Bussole per la fede
Il perdono cambia la vita, ad ottocento anni dal Cantico delle Creature di San Francesco
Il ‘Cantico delle Creature’ (Canticum o Laudes Creaturarum) è un cantico di san Francesco d’Assisi composto intorno al 1224 fra san Damiano e il vescovado di Assisi. E’ il testo poetico più antico della letteratura italiana di cui si conosca l’autore. Secondo una tradizione, la sua stesura risalirebbe a due anni prima della sua morte, avvenuta nel 1226.
Per approfondire questo testo poetico, nell’ottocentesimo anniversario ed a dieci anni dall’enciclica ‘Laudato sì’, la parrocchia ‘Santa Maria Annunziata’ dell’Abbadia di Fiastra, nella diocesi di Macerata, in collaborazione con il Sermirr di Recanati, il Sermit di Tolentino, Agesci, Azione Cattolica Italiana, Acli, Movimento Laudato Sì, Movimento dei Focolari, associazione ‘Città per la Fraternità’, ha attivato un percorso di approfondimento, che si concluderà domenica 10 maggio con il giornalista e teologo Diego Mecenero, che racconterà come si sconfigge il bullismo, partendo dall’incontro del santo assisiate con il lupo di Gubbio: ‘San Francesco ed il lupo insieme per sconfiggere il bullismo’.
Nell’incontro precedente l’incaricata nazionale al settore ‘Giustizia, Pace e Nonviolenza’ dell’Agesci, Alessandra Cetro, ha raccontato il verso ‘Laudato sii, mio Signore, per tutti quelli che perdonano per amor Tuo’; “Essere ‘artigiani di pace’ significa agire nel quotidiano con gesti concreti, coltivare il rispetto e la comprensione reciproca, promuovere la giustizia e il bene comune. Come ‘artigiani di pace’ continuiamo a immaginare e a sognare un mondo in pace non come utopia, ma come forte necessità e anche promessa per gli uomini e le donne del nostro tempo e quindi ci dedichiamo alla sua costruzione con tenacia, passione e dedizione, sicuri di non essere soli in questo cammino, affidandoci alla guida e alla grazia di Dio Padre”.
Quindi essere ‘artigiani di pace’ è connaturato al perdono, come ha ‘cantato’ san Francesco d’Assisi, nel ‘Cantico delle Creature’, lodando il Signore per coloro che perdonano: oggi è possibile perdonare?
“E’ possibile perdonare a partire da uno sguardo nuovo sul perdono, capendo che il perdono è un dono che facciamo principalmente a noi stessi e poi lo facciamo all’universo, perché accogliamo quello che è accaduto e non si può cambiare, ma scegliamo di non starci più male; scegliamo di aprire alla vita e di continuare a vivere, facendo fiorire il bello. San Francesco diceva ‘laudato sì mio Signore per quelli che perdonano per il tuo amore’; quindi sia dall’ottica di figli di sentirsi amati dall’amore incondizionato di Dio, che porta a perdonare e nell’ottica di essere tutti fratelli e sorelle, quindi imperfetti ed amati, ma anche che perdonano per amore di Dio. Il perdono come gesto nuovo e gratuito; come gesto che apre a qualcosa di nuovo e di insolito nella storia, perché apre alla possibilità”.
Quindi il perdono è un dono per…?
“Esatto: è un dono per… un dono per se stessi e un dono per le persone che ci circondano ed anche per coloro che non vivono più pieni di rabbia ed anche un dono per la società che vive accanto a noi, perché talvolta la cambia. Penso alle famiglie che sono riuscite a perdonare ed a porre fine alle vendette di sangue. Penso al processo di ‘verità e riconciliazione’ avvenuto nel SudAfrica, dove Desmond Tutu affermava che non c’è futuro senza perdono; penso ad Agnese Moro, che è riuscita a perdonare ed avviare un dialogo con chi aveva ucciso suo padre. Penso al perdono di Giovanni Bachelet, ma anche ai familiari delle vittime delle Torri Gemelle, che hanno lavorato ad una risposta nonviolenta al terrorismo. Penso anche ai componenti dei ‘Parents Circle’, che anche adesso vedono genitori israeliani e palestinesi insieme contro la guerra. Genitori che si sono riconosciuti nel dolore comune di aver perso un di figlio. Questi ed altri episodi fanno del perdono un dono per…”.
Quindi il perdono è un’azione educativa?
“L’educazione è, per sua stessa natura, liberante e contribuisce alla costruzione di un’umanità piena e realizzata e perciò pacificata e pacifica. Sottolinea il valore del nostro metodo educativo, che ha
già di per sé un’impostazione nonviolenta e ribadisce la necessità e l’urgenza dell’impegno educativo, cosciente e consapevole, in questa direzione. Basti pensare allo sguardo che riconosce
nell’altro una persona degna di fiducia e di stima.
Per questo occorre, prima di tutto, rifiutare la logica per cui si parla di pace solo quando scoppia una nuova guerra. Vogliamo formare donne e uomini nonviolenti, che abbiano fiducia in sé e negli altri; che sappiano intervenire in modo creativo e personale nella realtà che li circonda, per accrescerne l’umanità; che si impegnino a risolvere attivamente i conflitti senza violenza e prevaricazione, ma facendo leva sulle risorse costruttive già presenti e sviluppandone altre”.
Ed a Rimini è sorta una ‘casa del perdono’: cosa è?
“A Rimini esiste la Casa Madre del Perdono, che insieme ad altre strutture dell’Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII permette ai detenuti, che stanno vivendo gli ultimi anni della loro pena, di scontare questo tempo in comunità, in cui insieme rileggono i propri sentimenti ed il loro vissuto e possono ripartire. In parallelo a queste case di accoglienza è nata anche un’università del perdono, dove si riflette su questo tema, in cui persone della società civile condividono riflessioni e parte della propria vita con i detenuti, in modo da restituire qualcosa che hanno tolto alla società alla società stessa”.
(Tratto da Aci Stampa)
Papa Leone XIV a Napoli: per il card. Battaglia è un viaggio che dà speranza
Nelle settimane scorse è stata presentata la visita apostolica che papa Leone XIV compirà venerdì 8 maggio all’arcidiocesi e alla città di Napoli con lo slogan ‘Camminava con loro’, versetto tratto dal racconto dei discepoli di Emmaus, che è lo stesso brano biblico che sorregge e ispira gli ‘Orientamenti pastorali del XXXI Sinodo della Chiesa di Napoli’, il documento programmatico consegnato dal card. Mimmo Battaglia alla diocesi nello scorso settembre, innestandosi nel cammino sinodale dell’arcidiocesi, come ha dichiarato l’arcivescovo della città: “Scegliendo Napoli per il suo primo anniversario, il Santo Padre non viene a celebrare un’istituzione, ma viene a farsi pellegrino tra le nostre contraddizioni, tra la bellezza che incanta e le ferite che ancora sanguinano”.
Presentando la visita apostolica l’arcivescovo ha sottolineato la data di tale visita: “Papa Leone XIV non viene tra noi come un potente della terra che conta eserciti o mercati; viene come un pellegrino di pace, un uomo di Vangelo… Sceglie noi, sceglie questa terra di ‘vicoli e di mare’, dove la bellezza convive con il fango, dove la speranza è un esercizio quotidiano di resistenza… La sua presenza è un invito a dire che c’è un’altra strada rispetto alla violenza e all’indifferenza. Perché il volto di Cristo lo ritroviamo negli occhi dei piccoli e di chi abita le periferie dell’anima”.
A pochi giorni da questa visita abbiamo chiesto al card. Mimmo Battaglia di raccontarci il sentimento della popolazione in questo momento di attesa:“C’è gioia, e c’è anche qualcosa che va oltre la gioia. Quando giro per la città, quando incontro le persone nelle parrocchie, percepisco un desiderio vero: quello di essere raggiunti. Non visitati, ma raggiunti. E questo fa la differenza.
Napoli non ha bisogno di eventi. Ha bisogno di incontri. E la visita di papa Leone è proprio questo: un incontro. Il Vescovo di Roma viene a camminare con noi, porta uno sguardo e una parola. Sento anche una responsabilità forte: che tutto non si disperda, che non diventi spettacolo. Il nostro compito è custodire questo tempo, consegnarlo integro. Perché ciò che vedo nelle persone non è semplice curiosità. E’ speranza”.
Nel primo messaggio diffuso appena fu comunicata la visita del Papa lei ha scritto: ‘Napoli non è solo un luogo geografico. E’ una condizione umana’. Cosa vuol dire esattamente con queste parole e da dove nasce questa convinzione?
“Vuol dire che Napoli non si capisce sulle mappe. Si capisce sulla pelle. E’ una città che porta dentro di sé tutto: la bellezza e il dolore, la festa e il lutto, la speranza e la rassegnazione. Questa città non ti lascia neutrale. Ti chiede da che parte stai. E quando ci stai davvero, vedi l’umanità intera con le sue fatiche e i suoi desideri. Napoli è uno specchio. E spesso mostra ciò che altrove si preferisce non guardare. E’ la prossimità che lo insegna: lo stare, l’ascolto, il tempo condiviso con la gente”.
Quali speranze concrete la città nutre per questa visita e cosa si aspetta che cambi dopo il passaggio del papa?
“Non credo che una visita, da sola, cambi la storia di una città. Ma credo che una parola, quella giusta, quella vera, possa cambiare il modo in cui una città si racconta. E questo è già molto. Napoli ha bisogno di essere vista. Ed un papa che si ferma, che non classifica, che non archivia, è già una risposta. Questo sguardo (ne sono certo) qualcosa muoverà. Dentro le persone, nel profondo, lì dove le cose cambiano davvero.Prima ancora che nella storia della città, nella storia di ciascuno”.
Nell’anno giubilare è stato aperto il Polo della Carità, ‘Casa Bartimeo’, per le persone più fragili della città: per quale motivo ed a chi si rivolge?
“”Bartimeo era cieco. Stava ai margini della strada. E quando Gesù passò, gridò. Non si rassegnò. Gridò. E Gesù si fermò. ‘Casa Bartimeo’ nasce da qui: dalla convinzione che il grido di chi è ai margini non vada spento, ma accolto. E’ una casa che si rivolge a chi non ha casa, a chi ha perso la strada, a chi la società ha già archiviato. Non è un progetto assistenziale. E’ un gesto evangelico. Ed è anche una domanda per la Chiesa di Napoli: siamo ancora capaci di fermarci? Di fare nostra la domanda di Gesù: ‘Che cosa vuoi che io faccia per te?’ Non è retorica. E’ il cuore di tutto”.
In quale modo è possibile, oggi, generare bellezza attraverso le ‘opere segno’ e quali sono gli esempi più significativi in questa direzione?
“La bellezza, in una città che ha imparato a convivere con il degrado, è una provocazione. E’ un gesto che disturba, che non lascia le cose come stanno. Le ‘opere segno’ nascono da questa convinzione: si può vivere diversamente, e farlo concretamente vale più di tante parole. Penso al MuDD, il Museo Diocesano Diffuso. L’arte non resta ferma ad aspettare, ma si fa prossimità, annuncio, evangelizzazione. Un museo che non nasce per chi viene a visitare la città, ma per chi la abita, per chi ci costruisce la propria vita ogni giorno. Perché la bellezza non è un privilegio di pochi. Quando la portiamo in un luogo ferito, stiamo dicendo a chi lo abita che è degno di essa. E questo, già di per sé, è una forma di Vangelo”.
(Tratto da Aci Stampa)
Papa Leone XIV a Pompei: con Monsignor Caputo nella devozione alla Madonna
Venerdì 8 maggio papa Leone XIV, nel primo anniversario della sua elezione, papa Leone XIV sarà in visita pastorale al Santuario di Pompei, come ha detto l’arcivescovo prelato di Pompei e delegato pontificio per il Santuario della Beata Maria Vergine del Santo Rosario, mons. Tommaso Caputo: “Come non ricordare ora le parole pronunciate dal pontefice nel suo primo discorso dalla Loggia delle benedizioni della Basilica di San Pietro? Oggi è il giorno della Supplica alla Madonna di Pompei, evidenziò quel giorno”.
Per il delegato pontificio questo viaggio è la sintesi di una storia importante: “Questo che potrebbe sembrare solo un annuncio è in realtà la mirabile sintesi delle attese e delle speranze della nostra Città mariana, a coronamento della sua storia segnata dalla recente canonizzazione del fondatore, San Bartolo Longo, celebrata esattamente quattro mesi fa.
L’esultanza della nostra Chiesa e di tutta la comunità civile è piena, ricolma di tutte le grazie e i doni che porta con sé ogni passo del Papa pellegrino, primo messaggero del Vangelo, che viene a confermare nella fede un popolo guidato da Maria sulla strada verso il Risorto”.
In un comunicato congiunto l’arcivescovo di Napoli, il card. Mimmo Battaglia, il vescovo di Acerra e presidente della Conferenza Episcopale Campana, mons. Antonio Di Donna, e l’arcivescovo Tommaso Caputo, hanno scritto: “Si può vedere, ed è giusto farlo, questo duplice viaggio del Vicario di Cristo come un segno di predilezione verso una terra che rappresenta una sintesi particolarmente viva delle attese e delle speranze, nonché dei drammi e dei ritardi, che ancora ostacolano lo sviluppo armonico e lineare di un popolo in cui è sempre vivo il richiamo di una fede profonda…
Ma ciò che scorgiamo in questo segno di così grande attenzione, è qualcosa di ancora più profondo, perché chiama in causa e accresce la responsabilità nostra e delle nostre chiese che vengono a trovarsi al centro, in maniera così diretta e coinvolgente, nella linea di un pontificato che, giorno per giorno, esprime sempre più il suo carattere missionario per l’annuncio della gioia del Vangelo”.
A pochi giorni della visita apostolica del papa abbiamo chiesto a mons. Tommaso Caputo di raccontarci il sentimento della popolazione: “E’ un sentimento di profonda gioia e di viva emozione che cresce di giorno in giorno. La visita di un papa rappresenta un crocevia per la storia di una comunità che riceve questo grande dono. Lo è certamente per la nostra amata città mariana, costituendo un motivo di rinnovata speranza e di nuovo slancio nella prosecuzione dell’opera nata dal genio e dalla fede di san Bartolo Longo e della moglie Marianna Farnararo De Fusco”.
Mons. Caputo ha accennato all’accoglienza al papa che si sta preparando: “Sin dall’annuncio dello scorso 19 febbraio, la nostra comunità civile ed ecclesiale si sta preparando spiritualmente all’incontro. L’accoglienza del Vicario di Cristo si prepara innanzitutto con la preghiera.
Laici, religiosi, sacerdoti di Pompei desiderano che il papa trovi una Chiesa viva e una città aperta e accogliente. I 2.000.000 di pellegrini che ogni anno visitano il nostro Santuario per attingere alla spiritualità del Rosario testimoniano la vitalità del carisma di san Bartolo Longo.
Carisma non solo di fede, ma anche di carità che è tuttora attiva nelle numerose opere sociali che accolgono centinaia di bambini, giovani, ragazze madri, donne e minori in difficoltà, persone con disabilità, poveri, immigrati. Saranno proprio loro i protagonisti dell’incontro con il papa”.
La visita al santuario di Pompei ‘cade’ ad un anno dalla sua elezione: perché il papa è devoto alla Madonna di Pompei?
“Papa Leone XIV è stato eletto al soglio pontificio l’8 maggio 2025. Era il giorno della festa della Madonna di Pompei, della recita solenne della preghiera della Supplica in piazza Bartolo Longo. E’ stato proprio il Santo Padre, dalla Loggia delle benedizioni della Basilica di San Pietro, a rimarcare questa coincidenza nelle sue prime parole dopo l’elezione. Sin dagli inizi il segno mariano ha caratterizzato il pontificato di papa Leone, alla cui presenza, venerdì 8 maggio, celebreremo solennemente il 150^ anno dalla posa della prima pietra del Santuario dedicato alla Beata Vergine del Santo Rosario”.
Quale è il legame del papa con san Bartolo Longo, da lui canonizzato?
“Con la visita di papa Leone XIV trovano compimento, per la quinta volta, le parole pronunciate da san Bartolo il 5 maggio 1901, giorno dell’inaugurazione della monumentale facciata del Santuario: ‘Un giorno noi vedremo la bianca figura del Rappresentante di Cristo benedire le genti accolte in questa piazza, acclamanti la pace universale’.
Va ricordato che il 25 febbraio 2025, dalla cattedra di sofferenza dell’Ospedale Gemelli di Roma, papa Francesco approvò il decreto per la canonizzazione di san Bartolo, rito che il 19 ottobre successivo, in piazza san Pietro, è stato presieduto proprio da papa Leone XIV. Con papa Leone XIII ha avuto inizio la storia della Nuova Pompei, mentre papa Leone XIV ha proclamato santo il suo Fondatore. Un cerchio che si è chiuso, nel disegno della Divina Provvidenza”.
Cosa significa essere pellegrino di pace a Pompei?
“Il mondo sembra conoscere solo il ‘lessico’ distruttivo della guerra e papa Leone XIV ci esorta continuamente a pregare per la pace, in modo particolare nella recita del Santo Rosario, preghiera d’elezione per il nostro Santuario. Nel suo pellegrinaggio a Pompei, il pontefice affiderà all’intercessione di Maria Santissima l’assoluto bisogno di pace del mondo intero. E noi pregheremo con lui. Mai più la guerra!”
Oggi ha ancora senso pregare il Rosario?
“Certo che ha senso! San Bartolo Longo si affidava all’intercessione della Madonna perché sapeva di essere fragile e che al Padre doveva tutto, ogni singolo respiro. Quando, nell’ottobre 1872, egli arrivò nella Valle di Pompei, ricca di pericoli ed abitata da un migliaio di contadini, ascoltò un’ispirazione interiore, che non finiremo mai di ripetere: ‘Se cerchi salvezza, propaga il Rosario.
E’ promessa di Maria. Chi propaga il Rosario è salvo!’ La preghiera, la contemplazione della vita di Cristo, attraverso i misteri del Rosario, sono stati il fondamento di ogni opera del nostro Fondatore che, quasi per mano, è stato accompagnato dalla Madonna in questo cammino. Quando pregando si contempla il volto di Cristo, ogni cosa buona è possibile all’uomo. Il Rosario è, infatti, una preghiera cristologica: Gesù, la sua opera, le sue parole, ne sono il centro, il cuore. Preghiamo Maria per arrivare al Signore come san Bartolo e con san Bartolo”.
(Tratto da Aci Stampa)
San Bernardo e la sacralità dell’ospitalità
Bernardo di Mentone, noto anche come San Bernardo di Aosta (Methon-Saint-Bernard, 1020 – Novara, 1081) fu stato un religioso italiano. San Bernardo di Aosta visse tra il X e l’XI secolo, si ritirò ad Aosta dove diventò arcidiacono e fondò gli ospizi del Gran e Piccolo San Bernardo, che presero il suo nome. L’ospizio del Gran San Bernardo, in particolare, ha una lunga storia di accoglienza di viaggiatori, testimoniata anche da un diario del 1154.
Questi ospizi rispondevamo ai bisogni dei viaggiatori e dei pellegrini che attraversavano le Alpi. I religiosi di questi ‘rifugi’ ricercavano i malcapitati che avessero smarrito la strada o che fossero dispersi nella neve attraverso l’aiuto di cani specializzati, i famosi San Bernardo. I religiosi che si occupavano di queste ricerche erano i canonici regolari della Congregazione ospedaliera del Gran San Bernardo. Essi erano un istituto di vita consacrata della Chiesa cattolica.
I canonici regolari di questa comunità seguivano la regola di sant’Agostino e posponevano al loro nome la sigla C.R.B. La congregazione sorse a Martigny (oggi nel Canton Vallese) nell’XI secolo per gestire l’ospizio di Mont Joux (monte Giove, l’attuale colle del Gran San Bernardo) restaurato, appunto, da san Bernardo di Mentone. Probabilmente, i primi cani di San Bernardo, all’epoca non erano identificabili con la razza attuale, ma con lo scomparso mastino alpino.
Infatti, la prima testimonianza certa della presenza di tali cani al Colle del Gran San Bernardo, risale alla seconda metà del Seicento, quando il pittore italiano Salvator Rosa ritrasse un grosso molossoide molto simile al moderno San Bernardo. Gli animali vennero donati verso il 1660 dalle famiglie nobili del vallese ai canonici dell’ospizio situato al Colle San Bernardo per la guardia e la protezione dell’ospizio stesso dai malintenzionati (le cronache riportano numerosi episodi di brigantaggio).
Essi svolsero altri numerosi compiti, dal trasporto di piccoli carichi (latte, formaggi) alla fornitura di forza motrice (un dispositivo a mulino, azionato dai cani, muoveva l’enorme spiedo della cucina dell’ospizio). Ciò che li rese celebri nel mondo fu il ruolo di ausiliari dei canonici nel tracciare la pista nella neve fresca, prevedere la caduta di valanghe e ritrovare i viaggiatori dispersi con il maltempo. Fra di loro, il più famoso fu Barry I (1800-1814), che salvò di almeno 40 persone.
Alla sua morte il suo corpo venne imbalsamato e conservato presso il Museo di storia naturale di Berna e, da allora, il miglior maschio di ogni cucciolata dell’allevamento dell’ospizio prende il nome di Barry. E’ rappresentato con l’abito bianco dei Cistercensi, spesso in dialogo con la Vergine.
A Recanati è conservata la reliquia dei sandali di san Francesco
Ci sono oggetti che non sono soltanto memoria, ma presenza viva di una storia che continua a parlare: sono i ‘Sandali di San Francesco d’Assisi’, intessuti dalle mani amorevoli di Santa Chiara d’Assisi e conservati nella Cappella ‘Santa Sanctorum’ della concattedrale dedicata a san Flaviano a Recanati, meglio conosciuta come città di Giacomo Leopardi.
Quei sandali raccontano molto più di un semplice frammento di storia: parlano di strade polverose percorse per annunciare la pace, di passi instancabili tra borghi e campagne, di una vita spesa senza riserve per il Vangelo. Sono il simbolo di una scelta radicale di povertà, di un cammino leggero e fiducioso, affidato interamente alla Provvidenza. Nel loro intreccio si riflette anche il legame profondo tra Francesco e Chiara, un’amicizia spirituale che ha generato una delle pagine più luminose della storia della Chiesa.
Il parroco, mons. Pietro Spernanzoni, racconta questa interessante storia legata alla reliquia: “Della loro esistenza si fa menzione nella biografia di san Francesco ‘Vita Prima’, di Tommaso da Celano. In quelle pagine si racconta che san Francesco, dopo aver ricevuto le stimmate, nel viaggio che compì da Assisi a Rieti dove risiedeva papa Gregorio IX, ai piedi mise quei sandali che erano stati intessuti dalle mani di santa Chiara d’Assisi che gliene fece dono.
Non sappiamo poi come i sandali siano finiti in Vaticano, ma invece siamo a conoscenza del fatto che a portarli qui a Recanati è stato papa Gregorio XII che, quando per ricomporre lo scisma di Avignone e in nome dell’unità della Chiesa, rinunciò al papato e volle tornare ad essere soltanto il vescovo di Recanati. Così da Roma arrivò portando i sandali di san Francesco, un pezzo della Santa Croce, una spina Christi e altre reliquie delle catacombe cristiane che donò alla cattedrale dove è morto ed è sepolto dal 1417”.
Perchè i sandali di san Francesco d’Assisi si trovano a Recanati?
“Sono stati donati alla cattedrale di San Flaviano a Recanati, insieme ad un pezzetto della Croce Santa ed a molte altre reliquie provenienti dalle Catacombe Romane da papa Gregorio XII, quando si è dimesso da papa per ricomporre la divisione della Chiesa provocata dallo scisma di Avignone ed è tornato vescovo di Recanati nel 1415 dove è morto il 18 ottobre 1417. E’ sepolto nel Duomo di Recanati”.
Ma la storia dei ‘sandali’ ha un fondamento storico?
“Le Fonti Francescane parlano dei sandali intessuti da Santa Chiara. Il racconto di questi sandali si può rintracciare anche su internet, mentre gli storici recanatesi Giovan Francesco.Angelita, Antonio Calcagni, Joseph Anton Vogel ne parlano a proposito del testamento di papa Gregorio XII ed attestano la presenza di questa e di altre reliquie nella cattedrale di san Flaviano”.
Per quale motivo santa Chiara glieli donò?
“Dopo aver ricevuto le stimmate a La Verna, Francesco tornò ad Assisi, soffriva a camminare ed era gravemente malato agli occhi. Santa Chiara gli confezionò un paio di sandali intessuti in giunco palustre. San Francesco probabilmente li usò per andare a Rieti a farsi curare dai medici del papa che allora risiedeva là. Lo scrittore Joergensen a pag. 428 del volume ‘San Francesco d’Assisi’ riassume così la vicenda: ‘Verso la fine di aprile del 1225, una sedizione scoppiata a Roma aveva costretto papa Onorio III a fuggire dalla capitale… si fermò a Rieti.
Frate Elia, appoggiato dal cardinale Ugolino, insisté più che mai presso Francesco perché andasse alla Corte Pontificia, e là consentisse a farsi curare gli occhi dai valenti medici addetti a quella Corte. Così nell’estate del 1225 Francesco lasciò san Damiano… e questa volta poté fare il viaggio a piedi perché, durante il soggiorno a san Damiano, Chiara gli aveva preparato un paio di sandali fatti in modo che, nonostante le stimmate, gli fosse possibile posare il piede a terra’. Questa è la storia tramandata per questi sandali”,
Perchè sono considerati come una reliquia?
“Le reliquie, come dice la parola, sono qualcosa che ci resta di un Santo. Sono distinte in tre classi in base al loro grado di vicinanza al Santo. La prima classe comprende parti del corpo (ossa, sangue, capelli). La seconda classe comprende oggetti personali usati dai santi come abiti, sandali appunto, stoviglie, paramenti per i sacerdoti. La terza classe comprende oggetti venuti a contatto con reliquie di prima classe. I sandali sono appartenuti e usati da Francesco. Inoltre in una ricognizione fatta all’inizio del 1600, documentata dallo storico recanatese Giovan Francesco Angelita si dice che vi erano visibili macchie di sangue. Quindi si tratta di una reliquia sicuramente di seconda classe, ma forse anche di prima”.
(Tratto da Aci Stampa)
Primo maggio, il lavoro chiama la pace
“In un tempo come il nostro caratterizzato dal crescente incalzare di conflitti bellici, siamo chiamati a interrogarci sulla ricaduta sul lavoro e sulle condizioni inedite in cui l’attività umana oggi si trova. L’essenza del lavoro umano è quella di un’azione collettiva generativa. In una fabbrica, in un ufficio, in agricoltura, ogni giorno le persone si coordinano e cooperano per azioni che contribuiscono a creare comunità, per accrescere con nuovi prodotti e servizi la biodiversità civile ed economica della Terra”: così inizia il messaggio dei vescovi italiani in occasione della festa del lavoro, intitolato ‘Il lavoro e l’edificazione della pace’.
Nell’analisi del messaggio i vescovi sottolineano che oggi il lavoro è usato per ‘distruggere’ l’umanità: “Il lavoro in Italia oggi, a causa della guerra che disgrega questa ‘grammatica della società’, soffre di problemi che si aggiungono ad altri: preoccupa in particolare l’aumento dei prezzi dell’energia, che ha una ricaduta sul bilancio delle famiglie, soprattutto di quelle che vivono nella precarietà economica, e su quello delle aziende. Constatiamo che il lavoro umano si intreccia sempre più con la pace e con la guerra. Non è una novità nella storia dell’umanità. Ancora oggi, l’intelligenza della mente e delle mani dei lavoratori è usata per edificare grandi opere di sterminio e grandi opere di pace”.
Partendo da queste constatazioni dei vescovi italiani abbiamo chiesto al presidente nazionale delle Acli, Emiliano Manfredonia, di raccontarci in quale modo il lavoro chiama la pace: “Il lavoro chiama la pace perché è il primo luogo in cui si misura la dignità delle persone. Non è un tema teorico: è la vita quotidiana di milioni di uomini e donne. Sono convinto che non ci sia pace senza lavoro, né lavoro senza pace.
Quando il lavoro è dignitoso, stabile, giusto, costruisce relazioni, crea fiducia, tiene insieme la società. Quando invece è povero, precario, insufficiente, genera frustrazione e conflitto. La pace non è solo l’assenza della guerra: è giustizia sociale, è possibilità per tutti di vivere del proprio lavoro, è non dover scegliere tra lavorare e restare poveri. È lì che si gioca davvero la pace”.
Perché il lavoro è la ‘grammatica’ della società?
“Perché è il modo con cui una comunità si organizza e si racconta. Dentro il lavoro ci sono i diritti, i doveri, le opportunità, le disuguaglianze. E’ il linguaggio che tiene insieme tutto il resto. Se questa grammatica si rompe, si rompe anche la società. Oggi vediamo che il lavoro pesa meno rispetto alle rendite e alla finanza, e questo crea diseguaglianze profonde. Quando chi lavora non riesce a vivere dignitosamente, non è solo un problema economico: è un problema di democrazia. Per questo dico che il lavoro non è una voce tra le altre: è il fondamento su cui si regge la convivenza”.
Sempre nel messaggio i vescovi sottolineano: ‘Constatiamo inoltre che il lavoro che è al servizio di obiettivi bellici investe ingenti risorse economiche sottraendole ad altre finalità, come ha sottolineato papa Leone XIV nel Messaggio per Giornata mondiale della pace del 2026, ricordando che le spese militari hanno raggiunto il 2,5% del PIL mondiale’, con un richiamo alla nota ‘Educare ad una pace disarmata e disarmante’. In quale modo cambiare un’economia di guerra?
“Cambiare un’economia di guerra significa cambiare le priorità. Non possiamo pensare di costruire sicurezza investendo sempre di più sulle armi. La vera sicurezza sta nel lavoro, nel welfare, nella coesione sociale. Dobbiamo rimettere al centro la giustizia sociale: una fiscalità più equa, che colpisca le rendite speculative e non il lavoro; investimenti pubblici su sanità, istruzione, occupazione; salari dignitosi. Serve anche un’assunzione di responsabilità collettiva: imprese, sindacati, istituzioni devono sedersi insieme e affrontare le questioni strutturali del Paese . Un’economia di pace è un’economia che riduce le disuguaglianze e costruisce futuro”.
Pace, lavoro e dignità sono messe a dura prova dal peso delle disuguaglianze con un aumento del divario tra ricchi e poveri, tutelati e precari. In quale modo le ACLI orientano il lavoro alla pace?
“Partendo dalla vita concreta delle persone. Non facciamo discorsi astratti: stiamo nei territori, nei luoghi del lavoro, nelle comunità. La Carovana della Pace, che si è conclusa a dicembre al Parlamento Europeo di Strasburgo dopo tre mesi di viaggio attraverso l’Italia, non è stata un gesto simbolico, ma una scelta culturale e politica: portare i temi della pace, della dignità e del lavoro dentro la quotidianità.
Abbiamo percorso 78 tappe, ascoltato testimoni, istituzioni civiche e religiose, abbiamo raccolto la testimonianza di una rete di persone e realtà che non si arrendono alla logica della paura o dell’indifferenza, ma custodiscono e alimentano un futuro possibile. Ogni servizio che facciamo, ogni progetto, ogni proposta è pensata come un segno di pace: cura, attenzione, accompagnamento. Per noi la pace non è uno slogan, è uno stile di azione. Significa costruire relazioni, ridurre le disuguaglianze, dare strumenti alle persone, puntando anche sulla formazione e sull’orientamento. Perché la pace si costruisce dal basso, dentro le condizioni reali di vita e di lavoro”.
(Tratto da Aci Stampa)
Mons. Moraglia: rinnovare l’inculturazione della fede
“Oggi, in Italia, si commemora la Festa della Liberazione. Siamo, così, invitati a ricordare con rispetto e gratitudine quanti si sono battuti e hanno sacrificato la vita per conquistare libertà e democrazia. Il Vangelo di Marco raccoglie la predicazione e la testimonianza dell’apostolo Pietro che, come abbiamo ascoltato nella seconda lettura, lo chiama ‘figlio mio’. Per la sua antichità, questo Vangelo va considerato come una delle prime forme d’inculturazione del cristianesimo; la fede, infatti, genera cultura ed esprime cultura, pur rimanendo innanzitutto annuncio di fede”:
ricordando la liberazione dell’Italia il patriarca di Venezia, mons. Francesco Moraglia, ha celebrato il patrono della città lagunare, che si appresta a celebrare l’Anno speciale, indetto per i 1200 anni dall’arrivo delle spoglie dell’evangelista Marco in città, che avrà inizio l’8 ottobre 2027 (giorno della memoria della dedicazione della Basilica di san Marco) e terminerà il 1° febbraio 2029 (giorno della memoria della translatio delle reliquie marciane).
Nell’omelia ha ricordato l’episodio del centurione romano: “Momento fondamentale del Vangelo è l’episodio del centurione (un romano, un pagano) che riconosce in Gesù il mistero della salvezza di Dio… L’uomo non prevenuto, anche se lontano, dinanzi alla morte di Gesù ne riconosce il mistero, anzi, la divinità. Va oltre quelle letture del Vangelo che proiettano il proprio io e così ne manipolano il messaggio”.
Quindi è un invito a comprendere oggi i contenuti evangelici per poter annunciare la resurrezione di Cristo: “Il Vangelo di Marco (il più breve dei quattro) esprime come la fede cristiana nasca dalla fede apostolica e non dalle precomprensioni umane. Anche noi, oggi, siamo invitati a guardare al Vangelo di Marco per comprenderne i contenuti e lo stile e così rinnovare l’ ‘inculturazione’ della buona notizia di Gesù, il Crocifisso Risorto, nella società piena di contraddizioni del nostro tempo”.
Questa è la sfida culturale a cui il cristiano è chiamato: “La nostra epoca non è dissimile, in molti aspetti, a quella in cui visse Marco: la ‘sfida culturale’ richiama anche oggi la necessità di un’evangelizzazione in contesti non cristiani, rimanendo fedeli a Cristo… Il Vangelo marciano può così essere considerato l’ ‘espressione di fede della Chiesa’ nell’importante opera iniziale di inculturazione dell’evento cristiano…
Ed una vera inculturazione mai compromette la fedeltà all’evento Cristo che si è inserito nella storia e cultura ebraica e, poi, in quella di Roma e in quella greca. Il Vangelo annuncia e trasmette la fede apostolica e porta a riconoscere in Gesù, il Crocifisso risuscitato, il Figlio del Padre fatto carne, rivelatosi nella nostra umanità”.
Il patriarca ha insistito sull’annuncio del Vangelo a tutti, riprendendo la sua lettera pastorale: “E’ il Vangelo di Gesù che va annunciato a tutti e non le nostre opinioni personali. Non vi è altro nome all’infuori di Gesù che può salvare l’uomo e Pietro lo attesta nella sua prima predicazione rispondendo alle esigenze di verità, di giustizia, di gioia…
Innanzitutto la famiglia (realtà antropologica fondamentale) e luogo di trasmissione della fede alle nuove generazioni. Il vescovo de Laval cura poi molto l’educazione (fonda scuole e il Seminario), s’impegna a favore della giustizia sociale ed è chiamato il ‘vescovo di tutti’ per la sua attenzione ai più piccoli, ai malati, ai bisognosi”.
La preghiera che il patriarca ha rivolto al patrono della città è stata quella di percorrere strade di ‘giustizia e di speranza’: “San Marco ci insegni a percorrere le vie di giustizia e di speranza di cui oggi la nostra Chiesa e il nostro mondo hanno bisogno, non dimenticando che ‘ogni vera riforma della Chiesa nasce non dalle strutture, non dai piani pastorali, non dai convegni o da progetti fatti a tavolino, ma dalle persone e, più esattamente, dai santi’…
A tal proposito annuncio ufficialmente che l’Anno marciano (indetto per i 1200 anni dall’arrivo delle spoglie dell’evangelista Marco in città) avrà inizio l’8 ottobre 2027 (giorno della memoria della dedicazione della Basilica di San Marco) e terminerà il 1° febbraio 2029 (giorno della memoria della translatio delle reliquie marciane)”.
Un anno non solo celebrativo, ma anche culturale: “Per questi motivi, il cammino verso l’Anno marciano (e l’Anno stesso) non sarà costituito solo da momenti celebrativi di carattere liturgico e sacramentale (che pur ne rimangono il cuore pulsante) ma proporrà anche iniziative di carattere pastorale e culturale: pellegrinaggi, indicazione di itinerari artistici, eventi ecumenici ed interreligiosi, progetti ‘aperti’ a varie e diverse realtà del territorio, concorsi e mostre in ambito storico-artistico, concerti, convegni e giornate di studio, strumenti e pubblicazioni di supporto”.
Concludendo l’omelia ha invitato a pregare per la pace: “Purtroppo, anche quest’anno la festa del patrono san Marco si celebra in un tempo di guerra, segnato da distruzioni e, soprattutto, morte. Operiamo allora per quanto è in nostro potere e preghiamo in sintonia con papa Leone XIV che interviene con continui (ed inascoltati) appelli. Ringraziamo il Santo Padre per la sua ferma e chiara condanna della guerra. E chiediamo che si fermi ogni violenza e sopraffazione in particolare nei confronti dei civili, soprattutto bambini, anziani e donne. Giunga, per tutti, finalmente, l’atteso tempo di pace”. (Foto: Patriarcato
Papa Francesco nella memoria della Chiesa
“Nel primo anniversario della morte del caro Papa Francesco, è viva nella Chiesa e nel mondo la sua memoria. Assente da Roma per il Viaggio apostolico in Africa, mi associo spiritualmente a quanti si raccoglieranno nella Basilica Liberiana per offrire il Sacrificio eucaristico in suffragio del mio Predecessore. Saluto con affetto, insieme con i Cardinali, i Vescovi, i sacerdoti e i religiosi, i pellegrini giunti per testimoniargli affetto e riconoscenza”: con una lettera al decano del Collegio cardinalizio, card. Giovan Battista Re, ieri papa Leone XIV ha ricordato papa Francesco ad un anno dalla morte.
Nel messaggio il papa ha sottolineato la sua missione fondata sulla misericordia: “Il suo magistero è stato vissuto da discepolo-missionario, come amava dire. E’ rimasto discepolo del Signore, fedele al suo Battesimo e alla consacrazione nel ministero episcopale, fino alla fine. E’ stato anche missionario, annunciando il Vangelo della misericordia ‘a tutti, a tutti, a tutti’, come ebbe a dire più volte. I benefici suscitati dalla sua testimonianza di Pastore sollecito ha contagiato il cuore di tanta gente, sino agli estremi confini della terra, grazie anche ai pellegrinaggi apostolici e specialmente a quell’ultimo ‘viaggio’ che è stata la sua malattia e la sua morte”.
Ed instancabilmente ha annunciato a tutti la Buona Novella: “Ancora sentiamo risuonare le sue esortazioni, espresse con parole eloquenti, per rendere più comprensibile la lieta notizia: misericordia, pace, fratellanza, odore delle pecore, ospedale da campo e tante altre. Ognuna di queste espressioni ci riporta al Vangelo da Lui vissuto con un linguaggio nuovo che annuncia lo stesso Vangelo di sempre
Papa Francesco ha nutrito una profonda devozione a Maria in tutta la sua vita; ricordiamo, infatti, che si è recato tante volte a Santa Maria Maggiore, luogo della sua sepoltura, e in molti santuari mariani sparsi nel mondo”.
Inoltre nella basilica liberiana è stata celebrata dal card. Re una messa in suo suffragio: “Ad un anno dal passaggio da questa terra alla casa del Padre il ricordo vivo di Francesco è nei pensieri e nei cuori di tutti. Dall’Africa il papa si unisce a noi ed è spiritualmente presente con noi”.
Inoltre Biagio Maimone, coordinatore nazionale per l’Italia della Rete Mondiale del Turismo Religioso e direttore della comunicazione della Fondazione ‘Bambino Gesù del Cairo’, presieduta da mons. Yoannis Lazhi Gaid, già segretario personale di papa Francesco, ha sottolineato la grandezza del papa: “Di straordinaria rilevanza è stato l’impegno di papa Francesco, il quale, nel corso del suo pontificato, ha costantemente ribadito come Cristo sia venuto nel mondo per portare la salvezza ai poveri, agli emarginati e agli ultimi della terra”.
La peculiarità del papa defunto è stato il continuo richiamo al cristianesimo: “Papa Francesco ha evidenziato la necessità di un ritorno al cristianesimo delle origini, fondato sulle parole e sull’esempio di Gesù, quale obiettivo primario del cattolicesimo contemporaneo. In tale prospettiva, il suo operato si pone in continuità ideale con quello di Francesco d’Assisi, il quale avvertì l’urgenza di “restaurare” la Chiesa del suo tempo, riconducendola al suo autentico fondamento evangelico”.
Un papa che ha proposto un rinnovamento della Chiesa: “Analogamente, papa Francesco (che può essere definito il ‘Papa della Pace’ e della ‘verità storica’) ha perseguito un percorso di rinnovamento ecclesiale volto a riportare al centro dell’azione pastorale l’attenzione verso gli ultimi, verso quanti vivono ai margini della società e soffrono a causa dell’esclusione, del razzismo e delle ingiustizie sociali, politiche ed economiche”.
Ha proposto un cambiamento: “Il Pontefice si è fatto promotore di un cambiamento profondo, fondato sull’idea di una ‘giustizia basata sulla misericordia’, distinta dalla giustizia meramente terrena, spesso segnata da limiti, contraddizioni e parzialità. Tale visione richiama una giustizia superiore, radicata nell’amore divino, inteso come principio universale di inclusione e dignità.
In questa prospettiva, la lotta alla povertà trova il suo fondamento nell’amore, nella sua espressione più alta, ossia la misericordia, che non esclude nessuno e promuove autentiche condizioni di equità sociale. Papa Francesco ha così delineato una Chiesa impegnata concretamente nella cura delle ferite dell’umanità, secondo un approccio che può essere definito ‘poetica della fede’, in cui l’azione concreta diviene espressione creativa della fede stessa”.
Una visione di una nuova cultura della vita: “Tale visione implica un impegno concreto da parte di credenti e non credenti nella costruzione di nuovi diritti e opportunità per i più vulnerabili, in un percorso condiviso che valorizzi il dialogo interculturale e interreligioso…
Papa Francesco ha così promosso una nuova cultura della vita, invitando Oriente e Occidente a collaborare nella ricostruzione di un ordine mondiale più equo, trasformando la crisi delle certezze contemporanee in occasione di rinnovamento. Il cristianesimo, in questa prospettiva, indica nell’amore l’unica verità stabile e duratura”.
(Foto: Vatican Media)
Con suor Chiara Grazia Centolanza alla scoperta di Audite poverelle
“Audite, poverelle dal Signore vocate, ke de multe parte et provincie sete adunate: vivate sempre en veritate ke en obedientia moriate. Non guardate a la vita de fore, ka quella dello spirito è migliore. Io ve prego per grand’amore k’aiate discrecione de le lemosene ke ve dà el Segnore. Quelle ke sunt adgravate de infirmitate et l’altre ke per loro suò adfatigate, tutte quante lo sostengate en pace Ka multo venderi(te) cara questa fatiga, ka cascuna serà regina en celo coronata cum la Vergene Maria”: lo scorso anno è ricorso l’ottavo centenario delle ‘Parole con melodia’ che san Francesco scrisse per santa Chiara e le sue sorelle conosciuto come ‘Audite poverelle’.
Una delle scoperte più interessanti degli ultimi cinquanta anni è stata il ritrovamento di un testo che Francesco indirizzò a Chiara e alle sorelle che con lei dimoravano presso la chiesa di san Damiano in Assisi. Nei loro ricordi i compagni di san Francesco informano che il santo, in quegli stessi giorni in cui compose la prima e più ampia parte del Cantico di frate sole, scrisse anche ‘alcune parole con melodia (verba cum cantu), a maggior consolazione delle signore povere del monastero di San Damiano, soprattutto perché le sapeva molto contristate per la sua infermità. E poiché, a causa della malattia, non le poteva visitare e consolare personalmente, volle che quelle parole fossero loro comunicate dai suoi compagni’.
Rimasto nascosto per secoli, quel testo è venuto alla luce nel 1976 per tutta una serie di felici circostanze: le novizie del Protomonastero di Assisi notarono sorprendenti corrispondenze fra quanto era riferito di quelle ‘parole con melodia’ nella ‘Compilatio assisiensis’ ed un testo che nel 1941 era stato edito già da p. Leonardo Bello, rinvenuto in due codici (pergamenaceo l’uno, cartaceo l’altro) conservati dalle Clarisse di Novaglie. Le novizie fecero notare la cosa a suor Chiara Augusta Lainati, la quale, ottenuto il testo dalle consorelle di Novaglie, nell’estate 1977 lo ripubblicò nella prima edizione delle Fonti francescane.
A suor Chiara Grazia Centolanza, sorella povera di santa Chiara del monastero ‘Santissima Trinità’ di Gubbio, chiediamo di spiegarci il motivo per cui tale testo è stato ritrovato nell’archivio di un monastero veronese: “Chiara nel suo Testamento racconta che Francesco le esortò all’amore e all’osservanza della povertà con molti discorsi e con gli esempi della sua vita e anche consegnando loro molti scritti: di questi ‘pluria scripta’, di cui speriamo possano venire alla luce ed essere scoperti in archivi e biblioteche altri che per ora non conosciamo, fa parte il nostro testo, che evidentemente era circolato ed era stato copiato e tramandato.
Vivente ancora Francesco e poi nei decenni successivi alla sua pasqua, anche nel territorio dell’allora Marca Trevigiana l’ideale evangelico dei due santi assisani si era diffuso, rispondendo ai desideri di un movimento femminile con slanci penitenziali e pauperistici che quasi capillarmente si era irradiato nell’Italia centro settentrionale e nel nord Europa e che nell’esperienza damianita di Chiara e sorelle poteva trovare collocazione giuridica e approvazione ecclesiali.
Al 1226, cioè all’anno della morte di Francesco, risale il primo insediamento in Verona, intitolato a santa Maria, di sorelle che avrebbero seguito la forma di vita delle ‘povere signore della Valle di Spoleto o Tuscia’, disciplinata dalla Chiesa, che nell’esperienza di Chiara e nella fama della sua santità trovava un centro intorno a cui unificare e uniformare diverse realtà femminili. Dal 1263 la regola di papa Urbano IV sancisce la nascita dell’Ordine di santa Chiara, di cui la comunità veronese farà parte.
Attraversando le vicissitudini dei secoli, finalmente nel 1966 le sorelle si trasferirono sulle colline veronesi, a Novaglie. Qui nell’archivio del monastero è conservato il codice pergamenaceo del XIV secolo contenente insieme ad alcuni testi latini l’Audite, poverelle con due miniature, miracolosamente sfuggito alle soppressioni napoleoniche e al conseguente sequestro di codici e pergamene appartenenti originariamente alla biblioteca monastica. Solo nel 1977 dopo un oblio durato sette secoli ritornava alla luce l’esortazione di Francesco alle povere dame di San Damiano, di cui si conosceva il contenuto attraverso le biografie, ma di cui non c’erano tracce manoscritte.
Per quale motivo santa Chiara scrisse una regola?
La Regola clariana fu confermata da papa Innocenzo IV il 9 agosto 1253, due giorni prima del transito della santa, che desiderò ardentemente vedere approvata dalla Sede Apostolica quella che ella definì ‘Forma di vita (forma vitae) dell’Ordine delle sorelle povere istituita dal beato Francesco’, assegnandone al beatissimo padre la paternità, almeno indiretta. Chiara e le prime compagne avevano accolto per le mani di Francesco, probabilmente intorno agli anni 1212-1213 la Forma vivendi (forma del vivere), riportata poi nel capitolo VI della ‘Forma Vitae’ insieme all’Ultima voluntas, scritta dal serafico padre poco prima della sua morte. Ma l’esperienza di san Damiano si inseriva, come già accennavamo, in un tempo di grande fermento evangelico e in un più ampio ed eterogeneo movimento femminile con aspirazioni pauperistiche, che la Sede Apostolica cercò di organizzare in un nuovo ordine, che nel corso degli anni trenta del Duecento prenderà il nome di Ordine di San Damiano nel tentativo di unificare le varie esperienze intorno alla figura di Chiara.
L’Ordine viveva secondo una ‘Forma vitae’ redatta dall’allora cardinale Ugo (nel 1227 divenne Papa col nome di Gregorio IX), che comprendeva inizialmente un capitolo circa il divieto di avere possessioni. Probabilmente prima del 1226 anche il monastero di San Damiano entrò a far parte di questa realtà pur differenziandosene proprio per il rapporto con Francesco e la sua fraternitas. Quando il capitolo in questione venne eliminato, Chiara si oppose fermamente e nel 1228 ottenne da papa Gregorio IX il ‘Privilegio di povertà’, col quale la comunità di San Damiano non poteva essere costretta a ricevere possessioni, volendo aderire in tutto alle orme di Colui che per noi si è fatto povero, e via e verità e vita.
Tale Privilegio confluirà nella ‘Forma Vitae’ clariana al cosiddetto capitolo VI. Successivamente, nel 1247 ci fu da parte dell’allora papa Innocenzo IV il tentativo di consegnare all’Ordine una nuova Regola, che però vide il rifiuto categorico non solo di Chiara ma dell’intero Ordine. A questo punto è plausibile supporre che Chiara insieme alle sue sorelle abbia voluto redigere una sua regola, non scritta per così dire a tavolino, ma che nasceva dalla loro esperienza. Grande era il desiderio che la Chiesa Romana riconoscesse con la sua approvazione ‘la forma di vita e il modo di santa unità e di altissima povertà, che il vostro beato padre san Francesco vi consegnò a voce e in scritto’ (Bolla di papa Innocenzo IV)”.
A distanza di 800 anni quale è l’attualità di questo testo?
“Queste ‘parole con melodia’ descrivono realisticamente la nostra vita e quella della Chiesa, che fino alla fine dei tempi saranno tessute di infermità e di povertà di varia natura, di tribolazioni, di eventi che necessitano di essere letti con discernimento, con criteri evangelici e non mondani. Ed insieme consegnano ad ogni cristiano uno sguardo illuminato dallo Spirito, richiamandoci all’orizzonte del Regno dei cieli in un tempo in cui forse rischiamo di attendere dal mondo ciò che esso non può darci e di appiattire nel qui e ora dell’esistenza terrena il desiderio di infinito che ci abita.
Ci ricordano che abbiamo un Padre, che ci ha chiamati alla vita e ci chiama alla pienezza della sua Vita divina in Cristo nella Chiesa. Ci ricordano che tutto è dono, anche la ricompensa per la ‘fatiga’ sopportata: non si tratta infatti primariamente dei nostri meriti, ma della pace che il Risorto offre, frutto della Resurrezione e del suo Spirito. Egli infatti ci coronerà di grazia e di misericordia. Ci ricordano la nostra condizione di poveri, bisognosi di una salvezza, che non possiamo darci da noi, come forse un po’ pelagianamente vorremmo.
E finalmente ci ricordano che, secondo il principio di incarnazione, solo nel qui e ora dell’esistenza, nelle pieghe e nelle piaghe di cui è composta, possiamo incontrare il Re della gloria che tutto si dà e ci dà nella creazione e in ogni creatura, che di Lui portano ‘significazione’. La letizia e la gioia francescane nascono e si nutrono di questa Presenza, da cui nulla potrà separarci. E se di nulla possiamo gloriarci, perché tutto abbiamo ricevuto dal ‘Signore Iddio, il quale a tutti noi ha dato e dà tutto il corpo, tutta l’anima e tutta la vita, che ci ha creati, redenti e ci salverà per sua sola misericordia’, non di meno ‘in questo possiamo gloriarci, nelle nostre infermità e nel portare sulle spalle ogni giorno la santa croce del Signore nostro Gesù Cristo’, come è scritto nelle Ammoizioni”.
(Tratto da Aci Stampa)
Mons.Yoannis Lahzi Gaid: L’eredità di Francesco nel Medio Oriente, tra ferite aperte e speranza ancora viva
«Ricorre oggi il primo anniversario della morte di Papa Francesco», osserva Mons. Yoannis Lahzi Gaid — storico Segretario di Papa Francesco — «e il Medio Oriente appare più lacerato di un anno fa: conflitti persistenti, tensioni irrisolte, un integralismo religioso che si nasconde dietro apparenze di pietà e crisi economiche che spingono milioni di persone verso la migrazione, la povertà o la disperazione». In questo scenario, «il nome di Francesco torna con forza a porre una domanda essenziale: e se il mondo avesse davvero ascoltato la sua voce?».
«Eletto il 13 marzo 2013 — prosegue — Papa Francesco non è stato soltanto il capo della Chiesa cattolica. Divenne rapidamente una coscienza del mondo, un riferimento morale per chiunque cercasse una pace autentica, non fondata sulla forza delle armi, ma sulla dignità della persona». Nel Medio Oriente — sottolinea — «non fu mai un ospite di passaggio: fu un fratello, un amico che portava nel cuore le ferite di queste terre e difendeva le loro popolazioni nei momenti più difficili».
«Scrivo oggi — afferma — da figlio di questo Oriente e da testimone diretto», avendo accompagnato il Santo Padre «nella maggior parte delle sue visite storiche nella regione». Tappe che — ricorda — «non si sono limitate a trasformare l’immagine della Chiesa, ma hanno ridefinito il concetto stesso di dialogo interreligioso, abbattendo muri costruiti nel corso di decenni».
«Nel maggio 2014 — continua — Francesco aprì la sua presenza concreta nella regione con una visita in Giordania e in Terra Santa». Non fu «un viaggio di protocollo, ma un pellegrinaggio spirituale sulle orme dei profeti». Dal Giordano a Betlemme e Gerusalemme — evidenzia — «alzò la voce per una soluzione giusta alla questione palestinese, fondata sul rispetto dei diritti e della dignità umana, rifiutando ogni logica di esclusione e di violenza». E ricordava con forza: «La violenza non può essere giustificata in nome di Dio».
«Tra le visite che meglio espressero il coraggio di Francesco — prosegue Mons. Gaid — vi fu quella in Egitto, nell’aprile 2017». Giunse «dopo attentati terroristici sanguinosi, in un clima di sicurezza straordinariamente delicato». Eppure il Papa insistette nel volerci essere: «riteneva che l’assenza, in simili momenti, costituisse un tradimento della missione». Al Cairo incontrò il Presidente Abd el-Fattah el-Sisi, Papa Tawadros II e partecipò alla Conferenza mondiale sulla pace organizzata dall’Università Al-Azhar, su invito del Grande Imam, il Dr. Ahmad Al-Tayyeb.
In quell’occasione pronunciò parole che fecero il giro del mondo, sottolineando che «una religiosità priva di misericordia rappresenta una delle minacce più gravi per le società». La visita fu «un sostegno morale di grande rilievo per il popolo egiziano, un messaggio di fiducia nella sua capacità di superare il terrorismo e una testimonianza chiara al mondo intero: il dialogo tra cristianesimo e islam non è un’utopia teorica, ma una scelta concretamente praticabile».
«Nel marzo 2019 — ricorda ancora — durante la visita nel Regno del Marocco, Francesco tornò a insistere sulla “convivenza” come necessità esistenziale in un mondo plurale». «La paura dell’altro — ammoniva — è la radice delle guerre», mentre «la conoscenza e il rispetto reciproco costituiscono le fondamenta di ogni stabilità duratura». In un’epoca segnata dal crescere del discorso d’odio — sottolinea Mons. Gaid — «le sue parole riaffermavano con forza che la diversità non è una debolezza, bensì una ricchezza».
«La tappa più significativa — afferma — resta tuttavia la visita storica negli Emirati Arabi Uniti nel febbraio 2019, la prima di un Papa nella penisola arabica». Ad Abu Dhabi — ricorda — «sotto la generosa ospitalità di Sua Altezza lo Sheikh Mohamed bin Zayed Al Nahyan», venne firmato il Documento sulla fratellanza umana con il Grande Imam Ahmad Al-Tayyeb. «Non si trattò di una dichiarazione di intenti — precisa — ma di un manifesto di principi: condanna della violenza, rifiuto della strumentalizzazione della religione, affermazione che tutti gli esseri umani sono fratelli nell’umanità».
«Da allora — aggiunge — il Documento è entrato nei programmi scolastici, è stato adottato come riferimento da istituzioni internazionali e ha dato origine alla Casa Abramitica», segno concreto «di ciò che Francesco aveva auspicato: il passaggio dalle formalità protocollari alla fraternità vissuta».
«Nel corso degli anni trascorsi al fianco del Santo Padre — testimonia — ho potuto osservare da vicino la sua determinazione a rendere giustizia all’uomo di questa regione e a mostrarne il vero volto culturale». Un volto «così distante dalle immagini distorte alimentate da guerre ed estremismi». Francesco «credeva con convinzione che il dialogo con l’islam non fosse una scelta diplomatica, ma un dovere di fede e di umanità: la pace non si costruisce con i discorsi, ma con l’incontro».
«A un anno dalla sua morte — conclude Mons. Yoannis Lahzi Gaid — l’eredità di Francesco appare più urgente che mai». In un Oriente «dilaniato da conflitti e appesantito dall’integralismo e dalle crisi economiche», egli resta «il modello di una guida religiosa che ha scelto l’umiltà al posto del potere, la misericordia al posto della condanna, la pace al posto dello schieramento».
«Papa Francesco è andato via nel corpo, ma il suo lascito è vivo». È vivo «in ogni scuola, in ogni università, in ogni centro di dialogo che studia il Documento sulla fratellanza umana», ed è vivo «nella sua immagine mentre piange con i rifugiati, ascolta le sofferenze dei popoli, ride con i bambini d’Oriente».
«In questo anniversario non ricordiamo solo un uomo o un Papa, ma evochiamo un messaggio profetico: la pace è possibile, la religione può essere un ponte e non un’arma. Il Medio Oriente, nonostante tutto ciò che attraversa, è ancora capace di essere terra d’incontro e non campo di battaglia. Papa Francesco fu davvero il Papa della pace. E oggi, forse più di ieri, ne abbiamo bisogno”.



























