tra il nuovo santo e l’opera dei vincenziani di oggi.
(Foto: Società San Vincenzo de’ Paoli)
Roberto Falciola, il vicepostulatore di Pier Giorgio Frassati: ‘Lui è stimolo per tutti alla santità’
“Ore 7 (di sera) irreparabile sventura. Povero san Pier Giorgio! Era santo e Dio l’ha voluto con sé”: così il 4 luglio 1925 l’amica Ester Pignata annotava sul calendario di cucina, frase riportata nel libro ‘Non vivacchiare, ma vivere’, scritto dallo scrittore e redattore editoriale, Roberto Falciola, vicepostulatore della causa di canonizzazione del beato Pier Giorgio Frassati,
I funerali alla parrocchia Crocetta di Torino sono un’apoteosi per la quantità di gente, poveri, giovani e popolani che partecipano al lutto, tantoché il cronista Ubaldo Leva raccontava su ‘La Stampa’ “il gesto toccante e trascinante, da dare i brividi, degli amici: trasportata la bara dal carro funebre in chiesa, vi poggiarono il capo, e così stettero, pallidi e immobili, per non so quale abbandono dolce e disperato, come estenuati di dolore e di amore.
Un plebiscito si è stretto attorno alla salma. Quasi tutta gente del popolo, gente minuta, donnette e artigiani, e tante mamme coi bimbi. Le case si erano svuotate di tutti quelli che non erano al lavoro; ma c’erano anche quelli che venivano dai punti opposti della città. Quei funerali furono la prima testimonianza, la prima consacrazione della grande anima, del puro spirito di Pier Giorgio. Lì inizia il suo processo di santificazione”.
Ed in una lettera a Luciana, sorella di Pier Giorgio, mons. Giovanni Battista Montini, sostituto della Segreteria di Stato, scriveva: “Torna a noi la sua voce, la sua presenza; si riaccende il desiderio dell’imitazione dell’emulazione; si conforta la certezza che una giovinezza forte e limpida è possibile e vicina; si sente l’interiore anelito verso una bontà interiore crescere nel cuore; e si pensa che tutto questo sia bene, e sia anche dovuto alle pagine che introducono nella confidenza di Pier Giorgio, e quasi mettono a conversazione con lui”.
Dopo il giorno della canonizzazione, a Roberto Falciola chiediamo di spiegarci in quale modo i giovani possono diventare pellegrini di speranza seguendo Pier Giorgio Frassati: “Pier Giorgio aveva trovato le ragioni della sua speranza nella relazione d’amore con Dio. Lui nutriva questa relazione con la preghiera, la lettura della Parola di Dio, l’Eucaristia (che riceveva tutti i giorni), la condivisione del cammino con le sorelle e i fratelli nella fede. Questo gli dava la capacità di distinguere quali sono le cose davvero importanti nella vita; e l’unica cosa davvero importante è amare.
L’amore non finisce mai: lo scrive bene san Paolo in quel brano della prima lettera ai Corinti che Pier Giorgio amava così tanto da averlo copiato a mano (1Cor 13). La carità non avrà mai fine. Questa consapevolezza riempiva il cuore di Pier Giorgio e gli permetteva di essere un giovane uomo di speranza anche nei confronti delle tante persone bisognose di cui si occupava. Credo che i giovani possano diventare pellegrini di speranza, sul suo esempio, donando sé stessi senza paura e senza riserve. Perché è dando che si riceve”.
Perché è necessario vivere e non vivacchiare?
“”Pier Giorgio ha scritto ad un amico: ‘Vivere senza una Fede, senza un patrimonio da difendere, senza sostenere in una lotta continua la Verità non è vivere ma è vivacchiare. Noi non dobbiamo mai vivacchiare ma vivere perché anche attraverso ogni disillusione dobbiamo ricordarci che siamo gli unici che possediamo la Verità, abbiamo una Fede da sostenere, una Speranza da raggiungere, la nostra Patria’.
Perciò per lui vivere è avere la fede, avere un patrimonio da difendere (la vita nell’amore) e sostenere la lotta per la Verità: e la Verità è Gesù, lo ha detto lui stesso (‘Io sono la via, la verità e la vita’, Gv 14,6), cioè l’Amore fattosi carne, la Buona Novella da annunciare al mondo. Vivere in modo autentico richiede una lotta, cioè un impegno forte, fiducioso, continuo nella testimonianza del bene. E penso che questo desiderio sia custodito nel cuore di ogni giovane, anche oggi”.
Quindi Frassati indica che la santità è una meta raggiungibile per tutti?
“Che la santità sia una chiamata per tutti i battezzati è una verità di sempre. In tempi a noi vicini, papa Francesco l’ha ribadito nella sua bellissima esortazione apostolica ‘Gaudete et exsultate’. Pier Giorgio ci mostra come questo sia possibile nello scorrere della vita quotidiana di un giovane che vive in pienezza la sua giovinezza, immerso nell’amore del Signore. In questo senso, il fatto che sia canonizzato, cioè proposto alla venerazione dei fedeli di tutto il mondo, può essere d’aiuto per tante persone, di tutte le età, nel sentirsi incoraggiate sul cammino della santità”.
Perché la Chiesa indica ai giovani Pier Giorgio Frassati?
“La Chiesa indica Pier Giorgio a tutti, ma certo in modo particolare i giovani sono quelli più interessati a vedere come ha vissuto la sua fede una persona che ha condiviso la loro età, con tutti i problemi e tutte le cose belle che riempiono l’esistenza nell’età giovanile. Credo che per i giovani sia importante vedere come Pier Giorgio abbia vissuto la sua giovinezza nella maniera più piena, aprendosi a una grande varietà di esperienze buone, godendo delle meraviglie della natura e delle creazioni umane, immergendosi nell’amicizia più sincera, impegnandosi a fondo in uno studio che gli chiedeva non pochi sforzi, essendo capace di allegria trascinante e di grande contemplazione, attento alle dinamiche sociali e politiche del suo tempo.
Per certi versi, un giovane come tutti i giovani, ma con la capacità di essere sempre sé stesso, in ogni situazione, perché aveva trovato nel Vangelo i criteri per decidere come orientare la sua vita, e intendeva esservi fedele sempre. Questo è il fascino che può esercitare sui giovani del nostro tempo, così incerti e spesso impauriti circa il proprio destino e il proprio futuro”.
Quindi al centro dell’azione di Pier Giorgio Frassati c’era la carità: come avvicinare i giovani a questa virtù teologale?
“Credo che più si è aiutati ad approfondire la relazione con Dio più l’urgenza di testimoniare l’amore concretamente con gesti e parole di carità si faccia forte. E, in questo nostro tempo, penso che i giovani debbano essere aiutati a scoprire la bellezza del donarsi, agendo gratuitamente per gli altri.
La cultura in cui siamo immersi porta a considerare solo il proprio vantaggio come valore a cui indirizzare i propri sforzi, ma la verità del cuore della persona umana è invece segnata dalla relazione con l’altro e trova la propria realizzazione nel dono di sé. Aiutare i giovani a fare questo, attraverso gesti e impegni concreti, può liberare il loro cuore e permettere forse più facilmente di riscoprire dentro di sé la presenza di Dio, che è amore non teorico ma concreto”.
(Tratto da Aci Stampa)
Papa Leone XIV ai giovani: vivete la vita come Pier Giorgio e Carlo
“In questo clima, è bello ricordare che ieri la Chiesa si è arricchita anche di due nuovi Beati. A Tallinn, capitale dell’Estonia, è stato beatificato l’Arcivescovo gesuita Edoardo Profittlich, ucciso nel 1942 durante la persecuzione del regime sovietico contro la Chiesa. E a Verszprém, in Ungheria, è stata beatificata Maria Maddalena Bódi, giovane laica, uccisa nel 1945 perché resistette a dei soldati che volevano farle violenza. Lodiamo il Signore per questi due martiri, testimoni coraggiosi della bellezza del Vangelo!” : al termine della celebrazione eucaristica di canonizzazione di Frassati ed Acutis papa Leone XIV ha ricordato la Messa di canonizzazione di Frassati e Acutis, il Papa ha ricordato le due beatificazioni di ieri in Estonia e in Ungheria del gesuita Profittlich e della giovane Maria Maddalena Bódi.
Inoltre ha rivolto un pensiero alle ‘terre insanguinate’ dalle guerre, chiedendo ai governanti di ascoltare ‘la voce della coscienza’: “All’intercessione dei Santi e della Vergine Maria affidiamo la nostra incessante preghiera per la pace, specialmente in Terra Santa e in Ucraina, e in ogni altra terra insanguinata dalla guerra. Ai governanti ripeto: ascoltate la voce della coscienza! Le apparenti vittorie ottenute con le armi, seminando morte e distruzione, sono in realtà delle sconfitte e non portano mai pace e sicurezza! Dio non vuole la guerra, vuole la pace, e sostiene chi si impegna a uscire dalla spirale dell’odio e a percorrere la via del dialogo”.
Mentre prima di officiare la celebrazione eucaristica di canonizzazione papa Leone XIV ha salutato le 80.000 persone in piazza san Pietro: “Fratelli e sorelle, oggi è una festa bellissima per tutta l’Italia, per tutta la Chiesa, per tutto il mondo! E prima di cominciare la solenne celebrazione della canonizzazione, volevo dire un saluto e una parola a tutti voi, perché, se da una parte la celebrazione è molto solenne, è anche un giorno di molta gioia!
E volevo salutare soprattutto tanti giovani, ragazzi, che sono venuti per questa santa Messa! Veramente una benedizione del Signore: trovarci insieme con tutti voi che siete venuti da diversi Paesi. E’ veramente un dono di fede che vogliamo condividere… Saluto i familiari dei due Beati quasi Santi, le Delegazioni ufficiali, tanti Vescovi e sacerdoti che sono venuti. Un applauso per tutti loro, grazie anche a voi per essere qui! Religiosi e religiose, l’Azione Cattolica!”
Nell’omelia il papa ha ripreso la lettura del libro della Sapienza, attribuita al re Salomone: “L’abbiamo sentita dopo che due giovani Beati, Pier Giorgio Frassati e Carlo Acutis, sono stati proclamati Santi, e ciò è provvidenziale. Questa domanda, infatti, nel Libro della Sapienza, è attribuita proprio a un giovane come loro: il re Salomone. Egli, alla morte di Davide, suo padre, si era reso conto di disporre di tante cose: il potere, la ricchezza, la salute, la giovinezza, la bellezza, il regno.
Ma proprio questa grande abbondanza di mezzi gli aveva fatto sorgere nel cuore una domanda: ‘Cosa devo fare perché nulla vada perduto?’ E aveva capito che l’unica via per trovare una risposta era quella di chiedere a Dio un dono ancora più grande: la sua Sapienza, per conoscere i suoi progetti e aderirvi fedelmente. Si era reso conto, infatti, che solo così ogni cosa avrebbe trovato il suo posto nel grande disegno del Signore. Sì, perché il rischio più grande della vita è quello di sprecarla al di fuori del progetto di Dio”.
E’ stato un progetto di vita ripreso dai due giovani canonizzati: “Ci chiama, cioè, a buttarci senza esitazioni nell’avventura che Lui ci propone, con l’intelligenza e la forza che vengono dal suo Spirito e che possiamo accogliere nella misura in cui ci spogliamo di noi stessi, delle cose e delle idee a cui siamo attaccati, per metterci in ascolto della sua parola”.
Un progetto di vita che ha attratto san Francesco: “Tanti giovani, nel corso dei secoli, hanno dovuto affrontare questo bivio nella vita. Pensiamo a San Francesco d’Assisi: come Salomone, anche lui era giovane e ricco, assetato di gloria e di fama. Per questo era partito per la guerra, sperando di essere investito “cavaliere” e di coprirsi di onori. Ma Gesù gli era apparso lungo il cammino e lo aveva fatto riflettere su ciò che stava facendo.
Rientrato in sé, aveva rivolto a Dio una semplice domanda: ‘Signore, che vuoi che io faccia? E da lì, tornando sui suoi passi, aveva cominciato a scrivere una storia diversa: la meravigliosa storia di santità che tutti conosciamo, spogliandosi di tutto per seguire il Signore , vivendo in povertà e preferendo all’oro, all’argento e alle stoffe preziose di suo padre l’amore per i fratelli, specialmente i più deboli e i più piccoli”.
Questi due nuovi santi sono stati attratti dall’amore per Dio, riversato nella quotidianità: “Entrambi, Pier Giorgio e Carlo, hanno coltivato l’amore per Dio e per i fratelli attraverso mezzi semplici, alla portata di tutti: la santa Messa quotidiana, la preghiera, specialmente l’Adorazione eucaristica. Carlo diceva: ‘Davanti al sole ci si abbronza. Davanti all’Eucaristia si diventa santi!’, ed ancora: ‘La tristezza è lo sguardo rivolto verso sé stessi, la felicità è lo sguardo rivolto verso Dio. La conversione non è altro che spostare lo sguardo dal basso verso l’Alto, basta un semplice movimento degli occhi’.
Un’altra cosa essenziale per loro era la Confessione frequente. Carlo ha scritto: ‘L’unica cosa che dobbiamo temere veramente è il peccato’; e si meravigliava perché (sono sempre parole sue) ‘gli uomini si preoccupano tanto della bellezza del proprio corpo e non si preoccupano della bellezza della propria anima’. Tutti e due, infine, avevano una grande devozione per i Santi e per la Vergine Maria, e praticavano generosamente la carità. Pier Giorgio diceva: ‘Intorno ai poveri e agli ammalati io vedo una luce che noi non abbiamo’. Chiamava la carità ‘il fondamento della nostra religione’ e, come Carlo, la esercitava soprattutto attraverso piccoli gesti concreti, spesso nascosti”.
Questi sono gli inviti rivolti ai giovani, chiedendo di ‘viverli’: “Carissimi, i santi Pier Giorgio Frassati e Carlo Acutis sono un invito rivolto a tutti noi, soprattutto ai giovani, a non sciupare la vita, ma a orientarla verso l’alto e a farne un capolavoro. Ci incoraggiano con le loro parole: ‘Non io, ma Dio’, diceva Carlo. E Pier Giorgio: ‘Se avrai Dio per centro di ogni tua azione, allora arriverai fino alla fine’. Questa è la formula semplice, ma vincente, della loro santità. Ed è pure la testimonianza che siamo chiamati a seguire, per gustare la vita fino in fondo e andare incontro al Signore nella festa del Cielo”.
(Foto: Santa Sede)
XXII Domenica del Tempo Ordinario: l’umiltà è la grande virtù del cristiano!
Il brano del Vangelo non è una lezione di galateo, ma è una lezione vera di vita. Gesù ospite in casa di un fariseo, mentre questi osservava Gesù per coglierlo in fallo, Gesù guarda attorno a sé e con due brevi parabole condanna l’arrivismo, che nota tra gli invitati dove tutti cercavano il primo posto e dà due insegnamenti profondi per l’uomo di ieri e di oggi: l’umiltà e la carità. Gesù condanna l’arrivismo ambizioso radicato sul volere primeggiare a qualunque costo. Alla base dell’arrivismo c’è solo la volontà di volere primeggiare sugli altri. Gesù condanna soprattutto lo spirito di interesse e, quindi, l’egoismo. Esorta all’umiltà e al servizio disinteressato.
Si vive purtroppo in un mondo colmo di arrampicatori sociali dove ognuno pensa di dovere essere il primo, meritare il primo posto. Gesù non condanna la valorizzazione della persona umana ma l’arrivismo ambizioso radicato nella sete di primeggiare senza badare a mezzi, senza temere di scalzare chi ha più talenti o più diritto. Una prova chiara si ha nelle consultazioni elettorali dove tutti avanzano solo titoli mentre si assiste alla corsa sfrenata per accaparrare voti dal popolo ma non per servire il popolo, la famiglia e la dignità della persona umana.
Per attirare lo sguardo benevolo di Dio e la simpatia dei fratelli è necessario mettersi alla scuola dell’umiltà, che è la scuola del Vangelo. L’umiltà è la lezione che Gesù vuole inculcare; l’umiltà è verità: ce lo inculca la Beata Vergine che alla cugina Elisabetta, che l’addita: “benedetta tu tra tutte le donne”, esclama: “L’anima mia magnifica il Signore, il mio spirito esulta in Dio perché quello che ho, quello che è avvenuto, è solo opera divina”.
Nel secondo insegnamento Gesù condanna le azioni interessate: il vero bene va compiuto disinteressatamente. Gesù condanna lo spirito di interesse, di tornaconto: quando offri un pranzo, dice Gesù, invita poveri, storpi, zoppi e ciechi: questi non potranno contraccambiare nulla. La ricompensa va attesa solo da Dio grande e misericordioso. L’agire deve essere dettato solo dalla fede e dall’amore.
“Il Signore, si legge nel salmo, mi ha mandato ad annunciare ai poveri la buona novella; a proclamare ai prigionieri la liberazione”; la carità vera, l’amore non mira a riscuotere interessi; questi si riscuoteranno alla banca del paradiso, dono del Padre, che sta nei cieli. L’umiltà è vera se è gratuita; Gesù dirà: “Imparate da me che sono mite ed umile di cuore”.
L’umiltà è la disponibilità a scendere dal piedistallo per servire i fratelli, servire per amore e non per calcolo o in attesa di vantaggi personali. La persona umile davanti a Dio si riconosce nei “poveri di Jahvè”: abbandonarsi nelle braccia di Dio grande e misericordioso. Questo atteggiamento è autentico se si concretizza nelle opere e nel quotidiano. L’umiltà non è certo la sapienza del mondo dove prevale l’arrivismo o il dominio a non cedere mai agli altri.
L’umiltà salva anche la famiglia e il matrimonio; amare infatti è servire, ti amo significa: “ti voglio bene”, io cerco solo il tuo bene: in questo scambio di amore reciproco si rinsalda la famiglia. L’umiltà ci fa amare Dio e il prossimo perché figlio di Dio. La Vergine Maria “umile ed alta più che creatura”, come si esprime Dante (Par. 33,2), ci aiuti a riconoscerci ciò che effettivamente siamo e a gioire nel donare, aspettando solo da Dio l’auspicato premio.
Un giorno all’ospedale
Il tuo prossimo è un altro paziente esattamente come il Samaritano. storia breve triste. (Visita pagata all’ospedale di Lodi e il medico non si presenta; il sostituto è superficiale). Quando una persona ha delle gravi problematiche si aspetta che la sua persona venga rispettata. Spesso si illude che ci sia un Samaritano sulla sua strada Ma, come spesso accade, non è mai colui che si immagina.
Questa storia vuole mettere in luce non solo un disagio avvenuto ma anche come la carità si è nascosta negli angoli più oscuri della società, quelli dove la sofferenza batte e il dolore piange certe volte si dice che se non ci si aiuta da noi non si può risolvere niente e, a volte, è davvero così.
Rinchiusa in un bagno perché era l’unico posto disponibile, anche se condotta probabilità non era così visto che non è la prima volta che mi capita di andare all’ospedale, per stare al buio, solamente i pazienti si sono premurati viceversa lì al sicuro e di far capire al medico che mi trovavo in quel posto solo per la salute e che avrebbe dovuto farmi uscire. Anche al mio ritorno solo i pazienti si sono preoccupati per me e hanno fatto in modo che il volontario dell’Auser mi ritrovasse e mi portasse a casa di seguito il resto dell’avventura.
Il giorno 4 agosto 2025 alle ore 16:15 avevo un appuntamento prenotato con la libera professione. Sono arrivata addirittura in anticipo e il medico alle 16:00 era già uscito senza dare motivazioni. La visita costava 102 euro che l’ospedale ha incassato. Il volontario dell’Auser ha parlato con quella persona che stava al CUP, convincendola a chiamare qualcuno perché i soldi erano stati presi e quindi la visita doveva essere eseguita. La persona che ha svolto l’esame non è al momento riconoscibile perché non si è presentato ed ha timbrato utilizzando il timbro del suo collega Bonaccorsi che, come detto, era già uscito nonostante avesse una visita con me.
La firma apposta è illeggibile. La visita è stata rapida e non professionale: il sostituto di Bonaccorsi non mi ha voluta accompagnare per un lungo corridoio luminoso, nonostante fosse stato spiegato persino dagli altri pazienti in attesa che ero in un bagno al buio perché non posso vedere la luce per malattia genetica certificata e rara. Mi ha fatto percorrere un tratto completamente alla luce mentre cercavo di coprirmi gli occhi con un cartone, ma qualche cosa dovevo sbirciare per non andare a sbattere. Lui era molto avanti rispetto sa me e mi invita a raggiungerlo.
La visita è stata effettuata con una parte di tapparella abbassata ma comunque alla luce e i toni alti dell’esame audiometrico non sono stati effettuati. Non è stato possibile spiegare esattamente la situazione a questa persona che ha detto di dover fare solamente l’esame e che dovevo parlare con l’otorino.
Questo medico è stato molto sgarbato nei modi di fare e frettoloso oltre che ribadisco, non rispettoso della mia disabilità perché anche al ritorno mi ha fatto uscire senza accompagnamento e, se non ci fosse stata una signora anziana, non avrei potuto raggiungere il bagno dove mi avevano messa per stare al buio in attesa che tornasse da me il volontario dell’Auser per tornare a casa. Ora io mi chiedo: si vedono in giro molti altri articoli che parlano male della sanità pubblica, a volte si strizza l’occhio al fatto che sia un problema legato allo sfruttamento della sanità a pagamento.
Tuttavia, io mi trovo qui a dichiarare il contrario: anche chi paga può non avere un servizio o non averlo completo, ma deve comunque sganciare soldi senza rimborso, senza scuse da parte dell’ospedale e, soprattutto, senza un trattamento educato.
Tante volte un gesto, la compressione, una parola gentile vengono da persone inaspettate, mentre chi dovrebbe fornire servizi che, in particolar modo, dovrebbero dare assistenza ai sofferenti non si dà troppa pena. Qualcosa nella società va cambiato. Vanno ricordati e recuperati il rispetto e l’amore dovuti ai pazienti da parte di chi se ne occupa.
Mi sento fortunata ad avere trovato diversi samaritani sulla mia strada anche se, purtroppo, hanno potuto fare poco per aiutarmi. Non li conosco ma li ringrazio anche se non posso inserire i loro nomi. Saper riconoscere il proprio prossimo e agire nei suoi confronti in modo premuroso e gentile dimostra un animo caritatevole disposto a superare e accompagnare il dolore altrui nonostante si abbia già il proprio.
La società non è del tutto marcia, ci sono ancora mele buone nel cestino anche se è difficile saperle cogliere. Concludiamo quindi con una punta di amarezza e un poco di speranza per quei pochi Samaritani ancora in circolazione e un grazie che a loro è davvero dovuto.
La carità non va in vacanza: il filo di solidarietà dei volontari del Consiglio Centrale di Verona della Società di San Vincenzo De Paoli nel carcere di Montorio
E’ una mattina d’agosto. L’aria è ferma, il sole picchia sulle strade semideserte. In molti sono in vacanza, ma dietro le mura della Casa Circondariale di Montorio c’è un’attività che non conosce pausa: il servizio del Guardaroba. I volontari del Consiglio Centrale di Verona della Società di San Vincenzo De Paoli si muovono tra scatoloni di vestiti: piegano magliette, controllano taglie, scelgono scarpe. Ogni pacco porta un nome, un volto, una richiesta precisa.
Da vent’anni, ogni mercoledì, i volontari consegnano capi di abbigliamento ai detenuti più bisognosi di Montorio. Nei mesi estivi, quando molte realtà sospendono le proprie attività, loro continuano con la stessa determinazione garantendo il servizio ogni due settimane. I detenuti segnalano agli agenti i capi di cui hanno bisogno, i volontari li preparano con cura. È un filo invisibile che attraversa le sbarre, fatto di attenzione, rispetto e ascolto.
“Relazionarsi con un detenuto non è semplice – afferma Franca Erlo, Presidente del Consiglio Centrale di Verona –. I nostri volontari riescono a vedere la persona andando oltre il suo reato. È una forma di servizio e di carità che richiede rispetto, pazienza e la capacità di entrare in contatto con fragilità profonde, spesso segnate dall’isolamento e dalla lontananza dagli affetti. Non ci si improvvisa: serve ascolto vero e un cuore disposto a restare vicino anche nelle situazioni più difficili”.
Settimanalmente un gruppo di volontari mette a disposizione tempo ed energie per restituire dignità attraverso un gesto semplice ma prezioso: “Sono stata tra le prime volontarie del servizio del Guardaroba del Consiglio Centrale di Verona della Società di San Vincenzo De Paoli nella casa circondariale di Montorio – racconta Francesca. Negli anni abbiamo raccolto abiti usati, li abbiamo sistemati e, quando necessario, abbiamo acquistato capi nuovi. Ci siamo potuti così accostare alla vita dei più fragili e mostrare la nostra attenzione attraverso piccoli gesti”.
Fiorenza, oggi 82 anni, ha abbracciato il volontariato tanti anni fa e guarda con gratitudine al cammino percorso: “Il nostro servizio nel Guardaroba è stato ed è un piccolo ingranaggio di una macchina molto più grande e complessa che richiede impegno attraverso un’opera che è piena di vita. Una vita spesa per contribuire a dare all’altro ciò che serve. Nella semplicità di questo gesto c’è un valore che va oltre l’abito: c’è l’incontro con l’altro e il desiderio che nessuno si senta dimenticato”.
E’ proprio questa attenzione che spinge i volontari a non fermarsi nemmeno d’estate, mantenendo vivo dentro le mura di Montorio un flusso silenzioso di solidarietà. Un filo di umanità che accompagna chi ha bisogno di sostegno, cura e dignità.
La Società di San Vincenzo De Paoli è da sempre impegnata nell’assistenza ai bisognosi, ai malati, agli anziani e anche ai carcerati. Fondando la propria azione sul principio della vicinanza concreta a chi vive in difficoltà, offre un esempio tangibile di come la carità possa trasformarsi in attenzione quotidiana e in un gesto concreto di umanità. Il lavoro dei volontari a Montorio ne è una dimostrazione viva e costante.
Nel 2024, la Casa Circondariale di Montorio è stata anche sede della XVII Edizione del Premio Carlo Castelli, concorso letterario nazionale organizzato e promosso dal Settore Carcere e Devianza della Federazione Nazionale Italiana Società di San Vincenzo De Paoli ODV, che ogni anno dà voce ai detenuti di tutta Italia, offrendo loro la possibilità di esprimersi e raccontarsi attraverso la scrittura.
(Foto: Società San Vincenzo de’ Paoli)




























