Le “periferie” contro le nuove benedizioni della Fiducia supplicans

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[Korazym.org/Blog dell’Editore, 04.01.2024 – Vik van Brantegem] – Riprendiamo due contributi pubblicati ieri 3 gennaio 2024 da Corrispondenza Romana:

  • Benedizioni anonime e anomale su Fiducia supplicans di Padre Serafino M. Lanzetta, che svolge il suo ministero sacerdotale nella Diocesi di Portsmouth (Inghilterra), è libero docente di Teologia dogmatica presso la Facoltà Teologica di Lugano e Direttore editoriale della rivista teologica Fides Catholica.
  • Le “periferie” contro la Fiducia supplicans di Papa Francesco. Il testo integrale dell’intervista effettuata da Martina Pastorelli al Prof. Roberto de Mattei ed apparso, in forma ridotta, sul quotidiano La Verità del 31 dicembre 2023.


Benedizioni anonime e anomale su Fiducia supplicans
di Padre Serafino Lanzetta
Corrispondenza Romana, 3 gennaio 2024


Con la Dichiarazione Fiducia supplicans (FS) del 18 dicembre 2023, il Dicastero per la Dottrina della Fede, con una certa fretta rispetto ai freschi risultati sinodali, ha chiesto a Papa Francesco ex audientia di approvare nuove benedizioni, create ad hoc «per coppie in situazioni irregolari» e «coppie delle stesso sesso». L’enfasi è posta sulla “coppia” in entrambi i casi. Pur di approvarla a livello di principio, giustificando così i suoi atti morali, si prova a separare l’aspetto liturgico della benedizione da un suo stadio precedente, “teologico” ma non rituale. Con quali risultati?
Bene-dicere ma senza dirlo
Una prima riflessione va fatta sulla distinzione tra benedizioni liturgiche e devozionali. Togliendo a queste ultime il loro status liturgico, sembra che si possa offrire una strada per poter comunque benedire le coppie summenzionate. Con un vero e proprio sofisma in atto. Questa benedizione nuova non deve essere «un atto liturgico o semi-liturgico, simile a un sacramento» (FS 36). Ma rimane un sacramentale per essere una benedizione e non un’invocazione talismanica? FS distingue tra benedizioni liturgiche, legate cioè a un sacramento e benedizioni sacramentali in quanto date al di fuori dai sacramenti quali grazie attuali. Tutto questo riguarderebbe comunque «un punto di vista strettamente liturgico» in cui «la benedizione richiede che quello che si benedice sia conforme alla volontà di Dio espressa negli insegnamenti della Chiesa» (FS 9). Però, oltre a questo contesto «strettamente liturgico», ci sarebbe un terzo ambito “flessibilmente liturgico”. Infatti, a queste benedizioni si aggiungerebbero ora quelle estemporanee, di devozione o pastorali, le quali se da un lato risultano indipendenti rispetto al rituale della Chiesa, così da essere più elastiche e fruibili in tutte le svariate circostanze, anche in contraddizione con la volontà di Dio, dall’altro sono comunque rivestite dei connotati liturgico-teologico dei sacramentali. Infatti FS 31 dice così: «Queste forme di benedizione esprimono una supplica a Dio perché conceda quegli aiuti che provengono dagli impulsi del suo Spirito – che la teologia classica chiama “grazie attuali” – affinché le umane relazioni possano maturare e crescere nella fedeltà al messaggio del Vangelo, liberarsi dalle loro imperfezioni e fragilità ed esprimersi nella dimensione sempre più grande dell’amore divino».
In modo equivoco, queste nuove benedizioni sono de facto equiparate ai sacramentali ma senza definirle tali, dando parvenza di aver creato una sottocategoria neutrale al mero fine di giustificare una benedizione di ciò che non è benedicibile perché oggettivamente contrario a Dio e alla sua creazione. Siamo dinanzi a benedizioni che sono sacramentali anonimi, come i “cristiani anonimi” di Rahner, cioè quelli che sono cristiani senza saperlo di essere perché in fondo l’essere cristiano appartiene non alla grazia ma alla natura che è tutt’uno con la grazia a livello di conoscenza. Il passaggio tra l’essere benedetti, seppur atematicamente o trascendentalmente, all’esserlo tematicamente o categorialmente, verrà col tempo, quando ormai grazie all’uso normale che si farà di queste benedizioni, sarà penetrato nella mente e nel cuore dei cristiani che si può benedire anche il peccato. Intanto emerge un nominalismo di fondo, caratteristica predominante di questi tempi: “benedizione” è un mero flatus vocis, cioè una parola che non dice ciò che significa, ma che esprime con lo stesso apparente significato un’altra realtà, ossia la legittimazione delle coppie irregolari e dello stesso sesso. Il nominalismo è l’asservimento dei concetti al potere.
La grazia come diritto di tutti
Come non vedere anche il pericolo della naturalizzazione della grazia da un lato e la sua riduzione a diritto di tutti dall’altro? Due facce della stessa medaglia. La benedizione delle coppie irregolari e omosessuali, che sarebbe una specie sui generis di grazia attuale, è la giustificazione del peccato e la sua copertura mediante l’esigenza della grazia per tutti e in tutte le situazioni. In verità, la grazia attuale come mozione transeunte, non è una spinta soprannaturale anonima, offerta da Dio perché si rimanga nel peccato. Sarebbe blasfemo il solo pensarlo. È sempre una spinta verso il bene e verso la grazia santificante, perché l’uomo mediante la conversione si apra a Dio e accolga il dono della vita nuova, l’abito della grazia che dona la fede, la speranza e la carità soprannaturali. Queste benedizioni, invece, oltre ad essere incapaci di benedire, per il fatto che la grazia invocata sulla relazione di coppia è antitetica alla situazione oggettiva di peccato, hanno come effetto inevitabile quello di confermare le coppie nel loro status di disordine contrario a Dio.
Per ovviare a ciò si è provato a giustificare il principio di queste benedizioni, distinguendo tra le persone benedette e la coppia come tale o meglio l’unione che, quantunque in discordanza con il comandamento di Dio, non sarebbe l’oggetto proprio della benedizione. Si gioca con le parole. O la coppia si manifesta in virtù dell’unione e della relazione o non esiste. Tuttavia, è la stessa dichiarazione FS che al n. 31 parla di benedizioni di «umane relazioni», cioè di relazioni contro natura. Non lo si dice, come non si parla mai di peccato, né di sodomia, ma è di questo che si tratta e in modo anonimo si prova a benedirlo. Non si parla neppure di conversione, né tantomeno di confessione per essere semmai assolti dal peccato. La mens del documento è più che chiara. Siamo dinanzi a benedizioni che vogliono essere tali senza dare parvenza di esserlo. Ma questo non fa contenti neppure i movimenti di promozione e di integrazione omosessuale, uno dei quali, quello cileno, ha definito FS una «una nueva e intolerable forma de exclusión» e «una medida apartheid» [QUI].
Il male intrinseco non esiste più
Qual è il problema alla radice di tutto? Con piacevole sorpresa, diversi episcopati, soprattutto le periferie, stanno dichiarando il loro netto rifiuto di FS. L’accento normalmente viene messo sull’incapacità di benedire le coppie omosessuali, dimenticando il più delle volte le coppie irregolari, cioè i divorziati risposati che pur intrattenendo una relazione eterosessuale vivono in difformità rispetto alla volontà di Dio espressa nel sacramento del matrimonio. Si tratta, in fin dei conti, del medesimo problema morale che unisce le due categorie di coppie che ora si vuole benedire, con una gravità accentuata nel peccato di sodomia. L’apertura a queste benedizioni, o meglio l’accettazione definitiva del peccato oggettivo e intrinseco nelle coppie irregolari e dello stesso sesso, ha il suo inizio in Amoris laetitia (19 marzo 2016). È con questa Esortazione apostolica di Papa Francesco che si diede la stura. È con essa che si scrisse la parola fine all’intrinsece malum, cioè ai peccati intrinsecamente disordinati, quali appunto l’adulterio e la sodomia. Ricordiamo tutti le sterili polemiche ermeneutiche intorno a quella famosa noticina a piè di pagina, n. 356, che apriva sommessamente alla ricezione dei sacramenti per le coppie irregolari (“irregolare” allora sempre tra virgolette per segnarne il superamento, e invece ora senza). La ricezione dei sacramenti per queste coppie, seppur dopo un miracoloso discernimento, è stata nel frattempo confermata da un rescritto ufficiale del Papa, inserito negli Acta Apostolicae Sedis 108 (2016) 1071-1074. Con FS il discorso include anche le coppie omosessuali. Questa nuova noticina a piè di pagina domani confluirà in un documento più ampio e argomentato.
I vescovi sono stati silenti all’insorgere di Amoris laetitia, e con loro anche qualche cardinale che ora giustamente fa da leone, ma è questo documento che va rispettosamente criticato e urgentemente corretto in linea con Veritatis splendor (79-83). È lì il cambio di paradigma. Stranamente poi FS dice di essere una «riflessione teologica, basata sulla visione pastorale di Papa Francesco», che «implica un vero sviluppo rispetto a quanto è stato detto sulle benedizioni nel Magistero e nei testi ufficiali della Chiesa» (Presentazione). Uno sviluppo sicuramente c’è ma a modo di circolo autoreferenziale: da Amoris laetitia ad oggi, dalle coppie irregolari a quelle omosessuali, dopo un grande lavorio in vari sinodi che hanno preceduto quest’ultimo grande e interminabile. Cioè da Fernández a Fernández.
Il Sinodo più sinodale e la pastorale che tutto assorbe
Due ultime considerazioni in riferimento al metodo adottato. Con FS è confermato l’uso strumentale del Sinodo sul Sinodo, ora più che mai. Il Sinodo è un metodo vòlto a cambiare in modo pastorale la costituzione gerarchica della Chiesa e la sua dottrina. Tra le dottrine più a cuore agli organizzatori c’era il cambio da apportare in tema di omosessualità. Era da anni che si lavorava a questo. Con vari sinodi, quello sulla famiglia, quello amazzonico, poi sui giovani, ma sempre senza successo. Allora è stato ideato un sinodo che inglobasse il cambiamento come tale nel concetto stesso di sinodalità. È stato certamente sorprendente non trovare neppure la sigla LGBTQ+ nella Relazione di sintesi della prima Sessione, pubblicata il 28 ottobre 2023. Poteva sembrare una disfatta della macchina organizzativa. Invece no. In cantiere c’era FS, con un forte segnale di apertura del Papa stesso prima dell’inizio del Sinodo, in una risposta ai cinque cardinali che gli sottoponevano cinque nuovi dubbi. Il Papa apriva alla benedizione di coppie omosessuali a patto che non si confondesse con il matrimonio o con un sacramentale [QUI]. Così, senza aspettare l’anno prossimo per la seconda fase romana del Sinodo sinodale, in modo molto poco sinodale, il Dicastero del Card. Fernández ha pubblicato FS.
Se da un lato e in modo sinodale si mostra tutta l’ambiguità dottrinale e la semplificazione pastorale della fede al limite del parossismo, una sorta di benedizioni “fai da te”, dall’altro FS rivela anche un problema di non poco rilievo, tipico di questi ultimi sessant’anni. Una seconda riflessione metodologica s’impone. FS è l’esempio più riuscito di sforzo pastorale che non solo afferisce la dottrina e la cambia, ma che si impone esso stesso come dottrina. Siamo dinanzi alla dottrina della prassi, ovvero ad una prassi che diventa dottrina e che impone ai fedeli e ai chierici l’accoglienza di sé in nome dell’autorità separata dalla verità. Come dottrina e prassi pastorale vanno sempre insieme e la seconda dipende ontologicamente dalla prima così anche verità e autorità. L’unica autorità è quella della verità e della ininterrotta trasmissione della fede e della morale: da Cristo attraverso gli Apostoli fino a noi. Invece da Giovanni XXIII a noi abbiamo imparato, ahimè, che altro è il deposito della fede e altro il modo di annunciare le verità che lo compongono, che può cambiare con un metodo più pastorale che esprimerebbe meglio l’indole del magistero. Con FS si mostra in modo lapalissiano e come infelice conclusione tutta l’insidia di quella distinzione. Il metodo oltre a divenire dottrina esso stesso, è andato ben oltre, suggerendo nuove dottrine. A tutto ciò semplicemente diciamo: non licet!

Le “periferie” contro la Fiducia supplicans di Papa Francesco
di Roberto de Mattei
Corrispondenza Romana, 3 gennaio 2024


Pubblichiamo il testo integrale dell’intervista effettuata da Martina Pastorelli al Prof. Roberto de Mattei ed apparso, in forma ridotta, sul quotidiano La Verità del 31 dicembre 2023.

La Dichiarazione del Dicastero per la Dottrina della fede Fiducia supplicans ha suscitato fra il clero reazioni che sparigliano le carte, poiché non riflettono esattamente la divisione fra conservatori e progressisti che da tempo spacca la Chiesa: a criticare il documento definendolo caotico, nocivo e contrario alla dottrina dichiarando che non lo applicheranno sono infatti stati anche molti vescovi e cardinali – in gran parte africani, ma d’oriente e del Sudamerica – che mai avevano espresso apertamente perplessità verso l’operato del Papa.

Come leggere questa levata di scudi che viene proprio da quelle “periferie” così care a Francesco per la loro “centralità” evangelica e in quanto “finestre” sulla totalità?
La protesta contro la Dichiarazione Fiducia supplicans è qualcosa di assolutamente inedito nella storia della Chiesa. Nel 1968 la ribellione di alcuni vescovi centro-europei contro l’enciclica Humanae vitae di Paolo VI, che condannava la contraccezione, fu di proporzioni minori ed era rivolta contro un Papa che ribadiva il Magistero della Chiesa. Qui, al contrario, è il Papa che è stato accusato, in maniera esplicita o velata, da un impressionante numero di vescovi e conferenze episcopali di tutto il mondo, di allontanarsi dall’ortodossia della fede cattolica. Se qualcuno poteva credere che il dissenso contro papa Francesco derivasse da una “cospirazione” di vescovi americani, oggi è smentito dai fatti.  La critica più forte e più numerosa a Fiducia supplicans è stata espressa da quelle “periferie”, a cominciare dal continente africano, che tanto spesso papa Francesco ha invocato come portatrici di autentici valori religiosi ed umani, mentre la filosofia del documento è stata fatta propria da alcune conferenze episcopali, come quelle del Belgio, della Germania e della Svizzera, che rappresentano gli episcopati più mondanizzati dell’Occidente. La larga maggioranza dei vescovi e dei cardinali o non si è manifestata o, quando l’ha fatto, ha suggerito di interpretare Fiducia supplicans su una linea di coerenza, e non di discontinuità, con il Catechismo della Chiesa Cattolica.

Questa situazione inedita avrà secondo Lei ripercussioni sul prossimo Conclave, quando Papa Francesco sarà già uscito di scena e i cardinali saranno chiamati a scegliere il suo successore?
Per la prima volta viene alla luce l’ampiezza di uno schieramento anti-bergogliano, che comprende cardinali nominati dallo stesso Papa Francesco, come l’Arcivescovo di Kinshasa, Fridolin Ambongo, Presidente delle conferenze episcopali africane, e quello di Montevideo, Daniel Ferdinand Sturla. Entrambi saranno cardinali elettori nel prossimo conclave in cui un centro magmatico e oscillante sarà costretto a scegliere tra le due minoranze contrapposte: da una parte il polo fedele all’insegnamento della Chiesa, dall’altra il polo fedele al “nuovo paradigma”.  Lo scontro si svolgerà in una situazione di “sede vacante”, quando Papa Francesco sarà già uscito di scena, i media taceranno ed ogni elettore si troverà solo di fronte a Dio e alla propria coscienza. Quanto basta per far pensare che il prossimo conclave sarà contrastato e non breve. Con Fiducia supplicans Papa Francesco, al di là delle sue intenzioni, ha dato inizio al pre-conclave. I giorni delle festività saranno di tregua, poi la battaglia si riaccenderà.

Non si può non notare che la levata di scudi nei confronti di Fiducia supplicans è avvenuta proprio in quell’ottica sinodale promossa dal Pontefice. Questo approccio rischia di aprire una deriva?
Fino ad oggi si è preteso di seguire la via dell’eterodossia in nome della sinodalità. Che cosa accade quando una voce sinodale forte come quella dell’Africa chiede di rimanere fedeli alla legge del Vangelo? Mi sembra che il viaggio sinodale dei vescovi tedeschi si stia arenando in Africa.
A fronte della presa di posizione, in un senso o nell’altro, di molte conferenze episcopali, spicca il silenzio della CEI, che non si è ancora espressa con un documento ufficiale. Secondo lei perché?
Perché la Conferenza Episcopale Italiana è la più vicina a Roma ed è sempre stata la più sensibile alle direttive che dal centro romano promanano. Ciò l’ha resa più fedele nei tempi di fedeltà, ma oggi rischia di farla cadere nel caos, soprattutto quando i vescovi italiani capiranno che la carta vincente forse non si trova dove essi pensavano.

Corre voce che al Dicastero ci sia malumore per le modalità con cui la Dichiarazione è stata redatta, ovvero senza sentire la commissione di teologi.
Non è la prima volta che le commissioni teologiche e cardinalizie che dovrebbero esaminare i documenti più importanti vengono scavalcate. Ciò fa parte dello stile di governo autocratico di Papa Francesco. I Papi “autocrati” nella storia della Chiesa non sono mancati, ma le decisioni avvenivano sempre nel rispetto della dottrina e delle tradizioni della Chiesa. Oggi io non sono preoccupato per l’esercizio abusivo dell’autorità da parte di un Papa “dittatore”, come qualcuno lo definisce, ma per gli errori, le ambiguità e le omissioni che questo Papa promuove o favorisce, con un grave danno per la Chiesa universale.

Indice – Fiducia supplicans [QUI]

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