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Amendolara: per la Chiesa nessuno è merce
“Quattro uomini. Quattro vite. Quattro corpi ridotti in cenere sulla Statale 106, in quella striscia di Calabria che conosce il mare e conosce il sangue, spesso insieme. Quando ho appreso la notizia di quanto accaduto ad Amendolara, il cuore si è fermato un istante e poi ha ripreso a battere con il peso di una domanda che non trova risposta: come è possibile che un essere umano arda vivo, o venga dato alle fiamme da mani umane, e il mondo continui a girare come se niente fosse?”: all’indomani della tragedia avvenuta così inizia l’appello del vescovo della diocesi di Cassano all’Jonio, mons. Francesco Savino, vicepresidente della Cei.
Lunedì 1 giugno ad Amendolara, in provincia di Cosenza, quattro giovani braccianti (tre afghani e un pakistano) sono stati uccisi in un minivan dato alle fiamme; avevano tra i 19 anni ed i 29 anni, come hanno scritto sul sito di ‘Vita non profit’ Giuseppe Cascardi, direttore della Caritas ed Angelo Palmieri, dell’Osservatorio per le povertà della diocesi di Cassano allo Ionio: “Questi ragazzi sono morti dentro un assetto sociale che rende possibile l’impensabile: lavorare senza tutele, vivere ammassati, dipendere da intermediari per spostarsi, mangiare, dormire, ricevere o non ricevere il salario”.
Sono stati bruciati vivi per ‘punizione’ i quattro braccianti uccisi, mentre erano impiegati nella raccolta delle fragole in Basilicata. I caporali che li sfruttavano hanno bloccato dall’esterno le portiere del minivan, gettato benzina e dato fuoco al veicolo, uccidendo così Ullah Ismat Qiemi (19 anni), Safi Iayjad (27 anni), Amin Fazal Khogjani (28 anni) di nazionalità afghana, e Waseem Khan (29 anni), pakistano. Per la strage sono stati fermati due cittadini pakistani, i loro caporali, con l’accusa di omicidio volontario plurimo.
L’unico sopravvissuto è un bracciante afghano che viveva con le vittime, riuscito a fuggire rompendo a testate un finestrino ed a scappare dal bagagliaio, riferendo che i caporali minacciavano lui e gli altri con coltelli e pistole per farli lavorare senza pagarli e che loro, invece, avevano chiesto più volte di essere pagati per il lavoro svolto nei campi di fragole: “Ci davano cibo e casa, ma non i soldi. Anzi: i caporali pretendevano anche cinque euro per il trasporto da Villapiana alle campagne dove dovevamo raccogliere la frutta”, nell’area agricola di Scanzano Jonico.
Secondo don Giuseppe Cascardi, vicario episcopale per la Carità della diocesi di Cassano all’Jonio, lo sfruttamento è ‘sistemico’: “Il settimo Rapporto ‘Agromafie e caporalato’ ricorda che nel 2023 il settore agricolo italiano valeva € 73.500.000.000 e contava 872.100 occupati, di cui 472.000 dipendenti e 423.000 indipendenti. Nello stesso comparto si stimano circa 200.000 lavoratori irregolari, con un tasso di irregolarità tra i dipendenti pari al 30%, mentre le donne lavoratrici potenziali vittime di sfruttamento sono circa 55.000. Il Rapporto precisa, inoltre, che questi dati sono verosimilmente sottostimati”.
Quindi questo tragico avvenimento dimostra che il caporalato è ‘potente’?
“Più che potente, il caporalato dimostra di essere profondamente radicato. Non nasce dal nulla e non vive soltanto dell’azione di pochi criminali. Si alimenta nelle zone grigie dell’indifferenza, del silenzio e della ricerca del profitto a ogni costo. La tragedia di Amendolara ci ricorda che quando il lavoro perde il suo volto umano e la persona viene considerata soltanto per la sua utilità economica, si aprono spazi per lo sfruttamento e per la violenza.
Già nel 2020 l’operazione ‘Demetra’ della Guardia di Finanza aveva mostrato l’esistenza di interessi criminali capaci di infiltrarsi nella filiera agroalimentare del nostro territorio. Quella vicenda avrebbe dovuto rappresentare per tutti un forte richiamo alla vigilanza e alla responsabilità”.
Caporalato che è sfruttamento, ma come si combatte?
“Si combatte certamente con la repressione dei reati, con controlli efficaci e con la tutela dei lavoratori. Ma non basta. Occorre un cambiamento culturale. Lo sfruttamento inizia quando smettiamo di vedere nell’altro una persona e lo consideriamo soltanto una forza lavoro.
Papa Leone XIV, nell’enciclica ‘Magnifica Humanitas’, richiama con forza la centralità della dignità umana e la necessità che ogni progresso economico e tecnologico sia sempre al servizio della persona e mai viceversa. La stessa logica vale per il mondo del lavoro: nessun interesse economico può giustificare la mortificazione della dignità umana”.
Però è possibile sconfiggere l’agromafia?
“Credo che nessun sistema criminale sia invincibile. Tuttavia non possiamo pensare che bastino le operazioni giudiziarie, pur indispensabili. Serve una rete di corresponsabilità che coinvolga istituzioni, imprese, associazioni, consumatori e comunità locali. L’agromafia prospera quando il profitto diventa l’unico criterio e quando nessuno si interroga sul costo umano di determinati meccanismi economici. Combatterla significa promuovere lavoro dignitoso, legalità e trasparenza lungo tutta la filiera”.
‘Chiedo anche a questa comunità, alla Calabria che soffre e che spesso si vergogna di sé stessa, di non voltarsi dall’altra parte. Di non cedere alla tentazione di considerare queste morti come qualcosa di distante, di estraneo, che riguarda altri. Quelle fiamme hanno bruciato sulla nostra terra’: nella lettera alla diocesi mons. Savino ha chiesto una mobilitazione. La popolazione è capace?
Io credo di sì. Condivido profondamente l’appello del nostro vescovo, quando scrive che ‘non possiamo restare spettatori’ e che ‘il silenzio è complicità’. Questa mobilitazione non è anzitutto una manifestazione pubblica, ma una mobilitazione delle coscienze. In questi anni abbiamo incontrato tante persone che desiderano una società più giusta e più umana. La vera sfida è trasformare la commozione del momento in impegno quotidiano, nella capacità di scegliere sempre la dignità della persona prima della convenienza”.
Dopo l’indignazione cosa è necessario per non dimenticare?
“Anzitutto chiamare queste vittime per nome. Non lasciare che diventino soltanto una notizia destinata a scomparire nel flusso dell’informazione. Per questo credo sia importante ricordare i loro nomi: Amin Fazal Khogjani, 28 anni; Ullah Ismat Qiemi, 19 anni; Safi Iayjad, 27 anni; e Waseem Khan, 29 anni. Dietro questi nomi ci sono volti, famiglie, speranze, sacrifici e il desiderio di costruire una vita migliore.
La memoria è una forma di giustizia. Non possiamo permettere che queste quattro giovani vite vengano archiviate come un fatto di cronaca. Come ho scritto nei giorni scorsi, dobbiamo imparare a chiamarli per nome, perché solo così possiamo riconoscere la loro dignità e sottrarli all’anonimato che troppo spesso accompagna le storie dei migranti sfruttati.
La Parola di Dio continua a porci la stessa domanda rivolta a Caino: ‘Dov’è tuo fratello?’ Il sangue degli innocenti continua a gridare dalla terra. Non dimenticare significa lasciarsi interrogare da quel grido, continuare a cercare la verità, pretendere giustizia e trasformare il dolore in responsabilità. Solo così la morte di Amin, Ullah, Safi e Waseem non resterà un episodio destinato ad essere dimenticato, ma diventerà una chiamata alla conversione delle coscienze ed alla costruzione di una società più giusta e più umana”.
Cosa può fare la Chiesa?
“La Chiesa è chiamata anzitutto a stare dalla parte delle vittime, ad ascoltare, accompagnare e dare voce a chi rischia di rimanere invisibile. Ma ha anche il compito profetico di denunciare tutto ciò che ferisce la dignità della persona. Papa Leone XIV ricorda che ogni autentico progresso deve custodire l’uomo e non sacrificarlo a logiche di potere o di profitto. E’ la stessa prospettiva che ispira l’impegno della Chiesa nei confronti dei lavoratori sfruttati e dei migranti.
Come Chiesa continuiamo ad annunciare che nessuno è uno scarto, nessuno è una merce e nessuno può essere ridotto a strumento. Di fronte alla morte di questi quattro giovani, il Vangelo ci chiede di riscoprirci custodi gli uni degli altri. Solo così il loro sacrificio non sarà dimenticato e potrà diventare una chiamata collettiva alla giustizia, alla fraternità e alla responsabilità”.
Per non dimenticare i morti di Amendolara
Nei giorni scorsi ad Amendolara, in provincia di Cosenza, quattro giovani braccianti (tre afghani e un pakistano) sono stati uccisi in un minivan dato alle fiamme, avevano tra i 19 anni ed i 29 anni, come hanno scritto sul sito di ‘Vita non profit’ Giuseppe Cascardi, direttore della Caritas ed Angelo Palmieri, dell’Osservatorio per le povertà della diocesi della diocesi di Cassano allo Ionio: “Questi ragazzi sono morti dentro un assetto sociale che rende possibile l’impensabile: lavorare senza tutele, vivere ammassati, dipendere da intermediari per spostarsi, mangiare, dormire, ricevere o non ricevere il salario”.
Sono stati bruciati vivi per ‘punizione’ i quattro braccianti uccisi lunedì 1 giugno 2026 ad Amendolara mentre erano impiegati nella raccolta delle fragole nella vicina Basilicata. I caporali che li sfruttavano (per conto di un sistema che mescola criminalità organizzata, aziende legali e grande distribuzione organizzata) hanno bloccato dall’esterno le portiere del minivan, gettato benzina e dato fuoco al veicolo, uccidendo così quattro lavoratori tra i 19 e i 29 anni.
Si chiamavano Ullah Ismat Qiemi (19 anni), Safi Iayjad (27 anni), Amin Fazal Khogjani (28 anni) di nazionalità afghana, e Waseem Khan (29 anni), pakistano. Per la strage sono stati fermati due cittadini pakistani, i loro caporali, con l’accusa di omicidio volontario plurimo.
L’unico sopravvissuto è un bracciante afghano che viveva con le vittime, riuscito a fuggire rompendo a testate un finestrino e a scappare dal bagagliaio. Il lavoratore ha riferito che i caporali minacciavano lui e gli altri con coltelli e pistole per farli lavorare senza pagarli e che loro, invece, hanno chiesto più volte di essere pagati per il lavoro svolto nei campi di fragole: “Ci davano cibo e casa, ma non i soldi. Anzi: i caporali pretendevano anche cinque euro per il trasporto da Villapiana alle campagne dove dovevamo raccogliere la frutta”, nell’area agricola di Scanzano Jonico.
Nell’intervento su Vita Giuseppe Cascardi ed Angelo Palmieri hanno evidenziato i dati dello sfruttamento, definendolo ‘sistemico’: “Il problema non è soltanto criminale. E’ sistemico. Il VII Rapporto Agromafie e caporalato ricorda che, nel 2023, il settore agricolo italiano valeva € 73.500.000.000 e contava 872.100 occupati, di cui 472.000 dipendenti e 423.000 indipendenti. Nello stesso comparto si stimano circa 200.000 lavoratori irregolari, con un tasso di irregolarità tra i dipendenti pari al 30%, mentre le donne lavoratrici potenziali vittime di sfruttamento sono circa 55.000. Il Rapporto precisa, inoltre, che questi dati sono verosimilmente sottostimati”.
Sulla vicenda è stato intervistato da ‘Radio Onda d’Urto’ il dott. Giovanni Ferrarese, assegnista di ricerca nell’Istituto di Studi sul Mediterraneo del CNR e docente di storia contemporanea all’Università di Salerno, autore del libro ‘Il caporalato. Una storia’: “Sappiamo benissimo che il caporalato non sempre si manifesta con la violenza, e soprattutto con forme così terribili e drammatiche.
Però in questi giorni riflettevo su un aspetto: credo che la violenza sia insita nel fenomeno del caporalato qualora vengano meno altri strumenti di coercizione, come il ricatto occupazionale o quello legato al permesso di soggiorno. Ce lo dice il nome stesso del ‘caporale’, mutuato dall’esercito: un’istituzione dove non si ammettono insubordinazioni, e dove le insubordinazioni si puniscono anche con forme estreme.
Non è un caso che si usi un linguaggio militare: in alcuni sistemi di coercizione non è ammessa in nessun modo la richiesta, l’istanza di diritti; non è ammessa l’insubordinazione. E se questo non si riesce a controllare con i mezzi tra virgolette ‘normali’, si ricorre addirittura alla violenza”.
Il vescovo di Cassano all’Jonio, mons. Francesco Savino, vicepresidente della Cei, ha inviato una lettera ai fedeli ha chiesto allo Stato la presenza: “Chiedo allo Stato di esserci con tutta la sua forza, non soltanto dopo il sangue, ma prima: nelle campagne, nelle filiere agricole, nei luoghi di reclutamento della manodopera, negli alloggi indegni, nei trasporti opachi, nei rapporti di lavoro irregolari, nelle sacche di vulnerabilità dove il caporalato mette radici. Servono controlli veri, continui, non episodici. Serve protezione per chi denuncia. Nessuno deve essere lasciato solo davanti a reti di sfruttamento, minaccia e ricatto. La politica non trasformi questa tragedia nell’ennesima passerella del dolore”.
Mentre alla Chiesa locale ha posto domande di presa di coscienza: “Alla comunità cristiana dico: non possiamo celebrare l’Eucaristia e restare indifferenti davanti a corpi bruciati. Non possiamo invocare il Vangelo e tollerare che i poveri vengano consumati dal fuoco dello sfruttamento, della violenza, dell’abbandono. Il Cristo che adoriamo sull’altare è lo stesso Cristo che oggi ci viene incontro nei corpi martoriati di questi fratelli.
‘Ero forestiero e mi avete accolto’: questa pagina evangelica è un giudizio storico sulle nostre comunità. E’ una domanda che brucia più del fuoco. Dove eravamo mentre questi fratelli vivevano nella vulnerabilità? Che cosa abbiamo visto e non abbiamo voluto vedere? Quali porte abbiamo chiuso? Quali silenzi abbiamo custodito? Quali abitudini abbiamo chiamato normalità mentre erano già ingiustizia?”
Per l’Azione Cattolica Italiana della diocesi di Cosenza la vita umana ‘non ha prezzo’: “La tragedia dei quattro migranti vittime del caporalato ad Amendolara non può lasciarci indifferenti. Sono tragedie che si consumano nelle nostre campagne, a pochi passi da casa nostra, sulla pelle di persone ridotte a frumenti di lavoro.
Non possiamo abituarci a queste ingiustizie e limitarci alla rabbia. Custodire la memoria di queste persone significa tradurre il dolore in impegno e la fede in scelte quotidiane. Ogni vita vale più di qualsiasi silenzio complice”.
E’ un invito alla responsabilità: “Come Azione Cattolica sentiamo la responsabilità di parlare al cuore delle coscienze. La nostra missione non è solo denunciare il male, ma educare a riconoscere il valore inviolabile di ogni persona… Chiediamo a tutti i soci, alla comunità ecclesiale e civile, di informarsi con attenzione e consapevolezza. Solo la conoscenza attenta e la riflessione responsabile possono tradursi in scelte politiche, sociali ed economiche che rispettino la dignità di chi lavora e soffre”.
Per questi è necessario l’impegno: “E’ necessario trasformare l’indignazione in impegno concreto: nella tutela dei diritti, nella solidarietà verso chi è più vulnerabile, nella costruzione diuna società che sappia vedere, riconoscere e proteggere. Non possiamo limitarci alla rabbia o allo sgomento. La preghiera è sincera quando genera azione di conversione”.
Ecco l’invito a non dimenticare: “Custodire la memoria di questi fratelli significa tradurre il dolore in impegno, la coscienza in responsabilità, la fede in scelte quotidiane che affermino la giustizia e la fraternità. Il loro volto ci interroga, la loro storia ci riguarda, la loro dignità è la nostra. Solo con coscienze educate, con comunità vigili e con cittadini responsabili, possiamo impedire che tragedie simili diventino routine e che l’indifferenza continui a prosperare”.
Per le Acli l’uccisione ad Amendolara è una ferita per la democrazia, secondo il presidente nazionale Emiliano Manfredonia: “Queste morti interrogano profondamente il Paese e chiamano in causa la responsabilità collettiva di contrastare ogni forma di sfruttamento, marginalizzazione e disumanizzazione. Quando una persona viene privata della propria dignità, quando il lavoro perde il suo valore umano e diventa terreno di abuso e sopraffazione, è l’intera comunità democratica a essere ferita. Il lavoro emancipa, vivifica ma non uccide”.
Per questo le Acli hanno ribadito l’impegno per una società fondata sull’accoglienza, sulla giustizia sociale e sulla piena tutela dei diritti umani, nella convinzione che la sicurezza, la legalità e la coesione sociale si costruiscano attraverso il riconoscimento della dignità di ogni persona e la promozione di un lavoro libero, regolare e sicuro: “Di fronte a quanto accaduto ad Amendolara, il silenzio non è possibile. E’ il momento della responsabilità, della vicinanza alle famiglie delle vittime e di una rinnovata assunzione di impegno da parte delle istituzioni, del mondo del lavoro, del terzo settore e dell’intera società civile”.
Infine le ACLI chiedono che le autorità competenti accertino rapidamente i fatti e individuino tutti i responsabili. Al tempo stesso, ritengono necessario rafforzare le politiche di prevenzione e contrasto allo sfruttamento lavorativo, al caporalato e alle reti criminali che prosperano sulla vulnerabilità di tanti lavoratori migranti.
Papa Leone XIV: forgeranno le loro spade in vomeri
Il messaggio di papa Leone XIV per la prossima Giornata Mondiale di Preghiera per la Cura del Creato, che si celebra il 1° settembre, sottolinea il legame tra i conflitti armati e il deterioramento dell’ambiente. Un tale deterioramento costituisce, da un lato, una grave violazione del nostro dovere di prenderci cura del creato e, dall’altro, una minaccia a lungo termine per la vita di centinaia di milioni di persone.
La consapevolezza ormai diffusa dei numerosi legami esistenti tra la guerra e le risorse naturali non ha portato alla creazione di istituzioni adeguate né a decisioni responsabili volte a evitare i conflitti e a risolvere pacificamente le controversie. Il titolo, una visione di Isaia che profetizza la trasformazione delle armi in attrezzi agricoli (‘Forgeranno le loro spade in vomeri e le loro lance in falci’), invita esplicitamente a privilegiare lo sviluppo e la sostenibilità piuttosto che la violenza e la distruzione.
Inoltre con un chirografo papa Leone XIV ha istituito la Fondazione ‘Fratello Sole’, a seguito al Motu Proprio di papa Francesco del giugno 2024 in cui veniva affidato al presidente del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano ed al presidente dell’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica “l’incarico di realizzare un impianto agrivoltaico ubicato all’interno della zona extraterritoriale di Santa Maria di Galeria che assicuri, non soltanto l’alimentazione elettrica della stazione radio ivi esistente, ma anche il completo sostentamento energetico dello Stato della Città del Vaticano”.
Tale accordo è stato sottoscritto con l’Autorità italiana il 31 luglio 2025 ed entrato in vigore il 27 maggio scorso ed è un segno di speranza: “La Fondazione rappresenta un segno di speranza per il futuro e un esempio di come sia possibile conciliare la produzione energetica e l’agricoltura rispettando e proteggendo l’ambiente, in conformità ai principi della sostenibilità ambientale e della cura della casa comune contenuti nell’enciclica ‘Laudato sì’, nell’esortazione ‘Laudate Deum’, nel Motu Proprio ‘Fratello Sole’ e, più in generale, nel Magistero sociale della Chiesa”.
La Fondazione ha sede legale nello Stato della Città del Vaticano e piena attività operativa nella zona extraterritoriale di Santa Maria di Galeria.
Banca Etica finanzia Kerr SpA per un investimento su due impianti agrivoltaici in Calabria
Banca Etica ha finanziato Kerr SpA per l’avvio di due rilevanti iniziative agrivoltaiche in Calabria, nella provincia di Cosenza, per una potenza complessiva installata pari a circa 8,5 MW. I progetti agrivoltaici si configurano come infrastrutture energetiche evolute, finalizzate all’integrazione efficiente tra produzione di energia rinnovabile e continuità delle attività agricole. Le installazioni prevedono strutture di sostegno dei moduli fotovoltaici elevate da terra a circa 3 metri, consentendo il mantenimento e il monitoraggio costante della produttività agricola sottostante, in coerenza con il contesto ambientale e territoriale. I siti sono localizzati nei Comuni di Tarsia e Acri, in provincia di Cosenza, aree caratterizzate da una forte vocazione agricola.
Una volta a regime, gli impianti potranno produrre oltre 15 GWh di energia pulita all’anno, l’equivalente per coprire all’incirca il fabbisogno elettrico di 5 mila famiglie per il periodo, evitando al contempo un’emissione in atmosfera di circa 3900 tonnellate di CO2 e favorendo la resilienza climatica dell’agricoltura, la tutela della biodiversità e della qualità del suolo grazie al contestuale uso agricolo.
Lo sviluppo degli impianti è realizzato tramite le Società Veicolo Sine Srl e Sparta Srl, entrambe interamente controllate da Kerr SpA, secondo una struttura societaria consolidata e coerente con operazioni di project financing nel settore delle energie rinnovabili. Il piano di investimento è supportato da un finanziamento pari ad € 10.000.000 erogato da Banca Etica, partner strategico per iniziative ad alto impatto ambientale e sociale.
Banca Etica è l’unica banca italiana interamente dedicata alla finanza etica e opera su tutto il territorio nazionale a supporto di progetti con ricadute positive in termini di sostenibilità. L’operazione beneficia di un quadro incentivante che include un contributo a fondo perduto e un meccanismo di remunerazione dell’energia prodotta basato su un prezzo fisso pari a 0,082 €/MW/h per un periodo di 20 anni, garantendo elevata visibilità dei flussi di cassa e stabilità economico-finanziaria di lungo periodo, come ha spiegato Carlo Nori, CEO di Kerr SpA:
“La partecipazione di Kerr al bando agrivoltaico DM Agro risponde a una strategia industriale orientata al superamento del modello fotovoltaico tradizionale, a favore di soluzioni integrate in cui la componente agricola assume un ruolo centrale. Tale componente, debitamente certificata e sviluppata in coordinamento con il Gestore dei Servizi Energetici (GSE), sarà oggetto di monitoraggio continuo da parte di una ATI per l’intera vita utile degli impianti, stimata in 30 anni.
Questo assetto garantisce una sostenibilità misurabile e duratura, elemento cardine della visione industriale del Gruppo. L’operazione conferma l’approccio di Kerr SpA orientato alla patrimonializzazione responsabile degli asset energetici, rafforzando il posizionamento della Società come operatore di riferimento nel settore delle energie rinnovabili. La collaborazione con un partner come Banca Etica, che condivide i nostri valori, ci consente di sviluppare soluzioni innovative in grado di integrare efficacemente produzione energetica e attività agricola, nel rispetto del territorio e con benefici tangibili per le comunità locali”.
Infine Nazzareno Gabrielli, Direttore Generale di Banca Etica, ha sottolineato la volontà di sostenere la transizione energetica ne territorio: “Banca Etica ha recentemente aperto una filiale in Calabria per rafforzare il presidio territoriale ed è particolarmente lieta di affiancare Kerr SpA nei progetti agrivoltaici Sine Srl e Sparta Srl, che incarnano pienamente l’impegno prioritario della Banca nel sostegno alla transizione energetica e nella finanza di progetto. La nostra partecipazione riflette l’attenzione verso operazioni ad elevato impatto ambientale e sociale positivo e verso il modello innovativo dell’agrivoltaico, capace di integrare produzione energetica sostenibile e attività agricola, valorizzando territori e comunità locali”.
Rapporto Immigrazione: i giovani sono una risorsa
I giovani di origine straniera, nati o cresciuti in Italia, sono i protagonisti silenziosi della trasformazione del Paese. Non solo destinatari di interventi, ma generatori di speranza, portatori di identità plurali e di un futuro da costruire insieme: è il messaggio al centro della 34^ edizione del ‘Rapporto Immigrazione’, realizzato da Caritas Italiana e Fondazione Migrantes, intitolato ‘Giovani, testimoni di speranza’, con gli interventi di mons. Carlo Redaelli (presidente di Caritas Italiana), Manuela Di Marco (Caritas Italiana), Simone Varisco (Migrantes), Maurizio Ambrosini (Uni Milano), Noura Ghazoui (presidente Conngi), Rosanna Rabuano (Ministero dell’Interno), Alberto Caldana (Festival della migrazione), mons. Pierpaolo Felicolo (direttore Migrantes).
Il volume (392 pagine, con la firma di 48 tra curatori e collaboratori), dopo una premessa sul contesto internazionale, offre una rappresentazione della situazione degli immigrati residenti in Italia secondo otto ambiti di vita quotidiana: cittadinanza, economia, scuola, sanità, disagio sociale, sport, comunicazione e appartenenza religiosa.
La sfida raccolta dal Rapporto è quella di provare a fare dei tanti volti della mobilità il volto composito di un Paese. In Italia, gli stranieri regolarmente residenti sono oltre 5.400.000, pari al 9,2% della popolazione. Nel 2024, più del 21% dei nuovi nati aveva almeno un genitore straniero. I principali Paesi di origine dei cittadini stranieri in Italia restano i medesimi rispetto al recente passato, ma negli ultimi anni si osserva una crescita significativa di nuovi arrivi dal Perù e Bangladesh. Tutto questo si registra in un contesto globale in cui, nel 2025, nel mondo si contano 304.000.000 migranti internazionali, il doppio rispetto al 1990, ed oltre 123.000.000 profughi e sfollati.
Il Rapporto 2025 pone al centro i giovani con background migratorio, che rappresentano una risorsa vitale per la società italiana. Molti di loro affrontano difficoltà nel riconoscimento e nella partecipazione, ma la loro esperienza è una narrazione vivente di speranza e cambiamento. «Dare loro spazio non è un favore, ma un investimento per il futuro dell’Italia, che si costruisce anche – e soprattutto – con chi ha il coraggio di sognarlo, da dentro e da fuori», sottolineano Caritas Italiana e Fondazione Migrantes nell’introduzione al volume.
Nel 2024 gli occupati in Italia sono stati 24.000.000, di cui oltre 2.500.000 stranieri (10,5%) e crescono i rapporti di lavoro attivati con cittadini stranieri (+5,8% in un anno), ma persistono disuguaglianze e sfruttamento, soprattutto nel settore agricolo e in quello dei servizi. Le difficoltà abitative restano un nodo cruciale: l’indagine Caritas-Migrantes evidenzia forti discriminazioni e barriere di accesso alla casa per le famiglie straniere. Sul fronte economico, mentre l’incidenza della povertà tra i cittadini italiani si attesta al 7,4%, tra gli stranieri raggiunge il 35,1% (sono 1.727.000 i cittadini stranieri in condizione di povertà assoluta).
La disoccupazione, pur calando nel complesso (-14,6%), migliora soprattutto per gli italiani (-16%), meno per i non comunitari (-5,9%), che restano a un tasso del 10,2% contro il 6,1% degli italiani. Anche sul fronte dell’inattività, il quadro è diseguale: se dal 2021 il calo è stato di 2,2 punti, tra il 2023 e il 2024 il dato resta stabile, con un preoccupante +6,1% per i non comunitari. Nel complesso, emerge un mercato del lavoro fortemente segmentato, dove le opportunità non si distribuiscono in modo omogeneo né tra italiani e stranieri, né tra uomini e donne.
Parallelamente, cresce il ruolo attivo degli stranieri: nel 2024 sono stati attivati 2.673.696 rapporti di lavoro con cittadini stranieri, pari al 25% del totale (+5,8% rispetto al 2023). Le assunzioni si concentrano nel Nord-Ovest (340.000) e nel Nord-Est (267.000), dove la quota di stranieri supera il 21%, mentre il Sud e le Isole, pur con un’incidenza minore (16,6%), registrano l’incremento più marcato (+13,6%).
Accanto a questi elementi di dinamismo, restano aperte diverse criticità: la bassa partecipazione dei cittadini stranieri alle attività formative, le contraddizioni della gig economy, la diffusione del caporalato (tradizionale e digitale) e le incognite legate al futuro della care economy. Nonostante ciò, il mercato del lavoro italiano mostra una crescente dipendenza dalla manodopera immigrata, indispensabile per industria, servizi e welfare. L’agricoltura è un esempio emblematico: dal 2010 al 2024 il numero di lavoratori stranieri è raddoppiato, superando le 426.000 unità, con un’incidenza passata da un lavoratore su quattro ad uno su tre.
Nell’anno scolastico 2023/2024 è stata registrata la presenza di 910.984 alunni con cittadinanza non italiana, con un’incidenza pari all’11,5%, segno di una società sempre più multiculturale. La grande maggioranza dei figli di immigrati è nata e cresciuta in Italia: ragazze e ragazzi italiani di fatto, ma privi di cittadinanza formale. Sebbene la presenza di giovani con background migratorio nelle classi italiane sia di norma un valore aggiunto, negli ultimi mesi politica e mezzi di comunicazione hanno proposto analisi preoccupate e allarmi educativi e sociali in relazione a fatti di violenza che hanno avuto come protagonisti ragazzi e ragazze di origine straniera, spesso minorenni. La scuola (come l’università) può svolgere un ruolo importante nel necessario lavoro di costruzione e di cura dei legami sociali e di prossimità, di invenzione e di moltiplicazione di spazi e forme di interazione.
Lo sport si conferma terreno fertile di inclusione e cittadinanza attiva; tuttavia, soltanto il 35% delle ragazze straniere pratica attività sportiva, contro il 62% delle coetanee italiane, e merita attenzione il fenomeno dello sport trafficking, cioè il traffico internazionale di giovani atleti Sul piano della appartenenza religiosa, tassello fondamentale nella comprensione del senso di partecipazione alla comunità, si stima che all’inizio del 2025 il totale dei cristiani abbia superato ancora la maggioranza assoluta degli stranieri residenti in Italia, raggiungendo il 51,7%, seppure in netto calo rispetto al 53% stimato per il 2024.
Giornata del Ringraziamento: promuovere agricoltura sostenibile
Oggi si celebra la 74ª Giornata Nazionale del Ringraziamento che si intitola ‘La speranza per il domani: verso un’agricoltura più sostenibile’ ad Assisi, ‘nella terra di san Francesco, autore circa 800 anni fa del celebre Cantico delle creature. Una spiritualità feconda di cui abbiamo assoluto bisogno anche oggi’, come ha sottolineato don Bruno Bignami, direttore dell’Ufficio Nazionale per i problemi sociali e il lavoro della Cei, per il quale ‘anche il mondo agricolo è assetato di riconciliazione con la terra’, con la celebrazione eucaristica presieduta da mons. Domenico Sorrentino.
Per il direttore dell’Ufficio della Cei il tema di questa Giornata “ci apre al Giubileo che è alle porte. L’idea di fondo è che stiamo vivendo un tempo opportuno di semina. Se vogliamo offrire speranza dobbiamo tornare a seminare. E la semina oggi può essere declinata in due modi: la salvaguardia del terreno e il coinvolgimento delle giovani generazioni.
I disastri recenti in Italia (Emilia-Romagna e Toscana) e in Spagna (Valencia) ci ricordano quanto sia importante porre fine al consumo di suolo, che ha ridotto la produzione alimentare e riduce la possibilità di assorbimento idrico. La cementificazione ha conosciuto, tra le conseguenze più rilevanti, l’aumento del rischio idrogeologico, che allarma sempre più”, afferma don Bignami evidenziando che “in questo contesto, c’è bisogno di salvaguardare l’ambiente, preservare gli ecosistemi e tutelare la biodiversità, come chiede l’art. 9 della Costituzione italiana”.
Tale giornata è stata preceduta dal ‘Percorso sul Cantico delle creature’, dalla Basilica di Santa Chiara alla Basilica di San Francesco passando per il Santuario della Spogliazione e da un seminario di studio con il prof. Luigino Bruni, economista e saggista, e con il prof. Angelo Riccaboni, docente all’Università di Siena.
Nel messaggio i vescovi hanno preso l’immagine de ‘Il seminatore’ di Van Gogh: “Nel dipinto Il Seminatore (1888), Van Gogh scambia i colori: il cielo è dorato come la messe matura e la terra che accoglie i semi ha il blu del cielo. Ogni volta che un contadino semina, il cielo viene sulla terra. Ed il seminatore volge le spalle al tramonto per dirigersi verso un’alba nuova.
Nel disorientamento che proviamo mentre ci chiediamo dove siamo e quale direzione prendere, nella terra troviamo la speranza per il domani. Questo senso di fiducia nel futuro si amplifica, da un lato, nella gratitudine per il Creato ma, dall’altro, viene adombrato dalla preoccupazione crescente per uno sfruttamento che mette a rischio l’agricoltura e la vita delle persone”.
E’ un rimando all’Ultima Cena di Gesù: “Certo, benedice la mensa e il pane che diverrà memoriale della sua Pasqua, della fraternità e della gioia del prendere cibo insieme, ma ringrazia anche di tutti i benefici della creazione: del grano e dei grappoli della vite, della fatica intelligente che li trasforma in cibo e bevanda. La creazione è il dono.
Dobbiamo ringraziare per quanto abbiamo ereditato e comprendere quanto questo sia prezioso, soprattutto di fronte agli effetti drammatici della crisi ecologica. La gratitudine, infatti, deve trasformarsi in impegno, in progettualità, in azioni concrete se vogliamo evitare che i paesaggi diventino un lontano ricordo di quello che sono stati e i territori dei frammenti, residuo dello scarto e dell’abbandono”.
E’ necessario conservare il territorio adottando nuovi stili di vita attraverso la salvaguardia del territorio: “Il rinnovamento degli stili di vita è una via possibile e percorribile per supportare le politiche ambientali e ri-orientare l’economia nel segno della sostenibilità e della giustizia. L’agricoltura deve mantenere le sue basi ecologiche, che non ha mai dimenticato, ma che rischia di smarrire se insegue il paradigma tecnocratico, che porta alla ricerca di un modello di produzione volto solo alla massimizzazione del profitto. E, di conseguenza, all’abbandono dei campi, alla dismissione di alcune coltivazioni e, in molti casi, della stessa attività agricola a cui, a causa delle difficoltà strutturali dell’agricoltura nazionale, viene preferita la rendita derivante dal consumo del suolo o dal ritorno del bosco non curato”.
Al contempo è un invito a salvaguardare la cultura agricola: “Questo patrimonio di attenzioni e di tradizione non può essere dissipato, in quanto rappresenta uno stimolo per guardare al futuro e affrontare in modo costruttivo le sfide odierne, dando soluzione a quelle problematiche che, in varie occasioni, sono state portate alla luce da quanti sono impegnati nel mondo agricolo, che chiedono un confronto e un dialogo a più voci sul rapporto tra uso della terra, agricoltura, sostenibilità e tutela del lavoro delle nuove generazioni. Anche la progettualità sostenibile, come l’istallazione di impianti fotovoltaici, deve vigilare affinché ci sia sempre compatibilità con la produzione agricola. Sono questioni centrali per il futuro della nostra Europa”.
In quest’opera i vescovi invitano a coinvolgere i giovani: “E’ tempo di coinvolgere le nuove generazioni nella cura della terra indirizzando a un diverso modello economico, riducendo sprechi e consumi, riscoprendo le potenzialità delle comunità locali e salvaguardando le conoscenze tradizionali, riconoscendo il giusto compenso ai produttori e raddrizzando le distorsioni dei sussidi”.
Quindi tale giornata può diventare un’occasione di creare laboratori: “Il nostro Paese è un laboratorio ideale, per diversità di ambienti e condizioni socioeconomiche, per sperimentare vie nuove nelle tante forme di agricoltura. Vanno sostenuti i molti giovani – anche immigrati – che hanno deciso di intraprendere questa strada tornando alla terra, pure nelle situazioni più difficili della collina interna e della montagna.
Facciamo appello ai giovani agricoltori e ai centri di formazione che li preparano a un lavoro qualificato, perché si sentano protagonisti con la loro attività, di questo momento cruciale della storia, nel quale il loro contributo è fondamentale. Troppo spesso gli imprenditori agricoli non sono stati percepiti come una risorsa indispensabile per la produzione di cibo sano, disponibile per tutti e di qualità”.
Infine i vescovi mettono in guardia le Istituzioni a promuovere l’agrobusiness, che non è sostenibile: “Mentre non possiamo non riconoscere gli elementi di verità esistenti nelle denunce di insostenibilità ambientale e sociale di tanta agricoltura industriale (non per nulla definita agrobusiness), auspichiamo che si promuovano politiche nazionali ed europee che ripropongano corrette riforme agrarie, adeguato riconoscimento economico del lavoro agricolo e del valore dei prodotti agricoli, riduzione degli sprechi dal campo alla tavola, valorizzazione dell’agricoltura familiare. La polarizzazione tra agricoltura convenzionale e biologica o altro non serve: occorre fare rete e integrare, per combattere la dispersione delle comunità, soprattutto di quelle interne del nostro Paese, e dell’ambiente da cui proviene sostentamento e salute per tutti”.
(Foto: Cei)
La CEI ha l’obiettivo della ‘Fame zero’
Il mondo è tornato a livelli di sottoalimentazione paragonabili a quelli del 2008-2009 e si allontana così sempre più dal raggiungimento dell’Obiettivo di sviluppo sostenibile 2, ‘Fame zero’, entro il 2030: è quanto emerge dal nuovo rapporto delle Nazioni Unite ‘Lo stato della sicurezza alimentare e della nutrizione nel mondo 2024’, secondo cui nel 2023 circa 733.000.000 persone (una persona su undici)– hanno sofferto la fame: in 2.033.000.000, nel mondo, hanno dovuto fare i conti con l’insicurezza alimentare.
Comunque per i vescovi, i conflitti rimangono la principale causa, ma anche le condizioni metereologiche estreme acuite dai cambiamenti climatici hanno un impatto disastroso sulla produzione agricola. Inoltre, in molti Paesi l’inflazione sta causando un aumento dei prezzi dei beni di prima necessità, aggravando ulteriormente le condizioni delle popolazioni locali.
Riprendendo il messaggio di papa Francesco alla FAO nello scorso anno la Cei ha supportato le popolazioni con le offerte dell’8xmille: “Oggi più che mai, affinché nessuno sia lasciato indietro, serve una grande sinergia in grado di coinvolgere i governi, le imprese, il mondo accademico, le istituzioni internazionali, la società civile e gli individui. Da parte sua, la Chiesa italiana, per far fronte alla mancanza di cibo, attraverso il Servizio per gli interventi caritativi per lo sviluppo dei popoli, grazie ai fondi dell’8xmille, ha finanziato dal 1991 a oggi 416 progetti per un totale di € 47.000.000 di euro in 80 Paesi di tutti i continenti. Si tratta di iniziative in risposta ad emergenze, per la prevenzione, l’adattamento o la mitigazione dell’impatto negativo dei cambiamenti climatici, per l’avvio, il sostegno e il potenziamento di pratiche agricole in una prospettiva di sostenibilità”.
Ed ha citato alcune situazioni di aiuto: “Tutti i progetti nascono dall’ascolto dei bisogni dei territori e puntano a consentire alle persone e alle comunità locali di essere protagoniste del loro sviluppo. Come in India, nel Tamil Nadu, dove la Diocesi di Dindigul, grazie a questi fondi è riuscita a fornire orientamento e formazione, favorendo l’avvio di orti biologici.
Ha individuato 500 famiglie in 30 villaggi, alle quali sono stati anche forniti semi e piantine: insalata, fagioli, noce di cocco, coriandolo, curry, zenzero, peperoncino verde, melanzane. Tutto rigorosamente biologico per aiutare il pianeta, ma anche per trovare finalmente un mercato redditizio… Tutto il villaggio è stato coinvolto nella sensibilizzazione e nella cura degli orti, inclusa la raccolta dei rifiuti e la loro preparazione per poi utilizzarli come concime”.
In Perù è stato dato vita ad iniziative per combattere l’insicurezza alimentare: “Anche in Perù, nella parrocchia di San Andrés de Huaycán, nel distretto di Ate a Lima, le famiglie più povere si sono organizzate in quelle che vengono chiamate ‘Ollas Comunes’, una sorta di mense condivise, per far fronte alla fame, aggravata da una disoccupazione crescente e dall’aumento dei prezzi degli alimenti di base. L’insicurezza alimentare nel Paese causa malnutrizione cronica in molti bambini di età inferiore ai 5 anni, e problemi di anemia nel 38% dei piccoli tra i 6 e i 35 mesi.
Ogni ‘Olla’ fornisce 80 razioni di cibo al giorno per un totale di 3600 persone al giorno. Con il ricavato dalle vendite delle razioni a prezzi calmierati si pagano i servizi idrici, l’elettricità e le forniture di gas. Il progetto ha consentito, grazie anche all’ASPEm, di rafforzare gli interventi del Banco Alimentare locale con operatori socio-pastorali, di migliorare l’organizzazione delle ‘Ollas Comunes’ e il sistema di recupero degli alimenti e riduzione degli sprechi delle aziende alimentari di Ate. Complessivamente l’iniziativa ha coinvolto 20 organizzazioni di ‘Ollas Comunes’, 80 donne, 400 famiglie e 90 operatori socio-pastorali”.
Però la preoccupazione della Chiesa italiana è rivolta al continente africano, portando l’esempio dell’Angola: “In particolare la fame sta aumentando in modo allarmante nel continente africano, dove coinvolge 1 persona su 5. Oltre ai necessari interventi di emergenza per far fronte alle ricorrenti crisi, carestie e siccità, anche in Africa la Conferenza Episcopale Italiana sostiene interventi attraverso i quali, grazie alle Chiese e ai partner locali, si cerca di mantenere la massima attenzione e rispetto verso le singole comunità, la diversità culturale e le specificità tradizionali. Perché non ci può essere cambiamento senza ascolto e pieno coinvolgimento di tutti.
Così è avvenuto in Angola, nella provincia di Cuando Muango, nella Diocesi di Menongue, dove più di 77.000 famiglie hanno problemi dovuti alla siccità nonostante la presenza nella regione di fiumi importanti. La Diocesi ha costruito un centro di piscicoltura con varie vasche per allevare la tilapia e produrre 150 kg di pesce al giorno. Sono state create le vasche, acquistate le pompe, allestito uno stabile per la preparazione degli alimenti e effettuate sessioni formative per la popolazione locale per favorire anche la commercializzazione del pesce prodotto”.
In morte di Satnam Singh contro il lavoro nero
“Contro questa grande civiltà stridono, gravi ed estranei, episodi e comportamenti come quello avvenuto tre giorni fa, quando il giovane Satnam Singh, lavoratore immigrato, è morto, vedendosi rifiutati soccorso e assistenza dopo l’ennesimo incidente sul lavoro. Una forma di lavoro che si manifesta con caratteri disumani e che rientra in un fenomeno, che affiora non di rado, di sfruttamento del lavoro dei più deboli e indifesi, con modalità e condizioni illegali e crudeli. Fenomeno che, con rigore e con fermezza, va ovunque contrastato, totalmente eliminato e sanzionato, evitando di fornire l’erronea e inaccettabile impressione che venga tollerato ignorandolo”.
Con questo inciso in un discorso sul valore del volontariato il presidente della Repubblica Italiana, Sergio Mattarella, ha parlato in un incontro a Solferino (Mantova) in occasione dei 160 anni dalla fondazione della Croce Rossa, contro quelle forme di sfruttamento del lavoro che si manifestano ‘con caratteri disumani’, come è successo a Satnam Singh, bracciante indiano di 31 anni, lasciato agonizzante in strada dopo aver perso il braccio destro in un incidente sul lavoro in un’azienda agricola a Borgo Santa Maria, nelle campagne della provincia di Latina.
Una morte di lavoro ‘nero’, che succede molto spesso in Italia, con la complicità di uno Stato immobile contro il caporalato, come ha spiegato il direttore della Caritas diocesana, Angelo Raponi, ad Avvenire: “Nel territorio pontino il caporalato purtroppo è una dimensione strutturale del lavoro in agricoltura, oggi con gli stranieri ma in passato con gli stessi italiani per quei pochi giorni di picco l’imprenditore agricolo prendeva la manovalanza necessaria e la pagava a tu per tu. Si va avanti così ancora oggi”.
A luglio dello scorso anno l’ong ‘Save the Children’ aveva denunciato le condizioni drammatiche di vita in cui si trovano i minori e le loro famiglie vittime dello sfruttamento lavorativo nel settore agricolo, in due tra le aree italiane a maggior rischio: la provincia di Latina e la Fascia Trasformata di Ragusa:
“Il fenomeno dello sfruttamento lavorativo nel settore agricolo si concentra dove c’è più lavoro, come nel caso di alcuni distretti strategici per l’agroalimentare italiano, proprio come le province di Latina e Ragusa, dove ci sono terreni che consentono la coltivazione intensiva, e che richiedono una forte presenza di manodopera anche per la raccolta e l’imballaggio dei prodotti agricoli, e dove sono nati due dei mercati ortofrutticoli più importanti del Paese, il MOF – Centro Agroalimentare all’Ingrosso di Fondi (LT), e l’Ortomercato di Vittoria.
Secondo una stima del 2021, gli occupati irregolari nel settore dell’agricoltura in Italia erano circa 230.000, con una massiccia presenza di stranieri non residenti e un numero consistente di donne coinvolte, ovvero 55.000. La maggior parte delle vittime di tratta e sfruttamento nel mondo restano invisibili: quelle identificate nel periodo 2017-2020 a livello globale non hanno superato i 190.000 casi. Chi ha sofferto di più per mano dei trafficanti, secondo gli ultimi dati, sono state le donne, cioè il 42% e i minori, il 35%, mentre le principali forme di sfruttamento sono state di tipo lavorativo o sessuale”.
Il fenomeno non è una novità, anche se è comodo per le nostre coscienze crederci, tanto è che nel 2019 era stato avviato il progetto ‘Diagrammi Nord’ approvato dal ministero del Lavoro all’interno dell’Avviso 1/2019 “che vuole provare a misurarsi su un percorso che ha al centro la persona migrante vittima di sfruttamento in agricoltura e che, attraverso interventi integrati e armonici, si vuole rendere protagonista del proprio presente e futuro.
Questo coinvolgendo reti istituzionali e imprese agricole, sviluppando un’azione di emersione che individui situazioni concrete di sfruttamento, proponendo un percorso progressivo di motivazione, affrancamento, protezione sociale, orientamento, formazione linguistica e professionale. Tutto per poter davvero sviluppare una proposta di dignità, di qualità, di sfida nell’ambito dello sfruttamento lavorativo in agricoltura”.
Fabio Sorgoni, responsabile dell’area ‘Tratta e sfruttamento’ della cooperativa sociale ‘On the road’ ha denunciato che ogni giorno muoiono tre lavoratori in agricoltura: “Satnam Singh era un lavoratore indiano, come altre decine di migliaia nelle campagne laziali dell’Agro Pontino. Molti di loro per venire in Italia hanno pagato trafficanti, intermediari, datori di lavoro. Hanno debiti enormi da restituire e devono accettare di lavorare per due o tre euro all’ora.
Nelle serre in cui lavorano ogni tanto qualcuno si impicca, perché non ce la fa più. Gli vengono somministrate anfetamine od altre droghe prestazionali (doping lavorativo) per sopportare il lavoro, il caldo, il dolore, Vengono picchiati, insultati, minacciati. A volte uccisi. E la stessa sorte subiscono le famiglie a casa, se non vengono pagati i debiti… Abbiamo in carico decine di persone sfruttate nelle regioni dove lavoriamo: Marche, Abruzzo e Molise. Sfruttate nell’agricoltura, nell’edilizia, nelle fabbriche”.
Mentre il CNCA (Coordinamento nazionale delle comunità di accoglienza) ha chiesto più ispezioni, un nuovo atteggiamento da parte di istituzioni e comunità locali, attenzione non solo sui caporali ma anche su commercialisti e consulenti del lavoro compiacenti: “Se vogliamo porre termine a situazioni come questa, occorre in primo luogo aumentare notevolmente il numero delle ispezioni dell’Ispettorato del lavoro, mandando un segnale chiaro di svolta a tutto il territorio.
Questo cambiamento è perciò possibile solo se le istituzioni e le comunità locali decidono di affrontare le situazioni si sfruttamento fin qui tollerate. E’ poi importante cominciare a colpire tutta la filiera che sta tra il datore di lavoro e il lavoratore: non solo i caporali, ma anche quei consulenti del lavoro e commercialisti compiacenti che creano le condizioni per rendere possibile lo sfruttamento.
Infine riteniamo che si debba agire sulle cosiddette ‘procedure illegittime’, cioè su quelle richieste delle istituzioni o di altri enti non necessarie a norma di legge che rendono più difficile alle persone migranti ottenere il permesso di soggiorno, un IBAN presso le Poste o le banche o un altro documento rilevante per la propria vita personale e sociale, rendendo così più difficile la loro integrazione nel contesto locale”.
Papa Francesco: quaresima per vivere la fraternità
Anche quest’anno, papa Francesco ha inviato un videomessaggio per la Campagna di Fraternità promossa dalla Conferenza Episcopale del Brasile sul tema ‘Fraternità e amicizia sociale’, mentre il motto è tratto dal Vangelo di Marco, ‘Siete tutti fratelli e sorelle’ nel ricordo del 60^ anniversario della campagna in un itinerario di conversione:
“Mentre iniziamo, con digiuno, penitenza e preghiera il cammino quaresimale, mi unisco ai miei fratelli della Conferenza Nazionale dei Vescovi del Brasile in un inno di rendimento di grazie all’Altissimo per i 60 anni della Campagna di Fraternità, un itinerario di conversione che unisce fede e vita, spiritualità e impegno fraterno, amore a Dio e amore al prossimo, specialmente a chi è più fragile e bisognoso di attenzione. Questo percorso è proposto ogni anno alla Chiesa in Brasile e a tutte le persone di buona volontà di questa amata nazione”.
Il messaggio papale è un invito a vivere la fraternità: “Come fratelli e sorelle, siamo invitati a costruire una vera fraternità universale che favorisca la nostra vita in società e la nostra sopravvivenza sulla Terra, nostra Casa Comune, senza mai perdere di vista il Cielo dove il Padre ci accoglierà tutti come suoi figli e figlie”.
Di fronte a guerre e violenze il papa ha chiesto di allargare la fraternità: “Purtroppo nel mondo vediamo ancora molte ombre, segnali della chiusura in se stessi. Perciò, ricordo il bisogno di allargare la nostra cerchia per arrivare a quelli che spontaneamente non sentiamo parte del nostro mondo di interessi, di estendere il nostro amore ad ‘ogni essere vivente’, vincendo frontiere e superando ‘le barriere della geografia e dello spazio’.
Auspico che la Chiesa in Brasile ottenga buoni frutti in questo cammino quaresimale e formulo voti affinché la Campagna di Fraternità, ancora una volta, aiuti le persone e le comunità di questa amata nazione nel loro processo di conversione al Vangelo di Nostro Signore Gesù Cristo, superando ogni divisione, indifferenza, odio e violenza”.
Mentre nel messaggio al Fondo Internazionale per lo Sviluppo Agricolo papa Francesco ha ringraziato i partecipanti al consesso: “Desidero ringraziarvi per l’impegno, il tempo e le energie che dedicate alla lotta per un mondo migliore, in cui nessuno veda lesa la propria dignità e dove la fratellanza diventi una realtà, fonte di gioia e di speranza per tutti”.
Nel messaggio il papa ha sottolineato la dicotomia esistente nel mondo: “Oggi il nostro mondo si trova ad affrontare una dicotomia straziante. Da un lato milioni di persone soffrono la fame, dall’altro si riscontra una grande insensibilità nello spreco alimentare. Il cibo che viene sprecato ogni anno genera enormi quantità di gas serra, mentre basterebbe un corretto razionamento per sfamare tutti coloro che hanno fame”.
Sono tempi incerti verso un pericolo: ”Questi sono tempi precari. Stiamo spingendo il mondo verso limiti pericolosi: il clima sta cambiando, le risorse vengono saccheggiate; I conflitti e la crisi economica mettono a rischio la sopravvivenza di milioni di persone.
Di fronte alla crisi, le comunità rurali sono le prime a essere colpite, poiché non hanno le risorse per far fronte alla situazione causata dai cambiamenti climatici e dalle ostilità, e sono escluse dall’accesso ai finanziamenti. Anche i popoli indigeni sono vittime di disagi, privazioni e abusi. Sebbene la loro conoscenza sulla gestione delle risorse naturali e la loro connessione con l’ambiente possa aiutare a conservare la biodiversità”.
E non ha dimenticato le donne e le famiglie: “Un altro gruppo trascurato sono le donne, che rappresentano i pilastri di oltre la metà delle famiglie che soffrono di insicurezza alimentare nelle zone rurali, dove molti giovani mancano di formazione, risorse e opportunità. I giovani sono il futuro delle nostre comunità rurali e in essi risiede un importante potenziale di innovazione e cambiamento positivo”.
Di fronte a tali drammi il papa ha invitato a ‘costruire’ una nuova agricoltura: “Signor Presidente, questa realtà ci spinge ad affrontare i problemi esistenti, in particolare la fame e la miseria, non accontentandoci di strategie astratte o impegni irraggiungibili, ma coltivando la speranza che scaturisce dall’azione collettiva. Collaboriamo alla costruzione di un sistema agricolo e alimentare più inclusivo.
I programmi di ricerca e tecnologia che promuovere un’agricoltura sostenibile e rispettosa dell’ambiente. Allo stesso modo, è essenziale eliminare gli sprechi alimentari e sostenere un’equa distribuzione delle risorse. Investire semplicemente nel trasporto e nello stoccaggio può ridurre le perdite dei piccoli agricoltori, che producono un terzo del cibo consumato quotidianamente”.
Ed infine un invito per uno sviluppo integrale: “Invoco l’aiuto divino su tutti voi, affinché la saggezza, l’empatia e uno spirito di leale cooperazione e servizio guidino le vostre decisioni e le cause dell’esclusione, della povertà e della cattiva gestione delle risorse, nonché gli effetti delle crisi climatiche. Possano le loro proposte e azioni riflettere i valori universali di giustizia, solidarietà e compassione, essere orientate al bene comune e lavorare per la pace e l’amicizia sociale, generando cambiamenti a favore dello sviluppo integrale dell’umanità”.
Per la giornata dell’alimentazione 2.000.000 di persone al Villaggio della Coldiretti a Roma
Sono stati circa 2.000.000 le presenze nel week end del ‘Villaggio Coldiretti’ al Circo Massimo a Roma, il più grande mai realizzato per sostenere l’agricoltura italiana, scesa in piazza alla vigilia della Giornata dell’Alimentazione per far conoscere i primati del Made in Italy e sostenere la sovranità alimentare: è stato il bilancio stimato dalla Coldiretti a conclusione della ‘grande festa di popolo’ con 500 stand tra mercati degli agricoltori, aree del gusto, street food, agriasili, animali della fattoria, orti, fattorie didattiche, agrichef, laboratori, nuove tecnologie e workshop, presso i quali è stato possibile degustare, apprendere, giocare e divertirsi al fianco di decine di migliaia di agricoltori, con i menu anti inflazione per un pasto completo a base di prodotti 100% italiani.





























