Mons. Pizzaballa: Gesù invita a fare esperienza

La meditazione del patriarca di Gerusalemme, mons. Giambattista Pizzaballa, è tratta dal sito del Patriarcato latino di Gerusalemme.

“Nel brano di Vangelo di oggi troviamo i discepoli chiusi nel cenacolo. L’evangelista Giovanni sottolinea chiaramente, per ben due volte (Gv 20,19.26), che le porte del luogo dove i discepoli si trovano sono chiuse. Al versetto 19 aveva anche chiarito il motivo di questa chiusura: la paura.

I discepoli, dunque, hanno paura, e sappiamo che la paura fa chiudere, blocca. Ma la paura non è l’unico motivo. Ce n’è un altro: i discepoli, in realtà, si sono chiusi nel cenacolo perché non aspettano nessuno. Dopo la morte di Gesù, tutto per loro era finito e non c’era più niente da attendere. In qualche modo, erano chiusi in un sepolcro, proprio come, qualche giorno prima, lo era stato Gesù.

Proprio lì, invece, Gesù viene, Gesù entra. Abbiamo detto, la Domenica delle Palme, che lo stile di Dio è quello di visitare, di entrare nella vita, di portare vita nuova. Ecco, il Risorto continua a visitare, proprio come aveva fatto infinite volte prima della sua passione e morte. E visita anche quando l’uomo non si aspetta più nulla, quando pensa che non può più accadere niente di nuovo. Lì il Signore viene.

Visita i suoi, chiusi nel sepolcro delle loro paure e ristabilisce una relazione, riapre un rapporto che si era interrotto. Lo fa, in modo particolare, con l’apostolo Tommaso. Potremmo dire che l’amore del Signore per i suoi discepoli conosce modi e attenzioni diverse, a secondo del bisogno di ciascuno.

E siccome Tommaso era assente alla sua prima venuta, e siccome non riesce a credere, Gesù si rivolge a Lui. Di questo incontro sottolineiamo due aspetti. Il primo è che avviene attraverso il corpo: mani, piedi, costato, piaghe…

Proprio come prima della sua passione Gesù era solito incontrare le persone nella concretezza del proprio corpo – toccando e facendosi toccare, accarezzando, abbracciando…- così a Tommaso incredulo Gesù offre il proprio corpo da toccare, da vedere, da amare. Come attraverso il proprio corpo guariva le ferite della malattia, così guarisce le ferite di Tommaso, la sua incredulità.

Il secondo aspetto riguarda il fatto che Gesù inviti Tommaso ad andare al di là dell’elemento fisico. Dopo che Gesù ha mostrato le sue ferite e chiesto di toccarle, non ci viene detto quale gesto Tommaso compia realmente (Gv 20,27); pochi versetti prima, nell’incontro con Maria di Magdala, Gesù aveva chiesto di non trattenere, di non fermarsi a toccare (Gv 20,17).

In tutti e due i casi si tratta di un ‘toccare’ nuovo, di fare esperienza dell’incontro con Gesù in un modo diverso rispetto a quanto erano abituati prima della Pasqua. Gesù chiede di partire da una fede rinnovata, capace di non fermarsi al Suo corpo crocifisso, di imparare a toccare il Corpo ecclesiale e spirituale del Signore.

Potremmo dire che questa chiamata ad un rapporto di fede ha lo scopo di far uscire gli apostoli dal loro sepolcro, dal loro guscio, dalle loro paure, dalla loro disperazione.

Saranno così capaci a loro volta di visitare, di raggiungere gli uomini là dove sono, nelle loro situazioni, e fare quello che Gesù ha fatto con loro, ovvero aprire gli occhi ad una nuova esperienza, far entrare un po’ di luce.

La prima comunità cristiana è nata da quell’esperienza di incontro con il Risorto, che ha donato loro lo Spirito e li ha inviati fuori dal cenacolo. E in questo modo quella piccola Chiesa è stata capace di toccare, a sua volta, le piaghe dei poveri e dei crocifissi di quel tempo e di tutti i tempi, di guarire, così, tanti corpi ammalati di solitudine, di isolamento, di paura.

Questo Vangelo, quest’anno, è quanto mai attuale. Perché da una parte siamo segnati dalla pesante esperienza di non poterci toccare, stringere la mano, abbracciare. Dall’altra, siamo forse chiamati a ‘toccare’ in modo nuovo, più profondo, a partire dalla comune esperienza del Signore che ci visita dentro le nostre situazioni di vita, tocca le nostre ferite, ci apre ad una coscienza di noi stessi come parte di un unico Corpo”.

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