Bertone e Bagnasco passano dalla porta stretta. In cerca di sinderesi

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Si chiama la “Porta stretta” il volume edito da Cantagalli in cui il cardinal Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza Episcopale Italiana, ha raccolto le prolusioni del suo primo quinquennio alla guida dei vescovi italiani. Ma è una “porta stretta” anche quella per cui sono passati i rapporti tra Segreteria di Stato e Conferenza Episcopale Italiana, rapporti viziati forse più da incomprensioni che da una reale divergenza di intenti. Ed è una porta stretta quella che ha portato Georg Gaenswein, prefetto della Casa Pontificia e segretario particolare di Benedetto XVI, a fare la sua prima uscita pubblica da arcivescovo proprio in occasione di un evento in cui protagonista era il Segretario di Stato. Ma è anche una porta stretta quella che porta la Chiesa impegnarsi sulla vita pubblica, senza però schierarsi in nessun partito; a sostenere i valori, più che i programmi di partito; a portare avanti una filosofia tutta orientata sul bene comune. Ed c’è un’altra porta stretta, quella della formazione alla sinderesi, cioè alla ricerca del bene comune. E forse il problema non è solo formare. È anche permettere a quanti che sono cristiani e si vogliono impegnare in politica, nel sociale, di avere un peso specifico nella società e nei partiti.

 

La porta stretta delle relazioni vaticane

Ci sono delle presenze che dicono molto senza bisogno di fare dichiarazioni. Per esempio, la presenza del cardinal Bertone alla presentazione del libro del cardinal Bagnasco. Un libro, tra l’altro, oltremodo significativo, perché raccoglie le prolusioni dei primi cinque anni della presidenza CEI di Bagnasco. Si è parlato spesso di una frizione tra Segreteria di Stato e Santa Sede. Bertone – in maniera particolarmente irrituale – aveva subito fatto notare che era alla Segreteria di Stato vaticana che spettava gestire i rapporti con l’Italia. Una affermazione forse pleonastica, che aveva dato la stura ad alcune tra le più feroci critiche alla segreteria di Stato guidata Bertone. Poi era scoppiato il caso Dino Boffo, e l’ex direttore di Avvenire non aveva esitato ad attribuire l’origine della campagna proprio alla segreteria di Stato guidata da Bertone e la responsabilità al direttore dell’Osservatore Romano Gian Maria Vian. Le voci contrarie a Bertone all’interno della Curia romana hanno fatto il paio con la sempre maggiore presenza pubblica di Bagnasco. Il quale non è il politico fine che era il cardinal Ruini, ma sa dosare le sue prolusioni tra impegno pastorale e risposta politico/sociale, e sa in che modo dire ciò che vuole dire senza però provocare troppi fastidi. Bagnasco è un uomo della mediazione, più che di spigolature. Bertone è uomo di relazioni umane nette, secche, sincere, cosa che non sempre è apprezzata. E così le due linee sono apparse divergenti, quasi contrapposte. Ma con la sua presenza, Bertone ha sottolineato che – semmai ci siano realmente state frizioni e incomprensioni – Segreteria di Stato e Conferenza Episcopale Italiana viaggiano nella stessa direzione. Che è poi quella dell’agenda della Santa Sede, ovvero il bene comune. Lo fanno con stili e forme differenti, dovute anche alla diversità dei loro ruoli. Ma lo fanno comunque andando nella stessa direzione.

Non era scontata la  presenza di Georg Gaenswein. L’uomo che più di tutti è stato messo sotto attacco nel processo di Vatileaks, cui è stata attribuita una certa insofferenza nei confronti dell’operato di Bertone, presenzia in prima fila a un evento di cui uno dei principali protagonisti è proprio il cardinale segretario di Stato. Bertone e Gaenswein non sono quello che si potrebbe definire una coppia affiatata. Sono troppo diversi per carattere e approccio. Tra loro non sempre tutto è filato liscio. Ma proprio il caso Vatileaks ha in qualche modo ristretto gli spazi, li ha avvicinati. Gaenswein ha compreso che Bertone è leale al Papa quanto lo è lui. E questo basta, in un entourage sotto attacco, per creare un fronte comune di resistenza e amicizia. Un’amicizia che travalica ogni possibile frizione.

Ci si potevano invece aspettare più vescovi a seguire la presentazione del libro del loro presidente. Ma il colpo d’occhio diceva che – dal punto di vista ecclesiastico – nel parterre c’era più Curia romana che realtà episcopale. C’era il cardinal Mauro Piacenza, prefetto della Congregazione per il Clero; il prefetto emerito della Congregazione dei Vescovi, il cardinal Giovan Battista Re, che ha avuto il suo peso sia nel nominare buona parte dell’episcopato italiano attuale sia – nel suo passato di assessore e sostituto della Segreteria  di Stato vaticana – di gestire i rapporti tra Santa Sede e mondo politico italiano; c’era il cardinal Antonio Maria Vegliò, presidente del Pontificio Consiglio per i Migranti e gli itineranti. E c’erano ovviamente i vertici della CEI, i membri dell’entourage di Bagnasco, a partire dal suo segretario generale Crociata, che ha aperto le danze della presentazione. Tutto questo può significare che Bagnasco è pronto per un incarico vaticano? Oppure semplicemente che il mondo episcopale esprime anche orientamenti diversi da quelli del suo numero 1?

La porta stretta dell’impegno in società

La Chiesa può dire la sua nel dibattito pubblico? Sì, e Bertone lo sottolinea con forza. “Tra chi – afferma il Segretario di Stato vaticano – vorrebbe che i Pastori rimanessero silenti in una neutralità asettica che non disturbi, e chi invece chiede che la Chiesa si pronunci in favore dell’uno o dell’altro schieramento si profila la porta stretta dell’esortazione e del discernimento”. Ma questa presenza non significa schierarsi politicamente. La strumentalizzazione dell’articolo dell’Osservatore Romano sulla conferenza stampa di fine anno del premier Mario Monti e delle parole di Bagnasco sulla situazione politica hanno fatto comprendere in qualche modo che la Chiesa deve battere sulla strada della preparazione culturale e dell’annuncio del Vangelo. Lo stesso Bagnasco – che interviene dopo il Segretario di Stato vaticano – afferma poi che “Gesù Cristo va annunciato nella sua interezza” comprese le dinamiche antropologiche e sociali. “Dobbiamo tornare ad avere – dice il presidente della Conferenza Episcopale Italiana – uno sguardo della realtà che si lasci ispirare dalla ragione allargata, che garantisca lo sviluppo integrale della persona umana”. Il presidente della Cei invita tutti a passare dalla “necessaria porta stretta della fede”. “La Chiesa – conclude Bagnasco – non fa politica in modo diretto, nel senso di schierarsi. Il nostro schieramento è quello dei principi fondamentali.  E’ su questo discrimine che i cattolici e tutte le persone di buona volontà devono sapersi misurare”. E non è un caso che Bertone sottolinei nel discorso il modo in cui sono strutturate le prolusioni del cardinale, le cui prime parti sono di natura squisitamente pastorale, e parlano dell’impegno della Chiesa sul territorio. È “l’altra prolusione” di Bagnasco, cui Korazym.org ha sempre dedicato spazio. Perché più che alle dichiarazioni di intenti, conta il modo in cui agiscono i pastori. Le parole dei sacerdoti – afferma il segretario di Stato –  “devono passare per la porta stretta rappresentata dalla necessità di proporre una parola autorevole anche su questioni che attengono all’ordine sociale e politico”. Ciò perché “non si può rimanere muti» quando sono in gioco «i valori fondanti della convivenza civile e la stessa fedeltà al Vangelo”, anche “in questo delicato frangente della vita nazionale”. Un frangente in cui “occorre sempre richiamare la perenne urgenza dei valori irrinunciabili fondati sulle istanze della ragione illuminata e potenziata dalla fede”.

La porta stretta della sinderesi

C’è bisogno di sinderesi, di ricerca del bene comune. E qui si torna all’appello di Benedetto XVI, che a Cagliari nel 2008 auspicò una nuova generazione di cattolici impegnati in politica Dopo quelle parole, in molti avevano detto di volersi impegnare di fare qualcosa di nuovo. Da una parte, tornava insistente l’idea di un partito sul modello della Democrazia Cristiana per “contare e non più contarsi”. Dall’altra, si pensava a nuove forme di attivismo politico all’interno dei partiti che già c’erano. E ancora, le idee di manifestazioni comuni, battaglie comuni, idee comuni, ma sempre mantenendosi all’interno della stessa parrocchia. In pochissimi hanno pensato ad avviare, silenziosamente ed efficacemente, una scuola di formazione per politici cattolici, qualcosa che educasse i giovani a pensare, che li rendesse meno schiavi degli schematismi e li portasse ad andare oltre questo disegno politico.

Lo scorso lunedì è stato presentato volume curato da monsignor Samuele Sangalli, intitolato appunto “Sinderesi: fondamenti di etica pubblica”. Il volume è il punto di arrivo di un percorso di formazione annuale all’impegno socioeconomico e politico che si è tenuto all’Università Gregoriana, rivolto a giovani fino a 35 anni. A fare da guida, proprio l’esortazione del Papa a Cagliari. Come metodo di lavoro, lo studio delle radici delle questioni in atto, la produzione dei saggi, la discussione degli elaborati, e infine le proposte finali. Ne sono venuti fuori dieci saggi su temi centrali nel dibattito politico odierno: Stato e sussidiarietà; federalismo, sussidiarietà e solidarietà; immigrazione e identità culturale; laicità dello Stato e principi non negoziabili; democrazia e cittadinanza; mondo del lavoro; capitalismo, mercato e fraternità; Unione Europea; governane mondiale e cristianesimo matrice di nuovi concetti politici.

Ce ne sono molte di iniziative simili. Questa estate, il Circolo San Tommaso d’Aquino ha organizzato lo Studium Aquinatis,  un laboratorio di tre giorni tutto dedicato alla dottrina sociale della Chiesa, con il tema di: “Persona. Società. Bene comune. Nuova sintesi umanistica, nuova progettualità”. In quel laboratorio, il “ministro degli Esteri vaticano Mamberti ha spiegato  i punti dell’agenda internazionale della Santa Sede: dalla difesa della famiglia e della vita alla libertà religiosa, passando per le politiche per la pace e la sussidiarietà, e sottolineando il valore della democrazia, che “significa sempre partecipazione e responsabilità, diritti e doveri”. Il fine ultimo di tutto è l’uomo, secondo quell’umanesimo integrale che da Tommaso d’Aquino in poi ha sempre animato la Chiesa. Lo strumento è la Santa Sede. Uno strumento che è nel mondo, ovvero che agisce anche nel contesto delle organizzazioni internazionali accettando le regole della diplomazia.

Le parole di Mamberti spiegano forse meglio di qualunque altra cosa perché Bagnasco e Bertone devono essere fianco a fianco nel promuovere il bene comune e l’impegno dei cristiani nella società. Ma la porta stretta significa anche emarginazione. Presentando il volume lo scorso lunedì, Samuele Sangalli ha sottolineato: “Dopo che abbiamo terminato questo volume, l’ho presentato a diverse agenzie politiche, e con questo intendo i partiti. Ho spiegato loro che ci sono giovani che ragionano, che hanno nuove idee, prospettive. Di questi giovani, non ne hanno preso neanche uno”.

Cambiare la prospettiva della porta stretta

Se il mondo soffre per la mancanza di pensiero, come sottolineava Paolo VI nella Populorum Progressio, soffre soprattutto perché non c’è volontà di avere il pensiero. E ci voleva un punto di vista esterno per comprenderlo. Joseph H. H. Weiler, avvocato statunitense, ebreo osservante e professore di Ebraismo alla New York University, è stato tra gli avvocati che sono intervenuti a sostegno delle memorie dei nove Paesi membri che si sono associati all’Italia nel ricorso alla Grand Chambre della Corte Europea di Strasburgo sulla presenza del crocifisso a scuola. Weiler fu a suo tempo critico nei confronti della linea difensiva del governo italiano sul caso del crocifisso. Il governo – sosteneva  – “ ha tentato di presentare il crocefisso come un simbolo che trascende le sue origini religiose e che ha un significato laico. Un tale ragionamento si può fare di sicuro in altre ipotesi, come per la Croce Rossa, però non è un argomento appropriato su cui fondare una difesa in questo caso”.

Di questa importanza pubblica della religione ha parlato presentando il libro di Bagnasco. Ne ha sostenuto il valore politico. “Immaginiamo – ha detto – cosa succede dopo le elezioni e si forma un nuovo Parlamento. I verdi brontolano perché non ci sono abbastanza ecologisti, e questo è normale amministrazione. Ma un cardinale non può dire che non ci sono abbastanza cattolici”. Eppure, ricorda Weiler, in Gran Bretagna il capo della Chiesa anglicana, l’arcivescovo di Canterbury, è rappresentato ex officio nel legislatore, e lo è anche il primate della Chiesa cattolica di Inghilterra. “È importante che anche quelli che non sono cristiani o religiosi ascoltino le riflessioni che vengono dalla tradizione cristiana – sostiene Weiler – dato che questa voce è importante per il popolo”. Ma in fondo, aggiunge, siamo tutti un po’ “rawlsiani, abbiamo l’idea che la religione non possa esprimersi legittimamente nella stanza pubblica della politica”. Eppure, tutto questo è stato superato, perché – aggiunge – “il Papa sostiene che quando il cristiano entra nel dibattito pubblico, dipende dalla ragione, dal diritto naturale, dalla considerazione etica e non dalla rivelazione”. E ricorda poi che “Churchill ha detto che le ore più belle della storia inglese sono state quelle della guerra, della crisi più profonda in cui ci si è uniti per difendere il Paese. Ora, anche le prolusioni di Bagnasco raccontano che nel momento della crisi la Chiesa si unisce. Si leggono le prime prolusioni, e sembra tutto una favola. Poi arriva la crisi economica, e tutto cambia. Ma in quelle circostanze si vede il meglio della Chiesa, si vede il cuore, la saggezza, l’importanza delle strutture religiose. Si devono individuare componenti della società che non sono nella nostra mente”.

È una crisi che tocca tutta la Chiesa. E allora in questo anno della Fede la Chiesa italiana mediti su quella che è la sua peculiarità, la sua vicinanza fisica al Papa. Così saprà essere laboratorio per le altre Chiese locali nel mondo. In fondo, sia Bagnasco che Bertone hanno sottolineato che in Italia “la Chiesa è ancora Chiesa di popolo”. L’obiettivo è che torni ovunque ad essere Chiesa di popolo, consapevole dei valori cristiani e in grado di raccontare la fede con argomenti di ragione.

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