Dall’Abbadia di Fiastra una sfida culturale contro il coronavirus

‘Ora et Labora’ e ‘Cruce et aratro’: queste sono le regole fondamentali di vita che hanno, da sempre, ispirato e guidato il lavoro dei Cistercensi dell’Abbazia di Chiaravalle di Fiastra, in provincia di Macerata, che dal sisma del 2016 non ci sono più; ma hanno lasciato un patrimonio inestimabile che ha impreziosito il valore fondamentale del territorio maceratese.

Però anche questa ‘oasi’ è stata per due mesi chiusa alla gente, che era solito trascorrere una domenica a passeggiare nel bosco e quindi alla riapertura, con le precauzioni consigliate, è ritornata a ‘riappropriarsi’ di questo ‘polmone’ spirituale ed ecologico. Per comprendere meglio come sono trascorsi questi primi fine settimane dopo la sospensione del lockdown all’Abbadia di Fiastra abbiamo incontrato Miria Salvucci, legale rappresentante della Cooperativa sociale ‘Meridiana Snc’, che da 30 anni gestisce i servizi turistici e l’educazione ambientale nella Riserva Naturale Abbadia di Fiastra e nel Parco Archeologico di Urbisaglia:

“Le mattine sono state abbastanza tranquille: diversa gente a fare sport e camminare; anche famiglie con bambini. Tutti molto felici di poter tornare a frequentare un luogo così bello. Nei pomeriggi più movimento, ma senza particolari problemi, grazie anche alla sorveglianza ad opera del personale convocato dalla Fondazione Bandini e dal comune di Urbisaglia.

Le persone sono state abbastanza attente al mantenimento delle distanze, meno attenzione in ragazzi e giovani. Abbiamo constatato che c’è stato un aumento del flusso dei visitatori in sentieri prima poco frequentati, sicuramente perché è avvertita l’esigenza del distanziamento”.

Dopo questa forzata pausa in quale modo è possibile ridisegnare un percorso culturale e religioso per visitare l’Abbadia di Fiastra?

“Il percorso culturale riprenderà appieno quando si potranno riaprire il monumento e i musei alle visite di gruppi, associazioni, parrocchie…e quando si potranno riproporre mostre e concerti. Il luogo si presta particolarmente a queste attività visti gli ampi spazi disponibili, anche esterni.

Servirà un maggiore coordinamento fra la società che opera nei servizi turistici, la Fondazione Bandini, la Fondazione Carima, la parrocchia e tutti i commercianti che lavorano in questo luogo, in modo da ottemperare insieme alle norme anti-contagio e nello stesso tempo realizzare percorsi culturali di animazione del territorio.

Dal punto di vista religioso, dopo il trauma della partenza dei monaci e la chiusura del priorato cistercense, sembra ora che la presenza dei due sacerdoti sia accettata dai fedeli che comunque numerosi frequentavano le Messe prima della chiusura. Ora si tratta di riprendere un discorso diverso, non più incentrato sulla preghiera e sulla vita monastica, ma su forme di spiritualità che portino all’incontro con Dio anche attraverso la natura e l’ambiente…i nostri sacerdoti credo stiano lavorando anche su questo”.

Quali sono i motivi per visitare il Maceratese questo anno?

“La nostra è una terra ricca di tutto ciò che serve a un turista per passare bene la vacanza, in un ambiente fatto di piccoli borghi poco frequentati e dove è facile mantenere le distanze. Quindi arte, storia, natura e ottima enogastronomia a portata di mano e a prezzi abbordabili dovrebbero spingere molti turisti a raggiungere i nostri territori. Nell’entroterra dobbiamo organizzarci per offrire un’accoglienza perfetta, informazioni e segnaletica stradale chiare, monumenti e musei aperti e puliti, sentieri praticabili e sicuri, compatibilmente con i danni del terremoto che ancora incombono”.

Quale contributo possono dare i luoghi culturali alla sfida del coronavirus?

“Per difenderci dal coronavirus ci viene richiesto il distanziamento sociale, continuare quindi a mantenere le distanze fra noi. Fino a ora lo abbiamo fatto stando a casa, ora dobbiamo iniziare a farlo tornando a riempire i luoghi che frequentavamo prima, anche i luoghi della cultura: musei, biblioteche, teatri…

Il loro contributo è importante per ritrovare una qualità della vita dignitosa e pienamente umana, ma sarà tutto più impegnativo, quindi occorrerà volerlo e facilitarne la fruizione il più possibile. Le pubbliche amministrazioni e i gestori dei locali dovranno investire più di prima risorse e creatività per consentire a tutti in sicurezza di arricchirsi di bellezza e arte”.

Da questa pandemia potrebbe nascere un ‘nuovo umanesimo’?

“Ciò che abbiamo subito nei due mesi di lockdown, cioè la forzata lontananza dalle persone che amiamo, dagli hobby e, per molti, anche dal lavoro, unito a molto tempo a disposizione per leggere e riflettere, potrebbe sicuramente portare ad un nuovo modo di intendere la vita e gli affetti. Almeno lo speriamo”.

(Foto: Fondazione Giustiniani Bandini; Tratto da Aci Stampa)

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