Rivoluzione araba: contro il rischio del fallimento, modernizzare l’islam

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Con il 51,73% delle preferenze, circa 13,2 milioni di voti, Mohammed Morsy, candidato dei Fratelli musulmani, è il nuovo presidente eletto dell’Egitto mentre suo rivale Ahmed Shafiq, ultimo primo ministro di Hosni Mubarak, è stato scelto da 12,3 milioni di votanti, pari al 48,27% dei consensi. Dai risultati proclamati dalla Commissione elettorale emerge anche una forte partecipazione al ballottaggio delle presidenziali del 16 e 17 giugno: il 51,85% degli aventi diritti è andato alle urne, il 5% in più rispetto al primo turno del 23 e 24 maggio. Il nunzio apostolico a Il Cairo, mons. Michael Fitzgerald, ha commentato all’agenzia Misna: “Abbiamo presentato i saluti al presidente che ha guadagnato la fiducia degli Egiziani auspicando che con l’aiuto di Dio e la sua coscienza possa guidare il paese nell’interesse di tutti i suoi figli, in modo da salvaguardare la coesione del tessuto sociale… Nei discorsi del candidato Morsy abbiamo sentito parole di collaborazione e una salda attenzione per l’interesse nazionale e per questo gli auguriamo che, attraverso il perfezionamento delle istituzioni, possa creare uno stato civile, moderno e democratico che garantisca la pace e la giustizia sociale”. Anche il patriarca latino di Gerusalemme, Fouad Twal, a nome della Assemblea degli Ordinari Cattolici di Terra Santa, ha indirizzato al neo-eletto presidente egiziano le proprie felicitazioni auspicando che le promesse di apertura e di democrazia a favore degli egiziani, delle donne e dei copti, vengano rispettate: “mi auguro che questo passo attribuisca ai cristiani e alle donne il loro giusto posto nel paese. Accogliamo anche con favore che Mohamed Morsi sia ‘il Presidente di tutti gli egiziani’ e il garante dei diritti delle minoranze. Assicuriamo le nostre preghiere al nuovo Presidente”.

 

Intanto si è svolto a Tunisi un seminario organizzato dall’associazione ‘Oasis’ sulla rivoluzione dei ‘gelsomini’: “La religione in una società in transizione. La Tunisia interpella l’Occidente”. Nel saluto inaugurale il card. Angelo Scola, che quando era patriarca di Venezia ha voluto fortemente tale associazione, ha ribadito che anche l’occidente si trova a misurarsi con i fallimenti della secolarizzazione e di fronte a una rinascita del sacro e della religione, tanto da rendere necessaria una ripresa della libertà di religione, concepita come il fondamento di tutte le libertà: “La presenza musulmana ricorda all’Occidente come esso non abbia ancora finito di fare i conti con la questione dell’universale e dell’universale religioso in particolare. Essa lo interpella a sottoporre a revisione il modello che ha elaborato, senza per questo rinnegare le indubbie acquisizioni in termini di convivenza civile. Ancora, le rivoluzioni arabe insegnano che all’universale si arriva prendendo sul serio la singolarità irriducibile di persone, giacché l’universale è concreto, oppure non è. E’ chiaro che vale anche il processo inverso, poiché l’Islam, a detta di molti suoi pensatori, è chiamato a pensare in modo nuovo il tema della libertà. Quello che a me preme a questo proposito è lasciar intuire come nell’esperienza travagliata del rapporto che il Cristianesimo ha instaurato con la modernità politica, tra rifiuto, illusione passatista e assunzione critica delle istanze positive, si possano rinvenire elementi utili anche per i popoli musulmani e per la domanda di libertà che le loro rivoluzioni hanno così potentemente messo in campo”.

 

Nella prima relazione il prof. Ben Achour, presidente dell’Alta istanza per la realizzazione degli obbiettivi della rivoluzione, ha spiegato che nella coalizione di governo si combattono due tendenze: quella islamica radicale, che vorrebbe l’introduzione della sharia, e quella più aperta e più moderna. Nei giorni scorsi lo Stato è intervenuto a fermare la predicazione di alcuni imam radicali che volevano introdurre nei tribunali le pene islamiche (taglio della gamba, del piede, ecc…) per i delitti comuni. Allo stesso tempo, il governo non è intervenuto con forza a difendere una mostra di pitture ad opera di artisti autodefinitisi ‘atei’, lasciando che gruppi di salafiti la attaccassero e ne bruciassero alcune, giudicate ‘blasfeme’. A fare da correttivo alle tendenze radicali, vi è in Tunisia una società civile molto cosciente e soprattutto i gruppi dell’opposizione di sinistra e i sindacati che, insieme con il partito Ennahda hanno fatto la rivoluzione e la resistenza verso il dittatore Ben Ali. Secondo la prof.ssa Malika Zeghal, tunisina, insegnante ad Harvard, si potrà trovare una sintesi che permetta la convivenza nel Paese.

La situazione più dolorosa è quella della penisola arabica dove la rivoluzione è stata arrestata con la violenza o con la distribuzione di denaro alla popolazione (Arabia Saudita) e con il controllo ‘discreto, ma efficace’ dei servizi segreti che bloccano sul nascere ogni dimostrazione (Emirati Arabi). La situazione dei cristiani, tutti stranieri, è nota: in Arabia Saudita essi non hanno diritto nemmeno alla libertà di culto. Negli Emirati Arabi hanno possibilità di celebrare la messa, ma è proibita qualunque espressione in pubblico della fede cristiana. Per timore di vedersi strappare anche questo brandello di diritto, le comunità non osano nemmeno battezzare chi, fra i musulmani, chiede con insistenza di appartenere alla Chiesa cattolica. Quindi per padre Samir,  il futuro di questi Paesi sta nell’offrire un modello di società in cui siano sottolineati i valori di uguaglianza (di sesso, razza, condizioni, religione); di solidarietà fra tutti i cittadini; aperto al contributo di tutte le culture; capace di garantire la tolleranza e il mutuo rispetto delle differenze.

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