La Chiesa difende il giusto salario

Recentemente papa Francesco ha scritto una lettera ai movimenti popolari, proponendo un salario universale, che consenta la dignità del lavoro: “Forse è giunto il momento di pensare a un salario universale che riconosca e dia dignità ai nobili e insostituibili lavori che svolgete; capace di garantire e trasformare in realtà questa parola d’ordine tanto umana e tanto cristiana: nessun lavoratore senza diritti”.

Ed ha rivolto un pensiero per un cambio di mentalità nel dopo pandemia: “La nostra civiltà, tanto competitiva e individualista, con i suoi ritmi frenetici di produzione e di consumo, i suoi lussi eccessivi e i guadagni smisurati per pochi, ha bisogno di rallentare, di ripensarsi, di rigenerarsi”.   

Cambio di rotta rivoluzionaria o cammino nel solco della Dottrina Sociale della Chiesa? Il solco in cui papa Francesco è quello tracciato dal Compendio stesso ai nn^ 302-303: “La remunerazione è lo strumento più importante per realizzare la giustizia nei rapporti di lavoro. Il ‘giusto salario è il frutto legittimo del lavoro’; commette grave ingiustizia chi lo rifiuta o non lo dà a tempo debito e in equa proporzione al lavoro svolto.

Il salario è lo strumento che permette al lavoratore di accedere ai beni della terra… Un’equa distribuzione del reddito va perseguita sulla base di criteri non solo di giustizia commutativa, ma anche di giustizia sociale, considerando cioè, oltre al valore oggettivo delle prestazioni lavorative, la dignità umana dei soggetti che le compiono. Un benessere economico autentico si persegue anche attraverso adeguate politiche sociali di ridistribuzione del reddito che, tenendo conto delle condizioni generali, considerino opportunamente i meriti e i bisogni di ogni cittadino”.

Il ‘giusto salario’ era stato evidenziato dal n^ 2434 del Catechismo della Chiesa Cattolica: “Il giusto salario è il frutto legittimo del lavoro. Rifiutarlo o non darlo a tempo debito può rappresentare una grave ingiustizia. Per stabilire l’equa remunerazione, si deve tener conto sia dei bisogni sia delle prestazioni di ciascuno… Non è sufficiente l’accordo tra le parti a giustificare moralmente l’ammontare del salario”.

Il primo papa ad affrontare tale questione fa papa Leone XII nell’enciclica ‘Rerum Novarum’, datata 1891: “Se costui, costretto dalla necessità o per timore di peggio, accetta patti più duri i quali, perché imposti dal proprietario o dall’imprenditore, volenti o nolenti debbono essere accettati, è chiaro che subisce una violenza, contro la quale la giustizia protesta”.

Nell’enciclica ‘Quadragesimo Anno’ (1931) papa Pio XI scrisse a proposito del ‘giusto salario’ l’esigenza della tutela del lavoratore: “Ma tale attuazione non sarà possibile se i proletari non giungeranno, con la diligenza e con il risparmio, a farsi un qualche modesto patrimonio, come abbiamo detto riferendoci alla dottrina del Nostro Predecessore Leone XIII.

Orbene, chi per guadagnarsi il vitto e il necessario alla vita altro non ha che il lavoro, come potrà, pur vivendo parcamente, mettersi da parte qualche fortuna se non con la paga, che trae dal lavoro? Affrontiamo dunque la questione del salario, da Leone XIII definita assai importante, svolgendone e dichiarandone, ove occorra, la dottrina e i precetti”.  

Venendo a tempi più recenti papa Giovanni XXIII nell’enciclica ‘Pacem in terris’, nel 1963, mette in evidenza l’esigenza di una retribuzione secondo criteri di giustizia al n^ 10: “Va inoltre e in modo speciale messo in rilievo il diritto ad una retribuzione del lavoro determinata secondo i criteri di giustizia, e quindi sufficiente, nelle proporzioni rispondenti alla ricchezza disponibile, a permettere al lavoratore ed alla sua famiglia, un tenore di vita conforme alla dignità umana”.

Nel settembre del 1981 nell’enciclica ‘Laborem exercens’, al n^ 19, papa Giovanni Paolo II ha parlato di un ‘giusto salario’ per la famiglia: “Una giusta remunerazione per il lavoro della persona adulta, che ha responsabilità di famiglia è quella che sarà sufficiente per fondare e mantenere degnamente una famiglia e per assicurarne il futuro”.

Anche per papa Benedetto XVI il’giusto salario’ è il perno dell’economia, come ha scritto  nell’enciclica ‘Caritas in veritate’ (n^ 32): “La dignità della persona e le esigenze della giustizia richiedono che, soprattutto oggi, le scelte economiche non facciano aumentare in modo eccessivo e moralmente inaccettabile le differenze di ricchezza e che si continui a perseguire quale priorità l’obiettivo dell’accesso al lavoro o del suo mantenimento, per tutti…

L’aumento sistemico delle ineguaglianze tra gruppi sociali all’interno di un medesimo Paese e tra le popolazioni dei vari Paesi, ossia l’aumento massiccio della povertà in senso relativo, non solamente tende a erodere la coesione sociale, e per questa via mette a rischio la democrazia, ma ha anche un impatto negativo sul piano economico, attraverso la progressiva erosione del ‘capitale sociale’, ossia di quell’insieme di relazioni di fiducia, di affidabilità, di rispetto delle regole, indispensabili ad ogni convivenza civile”.

In questa breve e non esaustiva panoramica la Chiesa ha sempre coniugato il lavoro alla retribuzione, che consente la dignità della persona e questa linea potrebbe essere un modo per ripartire insieme con un diverso stile di vita per un’opportunità per tutti e per riprendere ‘il controllo della nostra vita’, come ha sottolineato papa Francesco.

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