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Al Centro Astalli di Roma presentato il rapporto
Nelle settimane scorse a Roma è stato presentato il Rapporto annuale del Centro Astalli: uno strumento per capire attraverso dati e statistiche quali sono le principali nazionalità degli oltre 24.000 rifugiati e richiedenti asilo assistiti, di cui 11.000 a Roma, che si sono rivolti nel corso dell’anno al Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati in Italia, quali le difficoltà che incontrano nel percorso per il riconoscimento della protezione e per l’accesso all’accoglienza o a percorsi di inclusione.
Durante l’evento, trasmesso anche in diretta sul canale YouTube dell’organizzazione, p. Camillo Ripamonti, presidente del Centro Astalli, ha presentato i dati che raccontano una realtà che, grazie agli oltre 800 volontari che operano nelle 8 sedi territoriali (Roma, Bologna, Catania, Grumo Nevano, Padova, Palermo, Vicenza, Trento), si adatta a rispondere ai mutamenti sociali e legislativi di un Paese che stenta a dare la dovuta assistenza a chi, in fuga da guerre e persecuzioni, cerca protezione:
“Presentiamo il Rapporto 2025 in questo Anno Giubilare con la ferma convinzione che accompagnare, servire e difendere le persone richiedenti asilo e rifugiate sia un segno di speranza… Il 2024 è stato l’anno del Patto sulla migrazione e l’asilo adottato dal Consiglio Europeo lo scorso maggio. Come in più occasioni sottolineato dalla società civile e con documenti congiunti dall’Ufficio europeo del JRS, l’implementazione di questo Patto può portare, tra le altre cose, a un arretramento del diritto d’asilo, per l’aumento previsto delle procedure accelerate alla frontiera e un conseguente possibile aumento del numero delle persone detenute in modo arbitrario”.
Per quanto riguarda la situazione italiana ha sottolineato la creazione di centri di accoglienza in Albania: “Sul versante Italia il 2024 è stato poi l’anno del braccio di ferro sui centri in Albania. Al di là delle polemiche, quello che ci preoccupa è la creazione di un artificio legale, quello di centri in terra albanese sotto la giurisdizione italiana. Per fare questo si è sostenuto il principio di deportabilità delle persone (abbiamo visto qualche esempio), rispetto alle quali si è persa di vista la centralità della loro dignità, trattandole come carichi residuali non desiderati.
Non convince neppure la recente decisione di convertire queste strutture in Centri di permanenza per il rimpatrio (CPR)… Non crediamo che l’utilizzo a tale scopo delle strutture in Albania possa migliorarne la funzionalità in vista del rimpatrio delle persone detenute e garantire nel contempo il rispetto dei diritti dei migranti trattenuti”.
Ed ha evidenziato il ‘lavoro’ fatto con i giovani: “Anche per il 2024 una parte importante del percorso di Astalli, attraverso i progetti ‘Finestre e Incontri’, è stato fatto con i giovani italiani delle scuole secondarie, anche se tra di loro ci sono molti ragazzi e ragazze (troppi) che non hanno ancora la cittadinanza, che sono cittadini di fatto anche se ancora non di diritto. Abbiamo continuato, non senza la fatica per le poche risorse, a far incontrare i rifugiati e i testimoni di diverse religioni e confessioni cristiane con studenti e studentesse andando nelle scuole, in 1.969 classi, per un totale di 38.700 studenti in tutta Italia”.
Il Rapporto annuale 2025 del Centro Astalli evidenzia un quadro di crescente complessità e vulnerabilità di cui i rifugiati assistiti sono portatori, in un contesto caratterizzato da politiche migratorie sempre più restrittive e dalle difficoltà di accesso a un sistema di accoglienza adeguato non sempre all’altezza del compito che è chiamato a svolgere.
Sono stati 65.581 i pasti distribuiti presso la mensa di Via degli Astalli, 1.114 le persone ospitate in strutture d’accoglienza, di cui, 227 a Roma, 10.044 le persone che hanno ricevuto assistenza sanitaria presso il Centro Sa.Mi.Fo., 1.161 le persone che si sono rivolte ai servizi di accompagnamento sociale, tra cui 710 quelle che hanno richiesto un accompagnamento ai servizi digitali della Pubblica Amministrazione. Mentre sono stati 38.700 gli studenti e le studentesse incontrati nell’ambito dei progetti di sensibilizzazione ‘Finestre e Incontri’.
Dal rapporto si evince che sono sempre più numerosi i migranti vulnerati da tentativi negati di accesso alla procedura per il riconoscimento della protezione internazionale, intrappolati in un limbo giuridico: “La riduzione a soli sette giorni del termine per presentare ricorso contro decisioni negative alla richiesta di asilo da parte di migranti provenienti da Paesi considerati ‘sicuri’ ha reso difficile garantire un’efficace tutela giurisdizionale.
Sono lunghe mesi, invece, le attese per accedere alle Questure e per ottenere permessi di soggiorno, mentre si lamenta una disponibilità sempre più limitata di posti in accoglienza…. Il servizio di orientamento legale del Centro Astalli si è trovato a supportare 517 persone, tra le quali molte con permessi in scadenza e senza possibilità di rinnovo. A Catania sono state 965 le persone accompagnate nell’iter burocratico della procedura di asilo, 525 a Trento”.
Quest’evento era iniziato con la testimonianza di Khanum Yehoian, originaria dell’Armenia, in fuga dall’Ucraina in guerra: “Mi chiamo Khanum e sono nata in Armenia, un piccolo e antico Paese del Caucaso meridionale, tra Turchia, Georgia, Azerbaigian e Iran. La civiltà armena è una delle più antiche del mondo, ha una storia millenaria e un popolo forte, che è sopravvissuto al genocidio del 1915, quando l’Impero Ottomano organizzò lo sterminio sistematico del mio popolo. Più di 3.000.000 di persone furono uccise e altre milioni furono costrette a lasciare la loro terra…
Vivo a Roma da tre anni e il mio percorso di adattamento in questo nuovo Paese continua. Cerco ancora delle risposte alle tante domande e continuo a crescere come persona. So che l’Armenia, la mia terra d’origine, l’Ucraina, il Paese dove sono cresciuta, e l’Italia, il luogo in cui ho trovato rifugio, fanno parte di me. Tre paesi, tre identità diverse. Ognuno di questi mi ha lasciato un segno e sono felice di poter condividere oggi questa esperienza con voi”.
(Foto: Centro Astalli)
Ricordando papa Francesco per una Chiesa aperta
Ieri mons. Mario Delpini, arcivescovo di Milano, ha celebrato una messa di suffragio per papa Francesco, in cui è stato utilizzato il calice che papa Francesco donò alla diocesi in occasione della sua visita a Milano il 25 marzo 2017: “L’impatto emotivo della morte di papa Francesco ha suscitato molti discorsi, molte analisi, molte confidenze di esperienze. In questi giorni sono pervenuti a tutti noi parole, immagini e riflessioni. Questa sera noi non siamo qui per una commemorazione, per una rievocazione della figura e del pontificato di papa Francesco. Noi siamo qui questa sera a pregare per papa Francesco, a chiedere alle scritture che verranno proclamate di imparare ad ascoltare, a vivere e a celebrare la Pasqua che papa Francesco ha celebrato domenica e ha compiuto lunedì”.
Nell’omelia mons. Delpini ha sottolineato che il cristiano è ‘disturbante’: “Il cristiano che ha fatto Pasqua è irritante, mette a disagio, si rende antipatico perché annuncia in Gesù la risurrezione dei morti. Il cristiano che ha fatto Pasqua disturba perché prende la parola anche se non è autorizzato dalle autorità costituite. E’ fastidioso perché porta un messaggio sconcertante e mette in discussione le consuetudini pigre, la prepotenza dei potenti”.
E’ disturbante perché va al cuore del problema: “Il cristiano che ha fatto Pasqua tocca il cuore di quelli che hanno ascoltato la Parola e credono, ma suscita l’ostilità di coloro che non vogliono più sentir parlare di Gesù. Il cristiano che ha fatto Pasqua sa che la Pasqua sarà motivo di irritazione e di persecuzione dappertutto per coloro che l’annunciano e motivo di gioia indicibile per coloro che credono”.
In questo senso papa Francesco ha ‘fatto’ Pasqua: “In questi giorni si dice molto, si analizzano gli aspetti complessi del suo ministero da Vescovo di Roma, come servo dei servi nella Chiesa universale, come un uomo che si è fatto voce di coloro che non hanno voce, come un profeta che ha invocato ostinatamente (e a quanto pare inutilmente) la pace.
Si può dire molto di papa Francesco, questa sera però io credo che si possa dire semplicemente così: papa Francesco è un cristiano che ha fatto Pasqua e ha sperimentato il timore e la gioia grande e si è dedicato a sostenere la fede e la perseveranza dei fratelli. Ed è stato fastidioso, irritante per la sua parola che, in nome del Vangelo, ha proposto uno stile di vita, una attenzione ai più poveri, un doveroso cammino di conversione. E’ stato fastidioso, però così sono i cristiani che fanno Pasqua: lieti, timorosi, zelanti e irritanti”.
Per questo suo attaccamento alla Parola di Dio la ‘Casa della Carità’ ambrosiana ha ripercorso brevemente il pontificato del papa: “In questi 12 anni, a partire da quel semplice ‘Buonasera’ con cui ha salutato il mondo dopo la sua elezione, Papa Bergoglio ha cambiato il volto della Chiesa e ha saputo parlare a credenti e non credenti. Dalla prima visita a Lampedusa al suo invito a essere ‘Chiesa in uscita’, dalle sue encicliche allo sguardo verso gli ultimi, gli scartati, al costante richiamo a perseguire la pace, ci ha insegnato a vivere il Vangelo nel presente. Per noi di Casa della Carità, le sue parole e i suoi gesti sono stati una guida, in continuità con gli insegnamenti del card. Carlo Maria Martini”.
Il presidente della ‘Casa della Carità’, don Paolo Solmi, ha ripercorso il magistero di papa Francesco: “Attraverso i suoi scritti (come l’esortazione ‘Evangelii Gaudium’ e le encicliche ‘Laudato Sì’ e ‘Fratelli tutti’) papa Francesco ha saputo parlare non soltanto ai cattolici, ma anche ai credenti di altre religioni e ai non credenti, offrendo all’umanità intera un dono prezioso di riflessione e speranza.
In questi dodici anni di pontificato ha incessantemente esortato tutte e tutti a partire dai margini, dalle periferie ‘geografiche ed esistenziali’, ad accogliere le fragilità e a contrastare ogni esclusione sociale, da lui definita ‘cultura dello scarto’. Bergoglio ha posto i poveri al centro della sua riflessione teologica”.
Anche don Virginio Colmegna ha ricordato il suo messaggio per una ‘Chiesa aperta’: “Il suo messaggio ci lascia in eredità una missione: proseguire su questo solco tracciato, con fede, ascolto, umiltà. Un grazie profondo che si trasforma in preghiera e impegno. La sua scomparsa, avvenuta in tempo pasquale, dentro l’annuncio della resurrezione, ci ricorda che la speranza è il centro della nostra fede”.
Una spiritualità aperta alla comunione: “Ci ha affidato un compito che va oltre l’impegno sociale: vivere una spiritualità che apra la Chiesa al dialogo, alla comunione, alla gioia del Vangelo vissuto nella concretezza delle relazioni. In un tempo in cui sembra prevalere il delirio di onnipotenza, papa Francesco ci ha lasciato in dono la coscienza della fragilità e della debolezza come luogo in cui si rivela il senso del nostro cammino”.
Una comunione che porta la gioia della riconciliazione: “Ha riportato al centro la gioia della riconciliazione e del perdono, come ci ha ricordato nella Evangelii gaudium, e ha dato nuova energia alla Chiesa anche attraverso esperienze come il Convegno ecclesiale di Firenze. Ha spronato tutti noi a essere testimoni e pellegrini, Chiesa viva e in movimento”.
Mentre il giornalista e scrittore Biagio Maimone, direttore della comunicazione dell’associazione ‘Bambino Gesù del Cairo’, il cui presidente è mons. Yoannis Lazhi Gaid, già segretario personale di papa Francesco, ha paragonato papa Francesco al santo di Assisi: “Il suo esempio storico è stato Francesco d’Assisi, il quale ha chiamato tutte le creature fratelli e sorelle, sorretto da un forte sentimento di amore cristiano che considera uguali tutti gli esseri viventi. Papa Francesco, avvinto dalla testimonianza evangelica di Francesco d’Assisi, ha voluto riproporre la sua grandiosa magnificenza in quanto espressione di autentica fede in Dio.
Così ha dato corso al discorso sulla pace, che egli lega ad un nuovo concetto di giustizia. Ne scaturisce un altro binomio indissolubile, che è il binomio ‘Pace-Giustizia’, da cui dovrà sgorgare uno scenario di trasformazioni sociali, economiche, giuridiche, umanitarie e spirituali davvero sorprendenti. Papa Francesco ha interpellato le nostre coscienze quando ha sottolineato che la giustizia vera, senza difetti, che va oltre il giudizio soggettivo, oltre le faziosità che conducono ai conflitti, è solo quella fondata sulla misericordia”.
Card. Pizzaballa: Gerusalemme casa di preghiera per tutti i popoli
“Oggi tutta la nostra diocesi, la Chiesa di Gerusalemme, è unita con noi e prega con noi. Da Gaza fino a Nazareth; da Betlemme fino a Jenin. Tutta la Giordania e Cipro pregano con noi e idealmente sono entrati con noi nella città Santa, Gerusalemme. E saluto in particolare voi, cristiani di Gerusalemme, per questo giorno che è dedicato a voi, che è soprattutto vostro, poiché voi siete coloro che qui a Gerusalemme tengono viva la fiamma della fede cristiana, e tenete viva la presenza di Cristo in mezzo a noi”: con queste parole il patriarca di Gerusalemme dei Latini, card. Pierbattista Pizzaballa, ha aperto la processione della Domenica delle Palme, che introduce alla Settimana Santa, a Gerusalemme.
Anche se ha sottolineato che questo momento è molto difficile, ha rivolto l’invito a non perdere la speranza: “Ma non possiamo e non vogliamo fermarci solo a dire quanto duri siano questi tempi. Oggi dobbiamo ricordarci di altro, di ciò che più conta. Noi siamo qui oggi, cristiani locali e pellegrini, tutti insieme, per dire con forza che non abbiamo paura. Siamo i figli della luce e della risurrezione, della vita. Noi speriamo e crediamo nell’amore che vince su tutto.
Stiamo per entrare nella settimana di passione. Vivremo negli stessi Luoghi in cui sono accaduti, i momenti della passione di Gesù. E unendoci a lui, ci uniremo anche a tutti coloro che oggi vivono qui in mezzo a noi e nel mondo la loro passione”.
Però la Passione apre alla Resurrezione: “Ma noi sappiamo anche che la Passione di Gesù non è l’ultima parola di Dio sul mondo. Il Risorto è la Sua ultima parola, e noi siamo qui per dire e riaffermarla ancora. Noi lo abbiamo incontrato. E siamo qui per gridarlo, con forza, con fiducia, e con tutto l’amore possibile, che nessuno potrà mai estinguere. Nessuno ci separerà dall’amore per Gesù. E lo vogliamo testimoniare innanzitutto con l’unità tra noi, amandoci e sostenendoci gli uni gli altri, perdonandoci a vicenda”.
In questa Domenica delle Palme il patriarca di Gerusalemme ha invitato a ‘deporre ai piedi di Gesù’ tutte le preoccupazioni e le angosce: “Al suo passaggio, le folle stesero i propri mantelli ai piedi di Gesù e lo accolsero con quei pochi rami di ulivo e palme che riuscirono a trovare.
Poniamo anche noi di fronte al nostro Messia quel poco che abbiamo, le nostre preghiere, il nostro pianto, la nostra sete di Lui e della Sua parola di consolazione. E qui, oggi, nonostante tutto, alle porte della Sua e nostra città, ancora una volta dichiariamo di volerlo accogliere davvero come nostro Re e Messia, e di seguirlo nel Suo cammino verso il Suo trono, la croce, che non è simbolo di morte, ma di amore”.
E’ stato un invito a non avere paura di chi fomenta le ostilità: “Non dobbiamo avere paura di quanti vogliono dividere, di quanti vogliono escludere o vogliono impossessarsi dell’anima di questa Città Santa, perché da sempre e per sempre Gerusalemme resterà casa di preghiera per tutti i popoli, e nessuno la potrà possedere.
Come continuo a ripetere, noi apparteniamo a questa città e nessuno ci può separare dal nostro amore alla Città Santa, così come nessuno ci può separare dall’amore di Cristo. Chi appartiene a Gesù continuerà sempre ad essere tra coloro che costruiscono e non che abbattono, che sanno rispondere all’odio con l’amore e l’unità, e al rifiuto oppongono accoglienza”.
Quindi ‘non avere paura’ significa ribadire la propria vocazione nella costruzione della speranza: “Perché Gerusalemme è il luogo della morte e risurrezione di Cristo, il luogo della riconciliazione, di un amore che salva e che supera i confini di dolore e di morte. E questa è la nostra vocazione oggi: costruire, unire, abbattere barriere, sperare contro ogni speranza. Questa è e resta la nostra forza e questa sarà sempre la nostra testimonianza, nonostante i nostri tanti limiti.
Non scoraggiamoci, dunque. Non perdiamoci d’animo. Non perdiamo la speranza. E non abbiamo paura, ma alziamo lo sguardo con fiducia e rinnoviamo ancora una volta il nostro impegno sincero e concreto di pace e di unità, con salda fiducia nella potenza dell’amore di Cristo!”
Mentre nell’omelia della celebrazione eucaristica ha sottolineato il compimento dell’attesa nelle sacre Scritture: “Il puledro su cui Gesù sale, inoltre, offre un riferimento evidente alla profezia di Zaccaria, che racconta della fine dell’attesa di questo mite re di pace, che infine giunge, seduto proprio su un puledro d’asina.
Le attese del popolo, tuttavia, si concentravano soprattutto sulle profezie che annunciavano un Messia trionfante, vincitore, forte. La profezia di un re Messia che cavalca un puledro, invece, era una profezia scomoda, lontana dai criteri di attesa del popolo.
Il puledro che Gesù manda a slegare, nessuno mai era ancora salito. La storia non aveva mai ancora visto la venuta di un re capace di pagare con la propria vita il prezzo della pace del suo popolo. Ora tutto questo accade, e una folla di poveri esulta”.
Ecco la profezia che si realizza in Gesù: “Ma anche nel momento in cui il Signore vuole entrare nella vita del suo popolo, e portarvi la salvezza, c’è sempre qualcosa che tenta di impedirlo: i farisei, di fronte a tutto questo entusiasmo, chiedono a Gesù di far tacere i suoi discepoli…
L’uomo potrà sempre accoglierla o rifiutarla, ma Gesù prosegue con la sua missione di salvezza: la profezia è slegata e quel puledro, su cui nessuno era ancora salito, ha finalmente trovato il re capace di cavalcarlo”.
(Foto: Custodia di Terra Santa)
Luigi Ferraiuolo racconta un Giubileo per convertirsi
“C’è la porta santa delle quattro basiliche vaticane a Roma, c’è il percorso dei pellegrini a via della Conciliazione e Bibbia e Vangelo ai quali attingere per prepararsi all’Anno Santo. Ma ci può essere anche un altro Giubileo: quello da vivere con i poveri, con i migranti, sui passi delle oasi spirituali disseminate in tutta Italia e addirittura sotto terra, nelle catacombe, che in fondo sono state il primo luogo di raduno dei cristiani a Roma”: è questo il giubileo raccontato dal giornalista Luigi Ferraiuolo nel libro ‘I percorsi del Giubileo. Cammini di pellegrinaggio che portano alla conversione’.
Anche in questo Anno santo ordinario si può andare a fondo del messaggio cristiano per percorrere itinerari non convenzionali ma forse più coerenti con l’Anno Santo proclamato da papa Francesco, come invita l’autore nell’introduzione del libro: “La prima cosa da fare per chi arriva a Roma è l’iter pauperum: andare in cerca dei poveri e capire come vivono, perché senza i poveri siamo nulla e soprattutto perché la società contemporanea è portata a nasconderli… Il Giubileo sembra essere diventato un momento di svago, culturale più che religioso, mai rivoluzionario come lo intendeva la Chiesa delle origini”.
Allora quali sono i percorsi del Giubileo che sono invitati a percorrere i fedeli?
“Se il Giubileo è un cammino, è possibile approfittare del pellegrinaggio verso Roma per riscoprire le profonde tradizioni del Paese che hanno radici religiose ma che segnano anche la storia e la cultura di un territorio. E quindi c’è Casal di Principe di don Peppe Diana o Pietrelcina di padre Pio o i ‘Rulli Frulli’ a Finale Emilia o la Comunità ‘Progetto Sud’ di don Giacomo Panizza a Lamezia Terme: persone che non ci sono più, martiri, o persone pienamente attive, capaci di cambiarti la vita. In questa particolare guida al Giubileo, poi, lo sguardo è rivolto alle persone più fragili tra i fragili.
Il nostro ultimo itinerario di viaggio non può non essere Lampedusa il luogo dove papa Francesco ha cominciato il suo cammino. E quindi il pellegrinaggio può approdare proprio in Contrada Imbriacola, tra i migranti che approdano nel nostro Paese in cerca di una vita migliore. Fermatevi a parlare con loro: sarà un bellissimo Giubileo, di ritorno da Roma. Ma poi ci sono ovviamente i luoghi santi di Roma, i luoghi dell’anno Santo, ma anche tanti altri andando verso Roma e tornando da Roma. Solo leggendolo per intero, I percorsi del Giubileo svelerà la sua trama”.
Per quale motivo i cammini di pellegrinaggio portano alla conversione?
“Perché ti permettono di toccare con occhi e vedere con mano l’altro. I cammini, il pellegrinaggio, sono un incontro con l’altro o con un luogo dell’anima. Solo camminando con se stessi e in se stessi, si può incontrare l’altro e dunque Dio”.
Perché tali cammini sono costellati da luoghi di carità?
“Anche in un Anno santo ordinario, come questo del 2025, si può andare a fondo del messaggio cristiano per percorrere itinerari non convenzionali ma forse più coerenti con l’Anno Santo del pontificato di papa Francesco, dove i poveri sono stati sempre al centro. Perciò, anche se qualcuno storcerà il naso, la prima cosa da fare per chi arriva a Roma è l’iter pauperum: il pellegrinaggio alla ricerca dei poveri, degli ultimi e dei loro luoghi, santuari del malessere della società moderna.
Il libro cerca di scovare una strada per far vivere o rivivere il senso genuino del giubileo, quella rivoluzione non solo interiore che interrompeva il tran tran quotidiano della vita e dava a tutti la possibilità di rinascere. E dunque ho immaginato che l’unica cosa che ci potesse realmente toccare il cuore fosse andare in cerca dei poveri e capire come vivono perché senza i poveri siamo nulla e soprattutto perché la società contemporanea è portata a nasconderli”.
Cosa significa andare a Roma come pellegrino?
“Significa provare a cambiare. Roma un tempo era un luogo lontano e irraggiungibile, permetteva di mettere spazio nella nostra anima il cammino, darle tregua e farla riflettere mentre si avvicinava a Cristo. In origine il giubileo era un fatto straordinario: la remissione dei debiti, la liberazione degli schiavi, lo stop alle battaglie. Oggi dobbiamo provare a riscoprire quel dna, quello stupore, quella meraviglia, che può permetterci di fare cieli nuovi e terre nuove. E questo accade andando a Roma nell’anno del giubileo”.
Quali sono le vie della salvezza da percorrere?
“Papa Francesco ha da sempre un’attenzione speciale per gli ultimi e per la misericordia. Contrariamente a chi pensava che gli Anni Santi fossero desueti il papa ci ha indicato che il cammino, il pellegrinaggio, andare per le campagne, la radice dell’etimo pellegrinaggio, è il senso vero della nostra fede. Camminiamo alla ricerca del fratello che ci può cambiare la vita, della misericordia. La bolla di indizione di questo Giubileo è una summa stupenda del pensiero di Francesco e ci spiega quali sono le vie della salvezza da percorrere. Il libro prova a indicare quelle che forse piacerebbero anche a Lui.
Ad esempio, a Roma è possibile anche riscoprire un ‘Iter europaeum’, un cammino che dovremmo fare tutti per avere un mondo migliore. Un Giubileo sulle vie dell’Europa presenti nella capitale della cristianità, nelle chiese che accolgono i pellegrini di differenti nazionalità: da san Luigi dei Francesi a san Stanisalo dei Polacchi, da san Pietro in Montorio (Spagna) a santa Brigida (Svezia) ma anche scoprire nei segni italiani (nessuno lo ricorda) il senso vero dell’Europa. L’Europa nella sua denominazione simbolica nasce nel mondo greco, da uno stupro: Zeus che rapisce Europa in Asia e la porta in quello che sarà il nostro continente a Creta. Cioè prendiamo agli altri per il nostro tornaconto.
Il simbolo più antico di quella leggenda è il vaso di Assteas, conservato a Montesarchio. Ma quel simbolo, Europa, sarebbe nulla senza Colombano, il monaco santo di Bobbio, che all’Europa diede un senso compiuto e vero come continente, come popolo unito, non solo come le terre oltre il mare che lambiva Creta. Un senso che l’attuale Europa pare aver smarrito. Il giubileo è anche l’occasione per conoscere chi siamo, facendo un vero esame di coscienza, perché solo capendo da dove veniamo possiamo capire dove andiamo o dove vogliamo andare”.
Allora, come ‘fare’ il Giubileo?
“Non rimanendo chiusi nelle proprie bolle, per ultimo quella social, quella digitale, mettendoci in cammino. Se siamo in cammino attraversiamo spesso porte, senza nemmeno rendercene conto. Ma le porte ci cambiano la vita. Ogni volta cambiamo direzione, in base alle porte che attraversiamo, alle soglie che oltrepassiamo. Scommetterei che se i capi della terra o coloro che pensano sempre alla sopraffazione varcassero la soglia della porta di Lampedusa, rifletterebbero un attimo prima di gridare alla guerra o di cercare invasioni. Lampedusa è la porta che fa entrare i derelitti nel mondo ricco, ma è anche la nostra unica possibilità per capire il mondo, varcando quella soglia verso il resto del mondo”.
(Tratto da Aci Stampa)
Papa Francesco: la vocazione è un pellegrinaggio di speranza
Nel Messaggio per la Giornata di preghiera per le vocazioni, in programma domenica 11 maggio, papa Francesco invita ad affidarsi a Dio che ‘non delude’ mai ed ad essere ‘Pellegrini di speranza: il dono della vita’: “In questa LXII Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni, desidero rivolgervi un invito gioioso e incoraggiante ad essere pellegrini di speranza donando la vita con generosità. La vocazione è un dono prezioso che Dio semina nei cuori, una chiamata a uscire da sé stessi per intraprendere un cammino di amore e di servizio. Ed ogni vocazione nella Chiesa (sia essa laicale o al ministero ordinato o alla vita consacrata) è segno della speranza che Dio nutre per il mondo e per ciascuno dei suoi figli”.
E’ un particolare invito ai giovani a non perdere la fiducia: “In questo nostro tempo, molti giovani si sentono smarriti di fronte al futuro. Sperimentano spesso incertezza sulle prospettive lavorative e, più a fondo, una crisi d’identità che è crisi di senso e di valori e che la confusione digitale rende ancora più difficile da attraversare. Le ingiustizie verso i deboli e i poveri, l’indifferenza di un benessere egoista, la violenza della guerra minacciano i progetti di vita buona che coltivano nell’animo”.
Ma nello stesso tempo è un invito alla Chiesa all’accoglienza: “Eppure il Signore, che conosce il cuore dell’uomo, non abbandona nell’insicurezza, anzi, vuole suscitare in ognuno la consapevolezza di essere amato, chiamato e inviato come pellegrino di speranza. Per questo, noi membri adulti della Chiesa, specialmente i pastori, siamo sollecitati ad accogliere, discernere e accompagnare il cammino vocazionale delle nuove generazioni. E voi giovani siete chiamati ad esserne protagonisti, o meglio co-protagonisti con lo Spirito Santo, che suscita in voi il desiderio di fare della vita un dono d’amore”.
Un messaggio rivolto ai giovani con l’invito a dare una risposta alla vita, come hanno fatto i santi: “E’ necessario prendere coscienza che il dono della vita chiede una risposta generosa e fedele. Guardate ai giovani santi e beati che hanno risposto con gioia alla chiamata del Signore: a Santa Rosa di Lima, San Domenico Savio, Santa Teresa di Gesù Bambino, San Gabriele dell’Addolorata, ai Beati (tra poco Santi) Carlo Acutis e Pier Giorgio Frassati e a tanti altri. Ciascuno di loro ha vissuto la vocazione come cammino verso la felicità piena, nella relazione con Gesù vivo. Quando ascoltiamo la sua parola, ci arde il cuore nel petto e sentiamo il desiderio di consacrare a Dio la nostra vita! Allora vogliamo scoprire in che modo, in quale forma di vita ricambiare l’amore che Lui per primo ci dona”.
Per questo la vocazione non va disgiunta dalla speranza: “Ogni vocazione, percepita nella profondità del cuore, fa germogliare la risposta come spinta interiore all’amore e al servizio, come sorgente di speranza e di carità e non come ricerca di autoaffermazione. Vocazione e speranza, dunque, si intrecciano nel progetto divino per la gioia di ogni uomo e di ogni donna, tutti chiamati in prima persona ad offrire la vita per gli altri. Sono molti i giovani che cercano di conoscere la strada che Dio li chiama a percorrere: alcuni riconoscono, spesso con stupore, la vocazione al sacerdozio o alla vita consacrata; altri scoprono la bellezza della chiamata al matrimonio e alla vita familiare, come pure all’impegno per il bene comune e alla testimonianza della fede tra i colleghi e gli amici”.
Per tale motivo la speranza è ‘radicata’ nella Provvidenza con impegno: “Ogni vocazione è animata dalla speranza, che si traduce in fiducia nella Provvidenza. Infatti, per il cristiano, sperare è ben più di un semplice ottimismo umano: è piuttosto una certezza radicata nella fede in Dio, che opera nella storia di ogni persona. E così la vocazione matura attraverso l’impegno quotidiano di fedeltà al Vangelo, nella preghiera, nel discernimento, nel servizio”.
Ma un cammino vocazionale ha bisogno di discernimento: “La scoperta della propria vocazione avviene attraverso un cammino di discernimento. Questo percorso non è mai solitario, ma si sviluppa all’interno della comunità cristiana e insieme ad essa. Cari giovani, il mondo vi spinge a fare scelte affrettate, a riempire le giornate di rumore, impedendovi di sperimentare un silenzio aperto a Dio, che parla al cuore”.
E’ un invito ad ascoltare: “Abbiate il coraggio di fermarvi, di ascoltare dentro voi stessi e di chiedere a Dio cosa sogna per voi. Il silenzio della preghiera è indispensabile per ‘leggere’ la chiamata di Dio nella propria storia e per dare una risposta libera e consapevole”.
Ascoltare significa prestare attenzione alle ‘ferite’ dell’umanità: “Il raccoglimento permette di comprendere che tutti possiamo essere pellegrini di speranza se facciamo della nostra vita un dono, specialmente al servizio di coloro che abitano le periferie materiali ed esistenziali del mondo. Chi si mette in ascolto di Dio che chiama non può ignorare il grido di tanti fratelli e sorelle che si sentono esclusi, feriti, abbandonati. Ogni vocazione apre alla missione di essere presenza di Cristo là dove più c’è bisogno di luce e consolazione. In particolare, i fedeli laici sono chiamati ad essere “sale, luce e lievito” del Regno di Dio attraverso l’impegno sociale e professionale”.
E per far sì che ciò accade c’è necessità di ‘guide sagge’: “In tale orizzonte, gli operatori pastorali e vocazionali, soprattutto gli accompagnatori spirituali, non abbiano paura di accompagnare i giovani con la speranzosa e paziente fiducia della pedagogia divina. Si tratta di essere per loro persone capaci di ascolto e di accoglienza rispettosa; persone di cui possano fidarsi, guide sagge, pronte ad aiutarli e attente a riconoscere i segni di Dio nel loro cammino.
Esorto pertanto a promuovere la cura della vocazione cristiana nei diversi ambiti della vita e dell’attività umana, favorendo l’apertura spirituale di ciascuno alla voce di Dio. A questo scopo è importante che gli itinerari educativi e pastorali prevedano spazi adeguati di accompagnamento delle vocazioni”.
Dormitorio di Brescia: luogo in cui ‘sentirsi a casa’
Qui la Società San Vincenzo De Paoli accoglie persone in difficoltà. Immaginiamo di vivere un’esistenza che ha il suo inizio ma non sa dove poter finire, porre riposo, ristorarsi, incontrarsi. Pensiamo a una vita mozzata di una parte del suo tutto, la casa, fondamento imprescindibile per la costruzione di un’esistenza degna di essere chiamata tale. Saremmo spogliati di un posto prezioso, sicuro dove racchiudere gran parte del nostro tempo, i nostri ricordi. Dove intessere relazioni, gestire paure e vivere esperienze. Un luogo in cui poter tornare, trovare rifugio, sentirsi protetti.
Casa. Vivremmo in uno stato di interminabile affanno, senza riferimenti, nella perenne attesa di un posto in cui far dimorare il nostro essere e lasciar riposare la mente. Non bastano poche parole per rendere, anche solo lontanamente, quel che provano coloro che non hanno una dimora. E non per scelta, ma per una serie di eventi di rottura come sfratti, tossicodipendenze, perdita del lavoro che impoveriscano la persona a tal punto da farle preferire l’isolamento e l’emarginazione. Il ritiro dal mondo anche attraverso scelte di estremo pericolo e disagio, come la vita per strada.
Si vive una condizione da cui diventa difficile staccarsi. Perché si tocca il fondo. E da lì è quasi impossibile uscire. C’è bisogno di un aiuto a cui aggrapparsi per poter ripartire e riprendere lentamente in mano la vita. A volte basta un gesto, una parola, un luogo per ritrovare sé stessi. E c’è da dire che capita, come racconta Dante: “Ho conosciuto il Dormitorio San Vincenzo De Paoli di Brescia grazie a un invito”.
Dante aveva perso la casa, il lavoro, gli affetti. Da un giorno all’altro è rimasto senza nulla: “Negli anni ho avuto problemi di droga. Mi sono sentito perso”. Sono anni che Dante vive nel Dormitorio. Oggi ha superato i 60 anni e inizia a sorridere un po’. Ad assaporare qualcosa di bello e anche di buono: “Ho preso 15 chili da quando sono ospite della struttura. Gigliola, la nostra cuoca, è bravissima”.
Il Dormitorio non è solo un luogo dove trovare un pasto caldo e un letto; è una vera casa, dove si ritrova calore umano, rispetto e dignità. Qui ogni giorno molte persone ricevono non solo accoglienza materiale, ma anche ascolto e supporto. Educatori e volontari, con dedizione e pazienza, lavorano per aiutare gli ospiti a riflettere sulle loro esperienze e a ricostruire una vita che spesso è stata spezzata da eventi drammatici.
Nascono nel tempo legami forti con chi li accoglie ma anche tra gli ospiti, come quello tra Dante e Mariarosa, 60enne, con un passato da clochard: “Abbiamo legato sin da subito, chi ci separa più!” afferma la donna e aggiunge: “Sarei disposta anche a sposarlo” e scherzando avanza la proposta guardando il ‘suo’ Dante: ‘Vuoi sposarmi?’ Il Dormitorio è anche questo, un posto in cui nascono amicizie che sfiorano sentimenti alti, come quelli di un ‘sì è per sempre’. Un apposito regolamento permette la buona gestione dell’accoglienza con orari precisi che regolano i tempi all’interno della struttura.
Vi sono circa 50 volontari che offrono sostegno per la distribuzione della cena, l’aiuto in cucina, la presenza notturna di sorveglianza affiancati dall’operatore, la lavanderia e il deposito bagagli.
Questo microcosmo, grazie al lavoro costante di educatori e volontari, consente anche di riacquisire il concetto di sacrificio e quel senso di utilità che ti fa sentire parte attiva del mondo. Dante, insieme ad altri, partecipa al progetto “Un orto pazzesco” all’interno dello spazio verde di OspitiAmo-Case di Accoglienza San Vincenzo, in cui può dedicarsi alla cura della terra e apprezzare la fatica quotidiana come mezzo da cui trarre beneficio e soddisfazione.
L’Associazione Dormitorio San Vincenzo, nata nel 1994 come emanazione della Società di San Vincenzo De Paoli, offre anche momenti di incontro, serenità e condivisione: “Per la prima volta nella mia vita sono andata in vacanza”, racconta Mariarosa. “Siamo stati per alcuni giorni a Ponte di Legno. Abbiamo fatto lunghe passeggiate. Sono stata veramente bene!” Ogni anno, durante l’estate, vengono organizzati dei pellegrinaggi per offrire agli ospiti momenti di comunione, di dialogo, di condivisione e di svago.
Il proposito dell’Associazione è di attuare azioni che, oltre all’assistenza concreta, offrano un percorso di reinserimento sociale che restituisca alla persona dignità e autonomia. Al termine del nostro dialogo abbiamo chiesto a Dante se avesse un sogno nel cassetto. Ha risposto: “Spero di avere sopra la testa un tetto dove poter vivere con la mia mamma” sorride e conclude con gli occhi lucidi: “Una casa tutta nostra…!” La donna, oggi 80enne, non ha una dimora e vive in un’altra struttura.
L’Associazione Dormitorio San Vincenzo ogni giorno accoglie 150 persone anche attraverso la gestione di altri servizi: il Dormitorio maschile San Vincenzo e Duomo Room, le Case di accoglienza ‘San Vincenzo’ femminile e maschile, 15 appartamenti destinati all’housing sociale, un appartamento di housing first e una villetta a Castenedolo. Il sostegno è rivolto a uomini e donne o senza dimora che vivono situazioni difficili e storie complesse, connotate dall’abbandono, dalla dipendenza, dalla disgregazione dei legami familiari e dalla solitudine. La Società di San Vincenzo De Paoli opera a Brescia dal 1858.
Il costante servizio a sostegno del prossimo ha consentito di accrescere l’operato sul territorio grazie all’apertura del Dormitorio San Vincenzo 125 anni fa, era il Natale del 1899, alla nascita del Consiglio Centrale che con 31 Conferenze attive opera nelle province di Brescia e di Mantova fornendo aiuto concreto a chi si trova in difficoltà tra poveri, emarginati e persone sole, e alla gestione operativa dell’Associazione Dormitorio San Vincenzo finalizzata all’accoglienza delle persone emarginate e senza dimora.
(Foto: Società San Vincenzo de’ Paoli)
L’albero della vita. Accogliamo ogni ‘noce’ come un dono
Sempre ascoltando solo i brani di Sanremo e andando alla ricerca dei significati di quelli che mi hanno colpita, propongo una rilettura e un pensiero sul resto di una delle prime canzoni classificate. L’albero delle noci, che dà il titolo al brano del cantautore calabrese, esiste realmente nel paese in cui vive Brunori,il quale dichiara che esso contiene tutte le canzoni che scrive. Il brano in questione, però ,racconta come è cambiata la sua vita con la nascita della figlia. Il cantautore commenta: “Si parla spesso della felicità di diventare genitori, ma io volevo anche condividere la paura di sentirsi inadeguati, incapaci di sostenerla”.
Spesso si trovano situazioni simili, egli non è l’unico ad avere paura, spesso capita di pensare cose tipo: si ammalerà, mangia abbastanza, si troverà bene a scuola? I genitori, a volte, non riescono a rilassarsi perché temono che per una disattenzione possa accadere qualcosa ai figli, che possano sbagliare, anche involontariamente, creando danni più o meno gravi. Si sentono stanchi e non godono del momento che tanto desideravano perché pieni di paure. Questo può davvero portare ad errori e a sensi di colpa che poi, nei tempi attuali, porta i figli a diventare sin dalla più tenera età, dei piccoli ‘imperatori’ a cui non puoi dire di no.
Come nulla di nuovo raccontano i brani sull’amore verso i figli, nulla di nuovo ci racconta quello in questione. Tutti i genitori con la G maiuscola, prima o poi, provano questi sentimenti del tutto normali. Qual è la novità di questo brano? Il coraggio ammettere che, nonostante le buone intenzioni, anche noi credenti, abbiamo paura di fare del male ai nostri figli. I doveri di cura del proprio bambino,quando si teme di non essere all’altezza, possono fare esplodere anche il più buono dei genitori.
Ma bisogna ricordare, come rammenta il pezzo, anche le piccole soddisfazioni che i nostri pargoli ci regalano in primis il dono di esserci, di fare parte della nostra vita. Non tutti sono così fortunati da avere figli o da averli subito. Quindi il primo passo è, quando ci sentiamo schiacciati dal compito che la vita ci ha affidato,ricordarci il dono che abbiamo ricevuto. Anche se non può parlare da subito, il bambino è riconoscente per le nostre cure perché dipende da noi.
Ogni cosa buona che faremo sarà utile alla creatura. Ogni bambino, sin dalle più tenera età, mostra segni di affetto verso chi lo cura e, più cresce, più intende. Quando il bambino è davvero molto piccolo, è davvero difficile gestire le proprie paure e sarebbe bello trovare qualcuno con cui confrontarsi. Normalmente si pensa al marito, alla moglie, la la mamma, la suocera, una sorella o un fratello, ma anche il suocero può essere d’aiuto.
Non tutti gli uomini sono incapaci di accudire un bambino e di capirne le necessità. Bisogna capire chi si ha intorno e con quali persone è possibile sfogarsi e spiegarsi. Certo, con le pagine online sembra più facile, ma non dobbiamo dimenticare che non sempre sono veritiere e non chiedono nulla in cambio in termini di tempo e, a volte, di soldi. Meglio condividere le proprie paure con una persona reale . Ovviamente ci sono le eccezioni e, certe amicizie a distanza, possono essere utili nel confrontare le esperienze e chiedere consiglio.
Uno psicologo di un vecchio numero di Famiglia Cristiana, consiglia alle mamme la compilazione del diario semiserio della mamma e del bebè di Shannon Cullen (De Agostini ed.) il cui sottotitolo è proprio come sopravvivere al primo anno di vita di tuo figlio. Infine, suggerisce di leggere insieme al coniuge uno dei seguenti titoli che possono aiutare a liberarsi dall’ansia: Impara a vivere. Come superare l’ansia e lo stress e ritornare alla felicità di Susan e Mats Billmark (Mondadori) e Fai quello che ami. Vivi di più, preoccupati di meno di Beth Kempton (Corbaccio ed.).
Ciò che consiglia la qui presente ‘Hope coach’ per famiglie con problemi è: scrivi il tuo diario, magari prepara delle lettere in cui racconti ciò che provi a tuo figlio. Sarebbe meglio scriverle su carta, ma se temi che vengano trovate e che ti deridano, scrivile sul cellulare. Non devono essere perfette, complesse e dettagliate a livello di lettera, devono semplicemente contenere ciò che vorresti dire. Crea un profilo doppio col nome che vuoi tu e invia messaggi audio sulla falsa riga della lettera, come se raccontassi a tuo figlio quello che provi. Quel profilo devi usarlo solo a questo scopo. Utilizza esclusivamente la parte dei messaggi.
Non usarlo per niente, se non come raccoglitore di esperienze e sfoghi Quando sarà in grado di capire,non devi per forza, mettere tuo figlio al corrente di tutto ciò. Puoi anche distruggere o cancellare il materiale una volta superata la fase critica, ma l’idea di potersi confidare e di poter già parlare dei problemi della vita con il proprio figlio può calmare perché è come se lui sentisse il bene e la paura. Liberando la paura, si è più tranquilli con il bambino che subirà, a sua volta, meno stress.
Già, prova a metterti dalla parte opposta. Il bambino capisce, non è del tutto incosciente. Sente il clima e si rende conto, a suo modo, se chi gli sta accanto è tranquillo o no. Se non ci si libera dell’ansia la si può portare avanti per tutta la vita del piccolo che, crescendo, sarà sempre più consapevole di questo. Potrebbe pensare, per errore, di essere poco amato o sentirsi ‘il problema’ e il vostro rapporto si rovinerebbe.
Per chi è credente è bene continuare a ricordare il fatto del dono, della nuova vita. Non bisogna avere paura, ma aprirsi al bello. Ne parla anche il card Trujllo in un discorso poi trascritto. L’attuale cultura che sempre più si incentra sulla modifica della famiglia ( alcuni cristiani potrebbero percepire alcuni cambiamenti come positivi e lo si vede tutti i giorni, il punto cruciale non è questo, ora) . Per chi è credente l’importante è ricordare che il dono più ‘bello e prezioso’ ‘è quello dei figli’.
La Costituzione pastorale ‘Gaudium et spes’ dice che i figli sono il dono ‘il più prezioso’ (GS 50): “Questa espressione è stata richiesta da Paolo VI e aggiunta al testo della Costituzione Pastorale durante il Concilio Vaticano II”. Cerchiamo, quindi, davanti alle culle, di ringraziare per la fortuna di aver potuto vedere nascere e crescere i nostri piccoli, stupendoci sempre di come la vita sia speciale, di come siano fragili e importanti queste creature. Ricordiamo la gioia che ci hanno dato e non ascoltiamo i pareri su chiunque.
Non tutti saranno d’accordo sull’educazione, soprattutto quella religiosa, che daremo ai nostri figli, ma non abbattiamoci. Agire sempre per il bene dei figli e non al posto loro è la cosa giusta. Si può agire al loro posto quando sono appena nati? In un certo senso si, cioè prendendosi cura delle loro necessità. Si può essere preoccupati e stanchi, ma il nostro credo ci impone anche la gioia di aver permesso ad una nuova vita di trascorrere serenamente un giorno in più. Si dice: quando i figli crescono, i primi momenti con loro mancano.
Ogni figlio è unico e diverso da tutti gli altri, ma ha una cosa in comune con il resto dei pargoli: essere frutto dell’amore tra i coniugi. Nessun figlio nasce per caso e tutti quei bambini che vengono al mondo ‘non voluti’, anche in situazioni che non dovrebbero verificarsi, perciò vengono abbandonati e, poi, fortunatamente adottati da persone chiamate ad essere genitori, sono frutto di amore. Sono venuti su questa terra proprio come un dono a quella coppia pronta ad avere figli, ma impossibilitata ad avene.
Una coppia aperta all’accoglienza di chi ha più bisogno di aiuto e che vuole dare un futuro migliore a chi nasce senza colpa. Il bambino viene al mondo con un compito preciso e le azioni scellerate come una violenza, relazioni sbagliate o malgestite ( penso ci capiamo anche se uso parole delicate) è un dono che viene per cancellare quell’errore, per dare una seconda opportunità a chi ha sbagliato e non abbandona il piccolo o a chi, vedendolo in stato di adottabilità lo prende con sé.
Tutti questi tipi di genitori hanno le stesse paure e si, anche chi sbaglia ma si prende le sue responsabilità, può essere un fratello o una sorella che smarrisce la via e poi la ritrova. Non si deve giudicare, ma aiutare a vivere i primi momenti con più serenità possibile. Anche chi adotta può avere paura proprio per il passato del bambino, vuole dargli un futuro migliore, ma magari lo sta già facendo e le paure sono inutili.
In Africa, quando nasce un bambino, c’è gioia. Quando questo torna dall’ospedale dopo il parto, ‘tutta la tribù fa festa’ gioiosamente. Il cardinale di qualche capoverso fa, ricorda di aver visto lo stesso accadere a Gerusalemme, tempo fa. Noi cristiani possiamo rifarci allo stesso Salmo 126 a cui fanno riferimento gli ebrei: ‘…Ecco, dono del Signore sono i figli e Sua grazia il frutto del grembo’.
Noi credenti, nel rispetto di tante situazioni che non spetta a noi giudicare, possiamo ancora vivere il modello della famiglia fondata sul matrimonio come comunità di amore tra un uomo e di una donna, esclusiva, fedele, aperta, sempre nella fedeltà, alla procreazione od all’adozione. Una famiglia in grado di vivere quei piccoli momenti difficili all’inizio dell’avventura genitoriale come un dono che non a tutti è concesso, anche se non è colpa loro, anche se sarebbero dei buoni genitori. Scopriamoci amati e degni di vivere il mistero della vita assieme ai nostri figli. E, perché no, in assenza di figure di aiuto in un momento di sfogo, cantiamo L’albero delle noci.
Papa Francesco: impariamo ad adorare Dio nella ‘piccolezza’
“…nei Vangeli dell’infanzia di Gesù c’è un episodio che è proprio della narrazione di Matteo: la visita dei Magi. Attratti dalla comparsa di una stella, che in molte culture è presagio della nascita di persone eccezionali, alcuni sapienti si mettono in viaggio dall’oriente, senza conoscere esattamente la meta del loro andare. Si tratta dei Magi, persone che non appartengono al popolo dell’alleanza. La volta scorsa abbiamo parlato dei pastori di Betlemme, emarginati nella società ebraica perché ritenuti ‘impuri’; oggi incontriamo un’altra categoria, gli stranieri, che arrivano subito a rendere omaggio al Figlio di Dio entrato nella storia con una regalità del tutto inedita. I Vangeli ci dicono dunque chiaramente che i poveri e gli stranieri sono invitati tra i primi a incontrare il Dio fatto bambino, il Salvatore del mondo”.
Questo è l’inizio della catechesi dell’udienza generale sul tema giubilare ‘Gesù Cristo nostra speranza… La visita dei Magi al Re neonato’, che papa Francesco avrebbe dovuto tenere oggi ed annullata a causa del ricovero al Policlinico Gemelli. Nel testo il papa ha sviluppato la riflessione sui Magi: “I Magi sono stati considerati come rappresentanti sia delle razze primigenie, generate dai tre figli di Noè, sia dei tre continenti noti nell’antichità: Asia, Africa ed Europa, sia delle tre fasi della vita umana: giovinezza, maturità e vecchiaia. Al di là di ogni possibile interpretazione, essi sono uomini che non restano fermi ma, come i grandi chiamati della storia biblica, sentono l’invito a muoversi, a mettersi in cammino. Sono uomini che sanno guardare oltre sé stessi, sanno guardare in alto”.
Però questa attrazione verso l’alto si scontra con la ‘scaltrezza’ terrena: “L’attrazione per la stella sorta nel cielo li mette in marcia verso la terra di Giuda, fino a Gerusalemme, dove incontrano il re Erode. La loro ingenuità e la loro fiducia nel chiedere informazioni circa il neonato re dei Giudei si scontra con la scaltrezza di Erode, il quale, agitato dalla paura di perdere il trono, subito cerca di vederci chiaro, contattando gli scribi e chiedendo a loro di investigare”.
Però il potere mostra la debolezza nella visione della realtà: “Il potere del regnante terreno mostra in tal modo tutta la sua debolezza. Gli esperti conoscono le Scritture e riferiscono al re il luogo dove, secondo la profezia di Michea, sarebbe nato il capo e pastore del popolo d’Israele: la piccola Betlemme e non la grande Gerusalemme!”
L’azione dei Magi è un invito alla ricerca di Dio: “Tuttavia gli scribi, che sanno individuare esattamente il luogo di nascita del Messia, indicano la strada agli altri ma loro stessi non si muovono! Non basta, infatti, conoscere i testi profetici per sintonizzarsi con le frequenze divine, bisogna lasciarsi scavare dentro e permettere che la Parola di Dio ravvivi l’anelito alla ricerca, accenda il desiderio di vedere Dio”.
In tutto ciò il pensiero di Erode diventa ‘diabolico’: “A questo punto Erode, di nascosto, come agiscono gli ingannatori e i violenti, chiede ai Magi il momento preciso della comparsa della stella e li incita a proseguire il viaggio e a tornare poi a dargli notizie, perché anche lui possa andare ad adorare il neonato. Per chi è attaccato al potere, Gesù non è la speranza da accogliere, ma una minaccia da eliminare!”
Inoltre il racconto evangelico è anche un invito a porre attenzione ai segni del creato: “Quando i Magi ripartono, la stella riappare e li conduce fino a Gesù, segno che il creato e la parola profetica rappresentano l’alfabeto con cui Dio parla e si lascia trovare. La vista della stella suscita in quegli uomini una gioia incontenibile, perché lo Spirito Santo, che muove il cuore di chiunque cerca Dio con sincerità, lo colma pure di gioia”.
Attenzione che si trasforma in adorazione: “Entrati in casa, i Magi si prostrano, adorano Gesù e gli offrono doni preziosi, degni di un re, degni di Dio… Perché? Cosa vedono? I Magi diventano così i primi credenti tra tutti i pagani, immagine della Chiesa adunata da ogni lingua e nazione”.
In conclusione il papa ha invitato ad adorare Dio nella ‘piccolezza’: “Cari fratelli e sorelle, mettiamoci anche noi alla scuola dei Magi, di questi ‘pellegrini di speranza’ che, con grande coraggio, hanno rivolto i loro passi, i loro cuori e i loro beni verso Colui che è la speranza non solo d’Israele ma di tutte le genti. Impariamo ad adorare Dio nella sua piccolezza, nella sua regalità che non schiaccia ma rende liberi e capaci di servire con dignità. E offriamogli i doni più belli, per esprimergli la nostra fede e il nostro amore”.
Mentre dalla Sala Stampa vaticana si è precisato che anche questa notte è stata tranquilla per il papa: “Nei prossimi giorni potrebbe essere organizzata una conferenza stampa sulle condizioni di salute del Pontefice”, nonostante una situazione complessa.
(Foto: immagine di repertorio)
A San Paolo fuori le Mura la Comunità di Sant’Egidio ha festeggiato 57 anni
Nella basilica di San Paolo fuori le Mura la Comunità di Sant’Egidio ha ‘festeggiato’ 57 anni di ‘vita’, nata nel 1968, a conclusione del Concilio Vaticano II, per iniziativa di Andrea Riccardi, in un liceo del centro di Roma. Con gli anni è divenuta una rete di comunità che, in più di 70 paesi del mondo, con una particolare attenzione alle periferie e ai periferici, raccoglie uomini e donne di ogni età e condizione, uniti da un legame di fraternità nell’ascolto del Vangelo e nell’impegno volontario e gratuito per i poveri e per la pace.
Per questa occasione il presidente della Comunità di Sant’Egidio, Marco Impagliazzo, è stato ricevuto da papa Francesco, che ha ringraziato per l’impegno negli anni a favore dei poveri e, in particolare, in questo tempo difficile, per l’accoglienza e l’integrazione offerta ai migranti attraverso i corridoi umanitari, rallegrandosi, in modo particolare, per l’ultimo arrivo, in salvezza, di circa 140 profughi dalla Libia.
Nell’omelia della celebrazione eucaristica il card. Baldassarre Reina, vicario generale della diocesi di Roma, commentando le letture della liturgia, ha affermato: “In un tempo in cui sperimentiamo una solitudine, che è fonte di angoscia e sofferenza per tanti, è importante ribadire che non è bene che l’uomo sia solo, non è bene lasciare nessuno indietro: non possiamo accettare che nessuno sia schiacciato dalla povertà, dalla sofferenza, dalla malattia o da qualsiasi forma di disagio”.
Commentando il capitolo della Genesi sulla creazione il vicario generale ha riletto l’impegno della Comunità: “E rileggo in questa espressione l’impegno, il cammino, lo sforzo, la profezia della Comunità di Sant’Egidio, che ha creduto fortemente, e crede, nelle relazioni. Che vive nel promuovere queste relazioni, a tutti i livelli. E diventano relazioni di pace laddove ci sono i conflitti, purtroppo ancora oggi assai presenti e sanguinanti. Diventano relazioni diplomatiche, diventano relazioni tra le diverse fedi, tra le diverse sensibilità, tra le diverse religioni”.
Quindi è necessario ‘sentire’ la carne: “Sentire nostra la carne di tutta l’umanità, sentire nostra la fatica e la gioia di ogni essere che è sulla faccia della terra. Poter dire: questa è carne della mia carne. Non lo dice soltanto il marito alla moglie, l’uomo alla donna, ma lo dice ogni persona ritrovandosi davanti una creatura che gli è simile. Ed è il comandamento simile al primo: ama il prossimo tuo perché è come te stesso, perché è te stesso. Non è bene che l’uomo sia solo. Finalmente questa è carne della mia carne”.
Ed affrontando il tema giubilare ha citato don Tonino Bello: “Diceva don Tonino Bello: la speranza va organizzata. Ci vuole pazienza nel saper organizzare la speranza. Perché servono decisioni ferme, delle risposte puntuali, ma serve anche la pazienza di saper costruire futuro. Questo è un tempo che ha bisogno di persone, di uomini e donne che costruiscono futuro. Quella donna ha saputo aspettare.
Avrebbe potuto dire a se stessa: non ce la faccio, anche il Messia, anche il Signore mi ha girato le spalle, me ne vado. Ha saputo aspettare con pazienza, sotto la tavola. Ed è stata premiata: Per questa tua parola la tua figlioletta è guarita. Ed è, la parola di questa donna, una parola di fede e di pazienza, una parola coraggiosa, una parola umile, una parola forte”.
Infine un ringraziamento ma anche un invito a ‘guardare avanti’: “Ma l’anniversario nella logica cristiana è sempre l’occasione per guardare avanti. Perché la nostra non è una fede del passato, ma semmai una esperienza che getta lo sguardo sul futuro. Allora vogliamo chiedere al Signore, in questa celebrazione eucaristica, che continui ad accompagnare i passi della Comunità di Sant’Egidio, che continui a benedire questa Comunità così come ha fatto in questi 57 anni.
A tutti voi la gratitudine della nostra Chiesa, della Chiesa di Roma e, attraverso le mie parole, la gratitudine del Santo Padre. Ed è una gratitudine che vi responsabilizza, che vi chiede un impegno ancora maggiore”.
Al termine della celebrazione eucaristica il presidente di Sant’Egidio, Marco Impagliazzo, ha sottolineato la ‘responsabilità’ della speranza, fondata sull’ascolto della Parola di Dio: “Sentiamo la responsabilità di portare ‘la speranza che non delude’ e siamo consapevoli che solo con la forza dell’amicizia e del sostegno di tutti voi potremo essere all’altezza di questo compito. In questi anni abbiamo sempre cercato, in ascolto della Parola di Dio, ‘lampada ai nostri passi’, di non coltivare visioni di parte o ideologiche della vita e della vicenda storica”.
E la Parola di Dio si associa alla parola della libertà: “Abbiamo cercato di essere liberi dal guardare le situazioni in modo binario e contrapposto (come capita spesso nelle vicende dei conflitti) e dalla cultura del nemico, che vede tutto il male nell’altro. E di scoprire così risorse ed energie insospettate, liberandoci da un pessimismo scontato, nella riscoperta dei legami tra uomo e donna, tra i popoli, tra gente diversa. Con la convinzione di dover costruire giorno dopo giorno un destino comune da cui nessuno si senta escluso”.
Al termine della celebrazione è iniziata la festa con tutti i partecipanti: anziani in difficoltà, a cui Sant’Egidio è particolarmente vicino, persone senza dimora, alcuni dei quali usciti dalla strada grazie al sostegno della Comunità, persone con disabilità, molte delle quali inserite in percorsi artistici e lavorativi, i ‘nuovi italiani’ oggi integrati nel nostro paese e i rifugiati venuti con i corridoi umanitari. Ma anche un gruppo di profughi ucraini, toccati da un conflitto che proprio in questo mese sta arrivando dolorosamente ai suoi tre anni. La festa di Roma è stata la prima di tante altre che ci saranno negli oltre 70 Paesi in cui è presente Sant’Egidio, dall’Europa all’Africa, dall’Asia all’America Latina.
(Foto: Comunità di Sant’Egidio)





























