Il ricatto libico all’Europa

Dalla Libia continuano a giungere notizie di stragi di innocenti: la settimana scorsa 30 profughi sono stati sterminati dai carcerieri, altri 11 in fin di vita A Mezda, vicino alla città di Gharyan, a sud-ovest di Tripoli, in un capannone dove i trafficanti tenevano rinchiusi un gruppo di migranti.

Fonti del governo hanno sostenuto che si è trattata di una vendetta. I migranti, riferisce l’Associated Press, sono stati accusati dai familiari di un trafficante morto di avere ucciso il loro congiunto. Ne è scattata una rappresaglia da parte del clan che a colpi di arma da fuoco che ha sterminato le persone presenti. Al momento risultano deceduti 26 bengalesi e 4 subsahariani.

Ed a Messina un giudice ha condannato tre torturatori di un campo di prigionia ufficiale, al soldo del guardacoste Bija e di suo cugino Osama, che lo scorso anno avevano preso il largo, lasciando la Libia per raggiungere l’Europa. Una volta condotti nell’hotspot di Messina, sono stati riconosciuti da alcuni migranti.

Durante le deposizioni le vittime hanno fornito agli inquirenti dettagli riscontrati anche dalle perizie dei medici. Il gup di Messina ha così condannato a 20 anni di carcere ciascuno Mohamed Condè, 22 anni della Guinea, e con lui gli egiziani Ahmed Hameda, 26 anni, e Mahmoud Ashuia, 24. Erano stati ‘fermati’ il 16 settembre scorso con l’accusa di associazione a delinquere, tratta, violenza sessuale, omicidio e tortura.

Soddisfazione per la condanna è stata espressa da Amnesty Interrnational: “Dopo le innumerevoli denunce dei gruppi per i diritti umani, le inchieste giornalistiche e le testimonianze dei sopravvissuti, ora anche un giudice italiano afferma che nei centri di detenzione per migranti della Libia si tortura.

Il 28 maggio il tribunale di Messina, con una sentenza storica e innovativa derivante dall’introduzione nel luglio 2017 del reato di tortura nel codice penale italiano, ha condannato a 20 anni di carcere un cittadino della Guinea e due cittadini egiziani  per aver torturato, picchiato e lasciato morire migranti trattenuti in un centro di detenzione di Zawiya. I tre sono stati giudicati colpevoli di associazione a delinquere finalizzata alla tratta di persone, alla violenza sessuale, alla tortura, all’omicidio e al sequestro di persona a scopo di estorsione”.

Ed ha chiesto al governo di non essere complice di questi delitti: “Perché l’Italia, anche attraverso il recente rinnovo del memorandum di cooperazione con la Libia in tema d’immigrazione, continua a collaborare, risultandone effettivamente complice, con questo sistema di aperta violazione dei diritti umani? E quali passi avanti sono stati compiuti per apportare quelle migliorie e quelle necessarie modifiche al memorandum annunciate nei mesi scorsi dall’esecutivo?”

Inoltre, insieme ad altre associazioni, Amnesty International all’Europa di ‘rivedere’ le politiche di cooperazione: “Un anno dopo la ripresa del conflitto armato a Tripoli e in un momento in cui la situazione umanitaria in Libia continua a deteriorarsi a causa di ulteriori escalation militari e della diffusione del Covid-19, insieme ad altre organizzazioni della società civile abbiamo esortato le istituzioni europee a fermare ogni azione che mira a bloccare le persone in un paese dove si trovano in costante e grave pericolo.

Nella dichiarazione congiunta abbiamo esortato i governi e le istituzioni dell’Unione Europea a rivedere e riformare le politiche di cooperazione con la Libia sulla migrazione e sul controllo e gestione dei confini. Durante gli ultimi tre anni queste politiche hanno portato al blocco di decine di migliaia di donne, uomini e bambini in un paese dove sono stati esposti ad abusi spaventosi”.

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