Esercizi spirituali: la preghiera rende familiari a Dio

Gli esercizi spirituali per questa Quaresima sono iniziati domenica scorsa senza la presenza di papa Francesco, leggermente influenzato, che ha indirizzato una lettera al predicatore degli Esercizi spirituali, padre Pietro Bovati, che nella prima riflessione ha illustrato la figura biblica di Mosè.

P. Pietro Bovati, teologo della Pontificia Commissione Biblica, nella meditazione introduttiva aveva spiegato che la familiarità di Mosè con Dio deriva dalla preghiera: “Ecco, la familiarità con Dio non ha nulla a che vedere con la dimestichezza negli affari religiosi, neppure con una buona cultura teologica o biblica.

Essa è invece il frutto esclusivo della preghiera autentica, nella quale è dato all’uomo di vedere, gustare il disegno amoroso di Dio, il suo volere benefico da attuare concretamente, prontamente e generosamente. Senza questa esperienza di familiarità non c’è vita autenticamente religiosa ma solo nel migliore dei casi il mestiere delle cose sacre”.

Riguardo la Chiesa il teologo aveva sottolineato il desiderio di essere perseveranti nella preghiera: “La Chiesa sempre è desiderosa di rinnovarsi spiritualmente, è chiamata a un processo di riforma che non può certo limitarsi a provvedimenti disciplinari e amministrativi, perché lo Spirito sollecita slanci e martiri che solo i santi possono assumere.

Ciò che possiamo fare ora, nella consapevolezza della nostra responsabilità di credenti, è di salire nella stanza al piano superiore, come narrato negli Atti degli Apostoli, e nel segreto, perseveranti e concordi nella preghiera, attendere umilmente la forza dello Spirito Santo che scenderà, secondo la promessa, su tutti coloro che pregano”.

Inoltre, come riferisce Vatican News, p. Bovati ha sottolineato il senso di giustizia di Mosè verso gli oppressi contro un “modello faraonico che teorizza che il bene è il bene degli egiziani, in funzione del quale tutti gli altri devono prodigarsi: prima e solo l’Egitto. Ma il Dio di Israele è promotore di un radicale mutamento di prospettiva quando fa emergere il diritto degli stranieri, degli oppressi, degli sfruttati, in favore del quale il sistema dovrebbe operare quale manifestazione suprema dello Spirito, che ribalta i valori”.

Inoltre il predicatore ha sottolineato quale sia ‘il linguaggio dello Spirito’: “Prima gli altri, prima gli ultimi; e la resistenza alla grazia si esprime proprio nel respingere questo rovesciamento di valori di cui parlano i profeti, che si rivolgono sempre agli ultimi, ai diseredati, ai sofferenti, come annuncio di quella grazia che viene a liberare i prigionieri”.

Attualizzando la vicenda di Mosè p. Bovati ha fatto notare che il faraone “è l’incarnazione del potere come potenza distruttrice nei confronti degli oppositori». Ma «tutto ciò presenta riscontro nella realtà contemporanea e va rimarcato perché è fonte di grandi sofferenze per gli uomini; ed è principio di persecuzione per coloro che disapprovano i sistemi tirannici”.

Attualizzando il racconto biblico p. Bovati ha avvertito a non rispondere con le stesse armi dei ‘faraoni’ contemporanei: “Ogni forma di orgogliosa prepotenza dovrà essere bandita totalmente dal nostro vivere, lasciando spazio alla mitezza, al martirio. E qui si annida una domanda sul peccato che, a volte, è presente anche nelle nostre strutture…

Nell’epoca moderna si è sviluppata una diversa forma di arroganza che rifiuta l’obbedienza a Dio e ai suoi profeti. Questa è senza apparati di ricchezza, cultura, potere coercitivo, ma prende invece la forma orgogliosa che è rivendicata dal singolo, semplicemente in nome del diritto all’autodeterminazione, alla libertà di scelta, al personale arbitrio”.

In fondo il ‘rifiuto di Dio’ è una forma di ateismo e nella società attuale esiste il ‘dilagare di un’ideologia opposta all’obbedienza al Signore’, e si deve capire da dove deriva questa ‘resistenza’ a Dio: “Occorre chiederci se anche in noi vi è una qualche responsabilità, se il nostro modo di essere nei confronti degli altri non sia marcato dal formalismo, cioè da un’attenzione all’esteriorità delle cose, alla materialità delle pratiche, senza un’intima comprensione della norma stessa.

Vi è poi un’altra, complessa, modalità di resistenza alla grazia ed è quella di coloro che, come il faraone, si ergono a paladini dell’ordine costituito, della forma canonizzata della legge, della prassi vigente, ritenuta la sola perfetta e immutabile espressione del bene, e perciò si oppongono ai cambiamenti richiesti dai profeti, disprezzati con titoli insolenti come ‘pazzo, visionario, indisciplinato, turbolento, eretico’”.

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