Finanze vaticane, cosa sono e quale è la comunicazione della Santa Sede

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In due giorni, la Sala Stampa della Santa Sede ha pubblicato due bilanci importanti: quello della Santa Sede, anticipato in previsione a gennaio scorso, e quello dell’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica.

La pubblicazione dei bilanci degli enti vaticani è stata inaugurata da Papa Francesco nella volontà di dare maggiore trasparenza alle finanze vaticane. C’è da dire, però, che la metodologia in cui questi bilanci vengono pubblicati non sembra rispondere davvero ai criteri della trasparenza, nonostante la buona volontà della Santa Sede.

I bilanci vengono sempre corredati da una intervista istituzionale di Vatican News al responsabile delle strutture (padre Antonio Guerrero, prefetto della Segreteria per l’Economia; il vescovo Nunzio Galantino, presidente dell’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica), ma mai in una conferenza stampa, dove i responsabili possano sottoporsi alle domande dei giornalisti, anche se scomode, potendo così spiegare il perché di alcune scelte e il modo in cui queste sono state definite e poi sviluppate. Lo stesso avviene per i rapporti annuali di enti finanziari importanti come l’Istituto per le Opere di Religione (IOR) o l’Autorità di Supervisione e Informazione Finanziaria  (ASIF). A onor del vero, quando l’ASIF era AIF, il rapporto veniva pubblicato e presentato in una conferenza stampa da presidente e direttore, senza alcun timore di contraddittorio.

E, sempre a onore del vero, la Prefettura degli Affari Economici, cioè il predecessore della Segreteria per l’Economia, soleva presentare i bilanci alla fine dell’anno, con una conferenza stampa in Sala Stampa della Santa Sede.

Quello che resta ai giornalisti, invece, è sempre una intervista in cui si decide quale è il punto di vista da adottare e poi dei freddi documenti, spesso in inglese, che però rischiano di nascondere i veri temi in questione.

Ci sono diverse domande da farsi, e a cui non si dà risposta. Per esempio: perché non c’è un bilancio del Governatorato dello Stato di Città del Vaticano reso pubblico dal 2015? Il secondo: perché il bilancio della Santa Sede vuole essere complessivo e dunque arriva ad unire più di 90 enti, ma non include anche quello dell’APSA? Il terzo: perché le cifre di attivo o passivo singolo vengono nascoste in bilanci collettivi che includono più enti, con più attivi o passivi? Il quarto: ci sono artifici contabili, oppure la situazione della Santa Sede è esattamente quella rappresentata? E in che modo gli eventuali o presunti artifici contabili hanno aiutato il bilancio? (per essere chiari, non si parla di illeciti, non si allude nemmeno alla possibilità di illeciti).

E ancora: se lo IOR fino al 2012 era in grado di donare 50 milioni alla Santa Sede per coprire i debiti del cosiddetto bilancio di missione, quanto poi è dipeso dalla gestione successiva il fatto che lo IOR abbia avuto bilanci in calo costante fino a due anni fa? Quanto hanno pesato le costose consulenze esterne e quanto queste consulenze sono valse la pena, considerando che si trattava di terzi che prendevano conto delle informazioni della Santa Sede? Quanto ha pesato sui bilanci la dismissione di investimenti fatti e persino fruttiferi, che però si è deciso di non portare avanti? E cosa si nasconde dietro il continuo riferimento a forme di investimento “etiche” e “cattoliche”, che implicano quasi che gli investimenti precedentemente non fossero fatti secondo questi criteri?

Dal punto di vista della comunicazione, comunque, l’intervista al vescovo Galantino sulla situazione dell’APSA mostra anche un diverso approccio, nuovo in questo pontificato, direi: quello di difendere il lavoro fatto. Galantino, infatti, nota che gli investimenti immobiliari all’estero nascono subito dopo la Conciliazione, e la “rapina” da parte dello Stato Italiano sulla Santa Sede, e mette in luce come per questo motivo si vanno a costituire casseforti all’estero che permettono di proteggere il patrimonio dello Stato e renderlo indipendente. È in quel periodo che nascono società come Grolux e Profima, che gestiscono gli investimenti della Santa Sede, specialmente nei settori immobiliari.

Certo, ora questi investimenti sono stati razionalizzati, ma il lavoro fatto in passato non va demonizzato. Lo scorso anno, sempre l’APSA sottolineò che una operazione immobiliare a Parigi, analoga a quella di Londra al centro di un processo controverso oggi in Vaticano, aveva permesso anche di effettuare operazioni come la conversione di Palazzo Migliori in un centro per senzatetto.

Se l’approccio è quello della trasparenza, si deve allora anche comprendere in maniera trasparente come gli investimenti sono un mezzo, non un fine, per la Santa Sede, e come, anche allorquando ci siano stati degli scandali, questi non riguardavano la mancanza di trasparenza, ma singoli soggetti e singole situazioni.

Tra l’altro, gli enti della Santa Sede facevano sempre i bilanci e la certificazione esterna c’era dalla metà degli Anni Novanta, secondo normative. Il motivo per cui, per esempio, l’APSA non pubblicasse i bilanci riguarda anche la necessaria riservatezza che va data ad organismi di governo. La Santa Sede e lo Stato di Città del Vaticano sono entità sovrane, e come tali vanno trattate. Questo è un punto generale.

Non entrerò nei dettagli dei bilanci per ora.

Rimando al lavoro fatto sulle finanze vaticane, che su ACI Stampa trovate QUI.

Per un quadro generale di come funzionano oggi le finanze vaticane, vi lascio di seguito la versione italiana di un testo che ho scritto per la rivista spagnola Omnes [1].

È utile anche ripubblicare (lo trovate di seguito) un pezzo che ho scritto per Korazym.org nel 2013, che racconta appunto di come anche lo IOR avesse messo a punto un sistema di revisione addirittura al di là dei requisiti [2].

Infine, pubblico di seguito la versione italiana di un lungo articolo che avevo preparato per CNA, e che è stato pubblicato in versione ridotta [3].

Vi rimando anche ad un articolo che avevo pubblicato tempo fa su Korazym.org, alla notizia dello sblocco dei fondi dello IOR, che fu pietra di scandalo nell’ambito del percorso della Santa Sede per adeguarsi agli standard antiriciclaggio europei [QUI].

Se poi volete un riepilogo della situazione delle finanze vaticane, lo trovate in un post su Vatican Reporting [QUI].

[1] Finanze vaticane, come funzionano, quali sono i suoi organismi
per OMNES
[Testo originale QUI]

Non è facile districarsi tra le pieghe di quella che è la finanza vaticana. Di certo, le ultime riforme portate avanti da Papa Francesco costringono ad un costante aggiornamento. Si stanno cambiando le competenze e la gestione degli uffici, ridisegnando i dicasteri, ridefinendo anche chi e come va a gestire il denaro del Papa.

Ma come sono nate le finanze del Papa? In che modo si sono strutturate nel corso della storia? E come sono definite adesso.

Le origini delle finanze vaticane moderne

Appena un giorno dopo la morte di Papa Pio XI, il 10 febbraio del 1939, monsignor Angelo Pomata si presentò ad uno sportello delle Opere di Religione. Il cassiere era Massimo Spada. Pomata era lì su ordine di Eugenio Pacelli – che con la scomparsa del Papa aveva assunto l’incarico di Camerlengo. Pacelli – che sarebbe stato eletto Papa  nel successivo conclave – aveva ordinato a monsignor Pomata di depositare il denaro trovato nel cassetto della scrivania del Papa, in lire e in dollari.Spada aprì un conto, sotto la dizione “Segretaria di Stato – Obolo nuovi conti correnti”. La storia della finanza vaticana moderna comincia da lì. Attraverso quel conto corrente, e poi attraverso la totale autonomia dell’Istituto di Opere di Religione – la cosiddetta “banca vaticana”, che in realtà è più un fondo fiduciario – che si potranno mettere a disposizione del Papa dei fondi a sua discrezione. Fondi con i quali ripianare il bilancio della Santa Sede, come è accaduto di recente. Oppure fondi da destinare alle opere di carità. Oppure fondi – e fu il caso di Pio XII – di far passare in canali sicuri, per aiutare le operazioni di pace.

Se il cosiddetto “Conto Obolo” da origine all’Istituto delle Opere di Religione, erano comunque alcuni anni che la Santa Sede si era cominciata a dotare di strumenti finanziari. Dal 1870 al 1929, dopo che Roma era stata invasa dal Regno d’Italia, la Santa Sede non aveva avuto un territorio. Ma nel 1929, con la Conciliazione e la firma dei Patti Lateranensi, era stato creato lo Stato di Città del Vaticano, “quel tanto di corpo che serve a dare sostegno alla nostra anima”, nelle parole di Pio XI.

Con lo Stato, il governo italiano aveva anche accettato di trasferire alla Santa Sede una cifra per compensare il “torto” procurato dalla perdita dello Stato. Pio XI si occupa personalmente dei negoziati, fino a concordare una compensazione dello Stato italiano di un miliardo e 750 milioni di lire, parte in contanti e parte in ioli al portatore.

Cosa fare di quel patrimonio? Due mesi dopo la firma dei Patti Lateranensi, e quasi trenta giorni prima della loro ratifica, il Papa chiede di prendere contatto con l’ingegner Bernardino Nogara, che era dirigente della Banca Commerciale Italiana, per dargli l’incarico di gestire i fondi provenienti dalla Convenzione Finanziaria.

Bernardino Nogara portò in Vaticano il concetto di partecipazione azionaria. Gli venne affidata la sezione Speciale dell’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica, e da quel posto – analogo ad una banca centrale – comprò azioni, con investimenti cospicui e indovinati. Era il periodo della Grande Depressione del ’29, e permise a Nogara di comprare partecipazioni in varie società. Nogara poté così sedere nei Consigli di Amministrazione di innumerevoli società italiane, e questo ne aumentò il prestigio internazionale. E – proprio durante la Grande Depressione – Nogara creò due holling, la Grolux e la svizzera Profima, con l’idea di diversificare gli investimenti della Santa Sede, puntando sull’oro e sul mattone.

I poli della finanza vaticana

La Costituzione dello Stato di Città del Vaticano mette così le basi dei due grandi istituti finanziari della Santa Sede: l’Istituto per le Opere di Religione e l’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica.

Il primo è conosciuto generalmente come “banca vaticana”, ma in realtà non è una banca, non ha sedi all’esterno del Vaticano, e solo di recente ha ottenuto un IBAN vaticano, dopo che la Santa Sede è entrata nell’area dei bonifici SEPA, cioè l’area unica dei pagamenti europea.

Il percorso dello IOR verso la possibilità di essere riconosciuto dagli istituti esteri come una controparte affidabile è stato particolarmente lungo, come lo è stato quello di tutte le istituzioni finanziarie nel mondo. Giovanni Paolo II stabilì i nuovi statuti dello IOR nel 1990, mentre risale a metà anni Novanta del secolo scorso il primo auditing esterno.

Negli anni 2000, lo IOR ha messo in atto una serie di misure all’avanguardia, che poi sono stati riconosciuti anche dai valutatori internazionali di MONEYVAL, il comitato del Consiglio d’Europa che valuta l’adesione degli Stati che vi aderiscono agli standard internazionali anti-riciclaggio e contro il finanziamento del terrorismo.

L’altro polo della finanza vaticana è l’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica, l’APSA. Questa ha una funzione analoga a quella di una “banca centrale”. Fino ai primi anni dieci del 2000, l’APSA elargiva anche delle pensioni e aveva dei conti registrati, ma sono stati chiusi per meglio aderire agli standard internazionali.

Come “banca centrale”, l’APSA ha anche la gestione degli immobili della Santa Sede. Secondo il primo bilancio dell’APSA, pubblicato nel 2021 e risalente al 2020,  si legge che il Vaticano possiede 4.051 proprietà in Italia e altre 1.120 in tutto il mondo, in particolare in investimenti su immobili di lusso a Londra, Parigi, Ginevra e Losanna.

“È anche grazie agli affitti a prezzo di mercato riscossi sugli immobili di prestigio posseduti a Parigi e Londra, che è possibile concedere in comodato d’uso gratuito all’Elemosineria Apostolica una struttura come Palazzo Migliori, a due passi dal Colonnato di San Pietro, per l’accoglienza dei senza fissa dimora ospitati dai volontari della Comunità Sant’Egidio. Inoltre con l’acquisto di un immobile nei pressi dell’Arco di Trionfo a Parigi, grazie alla mediazione della Sopridex, il venditore ha indirizzato una parte del ricavato di quest’operazione alla costruzione di una chiesa in una banlieue parigina”.

Dallo scorso anno, l’APSA gestisce anche i fondi che prima erano gestiti direttamente dalla Segreteria di Stato, e si presume che tutto l’apparato vaticano avrà un solo fondo sovrano gestito dall’APSA.

Gli enti autonomi

Oltre all’amministrazione della Segreteria di Stato, infatti, ci sono altri enti che sono autonomi. Il Governatorato dello Stato di Città del Vaticano, per esempio, ha un suo bilancio e sue risorse, anche se queste non vengono rese note dal 2015. Da tempo si pensa ad un bilancio consolidato che includa il bilancio della Curia, cioè degli organismi della Sana Sede, e quelli dello Stato, ma ancora non si è arrivati a ciò. Le entrate più cospicue del Governatorato sono quelle dei Musei Vaticani e del polo museale, che oggi include le Ville Pontificie.

È da comprendere, invece, se il Dicastero per l’Evangelizzazione erediterà la libertà finanziaria della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli. Quando il dicastero missionario fu infatti stabilito con il nome di Propaganda Fide nel 1622, si pensò di dargli autonomia finanziaria, in modo da poter fare arrivare i soldi alle missioni in maniera diretta. L’ex Propaganda Fide ha anche un patrimonio
immobiliare, che oggi si stima in 957 beni tra terreni e immobili a Roma.

Va poi considerato che, in realtà, a tutti i dicasteri era data autonomia finanziaria, entro certi limiti, perché ricevevano donazioni personali e per obiettivi personali. Quando il Cardinale George Pell, da prefetto dell’Economia, parlava di centinaia di milioni di euro tucked away, ovvero nascosti, in diversi conti, parlava appunto di risorse personali dei dicasteri, che potevano gestirli con liberalità. I dicasteri potevano anche non scegliere lo IOR come banca di investimento, e per questo non deve sorprendere, ad esempio, che la Segreteria di Stato investisse con Credit Suisse.

Gli organismi di controllo

L’APSA, dunque, prende sempre di più il ruolo di una banca centrale, e per questo nel 2013 fu soggetta ad una piccola riforma, che cambiò il ruolo dei consultori rendendoli parte di un supervisory board. Erogazione di pensioni, gestione di finanze, fondi sovrani saranno tutti in capo all’amministrazione.

La Segreteria per l’Economia è l’organismo di controllo delle finanze della Santa Sede. Supervisiona i budget, dà linee guida di spesa, razionalizza i costi. Il prefetto della Segreteria per l’Economia è anche membro della Commissione per le Materie Riservate, chiamata a stabilire su quali atti di natura economica è necessario mantenere riservatezza. La Segreteria per l’Economia ha anche curato il regolamento del codice per gli appalti vaticano.

Vale la pena ricordare che tutte queste decisioni vengono prese a seguito dell’adesione della Santa Sede alla Convenzione di Merida, che è la Convenzione ONU anti-corruzione. A seguito di questa adesione, anche l’ufficio del Revisore Generale è ora delineato come “l’ufficio anti-corruzione” del Vaticano.

Il Revisore Generale, va da sé, ha compito di controllo, mentre il Consiglio per l’Economia è una sorta di ministero delle Finanze, che ha il compito di indirizzare il lavoro finanziario.

In questo caso, le novità stanno soprattutto nel nome e nell’approccio, non nella sostanza. e parificata quasi ad un ministero delle Finanze. Il Consiglio per l’Economia era prima il Consiglio dei Quindici, ovvero di quindi cardinali chiamati a supervisionare l’approccio finanziario della Santa Sede.

C’è, infine, l’Autorità di Supervisione e Informazione Finanziaria. Questa è una autorità di intelligence, che ha un solo ente sotto osservazione diretta, ed è lo IOR. L’Autorità ha il compito di investigare sulle transazioni finanziarie sospette che vengono segnalate e consegnare i rapporti al Promotore di Giustizia, che deciderà poi se portare avanti le indagini ho meno. L’Autorità ha anche un ruolo cruciale nella cooperazione internazionale, per via dei rapporti che scambia con le controparti, tanto che ha avuto un ruolo anche nella soluzione di alcuni casi internazionali.

La riforma della finanza voluta da Benedetto XVI ha portato, nel 2013, anche alla costituzione di un Comitato di Sicurezza Finanziario, un organismo che certifica la sovranità della Santa Sede e permette a Segreteria di Stato (cioè il governo) e ad altri organismi di lavorare insieme per la prevenzione del riciclaggio.

Un impegno coerente con la missione

Questa è, a grandi linee, la struttura finanziaria della Santa Sede. Si leggeva nel primo rapporto di MONEYVAL del 2012che quello intrapreso dalla Santa Sede verso la trasparenza finanziaria era un percorso “coerente con la sua natura  e la sua personalità internazionale”, così come “della sua missione religiosa e morale”. È un impegno importante, per poter essere credibili nel mondo. Per la Chiesa, in fondo, il denaro non è un fine, ma un mezzo, e serve per la missione, che è una missione prima di tutto per gli ultimi.

[2] Miti d’oggi: Allo IOR la trasparenza era una cosa lontana, fino ad oggi
Per Korazym.org (19 novembre 2013) [QUI]

L’ultima notizia fatta filtrare riguardo l’Istituto delle Opere di Religione è che finalmente sia stato adottato un  Manuale per le procedure e il contrasto del riciclaggio dei proventi da attività criminose e del finanziamento al terrorismo. Linee guida interne che – viene fatto filtrare – sono state stilate in accordo con l’Autorità di Informazione Finanziaria, e che prima non c’erano. Come – sempre secondo quanto viene fatto filtrare – è stato finalmente precisato il profilo dei nuovi clienti, con l’accordo della Commissione referente sullo IOR nominata dal Papa e presieduta dal card. Raffaele Farina. Si tratterebbe, però, di una notizia piuttosto inaccurata. Basta andarsi a rileggere il rapporto di MONEYVAL per comprendere che lo IOR aveva già delle linee guida. Che andavano, sì, aggiornate, secondo le richieste dei valutatori del Consiglio d’Europa, e l’evoluzione delle leggi vaticane. Ma che erano già presenti. E poi, resta una domanda: davvero la commissione referente, per mandato, è chiamata ad approvare delle linee guida interne dello IOR?

Sono comunque molte le domande che restano aperte, andando a vedere le notizie che vengono fatte filtrare riguardo l’operazione trasparenza dello IOR. Ricordando sempre che lo IOR è solamente una parte del “settore finanziario” vaticano, e che dunque la riforma iniziata da Benedetto XVI e proseguita da Papa Francesco non è centrata sulla cosiddetta “banca vaticana”, vale la pena andare a rileggersi il rapporto di MONEYVAL, il comitato del Consiglio d’Europa che fornisce una valutazione terza e internazionalmente riconosciuta del livello degli standard di trasparenza finanziaria raggiunta dai Paesi membri.

Il rapporto, pubblicato il 4 luglio 2012, dava una valutazione generalmente positiva delle misure e delle riforme legislative adottate dalla Santa Sede e dal Vaticano per la prevenzione e il contrasto di attività illecite di natura finanziaria. Ed in particolare era stato riconosciuto l’impegno dello IOR per l’adeguamento ai parametri internazionali.

Non solo. Secondo il rapporto le procedure IOR sull’adeguata verifica della clientela (customer due diligence) “vanno in alcuni casi oltre i requisiti disposti” dalla prima legge antiriciclaggio vaticana” (cioè la Legge n. CXXVII, che anche per queste sue lacune fu riformata con il Decreto del 25 gennaio 2012). Si legge al paragrafo 471 che “le procedure parzialmente contengono i requisiti che mancavano o non erano chiari nella versione originale della legge antiriciclaggio. Questo mitiga in qualche modo l’impatto negativo sull’efficacia dovuta al fatto che un significativo numero di elementi nel quadro legale sono stati introdotti solo dopo la prima on site visit di MONEYVAL”.

Si parla molto della revisione dei conti messa in atto sotto la nuova presidenza dello IOR, e portata avanti dagli esperti americani del Promontory Financial Group. Ma il rapporto MONEYVAL racconta (punto 476) che “lo IOR ha iniziato una revisione e aggiornamento del database dei clienti a novembre 2010. Lo IOR ha dimostrato un chiaro impegno a completare il processo entro la fine del 2012. Sei persone sono coinvolte in questo progetto e stanno attivamente approcciando i clienti per ricevere informazioni aggiornate. Alla fine del 2011, l’Istituto ha aggiornato il suo modulo di database della clientela di approssimativamente il 50 per cento delle persone naturali e l’11 per cento delle persone legali”.

Ovvio che questo processo di revisione dei conti si basava su delle linee guida. Un manuale c’era già (viene citato, ad esempio, nei punti 411, 412, 482), e anche una gradualità dei livelli di rischio, delineati una scala che va da 0 a 5 (punto 478 del rapporto MONEYVAL). Il sistema di valutazione  andava comunque aggiornato, perché (punto 479) “l’approccio corrente non prende in considerazione il rischio geografico, il rischio prodotto/servizio, il tipo e la frequenza di transazioni, le attività portate avanti, i volumi operativi, il comportamento dei clienti”, ma non è una novità.

Si è detto che il manuale è il frutto del lavoro di cesello portato avanti dallo IOR insieme all’AIF. Ma davvero un manuale interno deve essere approvato da una autorità di vigilanza?

E poi, si dice che lo IOR ha chiuso circa 1000 conti sospetti, sulla base del nuovo profilo della clientela delineato con l’approvazione della commissione referente. Al di là del problema della competenza della commissione referente, la notizia apre a molte domande. La prima: davvero la normativa antiriciclaggio vaticana impone che categorie di conti, e i conti sospetti vadano chiusi? A quanto risulta, i conti sospetti vanno piuttosto monitorati dallo IOR, rapportati all’Autorità di Informazione Finanziaria e potenzialmente al Promotore di Giustizia. Insomma le decisioni andrebbero assunte con un approccio basato sul rischio (risk based approach) delineato dalla legge antiriciclaggio vaticana, che richiede un discorso caso per caso.

Altre domande: non è rischioso chiudere insieme tutti questi conti? E ci sono delle procedure di rimpatrio dei fondi?

Sullo sfondo, resta poi la domanda delle domande: perché si continua a definire lo IOR come una “banca”? Banca è un termine inappropriato per definire l’Istituto. E lo riconosceva anche MONEYVAL. Al punto 70 del Rapporto, si legge infatti che “lo IOR è una istituzione pubblica la cui natura è pubblica e la cui attività è iure imperii (in virtù della sua sovranità) ma che conduce anche attività comparabili con quelle di una istituzione finanziaria, che sono iure gestionis (atti commerciali e private) nello specifico”.

[3] L’affare del Palazzo di Londra e il patrimonio immobiliare della Santa Sede
[Bozza di testo per Catholic News Agency]

La vendita del Palazzo di Londra al centro di un intricato processo vaticano non ha posto fine agli investimenti vaticani nel settore immobiliare di lusso. Al contrario, lascia più domande che risposte. Per esempio, dopo aver investito tanto, perché la Santa Sede ha deciso di vendere un immobile quando il guadagno più significativo sarebbe stato quello di affittarlo secondo il progetto iniziale?

Problema di immagine, probabilmente. Tuttavia, la Santa Sede non solo mantiene saldamente diverse proprietà immobiliari di lusso a Londra e non sta pensando di venderne nessuna. La Santa Sede ha molto di più nel suo portafoglio.

I numeri sono quelli forniti da una fonte ufficiale, ovvero l’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica (APSA), la cosiddetta “Banca Centrale Vaticana”.

Il primo bilancio dell’APSA, che da quest’anno gestisce anche i fondi che erano la Segreteria di Stato, è stato pubblicato nel 2021 e riferito al 2020. Per la prima volta il bilancio ha fornito i dati ufficiali sugli immobili e sugli investimenti della Santa Sede.

Il bilancio mostra che il Vaticano possiede 4.051 proprietà in Italia e altre 1.120 nel mondo, in particolare in investimenti in immobili di lusso a Londra, Parigi, Ginevra e Losanna.

L’APSA ha difeso questa politica di investimento nei rendiconti finanziari.

Nel presentare il bilancio, si è evidenziato che «è anche grazie ai canoni di mercato incassati su immobili di pregio di proprietà di Parigi e Londra, che è possibile concedere in comodato gratuito alla Carità Apostolica una struttura come Palazzo Migliori a due passi dal Colonnato di San Pietro, per l’accoglienza dei senzatetto ospitati dai volontari della Comunità di Sant’Egidio”.

Nel documento si legge inoltre che “inoltre, con l’acquisto di un immobile nei pressi dell’Arco di Trionfo a Parigi, grazie alla mediazione di Sopridex, il venditore ha destinato parte del ricavato di tale operazione alla costruzione di una chiesa in una zona parigina sobborgo”.

In particolare, monsignor Nunzio Galantino, presidente dell’APSA, ha sottolineato che l’investimento immobiliare all’Arco di Trionfo a Parigi è stato concordato con la Segreteria per l’Economia. Galantino ha spiegato: “Prezzo dell’immobile: 13,47 milioni di euro. Prezzo dell’immobile, comprensivo di spese di acquisto e tasse: 14,413 milioni di euro. L’attuale ritorno sul valore lordo a febbraio 2021 è del 2,87%”.

Molto simile è stato il ragionamento quando la Segreteria di Stato aveva deciso di investire nell’immobile di lusso a Londra ora al vaglio degli inquirenti vaticani. Non solo. Durante il percorso è emerso che il progetto iniziale di trasformare l’edificio in una residenza di lusso è stato accantonato per volontà di papa Francesco. Non avrebbe visto l’investimento coerente con la sobrietà della Santa Sede. L’immobile è stato quindi ceduto con la destinazione d’uso iniziale, quella di uffici, ed il valore della vendita è stato di 186 milioni di sterline.

Se si considera che la Santa Sede ha speso per l’immobile un massimo di 223 milioni di sterline, compreso il prestito da Cheyne Capital acquisito ed estinto per la ristrutturazione dell’edificio, la perdita sarebbe massima del 15 per cento, in linea con il disservizio creato dalla pandemia e dalla Brexit.

In realtà la Santa Sede ha sempre investito in immobili di prestigio, e questo perché sono investimenti sicuri e non speculativi. La storia inizia molto tempo fa quando, nel 1929, la Santa Sede e l’Italia firmano il Concordato, o la cosiddetta “conciliazione”, cioè i Patti Lateranensi.

L’Italia aveva occupato lo Stato Pontificio e Roma nel 1870, e da allora la Santa Sede e l’Italia non avevano mai raggiunto una vera pace e un accordo che definisse il nuovo status quo.

Le trattative di conciliazione furono seguite personalmente da Pio XI, che alla fine riuscì ad ottenere un’indennità di 1.750 lire (la moneta italiana dell’epoca) – oggi sarebbe quasi 1,6 miliardi di dollari – parte in contanti, parte in titoli al portatore.

Due mesi dopo la firma dei Patti Lateranensi e quasi trenta giorni prima della loro ratifica, il Papa si rivolse a Bernardino Nogara (1870 – 1958) e gli chiese di gestire i fondi della Convenzione finanziaria dei Patti Lateranensi.

Bernardino Nogara introdusse il Vaticano alla detenzione di azioni. Incaricata della Sezione Speciale dell’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica (le cosiddette Speciale), Nogara acquistò titoli, facendo cospicui e intelligenti investimenti.

Attraverso di loro Nogara entrò a far parte dei consigli di amministrazione di diverse aziende italiane, accrescendo il suo prestigio internazionale.

Durante la Grande Depressione del ’29, Nogara fondò la Grolux Investments e la società svizzera Profima per diversificare gli investimenti della Santa Sede, in particolare investendo in oro e immobili.

La storia dell’istituzione di Grolux è nel libro di John Pollard “Money and the Rise of the Modern Papacy: Financing the Vatican, 1850-1950”.

Grolux è sopravvissuto anche alla ristrutturazione delle Holding vaticane, avvenuta nel 2021, quando nove holding “storiche” in Svizzera sono state chiuse contemporaneamente.

La Profima Société Immobilière et de Participations di Ginevra è stata invece fondata nel 1926 da Bernardino Nogara, per conto di Pio XI.

Profima, come detto, è una delle tre holding vaticane sopravvissute alla ristrutturazione. Un altro è la britannica Grolux Investments per la Gran Bretagna e il polo francese di Sopridex SA, che controlla interi blocchi di edifici nel centro di Parigi.

Un esempio: APSA possiede gli edifici dell’ospedale Padre Pio a San Giovanni Rotondo e, in Gran Bretagna, i locali al 168 di New Bond Street a Londra che ospitano il negozio Bulgari. I primi sono concessi in comodato gratuito, i secondi a prezzo di mercato.

La Profima è diventata l’unica cassaforte svizzera in quella galassia di possedimenti svizzeri, creata prin-cipalmente tra il 1930 e il 1933 e ora smantellata.

Nel dettaglio, le quattro Société Immobilière Florimont nate nel 1930 (e contraddistinte ciascuna da una lettera dell’alfabeto: B – C, ecc.), le tre Société Immobilière Sur Collonges del 1933, la più recente SI Rieu-Soleil (1973) sono state Chiuso. E infine la Diversa SA (1930).

Solo in quest’ultimo istituto finanziario si è concentrato il 90% del patrimonio ceduto a Profima: 40,3 milioni di franchi svizzeri di patrimonio e 12,7 milioni di debiti verso terzi. Un portafoglio che un tempo comprendeva anche partecipazioni poi cedute, come quella della casa farmaceutica svizzera Roche.

La chiusura delle holding è nata in un’ottica di razionalizzazione: un’unica holding, un’unica gestione e meno spese. Non deve essere necessariamente legato allo scandalo del palazzo londinese ma piuttosto a una necessaria ristrutturazione.

Tuttavia, le tre holding rimanenti controllano saldamente il patrimonio immobiliare della Santa Sede, investono in immobili e ne gestiscono le entrate. Quindi, in un contesto in cui il mercato immobiliare londinese era di nuovo in crescita, aveva senso vendere un investimento le cui perdite, alla fine, sono probabilmente dovute più alla risoluzione anticipata dei contratti in essere che alla gestione finanziaria?

Alla fine, l’APSA ha ricevuto 16 offerte per l’edificio di Londra, il che significa che l’investimento è valso la pena.

In un’intervista ai media vaticani di fine gennaio per presentare il bilancio della Santa Sede, padre Antonio Guerrero Alves, prefetto della Segreteria per l’Economia, ha affermato che “la perdita della presunta truffa, di cui si è molto parlato e che ora è soggetta al giudizio dei tribunali vaticani, era già stata presa in considerazione in bilancio. L’immobile è stato venduto al di sopra della valutazione che avevamo in bilancio e la valutazione degli istituti specializzati”.

Questo articolo è stato pubblicato oggi dall’autore sul suo blog Vatican Reporting [QUI].

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