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Giornata del Rifugiato: occorre tutelare la persona

“E’ una realtà che interpella le nostre coscienze e ci chiama a fare di più per chi si trova in condizione di fragilità e bisogno per affermare l’inviolabilità della dignità di ogni persona. Non è solo questione umanitaria: è responsabilità giuridica e morale comune. Nella Giornata Mondiale del Rifugiato, si rinnova il dovere di ricordare che la tutela della persona, in ogni sua condizione, è principio fondativo della Repubblica Italiana, cuore dell’ordinamento europeo e pilastro del diritto internazionale”: così inizia il messaggio del presidente della Repubblica italiana, Sergio Mattarella, in occasione della giornata del rifugiato, che si celebra oggi.

Nel messaggio il presidente Mattarella ha sottolineato la sfida a cui è ‘chiamata’l’Italia: “L’Italia, anche per la sua collocazione geografica, si trova in prima persona a rispondere a questa sfida globale e ad affrontare le ragioni profonde di questi fenomeni. Si misurano in questo ambito le insufficienze dell’ordinamento internazionale che non riesce ad assolvere pienamente al compito di protezione di queste condizioni di fragilità, specie in questa fase di indebolimento e lacerazione delle relazioni fra gli Stati.

La visione della Repubblica Italiana, fondata sulla cooperazione multilaterale e sul dialogo, appare ancora più preziosa, con l’attivo coinvolgimento delle forze della società civile, per un approccio condiviso in grado di offrire risposte rapide, concrete ed efficaci”.

Alla fine del 2024, si stimava che 123.200.000 persone nel mondo fossero sfollate con la forza a causa di persecuzioni, conflitti, violenze, violazioni dei diritti umani ed eventi che hanno gravemente turbato l’ordine pubblico con un aumento di 7.000.000 persone, pari al 6% rispetto alla fine del 2023.

Mentre la Fondazione ISMU ha evidenziato che nello scorso anno, secondo i dati Eurostat, le domande di protezione internazionale presentate nei Paesi dell’Unione Europea sono state 997.000, con un calo del 12% rispetto al 1.130.000 del 2023. Inoltre con quasi 159.000 richieste di asilo l’Italia è terza dopo Germania e Spagna: “Le richieste presentate nel nostro Paese rappresentano il 16% di tutte quelle presentate nell’UE. Dal 2021 il numero di domande di protezione nel nostro Paese è in continua crescita e nel 2024 si è registrato il numero più elevato degli ultimi dieci anni”. 

I principali fattori che determinano la fuga rimangono i grandi conflitti come quello in Sudan, Myanmar e Ucraina. In Italia solo il 7,6% ottiene lo status di rifugiato. Per quanto riguarda le decisioni di prima istanza adottate, Fondazione ISMU ETS evidenzia che nello scorso anno in Italia quasi due terzi delle richieste di protezione (oltre 50.000 in numero assoluto su 78.000 esaminate) hanno avuto esito negativo. Il dato italiano è superiore a quello UE, dove gli esiti negativi sono meno della metà (48,6%). Nel 2024, dunque, nel nostro Paese sono state accolte poco più di un terzo delle richieste di asilo esaminate, e in particolare lo status di rifugiato è stato riconosciuto solo a 6mila persone, il 7,6% del totale”.

Relativamente alle decisioni di prima istanza sulle domande di asilo si rileva che negli anni 2012-2024 in Italia mediamente lo status di rifugiato viene riconosciuto in misura inferiore rispetto al complesso degli Stati Membri: il 10% dei casi a fronte di una media UE del 23%: “Nel nostro Paese, il dato più alto è stato raggiunto nel 2021, quando l’incidenza dello status di rifugiato è stata del 17% sul totale delle domande esaminate. Nel complesso dei Paesi UE, invece, è il 2015 l’anno in cui si è registrata la percentuale maggiore, con il 39% delle concessioni di protezione per Convenzione di Ginevra”. 

Una significativa peculiarità italiana è la protezione umanitaria, non prevista in molti Stati Membri: sul totale degli esiti positivi i permessi umanitari concessi nel 2024 sono stati il 41% del totale (oltre 11.000 casi), mentre nel complesso dei Paesi UE l’incidenza di tale forma di protezione è del 17%. Il peso relativo della protezione sussidiaria è invece simile tra Italia e totale UE: 38% vs 40%.

Infine nel 2024 hanno ottenuto lo status di rifugiato il 46% dei cittadini provenienti dall’Afghanistan, il 20% dei cittadini del Camerun, il 18% degli ivoriani e il 16% dei nigeriani. Per queste ultime nazionalità africane prevalgono le donne, che rappresentano oltre due terzi di coloro che hanno ottenuto lo status di rifugiato.  Nella media UE è l’Eritrea il Paese con la più alta percentuale di riconoscimento di status di rifugiato (oltre due terzi), seguito da Afghanistan (54%) e Somalia (36%).

Secondo il Centro Astalli i diritti umani sono posti in secondo piano, scavalcati dagli interessi delle nazioni: “ Secondo il Conflict Index 2024 di ACLED – Armed Conflict Location & Event Data, sono più di 50 i conflitti nel mondo, il numero più alto dal dopoguerra ad oggi. Così come milioni sono le persone rifugiate e sfollate, oltre 120.000.000, il numero più alto mai registrato da 80 anni a questa parte. Ottanta anni fa si assistette a una forte spinta di cambiamento collettivo. Era necessario un nuovo inizio, un impegno comune e condiviso per la costruzione di un nuovo futuro.

Una generatività che ieri come oggi è fondata sulla speranza che ‘non delude’. Oggi, mentre il mondo si scopre immobile davanti alle emergenze umanitarie e al grido di aiuto delle persone vulnerabili, in particolar modo se migranti e rifugiate, in balìa di muri legislativi e burocratici, di armi e giochi di potere, di onde, che si richiudono sui corpi sommersi nell’indifferenza generale, c’è bisogno di un sussulto di umanità fondata su un nuovo paradigma: un umanesimo planetario come nuova visione”.

Ed è stato evidenziato la speranza del ‘rifugiato’: “Alla miopia di un Occidente e di un’Europa che si rifiutano di guardare al di là dei propri orizzonti, si contrappone una speranza che è caratteristica comune di ogni persona rifugiata. Una speranza che è testimonianza incarnata nelle loro vite. Una testimonianza che si traduce in solidarietà spontanea di tanti cittadini e cittadine che aiutano i rifugiati con gesti concreti, superando la diffidenza e la paura, e di tanti rifugiati, essi stessi volontari nelle comunità, agenti di cambiamento e rappresentanti delle società che abitano. Tutti loro rivelano la vera dimensione dell’accoglienza: un incontro tra persone, tra uomini e donne che si conoscono e si riconoscono, un incontro di umanità, che apre a orizzonti nuovi”.

Luigino Bruni: il Giubileo è una ‘faccenda’ economica e sociale

“Il Giubileo biblico era soprattutto una faccenda economica e sociale. L’annuncio di un anno diverso, straordinario, quando si liberavano gli schiavi, si restituiva la terra ai proprietari originari, si rimettevano i debiti. La parola giubileo proviene dalla parola ebraica Jôbel, il suono del corno di montone con cui si aprivano alcune grandi feste. Ma forse vi è anche una eco di un’altra parola ebraica, jabal, che significava ‘restituire, mandar via’, che sottolinea le dimensioni sociali ed economiche. Il Giubileo era infatti un anno sabbatico al quadrato, che avveniva ogni sette anni sabbatici, quindi ogni 49 anni, arrotondati a 50”.

Con queste parole il prof. Luigino Bruni, docente di economia alla LUMSA di Roma e direttore scientifico di ‘The Economy of Francesco’ e presidente della Scuola di Economia civile, ha aperto l’incontro, nelle settimane scorse, sul giubileo ‘La speranza economica del Giubileo biblico tra passato e futuro’, svoltosi nelle scorse settimane nel complesso cistercense dell’Abbadia di Fiastra, nella diocesi di Macerata, invitato da don Rino Ramaccioni, in collaborazione con l’Azione Cattolica Italiana diocesana, il Sermirr di Recanati ed il Sermit di Tolentino, spiegando il significato di esso: “Per capire il Giubileo cristiano occorre dunque guardare al Giubileo biblico, e per comprendere questo occorre partire dall’anno sabbatico e quindi dallo shabbat, dal sabato. Il luogo della Scrittura fondamentale è il capitolo 25 del Levitico. Lì troviamo i tre pilastri del Giubileo: la terra, i debiti, gli schiavi. Nel Giubileo si dovevano compiere, con maggiore radicalità, i gesti di fraternità umana (debiti e schiavi) e cosmica (terra e piante) che si celebrano ogni sette anni nell’anno sabbatico. In quell’anno speciale la terra deve riposare”.

Anche Gesù si rapporta a tale concetto di giubileo: “Gesù aveva ben presente il Giubileo, come ci ricorda Luca, che ci mostra Gesù appena tornato a Nazareth che nella sinagoga legge il capitolo di Isaia relativo proprio all’anno giubilare: ‘Lo Spirito del Signore è sopra di me… e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista, per rimettere in libertà gli oppressi e predicare un anno di grazia del Signore’. Un ‘anno di grazia del Signore’, cioè un anno di liberazione: un anno giubilare. Gesù criticava uno shabbat che stava perdendo profezia per dirci che il Regno dei cieli è uno shabbat perenne, un settimo tempo che diventa tutto il tempo nuovo”.

Allora cosa è il giubileo biblico?

“Il giubileo è la profezia della bibbia di un anno diverso ogni sette anni, cioè sabbatico, ed ogni 50 anni un anno sabbatico al quadrato, in cui si liberavano gli schiavi, si rimettevano i debiti e si ridavano i terreni ai possessori originari. E’ un dispositivo anti idolatrico che c’è nella Bibbia per evitare che l’uomo diventi padrone della storia e delle persone. Quindi non lo abbiamo mai seguito e forse non si è mai fatto nella storia; però possiamo approfittare di questo anno giubilare per ricordarci che l’anno santo non riguarda le ‘colpe’ personali, ma è una faccenda economica, sociale e civile da vivere almeno una volta ogni 25 anni”.

Si può parlare di un ‘umanesimo’ giubilare?

“L’umanesimo biblico aveva tradotto questa dimensione di radicale gratuità del tempo e della terra con la grande legge del sabato e del giubileo, con la cultura del maggese, come si legge nel libro dell’Esodo. Non siamo noi i padroni del mondo. Lo abitiamo, ci ama, ci nutre e ci fa vivere, ma siamo suoi ospiti e pellegrini, abitanti e possessori di una terra tutta nostra e tutta straniera, dove ci sentiamo a casa e viandanti. La terra è sempre terra promessa, mèta di fronte a noi e mai raggiunta. E lo è anche la terra su cui abbiamo costruito la nostra casa, quella del nostro quartiere, quella dove cresce il grano del nostro campo”.

E’ un giubileo che comprende anche la natura?

“Alle radici della cultura biblica del maggese non c’è solo una tecnica saggia e sostenibile di coltivazione della terra. Nell’Esodo il maggese lo troviamo assieme al sabato e al giubileo, ed è quindi espressione di una legge più profonda e generale che riguarda la natura, il tempo, gli animali, le relazioni sociali, è profezia radicale di fraternità umana e cosmica. Puoi usare la terra sei giorni, non il settimo; puoi farti servire dal lavoro di altri uomini per sei giorni, non il settimo. Puoi e devi lavorare, ma non sempre, perché sempre lavoravamo quando eravamo schiavi in Egitto. L’animale domestico lavora sei giorni per te, ma il settimo non è per te. Il forestiero non è forestiero tutti i giorni, nel settimo è persona di casa con e come tutti. C’è una parte della tua terra e della tua ‘roba’ che non è tua, e che devi lasciare all’animale selvatico, allo straniero, al povero. Ciò che hai non è tutto e soltanto per te. Appartiene anche all’altro da te, che non è mai così ‘altro’ da uscire dall’orizzonte del ‘noi’. Tutti i veri beni sono beni comuni”.

Giubileo richiama anche il ‘settimo giorno’ cristiano?

“E’ vero; purtroppo ci siamo lasciati rubare il settimo giorno, lo abbiamo barattato con la cultura del week-end (dove i poveri sono ancora più poveri, gli animali ancora più soggiogati, gli stranieri ancora più stranieri). E la notte del settimo giorno sta inesorabilmente abbuiando gli altri sei. La terra non respira più, e a noi manca la sua aria. Abbiamo il dovere di ridonarle e ridonarci respiro, di ridonarlo ai nostri figli che hanno diritto a vivere in un mondo con un giorno diverso in più, a rifare l’esperienza del dono del tempo e della terra. Lo shabbat è allora caparra di un altro tempo, del ‘settimo tempo’ di Gioacchino da Fiore e dei francescani, di un tempo messianico quando tutto e tutti saremo solo e sempre shabbat”.

Quindi il giubileo è annuncio della liberazione degli schiavi?

“Il giubileo è questo, anche se poi nel mondo cattolico è diventata altra cosa. Mi auguro che questo tempo sia un momento propizio per ricordarci il significato di giubileo. Il giubileo non è una faccenda ‘privata’ di passare le porte e di confessarsi. Il giubileo è molto di più”.

Nella storia i francescani nel 1425, che è anche anno giubilare, crearono i Monti di Pietà ed i Monti frumentari: il giubileo è anche un momento comunitario?

“I Monti frumentari cercavano di arginare all’usura e stiamo riscoprendo in tutta Italia queste ‘banche’ del grano ed in questo giubileo è un occasione per riscoprire l’attenzione economica del giubileo. Senza questa dimensione di gratuità e di rispetto del mistero che siamo, alla vita manca quello spazio di libertà e generosità dove vive l’humus spirituale che fa maturare il ‘già’ nel ‘non-ancora’. E’ il luogo intimo e prezioso della generatività più feconda. E’ lì, nella terra libera perché non ‘messa a reddito’ per noi, dove ci raggiungono le grandi sorprese della vita che la cambiano per sempre, dove nasce la creatività vera”.

(Tratto da Aci Stampa)

XXXIV Tempo Ordinario: Solennità di Cristo Re e Signore dell’Universo

La festa di Cristo Re e Signore dell’Universo è l’evento fondamentale annunciato da Gesù stesso: Egli è il Re atteso  (il Messia) ed inaugura il Regno di Dio attraverso la sua  presenza ed opera .  Interrogato da Pilato, esplicitamente afferma: ‘Io sono Re’, mentre la folla grida: ‘è reo di morte’.   L’attuale festa (istituita nel 1925) ha profonde radici bibliche e teologiche; il titolo di Cristo Re ci permette di cogliere in modo chiaro la missione di Cristo Gesù re dei Giudei e Signore dell’universo, come Egli stesso  dirà dopo la risurrezione: ‘A me è stato dato ogni potere in cielo e in terra’ (Mt. 28,18). Pilato chiede a Gesù: ‘Tu sei re dei Giudei?’ 

Gesù, legittimamente richiesto, deve necessariamente affermare la propria regalità: ‘Tu lo dici, io sono Re’, salvo poi precisare la natura esatta di questa regalità: “il mio regno non è di questo mondo”, è in questo mondo ma non è di questo mondo. I re della terra hanno eserciti ed armi per combattere, Gesù è vero Re dei Giudei, titolo che equivale a Re Messia e Gesù non può negarlo; la diversità del suo regno appare chiaro perchè attorno a sé non ha sudditi ma uomini liberi che Egli chiama ‘amici’.

Il brano del Vangelo oggi ci presenta il grande processo della storia: davanti si trovano due personaggi Pilato e Gesù; Pilato rappresenta la forza e la potenza terrena  (rappresenta Roma e l’impero romano); Gesù è la verità divina nella quale si muove ed agisce il Cristo. Pilato è la signoria della potenza acquistata con le armi, lo spargimento di sangue e di tante vite umane; Cristo Gesù è la signoria dell’amore, una signoria che non si impone con la violenza ma cresce e si espande   con le testimonianza dell’amore.

Davanti a Pilato Gesù non accusa,  non protesta, non si difende  e non esita a proclamarsi re. Il suo silenzio fa quasi tremare Pilato, l’uomo potente che ha il potere nelle mani, potere decisionale di vita o di morte, eppure è vittima della paura, schiavo degli umori della folla che grida minacciando: se lo liberi ti accuseremo a Cesare. Gesù, condannato nel pretorio di Pilato, incute paura a tutti vivo e morto.

La verità è una sola: la regalità di Gesù è diametralmente opposta a quella mondana di Pilato. Il mio Regno, evidenzia Gesù a Pilato, non è di questo mondo: Gesù infatti non viene a dominare ma a servire; la regalità di Gesù è al di là dei parametri umani. Gesù non vuole attorno a sé servilismo ma uomini liberi e responsabili.

E’ la verità che ci fa uomini liberi, e la verità di Gesù non è una idea ma una realtà: Io sono la Via, la Verità e la Vita; solo stando dalla parte di Gesù e seguendo la sua parola l’uomo sperimenta la verità di Dio. Gesù, condannato a morte nel pretorio di Pilato, incute paura a tutti sia da vivo che da morto: a) paura a Pilato, costretto  a dichiarare la sua innocenza e a lavarsi le mani dicendo: sono innocente del suo sangue; b) paura ai capi del popolo e al sinedrio che vedono squarciarsi il velo del tempio da cima a fondo; c) paura al centurione romano che lo assiste al calvario sino alla morte e va via dicendo: costui era veramente il figlio di Dio; d) paura a Giuda, il traditore, che corse ed andò ad impiccarsi ad un albero.

Gesù è il vero Re ma il suo regno non trova riscontro nelle categorie politiche umane: un regno contro la falsità perchè Egli è il Re della verità: ‘Sono venuto nel mondo per rendere testimonianza della verità: chiunque è dalla verità ascolta la mia voce’.

Un regno contro gli egoismi e gli odi: Egli è il re dell’amore. Gesù rifiutò il titolo di Re, quando questo era inteso in senso politico, alla stregua dei ‘capi della nazione’, ma, interrogato ufficialmente da Pilato, rispose: ‘Tu lo dici, sono re, ma il mio regno non è di questo mondo’, rivendicando così la sua regalità. 

Il pontefice san Paolo VI, intrepido difensore della regalità di Cristo contro il relativismo imperante, affermò con forza e tenacia la verità regale di Cristo Gesù instaurando l’autentico umanesimo cristiano. In che cosa consiste il suo potere regale? Il potere di dare la vita eterna, liberare dal male, sconfiggere il dominio della morte.

E’ il potere dell’amore che sa ricavare il bene anche dal male, la bontà anche dai cuori più induriti. Un regno che si impone ma rispetta la libertà di ciascuno: ogni uomo rimane libero di allearsi con Cristo o contro Cristo, di praticare la giustizia o l’iniquità, di abbracciare l’amore e il perdono o preferire la vendetta e l’odio omicida.

Sta a me e a te, amico che leggi o ascolti, rispondere a Dio non con  parole ma con  fatti concreti. Dio è sempre quel buon pastore che cerca la pecorella smarrita ma è anche giudice giusto dei vivi e dei morti. Gesù ha il diritto di regnare;  noi, che siamo la sua  Chiesa, abbiamo il dovere di estendere la sua regalità  nel cuore di tutti con la testimonianza missionaria.  La nostra preghiera: ‘Venga, Signore, il tuo  Regno di luce’.

I vescovi europei all’Europa per la rinascita di un nuovo umanesimo

Parole come Natale, Maria o Giovanni fuori dall'Unione europea

Un appello a tutti, candidati e cittadini, a cominciare dai giovani che per la prima volta andranno a votare: “Non andare a votare non equivale a restare neutrali, ma assumersi una precisa responsabilità, quella di dare ad altri il potere di agire senza, se non addirittura contro, la nostra libertà”. Questa è la ‘lettera all’Unione Europea’ scritta in occasione della Giornata dell’Europa (9 maggio) congiuntamente dal card. Matteo Zuppi (presidente della Conferenza episcopale italiana) e da mons. Mariano Crociata (presidente della Commissione delle conferenze episcopali della Comunità europea), ricordando i principi ispiratori dei ‘padri fondatori’ con un tono confidenziale:

“Ti scriviamo perché abbiamo nel cuore un desiderio: che si rafforzi ciò che rappresenti e ciò che sei, che tutti impariamo a sentirti vicina, amica e non distante o sconosciuta. Ne hai bisogno perché spesso si parla male di te e tanti si scordano quante cose importanti fai! Durante il COVID lo abbiamo visto: solo insieme possiamo affrontare le pandemie. Purtroppo, lo capiamo solo quando siamo sopraffatti dalle necessità, per poi dimenticarlo facilmente! Così, quando pensiamo che possiamo farcela da soli finiamo tutti contro tutti”.

Dopo un excursus storico i presidenti dei due organi confessionali hanno ricordato il senso della comunità: “Cara Unione Europea, sei un organismo vivo; perciò forse viene il momento per nuove riforme istituzionali che ti rendano sempre più all’altezza delle sfide di oggi. Ma non puoi essere solo una burocrazia, pur necessaria per far funzionare organizzazioni così complesse come quella che sei diventata. Direttive e regolamenti da soli non fanno crescere la coesione”.

L’Europa deve ‘ritrovare’ un’anima: “Serve un’anima! In questi anni abbiamo visto compiere passi avanti significativi, quando per esempio hai accompagnato alcuni Paesi a superare le crisi economiche, ma abbiamo anche dovuto registrare fasi di stallo e difficoltà. E queste crescono quando smarriamo il senso dello stare insieme, la visione del nostro futuro condiviso, o facciamo resistenza a capire che il destino è comune e che bisogna continuare a costruire un’Europa unita”.

E’ un richiamo alla cura della pace, come hanno ammonito i papi e Robert Schuman all’inizio del percorso dell’unità europea: “In tutti questi anni siamo molto cambiati e facciamo fatica a capire e a tenere vivo lo spirito degli inizi. Dopo un così lungo periodo di pace abbiamo pensato che una guerra su territorio europeo sarebbe stata ormai impossibile. E invece gli ultimi due anni ci dicono che ciò che sembrava impensabile è tornato.

Abbiamo bisogno di riprendere in mano il progetto dei padri fondatori e di costruire nuovi patti di pace se vogliamo che la guerra contro l’Ucraina finisca, e che finisca anche la guerra in corso in Medio Oriente, scoppiata a seguito dell’attacco terroristico del 7 ottobre scorso contro Israele, e con essa l’antisemitismo, mai sconfitto e ora riemergente. Lo dice così bene anche la nostra Costituzione italiana: è necessario combattere la guerra e ripudiarla per davvero! Se non si ha cura della pace, rischia sempre di tornare la guerra”.

Ricordano che l’Europa è nata per eliminare i nazionalismi: “Tanti pensano di potere usufruire dei benefici che tu hai indubbiamente portato, come se fossero scontati e niente possa comprometterli. La pandemia o le periodiche proteste, ultima quella degli agricoltori, ci procurano uno sgradevole risveglio. Capiamo che tanti vantaggi acquisiti potrebbero svanire. Il senso della necessità però non basta a spingere sempre e tutti a superare le divisioni. Alcuni vogliono far credere che isolandosi si starebbe meglio, quando invece qualunque dei tuoi Paesi, anche grande, si ridurrebbe fatalmente al proverbiale vaso di coccio tra vasi di ferro”.

Invece lo stare insieme implica l’elaborazione di ideali comuni: “Per stare insieme abbiamo bisogno di motivazioni condivise, di ideali comuni, di valori apprezzati e coltivati. Non bastano convenienze economiche, poiché alla lunga devono essere percepite le ragioni dello stare insieme, le uniche capaci di far superare tensioni e contrasti che proprio gli interessi economici portano con sé nel loro fisiologico confrontarsi”.

Quindi appartenere ad uno Stato ed all’Europa non è in contrapposizione: “Eppure, le due appartenenze, quella nazionale e quella europea, si implicano a vicenda. La tua è stata fin dall’inizio l’Unione di Paesi liberi e sovrani che rinunciavano a parte della loro sovranità a favore di una, comune, più forte. Perciò non si tratta di sminuire l’identità e la libertà di alcuno, ma di conservare l’autonomia propria di ciascuno in un rapporto organico e leale con tutti gli altri”.

Ed hanno sottolineato l’apporto del cristianesimo nella costruzione dell’Europa: “Le nostre idee e i nostri valori definiscono il tuo volto, cara Europa. Anche in questo la fede cristiana ha svolto un ruolo importante, tanto più che dal suo sentire è uscito il progetto e il disegno originario della tua Unione. Come cristiani continuiamo a sentirne viva responsabilità; del resto troviamo in te tanta attenzione alla dignità della persona, che il Vangelo di Cristo ha seminato nei cuori e nella tua cultura. Soffriamo non poco, perciò, nel vedere che hai paura della vita, non la sai difendere e accogliere dal suo inizio alla sua fine, e non sempre incoraggi la crescita demografica”.

Non manca un passaggio sull’accoglienza dei migranti, sottolineando che spesso l’Italia è sola in questo compito: “Chi accoglie genera vita! L’Italia è spesso lasciata sola, come se fosse un problema solo suo o di alcuni, ma non per questo deve chiudersi. Prima o poi impareremo che le responsabilità, comprese quelle verso i migranti, vanno condivise, per affrontare e risolvere problemi che in realtà sono di tutti”.

In fondo l’accoglienza implica anche una rete relazionale: “Tu rappresenti un punto di riferimento per i Paesi mediterranei e africani, un bacino immenso di popoli e di risorse nella prospettiva di un partenariato tra uguali. Compito essenziale perché in realtà un soggetto sovranazionale come l’Unione non può sussistere al di fuori di una reciprocità di relazioni internazionali che ne dicano il riconoscimento e il compito storico, e che promuovano il comune progresso sociale ed economico nel segno dell’amicizia e della fraternità”.

Insomma la lettera è anche un appello a non disertare il voto per un nuovo umanesimo europeo: “Non andare a votare non equivale a restare neutrali, ma assumersi una precisa responsabilità, quella di dare ad altri il potere di agire senza, se non addirittura contro, la nostra libertà. L’assenteismo ha l’effetto di accrescere la sfiducia, la diffidenza degli uni nei confronti degli altri, la perdita della possibilità di dare il proprio contributo alla vita sociale, e quindi la rinuncia ad avere capacità e titolo per rendere migliore lo stare insieme nell’Unione Europea”.

Giornata per la vita, la storia e l’impegno di Carlo Casini raccontato dalla figlia Marina

“La vita è sempre più minacciata a tutti i livelli: annientamento dei valori, violenza diffusa, guerre fratricide, povertà, sottosviluppo… Un buio sempre più fitto che avvolge persone, situazioni, la nostra società, il mondo intero; un buio che uccide la speranza nel cuore delle persone, che getta giovani, adulti, bambini e anziani nella paura, nel non senso di vivere. Per noi non deve essere così. Noi non ci possiamo adeguare, non ci possiamo arrendere! Credere alla vita è luce, luce che annulla il buio, luce che è Bellezza. Abbiamo la potenzialità immensa di essere luce perché siamo figli di Dio”:

Virginia Kaladich: costruire una scuola senza confini

Nell’ambito del programma formativo 2022-2023, FIDAE (Federazione Istituti di Attività Educative) riparte riproponendo la consolidata esperienza del Campus estivo ‘La scuola senza confini’, iniziativa nata dai temi sviluppati durante il convegno Fidae 2022 e i webinar del progetto ‘#vogliamo fare scuola fase 4’, in programma a Ravenna fino a sabato 22 luglio.

Giornata dell’Università Cattolica: i vescovi invitano a custodire l’ ‘umano’

In occasione della 99^ Giornata per l’Università Cattolica del Sacro Cuore, che sarà celebrata domenica 23 aprile, i vescovi italiani hanno scritto un messaggio, in cui invitano a riflettere sulle sfide del nuovo umanesimo, perché le Università sono il luogo dove si coltiva la conoscenza umanistica, intitolato ‘Per amore di conoscenza. Le sfide del nuovo umanesimo’:

Card. Zuppi: Europa ed Africa per un nuovo umanesimo

“Non si tratta di retorica: davanti all’ingiustizia, alla diseguaglianza e alla distrazione della coscienza sociale, il grido scandalizzato di chi si oppone alla logica predatoria propone anche un’alternativa di sviluppo realista. Il papa cerca soluzioni che non comportino distruzione consapevole che nella diseguaglianza non c’è futuro. Nella sola crescita economica nemmeno, perché l’innovazione tecnologica distrugge lavoro più di quanto ne crei. E’ necessaria un’economia solidale, basata sulla persona umana. Nell’attuale momento storico l’Africa e l’Europa possono fare di queste parole un disegno per il loro avvenire comune”.

David Maria Sassoli: uomo della cura degli ultimi

Papa Francesco, in un telegramma, ha colto le diverse sfaccettature di David Maria Sassoli, prima giornalista e poi presidente del Parlamento Europeo, scomparso nei giorni scorsi all’ospedale Centro di Riferimento Oncologico di Aviano, in provincia di Pordenone, dove era ricoverato per le complicanze dovute ad una grave disfunzione del sistema immunitario. In un telegramma indirizzato alla moglie Alessandra Vittorini, a firma del cardinale segretario di Stato Pietro Parolin, il papa ha assicurato la sua vicinanza spirituale:

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