Cei: la tutela delle persone passa attraverso la formazione
“Il tema ‘Generare relazioni autentiche’ orienta verso un compito essenziale delle comunità cristiane. Infatti, quando ogni persona viene riconosciuta nella sua dignità e custodita nella sua libertà, le parrocchie, le associazioni, i movimenti sono affidabili, capaci di accompagnare, educare e proteggere; dove invece il rispetto viene meno, la relazione si impoverisce, si deforma e può causare gravi ferite”: con queste parole del messaggio di papa Leone XIV si era aperto nei giorni scorsi e concluso oggi a Roma il secondo incontro nazionale dei referenti territoriali dei Servizi per la tutela dei minori e degli adulti vulnerabili, dal titolo ‘Rispetto. Generare relazioni autentiche’.
Nel messaggio il papa ha insistito sul rispetto come forma di carità: “Nella visione cristiana, il rispetto non è soltanto correttezza: è una forma esigente della carità, che si esprime nel custodire l’altro senza appropriarsene, nell’accompagnarlo senza dominarlo, nel servirlo senza umiliarlo. Da questa radice cresce la possibilità di relazioni limpide, mature e sicure”.
Ma il rispetto ha bisogno di formazione: “Per questo, la tutela non può essere intesa solo come un insieme di norme da applicare o di procedure da osservare: essa chiede una sapienza che investe lo stile delle comunità, il modo di esercitare l’autorità, la formazione degli educatori, la vigilanza sui contesti, la trasparenza dei comportamenti.
La presenza dei più piccoli e dei più vulnerabili interpella la coscienza della Chiesa e misura la sua capacità di esprimere una cura autentica, cioè di proteggere, di ascoltare, di prevenire, di non lasciare nessuno solo. Anche per questo l’opera di chi promuove formazione, discernimento, coordinamento e buone prassi rappresenta un contributo prezioso alla maturazione di comunità più accoglienti e consapevoli”.
Rispetto e formazione soprattutto verso chi ha subito abusi: “Un’attenzione speciale va riservata alle persone che hanno subito abusi: le loro ferite domandano prossimità sincera, ascolto umile, perseveranza nel cercare ciò che è giusto e possibile per riparare. Una comunità cristiana vive la conversione evangelica quando non si difende dal dolore di chi ha sofferto, ma se ne lascia interrogare; quando non minimizza il male, ma lo riconosce; quando non si chiude nella paura dello scandalo, ma accetta di percorrere strade esigenti di verità, di giustizia e di guarigione”.
Aprendo i lavori seminariali l’arcivescovo di Cagliari, mons. Giuseppe Baturi, segretario generale della CEI, nella prolusione ha ripercorso il cammino compiuto dalla Chiesa in Italia, soffermandosi in particolare sulla ‘nuova visione’ e sulle nuove dinamiche introdotte dalle Linee guida, che hanno ridefinito e rilanciato l’impegno della Chiesa nel creare ambienti sicuri e promuovere una cultura della prevenzione e della tutela: “Il valore dei principi guida consiste nell’indicare criteri generali e obiettivi programmatici dotati per loro natura di una forza di espansione, in grado di coinvolgere azioni e persone, e di indicare limiti che non è lecito oltrepassare”.
Per questo la Chiesa ha proposto una direttiva per combattere il fenomeno degli abusi: “In questi anni la volontà della suprema autorità di assumere con decisione e in modo diretto la lotta contro gli abusi sessuali di chierici nei confronti dei minori ha avuto l’effetto di accrescere il peso e lo spazio dell’intervento penale nella Chiesa, sia in termini di procedura che di normativa… Anche l’intervento penale della Chiesa deve sapersi concepire come percorso severo e puntuale di accertamento della verità e di punizione del reo, all’interno di un più ampio cammino penitenziale di rinnovamento e conversione”.
Come indicato dalle Linee guida, la tutela dei minori e degli adulti vulnerabili riguarda la comunità ecclesiale, iniziando dal ruolo del vescovo, che “deve essere collocato in un quadro più ampio e articolato, nel quale è tutta la comunità dei chierici e dei fedeli laici a dover essere coinvolta nell’impegno a fronteggiare la tale ferita”. In quest’ottica, i Servizi regionali e diocesani, ormai presenti in tutte le Diocesi, “sono chiamati non a sostituire gli Ordinari nelle loro responsabilità, ma a supportarli attraverso competenze e professionalità educative, mediche, psicologiche, canonistiche, giuridiche, pastorali e di comunicazione”, contribuendo, in sinergia con il Servizio Nazionale per la tutela dei minori, “a diffondere una cultura della prevenzione, fornire strumenti di informazione, formazione e protocolli procedurali”.
Per quanto riguarda la cura della relazione la dott.ssa Chiara Griffini, presidente del Servizio Nazionale per la tutela dei minori, ha sottolineato che “la competenza relazionale, rappresenta la prima e fondamentale forma di prevenzione rispetto a ogni tipologia di abuso”, sottolineando che “il Safeguarding non può restare un ambito specialistico, separato o delegato a pochi, ma è chiamato a diventare parte dell’ethos quotidiano delle nostre comunità cristiane, una missione comunitaria permanente, dimensione strutturale e ordinaria della vita ecclesiale…
La formazione deve aprire a spazi di tutela permanente, nei quali la verifica continua di quanto attuato consenta un miglioramento progressivo”. Infine, sono fondamentali ‘l’ascolto e la cura’ delle vittime e dei sopravvissuti: “Il mandato affidatoci è quello di essere mani tese, capaci di reggere il peso della sofferenza e di indicare cammini di verità e di giustizia che riaprano il futuro”.
Ancora più complessa è la situazione quando si parla di vulnerabilità delle persone con disabilità, come ha sottolineato suor Veronica Donatello, responsabile del Servizio nazionale per la pastorale delle persone disabili: “Mi sono trovata in tribunale con persone disabili intellettive che avevano subito abusi – ha detto– ma chi crede che una persona disabile, che magari non può parlare, abbia subito un abuso?”.
Suor Donatello ha ripetuto molte volte la parola ‘rispetto’, che è legata all’ ‘ascolto’ profondo, ed alla ‘formazione di caregiver, operatori e familiari» che devono saper «cogliere i segnali non verbali’. Sempre più importante è anche formare ad una ‘affettività e sessualità sana’, che aiuta a prevenire situazioni di vulnerabilità.
Inoltre don Raffaele Grimaldi, ispettore generale dei cappellani delle carceri italiane, ha specificato il compito delle diocesi: “E’ compito delle diocesi fare di tutto per reintegrare nella società chi esce dal carcere. Molti si ritrovano fuori da un tessuto sociale, e ricadono nelle stesse situazioni di vulnerabilità”.
Mons. Luis Manuel Alí Herrera, segretario della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori, ha sottolineato che il rispetto è un atto di giustizia: ““Il rispetto della vulnerabilità non è un’operazione di classificazione giuridica né un esercizio accademico. È un atto di giustizia e, insieme, di profonda umanità”. Lo ha ricordato Mons. Luis Manuel Alí Herrera, Segretario della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori, intervenendo al 2° Incontro nazionale dei referenti dei Servizi territoriali per la tutela dei minori e degli adulti vulnerabili in corso a Roma sul tema “Rispetto. Generare relazioni autentiche”.
“Non si tratta soltanto di applicare norme o di individuare categorie da proteggere, ma di riconoscere che la tutela è essa stessa annuncio del Vangelo. Ogni persona ferita sul ciglio della strada ci interpella, e la nostra risposta come Chiesa definisce chi siamo… Non è una sfumatura retorica. E’ un cambiamento di prospettiva: il focus si sposta dalla persona (chi è vulnerabile) alla situazione (quando e come qualcuno diventa vulnerabile)”.
(Foto: Cei)




























