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Cei: la tutela delle persone passa attraverso la formazione
“Il tema ‘Generare relazioni autentiche’ orienta verso un compito essenziale delle comunità cristiane. Infatti, quando ogni persona viene riconosciuta nella sua dignità e custodita nella sua libertà, le parrocchie, le associazioni, i movimenti sono affidabili, capaci di accompagnare, educare e proteggere; dove invece il rispetto viene meno, la relazione si impoverisce, si deforma e può causare gravi ferite”: con queste parole del messaggio di papa Leone XIV si era aperto nei giorni scorsi e concluso oggi a Roma il secondo incontro nazionale dei referenti territoriali dei Servizi per la tutela dei minori e degli adulti vulnerabili, dal titolo ‘Rispetto. Generare relazioni autentiche’.
Nel messaggio il papa ha insistito sul rispetto come forma di carità: “Nella visione cristiana, il rispetto non è soltanto correttezza: è una forma esigente della carità, che si esprime nel custodire l’altro senza appropriarsene, nell’accompagnarlo senza dominarlo, nel servirlo senza umiliarlo. Da questa radice cresce la possibilità di relazioni limpide, mature e sicure”.
Ma il rispetto ha bisogno di formazione: “Per questo, la tutela non può essere intesa solo come un insieme di norme da applicare o di procedure da osservare: essa chiede una sapienza che investe lo stile delle comunità, il modo di esercitare l’autorità, la formazione degli educatori, la vigilanza sui contesti, la trasparenza dei comportamenti.
La presenza dei più piccoli e dei più vulnerabili interpella la coscienza della Chiesa e misura la sua capacità di esprimere una cura autentica, cioè di proteggere, di ascoltare, di prevenire, di non lasciare nessuno solo. Anche per questo l’opera di chi promuove formazione, discernimento, coordinamento e buone prassi rappresenta un contributo prezioso alla maturazione di comunità più accoglienti e consapevoli”.
Rispetto e formazione soprattutto verso chi ha subito abusi: “Un’attenzione speciale va riservata alle persone che hanno subito abusi: le loro ferite domandano prossimità sincera, ascolto umile, perseveranza nel cercare ciò che è giusto e possibile per riparare. Una comunità cristiana vive la conversione evangelica quando non si difende dal dolore di chi ha sofferto, ma se ne lascia interrogare; quando non minimizza il male, ma lo riconosce; quando non si chiude nella paura dello scandalo, ma accetta di percorrere strade esigenti di verità, di giustizia e di guarigione”.
Aprendo i lavori seminariali l’arcivescovo di Cagliari, mons. Giuseppe Baturi, segretario generale della CEI, nella prolusione ha ripercorso il cammino compiuto dalla Chiesa in Italia, soffermandosi in particolare sulla ‘nuova visione’ e sulle nuove dinamiche introdotte dalle Linee guida, che hanno ridefinito e rilanciato l’impegno della Chiesa nel creare ambienti sicuri e promuovere una cultura della prevenzione e della tutela: “Il valore dei principi guida consiste nell’indicare criteri generali e obiettivi programmatici dotati per loro natura di una forza di espansione, in grado di coinvolgere azioni e persone, e di indicare limiti che non è lecito oltrepassare”.
Per questo la Chiesa ha proposto una direttiva per combattere il fenomeno degli abusi: “In questi anni la volontà della suprema autorità di assumere con decisione e in modo diretto la lotta contro gli abusi sessuali di chierici nei confronti dei minori ha avuto l’effetto di accrescere il peso e lo spazio dell’intervento penale nella Chiesa, sia in termini di procedura che di normativa… Anche l’intervento penale della Chiesa deve sapersi concepire come percorso severo e puntuale di accertamento della verità e di punizione del reo, all’interno di un più ampio cammino penitenziale di rinnovamento e conversione”.
Come indicato dalle Linee guida, la tutela dei minori e degli adulti vulnerabili riguarda la comunità ecclesiale, iniziando dal ruolo del vescovo, che “deve essere collocato in un quadro più ampio e articolato, nel quale è tutta la comunità dei chierici e dei fedeli laici a dover essere coinvolta nell’impegno a fronteggiare la tale ferita”. In quest’ottica, i Servizi regionali e diocesani, ormai presenti in tutte le Diocesi, “sono chiamati non a sostituire gli Ordinari nelle loro responsabilità, ma a supportarli attraverso competenze e professionalità educative, mediche, psicologiche, canonistiche, giuridiche, pastorali e di comunicazione”, contribuendo, in sinergia con il Servizio Nazionale per la tutela dei minori, “a diffondere una cultura della prevenzione, fornire strumenti di informazione, formazione e protocolli procedurali”.
Per quanto riguarda la cura della relazione la dott.ssa Chiara Griffini, presidente del Servizio Nazionale per la tutela dei minori, ha sottolineato che “la competenza relazionale, rappresenta la prima e fondamentale forma di prevenzione rispetto a ogni tipologia di abuso”, sottolineando che “il Safeguarding non può restare un ambito specialistico, separato o delegato a pochi, ma è chiamato a diventare parte dell’ethos quotidiano delle nostre comunità cristiane, una missione comunitaria permanente, dimensione strutturale e ordinaria della vita ecclesiale…
La formazione deve aprire a spazi di tutela permanente, nei quali la verifica continua di quanto attuato consenta un miglioramento progressivo”. Infine, sono fondamentali ‘l’ascolto e la cura’ delle vittime e dei sopravvissuti: “Il mandato affidatoci è quello di essere mani tese, capaci di reggere il peso della sofferenza e di indicare cammini di verità e di giustizia che riaprano il futuro”.
Ancora più complessa è la situazione quando si parla di vulnerabilità delle persone con disabilità, come ha sottolineato suor Veronica Donatello, responsabile del Servizio nazionale per la pastorale delle persone disabili: “Mi sono trovata in tribunale con persone disabili intellettive che avevano subito abusi – ha detto– ma chi crede che una persona disabile, che magari non può parlare, abbia subito un abuso?”.
Suor Donatello ha ripetuto molte volte la parola ‘rispetto’, che è legata all’ ‘ascolto’ profondo, ed alla ‘formazione di caregiver, operatori e familiari» che devono saper «cogliere i segnali non verbali’. Sempre più importante è anche formare ad una ‘affettività e sessualità sana’, che aiuta a prevenire situazioni di vulnerabilità.
Inoltre don Raffaele Grimaldi, ispettore generale dei cappellani delle carceri italiane, ha specificato il compito delle diocesi: “E’ compito delle diocesi fare di tutto per reintegrare nella società chi esce dal carcere. Molti si ritrovano fuori da un tessuto sociale, e ricadono nelle stesse situazioni di vulnerabilità”.
Mons. Luis Manuel Alí Herrera, segretario della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori, ha sottolineato che il rispetto è un atto di giustizia: ““Il rispetto della vulnerabilità non è un’operazione di classificazione giuridica né un esercizio accademico. È un atto di giustizia e, insieme, di profonda umanità”. Lo ha ricordato Mons. Luis Manuel Alí Herrera, Segretario della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori, intervenendo al 2° Incontro nazionale dei referenti dei Servizi territoriali per la tutela dei minori e degli adulti vulnerabili in corso a Roma sul tema “Rispetto. Generare relazioni autentiche”.
“Non si tratta soltanto di applicare norme o di individuare categorie da proteggere, ma di riconoscere che la tutela è essa stessa annuncio del Vangelo. Ogni persona ferita sul ciglio della strada ci interpella, e la nostra risposta come Chiesa definisce chi siamo… Non è una sfumatura retorica. E’ un cambiamento di prospettiva: il focus si sposta dalla persona (chi è vulnerabile) alla situazione (quando e come qualcuno diventa vulnerabile)”.
(Foto: Cei)
Papa Leone XIV: per prevenire gli abusi è necessario l’ascolto
“Esprimo ugualmente gratitudine a tutti, membri e collaboratori, per il servizio alla Chiesa attraverso la tutela dei bambini, degli adolescenti e delle persone in situazioni di vulnerabilità. E’ un’opera impegnativa, a volte silenziosa, spesso gravosa, ma essenziale per la vita della Chiesa e per la costruzione di un’autentica cultura della cura”: questa mattina papa Leone XIV, ricevendo la Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori, ha ricordato che la prevenzione degli abusi non è facoltativa ma è una missione ecclesiale, perché dall’ascolto nasce ‘un percorso credibile di speranza e rinnovamento’.
Questo è il motivo per cui papa Francesco aveva inserito tale servizio ‘preventivo’ stabilmente nella Chiesa: “Il mio venerato predecessore, papa Francesco, ha voluto inserire in modo permanente il vostro servizio all’interno della Curia Romana, per ricordare a tutta la Chiesa che la prevenzione degli abusi non è un compito facoltativo, ma una dimensione costitutiva della missione della Chiesa. Fin dalla mia elezione, sono stato molto incoraggiato dal dialogo che avete instaurato con la Sezione Disciplinare del Dicastero per la Dottrina della Fede. State raggiungendo così l’obiettivo auspicato che la prevenzione (una delle vostre responsabilità) e la vigile disciplina, esercitata da quel Dicastero, procedano insieme in maniera sinergica ed efficace”.
Servizio importante in quanto non è solo preventivo, ma anche di ‘riconoscimento’: “La vostra missione è quella di aiutare a garantire la prevenzione degli abusi. Tuttavia, essa non è mai solo un insieme di protocolli o procedure. Si tratta piuttosto di contribuire a formare, in tutta la Chiesa, una cultura della cura, in cui la tutela dei minori e delle persone in situazioni di vulnerabilità non sia vista come un obbligo imposto dall’esterno, ma come una naturale espressione di fede. Ciò richiede quindi un processo di conversione in cui le sofferenze degli altri siano ascoltate e ci spingano ad agire.
A questo proposito, le esperienze delle vittime e dei sopravvissuti sono punti di riferimento essenziali. Sebbene siano certamente dolorose e difficili da ascoltare, portano alla luce con forza la verità e ci insegnano l’umiltà mentre ci sforziamo di assistere le vittime e i sopravvissuti. Allo stesso tempo, è proprio attraverso il riconoscimento del dolore provato che si apre un percorso credibile di speranza e rinnovamento”.
Altro elemento fondamentale è l’approccio multidisciplinare: “Un altro elemento importante della vostra opera è l’integrazione di un approccio multidisciplinare e articolato. Come parte della Curia Romana, all’interno del Dicastero per la Dottrina della Fede, avete un ruolo chiaro che vi pone in dialogo con i Dicasteri e le altre istituzioni che esercitano la propria responsabilità nei vari ambiti legati alla tutela. Spero che continuiate a raggiungere una cooperazione ancora maggiore con essi, affinché possano arricchire il vostro lavoro con le proprie conoscenze.
Allo stesso tempo, anch’essi possono arricchirsi dell’esperienza che la Commissione ha acquisito in questi undici anni di servizio, in particolare attraverso l’ascolto attento e sincero che offrite alle vittime, ai sopravvissuti e alle loro famiglie. A tal proposito, la Relazione annuale della Commissione è uno strumento di grande importanza. Rappresenta un esercizio di verità e responsabilità, ma anche di speranza e prudenza, che devono andare di pari passo per il bene della Chiesa. La speranza ci impedisce di cedere allo scoraggiamento; la prudenza ci preserva dall’improvvisazione e dalla superficialità nell’affrontare la prevenzione degli abusi”.
Insomma tale impegno è un ‘segno dei tempi’: “L’impegno della Commissione con la Chiesa a tutti i livelli, con le vittime, i sopravvissuti e le loro famiglie, nonché con i partner della società civile, vi ha spinto ad approfondire lo studio in due aree in rapida evoluzione della tutela: il concetto di vulnerabilità in relazione agli abusi e la prevenzione degli abusi sui minori facilitati dalla tecnologia nello spazio digitale.
Leggendo questi ‘segni dei tempi’, aiutate la Chiesa ad affrontare con coraggio le sfide della salvaguardia e a rispondere con chiarezza pastorale e rinnovamento strutturale. Ciò sta già prendendo forma concreta nello sviluppo di un quadro di riferimento universale. Attendo con interesse di ricevere la proposta definitiva affinché, dopo un adeguato studio e discernimento, possa essere pubblicata”.
E ciò rientra nella cura: “Cari amici, tutto il vostro impegno dimostra che la vostra missione non è semplicemente l’istituzione di un processo formale, ma un segno di comunione e di responsabilità condivisa. Prima di concludere, vorrei ribadire che la tutela dei minori e delle persone in situazioni di vulnerabilità non è un ambito isolato della vita ecclesiale, ma una dimensione che permea la cura pastorale, la formazione, il governo e la disciplina. Ogni passo avanti in questo cammino è un passo verso Cristo e verso una Chiesa più evangelica e autentica”.
Poi ha ricevuto i redattori del Tg2 nel 50^.mo anniversario della sua nascita, sottolineando la distinzione tra mezzo e fine: “Penso al passaggio dal sistema analogico a quello digitale, che vi ha visto protagonisti nel coglierne le opportunità e nel comprendere che non c’è novità tecnologica che possa sostituire la creatività, il discernimento critico, la libertà di pensiero. E se la sfida del nostro tempo è quella dell’intelligenza artificiale, penso alla necessità di regolare la comunicazione secondo il paradigma umano e non secondo quello tecnologico. Che vuol dire, in ultima istanza, saper distinguere tra i mezzi e i fini”.
E’ stato un invito a non ‘abdicare’ alla laicità ed all’informazione: “I tratti distintivi che fin dall’inizio vi hanno caratterizzato sono la laicità e il pluralismo delle fonti informative, anche nella televisione di Stato. Laicità intesa come rifiuto degli apriori ideologici e come sguardo aperto sulla realtà. Sappiamo tutti quanto sia difficile lasciarsi sorprendere dai fatti, dagli incontri, dagli sguardi e dalle voci degli altri; quanto sia forte la tentazione di cercare, vedere e ascoltare solo ciò che conferma le proprie opinioni. Ma non ci può essere buona comunicazione, né vera libertà e sano pluralismo senza questa apertura”.
(Foto: Santa Sede)
Messaggio per la Giornata della vita: tutelare la vita dei minori
“L’accoglienza gentile e affettuosa di Gesù verso i piccoli sorprende i suoi contemporanei, discepoli inclusi, abituati a considerare assai poco i bambini. Eppure, nella Scrittura il rapporto di Dio con il suo popolo è spesso paragonato a quello di una madre amorevole e di un padre premuroso verso i propri bimbi; il loro atteggiamento, infatti, ‘riflette il primato dell’amore di Dio, che prende sempre l’iniziativa, perché i figli sono amati prima di aver fatto qualsiasi cosa per meritarlo’”: con questa frase dell’esortazione apostolica ‘Amoris Laetitia’ inizia il messaggio della Cei per la 48^ Giornata nazionale per la vita che si celebrerà il 1° febbraio, che si intitola ‘Prima i bambini’.
‘Prima i bambini’ perché Gesù li ha accolti senza remore e senza pregiudizio: “Lasciarsi amare e servire con semplicità, riconoscersi dipendenti senza imbarazzo, attribuire primaria importanza alle leggi del cuore, desiderare il bene… sono alcune delle lezioni che i bambini danno agli adulti e che Gesù presenta come condizioni per accogliere la novità del Vangelo: ‘In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli’. Essi, dunque, non vanno mai disprezzati, scartati, subordinati perché proprio di loro il Creatore ha particolare cura”.
Una cura evangelica fatta propria anche dalla cultura giuridica: “A questa visione evangelica dell’infanzia, che ha condotto l’umanità intera a una considerazione progressivamente più rispettosa degli inizi della vita, si ispira anche la nostra migliore cultura giuridica, che evidenzia il ‘superiore interesse del minore’: in qualsivoglia situazione, i bambini sono quelli che vanno prima di tutto accolti e protetti, insieme alla loro famiglia, in modo che possano crescere quanto più liberi e felici. Anche perché, non di rado, gli esiti di un’infanzia problematica sono alla radice di molti comportamenti negativi in età adulta”.
Però il messaggio elenca una serie di situazioni in cui l’infanzia non è tutelata, iniziando dalle situazioni di guerra: “Ciononostante, le vite dei bambini vengono molto spesso asservite agli interessi dei grandi. Pensiamo ai tanti, troppi, bambini ‘vittime collaterali’ delle guerre degli adulti: uccisi, mutilati, resi orfani, privati della casa e della scuola, ridotti alla fame, come effetto di bombardamenti indiscriminati. Pensiamo ai bambini-soldato, rapiti e utilizzati come ‘carne da cannone’ nei tanti conflitti che si combattono in varie parti del globo, soprattutto in quelli ‘a bassa intensità’, di cui quasi nessuno parla”.
Altre situazioni sottolineate dal testo dei vescovi riguardano il non rispetto del ‘diritto’ alla vita dei bambini: “Pensiamo ai bambini ‘fabbricati’ in laboratorio per soddisfare i desideri degli adulti: a loro viene negato di poter mai conoscere uno dei genitori biologici o la madre che li ha portati in grembo.
Pensiamo ai bambini cui viene sottratto il fondamentale diritto di nascere, probabilmente perché non risultano perfetti in seguito a qualche esame prenatale. Pensiamo ai bambini implicati nei casi di separazione e divorzio dei propri genitori, a volte usati come strumenti di rivalsa sull’ex-coniuge”.
Altri diritti negati riguardano il matrimonio, il lavoro ed il ‘commercio’: “Pensiamo ai bambini fatti oggetto di attenzioni sessuali o alle bambine date precocemente in sposa, spesso a uomini assai più grandi di loro. Pensiamo ai bambini-lavoratori, privati dell’infanzia perché inquadrati come manodopera a basso costo dai ‘caporali’ di turno, in contesti di degrado sociale e abbandono scolastico.
Pensiamo ai bambini rapiti o dati indiscriminatamente in adozione nelle tristi operazioni di pulizia etnica. Pensiamo ai bambini coinvolti nelle violenze domestiche, che li privano di uno o entrambi i genitori e li segnano profondamente. Pensiamo ai bambini che i trafficanti di vite strappano per vile interesse alle proprie famiglie, fino a espiantare i loro organi a vantaggio di chi può permettersi di pagarli”.
Ma un pensiero è riservato anche ai minori costretti alla migrazione od ‘indottrinati’: “Pensiamo ai bambini costretti – non di rado da soli – a migrazioni faticose e pericolose, con esiti a volte mortali, per sfuggire ai conflitti, agli impoverimenti e alle carestie spesso provocate dagli adulti. Pensiamo ai bambini indottrinati da un’educazione ideologica, funzionale non alla loro crescita, ma alla diffusione di idee che interessano questo o quell’altro gruppo di potere. Pensiamo ai bambini maltrattati o abbandonati a loro stessi da genitori o educatori cui poco interessa il loro vero bene”.
In tutto ciò, secondo il messaggio dei vescovi italiani, non c’è tutela del minore: “In questi e altri casi l’interesse che prevale è quello dell’adulto, cioè del più forte, del più ricco, del più istruito, che può decidere anche della vita altrui e che è anche capace di mascherare il proprio egoismo dietro parole ‘politicamente corrette’ e falsamente altruiste”.
Quindi occorre cambiare prospettiva per continuare ad essere generativi: “A ben vedere, la pace, la libertà, la democrazia, la solidarietà non possono che iniziare dai più piccoli. Dove una società smarrisce il senso della generatività, servendosi dei figli invece di servirli e donare loro la vita, si imbarbariscono esponenzialmente anche le relazioni tra gli adulti (persone e comunità) dando spazio alla ricerca egoistica e violenta dei propri interessi”.
E’ un richiamo ad un’attenzione ai bambini anche nella società italiana: “Avvertiamo la necessità di una maggiore attenzione ai piccoli anche nella nostra società italiana, in cui l’imperante cultura individualista si esprime, tra l’altro, con una crisi di generatività che non riguarda solamente la fertilità, ma pregiudica progressivamente la capacità degli adulti di mettersi a servizio dei piccoli.
Può succedere che facciano rumore, chiedano incessanti attenzioni, condizionino la libertà dei grandi, ma l’accoglienza dei loro limiti è paradigma dell’accoglienza dell’altro tout court, mancando la quale svanisce ogni prospettiva di collettività solidale, per dare spazio a una conflittualità incessante e distruttiva. Quando i bambini non sono amati, con loro vengono scartati anche gli elementi più deboli della comunità, cioè potenzialmente tutti, nel momento in cui si manifestino anche nei soggetti ‘forti’ fragilità o debolezze”.
E con un pensiero tratto dall’esortazione apostolica ‘Amoris Laetitia’ i vescovi hanno chiesto anche alle comunità cattoliche maggiori attenzioni nella cura dei bambini per sconfiggere gli abusi: “Anche le comunità cristiane devono crescere nella cura dei bambini, non solo proseguendo nell’impegno per estirpare e prevenire l’odiosa pratica degli abusi, ma divenendo ‘casa accogliente’ per loro nelle celebrazioni liturgiche, nelle attenzioni alle varie povertà che li colpiscono, nell’adozione di modalità adeguate alla loro età per l’annuncio della fede e nelle occasioni di vita comunitaria… Alle prime parole che un bambino si sente rivolgere dalla Chiesa nel giorno del Battesimo (‘la nostra comunità ti accoglie’) deve seguire una reale dedizione di tempi, spazi, risorse alle esigenze dei piccoli e delle loro famiglie”.
Quindi dopo aver ricordato l’impegno del mondo associativo a favore dei diritti di bambini e bambine i vescovi esortano le comunità cristiane ad un’apertura culturale generativa, capace di portare un cambiamento: “Ritorno a una cultura che riscopra il valore della generatività, del ‘desiderio di trasmettere la vita’ e di servirla con gioia.
Ogni persona che mette al mondo dei bambini o si occupa dei piccoli (genitori, nonni, insegnanti, catechisti, persone consacrate, famiglie affidatarie) dovrebbe sentire la simpatia e la stima degli altri adulti, perché il servizio al sorgere della vita è garanzia di bene e di futuro per tutti.
Cambiamento come abbandono delle cattive inclinazioni di una società narcisista e indifferente, in cui gli adulti sono troppo occupati da loro stessi per fare davvero spazio ai bambini: ne nascono sempre di meno e sul loro futuro peseranno i debiti, il degrado ambientale, la solitudine e i conflitti che gli adulti producono, incuranti del domani del mondo”.
(Foto: CEI)
A Specchia restaurata una tela del XVII secolo raffigurante san Michele Arcangelo
La Parrocchia Presentazione Vergine Maria di Specchia comunica che, grazie al sostegno della Fondazione ‘Banca Popolare Pugliese Giorgio Primiceri’ – ETS è stato restaurato un dipinto raffigurante San Michele Arcangelo risalente al XVII Secolo di autore ignoto, dalle dimensioni di cm 120 x cm 150, realizzato con la tecnica di olio su tela. L’intervento di restauro è stato realizzato dalla Dott.ssa Antonietta Maccagnano, titolare dello Studio ARCADIA – Restauro e Conservazione Opere d’Arte con sede a Porto Cesareo, su incarico del Parroco di Specchia, Don Antonio Riva.
La tela ritrae San Michele Arcangelo, difensore del popolo ebraico e adottato dalla Chiesa come protettore del cristiano militante. L’iconografia religiosa ripropone frequentemente l’immagine del Santo nell’atto di trafiggere Satana, qui raffigurato come una figura antropomorfa alata. Satana giace indifeso e atterrito ai piedi del Santo, glorioso e trionfante, pronto a sferrare il colpo mortale.
San Michele è raffigurato a figura intera al centro della composizione, con indosso una cotta di maglia e armato di spada. La sua figura si staglia su uno sfondo caratterizzato da un paesaggio montano e un cielo denso di nuvole. Nella parte superiore della tela si trova l’iscrizione: ‘Quis ut Deus’, una locuzione latina che significa ‘Chi è come Dio?’ E’ attribuita all’arcangelo Michele ed è il suo motto, pronunciato in battaglia contro Lucifero, che si ribellò contro Dio.
La conservazione ed il restauro di un’opera d’arte hanno avuto come obiettivo la preservazione dell’opera nel suo stato originale e la prevenzione da ulteriori deterioramenti. Il dipinto e la cornice si presentavano in pessime condizioni, in particolare per la presenza di ridipinture su tutta la superficie pittorica. L’intervento della Dott.ssa Maccagnano è stato complesso e accurato, con la finalità di ripristinare il più possibile la sua leggibilità e stabilità, intervenendo sia sul supporto tessile che sulla pellicola pittorica, senza compromettere l’autenticità.
Con questo intervento, la Fondazione riafferma il proprio impegno prioritario nella tutela e valorizzazione dei beni culturali del territorio, contribuendo in modo significativo a preservare la memoria e la bellezza di opere d’arte che sono parte integrante della nostra storia. La Fondazione ‘Banca Popolare Pugliese – Giorgio Primiceri’ – ETS, ente non profit di natura privata e autonomia, è stata costituita per iniziativa della Banca Popolare Pugliese.
Essa svolge la propria missione operando e sostenendo iniziative nei settori dell’assistenza sociale e socio-sanitaria, della beneficenza, dell’istruzione, della promozione e valorizzazione dei beni culturali, della tutela e valorizzazione dell’ambiente, della promozione della cultura e dell’arte, e della ricerca scientifica di particolare interesse sociale. Tali attività sono volte a rafforzare il tessuto civile e sociale, specialmente nel territorio pugliese di riferimento della Banca.
La tela di San Michele Arcangelo è collocata nella controfacciata della navata laterale sinistra della Chiesa Madre a Specchia, un luogo sacro dove negli ultimi anni sono state ritrovate, restaurate e conservate diverse testimonianze artistiche risalenti ai secoli scorsi: un’antica croce astile, risalente al primo quarto del XVI secolo, usata per secoli nelle processioni solenni; una tavola, raffigurante la ‘Madonna del Passo’, risalente al 1500, di grande valore storico e devozionale; una campana realizzata a Venezia risalente al 1400; altre quattro antiche tele raffiguranti: San Francesco Saverio del 1600, San Camillo De Lellis e Papa Clemente XIV entrambe del 1700 e la Madonna del Buon Consiglio del 1824, e dei reliquiari che custodiscono alcune spoglie dei Santi venerati a Specchia.
Giornata Mondiale della Pesca: gettare le reti sulla Parola
“L’Opera dell’Apostolato del mare (Opus Apostolatus Maris) provvede alla cura pastorale specifica rivolta alla ‘gente del mare’, cioè ai naviganti, ai marittimi e alle loro famiglie, nonché ad altre persone le cui vite sono esistenzialmente legate alla navigazione e alla pesca sui mari, sui fiumi e sui laghi, è da tempo oggetto di particolare sollecitudine della Chiesa”: nei giorni scorsi con un Chirografo papa Leone XIV ha istituito l’Apostolato del mare, quale organo di Coordinamento dell’Opera dell’Apostolato del mare.
Il Chirografo ha ripercorso la storia di questa Opera di apostolato: “L’Opera dell’Apostolato del mare, nata all’inizio del ventesimo secolo, ha ricevuto la prima approvazione della Sede Apostolica nel 1922. In seguito, nel 1942, papa Pio XII ha deciso che l’allora Sacra Congregazione Concistoriale avesse ‘l’alta direzione dell’Opera’ dell’Apostolato del mare. Tale disposizione è stata confermata dalla sopramenzionata Costituzione Apostolica Exsul Familia.
In data 21 novembre 1957 la Congregazione Concistoriale ha emanato le Leges Operis Apostolatus Maris, disponendo le norme per la cura pastorale dei marittimi e dei naviganti, nonché attribuendo ai Cappellani dell’Apostolato del mare determinate facoltà e privilegi. Con Decreto Apostolatus Maris dell’allora Pontificia commissione per la cura spirituale dei migranti e degli itineranti, del 24 settembre 1977, le norme e le facoltà sono state revisionate alla luce del Concilio Vaticano II.
San Giovanni Paolo II con Motu Proprio Stella Maris, del 31 gennaio 1997, ha aggiornato le norme precedentemente emesse e, infine, papa Francesco ha disposto che la direzione dell’Opera dell’Apostolato del mare spetti al Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, il quale nel frattempo ha assunto le competenze relative alla pastorale dei migranti e degli itineranti (cfr. art. 166 § 1, Cost. Ap. Praedicate Evangelium)”.
Mentre domani ricorre la Giornata Mondiale della Pesca che quest’anno risponde al tema ‘non abbiamo preso nulla, ma sulla tua parola getterò le reti’. La Giornata è stata istituita nel 1998 con la volontà di rendere omaggio ai pescatori che, con la loro professione, offrono un servizio utile all’intera società.
Nel messaggio il prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, card. Michael Czerny, ha sottolineato il tema della speranza: “Dal 1998, ogni 21 novembre si celebra la Giornata Mondiale della Pesca. Il suo obiettivo è richiamare l’attenzione sullo stile di vita nel settore ittico. Sostiene inoltre la pesca sostenibile, riconoscendo e rendendo omaggio alle comunità di pescatori di tutto il mondo e sottolineando l’importanza di questa attività per la vita umana e la salute degli ecosistemi. Oltre al Giubileo, quest’anno ricorre il decimo anniversario dell’enciclica ‘Laudato sì’ di papa Francesco, che dedica notevole attenzione alla cura dei mari e degli oceani, considerandoli parte della ‘casa comune’ e dell’equilibrio ecologico globale”.
Quindi il mare è un prezioso ecosistema da tutelare: “Papa Francesco ha anche fatto riferimento ai metodi distruttivi di pesca con le loro conseguenze fatali e ha anche collegato la crisi degli oceani. con le ingiuste condizioni di lavoro nell’industria della pesca, la tratta di esseri umani e l’impatto sulle comunità costiere impoverite. I mari non sono solo una realtà fisica, ma anche uno spazio spirituale di interdipendenza tra l’essere umano e tutto il Creato. In modo speciale, i pescatori possono essere custodi del Creato. Purtroppo, molti pescatori affrontano tempeste ben oltre i mari: basso reddito, precarietà lavorativa, cattive condizioni di lavoro, lontananza dalle loro famiglie. Non dobbiamo dimenticare che dietro ogni pescato c’è una vita, una famiglia, una chiamata allo sviluppo integrale!”
Anche papa Leone XIV ha descritto nell’esortazione apostolica ‘Dilexi te’ le situazioni di ingiustizia sociale, che causano povertà: “Questo vale anche per il mondo della pesca, considerando che nella catena del valore della pesca manca l’assunzione attiva di responsabilità a causa della natura e dell’immensità degli oceani, ed è estremamente difficile controllare le attività umane in quei luoghi. Tuttavia, ‘dobbiamo impegnarci sempre di più per risolvere le cause strutturali della povertà’, anche nel settore della pesca. Questo impegno implica la valorizzazione e la promozione della dignità umana”.
Quindi la cura del mare non può essere disgiunta dalla cura della persona: “E’ evidente che la cura del mare e della pesca è intimamente legata alla cura delle persone. Oltre ai controlli necessari per applicare le leggi e le misure relative alle condizioni di lavoro dei pescatori, in questa Giornata Mondiale della Pesca è importante sottolineare la necessità di vegliare sulla difesa della dignità dei pescatori (compresi quelli impegnati nell’acquacoltura) e delle loro famiglie, ricercandone lo sviluppo integrale.
Bisogna dare voce ai pescatori affinché le politiche e le leggi che li riguardano non siano discusse solo da coloro che ‘vivono e ragionano partendo dalla comoda posizione di un alto livello di sviluppo e di una qualità di vita ben al di là della portata della maggior parte della popolazione mondiale’. Giovanni Paolo II ci ha sempre parlato della corresponsabilità di coloro che si dedicano alla pesca sia a livello locale che locale”.
Infine ha ricordato la ‘vicinanza’ della Chiesa: “La Chiesa, attraverso l’Opera dell’Apostolato del Mare, vuole essere presente laddove pescatori e marinai soffrono di più. Nelle parrocchie costiere e nei porti, i loro cappellani e volontari accompagnano coloro che sopportano lunghe assenze dalle loro famiglie, condizioni di lavoro pericolose e giornate difficili in mare, diventando anche portavoce della loro dignità. Grazie per questo servizio!
Affidiamo tutti i marinai, i pescatori e le loro famiglie alla protezione materna di Maria, Stella Maris. Anche quando sono stanchi, in mezzo alla tempesta, privi di condizioni di vita dignitose, lontani da familiari e amici, senza aver pescato nulla, tuttavia con la fede di san Pietro, ‘al tuo comando getterò le reti’. Possa Maria guidare e proteggere coloro che solcano i mari e, con la sua materna intercessione, sostenere tutti nella speranza, nella giustizia e nell’impegno per la cura dei mari”.
I vescovi italiani riflettono sugli abusi
“La dignità è dono di Dio, che ha creato l’essere umano a propria immagine e somiglianza. Non è qualcosa che si ottiene per merito o per forza, né dipende da ciò che possediamo o realizziamo… Anche la cura e la tutela dell’uomo verso il suo prossimo sono frutto di uno sguardo che sa riconoscere, di un cuore che sa ascoltare. Nascono dal desiderio di avvicinarsi con rispetto e tenerezza, di condividere i pesi e le speranze dell’altro. E’ nel farci carico della vita del prossimo che impariamo la libertà vera, quella che non domina ma serve, non possiede ma accompagna…
Apprezzo, pertanto, e incoraggio il vostro proposito di condividere esperienze e percorsi di apprendimento su come prevenire ogni forma di abuso e su come rendere conto, con verità e umiltà, dei cammini di tutela intrapresi. Vi esorto a portare avanti questo impegno affinché le comunità diventino sempre più esempio di fiducia e di dialogo, dove ogni persona sia rispettata, ascoltata e valorizzata. Là dove si vive la giustizia con misericordia, la ferita si trasforma in feritoia di grazia”.
Questo è l’inizio del messaggio che papa Leone XIV ha inviato ai partecipanti al workshop promosso dalla Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori sul tema ‘Costruire Comunità che tutelano la Dignità’, che si conclude domani in occasione della giornata di preghiera per le vittime ed i sopravvissuti agli abusi, che si celebra oggi: “Apprezzo, pertanto, e incoraggio il vostro proposito di condividere esperienze e percorsi di apprendimento su come prevenire ogni forma di abuso e su come rendere conto, con verità e umiltà, dei cammini di tutela intrapresi. Vi esorto a portare avanti questo impegno affinché le comunità diventino sempre più esempio di fiducia e di dialogo, dove ogni persona sia rispettata, ascoltata e valorizzata. Là dove si vive la giustizia con misericordia, la ferita si trasforma in feritoia di grazia”.
Il workshop, secondo mons. Thibault Verny, presidente della Pontificia Commissione per la Tutela dei minori, è ‘un passo significativo’, perché è il primo incontro internazionale che la Commissione dedica a supportare gli istituti religiosi nella preparazione del Rapporto Annuale, il terzo dopo quello presentato lo scorso 16 ottobre, che vedrà coinvolte 40 comunità religiose. Quindi il Rapporto ‘non intende aggiungere un peso’, ma vuole essere ‘un’opportunità’ per aiutare a promuovere ‘l’attenzione verso i membri più vulnerabili’ e rafforzare ‘la qualità della formazione’.
E ‘Rispetto. Generare relazioni autentiche’ è il tema scelto per la V Giornata nazionale di preghiera per le vittime e i sopravvissuti agli abusi nella Chiesa e il versetto della Scrittura che guida i testi dei materiali è tra i più noti del Vangelo, ‘Lasciate che i piccoli vengano a me’, come scrive la dott.ssa Chiara Griffini, presidente del Servizio nazionale per la tutela dei minori e adulti vulnerabili, nell’introduzione che accompagna i materiali:
“E’ il rispetto la sostanza etica a cui ancorare le nostre relazioni ecclesiali, quelle verticali come quelle orizzontali, affinché l’altro sia riconosciuto come tale: altro da me, differente. Di fronte all’altro non solo ci è chiesto di toglierci i sandali per rispettarne la sacralità e l’originalità di cui ciascuno è portatore, ma imparare a ‘chiedere permesso’, per incontrarne la vulnerabilità come tratto dell’umano da integrare e custodire, sempre e ovunque. Ed il limite, se valicato, diventa non solo violazione, ma perdita per tutti di quella essenza che ci accomuna al di là di ogni gerarchia verticale e prossimità orizzontale: la dignità che ci appartiene come esseri umani. Quella dignità inviolabile che Gesù per primo ha riconosciuto ai bambini”.
Inoltre ai vescovi riuniti in assemblea oggi mons. Thibault Verny, ha ricordato che papa Leone XIV aveva chiesto di proseguire il lavoro fin qui compiuto: “Ci ritroviamo oggi in un momento significativo: segno il mio quarto mese come Presidente della Pontificia Commissione per la Protezione dei Minori. E’ stato infatti nel luglio di quest’anno che Papa Leone XIV mi ha chiesto di proseguire il lavoro avviato sotto la guida del card. Sean O’Malley. Una sfida certamente impegnativa”.
Quindi ha richiamato il cammino compiuto: “Tre anni fa, la Conferenza Episcopale Italiana e la Pontificia Commissione per la Protezione dei Minori hanno sottoscritto un accordo, denominato Memorare Initiative, che ha segnato l’inizio di una collaborazione strutturata tra noi. Tale accordo non è rimasto lettera morta: si è trasformato in un laboratorio di dialogo, azione e corresponsabilità, con ricadute positive in Chiese di quattro continenti. Attraverso questa intesa, insieme a voi, stiamo aiutando le comunità ecclesiali a prevenire gli abusi, a proteggere chi è a rischio e a intervenire con competenza e compassione quando si verificano situazioni di abuso, ovunque esse si manifestino”.
Infine ha condiviso un’immagine: “Permettetemi di condividere un’immagine che mi ha profondamente colpito durante un recente incontro con un gruppo di vittime e sopravvissuti, tutti adulti, molti dei quali anziani, che hanno subito abusi da bambini nella Chiesa in Belgio. Ci siamo intrattenuti con loro per oltre tre ore: un incontro intenso, talvolta doloroso. Vi era una sedia vuota tra due membri del gruppo; la signora accanto spiegò che era per suo fratello, anch’egli vittima di abusi, che si era tolto la vita. Quella sedia rappresentava lui e gli innumerevoli altri che hanno compiuto lo stesso gesto a causa degli abusi subiti. La sedia vuota era presente anche nel loro incontro con papa Leone XIV”.
Questa sedia vuota vuole rappresentare un nuovo sguardo: “In tutto ciò che facciamo, dobbiamo guardare a quella sedia vuota: guardare al presente, attraverso cellule di ascolto, riconoscere e accompagnare le vittime e i sopravvissuti, accogliere le loro parole, per quanto difficili. Essi sono per noi come l’uomo ferito sul ciglio della strada da Gerusalemme a Gerico. E dobbiamo guardare al futuro, attraverso la prevenzione nelle istituzioni ecclesiali, nelle scuole e nelle famiglie”.
Mentre mons. Luis Manuel Alì Herrera, segretario della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori, ha sottolineato il lavoro fatto dalla Chiesa italiana: “E’ vero che per il rapporto pubblicato lo scorso ottobre sono state ricevute 81 risposte su 226 questionari inviati alle circoscrizioni ecclesiastiche che compongono questa conferenza e le sue 16 conferenze regionali.
Tuttavia, questo dato, estrapolato dal suo contesto, può essere soggetto a interpretazioni parziali. Inoltre, come abbiamo visto, tali interpretazioni omettono l’enfasi posta nel rapporto sugli otto punti di forza del sistema operativo, della formazione e della ricerca, concentrandosi invece solo sulle attività che devono essere ulteriormente implementate in alcune regioni.
Come in ogni processo scientifico, l’indagine è un punto di partenza e non un giudizio: non misura l’impegno degli individui, ma aiuta a capire dove rafforzare la rete e migliorare la comunicazione. Quando si opta per la trasparenza e la responsabilità, la Chiesa si espone anche a interpretazioni che non sempre colgono la complessità e lo sforzo del percorso. Tuttavia, è un rischio che vale la pena correre, perché solo una Chiesa che parla con sincerità può essere credibile”.
Per tutelare le vittime degli abusi occorrono misure riparative
“E’ per me un onore presentare il secondo rapporto annuale della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori, in qualità di nuovo presidente. Come ho accennato al momento della mia nomina, il 5 luglio, assumo la mia nuova missione con umiltà, alla luce delle sofferenze e delle sfide che comporta, e con gratitudine al Santo Padre, papa Leone XIV, per la sua fiducia. Permettetemi inoltre di esprimere il mio profondo apprezzamento a Sua Eminenza il Cardinale Seán O’Malley”: con queste parole è iniziata, ieri, la presentazione del documento pubblicato dalla Commissione pontificia, da parte di mons. Thibault Verny, arcivescovo di Chambéry, vescovo di Saint-Jean-de- Maurienne e Tarentaise; nonché presidente della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori.
Nell’intervento il presidente della Pontificia Commissione ha ringraziato le vittime degli abusi per la condivisione del percorso: “Camminando al fianco di vittime e sopravvissuti, abbiamo acquisito la profonda convinzione che la strada verso una cultura della protezione non sia semplicemente per vittime e sopravvissuti, ma con loro. Questo cammino di conversione richiede che ci lasciamo raggiungere da ciò che ascoltiamo…
Infine, vorrei ringraziare tutti i presenti oggi, compresi coloro che ci seguono online da tutto il mondo. La vostra presenza e attenzione alla Commissione testimoniano l’esistenza, l’importanza e la crescita di un approccio globale alle questioni relative alla protezione dei minori e delle persone vulnerabili”.
Poi ha spiegato questo rapporto: “Come richiesto dalla nostra Commissione, il rapporto annuale è concepito “per fornire un resoconto affidabile di ciò che si sta facendo e di ciò che deve essere cambiato, in modo che le autorità competenti possano intervenire”. In quanto tale, il rapporto annuale intende essere uno strumento a supporto della missione di protezione della Chiesa.
E’ importante sottolineare che il rapporto annuale tiene conto del principio di sussidiarietà. Desideriamo sostenere le autorità ecclesiastiche (vescovi, superiori maggiori e responsabili laici) nelle loro missioni, nel rafforzamento degli strumenti di protezione e nella promozione di norme comuni a tutte le culture”.
Mentre la giurista, dott.ssa Maud de Boer-Buquicchio, incaricata del Rapporto Annuale, ha sottolineato il valore di questo Rapporto: “Il Rapporto Annuale riflette la competenza collettiva dei membri e del personale della Commissione, passati e presenti. Si tratta di professionisti multidisciplinari della tutela dei minori di altissimo livello. Il Rapporto Annuale è il miglior strumento della Commissione per condividere tale conoscenza con i nostri principali stakeholder e con il pubblico in generale. Questo è fondamentale per il nostro mandato di fornire una guida universale sia nella prevenzione che nella risposta”.
Ed ha sottolineato che l’impatto di ogni segnalazione è determinato dalla credibilità dei dati: “Dati affidabili sono al centro di qualsiasi sforzo di responsabilizzazione e la loro assenza mette a repentaglio la nostra lotta contro gli abusi sessuali sui minori. Per questo motivo, la nostra Commissione si è impegnata a elaborare una metodologia innovativa che presenti dati sempre più verificabili e linee guida pratiche. Così facendo, la Commissione, da parte sua, contribuisce anche ad affrontare il divario globale nei dati sulla violenza sessuale contro i minori”.
L’ascolto delle vittime è stato il centro di questo rapporto: “Ascoltare vittime e sopravvissuti è il primo passo verso la realizzazione di una Chiesa più sicura per i nostri figli. Dobbiamo una risposta onesta alle innumerevoli vittime e sopravvissuti (noti e sconosciuti ) che hanno avuto il coraggio di lanciare l’allarme sugli abusi, nonostante ostacoli inimmaginabili. Questo Rapporto Annuale è una testimonianza del ruolo sostanziale che svolgono nel lavoro della Commissione”.
Inoltre questo rapporto ha cercato di rappresentare il mondo: “Nel nostro primo rapporto, pubblicato lo scorso anno, abbiamo implementato una metodologia pilota di Focus Group in una delle nostre regioni. Questa è stata progettata per garantire un approccio incentrato sulle vittime al Rapporto Annuale, fin dai suoi primi sviluppi.
Quando abbiamo presentato la metodologia pilota, la Commissione ha riconosciuto apertamente la necessità di dare una rappresentanza molto più ampia a questa popolazione così importante. Con il Secondo Rapporto Annuale, abbiamo esteso il Focus Group iniziale a tutte e quattro le nostre regioni: Africa, Americhe, Asia-Oceania ed Europa. Il processo ha incluso sessioni di ascolto individuali, guidate da professionisti qualificati, con circa 40 partecipanti vittime/sopravvissute provenienti da tutto il mondo”.
Poi anche la testimonianza delle vittime è stata preziosa: “La loro testimonianza ha fornito un contributo fondamentale al nostro lavoro sul concetto di riparazione. Grazie al nostro studio su questo importante pilastro della Giustizia Conversionale, siamo riusciti a compilare un vademecum operativo. Lo offriamo come strumento pratico per guidare la Chiesa.
Il nostro studio ha chiaramente rivelato che la Chiesa deve ampliare la sua comprensione delle riparazioni oltre il mero risarcimento economico. Un approccio veramente completo alle riparazioni include: accoglienza, ascolto e cura; comunicazioni e scuse pubbliche e private; supporto spirituale e psicoterapeutico; sostegno finanziario; riforme istituzionali e disciplinari; ed iniziative di tutela in tutta la comunità ecclesiale”.
Nella Sezione 1, il rapporto esamina l’attività di tutela nelle Chiese locali di diversi Paesi, tra cui Italia, Gabon, Giappone, Guinea Equatoriale, Etiopia, Guinea (Conakry), Bosnia-Erzegovina, Portogallo, Slovacchia, Malta, Corea, Mozambico, Lesotho, Namibia, Mali, Kenya, Grecia e la Conferenza Episcopale regionale del Nordafrica (che comprende Algeria, Marocco, Sahara Occidentale, Libia, Tunisia). I dati si basano sull’analisi delle informazioni raccolte attraverso il processo ad limina della Commissione e integrate da ulteriori fonti.
Per quanto riguarda l’Italia, sono state visitate le diocesi di Lazio, Liguria, Lombardia, Sardegna, Sicilia, Emilia-Romagna e Toscana. Negli anni, si legge nel Rapporto, sono stati compiuti notevoli progressi nello sviluppo di ‘strumenti e politiche integrali’ di prevenzione e protezione. La Commissione riconosce il lavoro svolto dalla Conferenza Episcopale Italiana (CEI) nella creazione di un sistema multilivello (nazionale, regionale, diocesano e interdiocesano) di ‘coordinamento, formazione e supervisione’, volto a supportare le Chiese locali con personale professionale e adeguatamente formato.
La Conferenza riporta l’esistenza di 16 servizi regionali per la tutela, 226 servizi diocesani e interdiocesani e 108 centri di ascolto. Essi offrono un servizio pastorale di accoglienza e ricezione delle segnalazioni. Permangono tuttavia alcune sfide: la Commissione osserva che, sebbene alcune Chiese locali abbiano realizzato iniziative pionieristiche e collaborazioni con la società civile, persistono ‘disparità tra le diverse regioni’ e la mancanza di un ufficio centralizzato di ricezione e analisi delle segnalazioni, necessario per garantire una gestione uniforme ed efficace dei casi.
A livello globale, rileva il documento, mentre alcune Chiese delle Americhe, dell’Europa e dell’Oceania mostrano un forte impegno nelle riparazioni, si registra un ‘eccessivo affidamento’ al risarcimento economico, che rischia di limitare una ‘comprensione integrale’ del processo di guarigione.
Inoltre, in molte aree dell’America Centrale e Latina, dell’Africa e dell’Asia mancano risorse adeguate per l’accompagnamento delle vittime. Tuttavia, sono segnalate prassi esemplari come la tradizionale pratica di guarigione comunitaria Hu Louifi a Tonga; il rapporto annuale sui servizi di accompagnamento per le vittime negli Stati Uniti; i processi di revisione delle linee guida in corso in Kenya, Malawi e Ghana; e il progetto di ricerca della verità ‘Il coraggio di guardare’, nella diocesi di Bolzano-Bressanone.
(Foto: Vatican Media)
Mons. Perego: Marcinelle ci ricorda che i lavoratori migranti devono essere tutelati
L’8 agosto 1956 nella miniera di Bois du Cazier a Marcinelle, in Belgio, persero la vita 262 minatori, di cui 136 italiani, 95 belgi e poco più di una trentina di altre nazionalità: è ricordata come una delle più gravi stragi sul lavoro ed è anche, per il nostro Paese, un evento emblematico dell’emigrazione italiana del Novecento.
Per la giornata di oggi è in programma presso la miniera di Bois du Cazier la cerimonia istituzionale di commemorazione. La Fondazione Migrantes, nel giorno in cui si ricorda un evento che ancora scuote l’Italia, si fa vicina a tutti gli italiani che lavorano all’estero e rivolge un pensiero ai tanti lavoratori, anche immigrati, che anche di recente hanno perso la vita sul lavoro in Italia, come ha precisato mons. Gian Carlo Perego, presidente della Fondazione Migrantes:
“Marcinelle ogni anno ci ricorda il dramma sulle morti del lavoro in Italia, ma anche in Europa. Negli anni nel nostro Paese, anche grazie ai controlli e alle misure di sicurezza adottate, i decessi sono in calo. Occorre, però, segnalare che le morti sul lavoro dei lavoratori migranti, che avvengono in particolare nel mondo agricolo, nell’edilizia e nei trasporti, secondo le analisi dell’Osservatorio dell’Università Cattolica, sono in proporzione il doppio rispetto a quelle dei lavoratori italiani.
Questo dato impegna le aziende a una maggiore formazione dei lavoratori migranti sulla sicurezza. Al tempo stesso la crescita del numero degli incidenti sul lavoro nei primi quattro mesi del 2025 (286) rispetto al 2024 (265) chiedono di non abbassare la guardia nei controlli e nella formazione. A Marcinelle sono morti soprattutto i nostri lavoratori emigrati: un evento, un segno che ricorda come i lavoratori migranti debbono essere particolarmente tutelati. Ieri come oggi”.
Anche per questo c’è attesa per la decisione della presidenza del Parlamento europeo di calendarizzare il voto su una proposta di risoluzione per la istituzione, proprio nella data dell’8 agosto, di una ‘Giornata europea in memoria delle vittime del lavoro e per la tutela e la dignità dei lavoratori’.
Per tale ricorrenza della strage la fondazione Migrantes ripubblica un racconto di Luigi Dal Cin, ‘Un manifesto rosa’, tratto dal suo volume ‘Sulla porta del mondo. Storie di emigranti italiani’: “Lo tengo aperto qui davanti a me, sopra il foglio bianco ancora da scrivere. L’ho trovato tra le vecchie carte di mio nonno, conservate nel baule in soffitta. Riposava lì, ripiegato su sé stesso, chissà da quanti anni, ‘Un manifesto rosa’…
Il viaggio dall’Italia al Belgio è completamente gratuito per i lavoratori italiani firmatari di un contratto annuale di lavoro per le miniere. Il viaggio dall’Italia al Belgio dura in ferrovia solo 18 ore. Compiute le semplici formalità d’uso, la vostra famiglia potrà raggiungervi in Belgio”.
E si racconta il disastro: “Pare che all’origine del disastro ci fu un’incomprensione tra i minatori che dal fondo del pozzo caricavano sull’ascensore i vagoncini con il carbone e i manovratori in superficie. Alle 8 e 10 del mattino dell’8 agosto 1956 un vagone di carbone rimase incastrato nella gabbia del montacarichi ma l’ascensore partì comunque. Nella risalita il carrello che sporgeva tranciò le condutture dell’olio, i tubi dell’aria compressa e i cavi dell’alta tensione. Le scintille causate dal cortocircuito fecero incendiare l’olio.
Fu subito l’inferno. Un imponente incendio si estese alle gallerie superiori mentre sotto, ad oltre mille metri di profondità, i minatori venivano soffocati dal fumo. Il fuoco infatti era divampato nel pozzo d’ingresso dell’aria e il fumo prodotto dalla combustione raggiunse ben presto ogni angolo della miniera.
Fin dai primi istanti la gravità dell’incidente e l’impossibilità di trarre in salvo gli eventuali superstiti apparvero chiare ai soccorritori. Il 22 agosto, dopo due settimane di difficili ricerche, mentre una fumata nera e acre continuava ancora a uscire dal pozzo, uno di loro, riemergendo affranto dalle viscere della miniera, sussurrò in italiano: Tutti cadaveri”.
Scegliamo la vita… nel nome di Leone!
«Papa Leone, Papa Leone»: questo coro si è alzato molte volte tra i partecipanti alla manifestazione Scegliamo la Vita, che sabato pomeriggio ha visto sfilare 10.000 persone per le vie del centro di Roma (dato fornito dagli organizzatori), arrivando per i Fori Imperiali fino all’Altare della Patria. Qui era allestito il palco dal quale si sono alternati gli interventi prolife di Emanuel Cosmin Stoica, giovane venticinquenne con Sla nato in Romania e cresciuto a Torino autore del libro ‘Scomodo come la verità’ (stampato in proprio, 2025, pp. 190), Livia Tossici-Bolt, attivista condannata lo scorso aprile in Inghilterra a due anni di carcere con sospensione condizionale della pena e 20.000 sterline di multa per aver sostato in silenzio davanti ad una “clinica” abortiva mostrando un cartello con scritto ‘Sono qui per parlare, se vuoi’, Maurizio Marrone, assessore di Fratelli d’Italia della Regione Piemonte, noto per aver promosso il Fondo ‘Vita Nascente’ destinato al sostegno di donne in difficoltà economica durante la gravidanza e, infine, del prof. Massimo Gandolfini, neurochirurgo e psichiatra, presidente dell’Associazione Family DAY.
Anche il presidente della Camera dei Deputati Lorenzo Fontana (Lega per Salvini Premier), ha inviato un messaggio istituzionale esprimendo il suo «cordiale saluto» e riconoscendo nell’evento «un’opportunità per riflettere sul valore della vita e sulla necessità di assicurarne la tutela in ogni sua fase». L’Onorevole Fontana ha quindi sottolineato che la protezione dell’essere umano, fin dal grembo materno, è «il primo dei diritti inviolabili» garantiti dalla Repubblica, come stabilito nell’articolo 2 della Costituzione, e che la vita è «presupposto indispensabile per l’esercizio di tutti gli altri diritti».
Nel suo messaggio, il presidente ha infine evidenziato la gravità della crisi demografica che colpisce l’Italia affermando che «il calo delle nascite e l’invecchiamento della popolazione rendono sempre più insostenibile il sistema pensionistico e sanitario», invitando tutte le Istituzioni ad agire con decisione per «favorire le condizioni politiche e culturali in grado di arrestare il declino demografico».
Dal palco la portavoce della manifestazione Maria Rachele Ruiu ha salutato a nome dei manifestanti Papa Leone XIV «perché siamo certi che alzerà forte la voce per la dignità umana in ogni fase della sua esistenza e contro tutte le forme di offese della dignità umana. Ne siamo certi perché Leone XIV, prima di diventare Papa, da cardinale ha partecipato alla marcia per la vita in Perù. Speriamo anche che l’anno prossimo possa stare, in qualche modo, qui con noi in questa piazza».
Dopo il Regina Caeli recitato questa mattina dalla Loggia Centrale della Basilica di San Pietro, Papa Prevost ha intanto iniziato a rivolgere un pensiero agli organizzatori e partecipanti di “Scegliamo la vita 2025” rivolgendo loro queste parole: «saluto i partecipanti alla manifestazione ‘Scegliamo la vita’ […]. Oggi in Italia e in altri Paesi si celebra la festa della mamma. Mando un caro saluto a tutte le mamme, con una preghiera per loro e per quelle che sono già in Cielo. Buona festa a tutte le mamme! Grazie a tutti voi!».
Molti dei manifestanti hanno esposto durante tutta la ‘marcia’ centinaia di cartelli con l’immagine del nuovo Pontefice e una sua citazione risalente al periodo nel quale è stato Vescovo della diocesi peruviana di Chiclayo (2015-2023), ovvero «Difendiamo la vita sempre!», incoraggiamento ai promotori della ‘Marcia per la Vita’ che ogni anno si tiene in Perù. Fra un intervento e l’altro è stato proiettato dal palco anche un contributo video di Eduardo Verastegui, attore, modello e cantante messicano, noto per essere un convinto attivista per i diritti dei nascituri.
Al termine della manifestazione è salita sul palco la rock band italiana The Marcos per una esibizione live offerta gratuitamente a tutti coloro che, con la loro presenza, hanno dimostrato nei fatti di combattere per il diritto alla vita dal concepimento alla morte naturale.
Papa Francesco invita il Movimento per la Vita a difendere la dignità della maternità
“Conosco il valore del servizio che rendete alla Chiesa e alla società. Insieme alla solidarietà concreta, vissuta con lo stile della vicinanza e della prossimità alle mamme in difficoltà per una gravidanza difficile o inattesa, voi promuovete la cultura della vita in senso ampio. E cercate di farlo con franchezza, amore e tenacia, tenendo strettamente unita la verità alla carità verso tutti. Vi guidano in questo gli esempi e gli insegnamenti di Carlo Casini, che aveva fatto del servizio alla vita il centro del suo apostolato laicale e del suo impegno politico”: dal Policlinico ‘Gemelli’ papa Francesco ha inviato un messaggio, letto dal segretario di Stato, card. Pietro Parolin, in occasione del 50^ anniversario di fondazione del Movimento per la Vita, 50°, esortando a continuare il servizio alla vita umana più fragile ed emarginata.
Ed ha ripercorso questa storia di tutela della maternità: “L’occasione che vi ha radunati a Roma è importante: il cinquantesimo anniversario del Movimento per la Vita, il cui primo germoglio è stato il Centro di Aiuto alla Vita nato a Firenze nel 1975. Da allora, in tutta Italia, i Centri di Aiuto alla Vita si sono moltiplicati. E ad essi si sono aggiunti le Case di Accoglienza, i servizi SOS Vita, il Progetto Gemma e le Culle per la vita. Innumerevoli iniziative sono state intraprese per promuovere a tutti i livelli della società la cultura dell’accoglienza e dei diritti dell’uomo. Perciò vi incoraggio a portare avanti la tutela sociale della maternità e l’accoglienza della vita umana in ogni sua fase”.
Nel messaggio papa Francesco ha ribadito la necessità di ‘combattere’ la cultura dello scarto: “In questo mezzo secolo, mentre sono diminuiti alcuni pregiudizi ideologici ed è cresciuta tra i giovani la sensibilità per la cura del creato, purtroppo si è diffusa la cultura dello scarto. Pertanto, c’è ancora e più che mai bisogno di persone di ogni età che si spendano concretamente al servizio della vita umana, soprattutto quando è più fragile e vulnerabile; perché essa è sacra, creata da Dio per un destino grande e bello; e perché una società giusta non si costruisce eliminando i nascituri indesiderati, gli anziani non più autonomi o i malati incurabili”.
Per questo ha ricordato l’importanza della civiltà dell’amore: “Care sorelle e cari fratelli, siete venuti da tante parti d’Italia per rinnovare ancora una volta il vostro ‘sì’ alla civiltà dell’amore, consapevoli che liberare le donne dai condizionamenti che le spingono a non dare alla luce il proprio figlio è un principio di rinnovamento della società civile. E’ sotto gli occhi di tutti, infatti, come oggi la società sia strutturata sulle categorie del possedere, del fare, del produrre, dell’apparire”.
E’ stato un ‘elogio’ all’impegno per la dignità della persona: “Il vostro impegno, in armonia con quello di tutta la Chiesa, indica una progettualità diversa, che pone al centro la dignità della persona e privilegia chi è più debole. Il concepito rappresenta, per eccellenza, ogni uomo e donna che non conta, che non ha voce. Mettersi dalla sua parte significa farsi solidali con tutti gli scartati del mondo. E lo sguardo del cuore che lo riconosce come uno o una di noi è la leva che muove questa progettualità”.
Infine ha raccomandato di scommettere sulle donne: “Continuate a scommettere sulle donne, sulla loro capacità di accoglienza, di generosità e di coraggio. Le donne devono poter contare sul sostegno dell’intera comunità civile ed ecclesiale, e i Centri di Aiuto alla Vita possono diventare un punto di riferimento per tutti. Vi ringrazio per le pagine di speranza e di tenerezza che aiutate a scrivere nel libro della storia e che rimangono incancellabili: portano e porteranno tanti frutti”.




























