Rupnikgate. Il Papa regnante chiarisca: perché protegge l’amico gesuita e gli ha tolto la scomunica, creando scandalo?

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[Korazym.org/Blog dell’Editore, 23.12.2022 – Vik van Brantegem] – La domanda cruciale nel Rupnikgate – “perché Papa Francesco nel giro di pochi giorni, oltre due anni fa, levò a Padre Rupnik la scomunica” – viene posta oggi con chiarezza dall’aggregatore para-vaticano Il Sismografo. Quindi, da un sito che non può essere definito anti-Papa e certamente non può essere sospettato di essere contro il Papa regnante in particolare.

Per la loro natura, gli scandali che continuano a colpire la Chiesa – per esempio gli abusi sessuali da parte di sacerdoti o la gestione finanziaria “opaca” dei beni ecclesiastici, ma anche la loro (mala)gestione da parte della suprema autorità della Chiesa – toccano il cuore dei cristiani e dei non cristiani allo stesso modo. In ogni scandalo si ritrovano tre elementi: un elemento attivo (l’azione o l’omissione d’una persona), un elemento passivo (una persona che osserva l’azione scandalosa) e un elemento interno (un valore che nel soggetto passivo riceve un impulso).

Il Catechismo della Chiesa Cattolica tratta dello scandalo all’interno del quinto comandamento, nella sezione dedicata al rispetto della dignità delle persone; lo scandalo ha a che fare precisamente con il rispetto dell’anima altrui (nn. 2284-2287). «Lo scandalo è l’atteggiamento o il comportamento che induce altri a compiere il male. Chi scandalizza si fa tentatore del suo prossimo. Attenta alla virtù e alla rettitudine; può trascinare il proprio fratello alla morte spirituale. Lo scandalo costituisce una colpa grave se chi lo provoca con azione o omissione induce deliberatamente altri in una grave mancanza» (n. 2284).

I casi del giustizialismo del Papa regnante, secondo l’adagio peronista “Al amigo, todo; al enemigo, ni justicia” [QUI] , sono diventati troppi anche per i suoi fedelissimi, come lo sono da tempo scandalo per i cattolici “semplici”.

Nel Codice di diritto canonico la parola scandalo appare diverse volte, sempre con un significato negativo, come qualcosa che urta o provoca turbamento, qualcosa da evitare o da riparare. Il can. 1399 definisce lo scandalo come un elemento determinante per una figura delittuosa, che influisce su tutta la materia penale: «Oltre i casi stabiliti da questa o da altre leggi, la violazione esterna della legge divina o canonica può essere punita con giusta pena o penitenza, solo quando la speciale gravità della violazione esige una punizione e urge la necessità di prevenire o riparare gli scandali». Il principio salus animarum suprema lex è il fondamento non solo del diritto canonico, ma della vita spirituale di ogni battezzato, che deve avere come regola irrinunciabile del proprio agire la salvezza della propria anima e quella dei fratelli.

«Chi scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me, è molto meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare». Questa dura espressione del vangelo di Marco (9,42), conosciuta anche da Matteo e da Luca, acquista una terribile attualità nel dibattito sullo scandalo. È il primo anello di una catena di espressioni dure di giudizio di Gesù: «Se la tua mano ti è motivo di scandalo…», «E se il tuo piede ti è motivo di scandalo…», «E se il tuo occhio ti è motivo di scandalo…» (Mc 9,43-48). E solo due verbi fanno seguito a ciò: tagliare e gettare. Perché è meglio entrare in cielo mutilati che bruciare nel fuoco inestinguibile dell’inferno con il corpo intatto.

Perché Papa Francesco nel giro di pochi giorni, oltre due anni fa, levò a padre Rupnik la scomunica?
La Congregazione per la Dottrina della Fede (oggi Dicastero) decretò la scomunica di padre Marko Ivan Rupnik per l’assoluzione di un complice in un delitto grave ma Papa Francesco la cancellò rapidamente. Il dolore e perplessità nel mondo cattolico e anche non-cattolico. Un silenzio straziante e devastante

(L.B, R.C. – a cura Redazione “Il sismografo”, 23 dicembre 2022) – In questi giorni difficilissimi per i gesuiti di tutto il mondo e anche per Papa Francesco, da più parti si è detto – giustamente – che padre M. Rupnik non è la Compagnia di Gesù. Proprio come si è detto, anche giustamente, che i preti pedofili non sono il clero. In altre parole si tratta del principio di civiltà secondo il quale le responsabilità sono personali. In questa considerazione molto ricorrente da giorni, si dimentica o sottovaluta però che la responsabilità personale quasi sempre va accompagnata dalla responsabilità di altri quando di mezzo ci sono vicende ripugnanti come quelle che coinvolgono il gesuita sloveno padre Rupnik che, seppure sottoposto a restrizioni, è tuttora consultore in diversi Dicasteri della Santa Sede.

Le responsabilità del Santo Padre

Anzi, in questo caso c’è una parte non piccola e molto delicata di responsabilità che riguarda il Papa direttamente, che sino ad oggi non ha chiarito la questione della rimozione della scomunica sancita dalla Congregazione per la Dottrina della Fede. Si racconta addirittura che il Prefetto, il gesuita Luis Ladaria, voleva, dopo i processi e accertamenti dei fatti da parte del Dicastero, che Rupnik – a capo di un vero piccolo grande impero economico – fosse riportato allo stato laicale.

È stato Papa Francesco a rimuovere questa sanzione estrema per un delitto fra i più gravi. Come è noto il Pontefice è l’unica autorità legittimata a decidere in questa materia. In questo caso, nel mese di maggio 2020, Francesco prese la decisione per procedere a rimuovere la scomunica in pochissimi giorni.

Una nota ufficiale dei gesuiti del 19 dicembre scorso diceva in una sommaria cronologia sul caso: “Maggio 2020: La CDF [Congregazione per la Dottrina della Fede] emette un decreto di scomunica; la scomunica viene revocata da un decreto della CDF più tardi nello stesso mese”.

Più chiaro di così, impossibile! Quindi, è il Papa e solo il Papa colui che deve spiegare, se vorrà, quali sono le ragioni ultime di questa sua decisione a dir poco insopportabile. Per ora, in attesa di conoscere, se possibile, la verità, il precedente di rimuovere la scomunica ad un amico, colpevole accertato di delitti gravissimi, impunito da molti anni, sarebbe rovinoso.

Le cronologie dei gesuiti [1]

Le due cronologie ufficiali della Curia dei Gesuiti dimostrano che in questa storia dolorosa le responsabilità personali – nell’insieme dei comportamenti collettivi di molti – diventano qualcosa di più che una singola responsabilità. Vale a dire la questione non si risolve con la punizione del colpevole principale.

A questo punto, ogni cattolico, minuscolo e insignificante, cresciuto e educato nel rispetto della verità secondo il magistero della Chiesa Cattolica, ha assoluto diritto-dovere di chiedere trasparenza, totale e assoluta, senza furbizie e scaltrezze. È una questione di fiducia e di credibilità. Aggiungere al lungo elenco dei silenzi della gerarchia cattolica questo sul caso Rupnik sarebbe ancora più devastante.

Non va dimenticato che oltre 15 persone, tutti alti responsabili vaticani e gesuiti, da alcuni anni hanno ricevuto lettere delle vittime religiose o ex religiose eppure alcuni di questi destinatari dicono oggi di non aver saputo nulla prima che lo scandalo scoppiasse – a sorpresa – sulle pagine del sito Silere non possum.

Abbiamo fatto queste domande ad un cardinale Prefetto e la sua risposta, laconica ma sincera, è stata: “Ora si deve fare come il giunco: piegarsi finché non è passata la piena. Prima o dopo arriva il buon tempo”.

La stampa e altre voci mancanti

Va fatta infine un’altra considerazione importante sulla quale abbiamo scritto già in passato a proposito di altre vicende mai chiarite. Nel caso Rupnik, la stampa specializzata che da qualche anno ha rinunciato al suo dovere di cercare la verità, fare inchieste, fare domande, porsi interrogativi, con poche eccezioni ha preferito altre strade: il basso profilo, l’indifferenza, il declassamento e a volte la disattenzione menzognera. E ciò per non disturbare il conducente, per non dare fastidio o vedersi censurato, per non perdere qualche piccolo privilegio, influenza o l’accesso alla gola profonda personale. Ma spesso anche per non entrare in conflitto con l’editore.

Alcuni giornalisti al posto di indagare per verificare quanto si stava scrivendo hanno preferito usare per l’occasione il discredito, la manipolazione e l’occultamento di notizie significative. Le testate e i giornalisti che fecero e fanno il loro dovere deontologico, che non ricevono ordini e suggerimenti, veramente liberi, sono stati nella vicenda Rupnik pochi, anzi, pochissimi.

Come sono poche anche, per la verità due o tre, le associazioni di donne, che una parola avrebbero dovuto dire su questa vicenda, tra cui donne cattoliche organizzate in diverse realtà laicali che spesso hanno un’opinione su fenomeni sociali fondamentali per dare un contributo alla “civiltà dell’amore” auspicata da Paolo VI [2]. Quanto accaduto nel caso Rupnik è stato un’offesa a tutte le donne la cui prima lezione è scontata: vivere e reagire come in “uno stato di vigilanza”. Ma purtroppo nella Chiesa le cose non sono andate così, almeno fino ad oggi.

La violenza sulle donne, i soprusi, gli abusi sessuali e di potere, lo schiavismo domestico, le umiliazioni che portano al servilismo, purtroppo sono parte di una certa vita religiosa misogina, maschilista, arrogante; insomma, sono una realtà sistemica come lo è la pedofilia.

Ormai le parole ben scritte e le dichiarazioni solenni non sono sufficienti per restituire alla Chiesa di Cristo il volto che Lui ha voluto per l’assemblea dei suoi discepoli e che la sete di potere e dominio, gli interessi geopolitici e la ragion di stato hanno deturpato.

[1] Cronologie della Curia dei Gesuiti (da leggere con attenzione) [QUI]

  • Maggio 2019: l’indagine ritiene credibili le accuse. Viene inviato un dossier alla CDF (Congregazione per la Dottrina della Fede)
  • Giugno 2019: P. Verschueren, Superiore maggiore della DIR, impone delle restrizioni.
  • Luglio 2019: la CDF chiede alla Società di istituire un processo amministrativo penale.
  • Gennaio 2020: i giudici (tutti esterni alla Compagnia di Gesù) dicono all’unanimità che c’è stata effettivamente l’assoluzione di un complice.
  • Maggio 2020: La CDF emette un decreto di scomunica; la scomunica viene revocata da un decreto della CDF più tardi nello stesso mese.

Accuse riguardanti membri della Comunità di Loyola

  • Giugno 2021: La CDF si mette in contatto con la Curia generale SJ per le accuse riguardanti padre Rupnik e alcuni membri della comunità di Loyola.
  • Luglio 2021: Il Padre Generale avvia un’indagine preliminare condotta da una persona esterna alla Società. P. Verschueren, Superiore maggiore della DIR, impone delle restrizioni.
  • Gennaio 2022: l’indagine conclude che c’è un caso da risolvere. I risultati vengono inviati alla CDF con la raccomandazione di un processo penale.

[2] “Noi guardiamo alla vicenda storica, nella quale ci troviamo; e allora, sempre osservando la vita umana, noi vorremmo aprirle vie di migliore benessere e di civiltà, animata dall’amore, intendendo per civiltà quel complesso di condizioni morali, civili, economiche, che consentono alla vita umana una sua migliore possibilità di esistenza, una sua ragionevole pienezza, un suo felice eterno destino. Ed ecco che subito noi siamo messi in stato di timore e di difesa. La vita oggi è minacciata. Se vogliamo difenderne le sorti e assicurarle benessere, non possiamo non essere, fin da questo momento, in uno stato di vigilanza. Invece di celebrarne la bellezza e la fortuna noi dobbiamo avvertirne i pericoli ed i mali. L’amore è vigilante, e si avvede delle condizioni infelici, in cui, ancor oggi, la vita si trova” (Papa San Paolo VI – Mercoledì, 31 dicembre 1975).

Rupnik case: il Vicario De Donatis “non si può trasformare una denuncia in reato”
Silere non possum, 23 dicembre 2022


Nella giornata di ieri, giovedì 22 dicembre 2022, il Santo Padre Francesco, al termine del suo discorso alla Curia Romana ha fermato brevemente il Cardinale Angelo De Donatis, suo Vicario per la Diocesi di Roma. In quel piccolo frangente ha chiesto che il Vicariato prendesse posizione sul Rupnik Case.

Il Cardinale scrive: “P. Rupnik finora aveva prestato numerosi e preziosi servizi di carattere ministeriale alla Chiesa di Roma: tra i tanti, che hanno segnato la sua diuturna collaborazione, il cui inizio risale a molti anni orsono, spiccano in particolare l’attività di predicatore di ritiri ed esercizi, soprattutto al Clero romano, e l’attività artistica che lo ha portato fra l’altro a decorare anche la Cappella del Seminario Romano Maggiore”.

Poi si concentra sulla stampa e attacca: ”Tutta la Diocesi, di fronte a questa sconcertante comunicazione, soprattutto mediatica, che disorienta il Popolo di Dio, sta vivendo con preoccupazione e sgomento queste ore, consapevole dell’estrema delicatezza della situazione, che – va ribadito – è stata ampiamente trattata in sedi giudiziali che esulano del tutto dalla competenza del Cardinale Vicario, e che ora viene gestita autonomamente dai legittimi Superiori di P. Rupnik”.

Dichiarazioni super garantiste, quelle del Vicario: “I giudizi che vediamo diffondersi da parte di molti con particolare veemenza, non sembrano manifestare né un criterio evangelico di ricerca della verità, né un criterio di base su cui si fonda ogni stato di diritto, a verbis legis non est recedendum”. Eppure, questo non è il sistema che, anche la Diocesi di Roma, ha utilizzato con tutti, anzi.

Nel comunicato emerge chiara una menzogna: “La Diocesi di Roma, che non era consapevole fino a tempi recenti delle problematiche sollevate, non può entrare nel merito delle determinazioni assunte da altri, ma assicura, anche a nome del suo Vescovo, ogni supporto necessario per l’auspicabile soluzione positiva del caso, che risani le ferite inferte alle persone e al corpo ecclesiale”.

Dalla Curia dei Gesuiti, a Borgo Santo Spirito, si solleva un grosso risentimento verso il Cardinale De Donatis, il quale era stato messo al corrente delle “restrizioni” nei confronti di Marko Ivan Rupnik con ben due missive.

Vergognose. “Caso Rupnik”: le dichiarazioni del Cardinal Vicario Angelo De Donatis
Messa in Latino, 23 dicembre 2022


Vergogna. Quelle del Cardinal Vicario di Roma Angelo De Donatis sembrano le dichiarazioni dell’avvocato difensore di Rupnik (ma forse lo è sempre stato): “P. Rupnik finora aveva prestato numerosi e preziosi servizi […] la sua diuturna collaborazione […] noi ministri di Cristo non possiamo essere meno garantisti e caritatevoli di uno Stato laico, trasformando de plano una denuncia in reato. I giudizi che vediamo diffondersi da parte di molti con particolare veemenza, non sembrano manifestare né un criterio evangelico di ricerca della verità, né un criterio di base su cui si fonda ogni stato di diritto […]”.
C’è stata o non c’è stato una condanna per “assoluzione del complice”? Perlomeno questa è certa. O dobbiamo essere garantisti anche su questa? Si vede che nella sua “diuturna collaborazione” e con i suoi “preziosi servizi” alla Diocesi di Roma trovava anche il tempo di fare certe cose…
Il solito “fulmine a ciel sereno” con cui di solito molti Vescovi difendono noti molestatori seriali?

DICHIARAZIONE DEL VICARIO DI SUA SANTITÀ

La Diocesi di Roma, fedele alla sua missione di presiedere nella carità, confortata dal discernimento del suo Pastore Supremo, sente doveroso pronunciarsi su un caso, ormai conclamato, di accusa a livello mediatico ad un chierico, P. Marko Ivan Rupnik S.J., membro della Compagnia di Gesù, Istituto Religioso di Diritto Pontificio, incolpato di pesanti abusi di vario genere, protratti nel tempo, a danno di diverse persone, a partire dall’inizio degli anni Novanta, in Slovenia e in Italia.
L’attuale pronuncia del Vicariato di Roma si deve intendere rispettosa delle competenze e decisioni dei legittimi Superiori di P. Rupnik, nonché delle determinazioni di tutte le Istanze che si sono occupate del suo caso, soprattutto negli ultimi mesi, in particolare del Dicastero per la Dottrina della Fede. Invero, il chierico finora ha avuto un rapporto di carattere pastorale a più livelli con la Diocesi di Roma, ma non si trova in una posizione di sottomissione gerarchica al Cardinale Vicario a livello disciplinare ed eventualmente penale.
P. Rupnik finora aveva prestato numerosi e preziosi servizi di carattere ministeriale alla Chiesa di Roma: tra i tanti, che hanno segnato la sua diuturna collaborazione, il cui inizio risale a molti anni orsono, spiccano in particolare l’attività di predicatore di ritiri ed esercizi, soprattutto al Clero romano, e l’attività artistica che lo ha portato fra l’altro a decorare anche la Cappella del Seminario Romano Maggiore.
Tutta la Diocesi, di fronte a questa sconcertante comunicazione, soprattutto mediatica, che disorienta il Popolo di Dio, sta vivendo con preoccupazione e sgomento queste ore, consapevole dell’estrema delicatezza della situazione, che – va ribadito – è stata ampiamente trattata in sedi giudiziali che esulano del tutto dalla competenza del Cardinale Vicario, e che ora viene gestita autonomamente dai legittimi Superiori di P. Rupnik, come ci è stato comunicato in data 16 dicembre u.s., Prot. DIR-SOLI 22/006, a firma del Delegato DIR, P. Johan Verschueren S.J.
La Diocesi di Roma, che non era consapevole fino a tempi recenti delle problematiche sollevate, non può entrare nel merito delle determinazioni assunte da altri, ma assicura, anche a nome del suo Vescovo, ogni supporto necessario per l’auspicabile soluzione positiva del caso, che risani le ferite inferte alle persone e al corpo ecclesiale, portando per quanto possibile a fare piena luce e verità sull’accaduto: quella verità che sola ci rende liberi (Gv 8,32).
È dovere della Chiesa applicare i criteri della verità, che sono quelli di Dio, con i quali Lui ci guarda e ci giudica. Essa ha due mandati inalienabili che sono al contempo anche doveri: stare vicino a chi soffre e attuare i criteri di verità e di giustizia desunti dal Vangelo. Nel caso che la sta scuotendo è bene si proceda secondo una strada certa: noi ministri di Cristo non possiamo essere meno garantisti e caritatevoli di uno Stato laico, trasformando de plano una denuncia in reato. I giudizi che vediamo diffondersi da parte di molti con particolare veemenza, non sembrano manifestare né un criterio evangelico di ricerca della verità, né un criterio di base su cui si fonda ogni stato di diritto, a verbis legis non est recedendum.
La Chiesa che è in Roma in questo momento ritiene primario e fondamentale accogliere con profondo rispetto il dolore e la sofferenza di tutte le persone coinvolte in questa vicenda, soprattutto in questo tempo liturgico dell’anno che chiama tutti a riconoscere in Cristo Salvatore l’unico in grado di guarire le ferite del cuore dell’uomo.
In particolare, la Diocesi di Roma assicura tutta la collaborazione necessaria alla Compagnia di Gesù e alle Superiori Istanze per l’attuazione del Decreto Prot. DIR-SOLI 22/005 del 16 dicembre u.s., a firma del Delegato DIR, P. Johan Verschueren S.J., nei termini di legge canonica. Questo comporterà verosimilmente, tra l’altro, anche una serie di provvedimenti rispetto agli uffici canonici diocesani – gli unici direttamente soggetti all’autorità del Cardinale Vicario – di cui P. Rupnik è investito tutt’ora, in particolare quello di Rettore della Chiesa S. Filippo Neri all’Esquilino e di Membro della Commissione Diocesana per l’Arte Sacra ed i Beni Culturali.
La Diocesi di Roma è altresì consapevole di dover riflettere ed eventualmente prendere provvedimenti rispetto ad un’attività che già da molti anni è stata avviata da P. Rupnik e dai suoi Collaboratori anche nel nostro ambito diocesano: si tratta del noto “Centro Aletti”, avviato nei primi anni Novanta, poi sviluppatosi e cresciuto sotto l’autorità della Compagnia di Gesù e finalmente diventato, il 5 giugno 2019 (cf. Decreto Prot. n. 349/19), Associazione Pubblica di Fedeli della Diocesi di Roma, della quale è attualmente Direttrice la Dott.ssa Maria Campatelli.
Affidiamo tutto alla misericordia del Signore e al prudente discernimento di chi è chiamato a prendere decisioni sulle persone coinvolte.
Angelo Card. De Donatis

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