Prof.ssa De Simone: vivere la fede ai tempi della pandemia

“Questo tempo, segnato da un drammatico contagio epidemico, è anche tempo di altri ‘contagi’: di relazioni e connessioni ritrovate nel distanziamento forzato e accompagnate da una speranza che affiora. Una sfida che ci interpella, spingendoci a guardare avanti, a pensare a un futuro in cui ripartire dalle priorità che abbiamo scoperto e a non smarrire il senso di comunità che abbiamo maturato. Ma per non lasciarci scivolare tra le mani emozioni e pensieri, è necessario fermarsi a riflettere, confrontarsi”.

Così si introduce il Quaderno ‘La fede e il contagio, nel tempo della pandemia’, edito dalla rivista trimestrale ‘Dialoghi’ promossa dall’Azione Cattolica Italiana e curato da Luigi Alici, Giuseppina De Simone e Piergiorgio Grassi, che raccoglie 40 punti di vista sul tempo vissuto e su quello a venire, 40 sfide per l’oggi e il domani delle città e delle comunità.

Il Quaderno si struttura in tre parti. Nella prima parte (‘In ascolto’), testimonianze e riflessioni disegnano lo scenario in cui siamo immersi. Nella seconda parte (‘Contemplare e celebrare’) sono considerate le questioni di ordine ecclesiale, pastorale e teologico esistenziale che questo tempo pone. La terza parte (‘La responsabilità del futuro’) prova a disegnare alcuni scenari che la pandemia ha messo radicalmente in discussione e che sin da ora siamo chiamati a ripensare in profondità, nella prospettiva di nuovi paradigmi di convivenza all’insegna di corresponsabilità e solidarietà.

Partendo dalle sollecitudini del Quaderno abbiamo chiesto alla direttrice della rivista, prof.ssa Giuseppina De Simone, docente di filosofia della religione e coordinatrice della specializzazione in Teologia Fondamentale presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale Sezione San Luigi e incaricata alla Pontificia Università Lateranense, di raccontarci come vivere la fede in questo periodo di contagio:

“Credo che ci sia un’assoluta necessità di fermarsi a riflettere su quello che abbiamo vissuto e che stiamo ancora vivendo. Il rischio è che la frenesia della ripresa porti con sé la volontà di lasciarsi alle spalle la sofferenza e la paura dei mesi passati scrollandosi di dosso però anche quanto questo tempo ci ha consegnato, ciò che abbiamo intravisto, le tante provocazioni a pensare emerse.

Il tempo della pandemia è stato ed è per noi un appello a porci interrogativi che riguardano il nostro modo di vivere la relazione con gli altri, con il mondo, la relazione con Dio. Dentro un tempo solo apparentemente vuoto sono emerse domande che ci hanno messo a nudo, che ci hanno fatto vedere le contraddizioni di un sistema di vita che giudicavamo normale, l’unico possibile, ma che aveva creato squilibri, sacche di povertà, assenza di opportunità reali di crescita e di salute per troppe persone e per intere aree del mondo.

Ci siamo accorti che le risorse di cui disponiamo non sono illimitate e che le possibilità di soluzione tecnica e scientifica dei problemi non sono infinite e neppure assolutamente certe nei loro esiti. Abbiamo scoperto che l’accelerazione dei ritmi di vita e dei consumi crea un mondo malato in cui non possiamo illuderci di rimanere sani nonostante tutto.

Abbiamo scoperto che, come dice papa Francesco nell’enciclica ‘Laudato sì’, ‘tutto è connesso’ e che noi siamo connessi gli uni agli altri. Lo abbiamo scoperto proprio quando eravamo chiusi nelle nostre case, apparentemente distanti da tutto il resto e separati tra di noi. Abbiamo scoperto anche che il tempo non ci è indifferente perché ci attraversa e ci segna.

Lo abbiamo scoperto nel tragico venir meno di chi era la nostra memoria, troppo spesso relegato nell’angolo di vite assorbite dalle urgenze e ora, improvvisamente, in primo piano per ciò che in realtà era sempre stato: radice di ogni nostro possibile proiettarci in avanti”.

Come annunciare il kairos in una società che sta perdendo la speranza?

“Anche in ordine alla vita di fede questo tempo ci ha consegnato a domande essenziali che forse non avevamo mai intravisto con tanta forza: In quale Dio crediamo? Che cosa vuol dire credere e a che cosa serve?  Che cosa significa condividere la fede, essere una comunità credente? La pandemia ci ha fatto nuovamente parlare di Dio.

In maniera impropria quando si è voluta attribuire a lui l’origine di tanta sofferenza; con una rinnovata intensità quando abbiamo invece alzato lo sguardo nell’invocazione, riconoscendo in lui la sorgente di ogni bene e il principio della salvezza. Abbiamo ritrovato il coraggio di pregare e la capacità di farlo insieme pur essendo distanti.

La preghiera, nella forma semplice della supplica silenziosa o nelle forme della devozione popolare, ha accompagnato le giornate di molti. Tantissimi, ad esempio, hanno cominciato la giornata seguendo la messa celebrata dal papa a Santa Marta.

Certo si può distinguere tra religiosità e fede, ci si può chiedere quanto abbia inciso la paura e il senso di disorientamento e quanto sia rimasto di tutto questo; ma non si può negare che una finestra si è aperta sul bisogno di Dio che ci portiamo nel cuore.

Il fatto è che questo bisogno a ben guardare non dipende da noi. Da noi dipende il modo in cui lo trattiamo, il saperlo ascoltare o il negarlo. Il Signore non si stanca di attrarci a lui facendosi incontro a noi, non si stanca di agire in noi e tra le pieghe di quanto accade. È quello che abbiamo sperimentato pur nella tragedia di questi giorni. In mezzo a tanta sofferenza non sono mancati segni di speranza espressioni di solidarietà e di tenerezza, forme di condivisione e di generosità incondizionata e inattesa”.

Quale è il ruolo dei cristiani?

“Credo che i cristiani abbiano prima di tutto il compito di aiutare a vedere il bene, di aiutare a scorgere la presenza dell’amore di Dio anche nelle situazioni più difficili. Un amore che ci spinge a farci carico gli uni degli altri e a costruire insieme un mondo più giusto e fraterno.

La fede in questo tempo si è espressa anche così, attraverso l’impegno che ciascuno ha messo in quello che faceva pensando ad altri, avendo a cuore il loro bene, mettendo a disposizione degli altri, e soprattutto di chi era in difficoltà, le proprie capacità, il proprio tempo. Le nostre comunità si sono scoperte capaci di una prossimità senza confini.

Le chiese erano chiuse ma le comunità ecclesiali non sono mai state così aperte, presenti sul territorio con un’azione capillare di sostegno fatta di gesti concreti ma anche di preghiera condivisa e di ascolto della Parola. Abbiamo sperimentato l’azione dello Spirito che ha suscitato una inimmaginabile creatività e ci siamo sentiti comunità, fieri e grati di esserlo. Abbiamo sperimentato una fede che non toglie i problemi ma dà la forza per affrontarli e per affrontarli insieme”.

A quale responsabilità sono chiamati gli aderenti di Azione Cattolica?    

“E’ un’esperienza da cui trarre un’indicazione preziosa. Sono convinta che il deficit di speranza di cui sembra soffrire la società contemporanea si può vincere solo offrendo uno sguardo nuovo che sappia scorgere il bene e contribuisca a farlo emergere.

Accanto alla denuncia dei mali e delle storture e alla lucida ricerca delle cause, accanto alla consapevolezza della nostra fragilità, i cristiani hanno il compito di far emergere il bene. E in questa linea credo che l’impegno dell’Azione Cattolica come della rivista ‘Dialoghi’ sia sempre più quello di formare ad una lettura di fede della realtà che superando facili catastrofismi generi responsabilità e faccia crescere la speranza”.

Quale è il compito della rivista nella cultura italiana?

“Dialoghi cerca di portare avanti questo compito offrendosi come uno spazio aperto di confronto e di approfondimento che coinvolge sensibilità e competenze diverse già all’interno del comitato di direzione che è il cuore pulsante della rivista.

In ogni numero poi riusciamo a coinvolgere esperti e intellettuali di differente matrice che contribuiscono a tracciare con noi le line di approfondimento di questioni cruciali per poter stare da credenti nella storia.

Così è stato anche per il Quaderno Speciale 2020 ‘La fede e il contagio Nel tempo della pandemia’ che è stato diffuso online già ai primi di maggio ed uscito ora, in cartaceo, con i tipi dell’Ave: un’opera di discernimento corale con il coinvolgimento di quaranta voci, tra esperti e testimoni, per leggere con intelligenza e speranza questo tempo”. 

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