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Vita e libertà. Contro il fondamentalismo, un romanzo corale per la difesa dei diritti umani

“Ci sono tanti uomini e soprattutto donne che in Medio Oriente stanno cercando di fare la differenza difendendo i diritti umani, in nome della democrazia a cui aspirano. Non lottano contro l’Islam, il Corano o gli oltre 2.000.000.000 di fedeli nel mondo che professano la religione di Allah e Maometto. Sono persone che rivendicano la libertà di culto, credono nella pace, nel diritto universale a non essere succubi di una teocrazia che impone loro come vestirsi, cosa pensare, in che modo vivere ed esprimersi. Questo libro è dedicato alla resistenza al fondamentalismo, un inno alla libertà, talvolta persino alla gioia, costruito attraverso le storie di chi ha scelto di assumersi la responsabilità delle proprie idee perché era impossibile, quasi innaturale, restare indifferenti. Le principali protagoniste di questo romanzo corale sono innanzitutto le donne iraniane che hanno innescato una rivolta diventata emblema di una intera generazione”.

Così è affermato nel volume ‘Vita e libertà. Contro il fondamentalismo’, edito da Mimesis con Fondazione ‘Gariwo, il giardino dei Giusti’, scritto dai giornalisti Fabio Poletti e Cristina Giudici, direttrice del sito ‘NuoveRedici.world’, in cui si racconta le storie di uomini e donne, alcune noti altri sconosciuti ai più, che hanno lottato o che stanno ancora lottando per la libertà, che hanno detto no al fondamentalismo e all’oscurantismo religiosi. Persone che sono state uccise o che sono dovute fuggire in esilio.

I due autori in questi racconti hanno avuto la capacità di far emergere con attenzione e precisione da cronisti le storie di quanti dall’Iran all’Oman, dall’Afghanistan al Kurdistan possono essere collocati nella categoria dei ‘Giusti’: persone che si sono battute contro l’ingiustizia non solo nei propri confronti, ma anche in nome tanti altri.

E’ un libro contro il fondamentalismo, come ha scritto lo scrittore iracheno Younis Tawfik nella prefazione: “Credo che ci vogliano tanti racconti, come quelli ricordati da questo libro dedicato alle persone che con coraggio si sono ribellate al radicalismo per affermare la fede nella democrazia, nei diritti umani, nella difesa dei diritti umani. La storia del Medio Oriente e dei paesi musulmani è scritta anche da loro che si sacrificano per invertire il destino di popoli imprigionati dal radicalismo. I Giusti e le Giuste che continuano a opporsi al fondamentalismo rappresentano una speranza per poter salvarci dall’odio, dalla barbarie”.

Sbirciando l’indice delle storie, quello che si offre un elenco di 39 figure esemplari che in questi anni hanno agito nel segno della libertà, dei diritti umani e della democrazia: dalla prima storia intitolata ‘Hazaristan, Afghanistan’ in cui si scopre un genocidio perpetrato in Afghanistan sul finire del 1800 quando i gli Hazari erano il 65% della popolazione delle pianure e oggi sono poco meno del 20% anche se i Taliban li sottostimano al 9%; fino alle ultime tre figure tutte donne iraniane che raccontano di Masha Jini Amini (uccisa dalla polizia morale iraniana per i capelli che uscivano dal velo), Sarasadat Khademalsharieh campionessa di scacchi e Gohar Eshghi, che a 76 anni si è tolta il velo incitando i giovani a ribellarsi.

Queste storie raccontano di uomini come Mahmoud Mohamed Taha, il Ghandi del Sudan, e di donne come l’hazera Rahela Kaveer, che continua a guidare l’Afghan Women Empowerment Organization dall’esilio negli Usa, e di Habiba Al-Hinai, omanita campionessa olimpica che lotta contro le mutilazioni genitali in Oman dall’esilio in Germania.

Tali storie raccontano di coraggio e dignità, altruismo e solidarietà, come quella del commesso Lassana Bathily, che salvò una ventina di ebrei parigini nascondendoli in una cella frigorifera, o quella della guida turistica tunisina Mohamadi Naceur (Hamadi) Ben Abdesslem, che salvò 45 turisti italiani facendoli fuggire da una porta di sicurezza del Museo del Bardo.

Ai due autori del volume, Fabio Poletti e Cristina Giudici, chiediamo di spiegarci il motivo per cui hanno scritto un libro contro i fondamentalismi ed i radicalismi: “L’idea di scrivere ‘Vita e libertà contro il fondamentalismo’, pubblicato dall’editore Mimesis, nella collana Campo Libero curata dalla Fondazione Gariwo, è nata dopo l’uccisione di Mahsa Jina Amini, ammazzata dalla Polizia Morale iraniana perché non indossava il velo correttamente. Una morte che sta scuotendo l’Iran e che ha colpito molto l’Occidente, dove i diritti umani più elementari sono dati per acquisiti. Dopo quella storia ne abbiamo scoperte altre decine che abbiamo pubblicato sul sito  della Fondazione Gariwo e che danno un quadro fosco di come una certa applicazione del Corano faccia da paravento per sopprimere alcuni diritti fondamentali delle persone. Questo, lo scriviamo nelle prime righe della nostra introduzione, non è ovviamente un libro contro la religione musulmana professata da miliardi di persone nel mondo.

Perchè il libro è ‘una lettura importante per continuare a credere nell’umanità’?

Perché, lo abbiamo sperimentato sulla nostra pelle, misurandoci con le difficoltà della comoda vita occidentale, nulla è paragonabile alle sofferenze di chi lotta per i propri diritti nel loro Paese. Malgrado le violenze, le impiccagioni, la barbarie continua, non si fermano le proteste in Iran o in Arabia Saudita, degli hazara contro i talebani in Afghanistan o dei curdi che vogliono vivere in pace in Rojava, la loro patria non riconosciuta”.

Cosa raccontano queste storie?

“Sono storie di coraggio e di incredibile umanità. C’è Homa Darabi, una dottoressa iraniana, che si diede fuoco quando le impedirono di lavorare, perché non indossava il velo. Mentre bruciava gridava per la prima volta ‘donna, vita, libertà’. C’è la calciatrice  afghana Khalida Popal, costretta all’esilio, che ha portato in salvo le atlete ed i loro familiari, quando gli americani hanno lasciato Kabul. O la storia scritta da Gabriele Nissim, presidente della Fondazione Gariwo, di Lassana Bathily, il musulmano che ha salvato gli ebrei di Parigi durante gli attentati del 2015. Sono 40 capitoli, 38 storie, ambientate in 10 Paesi, dall’Arabia Saudita al Sudan, dall’Iran all’Iraq, dall’Afghanistan al Libano”.

Contro cosa lottano queste persone?

“Lottano per i propri diritti, per la libertà e per la propria vita. Sono musulmani, alcuni praticanti. La loro non è una guerra contro la religione. Nargess Eskandari-Grünberg, ex sindaco di Francoforte in Germania, scappata dall’Iran, lo dice in modo molto chiaro nel libro: Cosa vogliono i giovani iraniani? Vogliono ascoltare la musica pop, scendere in strada, tenersi per mano e baciarsi. Vogliono una vita normale. Non hanno armi, solo la voce e un cellulare. Stanno lottando per i nostri stessi diritti”.

E la Fondazione Gariwo cosa c’entra?

“La Fondazione Gariwo ha voluto questo libro che raccoglie le schede, aggiornate e approfondite, pubblicate nell’Enciclopedia dei Giusti sul sito. Lo spiega bene Gabriele Nissim, il presidente della Fondazione, che ha collaborato attivamente alla realizzazione di questo libro che raccoglie anche alcune sue storie: Fin dalla sua nascita, Gariwo ha proposto una nuova cultura della responsabilità, affrontando il tema della memoria della Shoah e dei genocidi del ‘900 attraverso le storie dei Giusti. Gli uomini e le donne che salvano delle vite nei genocidi, difendono la dignità umana nelle dittature, cercano di prevenire i meccanismi dell’odio che creano le condizioni di una deriva estrema, mostrano in modo inequivocabile che gli esseri umani hanno sempre una possibilità di scelta.

Anche pochi Giusti possono salvare l’idea di speranza e di futuro, perché provano che l’essere umano, pur all’interno della sua fragilità, ha la possibilità di diventare arbitro del suo destino. Si trasmette così, a partire dal male estremo, un messaggio ottimista. Se ogni uomo si assume una responsabilità è possibile ribaltare le situazioni, anche se i risultati non sono quantificabili e immediati. Scegliere è un atto di libertà individuale che permette ad ogni essere umano di porsi come argine nei confronti del male”.

Perchè è importante raccontare queste storie?

“Il libro è dedicato a Mahsa Jina Amini ‘e a tutti coloro dei quali non conosciamo nemmeno il nome’. Rendere pubblici i loro nomi, far conoscere le loro storie, è un modo per farli sentire meno soli. Se è vero che chi salva una vita salva il mondo intero, è altrettanto vero che chi si batte per la libertà e per i diritti umani, si batte per la libertà di tutti quanti noi”.

Perchè avete fondato il sito ‘Nuoveradici.world?

“NuoveRadici.world è stato concepito nel 2018 da un’intuizione della giornalista Cristina Giudici e dal desiderio di una narrazione corretta sull’immigrazione e sulle seconde generazioni, svincolata da tesi precostituite, pregiudizi, demagogia e orientamenti politici che influenzano l’opinione pubblica e i comportamenti sociali. Il presupposto originale era l’urgenza di contrastare un dibattito polarizzato, che si basa esclusivamente sulla contrapposizione fra immigrato buono o cattivo.

Considerato solo come risorsa o minaccia. E per questo motivo è partita un’operazione culturale che propone una narrazione laica per favorire la comprensione della trasformazione della nostra società sempre più in evoluzione. In cui il prossimo referendum sulla cittadinanza è solo il tentativo di allineare una legislazione carente e arretrata con il Paese reale dove vivono e convivono oltre 6.000.000 di persone di origine straniera”.

(Tratto da Aci Stampa)

Papa Leone XIV ai governanti: la politica deve tutelare il bene comune

“L’azione politica è stata definita da Pio XI, con ragione, ‘la forma più alta di carità’. E in effetti, se si considera il servizio che svolge a favore della società e del bene comune, essa appare realmente come un’opera di quell’amore cristiano che non è mai una teoria, ma sempre segno e testimonianza concreta dell’agire di Dio in favore dell’uomo”: con un’espressione di papa Pio XI alla Fuci papa Leone XIV ha accolto i parlamentari di 68 Paesi per il Giubileo dei governanti, ricordando il compito di ‘tutelare il bene della comunità’, di promuovere un’effettiva libertà religiosa e di rispondere alla ‘grande sfida dell’intelligenza artificiale’, per progettare ‘stili di vita sani, giusti e sicuri’ soprattutto per i giovani.

Ed ha proposto tre considerazioni, di cui la prima riguarda il bene comune: “La prima riguarda il compito, a voi affidato, di promuovere e tutelare, al di là di qualsiasi interesse particolare, il bene della comunità, il bene comune, specialmente in difesa dei più deboli ed emarginati. Ad esempio, si tratta di adoperarsi affinché sia superata l’inaccettabile sproporzione tra una ricchezza posseduta da pochi e una povertà estesa oltremisura”.

Infatti tutelare il bene comune significa aver cura dei poveri: “Quanti vivono in condizioni estreme gridano per far udire la loro voce e spesso non trovano orecchie disposte ad ascoltarli. Tale squilibrio genera situazioni di permanente ingiustizia, che facilmente sfociano nella violenza e, presto o tardi, nel dramma della guerra. Una buona azione politica, invece, favorendo l’equa distribuzione delle risorse, può offrire un efficace servizio all’armonia e alla pace sia a livello sociale, sia in ambito internazionale”.

Poi la politica deve tutelare la libertà religiosa: “Anche in questo campo, oggi sempre più di attualità, l’azione politica può fare tanto, promuovendo le condizioni affinché vi sia effettiva libertà religiosa e possa svilupparsi un rispettoso e costruttivo incontro tra le diverse comunità religiose. Credere in Dio, con i valori positivi che ne derivano, è nella vita dei singoli e delle comunità una fonte immensa di bene e di verità”.

E sant’Agostino è chiaro nel decifrare la libertà religiosa: “Sant’Agostino, in proposito, parlava di un passaggio dell’uomo dall’amor sui (l’amore egoistico per sé stesso, chiuso e distruttivo) all’amor Dei (l’amore gratuito, che ha la sua radice in Dio e che porta al dono di sé), come elemento fondamentale nella costruzione della civitas Dei, cioè di una società in cui la legge fondamentale è la carità”.

Un altro punto dell libertà religiosa riguarda la ‘legge naturale’ attraverso una citazione ciceroniana: “A tale scopo, un riferimento imprescindibile è quello alla legge naturale, non scritta da mani d’uomo, ma riconosciuta come valida universalmente e in ogni tempo, che trova nella stessa natura la sua forma più plausibile e convincente… La legge naturale, universalmente valida al di là e al di sopra di altre convinzioni di carattere più opinabile, costituisce la bussola con cui orientarsi nel legiferare e nell’agire, in particolare su delicate questioni etiche che oggi si pongono in maniera molto più cogente che in passato, toccando la sfera dell’intimità personale”.

Per questo è stata approvata la Dichiarazione dei Diritti Umani: “La Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, approvata e proclamata dalle Nazioni Unite il 10 dicembre del 1948, appartiene ormai al patrimonio culturale dell’umanità. Quel testo, sempre attuale, può contribuire non poco a mettere la persona umana, nella sua inviolabile integralità, a fondamento della ricerca della verità, per restituire dignità a chi non si sente rispettato nel proprio intimo e nelle esigenze della propria coscienza”.

Mentre l’ultima considerazione riguarda le implicazioni nella società dell’Intelligenza Artificiale: “In particolare, non bisogna dimenticare che l’intelligenza artificiale ha la sua funzione nell’essere uno strumento per il bene dell’essere umano, non per sminuirlo né per definirne la sconfitta. Quella che si delinea, dunque, è una sfida notevole, che richiede molta attenzione e uno sguardo lungimirante verso il futuro, per progettare, pur nel contesto di scenari nuovi, stili di vita sani, giusti e sicuri, soprattutto a beneficio delle giovani generazioni”.

 Richiamando un discorso di papa Francesco il papa ha ribadito il ‘valore’ della vita umana: “La vita personale vale molto più di un algoritmo e le relazioni sociali necessitano di spazi umani ben superiori agli schemi limitati che qualsiasi macchina senz’anima possa preconfezionare. Non dimentichiamo che, pur essendo in grado di immagazzinare milioni di dati e di offrire in pochi secondi risposte a tanti quesiti, l’intelligenza artificiale rimane dotata di una ‘memoria’ statica, per nulla paragonabile a quella dell’uomo e della donna, che è invece creativa, dinamica, generativa, capace di unire passato, presente e futuro in una viva e feconda ricerca di senso, con tutte le implicazioni etiche ed esistenziali che ne derivano”.

Infine con una citazione di san Giovanni Paolo II il papa ha avvertito i politici a fornire risposte alle nuove sfide, come fede san Tommaso Moro: “La politica non può ignorare una provocazione di questa portata. Al contrario ne è chiamata in causa, per rispondere a tanti cittadini che giustamente guardano, al tempo stesso, con fiducia e preoccupazione alle sfide di questa nuova cultura digitale.

San Giovanni Paolo II, in occasione del Giubileo del 2000, ha additato ai politici, come testimone a cui guardare e intercessore sotto la cui protezione porre il loro impegno, San Tommaso Moro. In effetti, Sir Thomas More fu uomo fedele alle sue responsabilità civili, perfetto servitore dello Stato proprio in forza della sua fede, che lo portò a interpretare la politica non come professione, ma come missione per la crescita della verità e del bene…

Il coraggio con cui non esitò a sacrificare la sua stessa vita pur di non tradire la verità, lo rende ancora oggi, per noi, un martire della libertà e del primato della coscienza. Possa il suo esempio essere anche per ciascuno di voi fonte di ispirazione e di progettualità”.

(Foto: Santa Sede)

Con il prof. Adriano Dell’Asta per non dimenticare Aleksej Naval’nyj

“Contro che cosa si era battuto il Signore? Contro la menzogna, l’ipocrisia, la schiavitù, l’usurpazione del potere da parte di delinquenti e ladri. Contro tutto quello che maggiormente ci disgusta, che ha disgustato molti prima di noi e disgusterà molti dopo di noi. Non aveva chi potesse sostenerlo, cose come i nostri meeting erano proibite, gli ‘omon’ (unità speciali antiterrorismo della polizia russa dipendenti dal Ministero dell’Interno della Federazione Russa e, in passato dell’Unione Sovietica, ndr.) lo tormentavano con le lance, i mass media erano sotto il controllo dei farisei, al potere c’erano dei furfanti con proprietà immobiliari all’estero.

E dei dodici che componevano il comitato centrale del suo partito, uno era un provocatore, un traditore che si era venduto per soldi e si era messo al servizio della Sezione ‘E’ del tempo. I malvagi distrussero tutto quello che era stato fatto. I discepoli furono costretti a rinnegarlo. Lui stesso fu torturato e ucciso. E tutto crollò e calarono le tenebre. Cosa sono tutte le nostre ‘difficoltà’ ed i nostri ‘problemi’ in confronto a ciò che ha dovuto provare lui? Ma il Bene, la Giustizia, la Fede, la Speranza e la Carità ebbero comunque la meglio”.

Partiamo da questa frase che Aleksej Naval’nyj scrisse nel periodo pasquale 2014, ora raccolto nel volume ‘Io non ho paura, non abbiatene neanche voi’, curato da Marta Carletti Dell’Asta e da Adriano Dell’Asta, che insegna Lingua, cultura e letteratura russa all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Brescia, già direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di Mosca dal 2010 al 2014, e presidente dell’associazione ‘Russia cristiana’, a cui chiediamo di raccontarci la situazione dei diritti umani in Russia ad un anno dalla morte di Aleksej Naval’nyj, avvenuta il 16 febbraio 2024:

“Se è possibile, peggiora ogni giorno di più. A metà gennaio, gli stessi avvocati di Naval’nyj sono stati condannati a pene detentive tra i tre e i cinque anni, sotto l’accusa di far parte di un’organizzazione ‘estremista’, ma in realtà unicamente per aver svolto le loro mansioni professionali. Alla fine del luglio scorso, un prigioniero di coscienza come il pianista Pavel Kušnir è morto facendo uno sciopero della sete in prigione. Altri detenuti, come lo storico Jurij Dmitriev, sono gravemente malati e non ricevono assistenza adeguata. E potremmo continuare a lungo”.

‘Ecco la ricetta (breve) della felicità: scegliere qualcosa che si ama molto, privarsene per un po’ e poi riprenderla. Solo ricordatevi che questo non si applica alle persone: dimostrate sempre amore alle persone che vi sono care’: quale era la ricetta della felicità di Naval’nyj?

“Lo diceva lui stesso in uno dei suoi messaggi dalla prigione: ‘ho un immenso e raro privilegio nella Russia di oggi: dico ciò che ritengo giusto e faccio ciò che considero necessario’: la felicità per lui era essere uscito dal regno della menzogna di regime e dire la verità, quale che fosse il costo, perché l’uomo è felice se realizza se stesso nel suo servizio ai figli, alla famiglia, alla sua gente, per costruire, lo diceva ancora lui stesso, la bellissima Russia del futuro”.

Giorni fa è stato il primo anniversario della sua morte: è vero che in Occidente non lo si è ricordato abbastanza?

“Non direi che lo si sia ricordato poco: grandi quotidiani e televisioni gli hanno dedicato servizi anche importanti. E’ tuttavia vero che molto spesso si è rischiato di dimenticare il cuore della sua testimonianza: Naval’nyj è stato sicuramente un oppositore politico ma, soprattutto, come gli riconosceva un grande difensore dei diritti civili dell’epoca sovietica, è stato un ‘dissidente di classe’, intendendo con questa espressione un uomo che aveva lottato innanzi tutto non per degli ideali astratti o per qualche idea politica particolare, ma per la verità dell’umano nella sua interezza e aveva capito che per sostenere una simile battaglia, in una situazione come quella russa attuale (dove chi si oppone al regime rischia letteralmente la vita), bisognava avere una motivazione capace di andare ben oltre l’immediato e approdare all’eterno.

Nelle commemorazioni, pur importanti, si è avuto molto pudore a ricordare questa ispirazione esplicitamente religiosa del suo agire, un’ispirazione che però non è frutto delle nostre interpretazioni, ma è nelle sue stesse parole, ripetute più volte; lui stesso lo dice testualmente: ‘l’espressione ‘beati coloro che hanno fame e sete di giustizia, perché saranno saziati’ sembra alquanto esotica, bizzarra, ma in realtà è l’idea politica più importante che abbiamo oggi in Russia”.

Intanto la repressione dei giornalisti continua: quanto è scomoda la libertà di stampa?

“La libertà di stampa non è solo scomoda per il potere, ma gli fa paura: il regime teme innanzitutto la verità perché si regge totalmente sulla menzogna e non può accettare alcuna dialettica e libertà di discussione sul presente e sul passato del Paese”.

Inoltre sono stati chiusi anche alcuni luoghi ‘simbolo’: quale segnale è la chiusura del Museo della storia del Gulag?

“La chiusura del Museo della storia del Gulag è solo uno degli innumerevoli segnali della paura della verità di cui stiamo parlando; prima era stata preceduta, nel dicembre del 2021, dalla chiusura di Memorial (l’associazione che dalla fine degli anni ‘80, con il riconoscimento ufficiale e la legalizzazione voluta da Gorbačëv, si era occupata di mantenere viva la memoria delle repressioni in epoca sovietica, raccogliendo materiali, testimonianze e un archivio enormi e stimati in tutto il mondo);

contemporaneamente era venuta l’adozione del testo unico per le lezioni di storia in tutti i livelli d’istruzione, che presenta una vera e propria riscrittura della storia sovietica (con al centro la rivalutazione della figura di Stalin). Negli ultimi mesi si era avuta la rimozione sempre più frequente delle targhe dell’ ‘Ultimo indirizzo’ (un’iniziativa sul tipo delle nostre ‘pietre d’inciampo’, con la differenza che nel caso russo venivano ricordati i deportati nei campi sovietici). E anche qui potremmo continuare a lungo”.

‘Io non ho paura, non abbiatene neanche voi’: cosa resta del suo pensiero?

“Resta letteralmente quello che viene detto in questa espressione che dà il titolo alla raccolta che ho curato per la casa editrice ‘Morcelliana – Scholè’: il regime si regge sulla paura, e per superare la tragedia di una vita governata dalla paura basta superare innanzitutto la paura, molto semplicemente non avere paura e non credere che questo possa essere un privilegio di pochi eroi; Naval’nyj era molto realista, sapeva perfettamente che tutti possiamo avere paura, ma sapeva anche che il regime poteva reggersi solo finché i suoi sudditi non scoprivano di non essere soli nell’amore per la verità. Ricordare Naval’nyj è un modo per dire a ciascuno di noi e al mondo che l’amore per la verità è possibile in ogni circostanza”.

Riunione dei Ministri degli Affari Esteri del G7: il Civil7 esorta i G7 a maggiore chiarezza e azione per la pace

Il 26 novembre si è conclusa a Fiuggi la riunione dei Ministri degli Affari Esteri del G7, ospitata dall’Italia nell’anno di presidenza che sta per concludersi. Un contesto internazionale sempre più conflittuale e pericoloso richiede uno sforzo globale senza precedenti per ristabilire un sistema multilaterale che promuova percorsi di pace e diritto internazionale, anziché derive verso ulteriori guerre. Come il C7 ha più volte affermato, il G7 può essere parte del problema, se promuove unilateralmente gli interessi delle economie più sviluppate, o parte della soluzione, se difende i diritti umani e gli interessi comuni dell’umanità e del pianeta.

Le drammatiche violazioni, flagranti e impunite, del diritto internazionale umanitario provocano enormi sofferenze ai civili. Il G7 e gli altri Stati dovrebbero evitare questa complicità silenziosa che permette alla guerra continue devastazioni. Essi dovrebbero invece rispettare e far rispettare il diritto internazionale umanitario e i suoi principi di distinzione, proporzionalità e precauzione, condannando tutte le violazioni del diritto internazionale umanitario da parte di qualsiasi attore in ogni conflitto e guerra. Assistiamo ad un’inquietante contraddizione tra gli appelli dei governi alla pace e ai cessate il fuoco e il trasferimento di armi, parti e munizioni alle parti in conflitto.

Ribadiamo quindi la necessità di rafforzare e utilizzare il sistema di regole delle Nazioni Unite, chiedendo ai governi di aderire e impegnare tutti i partner e gli alleati nei trattati internazionali per prevenire la guerra e sul disarmo, nel rispetto delle Risoluzioni delle Nazioni Unite e per proteggere le istituzioni dell’ONU, inclusa la particolare situazione dell’UNRWA.

La fragilità della pace globale, il persistere dei conflitti armati e l’aumento del rischio di uso delle armi nucleari richiede la massima urgenza e azioni concrete, che ancora non vediamo. È necessario un più forte impegno politico per implementare soluzioni sostenibili che affrontino le sfide strutturali e sistemiche. Chiediamo di spostare le risorse finanziarie dal settore militare alla diplomazia, alla sicurezza umana e alla spesa sociale per promuovere il dialogo e combattere le cause sistemiche di disuguaglianze, povertà e vulnerabilità.

Un sistema multilaterale più forte, un impegno condiviso per la tutela dei diritti umani, un sistema finanziario ed economico equo sono i presupposti per una pace sostenibile. Il C7 chiede pertanto ai Paesi del G7 di assumersi urgentemente le proprie responsabilità in questa prospettiva per un futuro più pacifico, giusto e sicuro.

(Foto: Ministero degli Esteri)

Navalny come Politkovskaya

“Dopo essere stato avvelenato, ingiustamente imprigionato e torturato, Aleksei Navalny è deceduto, dopo 37 mesi di sofferenza dietro le sbarre, a seguito di un trasferimento in una delle carceri più remote e dure della Russia. Aleksei era un prigioniero di coscienza, detenuto solo per aver denunciato un governo repressivo”: è quanto dichiarato da Agnès Callamard, segretaria generale di Amnesty International, all’indomani della morte dell’oppositore di Putin, che ha poi aggiunto:

“Navalny chiedeva libertà politica per sé e i suoi sostenitori; denunciava la corruzione e sfidava Putin. La sua morte è una testimonianza devastante e grave delle condizioni di vita sotto il regime oppressivo e repressivo del Cremlino. Ha pagato il prezzo più alto per aver espresso la propria opinione critica e per aver difeso la libertà d’espressione. Amnesty International è al fianco di tutti coloro che lottano per i diritti umani dentro e fuori i confini della Russia”.

Ed ha spiegato le condizioni del prigioniero russo: “Navalny è stato privato delle cure mediche, è stato tenuto per lunghi periodi in isolamento ed è stato vittima di sparizione forzata, quando è stato trasferito in una delle colonie penali più lontane che ci siano, vicino al Circolo polare artico. Le autorità russe hanno rifiutato di indagare adeguatamente e di essere trasparenti sulle precedenti accuse di violazioni dei suoi diritti umani”.

E’ un richiamo alla comunità internazionale a richiedere verità sulla sua morte: “Mentre è in corso la ricerca di giustizia, è chiaro che abbiamo poche vie a nostra disposizione. E’ quindi fondamentale che la comunità internazionale intraprenda azioni concrete affinché tutti coloro che sono responsabili della morte di Navalny rendano conto delle proprie azioni. Dobbiamo urgentemente chiedere alle Nazioni Unite di utilizzare le loro procedure e i loro meccanismi speciali per occuparsi della morte di Navalny”.

Per questo è stata chiara e precisa la dichiarazione del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella: “La morte di Aleksej Navalnyj nel carcere russo di Kharp rappresenta la peggiore e più ingiusta conclusione di una vicenda umana e politica che ha scosso le coscienze dell’opinione pubblica mondiale.

Per le sue idee e per il suo desiderio di libertà Navalnyj è stato condannato a una lunga detenzione in condizioni durissime. Un prezzo iniquo e inaccettabile, che riporta alla memoria i tempi più bui della storia. Tempi che speravamo di non dover più rivivere. Il suo coraggio resterà di richiamo per tutti”.

L’ong ha sottolineato la responsabilità di Putin: “Aleksej Naval’nyj è stato ucciso in prigione. L’amministrazione penitenziaria ha trasmesso la notizia e intende svolgere verifiche per stabilire la causa di morte; gli inquirenti hanno debitamente annunciato qualcosa di simile.

Non ce n’è bisogno, quella causa è già nota. Naval’nyj è stato assassinato; di questo assassinio pianificato e attuato metodicamente è responsabile lo stato russo, inclusi quegli stessi enti che ora cianciano di verifiche”.

Dopo aver ricostruito gli ultimi quattro anni del dissidente russo l’ong per la difesa dei diritti umani ha ribadito che tale uccisione è un assassinio politico: “Questo non è un semplice assassinio politico: è un attentato alla speranza. Ma è in nostro potere impedire questo ultimo crimine contro Naval’nyj, e anche di fermare altri assassini politici in corso proprio ora. Aleksej era straordinario per il coraggio, la tenacia e l’ottimismo. Per noi sarà sempre un esempio da seguire, una fonte di ispirazione che infonde speranza e non permette di lasciarsi cadere le braccia”.

Per il prof. Adriano Dell’Asta, vicepresidente della Fondazione ‘Russia Cristiana’, il dissidente è un esempio di libertà: “Esempio di democrazia, aveva mostrato in atto la disponibilità a battersi per una causa non strettamente personale: era infatti tornato in patria dopo che era stato oggetto di un tentato avvelenamento, ben sapendo di essere destinato alla galera, ma convinto di dover dare un esempio di coraggio civile che potesse scuotere un’opinione pubblica troppo accomodante con il potere, in patria ma, non dimentichiamolo, ancor più gravemente accomodante nel resto del mondo.

Ora a morire è Naval’nyj, ma non dimentichiamo, appunto, gli avversari politici, gli oppositori e i giornalisti eliminati in questo primo ventennio del XXI secolo. Esempio di libertà, non aveva smesso di essere libero, continuando a difendere la causa di tutta l’opposizione persino in carcere e persino quando vedeva che ogni sua azione scatenava le reazioni più odiose e assurde da parte dei suoi aguzzini. Esempio di dignità, col suo ritorno e con la sua resistenza, aveva mostrato cosa significhi essere uomini in questa nuova versione del ‘secolo lupo’, come la moglie del grande poeta Mandel’štam aveva chiamato i tempi di Stalin”.

Sul sito di Asia News don Stefano Caprio, docente di storia e cultura russa al Pontificio Istituto Orientale, ha ricostruito i minuti precedenti il decesso dell’oppositore russo: “Naval’nyj è morto ufficialmente alle 14.17, e la notizia è stata diffusa con un comunicato stampa dell’amministrazione penitenziaria alle 14.19, per girare sui canali della Tass alle 14.20, annunciando alle 14.23, sei minuti dopo la morte, la ‘verosimile formazione di un trombo’, senza alcuna autopsia o conferma di medici competenti.

Il portavoce del Cremlino, Dmitrij Peskov, ha commentato la ‘spiacevole notizia’ alle ore 14.30, meno di un quarto d’ora dopo la morte. Il cronometraggio ufficiale, e non le supposizioni dei malvagi occidentali, dimostrano che si è trattato veramente di un’operazione pianificata e concordata ai massimi livelli, fino ai minuti secondi, con comunicati già pronti e stampati.

Putin non si farà ovviamente alcuno scrupolo nel negare ogni tipo di evidenza, ciò che rappresenta la sua migliore capacità professionale fin dai tempi del Kgb, ma non c’è modo di occultare un crimine di portata così clamorosa, tanto che in tutta la Russia sono in corso manifestazioni spontanee di grande partecipazione emotiva, segno che nel fondo dell’anima dei russi si conserva ancora la fiammella di Naval’nyj”.

Dopo la morte la polizia russa ha bloccato l’accesso al memoriale delle vittime della repressione politica ed ha arrestato coloro che erano venuti a commemorare l’oppositore, che secondo l’ong OVD per i diritti umani sono oltre 400 i detenuti in 30 città russe per aver voluto ricordare il dissidente. Inoltre 24 ore dopo è morto anche il fotografo Dmitry Markov, che aveva documentato le proteste del 2021 per l’arresto dell’oppositore al suo ritorno in Russia dalla Germania.

(Foto: Amnesty International)

Don Yoannis Lahzi Gaid spiega la guerra ‘Frutto del nostro silenzio di fronte alle ingiustizie’

E’ l’uomo del dialogo interreligioso, delegato da Papa Francesco a occuparsi di creare reti tra persone del mondo appartenenti a fedi religiose diverse. A Latina ha tenuto una conferenza sulla situazione tragica di Gaza e dello scontro tra Hamas e Israele, don Yoannis Lahzi Gaid, egiziano copto, pontino d’adozione, per sei anni segretario personale di papa Francesco, che ha l’incarico di membro dell’Alto Comitato per la Fratellanza Umana, l’organismo che promuove i valori proposti nel ‘Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune’, firmato il 4 febbraio del 2019 ad Abu Dhabi dal Pontefice e dal grande Imam di Al-Azhar, Ahmed al-Tayyeb.

A Rondine il Premio De Sanctis per i diritti umani

Martedì 24 ottobre, presso la Corte Suprema di Cassazione, Rondine Cittadella della Pace è stata insignita del Premio De Sanctis per i diritti umani alla presenza della Prima Presidente Margherita Cassano, del Presidente della Fondazione De Sanctis, Francesco De Sanctis, e del Presidente del Premio De Sanctis, Gianni Letta.

Medio Oriente: dall’Italia appelli alla pace

“Continuo a seguire con lacrime e apprensione quanto sta succedendo in Israele e Palestina: tante persone uccise, altre ferite. Prego per quelle famiglie che hanno visto trasformare un giorno di festa in un giorno di lutto e chiedo che gli ostaggi vengano subito rilasciati. E’ diritto di chi è attaccato difendersi, ma sono molto preoccupato per l’assedio totale in cui vivono i palestinesi a Gaza, dove pure ci sono state molte vittime innocenti. Il terrorismo e gli estremismi non aiutano a raggiungere una soluzione al conflitto tra Israeliani e Palestinesi, ma alimentano l’odio, la violenza, la vendetta, e fanno solo soffrire gli uni e gli altri. Il Medio Oriente non ha bisogno di guerra, ma di pace, di una pace costruita sulla giustizia, sul dialogo e sul coraggio della fraternità”.

Storie di donne dall’Afghanistan

Il 15 agosto del 2021 i talebani riprendevano definitivamente il controllo di Kabul, capitale dell’Afghanistan, ripristinando il loro dominio sul paese dopo 20 anni di presenza occidentale. L’esercito regolare afghano, fedele al governo civile di Ashraf Ghani e addestrato dalle forze occidentali, sembrò sciogliersi come neve al sole di fronte all’offensiva dei talebani, disarcionati dall’invasione a guida USA nel paese iniziata il 7 ottobre 2001.

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