Ledha: la comunità per non ‘discriminare’ i più deboli

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Durante il periodo pandemico in Lombardia le persone anziane e con disabilità sono state lasciate morire senza una cura o quantomeno senza una cura adeguata, secondo quanto ha detto il presidente della Ledha (Lega per i diritti delle persone con disabilità), Giovanni Merlo: “Sono persone che dovevano essere curate e non sono state curate. Mentre ci scagliavamo contro le scelte che altri paesi dichiaravano, noi quelle scelte le abbiamo compiute. Le strutture residenziali per persone fragili sono state considerate alla stregua di un deposito di persone ‘a fine corsa’. Dobbiamo farci i conti, per il ‘dopo’. Non solo a livello di tribunali, ma come comunità”.

Dal report del 14 aprile (l’ultimo disponibile), che ha coinvolto 3.276 RSA, circa il 96% del totale, a cui hanno risposto 1.082 strutture, pari al 33% delle residenze contattate, risulta che il 40,2% del totale dei decessi (2.724 su 6.773) ha interessato residenti con riscontro di infezione da SARS-CoV-2 o con manifestazioni simil-influenzali.

A distanza di qualche mese da questi tragici eventi abbiamo chiesto al presidente della Ledha, Giovanni Merlo, di farci comprendere perché in Lombardia si è registrata una mortalità alta tra gli anziani:

“Non lo so. Quello che possiamo sottolineare è che i medici dicono che una parte dei decessi degli anziani è legata alla natura del virus, quindi alla situazione che abbiamo vissuto. Ci sono poi ragioni che riguardano l’organizzazione della sanità, in particolare in Lombardia, che sono messe sotto la lente di ingrandimento; però in questo momento è difficile conoscere le ragioni per cui la pandemia ha avuto un così grande impatto in Lombardia rispetto alle altre regioni italiane.

Quello che noi abbiamo raccontato e denunciato non riguarda semplicemente l’alto numero di morti tra le persone anziane e neanche l’alto numero di morti tra le persone anziane che vivevano nelle RSA, perché ogni morte è una tragedia. Questo virus ci ha posto di fronte al fatto che a molte persone anziane con disabilità che vivevano nelle RSA è stato negato l’accesso alle cure: non sono state curate. Le ambulanze non uscivano ed i farmaci non arrivavano.

La cura di molte persone anziane con disabilità è stata totalmente affidata agli enti gestori delle strutture, che hanno però carattere assistenziale sanitario generico; quindi totalmente impreparate ed anche indifese rispetto ai problemi sanitari posti dalla pandemia. L’abbiamo chiamata la ‘strage degli innocenti’, perché per numeri e modalità in cui è avvenuta possiamo parlare di strage. Certo non è una strage che qualcuno ha ordinato o pianificato.

Ma è successo che molte persone per via della condizione della loro età e del loro stato di salute sono state considerate non degne di cura come le altre persone. Questa è una macchia della nostra società e non possiamo girare pagina, affermando di guardare al futuro.

Dobbiamo comprendere le ragioni profonde di quanto è successo; bisognerà, aldilà delle responsabilità individuali, comprendere le responsabilità collettive di questa gravissima violazione del diritto alla vita, alla cura ed anche alla morte dignitosa, che è stata perpetrata verso tantissime persone, perché solo comprendendo quello che è successo potremo garantirci che ciò non capiti più ed anche interrogarci su quali siano i problemi strutturali del nostro problema di welfare di sostegno alla persona, che ha reso possibile che questo accedesse”.

Alcune settimane fa la Ledha ha chiesto che le RSA non diventino strutture per disabili: cosa significa?

“Abbiamo detto che nel momento in cui si devono definire i regolamenti dei servizi residenziali bisogna guardare ai diritti, che sono uguali per tutti, ma anche alle specifiche esigenze delle persone che abitano in quei luoghi.

Utilizzare le stesse regole che andranno a governare il funzionamento delle RSA, che sono servizi che accolgono persone in età molto avanzata e con problemi di salute e di comorbilità, anche per persone giovani con disabilità è sbagliato ed illogico, perché abbiamo persone con disabilità che vivono in alcune strutture non in ragione della loro condizione di salute ma in ragione della loro condizione sociale, perché non gli è offerta la possibilità di vivere in un ambiente familiare.

Allora è chiaro che le aspettative di questa nuova vita sociale sono completamente diverse. Possiamo immaginare l’urgenza di ripristinare condizioni di sicurezza all’interno delle RSA dopo tutto quello che è successo, ma l’esigenza fondamentale è quella di essere parte di nuovo della vita sociale in condizione di sicurezza e con gli stessi limiti dell’intera popolazione, ma con il diritto di partecipare alla fase 2 o alla fase 3: poter pensare al proprio luogo di vita, dove si entra e si esce, con la stessa libertà che è consentita al resto della popolazione.

Questa inerzia, per cui si considerano in un unico calderone servizi molto diversi, secondo noi aggrava quella situazione di violazione dei diritti umani, che abbiamo già vissuto, con conseguenze certamente diverse da quelle appena vissute. Assisteremo ad un peggioramento delle condizioni di salute delle persone, perché il confinamento crea condizioni di salute negative; soprattutto assisteremo ad un ulteriore consolidarsi di situazioni di segregazione che già sappiamo essere presenti all’interno del nostro Paese”.

Quale sfida comporta questa pandemia per la società civile?

“Dal punto di vista di chi difende i diritti di persone con disabilità vediamo il rischio di pensare ad una società, dove la socialità sia consentita e favorita solo ai giovani ‘belli e forti’, cioè a quelle persone che abbiamo bisogno per l’aspetto economico e che sono i più resistenti al virus.

Questa diventerebbe una società pericolosa per tutti, perché è una società dove immaginiamo che qualcuno abbia più diritto di cittadinanza degli altri. Senza negare la necessaria prudenza e neanche la libertà, che deve essere riconosciuta ad ognuno di valutare le proprie possibilità di riprendere la vita sociale precedente la pandemia, crediamo che a tutti debbano essere garantite pari opportunità.

In questa fase ognuno deve essere messo nella condizione di poter valutare i margini di rischio assumersi; soprattutto poter pensare che i livelli di attenzione riguardano tutti i livelli della vita sociale in modo di essere parte della vita della comunità e delle condizioni di uguaglianza con gli altri. Il rischio è pensare che di alcune persone si possa fare a meno.

Al fondo della strage c’è questo, anche se nessuno lo ha mai detto; ma nel momento in cui abbiamo pensato che alcune persone fossero ‘sacrificabili’, cioè ad alcune persone si potesse negare l’accesso alle cure; in quel momento abbiamo pensato che di quelle persone potessimo fare a meno.

Questo è un rischio mortale per questa società: se la nostra società non è per tutti diventa una società autoritaria, anche se c’è il rispetto formale delle regole democratiche. Nessuno si potrà sentire al sicuro, perché prima o poi potrebbe capitare anche a noi di essere inseriti nell’elenco di quelli di cui si può fare a meno.

La riflessione deve essere profonda. Io sono anche fiducioso perché tante parti della nostra società hanno dato segnali  di assoluta bellezza: tanti, dagli infermieri ai medici, agli operatori sociali, si sono spesi per garantire a tutti di vivere in modo più dignitoso possibile il periodo di confinamento e si stanno adoperando adesso per garantire di vivere in modo dignitoso queste fasi della vita sociale.

A fianco di tutti gli aspetti negativi, di cui abbiamo parlato finora, dobbiamo ricordarci di valorizzare quella capacità di inclusione, che abbiamo saputo esprimere. Lo sforzo delle esperienze vissute in questo periodo è quello di far diventare queste esperienze comuni per tutti: da questa emergenza sarà possibile uscire anche con una rinnovata idea di coesione sociale”.      

(Foto: Ledha)  

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