Processo 60SA in Vaticano. Difesa Torzi: costruito un castello di congetture

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[Korazym.org/Blog dell’Editore, 21.11.2023 – Ivo Pincara] – Oggi 21 novembre 2023, nella settantasettesima Udienza del processo al Tribunale vaticano per la gestione dei fondi della Segreteria di Stato ([Procedimento penale n. 45/2019 RGP vaticano), è stata conclusa la aringa finale del collegio difensivo di Gianluigi Torzi. Lo scorso 8 novembre, nel corso l’Avv. Matteo Santamaria aveva introdotto alcuni temi della difesa di Torzi [QUI].

Oggi, gli Avvocati Mario Zanchetti e Marco Franco hanno chiesto, per la non sussistenza del reato, la piena assoluzione per Torzi, accusato di corruzione, peculato aggravato, truffa aggravata, appropriazione indebita aggravata, riciclaggio e autoriciclaggio, estorsione aggravata.

Domani 22 novembre, la parola passa al collegio difensivo del Cardinale Angelo Becciu, gli Avvocati Fabio Viglione e Maria Concetta Marzo.

L’equo processo è uno dei diritti fondamentali dell’uomo, riconosciuto come tale in tutti gli ordinamenti dello Stato di diritto. È sancito in modo espresso dall’Art. 10 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo nonché dall’Art. 6 della Convenzione Europea per la Salvaguardia dei Diritti dell’Uomo e delle Libertà Fondamentali.

«Nel corso degli anni, la Santa Sede è stata coinvolta nelle attività del Consiglio Europeo, cercando nel modo che le è proprio di seguire e di contribuire all’opera sempre più vasta del Consiglio nell’ambito dei diritti umani. Consapevole del ruolo unico che svolge la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo nelle questioni europee, la Santa Sede si è interessata in modo particolare alla giurisprudenza della Corte. I giudici sono i custodi della Convenzione e della sua visione dei diritti umani» (Papa Giovanni Paolo II, Discorso ai partecipanti alla Conferenza Ministeriale del Consiglio Europeo e alla celebrazione del 50° anniversario della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, 3 novembre 2000 [QUI]).

“C’è un solo modo di vedere le cose ed è quello di vederle interamente – ha dichiarato l’Avv. Zanchetti – per ricostruire correttamente una vicenda bisogna confrontarsi con tutte le prove, con tutti gli elementi”. Il Promotore di Giustizia, invece, “sulla base di quattro sassi, da lui selezionati, e scartando attentamente tutti i sassi probatori che non andavano bene, ha costruito un castello bellissimo, ma totalmente inventato”. Un’ulteriore difficoltà di questo processo, oltre a quella della mole del materiale probatorio, ha rimarcato l’Avv. Zanchetti, è che “ci siamo trovati difronte alla sostanziale inutilità dell’istruttoria dibattimentale”: “Quasi tutte le udienze dedicate all’udizione dei testi dell’accusa sono da buttare nel cestino, perché quasi tutti i testi dell’accusa, pubblica o privata, sono venuti qui e, sotto giuramento, ci hanno detto delle cose palesemente non vere”. “E hanno detto delle cose non vere non per caso – ha proseguito, citando, tra gli altri, Giuseppe Maria Milanese, Mons. Alberto Perlasca, Luca Dal Fabbro, Luciano Capaldo – non perché sono mentitori seriali ma perché erano tutte persone che avevano una parte in commedia, e che sono venute in questa aula per difendere il proprio ruolo, non la verità”.

L’Avv. Zanchetti, enumerando i capi di accusa, delineanti e declinati anche attraverso l’orizzonte giuridico di altre nazioni, ha poi nuovamente richiamato l’ordinanza del Tribunale dello Stato della Città del Vaticano del 1° marzo 2022, chiedendo che venga rivista, soprattutto alla luce dell’articolo 5 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo [QUI], sul diritto alla libertà e alla sicurezza. “Questa sentenza non potrà rimanere privata – ha dichiarato il legale, richiamando “gli infiniti interventi dei precedenti pontefici sul giusto processo” – qualsiasi provvedimento sanzionatorio che adotterà questo collegio sarà poi analizzato dai giudici di altri Paesi, che valuteranno se lo Stato della Città del Vaticano rispetta i principi della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo”.

Ancora una volta, in aula, si sono affastellati chat e documenti di varia natura che – nelle parole degli avvocati della difesa – tratteggiano una prospettiva differente, in relazione alle reali intenzioni di Torzi, titolare della società lussemburghese di intermediazione Gutt Sa, con la Segretaria di Stato; ai rapporti con Raffaele Mincione, anche e soprattutto rispetto alla questione Banca Carige; o alle presupposte difficoltà economiche in cui versava l’imputato. “Se le cose non sono vere – ha insistito l’Avv. Marco Franco – hanno una spiegazione alternativa”: non c’è stato “alcun fantomatico complotto di Torzi e Mincione”, si “voleva modificare il titolo dell’investimento e avere maggiori garanzie” e “si è ritenuto che Torzi fosse la persona giusta”.

L’Avv. Franco ha più volte ripercorso i documenti che caratterizzano la vicenda dell’immobile londinese al numero 60 di Sloane Avenue, inizialmente riconducibile all’Athena Capital Global Opportunities Fund del finanziere Raffaele Mincione, poi passato alla Gutt Sa di Gianluigi Torzi, che deteneva le 1.000 azioni con diritto di voto. È impossibile sostenere che queste mille azioni non si era capito che Torzi le aveva con diritto di voto mentre gli altri non le avevano – ha detto l’Avv. Franco – c’è scritto già nel Framework Agreement, dappertutto c’era scritta questa cosa”. Ed ancora, da una chat dell’imputato del 23 novembre, subito dopo le trattative di Londra, “a cose fatte”, “si evince che Torzi non sapeva prima delle mille azioni” e si vede la “buona fede di Torzi”. L’avvocato ha sovente invitato tutti “a non ragionare con il senno di poi”, “ma a leggere le carte in maniera integrale”.

Mons. Edgar Peña Parra, Sostituto per gli Affari Generali della Segreteria di Stato, ha aggiunto l’Avv. Franco, era “sempre informato” su tutto quello che succedeva nella gestione, come dimostrano i report periodici: “Torzi ha sempre avuto cura del palazzo” e “non c’è un solo atto che dimostri che Torzi non aveva la volontà di restituire le quote. Si è solo parlato del giusto compenso”. Le mille azioni, è stato spiegato avevano un valore complessivo di 10 milioni di euro, e i 5 milioni erano la previsione del “lucro cessante”.

Infine, l’Avv. Franco ha ampiamente parlato di Luciano Capaldo, definendolo “un personaggio veramente inquietante”. L’uomo, secondo il legale, è il responsabile del “processo demolizione dell’immagine di Torzi”, attuato per “mettere le mani sugli affari della Segretaria di Stato”, con la complicità di Luca Dal Fabbro e Fabrizio Tirabassi. In conclusione, è stata richiesta “l’assoluzione per la non sussistenza dei reati” e la “restituzione dei beni sottoposti a sequestro”.

Fonte: Vatican News.

Indice – Caso 60SA [QUI]

Foto di copertina: ricordiamo che Papa Francesco, informato dei vari passaggi, ha autorizzato la trattativa con e il compenso a Gianluigi Torzi, che ha anche incontrato per ben tre volte.
Il 26 dicembre, festa di Santo Stefano, Papa Francesco ricevette di nuovo Torzi a Santa Marta, con i famigliari, facendosi anche fotografare con lui, e ne riferì al Sostituto per gli Affari Generali della Segretaria di Stato, l’Arcivescovo Edgar Peña Parra, che nella sua Nota del 15 ottobre 2018 registra così la consegna ricevuta da Francesco: “Il mio agire […] era ed è tutt’ora motivato dal desiderio di mettere in pratica la volontà Superiore, manifestata anche in sede d’incontro con il Torzi il 26 dicembre 2018, cioè di ‘perdere il meno possibile e ripartire da capo’”.
Un terzo incontro tra il Papa e Torzi fu di poco successivo, così riferito da Peña Parra: “I primi giorni del mese di gennaio 2019, il Santo Padre ha ricevuto in udienza il Torzi insieme all’Intendente, al Prof. Renato Giovannini e al Milanese e il sottoscritto. Durante un breve incontro, Papa Francesco ha voluto ribadire al Torzi che apprezzava quanto egli aveva fatto per la Segreteria di Stato, e che aveva dato al Sostituto il mandato di riorganizzare per esteso la gestione patrimoniale e finanziaria della Segreteria di Stato e che la Sua volontà era di ‘voltare pagina e ricominciare da capo’, Questa Superiore volontà è diventata per noi il punto di forza nel negoziato con il Torzi, il quale non ha potuto mai negare il volere espresso dal Santo Padre”.
Il Promotore di Giustizia ha affermato che i 15 milioni di sterline dati a Gianluigi Torzi per uscire dalla compravendita del palazzo al numero 60 di Sloane Avenue a Londra, sono stati “una estorsione alla Segreteria di Stato”, che con tale somma “aveva acquisito una scatola vuota”. “Anche in Vaticano – ha aggiunto Diddi – c’è stato un atteggiamento omertoso, in particolare perché la vittima, dopo essere stata vittima di estorsione conclamata, non ha presentato neanche denuncia”. Secondo Diddi, in sintesi, “tutti sapevano che c’era un atto di estorsione in corso”.
In tutto questo, ricordiamo soprattutto che il Cardinale Angelo Becciu è stato Sostituto della Segretario di Stato dal 10 maggio 2011 fino al 29 giugno 2018, quindi prima del periodo dei fatti a cui riferisce il Promotore di Giustizia nell’accusa di Torzi.

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