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Terre des Hommes e Scomodo contro il cyberbullismo
1 giovane su 2 dichiara di aver subito nel corso della propria vita almeno un atto di violenza e il web viene considerato come il ‘luogo’ più a rischio in assoluto: è quanto emerge dall’edizione 2026 dell’Osservatorio indifesa realizzato dall’ong ‘Terre des Hommes’, insieme alla community di ‘Scomodo’, per ascoltare la voce dei ragazzi sui temi di violenza, bullismo e sicurezza sul web, in occasione della Giornata contro bullismo e cyberbullismo (7 febbraio) e del Safer Internet Day (10 febbraio), con le opinioni di oltre 2.000 ragazzi italiani under 26.
In particolare, le ragazze dichiarano di aver subito violenza più dei maschi (57% vs 42%), ma la percentuale più alta è quella delle persone non binarie (67%). Tra gli altri contesti a rischio le ragazze segnalano i luoghi pubblici non controllati (la strada, i mezzi pubblici) e le relazioni intime e familiari, mentre tra i ragazzi assumono un peso maggiore la scuola e il contesto amicale.
Quindi per il 70% dei giovani che hanno risposto all’Osservatorio ‘inDifesa 2026’ di Terre des Hommes, la violenza si è spostata online: quando si chiede ai ragazzi dove ritengono più probabile che avvenga un episodio di violenza, la risposta è netta: il 66% indica il web, internet, le piattaforme di videogiochi, i social network. Più della strada, più della scuola, più dei luoghi di divertimento. Il dato non sorprende chi passa ore connesso, ma rivela qualcosa di più profondo: la consapevolezza diffusa che gli ambienti digitali non sono neutri. Diventati spazi a tutti gli effetti, presentano le stesse dinamiche di potere, esclusione e violenza del mondo fisico. Solo più veloci, più pervasivi, più difficili da controllare.
Gli adolescenti sono molto consapevoli dei rischi che si possono incontrare sul web: per il 59% di loro il rischio principale è il revenge porn, la condivisione non consensuale di immagini intime, ‘temuto’ dalle ragazze e dalle fasce d’età più alte. I giovani sanno che condividere materiale intimo comporta dei rischi (il 79% di loro definisce pericolosa questa pratica) e sembrano anche informati sui propri diritti: la quasi totalità sa di poter denunciare e chiedere la rimozione del contenuto se venisse condiviso senza il loro consenso.
Di contro emerge minor consapevolezza, se si parla di condivisione di immagini modificate da altri. Anche se la maggior parte dei ragazzi dichiara di non essere mai stato vittima di questo fenomeno, quote non marginali di persone che dichiarano di non sapere se gli sia mai successo o che si astengono dalla risposta, portano a riflettere sulla difficoltà di riconoscere questa pratica.
Un’esperienza, invece, che accomuna la vita online dei ragazzi, e che innesca emozioni prevalentemente negative o ambivalenti, è l’essere contattato da sconosciuti: è successo all’80% circa di loro. In particolare, sono le ragazze a manifestare maggiormente fastidio, incertezza e paura, mentre tra i ragazzi emerge una quota più alta di curiosità.
Per i maschi, soprattutto i più giovani, il maggiore rischio che si corre in rete è quello di essere vittima di cyberbullismo: lo dichiara il 45% dei maschi e il 42% del campione totale. Quando si trovano protagonisti di un episodio di cyberbullismo o di bullismo, i ragazzi ne parlano principalmente con gli amici, soprattutto nelle fasce d’età più alte, e a seguire con i genitori, in particolare i più piccoli.
Inoltre le molestie sessuali sono al primo posto con il 45,5%, seguite da umiliazione, emarginazione ed esclusione al 40%. Poi scherzi pesanti, gesti volgari, messaggi aggressivi sui social. Le ragazze riportano più frequentemente molestie sessuali (49% contro il 29,5% dei ragazzi) pedinamenti (26,8% contro 7,8%), coercizione. I ragazzi, invece, segnalano più spesso umiliazioni ed emarginazioni (53% contro 35,9%), scherzi pesanti, aggressioni fisiche dirette.
C’è un pattern che emerge con chiarezza: le forme di violenza sono diverse a seconda del genere, riflettendo stereotipi e vulnerabilità specifiche. Inoltre, crescono con l’età: tra gli under 14, il 38,8% dichiara di aver subito violenza; tra i 20-25enni la percentuale sale al 66,8%, raggiungendo il 71,7% negli over 26.
Gli effetti di questa violenza si riflettono nella vita reale: il 65% di chi ha subito violenza riporta una perdita di autostima, sicurezza e fiducia negli altri; il 34% sviluppa ansia sociale e attacchi di panico; il 23% si isola, allontanandosi dai coetanei; il 20% dichiara depressione. Solo il 6,4% afferma di non aver riscontrato alcun effetto. Anche qui, le differenze di genere emergono nitide: le ragazze riportano più frequentemente ansia, disturbi alimentari (15,5% contro 4,1% dei ragazzi) e autolesionismo (9,8% contro 5,5%). I ragazzi, invece, segnalano più spesso isolamento (33,6% contro 21%) e depressione (24% contro 19,3%).
Inoltre l’Intelligenza Artificiale è sempre più pervasiva della nostra società e per i ragazzi rischia di diventare uno strumento di soluzione dei problemi. La metà di chi ha risposto all’Osservatorio si è rivolta almeno una volta ad un bot per un consiglio o suggerimento, in particolare per un problema sentimentale (24%) o di salute (22%) o per avere supporto psicologico (21%): “l’intelligenza artificiale sta diventando una sorta di confessionale digitale, uno spazio dove elaborare emozioni e situazioni senza il peso del giudizio umano, del quale avevamo anche parlato nel nostro lavoro ‘Ciao, come posso aiutarti?’ nel mensile n.67 di Scomodo”.
Altro tema al centro del dibattito pubblico sono le chat usate per commentare l’aspetto fisico di altre persone e circa un terzo dei ragazzi dichiara di avervi assistito. Ma cosa hanno fatto i ragazzi che si sono trovati in questa situazione? Il 40% ne ha parlato con qualcuno di cui si fida, altri hanno silenziato (36%) o abbandonato (31%) la chat. Un significativo 30% dichiara di segnalare i contenuti o chiederne la rimozione. Le reazioni variano a seconda del genere: tra le donne prevale la condivisione e l’intervento (parlarne con qualcuno, segnalare e chiedere la rimozione), tra gli uomini, invece, sono più comuni disimpegno e normalizzazione (silenziare la chat, riderne o non prenderle sul serio).
Infine, la maggioranza dei ragazzi considera inaccettabile il controllo del telefono, mentre a circa un quarto non crea problemi. Solo il 2% interpreta questo comportamento come una forma di rispetto o apprezzamento. Sono in particolare le donne e le fasce d’età più alte a ritenere inaccettabile il controllo del telefono. Ciò nonostante, il 69% dei ragazzi condivide con altri (genitori, amici, partner) la password del telefono o dei social, prevalentemente per ragioni di sicurezza, soprattutto tra le ragazze.
Però sulla regolamentazione della rete, le opinioni si dividono nettamente: il 67,1% ritiene che possa limitare la violenza online, ma il 12,2% pensa non serva a niente e l’8,2% teme possa limitare la libertà personale. Le differenze di genere sono marcate: il 72,3% delle ragazze crede nell’utilità della regolamentazione, contro il 54,9% dei ragazzi. Questi ultimi sono più scettici (16,6% contro 10%) o preoccupati per la libertà personale (15,7% contro 5,5%). Inoltre chi ha subito violenza mostra maggiore disillusione: il 13,7% ritiene che regolamentare non serva a niente, contro il 10,5% di chi non ha mai subito violenza.
Quindi per sensibilizzare ed informare gli adolescenti sul tema della violenza online, Fondazione Terre des Hommes ha siglato un protocollo triennale di collaborazione con la Polizia di Stato. L’obiettivo è prevenire alcuni reati digitali che possono coinvolgere i minori come vittime, ma anche come autori inconsapevoli. L’intesa ha dato vita a una campagna di sensibilizzazione con protagonisti l’attore Daniele Santoro e Marisa Marraffino, avvocata esperta di media digitali, da ieri sul canale YouTube di Terre des Hommes, con tre pillole video per informare su alcune fattispecie di reato online che mostreranno dei casi concreti, raccontanti da un ragazzo o una ragazza, e la spiegazione da parte di Santoro e dell’avvocata Marraffino di cosa fare se ci si dovesse trovare nella stessa situazione.
Lotta al bullismo e al cyberbullismo, la proposta al Governo: nuova materia scolastica ispirata alle parole di papa Francesco
La disciplina ‘Comunicazione e Linguaggio’ trae origine dalle parole contenute nella pergamena di Benedizione Apostolica concessa da papa Francesco al libro ‘La Comunicazione Creativa per lo sviluppo socio-umanitario’. Con queste parole il Santo Padre sottolinea l’importanza etica e pedagogica della comunicazione: ‘La società, così come la Chiesa, si avvalgano di una comunicazione le cui basi siano l’umiltà nell’ascoltare e la parresia nel parlare, che non separi mai la verità dalla carità’.
Questa esortazione evidenzia la necessità di un’educazione alla parola come fondamento della vita civile e sociale. Oggi, tuttavia, la parola rischia di trasformarsi in strumento di violenza, manipolazione e isolamento a causa dell’uso improprio dei social network e dei media, che amplificano linguaggi aggressivi e fomentano divisione, emarginazione e disinformazione.
In questo contesto, Biagio Maimone propone al Governo Italiano e al Ministero dell’Istruzione e del Merito l’istituzione della materia ‘Comunicazione e Linguaggio’ fin dalla scuola primaria, come strumento educativo per educare i giovani al rispetto, al dialogo, alla verità e alla responsabilità nell’uso della parola. La disciplina intende contrastare bullismo, cyberbullismo, istigazione all’odio e la frammentazione relazionale generata dai nuovi media, promuovendo la comunicazione etica come base della convivenza civile.
I dati recenti evidenziano la gravità della situazione: 529 suicidi tra i 15 e i 34 anni (Rapporto Giovani 2024 – Istituto Toniolo), 47% di adolescenti vittime di cyberbullismo e 32% autori di violenza online (Rapporto ESPAD Italia 2024 – CNR-Ifc), 54% dei minori vittime di bullismo e 31% di cyberbullismo (HBSC-ISS). Questi numeri rendono urgente un intervento educativo strutturato e capillare.
Papa Francesco sottolinea come “la parola è dono e responsabilità, può costruire ponti o innalzare muri”, mentre Papa Leone XIV, nella sua riflessione sulla comunicazione sociale, ricordava:
“Vorrei ripetere l’invito a raccontare storie di speranza, e a disarmare la comunicazione da ogni pregiudizio, rancore, fanatismo. Condividiamo uno sguardo diverso sul mondo con una comunicazione disarmata e disarmante”. Ed aggiungeva: “C’è una grande responsabilità nell’usare correttamente le reti sociali e la comunicazione, perché sono strumenti che possono essere opportunità, ma anche rischio. Un uso improprio può danneggiare la comunione e la coesione sociale”.
Queste indicazioni pongono la comunicazione al centro della formazione etica dei giovani, rendendo urgente la creazione di una materia scolastica capace di sviluppare competenze linguistiche, relazionali e digitali.
Educare alla parola significa formare cittadini capaci di usare il linguaggio per costruire relazioni positive, sostenere la verità e promuovere la pace. La disciplina mira a far comprendere ai giovani che la parola non è un mero strumento comunicativo, ma un atto morale e pedagogico, capace di contrastare bullismo, cyberbullismo, odio sociale e disgregazione relazionale.
“La parola crea o distrugge, afferma Maimone, e oggi viene spesso utilizzata come arma. E’ urgente insegnare ai giovani a usarla come dono, come strumento di pace e bene comune.” La materia non è tecnica, ma di coscienza: gli studenti impareranno a discernere tra comunicazione costruttiva e distruttiva, tra informazione autentica e manipolazione, e a utilizzare le nuove tecnologie in modo consapevole e responsabile, prevenendo fenomeni di esclusione e aggressione online.
La disciplina si colloca all’incrocio tra riflessione filosofica, pedagogia e comunicazione, integrando una prospettiva laica con i valori cristiani. La sua costruzione teorica si ispira a grandi pensatori del linguaggio e della comunicazione: Hans-Georg Gadamer, con la sua ermeneutica, sottolinea l’importanza dell’ascolto e del dialogo nella comprensione reciproca; Marshall McLuhan evidenzia come la forma dei media plasmi la società e le relazioni interpersonali; Jürgen Habermas dimostra come la parola possa essere strumento di consenso razionale e costruzione sociale.
Questi approcci filosofici e comunicativi si integrano con l’educazione cristiana proposta da Papa Francesco e con i principi etici delineati da Papa Leone XIV, rendendo la parola un ponte tra culture, religioni e individui, strumento di coesione sociale e antidoto ai linguaggi aggressivi e divisivi dei media e dei social.
Il ruolo di Biagio Maimone, giornalista e direttore della comunicazione dell’Associazione Bambino Gesù del Cairo, è centrale anche nella promozione del dialogo interreligioso e interculturale. Attraverso il suo lavoro giornalistico, Maimone ha contribuito a diffondere la cultura del dialogo, della tolleranza e della comprensione reciproca tra diverse fedi e comunità, dimostrando come la parola possa essere ponte e non barriera.
Nell’era di Internet e dell’intelligenza artificiale, la formazione dei giovani deve comprendere l’alfabetizzazione digitale etica, affinché essi sappiano difendersi dai linguaggi aggressivi e manipolativi, e usare le nuove tecnologie come strumenti di conoscenza, comunicazione e partecipazione responsabile. La presenza di insegnanti formati diventa essenziale per guidare gli studenti nella pratica di una comunicazione consapevole, equilibrata e rispettosa, promuovendo relazioni autentiche e prevenendo fenomeni di isolamento sociale e violenza verbale.
La scuola diventa così il luogo in cui umiltà nell’ascoltare, sincerità nel parlare e carità nel comunicare costituiscono i pilastri di una nuova pedagogia della pace. La materia “Comunicazione e Linguaggio” non solo sviluppa competenze comunicative, ma forma cittadini eticamente responsabili, capaci di usare la parola come strumento di costruzione sociale, dialogo e solidarietà.
“La scuola deve tornare a insegnare il valore della parola – conclude Maimone – come strumento di dialogo, responsabilità e amore. Solo così potremo fermare l’odio, la violenza verbale, il bullismo e il cyberbullismo, restituendo ai giovani la bellezza di un linguaggio che unisce, che rispetta e che salva”.
Diego Mecenero racconta san Francesco nella ‘Terra dei Fioretti’
‘Francesco il cantastorie’ è una narrazione con Diego Mecenero, che cura anche la regia, accompagnato dal complesso di musica medioevale ‘Verba et soni’, composto da Stefano Savi e Roberto Gatta, e dall’attrice Corinna Barboni, offrendo uno sguardo inedito sul santo assisiate, raccontato da otto brevi scene teatrali e musica dal vivo.
Si tratta di un viaggio teatrale e musicale che restituisce al pubblico il ‘san Francesco che non ti aspetti’: poetico, ironico, radicale e profondamente umano. In scena otto quadri narrativi con musiche medievali eseguite dal vivo, per raccontare con intensità e originalità episodi poco noti della vita del Santo, legati anche al territorio marchigiano, la ‘Terra dei Fioretti’.
Il testo si basa fedelmente sulle Fonti Francescane, ma riesce ad attualizzare la figura del patrono d’Italia attraverso episodi di grande portata, ma poco conosciuti, ironici, intensi e umanissimi. Il pubblico scopre così un santo che si rifiuta di scrivere una Regola, che prima di morire compie un gesto insolito, che reagisce alle maldicenze in modo spiazzante, che si innamora di Madonna Povertà e la ‘sposa’, che va in Terra Santa per un preciso motivo che pochi ancora sanno. Lo spettacolo racconta anche il volto di santa Chiara, giovane coraggiosa ed appassionata, la bellezza delle cose che rallegravano Francesco, il suo sguardo poetico sul mondo e sul dolore, il suo linguaggio rivoluzionario fatto di gesti e simboli.
Lo spettacolo ha anche un forte legame con le Marche, in quanto questa regione è la ‘Terra dei Fioretti di san Francesco’, ovvero il territorio in cui sono ambientati molti degli episodi narrati nel libro francescano più letto al mondo, scritto da un frate marchigiano, Ugolino di Montegiorgio: la pecorella di Osimo, il fraticino di Sarnano, i bagolari di Sirolo, il contadino di Camporege, la fonte miracolosa di Staffolo, i miracoli di Apiro, la porta di Forano, i muratori di Pontelatrave, il cavaliere di San Ginesio, le ciaule di Roccabruna, il re dei versi di Lisciano, il mostro di Fratte Rosa.
Al termine di una di queste rappresentazioni dello spettacolo abbiamo chiesto a Diego Mecenero di raccontarci la nascita dello spettacolo: “Lo spettacolo nasce innanzitutto dalla mia grande passione per questo santo, che lo sento molto vicino, perché ho studiato teologia con i francescani con tesi sulla simpatia che i giovani hanno per san Francesco. Inoltre, quando dal Veneto sono arrivato nelle Marche, sapevo che questi luoghi erano stati importantissimi nella vita di san Francesco, ma mi pareva che nessuno li conoscesse. Quindi questa narrazione vuole esprimere qualcosa di profondo, ma che possa anche portare a conoscenza luoghi dove il Santo assisate è passato, perché siano valorizzati come in altre zone d’Italia. Nelle Marche abbiamo la ‘Terra dei Fioretti’ e non la conosciamo”.
Forse per il motivo per cui san Francesco annunciava la povertà?
“E’ vero! Non era certo uno che annunciava se stesso con il suono delle trombe, perché era molto umile, anche se aveva a volte un certo ‘caratterino’. Però già quando era in vita il popolo lo proclamava santo; infatti in poco tempo è stato portato agli onori degli altari; infatti, vivente, molti giovani entravano nell’Ordine da tutta Italia e anche oltre, senza i mezzi di comunicazione di adesso.
Si era definito ‘disutile vermine’, ma noi che lo conosciamo abbiamo il dovere di ricordare il suo messaggio, che è estremamente attuale in un mondo in cui chi è ricco è sempre più ricco e chi è povero è sempre più povero; in un mondo in cui non si dialoga tra religioni e culture diverse. Uno che è in armonia con se stesso, con gli altri e con la natura e fa fare la pace tra i cittadini di Gubbio ed il lupo ha molto da dire a noi oggi”.
A proposito del lupo di Gubbio ha sviluppato anche un progetto?
“Sì, esiste un progetto che lega le Marche all’Umbria e si chiama ‘Lupo bullo’, con il coinvolgimento delle scuole di Gubbio e con il supporto della diocesi, del comune eugubino e delle forze dell’ordine, perché san Francesco è stato a Gubbio due volte: la prima volta ha subìto ‘bullismo’ (per così dire), in quanto è stato percosso dai briganti che l’hanno anche preso in giro e lui ha reagito in modo ‘francescano’. Quindi c’è un modo ‘francescano’ di reagire, quando sei vittima di bullismo,
E poi c’è anche un modo ‘francescano’ di risolvere il bullismo, perché quel famoso lupo è praticamente un ‘bullo’, che tiene sotto scacco la città, perché tutti ne hanno paura. Partendo da questo episodio c’è un progetto che pensa di fare di Gubbio la ‘capitale nazionale francescana del contrasto al bullismo’. Nella grande battaglia contro il bullismo vorremmo portare una voce nuova ed uno stile nuovo nel combattere il bullismo in chiave francescana, perché san Francesco ha reagito al bullismo e dinanzi al bullo in un modo tutto suo che è carico di un’inedita sapienza e pedagogia francescana”.
Come sono stati scelti questi otto episodi, narrati nello spettacolo?
“Questi episodi sono stati scelti, partendo dalla nascita fino alla morte in ordine cronologico della vita di Francesco con i momenti più importanti: la conversione, la fondazione dell’Ordine, la regola di santa Chiara /lui ha fondato anche un ordine femminile), fino alla morte. Il terzo di questi otto momenti è sempre interscambiabile e racconta la presenza francescana nel luogo in cui si allestisce lo spettacolo. Questo è lo stile dello spettacolo che narra un ‘Francesco che non ti aspetti’ ma – badate bene – non perché si scelgono episodi sconosciuti e nascosti della sua vita, ma al contrario fatti centrali della sua esperienza. Centrali, importanti, eppure non li conosciamo”.
(Tratto da Aci Stampa)
Comunicazione e Linguaggio nuova materia scolastica, la proposta al Governo
Constatato l’avvento della nuova tecnologia, dei nuovi media, dei social, dell’intelligenza artificiale si rende necessario predisporre regole che ne disciplinino l’uso e, nel contempo, assegnare alla scuola il compito di insegnare le regole deontologiche che sorreggono la comunicazione perché essa possa veicolare messaggi che non violino le leggi morali, fornendo agli studenti, a partire dalle scuole elementari, gli strumenti conoscitivi perché sappiano affrontare i nuovi linguaggi tecnologici con l’adeguata formazione per saper contrastare il cyberbullismo e l’incitazione all’odio.
E’ in fase di formulazione, infatti, la proposta che il giornalista Biagio Maimone, Direttore della Comunicazione dell’Associazione ‘Bambino Gesù del Cairo’, il cui Presidente è mons. Yoannis Lazhi Gaid, già Segretario personale di Sua Santità Papa Francesco e Coordinatore per l’Italia della Rete Mondiale del Turismo Religioso, ha deciso di sottoporre al Governo italiano che riguarda l’introduzione di una nuova materia d’insegnamento, a partire dalle scuole elementari, la cui la finalità è quella di educare gli studenti a riconoscere l’importanza che riveste la comunicazione sul piano delle relazioni umane, di come le influenzi e ne determini la natura.
Biagio Maimone chiederà al Governo Italiano di inserire tra le materie scolastiche l’insegnamento della Comunicazione, convinto che l’epoca attuale veda l’affermarsi di una subcultura della comunicazione che rischia di impoverire sempre più la relazione umana, in quanto i messaggi che essa veicola spesso sono diseducativi.
Egli afferma che alcuni media, i social ancor di più, veicolino messaggi i cui contenuti sono pervasi dalla violenza e dall’odio sociale, nonché dall’intento di screditare e porre sul rogo chi ritengono essere un avversario.
Egli ritiene che la parola fondi i significati vitali dell’esistenza umana, che abbia il compito primario di interpretare la vita nelle sue infinite manifestazioni, di sorreggere ed incentivare i processi vitali della società umana e che, per tale motivo, debba essere umanizzante, dialogante e non conflittuale.
Sulla scorta della constatazione che il significato profondo del linguaggio venga eluso e sostituito da un distorta concezione di esso come arma di offesa, come strumento di diffusione di fake news, di menzogne e distorsioni del concetto di conoscenza, ritiene non più rimandabile un intervento educativo relativamente al valore del linguaggio e della comunicazione nelle sue svariate declinazioni.
Egli sottolinea vigorosamente che, con l’avvento dei social siamo tutti posti di fronte ad una serie infinita di notizie, molte delle quali diseducative, si renda necessario un intervento finalizzato non solo a disciplinare l’uso distorto dei social e della tecnologia nel suo complesso, ma anche e soprattutto si renda necessario un mirato intervento educativo, sin dalla più tenera infanzia, che consenta ai bambini e, conseguentemente, agli adulti di discernere i contenuti la cui finalità è diretta a diffondere “il male” per l’individuo e la società , da quelli la cui finalità è diretta a diffondere “il bene” per l’individuo e la società.
Tale opera educativa non solo è necessaria, ma è anche inevitabile affinché non si generi un’involuzione morale della società, a cui sono proposti contenuti nocivi e dissacratori della verità e della morale.
Egli afferma: “Siamo di fronte ad una svolta epocale che vedrà anche l’avvento di nuove tecnologie, tra cui l’intelligenza artificiale, che devono essere governate attraverso una sapiente opera educativa della collettività, a partire dall’infanzia, per evitare danni irreparabili che possano scaturire da uno sviluppo selvaggio ed incontrollato di tali tecnologie.
Ed ecco, pertanto, la necessità, di dar corso ad un processo pedagogico, che prenda le mosse dalle scuole elementari, che educhi i bambini a discernere i valori dai disvalori che una comunicazione selvaggia può generare, affidata all’arbitrio di chi trae vantaggio dall’inganno e dal proliferare del pensiero superficiale, che genera odio sociale, il bullismo, il cyberbullismo”.
Il giornalista Biagio Maimone, autore del libro “La Comunicazione Creativa per lo sviluppo socio-umanitario” , per i motivi suesposti, proporrà un progetto, in fase di stesura, al Governo al fine di veder inserita tra le materie di studio, la materia “Comunicazione e Linguaggio”.
Il giornalista consulterà l’Ordine del Giornalisti per formalizzare il progetto in modo dettagliato e precipuo. Insegnare il valore che riveste la parola per creare la relazione umana deve essere un compito della scuola e delle Istituzioni secondo Biagio Maimone affinché si sviluppi e si affermi una filosofia della vita che ponga al centro l’amore, il dialogo, la gentilezza, le belle maniere, il gesto fraterno, che sono i pilastri su cui poggia il progresso umano .
“Affidiamo il destino dell’umanità all’opera educativa che pone al centro l’educazione delle coscienze attraverso l’insegnamento dell’arte comunicativa, del linguaggio creativo per eccellenza, che apre le porte alla conoscenza profonda ed autentica della vita interiore ed esteriore dell’essere umano” ha auspicato Biagio Maimone.
Papa Francesco: la scuola educhi alla pace
Giornata dedicata alla scuola da parte di papa Francesco, che ha ricevuto in udienza l’Associazione Italiana Maestri Cattolici (AIMC), l’Unione Cattolica Italiana Insegnanti, Dirigenti, Educatori, Formatori (UCIIM), l’Associazione Genitori Scuole Cattoliche (AGeSC), chiedendo di non permettere il bullismo ai professori ed agli studenti, in quanto la scuola è preposta all’educazione alla pace, perché il suo compito è la vicinanza, la compassione e la tenerezza:
“La vicinanza, la prossimità. Come un maestro che entra nel mondo dei suoi alunni, Dio sceglie di vivere tra gli uomini per insegnare attraverso il linguaggio della vita e dell’amore. Gesù è nato in una condizione di povertà e di semplicità: questo ci richiama a una pedagogia che valorizza l’essenziale e mette al centro l’umiltà, la gratuità e l’accoglienza. La pedagogia distante e lontana dalle persone non serve, non aiuta. Il Natale ci insegna che la grandezza non si manifesta nel successo o nella ricchezza, ma nell’amore e nel servizio agli altri”.
Infatti la tenerezza di Dio si manifesta attraverso il dono: “Quella di Dio è una pedagogia del dono, una chiamata a vivere in comunione con Lui e con gli altri, come parte di un progetto di fraternità universale, un progetto in cui la famiglia ha un posto centrale e insostituibile. La famiglia! Inoltre, questa pedagogia è un invito a riconoscere la dignità di ogni persona, a cominciare da chi è scartato e ai margini, come duemila anni fa erano trattati i pastori, e ad apprezzare il valore di ogni fase della vita, compresa l’infanzia. La famiglia è il centro, non dimenticatelo!”
La tenerezza è alimentata dalla speranza: “La speranza è il motore che sostiene l’educatore nel suo impegno quotidiano, anche nelle difficoltà e negli insuccessi. Ma come fare per non perdere la speranza e per alimentarla ogni giorno? Tenere fisso lo sguardo su Gesù, maestro e compagno di strada: questo permette di essere davvero pellegrini di speranza…
Queste speranze umane, attraverso ciascuno di voi, possono incontrare la speranza cristiana, la speranza che nasce dalla fede e vive nella carità. E non dimentichiamo: la speranza non delude. L’ottimismo delude, ma la speranza non delude. Una speranza che supera ogni desiderio umano, perché apre le menti e i cuori sulla vita e sulla bellezza eterna”.
E’ stato un invito ad elaborare una ‘nuova’ cultura di pace, che sconfigga il bullismo: “La scuola ha bisogno di questo! Sentitevi chiamati a elaborare e trasmettere una nuova cultura, fondata sull’incontro tra le generazioni, sull’inclusione, sul discernimento del vero, del buono e del bello; una cultura della responsabilità, personale e collettiva, per affrontare le sfide globali come le crisi ambientali, sociali ed economiche, e la grande sfida della pace.
A scuola voi potete ‘immaginare la pace’, ossia porre le basi di un mondo più giusto e fraterno, con il contributo di tutte le discipline e con la creatività dei bambini e dei giovani. Ma se a scuola voi fate la guerra fra di voi, se a scuola voi fate i bulli con le ragazze e i ragazzi che hanno qualche problema, questo è prepararsi per la guerra non per la pace!”
Tali obiettivi possono essere raggiunti attraverso la comunità: “All’inizio della vostra storia c’è stata l’intuizione che solo associandosi, camminando insieme, si potesse migliorare la scuola, che per sua natura è una comunità, bisognosa del contributo di tutti. I vostri fondatori vivevano in tempi nei quali i valori della persona e della cittadinanza democratica avevano bisogno di essere testimoniati e rafforzati, per il bene di tutti; e anche il valore della libertà educativa.
Non dimenticate mai da dove venite, ma non camminate con la testa girata indietro, rimpiangendo i bei tempi passati! Pensate invece al presente della scuola, che è il futuro della società, alle prese con una trasformazione epocale. Pensate ai giovani insegnanti che muovono i primi passi nella scuola e alle famiglie che si sentono sole nel loro compito educativo. A ciascuno proponete con umiltà e novità il vostro stile educativo e associativo”.
Mentre alle partecipanti al XV Capitolo Generale dell’Unione Santa Caterina da Siena delle Missionarie della Scuola, il papa ha invitato a riflettere su tre termini: santità, preparazione e affabilità, in modo da far comprendere il presente per capire il futuro:
“Comprendere il presente per capire insieme il futuro dell’Unione in cammino con la Chiesa. Capire il presente, comprenderlo, per capire il futuro; in cammino, non ferme (i morti sono fermi!), in cammino con la Chiesa. E’ bello! Esso è in linea con l’eredità, lasciatavi dalla Venerabile Luigia Tincani, di dare risposte creative alle domande degli uomini e delle donne del nostro tempo, specialmente degli indifferenti alla fede e dei lontani, attraverso la promozione di un umanesimo cristiano”.
Ed ha chiesto loro di vivere la santità con preparazione attraverso l’affabilità, in quanto la santità è: “una parola impegnativa, che può spaventare, al punto che spesso facciamo fatica ad applicarla a noi stessi. Eppure è la vocazione che ci accomuna tutti e l’obiettivo essenziale della nostra vita. Ma la santità è una cosa gioiosa, la santità attira, la santità è gioia spirituale. E’ vero che non è facile trovare la santità, ma con la grazia di Dio ce la possiamo fare. Quanto è importante questa missione oggi, specialmente per i giovani!”
E’ un invito a vivere tutto nella sequela Christi: “Rimanete ben radicate in questi fondamenti, perché il vostro apostolato sia solido e ricco. E per tradere agli altri bisogna parlare bene, con affabilità. E c’è un nemico molto grande di questo, che è il chiacchiericcio. Per favore, guardatevi dal chiacchiericcio. Il chiacchiericcio uccide, il chiacchiericcio avvelena”.
Però alla santità ci si arriva attraverso la preparazione: “Potremmo dire, con un termine moderno, ‘professionalità’; non però in un senso riduttivo di efficienza funzionale, ma in quello evangelico di dedizione, vissuta nello studio e nell’approfondimento continuo delle proprie conoscenze e delle proprie capacità, nel confronto personale e nella condivisione fraterna circa le verità apprese, nell’aggiornamento delle modalità didattiche e comunicative…
Il Signore ci ha fatto vedere che dialogava con tutti, tranne… C’era una persona con cui il Signore non dialogava mai: il diavolo. E quando il diavolo gli si avvicinò per fare quelle domande, il Signore non dialogò con lui. Gli rispose con la Parola di Dio, con la Scrittura. Per favore, dialogate con tutti, tranne che con il diavolo. Il diavolo viene nella comunità, guarda le gelosie, tutte quelle cose che sono di tutti gli umani, non solo delle donne, di tutti, e il diavolo va lì. Con il diavolo non si dialoga. Capito? Con il diavolo non si dialoga”.
Ed infine un invito ad essere ‘affabili’: “Siate messaggere di affabilità, che è dono dello Spirito, e di gioia, vivendo ogni incontro con riconoscenza solare dell’altro nella sua sacra unicità. Care sorelle, grazie per il vostro lavoro, specialmente in ambito giovanile! E vedo che mancano suore giovani… Continuate a portare avanti il vostro lavoro con l’apertura e il coraggio che vi sono propri, pronte a rinnovarvi là dove necessario, con santità di vita, preparazione e affabilità. Vi benedico e prego per voi. E anche voi, per favore, non dimenticatevi di pregare per me”.
(Foto: Santa Sede)
Cecilia Galatolo: un libro sui CambiaMenti dell’adolescenza
“Cercate un libro da proporre ai giovanissimi su amicizia, rispetto di sé, accettazione del proprio corpo e integrazione all’interno di un gruppo? Forse ne abbiamo uno che fa al caso vostro, che siate genitori, insegnanti, educatori. E’ settembre. Lucia si ritrova improvvisamente in una nuova scuola, dove dovrà frequentare la seconda media. Il mondo sembra crollare sulle sue spalle. Perché deve lasciare le sue amiche, le sue abitudini, la sua classe di sempre? La madre ha deciso per lei questo cambiamento e, perciò, è molto arrabbiata. Perché non può scegliere da sola della sua vita?”:
inizia così il romanzo, pensato per un pubblico di preadolescenti, ‘CambiaMenti. Bullismo out’ di Cecilia Galatolo, autrice del libro ‘Sei nato originale, non vivere da fotocopia. Carlo Acutis mi ha insegnato a puntare in alto’ e di moli altri libri su giovani santi.
La fragilità, le battaglie, la voglia di crescere dei ragazzi da un lato e dall’altro l’impegno, la passione, la premura, lo sguardo degli adulti sono al centro di questo libro, che in forma di diario tratta uno dei problemi che affliggono il mondo giovanile oggi: l’eccessiva aggressività di alcuni ragazzi che può sfociare anche nel bullismo. Attraverso le esperienze di una ragazzina, il romanzo descrive il percorso proposto ai ragazzi per contrastare ogni forma di violenza e accrescere la coscienza del valore di sé e dei buoni rapporti di amicizia.
Si crea così una ‘rete’ di relazioni che tende a limitare i caratteri violenti e le espressioni aggressive: “Il messaggio principale è che ognuno di noi è unico e prezioso e che nessuno è condannato in eterno alla solitudine: esistono per tutti altri cuori che battono all’unisono con il proprio, basta solo desiderarli e cercarli. Gli amici sono un dono: per trovarli, però, bisogna aprirsi”.
Da Cecilia Galatolo ci facciamo spiegare il motivo di un libro sul bullismo: “Il bullismo è solo uno dei temi che troverete in ‘Bullismo Out’. La protagonista, Lucia, cambia scuola in seconda media e diviene oggetto di scherno continuo da parte di Micheal, un ragazzino difficile. Ha una situazione famigliare delicata e sfoga il suo nervosismo su questa nuova compagna, percepita come fragile e indifesa. Sono tanti, però, i temi che attraversano il romanzo: il rapporto tra genitori e figli, le amicizie che resistono anche alla distanza; e poi ancora: i primi amori che fanno battere il cuore, la paura di crescere, il legame con i fratelli…
‘Bullismo Out’ vuol essere molto più che un libro di denuncia contro il bullismo: è anche questo, ma non solo. Si presenta, piuttosto, come un romanzo di formazione. Ammetto che ho preso molto spunto dalla mia vita. Anche io, proprio in seconda media, ho vissuto un grande cambiamento e anche io sono stata vittima di bullismo. Attraverso il finale del libro, però, voglio lanciare un messaggio di speranza.
In particolare, mi preme comunicare che nessuno è perduto, anche se ci sembra la persona più cattiva del mondo. Ancora mi commuovo se penso che, quando sono iniziati a comparire i primi social, il bullo che mi aveva letteralmente rovinato la vita ai tempi delle medie mi ha cercata solo per chiedermi scusa”.
Il titolo completo è ‘CambiaMenti. Bullismo Out’: in quale modo avvengono i CambiaMenti negli adolescenti?
“L’adolescenza è per antonomasia il tempo del cambiamento. Se penso agli anni che vanno tra i tredici e i diciannove li ricordo come infiniti, per tutte novità che si sono verificate: dai cambiamenti fisici e nella psiche, al vivere nuove esperienze, nuove conquiste (come prendere la patente!). E, soprattutto, l’adolescenza è un tempo forte perché iniziamo a decidere noi chi vogliamo essere. Si vive tutto intensamente e avvertiamo una sana nostalgia di futuro.
‘Che farò della mia vita?’ Ogni adolescente si pone questa domanda. E’ un tempo bello, ricco di emozioni, ma anche critico: può spaventare lasciare l’infanzia alle spalle. E quanti punti interrogativi si affacciano nella nostra mente in quella fase della vita! Per questo è necessario avere adulti validi a fianco. Scrivo libri per offrire strumenti che possano aiutare a riflettere, a decidere, a orientare la vita dei giovanissimi”.
Per quale motivo si assiste ad un’eccessiva aggressività nei giovani?
“I giovani spesso sono aggressivi come reazione. Penso ai ragazzini inquieti che conosco. Spesso hanno delle ferite nella loro anima, un vuoto non colmato, dei bisogni inascoltati. A volte, invece, si è aggressivi per emulazione o per dimostrazione di forza. Magari ci si lascia trascinare dal gruppo. Anche in questo caso, però, dietro ci sono delle fragilità. Se c’è bisogno di farsi valere con la violenza è perché non si è imparata la tenerezza.
Proprio ieri pensavo che l’aggressività nasce, spesso, come risposta alla malattia più grave che si possa vivere nella vita: quella di sentirsi poco amati, poco accettati, messi sotto giudizio, invece che guardati con carità e interesse autentico. I giovani devono sapere di essere amati: parte tutto da lì!
Inoltre, occorre valorizzare ciò che essi hanno da offrire al mondo. Non c’è niente di peggio che credere che il mondo possa fare a meno di noi.
Ed allora, per indirizzare le tante energie dei giovani verso il bene occorre far capire loro che sono essenziali per la comunità, che hanno tanto da dare, impegnarli concretamente in qualcosa di utile, di sano. Come diceva san Giovanni Bosco, occorre impegnare i giovani nel bene, prima che sia il diavolo a sottrarli dalla noia”.
Come si possono creare ‘buone relazioni’?
“Il primo passo per relazionarsi bene con gli altri è avere autostima. Tante volte si creano relazioni malate e disfunzionali perché ciascuno cerca attraverso l’altro di non pensare al vuoto che lo attanaglia… Per volere bene bisogna prima volersi bene. Inoltre, è importante tenere fuori dalle relazioni l’utilitarismo. ‘Sto con te perché mi servi’, ‘Sto con te perché non trovo di meglio’. Non c’è solitudine più grande di quella che si crea in relazioni segnate da questo egoismo”.
Ad un certo punto la protagonista, nella disperazione, prega: la preghiera potrebbe essere una ‘soluzione’?
“La preghiera è sempre una soluzione. Non significa delegare a Dio quello che spetta a noi. La preghiera non è magia, che risolve le cose al posto nostro. Pregare, per me, significa chiedere di essere trasformata dall’interno per vivere la vita con più amore, con più saggezza. Respirare fa bene al corpo quanto la preghiera fa bene all’anima. Abbiamo bisogno che Dio sia in mezzo alle vicende che viviamo, per dare senso e sapore a tutto”.
(Tratto da Aci Stampa)
Il papa ai giovani di Singapore: siate coraggiosi!
Papa Francesco ha concluso il suo 45^ viaggio apostolico internazionale svoltosi dal 2 al 13 settembre (in Indonesia, Papua Nuova Guinea, Timor Est e Singapore), il più lungo del suo Pontificato. Alle ore 12. 25 (ora locale) (ore 6.25 in Italia) l’aereo è decollato per Roma, dove atterrerà, dopo 6 ore di volo alle ore 18:25 circa.
Nell’ultimo incontro papa Francesco ha ‘colloquiato’ con i giovani riuniti al Catholic Junior College per l’incontro interreligioso, che lo hanno accolto con canti ed una danza eseguita da giovani con disabilità: “La gioventù è coraggiosa e alla gioventù piace andare verso la verità. Fare cammino, fare creatività. E la gioventù deve stare attenta a non cadere in quello che tu hai detto, i ‘critici da salotto’, parole… Un giovane dev’essere critico. Un giovane che non critica non va bene. Ma dev’essere costruttivo nella critica, perché c’è una critica distruttiva, che fa tante critiche ma non fa una strada nuova”.
Quindi i giovani non si devono accontentare, cioè non devono vivere ‘sdraiati’: “I giovani devono avere il coraggio di costruire, di andare avanti e uscire dalle zone ‘confortevoli’. Un giovane che sceglie di passare sempre la sua vita in modo ‘confortevole’ è un giovane che ingrassa! Ma non ingrassa la pancia, ingrassa la mente! Per questo dico ai giovani: ‘Rischiate, uscite! Non abbiate paura!’ La paura è un atteggiamento dittatoriale che ti rende paralitico, ti procura una paralisi”.
E’ stato un invito a non temere di sbagliare: “E’ vero che tante volte i giovani sbagliano, tante, e sarebbe bello che ognuno di noi, che ognuno di voi, giovani, pensaste: quante volte ho sbagliato? Ho sbagliato perché ho incominciato a camminare e ho fatto degli errori nel cammino.
E questo è normale, l’importante è rendersi conto di aver sbagliato. Faccio una domanda, vediamo chi mi risponde di voi. Cosa è peggio? Sbagliare perché faccio un cammino o non sbagliare perché rimango chiuso in casa?..
I giovani devono avere il coraggio di costruire di andare avanti, di uscire dalle zone confortevoli un giovane che sceglie di vivere sempre la sua vita in un modo confortevole è un giovane che ingrassa, risate, ma non ingrassa la pancia ingrassa la mente, per questo io dico ai giovani rischiate, uscite, non avete paura, la paura è un atteggiamento dittatoriale, che ti paralizza”.
Inoltre il papa ha sottolineato che è stato impressionati dalla loro capacità di dialogo interreligioso: “Una delle cose che più mi ha colpito di voi giovani, di voi qui, è la capacità del dialogo interreligioso… C’è un solo Dio, e noi, le nostre religioni sono lingue, cammini per arrivare a Dio.
Qualcuno sikh, qualcuno musulmano, qualcuno indù, qualcuno cristiano, ma sono diversi cammini… Ma per il dialogo interreligioso fra i giovani ci vuole coraggio. Perché l’età giovanile è l’età del coraggio, ma tu puoi avere questo coraggio per fare cose che non ti aiuteranno. Invece puoi avere coraggio per andare avanti e per il dialogo”.
Infatti l’età giovanile è quella del coraggio, che assieme al rispetto è necessario per il dialogo, il quale ha un ruolo fondamentale per affrontare il fenomeno del bullismo: “Una cosa che aiuta tanto è il rispetto, il dialogo. Io vi dirò una cosa. Non so se succede qui, in questa città, ma in altre città succede. Fra i giovani c’è una cosa brutta: bullying…
Ma sempre, sia il bullying verbale sia il bullying fisico, sempre è un’aggressione. Sempre. E pensate, nelle scuole o nei gruppi giovanili o di bambini, il bullying lo fanno con coloro che sono più deboli… Perché superare queste cose aiuta in quello che voi fate, il dialogo interreligioso. Perché il dialogo interreligioso si costruisce con il rispetto degli altri. E questo è molto importante”.
Infine papa Francesco ha invitato i giovani a seguire le parole di Raaj: “Io voglio ringraziare e ripetere quello che Raaj ci ha detto: fare tutto il possibile per mantenere un atteggiamento coraggioso e promuovere uno spazio in cui i giovani possono entrare e dialogare. Perché il vostro dialogo è un dialogo che genera un cammino, che fa strada. E se voi dialogate da giovani, dialogherete anche da grandi, da adulti, dialogherete come cittadini, come politici.
E vorrei dirvi una cosa sulla storia: ogni dittatura nella storia, la prima cosa che fa è tagliare il dialogo. Vi ringrazio di queste domande e sono contento di incontrare i giovani, incontrare questi coraggiosi, quasi ‘sfacciati’, sono bravi!”.
Poco prima papa Francesco aveva abbracciato malati e anziani a cui aveva assicurato le sue preghiere: “Dio è contento di sentire la preghiera vostra. Grazie tante della vostra pazienza e della vostra preghiera. Adesso con questa benedizione il Signore si manifesta vicino a voi. Il Signore perdona tutto sempre e io manifesto nel nome del Signore il perdono a tutti voi”. L’incontro si è concluso con la recita della preghiera dell’Ave Maria.
(Foto: Santa Sede)
#BullismoOut: un nuovo romanzo sull’amicizia per i giovanissimi
Cercate un libro da proporre ai giovanissimi su amicizia, rispetto di sé, accettazione del proprio corpo e integrazione all’interno di un gruppo? Forse ne abbiamo uno che fa al caso vostro, che siate genitori, insegnanti, educatori. E’ settembre. Lucia si ritrova improvvisamente in una nuova scuola, dove dovrà frequentare la seconda media. Il mondo sembra crollare sulle sue spalle. Perché deve lasciare le sue amiche, le sue abitudini, la sua classe di sempre? La madre ha deciso per lei questo cambiamento e, perciò, è molto arrabbiata. Perché non può scegliere da sola della sua vita?
Inizia così il romanzo, pensato per un pubblico di preadolescenti (dai 9 ai 13 anni), dal titolo ‘CambiaMenti. Bullismo out’ (Cecilia Galatolo, Mimep Docete), dove viene raccontata una storia che farà sorridere e commuovere al tempo stesso i nostri giovanissimi lettori. La protagonista, che non sa apprezzarsi, soprattutto perché non le piace il suo aspetto fisico, finirà per chiudersi in sé stessa, per mostrarsi fragile e insicura, e diverrà vittima di Micheal, il bullo della classe. Lui non perderà occasione per denigrarla e farla sentire ancora più sbagliata.
Anche Micheal porta dentro una grande sofferenza (si scoprirà solo poi), è incattivito, non cattivo, ma le sue parole sono come lame taglienti e Lucia sente di non farcela più. A chi chiedere aiuto? Se solo smettesse di vergognarsi, di credere che sia colpa sua e imparasse a confidarsi con un adulto…
Una notte, stanca di vivere così, di sentirsi sola, senza amicizie, presa di mira e spaesata, si ritrova a pregare davanti al presepe, realizzato in casa dal padre. Si rivolge a Gesù bambino, come ad un amico.
Piano piano, passate le vacanze di Natale, le cose prenderanno una piega diversa. Nicola e Viola saranno due personaggi chiave, terapeutici per lei. Con loro la vita diventa di nuovo meravigliosa e ricca di sorprese. Il libro tratta uno dei problemi che affliggono il mondo giovanile oggi: l’eccessiva aggressività di alcuni ragazzi che può sfociare anche nel bullismo. Attraverso le esperienze di una ragazzina, quasi in forma di diario, descrive il percorso proposto ai ragazzi per contrastare ogni forma di violenza e accrescere la coscienza del valore di sé e dei buoni rapporti di amicizia.
Si crea così una ‘rete’ di relazioni che tende a limitare i caratteri violenti e le espressioni aggressive.
si cerca di offrire, con realismo, una descrizione puntuale della situazione giovanile attraversata da tensioni nei rapporti tra i ragazzi ma anche da solide amicizie che offrono una via di uscita. Le buone relazioni prevarranno su tutti gli sbandamenti. Il punto di forza del libro è che parla nel linguaggio dei giovani ai giovani stessi.
Il messaggio principale è che ognuno di noi è unico e prezioso e che nessuno è condannato in eterno alla solitudine: esistono per tutti altri cuori che battono all’unisono con il proprio, basta solo desiderarli e cercarli. Gli amici sono un dono: per trovarli, però, bisogna aprirsi. Il libro vuol insegnare questo: che puoi trovare un amico se impari tu stesso, per primo, a farti amico.
Simone Riccioni racconta una storia di bullismo con ‘Neve’
Una bambina di 10 anni vittima di bullismo. Un attore in piena crisi artistica. Nasce dal loro incontro ‘Neve’ (prodotto da Linfa Crowd 2.0. NVP), ultimo film (dal 7 marzo nelle sale cinematografiche) del regista ed attore marchigiano Simone Riccioni, nato in Uganda ma cresciuto a Corridonia, in provincia di Macerata nelle Marche. La protagonista, Neve, è Azzurra Lo Pipero, 12 anni, di Lido di Fermo, al suo primo film, ‘che spero non sarà l’ultimo’, ha affermato con un sorriso.
Il film, interpretato dallo stesso Simone Riccioni, con Azzurra Lo Pipero, Margherita Tiesi, Simone Montedoro, Alessandro Sanguigni, è girato tra Treia, Sefro, Sarnano, Macerata, Civitanova Marche e Moresco, come racconta Simone Riccioni: “E’ il sesto film che ambiento nelle Marche, ma a questo tengo particolarmente perché viene da una mia storia personale. Quando tornai dall’Africa in Italia, fui vittima di bullismo. E’ una storia che pensavo di aver dimenticato e che invece è riaffiorata durante la pandemia. Da lì la necessità di portarla al cinema”.
Quindi Neve deve affrontare i compagni di scuola che la prendono in giro e la isolano per motivazioni stupide, si chiude in se stessa finché la madre Marta (Margherita Tiesi) decide di iscriverla ad un workshop teatrale tenuto dall’attore Leonardo Morino (Simone Riccioni). Leonardo ha 35 anni, ha sempre solo pensato a se stesso e si trova in un momento discendente della sua carriera: durante il workshop, affrontando Neve e nel rapportarsi con lei, dà il via ad una storia emozionante che trasformerà entrambi. A fare da mediatore, don Carlo (Simone Montedoro), un sacerdote umano che gestisce una casa famiglia e che saprà accompagnare Simone nella sua crescita.
Al termine delle anteprime al multiplex ‘Giometti’ di Tolentino, a conclusione di una giornata ‘sold out’, che ha visto la presenza di 980 spettatori, mentre nelle sale cinematografiche il film sta riscuotendo successo da parte delle giovani generazioni, abbiamo chiesto al regista Simone Riccioni di raccontarci il significato del film: “Neve è un film del rapporto bellissimo che ha questa bambina con sua mamma Marta. Invece Leo è un ragazzo abbastanza egoista, che fa l’attore, ma è caduto un po’ in disgrazia e quindi si arrabatta a fare il presentatore. ‘Neve’ è un film che affronta la tematica del bullismo e del rapporto tra genitori e figli”.
Perché è stato affrontato proprio il tema del bullismo?
“Questo tema nasce da una mia storia personale, perché sono stato bullizzato dall’età di 8 anni fino a 12 anni. Questa ferita è riemersa nel periodo del Covid. Da qui ho deciso di intraprendere questa strada e di portare al cinema un film che potesse toccare il cuore delle persone attraverso una storia, che con semplicità toccasse questo tema”.
Quindi il film è una tua storia personale?
“Io sono nato e cresciuto, come i miei due fratelli, in Uganda da due genitori missionari, mio padre faceva parte dell’Avsi. Quando tornammo in Italia, a Macerata, a scuola mi chiamavano ‘brutto negro’ e ‘mangiabanane’. Essere considerato diverso in Italia mi fece rimanere molto male”.
Come se ne viene fuori dal bullismo?
“Si viene fuori dal bullismo, per la mia esperienza, perché si è circondato da persone che ti vogliono bene, dove ci sono amici ed una famiglia che ti sostiene. Quindi occorre spostare la propria attenzione sulla bellezza della vita”.
In sintesi quale è il ‘messaggio’ del film?
“Nella realtà ci sarà sempre chi ti tratta male; noi dobbiamo essere bravi a cambiare prospettiva! Siamo responsabili non solo per quello che facciamo, ma per quello che non facciamo, il bullismo finirà quando non ci gireremo dall’altra parte. Con il film vogliamo dare occasione ai genitori ed ai ragazzi di mettersi in discussione, ed invitare gli insegnanti ad una maggiore attenzione nelle scuole per non soprassedere sulle cose apparentemente insignificanti”.
Ad Azzurra Lo Pipero (‘Neve’), la più piccola del cast, invece abbiamo chiesto di raccontarci le sue sensazioni di protagonista nel film di Simone Riccioni: “Bellissimo! E’ stata un’esperienza unica e spettacolare. Dietro le ‘quinte’ ho fatto amicizia con tutti gli attori: è stata un po’ un’altra famiglia. Poi ho scoperto tutto il lavoro, che c’è dietro ad un film, dal trucco e parrucco alle luci, alla scenografia, alla segreteria di produzione”.
Come hai coniugato il tuo impegno scolastico con quello cinematografico?
“Abbiamo ‘girato’ il film nel periodo estivo; quindi non ho avuto la scuola. Per quanto riguarda la promozione del film ho ottenuto un permesso scolastico dalla preside, che rientra nelle norme della legge scolastica?
Infine a Margherita Tiesi, madre ‘filmica’ di Neve, abbiamo chiesto di raccontarci questo rapporto tra madre e figlia: “E’ un rapporto che sembra quasi alla pari, in quanto c’è anche poca differenza di età tra i due personaggi (ed anche tra noi attrici interpreti dei ruoli femminili), perché Marta è una ragazza madre che scopre di essere incinta da una relazione, che non era molto stabile. Nonostante ciò decide di partorire e di crescerla da sola. Così è e si vede che si crea un rapporto anche di gioco, vista la poca differenza di età tra le due protagoniste.
Però Neve è costretta dalle difficoltà in cui vivono a crescere velocemente, diventando molto indipendente. Nonostante questo, gli episodi di bullismo che riceve la abbattono moralmente e lei si chiude in un silenzio, smettendo di parlare anche con la madre. Ma la madre cerca di entrare nel suo silenzio e di far emergere i suoi problemi, ascoltandola non solo attraverso le sue parole non dette, ma anche attraverso i suoi atteggiamenti ed i suoi comportamenti, invitando i genitori di ascoltare attentamente i propri figli”.
La Fondazione ‘Patrizio Paoletti’ analizza le emozioni dei giovani
A fine ottobre alla Biblioteca della Camera dei Deputati la Fondazione ‘Patrizio Paoletti’ ha presentato il report ‘Mai più soli. Focus adolescenza: sfide e risorse positive nel post-pandemia’, facente parte del progetto ‘Prefigurare il futuro’, come approccio neuro-psicopedagogico di intervento a favore degli adolescenti nelle scuole italiane, e gli studi di ricerca condotti in collaborazione con l’Università di Padova che fotografano le problematiche che stanno mettendo a rischio il benessere degli adolescenti.




























