Papa Leone XIV: Dorothy Day ha preso posizione per i poveri
“Per molti di voi essere oggi a Roma è la realizzazione di un grande desiderio. Per chi vive un pellegrinaggio e arriva alla meta è importante ricordare il momento della decisione. Qualcosa, all’inizio, si è mosso dentro di voi, magari grazie alla parola o all’invito di qualcun altro. Così, il Signore stesso vi ha presi per mano: un desiderio e poi una decisione. Senza questo, non sareste qui. E’ importante ricordarlo”: citando Dorothy Day, attivista statunitense che cambiò la sua vita dopo l’incontro con il cattolicesimo, dedicandosi completamente agli scartati del primo Novecento e diventando una promotrice di riconciliazione, nell’udienza giubilare di oggi papa Leone XIV ha sottolineato che la pace è prendere posizione dove la dignità umana è calpestata.
Nell’udienza il papa ha sottolineato che Gesù è venuto a ‘portare il fuoco’: “Gesù è venuto a portare il fuoco: il fuoco dell’amore di Dio sulla terra e il fuoco del desiderio nei nostri cuori. In un certo modo, Gesù ci toglie la pace, se pensiamo la pace come una calma inerte. Questa, però, non è la vera pace”.
La pace di Gesù è il ‘fuoco’ del Vangelo: “A volte vorremmo essere lasciati in pace’: che nessuno ci disturbi, che gli altri non esistano più. Non è la pace di Dio. La pace che Gesù porta è come un fuoco e ci chiede molto. Ci chiede, soprattutto, di prendere posizione. Davanti alle ingiustizie, alle diseguaglianze, dove la dignità umana è calpestata, dove ai fragili è tolta la parola: prendere posizione. Sperare è prendere posizione. Sperare è capire nel cuore e mostrare nei fatti che le cose non devono continuare come prima. Anche questo è il fuoco buono del Vangelo”.
Ed ecco l’esempio di Dorothy Day: “Vorrei ricordare una piccola grande donna americana, Dorothy Day, vissuta nel secolo scorso. Aveva il fuoco dentro. Dorothy Day ha preso posizione. Ha visto che il modello di sviluppo del suo Paese non creava per tutti le stesse opportunità, ha capito che il sogno per troppi era un incubo, che come cristiana doveva coinvolgersi coi lavoratori, coi migranti, con gli scartati da un’economia che uccide”.
L’esempio della scrittrice americana è importante in quanto ha preso posizione a favore dei poveri: “Scriveva e serviva: è importante unire mente, cuore e mani. Questo è prendere posizione. Scriveva come giornalista, cioè pensava e faceva pensare. Scrivere è importante. E anche leggere, oggi più che mai. E poi Dorothy serviva i pasti, dava i vestiti, si vestiva e mangiava come quelli che serviva: univa mente, cuore e mani. In questo modo sperare è prendere posizione”.
Il suo ‘fuoco’ ha accesso in molti la carità: “Dorothy Day ha coinvolto migliaia di persone. Hanno aperto case in tante città, in tanti quartieri: non grandi centri di servizi, ma punti di carità e di giustizia in cui chiamarsi per nome, conoscersi a uno a uno, e trasformare l’indignazione in comunione e in azione. Ecco come sono gli operatori di pace: prendono posizione e ne portano le conseguenze, ma vanno avanti. Sperare è prendere posizione, come Gesù, con Gesù. Il suo fuoco è il nostro fuoco. Che il Giubileo lo ravvivi in noi e in tutta la Chiesa!”
E nel videomessaggio inviato ai partecipanti al convegno ‘Sin identidad no hay educación’, a Madrid il papa ha sottolineato il valore dell’identità educativa cristiana: “L’identità cristiana non è un sigillo decorativo o un ornamento, ma il nucleo stesso che dà significato, metodo e scopo al processo educativo”.
Quindi l’educazione è la stella polare: “Come accade ai marinai, se la stella polare è persa di vista, non è raro che la nave vada alla deriva. Per l’educazione cristiana la bussola è Cristo. Senza la sua luce, la propria missione educativa si svuota del senso e diventa un automatismo senza quella capacità trasformativa offerta dal Vangelo. Pertanto, si tratta di rispondere pienamente a una vocazione e a un progetto totalmente originale, che si incarna nelle pratiche, nel curriculum e nella comunità educativa stessa”.
E l’identità è fondamentale per l’educazione: “Né l’identità è né un accessorio né un trucco che è reso visibile con rituali isolati e nemmeno con meccanismi ripetitivi, privi di vitalità. L’identità è il fondamento che articola la missione educativa, definisce il suo orizzonte di significato e guida le sue pratiche quotidiane, sia nel modo di insegnare che nel modo di valutare e agire. Quando l’identità non informa le decisioni pedagogiche, rischia di diventare un ornamento superficiale che non riesce a sostenere il lavoro educativo di fronte alle tante tensioni culturali, etiche e sociali che caratterizzano i nostri tempi di polarizzazione e violenza”.
Per questo l’educazione è il nesso che collega fede e ragione: “Un’educazione genuina, quindi, promuove l’integrazione tra fede e ragione. Non sono poli opposti, ma percorsi complementari per comprendere la realtà, formare carattere e coltivare l’intelligenza. Di conseguenza, è essenziale che nell’esperienza educativa vengano promossi metodi che coinvolgono la scienza e la storia, così come l’etica e la spiritualità. Questo è pienamente dato in una comunità educativa che è come una casa. Una vera collaborazione tra la famiglia, la parrocchia, la scuola e le realtà territoriali accompagna specificamente ogni studente nel loro cammino di fede e di apprendimento”.
Nel ricordare il documento conciliare ‘Gravissimum Educationis’ il papa ha concluso il messaggio affermando che l’educazione è fondamentale per la Chiesa: “Alla conclusione di questo messaggio, è evidente che l’azione educativa della Chiesa (effettuata attraverso le scuole e le attività formative) non è semplicemente un lavoro filantropico lodevole per soddisfare o sostenere un bisogno sociale, ma è una parte essenziale della sua identità e missione. Pertanto, vi incoraggio a impegnarvi coraggiosamente e a guardare avanti con quella speranza vivente che si rinnova ogni giorno nella vostra passione educativa”.
(Foto: Santa Sede)


























