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Irpinia e Sannio: le aree interne diventano ‘Capitale del Dono’

La ‘Giornata del Dono’, o #DonoDay2025 – #10annidiDonoDay, è la giornata nazionale istituita con la Legge n. 110 del 2015 e celebrata ogni anno il 4 ottobre per promuovere la cultura della solidarietà, dell’altruismo e della cittadinanza attiva, che quest’anno festeggia il primo decennale dall’istituzione della legge stessa. E’ un momento corale che coinvolge scuole, Comuni, associazioni e cittadini in iniziative diffuse in tutta Italia, con l’obiettivo di valorizzare il gesto del dono in tutte le sue forme: dal tempo alla cura, dalle competenze al sostegno concreto.

Un valore che nel 2025 si farà ancora più forte in Campania, grazie alla scelta di Irpinia e Sannio come Capitale Italiana del Dono. Protagonisti saranno soprattutto i giovani, chiamati a costruire un futuro fondato sulla solidarietà e la partecipazione civica.

Il programma ufficiale è stato presentato presso l’Aula Consiliare della Rocca dei Rettori di Benevento e prevede quattro giornate di celebrazioni a Pietrelcina nei giorni 2, 3, 4 e 24 ottobre 2025, animate da incontri, laboratori, testimonianze e momenti culturali dedicati a studenti, enti del Terzo Settore, amministrazioni, imprese e cittadini.

Il calendario prevede visite guidate, laboratori e percorsi didattici per studenti e famiglie (2 ottobre), la premiazione dei contest nazionali #DonareMiDona Scuole con ospiti del mondo della cultura e dello spettacolo, tra cui Geronimo Stilton, esibizioni e spettacoli musicali (3 ottobre), la raccolta sangue promossa da Fratres Campania (4 ottobre) e, per concludere, una grande giornata di restituzione e testimonianze con i protagonisti del dono (24 ottobre).

👉 Programma completo: cesvolab.it/capitale-italiana-del-dono-2025/#programma

“Per la prima volta il Giorno del Dono, la vera grande festa nazionale del dono, viene celebrato in Campania grazie alla collaborazione e al supporto del Cesvolab”. Ha dichiarato Cinzia Di Stasio, Direttrice dell’Istituto Italiano della Donazione.

“IID – ha spiegato – ha scelto il cuore della regione per onorare la partecipazione concreta di questi territori alle iniziative culturali e solidali che animano il mese del dono. Nel 2025 registriamo numeri importanti: 15 scuole, 5 Comuni, 56 associazioni e 4 imprese coinvolte. È questo il volto della Capitale Italiana del Dono.”

Grande soddisfazione è stata espressa da Raffaele Amore, Presidente CSV Irpinia Sannio ETS:

“Questa nomina è il frutto di un vero gioco di squadra. Irpinia e Sannio dimostrano che realtà diverse, unite dagli stessi valori, possono dialogare, costruendo insieme un messaggio forte rivolto soprattutto ai giovani. La Capitale del Dono è anche un’occasione per valorizzare le aree interne, che possono diventare volano di sviluppo e di speranza”

Alla presentazione hanno preso parte rappresentanti delle istituzioni locali e nazionali, del mondo culturale, accademico ed economico: tra loro Nino Lombardi (Presidente Provincia di Benevento), Clemente Mastella (Sindaco di Benevento), Salvatore Mazzone (Sindaco di Pietrelcina), Maria Cristina Aceto (Direttrice CSV Irpinia Sannio ETS), Ezio Mazzaro (Responsabile BPER Centro Imprese Campania Sud), Nazzareno Orlando (Presidente Conservatorio “Nicola Sala”), Filippo Liverini (Vice Presidente Confindustria Benevento), oltre a imprese, enti e associazioni partner.

Con la presentazione ufficiale del programma, Irpinia e Sannio si preparano a vivere da protagonisti la Capitale Italiana del Dono 2025, trasformandosi nel cuore pulsante della solidarietà nazionale: una comunità che dona, con i giovani al centro.

La Chiesa chiede di salvaguardare le aree interne

“Nella difficile fase in cui siamo immersi è indubbio che nel Paese si stia allargando la forbice delle disuguaglianze e dei divari, mentre le differenze non riescono a diventare risorse, tanto da lasciare le società locali (ed in particolare i piccoli centri periferici) alle prese con nuove solitudini e dolorosi abbandoni. Sullo sfondo, assistiamo alla più grave eclissi partecipativa mai vissuta.

S’impone, dunque, una diversa narrazione della realtà, capace nel contempo di manifestare una chiara volontà di collaborazione e di sostegno autentico ed equilibrato, al fine di favorire le resistenze virtuose in atto nelle cosiddette Aree Interne, dove purtroppo anche il senso di comunità è messo a rischio dalle continue emergenze, dalla scarsa consapevolezza e dalla rassegnazione”: al termine del convegno, svoltosi a fine dello scorso mese a Benevento, sulle aree interne, la lettera firmata dai presuli ha invitato governo e Parlamento a non rassegnarsi allo spopolamento dei piccoli centri, ma a valorizzarne le potenzialità con politiche coraggiose e durature, sottolineando anche il ruolo della Chiesa come presidio sociale, con l’auspicio di un dialogo costruttivo per costruire speranza e coesione.

Nella lettera i vescovi hanno analizzato il Piano Strategico Nazionale delle Aree Interne, sottolineando la drammatica situazione demografica: “Nel testo, vengono a un certo punto indicati alcuni obiettivi che, però, per la stragrande maggioranza delle aree interne, risultano irraggiungibili per mancanza di ‘combinazione tra attrattività verso le nuove generazioni e condizioni favorevoli alle scelte di genitorialità’…

In definitiva, un invito a mettersi al servizio di un ‘suicidio assistito’ di questi territori. Si parla, infatti, di struttura demografica ormai compromessa, ‘con basse prospettive di sviluppo economico e deboli condizioni di attrattività. Queste aree non possono porsi alcun obiettivo di inversione di tendenza ma non possono nemmeno essere abbandonate a sé stesse’. In sintesi, il sostegno per una morte felice”.

In questo abbandono delle Aree interne la Chiesa ha sempre ‘difeso’ chi ha deciso di restare, fornendo strumenti di sviluppo: “Come vescovi e pastori di moltissime comunità fragili e abbandonate, quindi, non possiamo e non vogliamo rassegnarci alla prospettiva adombrata dal Piano Strategico Nazionale delle Aree Interne; risuonano anzi ancor più forti, dentro di noi, le parole del profeta: ‘Figlio dell’uomo, ti ho posto come sentinella per la casa d’Israele’.

Non possiamo del resto non considerare come, nel corso degli anni, documenti e decreti governativi e regionali siano finiti in un ingorgo di dispositivi legislativi per lo più inapplicati, non di rado utili soltanto a consolidare la distribuzione di finanziamenti secondo logiche politico-elettorali, mettendo spesso le piccole realtà in contrasto tra loro e finendo per considerare come progetti strutturali piccoli interventi stagionali”.

Per questo i vescovi firmatari del documento hanno chiesto che si favoriscano esperienze di rigenerazione di quei luoghi attraverso le tecnologie: “Riteniamo, inoltre, che si debba ribaltare la definizione delle aree interne, passando da un’esclusiva visione quantitativa dello spazio e del tempo (in cui è ancora il concetto di lontananza centro-periferia a creare subalternità) a una narrazione che lasci emergere una visione qualitativa delle storie, della cultura e della vita di certi luoghi:

si favoriscano esperienze di rigenerazione coerenti con le originalità locali e in grado di rilanciare l’identità rispetto alla frammentazione sociale; s’incoraggi il controesodo con incentivi economici e riduzione delle imposte, soluzioni di smart working e co working, innovazione agricola, turismo sostenibile, valorizzazione dei beni culturali e paesaggistici, piani specifici di trasporto, recupero dei borghi abbandonati, co-housing, estensione della banda larga, servizi sanitari di comunità, telemedicina”.

Ciò significa pensare ad una nuova generazione del territorio: “In questi luoghi in cui la vita rischia di finire, essa può invece assumere una qualità superiore: guardarli con lo stesso spirito con cui ci si pone al capezzale di un morente sarebbe (oltre che segno di grave miopia politica) un torto fatto alla Nazione intera, poiché un territorio non presidiato dall’uomo è sottoposto a una pressione maggiore delle forze della natura, con il rischio per nulla ipotetico) di favorire nuovi e sempre più vasti disastri ambientali, senza contare il rischio della perdita di parte di quell’immenso patrimonio artistico-architettonico che fa dell’Italia intera un museo a cielo aperto”.

Ecco quindi il motivo per cui l’arcivescovo di Benevento, mons. Felice Accrocca, ha invitato a non rassegnarsi: “La lettera è un contributo che offriamo al Governo e al Parlamento, perché non possiamo e non dobbiamo rassegnarci a sancire la morte di una parte significativa della Nazione. Ne sortirebbe un danno per tutti. Noi crediamo che, accanto alle criticità, che pure ci sono, le Aree interne possono vantare grosse potenzialità, che devono però essere valorizzate in un progetto organico che richiede tempi anche lunghi. Una sfida che la politica deve saper cogliere se non vuole assistere al proprio fallimento. Noi siamo già presenti sul campo e siamo disponibili a offrire il nostro contributo”.

(Foto: Arcidiocesi di Benevento)

Da Benevento i vescovi chiedono attenzione per le aree interne

“Riuniti a Benevento, com’è ormai tradizione, ringraziamo anzitutto Dio per il dono dell’esperienza che ci ha dato di vivere, fatta di comunione e sinodalità concreta: l’amicizia, lo scambio sereno e fecondo, i momenti di distesa fraternità condivisi sono il valore aggiunto, la cifra peculiare di questa esperienza che porteremo con noi. Giorni nei quali abbiamo sentito risuonare le parole rivolte al profeta: O figlio dell’uomo, io ti ho posto come sentinella per la casa d’Israele”.

Così inizia il messaggio conclusivo dell’incontro dei vescovi delle Aree interne riuniti a Benevento fino al 17 luglio, appuntamento che da cinque anni vede i vescovi delle zone interessate (quest’anno ben 30 da 14 regioni) confrontarsi sulle esigenze pastorali e sui risvolti sociali della Chiesa in zone in cui altre presenze istituzionali latitano, soprattutto per via dello spopolamento:

“Le Aree interne costituiscono la parte consistente e fragile di tutto il Paese (nord, centro, sud), pur custodendo esse potenzialità straordinarie. In un tempo in cui la distanza relazionale crea vere e proprie disconnessioni umane e lo spazio, quello verde soprattutto, va rarefacendosi, queste vaste porzioni di territorio, dotate di paesaggio e di un ricco patrimonio storico-artistico ed enogastronomico, dove le relazioni umane sono vissute in modo autentico, si rivelano infatti di una ricchezza sorprendente anche allo sguardo più distratto”.

Tale incontro nasce dal desiderio di una pastorale, che scaturisce dal battesimo: “Abbiamo in questi giorni riflettuto sul modo migliore per avviare una pastorale il più possibile idonea alle Aree interne, interrogandoci soprattutto sulla ministerialità che nasce dal battesimo; una ministerialità che coinvolge tutte le membra del Popolo di Dio e la molteplicità delle vocazioni, nella consapevolezza che non possiamo continuare a ripetere stereotipi ormai da tempo superati, ma aprirsi alla voce dello Spirito, che non fa tanto cose nuove, ma fa nuove tutte le cose”.

E’ un invito a superare il campanilismo: “E’ necessario, perciò, superare l’ottica ristretta del campanile, per aprirci a forme nuove, capaci di valorizzare al meglio le risorse a nostra disposizione. Esprimiamo viva e sincera gratitudine ai sacerdoti e agli operatori pastorali che con generosità lavorano nei territori interni affrontando non poche difficoltà: anche la formazione nei seminari dovrà tener conto di queste problematiche”.

Però l’impegno della Chiesa è quello di non abbandonare i territori, come ha ribadito in apertura dell’incontro il presidente della Cei, card. Matteo Zuppi: “Le aree interne del Nord e del Sud sono accomunate dalle stesse difficoltà con qualche variante in negativo per il Mezzogiorno, dove ci sono ulteriori mancanze di strutture e opportunità. Se non ci sono possibilità, infrastrutture, collegamenti, si vanno a cercare altrove. Ma tutte le comunità, anche le più piccole, sono importanti. Il grande vantaggio delle aree interne è che spesso c’è più comunità che altrove, luoghi dove i legami si rinsaldano e ci si ritrova”.

Quindi a conclusione dell’incontro il segretario generale della Cei, mons. Giuseppe Baturi, arcivescovo di Cagliari, ha ritenuto opportuno “un discernimento, una lettura dei fenomeni storici che riguardano le aree interne ed un’attenzione specifica all’uso di alcune categorie normative… A noi interessano i problemi di una marginalità della popolazione, del costituirsi di comunità, della modificazione dei ritmi di lavoro e dell’ambiente naturale”.

Al vescovo di Benevento, mons. Felice Accrocca, membro della Commissione Episcopale per l’Evangelizzazione dei Popoli e la Cooperazione tra le Chiese della Cei, abbiamo chiesto il motivo per cui tale convegno si è svolto in questa diocesi: “Si è svolto a Benevento, perché è a Benevento che esso si svolge sin dall’inizio: siamo ormai alla quarta edizione. Nel maggio 2019, infatti, i vescovi della Metropolia di Benevento sottoscrissero un documento (‘Mezzanotte del Mezzogiorno? Lettera agli Amministratori’) che metteva a fuoco il persistente e grave ritardo nello sviluppo delle cosiddette ‘aree interne’.

Non volevano arrogarsi compiti non propri, piuttosto proporre un metodo che, in politica come in economia, tenesse fermo il primato della comunione. Prese avvio allora un percorso che ha avuto i suoi sviluppi: cammin facendo, infatti, si è andata manifestando in maniera crescente l’esigenza di mettere a fuoco la questione anche da un punto di vista più strettamente pastorale, poiché le aree interne si trovano a fronteggiare problemi del tutto diversi da quelli con cui sono chiamate invece a misurarsi le aree urbane o metropolitane o turistiche. Nacquero così i convegni dei vescovi, che cominciarono a svolgersi nel 2021”.

Perché la Chiesa si interessa delle aree interne?

“Semplicemente perché essa si interessa dell’uomo, di tutto l’uomo e di ogni uomo. Prende parte, quindi, ai problemi dell’uomo là dove l’uomo vive: plagiando la ben nota affermazione di Terenzio, possiamo dire che la Chiesa non reputa da sé niente di estraneo di tutto ciò che è umano. La Chiesa che vive nei territori interni si fa quindi carico dei problemi che in quei territori sono pane quotidiano”.

Come evitare lo spopolamento delle interne?

“Anzitutto con una chiara politica da parte del Governo, tesa a promuovere un progetto globale per le cosiddette ‘Aree interne’, che costituiscono la parte maggiore del suolo italiano: quindi, diversi criteri nell’assegnazione delle risorse, una tassazione differenziata, non per Regioni, ma per fasce territoriali; inoltre, come ha detto il card. Zuppi, ‘politiche serie e stabili a sostegno della natalità e della famiglia’. Bisogna puntare sulle potenzialità di questi territori, perché sono questi i luoghi (come ha detto ancora il presidente della Cei) ‘che hanno la forza di essere comunità, luoghi dove i legami si rinsaldano e ci si ritrova’”.

Quale accoglienza può dare speranza alle aree interne?

“Non spetta certo a me definire criteri in proposito; ritengo però, rubando ancora una volta le parole a Zuppi, che ‘un’idea seria di accoglienza può dare futuro alle Aree interne e anche al nostro Paese’”.

Quale pastorale per le aree interne?

“E’ proprio su questo che nei nostri convegni stiamo interrogandoci, di anno in anno. Certo, in queste zone (soprattutto al Sud) sembra avere ancora una forte presa la religiosità popolare: come valorizzare l’esistente, purificando evidenti anomalie ed evitando, al tempo stesso, di gettare quanto vi è di buono assieme all’acqua sporca? Inoltre, i flussi migratori richiedono di pensare una pastorale attenta alle relazioni ecumeniche e interreligiose che, allo stato attuale, è in gran parte ancora sulla carta. Negli ultimi tre anni tre importanti relazioni, di mons. Mariano Crociata, mons. Roberto Repole, mons. Franco Giulio Brambilla hanno posto alcuni punti fermi. Si tratta ora di continuare il percorso, per giungere ad abbozzare una sintesi, anche se provvisoria”.

Come ripensare alla presenza sacerdotale nelle aree interne?

“Andrebbe intanto presa sul serio una proposta di Repole, secondo il quale la presidenza del presbitero è ‘da leggersi più nella logica della episcopé, ovvero della sorveglianza, che non dell’azione diretta e immediata su ogni questione’”.

(Foto: Diocesi di Benevento)

Da Benevento i vescovi chiedono attenzione per le aree interne

“Riuniti a Benevento, com’è ormai tradizione, ringraziamo anzitutto Dio per il dono dell’esperienza che ci ha dato di vivere, fatta di comunione e sinodalità concreta: l’amicizia, lo scambio sereno e fecondo, i momenti di distesa fraternità condivisi sono il valore aggiunto, la cifra peculiare di questa esperienza che porteremo con noi. Giorni nei quali abbiamo sentito risuonare le parole rivolte al profeta: O figlio dell’uomo, io ti ho posto come sentinella per la casa d’Israele”.

Così inizia il messaggio conclusivo dell’incontro dei vescovi delle Aree interne riuniti a Benevento fino al 17 luglio, appuntamento che da 5 anni vede i vescovi delle zone interessate (quest’anno ben 30 da 14 regioni) confrontarsi sulle esigenze pastorali e sui risvolti sociali della Chiesa in zone in cui altre presenze istituzionali latitano, soprattutto per via dello spopolamento:

“Le Aree interne costituiscono la parte consistente e fragile di tutto il Paese (nord, centro, sud), pur custodendo esse potenzialità straordinarie. In un tempo in cui la distanza relazionale crea vere e proprie disconnessioni umane e lo spazio, quello verde soprattutto, va rarefacendosi, queste vaste porzioni di territorio, dotate di paesaggio e di un ricco patrimonio storico-artistico ed enogastronomico, dove le relazioni umane sono vissute in modo autentico, si rivelano infatti di una ricchezza sorprendente anche allo sguardo più distratto”.

Il messaggio è un invito alla politica ad un’azione, con la collaborazione dei ‘corpi intermedi’, ad elaborare un ‘piano’ di valorizzazione di tali aree: “E’ compito primario della politica, con il concorso dei corpi intermedi, elaborare un piano globale per valorizzare tale risorsa: è stato in tal senso importante l’incontro avuto con l’ANCI, nel quale abbiamo condiviso comuni obiettivi. Peraltro, trascurare la questione delle Aree interne, che attraversa per intero il Paese, da nord a sud, rischia di ledere i diritti fondamentali sanciti dalla Costituzione e di allargare ulteriormente il fossato tra zone ricche e povere, fossato che in molte situazioni è vissuto già all’interno di una stessa Regione”.

Tale incontro nasce dal desiderio di una pastorale, che scaturisce dal battesimo: “Abbiamo in questi giorni riflettuto sul modo migliore per avviare una pastorale il più possibile idonea alle Aree interne, interrogandoci soprattutto sulla ministerialità che nasce dal battesimo; una ministerialità che coinvolge tutte le membra del Popolo di Dio e la molteplicità delle vocazioni, nella consapevolezza che non possiamo continuare a ripetere stereotipi ormai da tempo superati, ma aprirsi alla voce dello Spirito, che non fa tanto cose nuove, ma fa nuove tutte le cose”.

E’ un invito a superare il campanilismo: “E’ necessario, perciò, superare l’ottica ristretta del campanile, per aprirci a forme nuove, capaci di valorizzare al meglio le risorse a nostra disposizione. Esprimiamo viva e sincera gratitudine ai sacerdoti e agli operatori pastorali che con generosità lavorano nei territori interni affrontando non poche difficoltà: anche la formazione nei seminari dovrà tener conto di queste problematiche”.

L’impegno della Chiesa è quello di non abbandonare i territori, come ha ribadito in apertura dell’incontro il presidente della Cei, card. Matteo Zuppi: “Le aree interne del Nord e del Sud sono accomunate dalle stesse difficoltà con qualche variante in negativo per il Mezzogiorno, dove ci sono ulteriori mancanze di strutture e opportunità. Se non ci sono possibilità, infrastrutture, collegamenti, si vanno a cercare altrove. Ma tutte le comunità, anche le più piccole, sono importanti. Il grande vantaggio delle aree interne è che spesso c’è più comunità che altrove, luoghi dove i legami si rinsaldano e ci si ritrova”.

Al Forum di Benevento è intervenuto anche il vescovo di Novara, mons. Franco Giulio Brambilla, presidente della Commissione episcopale per la dottrina della fede, l’annuncio e la catechesi, che ha sottolineato alcuni problemi delle aree interne: “Uno dei problemi più gravi ed incidenti sulle aree interne è lo spopolamento dei territori e la mobilità, lavorativa e non solo, delle persone. Inoltre, tali aree del paese sono anche zone a ‘geometria variabile’, da cui si fugge per lavorare, viaggiare, divertirsi, ma a cui si ritorna per riposare, ristorarsi e ritrovare le radici”.

Mentre a conclusione dell’incontro il segretario generale della Cei, mons. Giuseppe Baturi, arcivescovo di Cagliari, ha avanzato alcune proposte: “Sulla scia dei documenti elaborati dalla CEI sul mondo rurale, sarebbe interessante declinare tutto il patrimonio di questi anni in un testo, che deriverebbe dall’esperienza vissuta di alcuni Vescovi, da consegnare a tutti”.

Guardando all’imminente futuro, mons. Baturi ha ritenuto opportuno “un discernimento, una lettura dei fenomeni storici che riguardano le aree interne ed un’attenzione specifica all’uso di alcune categorie normative… A noi interessano i problemi di una marginalità della popolazione, del costituirsi di comunità, della modificazione dei ritmi di lavoro e dell’ambiente naturale”.

(Foto: Cei)

Save the Children: in Italia pochi bambini hanno accesso alla mensa scolastica

In Italia poco più di un bambino su due (55,2% degli alunni della scuola primaria) ha accesso alla mensa scolastica, con differenze territoriali molto rilevanti: si passa infatti dai valori compresi tra il 6% e l’8% nelle province di Palermo, Ragusa e Siracusa, al 96% di Firenze.

Mons. Sigalini: quale Chiesa per le aree interne?

“Chiariamo subito il nostro punto di vista e il compito che ci siamo dati in questi giorni. Siamo partiti da una consapevolezza che già da tempo il Centro di Orientamento Pastorale sta vivendo e cioè della situazione delle nostre parrocchie piccole, senza prete che devono assolutamente ritrovare la vitalità ecclesiale in questo costante deperimento cui è soggetta soprattutto nei piccoli centri o paesi o parrocchie. Già a Padova prima della pandemia avevamo tentato un approccio al discorso delle parrocchie senza prete e ci siamo accorti che si doveva assolutamente cambiare stile di chiesa e di parrocchia”.

La missione pastorale nelle ‘aree interne’: a colloquio con mons. Felice Acroccca

Nei mesi scorsi alcuni vescovi, provenienti da varie regioni italiane, hanno partecipato a Benevento alla terza tappa di un percorso, volto a riflettere sulle ‘aree interne’, che sono territori distanti dai servizi essenziali e spesso penalizzati nell’assegnazione delle risorse; territori esposti ad un processo di decremento progressivo della popolazione, che rischia di comprometterne le ricchezze ambientali e culturali, unendo il punto di vista del tessuto sociale con le problematiche e le opportunità pastorali.

Centro Orientamento Pastorale: una Chiesa missionaria per le aree interne

“Cara parrocchia di ‘nessuno’, finalmente si sono accorti che ci siamo anche noi! Abbiamo saputo di essere una parrocchia delle aree interne. Si, siamo a mezza montagna, non ci sono ancora state frane e possiamo andare a lavorare tutti i giorni un poco più in giù. Qui siamo rimasti in pochi; un po’ di case e di fienili e stalle e una bella chiesa col campanile; sono marito di una splendida sposa, abbiamo tre bambini e ci sono altre due o tre famiglie giovani, non ancora ben definite, e ci troviamo spesso”.

Aree interne: i vescovi riaccendono la speranza

“Come vescovi provenienti da tutto il Paese, riuniti a Benevento per riflettere sui criteri di discernimento con l’obiettivo di elaborare una pastorale per le Aree interne, ringraziamo anzitutto il Signore per l’esperienza di comunione vissuta: questi giorni ci hanno aiutato a conoscerci meglio e a stabilire relazioni più fraterne tra noi, a fare esperienza di sinodalità, a ‘crescere nel servizio alla comunione’, ‘tutti insieme, in unità e senza campanilismi’, come ci ha chiesto, nella sua lettera, Papa Francesco”: un anno dopo, i vescovi delle ‘Aree interne’, oltre 30 arrivati da 12 regioni (da Sicilia e Sardegna a Calabria e Basilicata, da Lazio e Toscana a Emilia Romagna e Piemonte), si sono ritrovati a Benevento, a fine agosto per cercare rimedi alla crisi sociale e religiosa dei territori.

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