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Rilevanza delle virtù teologali nell’ermeneutica del Magistero e della Magistratura: analisi comparativa sul piano sociologico, teologico, storico e giurisprudenziale

In questa terza parte, dopo l’esegesi sociologica, pertanto, ritengo doveroso ed utile procedere ad un discernimento comparativo avvalendomi delle mie variegate, pluriennali esperienze ed ai miei 50 anni di studi in riferimento alle rispettive competenze ermeneutiche del “Magistero della Chiesa cattolica” (Il soggetto della funzione magisteriale è il Collegio episcopale in comunione con il suo Capo, il Romano Pontefice. In tale funzione interpretativa il Magistero gode di una speciale «assistenza dello Spirito Santo», cfr. Costituz. Dogmatica DV 8 -10 che comunica ai Vescovi, con la successione episcopale, «un carisma sicuro di verità». Per questo motivo è l’unico interprete autentico della Rivelazione https://www.operavillatroili.it/ritiri-e-catechesi/il-magistero-della-chiesa-1366 ), nonché,  della “ Magistratura” ( cfr. https://www.altalex.com/documents/news/2022/06/13/interpretazione-legge-lezione-sezioni-unite-su-analogia – Artt. 101 e ss. Costituzione Italiana sugli organi giurisdizionali-Sentenza n. 38596 del 6.12.2021 le Sezioni Unite della Suprema Corte di Cassazione “l’attività interpretativa della legge, propria del giurista, magistrato e non, seguendo i criteri interpretativi positivizzati nel nostro ordinamento dall’art. 12 Preleggi” ).

A tal proposito ho approfondito per 40 anni durante le mie docenze universitarie e le mie variegate esperienze istituzionali, accademiche, professionali, editoriali, ecclesiali e seminariali (di cui infra)  anche  il rapporto  esegetico fra Teologia, Giurisprudenza e morale, con miei  articoli in questa rivista cattolica ed anche con  pubblicazioni degli atti dei convegni da me organizzati, cfr. https://gloria.tv/post/JMF7Ai1bJfY21JYFn331ZQGAz .

 Aggiungo che la “giustizia, sul piano filosofico, com’ è noto, si realizza allorché ciascun individuo nello Stato svolge solo le attività che corrispondono alle sue predisposizioni naturali (in “La giustizia e le 3 funzioni dello stato secondo Platone”).

 L’individuo può svolgere bene un solo compito ed occorre bandire dallo stato l’abitudine di svolgere due o più attività a volte contrastanti tra loro. 
Le tre funzioni principali dello stato che si riferiscono alla produzione dei beni necessari alla vita della città, alla sua difesa e al suo governo trovano un’analogia nell’interna struttura dell’uomo in cui coesistono principi di azione: l’anima incupisci bile che presiede la vita biologica; quella irascibile in cui si esprime la forza dell’individuo; l’anima razionale che deve sovrintendere l’attività dell’uomo e governare le altre due anime.

 Alle tre anime dell’individuo corrispondono le tre classi della società: l’anima razionale sono i reggitori-filosofi ai quali è demandato il governo dello stato. Ogni anima e ogni classe deve avere una forma e disciplina cui corrisponde una determinata virtù: l’anima razionale la saggezza, quella irascibile la fortezza, quella concupiscibile la temperanza (n.d.r.: virtù cardinali). Quest’ultima è importante perché rende possibile i rapporti tra governanti e governati. La giustizia è il principio in base al quale ogni individuo compie l’attività che gli è propria, attua e perfeziona la sua natura. La giustizia si realizza in ciascun individuo come ordine interiore che informa e sostiene le attività del soggetto e le coordina con quelle degli altri membri della comunità. La giustizia è il principio ideale, l’anima dello stato. (cfr.  “L’Utopia“ di Tommaso Moro: Teorie filosofiche sui sistemi di governo”, libro di testo di Storia delle dottrine politiche, esame da me sostenuto, già laureato in Giurisprudenza, come studente di Scienze politiche, Facoltà nelle quali successivamente ebbi incarichi di insegnamento dal 1983 al 2013).

 Conseguentemente, ritengo rilevante riportare questo mirabile testo dell’attuale autorevole esponente del Magistero, Cardinale vicario del pontefice (cfr. https://share.google/brPALNvOr3dPPM7MB

 “Nel corso della sua lunga esperienza di formatore dei futuri sacerdoti (Titolati molti ad esercitare nel futuro anche funzioni di Giudici ecclesiastici), quali sono stati gli obiettivi prioritari fissati e le difficoltà eventualmente incontrate? …”) connesso eziologicamente con il seguente: Il prete nel sogno di un aspirante cristiano 4 settembre 2025 (Andrea Lebra).

“Il Prof. Duilio Albarello (con cui sono in contatto su facebook), presbitero diocesano, docente di teologia fondamentale all’Istituto Superiore di Scienze Religiose di Fossano (CN) e alla Facoltà teologica dell’Italia settentrionale di Milano (dove abbiamo il domicilio), ha offerto una bella relazione dal titolo «Il prete “secolare”. Un ministero tra comunità e società» (relazione pubblicata qui su SettimanaNews). Mentre Cristina Simonelli, docente di Antichità cristiana e Teologia patristica a Verona e a Milano, già presidente del Coordinamento Teologhe Italiane (CTI), si è soffermata su alcuni “tratti” che dovrebbero caratterizzare la figura e il ministero del presbitero nella Chiesa di oggi. La conclusione è toccata al giornalista vaticanista Andrea Lebra (cfr. http://www.settimananews.it/famiglia/famiglie-missionarie-km0-un-dono-dello-spirito/ ) che si qualifica “aspirante cristiano”, dire come sogna il presbitero per la Chiesa di oggi:

– Radicato nell’umano

Il presbitero che vorrei incontrare nella Chiesa di oggi è una persona ricca di calore umano che sa costruire relazioni profonde. Incontra la gente, là dove vive e lavora: ne ascolta le domande, anche quando sono spinose e radicali, mettendosi nei panni di chi le formula, senza pregiudizi e senza giudicare in anticipo. Sa immergersi nell’umano fino a tal punto di comprensione e simpatia da vibrare all’unisono con le angosce e le sofferenze, le gioie e le speranze, i dubbi e le certezze degli uomini e delle donne di oggi.

 -Abitato dalla Parola di Dio

Ha lo sguardo degli occhi e del cuore fisso su Gesù guida e perfezionatore della fede (Eb 12,2) ed è abitato dalla consapevolezza che il suo Vangelo  (Testo ricevuto quotidianamente dal mio amico  e collega nei nostri Corsi accademici di Teologia Dott. Girolamo Oliveri che ringrazio, cfr. https://youtu.be/J1c2ZXoD-X4?si=fld0kkCtgylDtKLS ) è notizia buona, bella e umanizzante. È familiare con la Parola di Dio contenuta nelle sacre Scritture e da lui annunciata in ogni occasione opportuna o non opportuna (2Tm 4,2). Dal momento che l’ignoranza della Sacra Scrittura  è ignoranza di Cristo, avverte forte la necessità di renderle accessibili e familiari alla comunità che presiede, realizzando tutto ciò che serve perché i cristiani possano assiduamente frequentarle in abbondanza. Formatore di coscienze cristiane mature…….  

-Stile del “Buon Pastore” (cfr. il nostro stile  https://pastoralefamiliare.chiesadipalermo.it/wordpress6/il-buon-pastore/ )

Evita immobilismo e rigidità. È libero da arroganza e presunzione. Mette al bando occhi duri e faziosi, lingue taglienti e impietose, voci senza fascino e senza sussulti, giudizi insindacabili fatti cadere come clave paralizzanti. Non carica di pesi insopportabili la gente, ma a tutti offre il peso leggero e il giogo liberante di Gesù Cristo e del suo Vangelo. Della grazia non è controllore, ma facilitatore; per lui la Chiesa non è una dogana colpevolizzante, ma la casa paterna e materna dove c’è posto per tutti…… (cfr. https://www.settimananews.it/ministeri-carismi/prete-nel-sogno-un-aspirante-cristiano/?fbclid=IwdGRzaAMnc4pjbGNrAydyDGV4dG4DYWVtAjExAAEeeTuMftIwXbVPQ7G3QJuZd54Cxi8O5-3SZV6pNNQ-aGdJ1g2u-PPwjC03RKY_aem_hCz_qlsaPAL-Z7UvYObb1w&sfnsn=scwspwa ).

Conseguentemente desidero riportare la nostra esegesi in ordine alla figura del presbitero in questo articolo qui già pubblicato insieme al citato nostro fraterno amico Don Salvatore Lazzara che ha sempre valorizzato il seguente testo, con un c.v. straordinario, fondata sulla nostra pluriennale  amicizia con molti sacerdoti dei quali abbiamo apprezzato la carità manifestata nel loro ministero

(cfr.  https://l.facebook.com/l.php?u=https%3A%2F%2Fwww.korazym.org%2F113712%2Friflessioni-pastorali-sullamicizia-autentica-dei-sacerdoti%2F%3Ffbclid%3DIwZXh0bgNhZW0CMTAAYnJpZBExb0VJUk9KSWhmbUpkdjZNRAEeh7UCD-HeC2KtY97NVG8dc8d0GjKnidAhV0qgSYFYmw3CUFOdZOf4B0PasBQ_aem_EJeEJwhYQEZxcxNbRNwQog&h=AT0l1ig4IZvelOsILTa-9D2ZhCAGTzE_WV5-I1tvKymrRcEVNlLRf_tc3_eQZ9RElDPdjUj23EU3Y2CN8-oAjrFQlEw1bryaeQwTM2_uqwov5zLn0EvySJh3kXR3cg7RrwQv ):

 “Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la “carità”, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna (Corinzi 1-13). 2E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza (in cui rientra anche il Diritto oggettivo), e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla. 3E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova. 4La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, 5non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, 6non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità. 7Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. 8La carità non avrà mai fine. 12Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto. 13Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità! “(cfr.

https://www.santegidio.org/pageID/30048/langID/hu/cap/13/lbrID/10/BIBLIA.html ).

Fra Valenzisi racconta la Parola di Dio in ‘carne ed ossa’

Che cosa significa incontrare davvero Cristo? Non un’idea, non un ricordo, non un concetto astratto, ma un’esperienza che tocca la vita ‘in carne e ossa’ (acquistabile solo su Amazon: https://amzn.eu/d/4PnJ6go): è questa la sfida che fra Manuel Valenzisi, frate dell’Ordine dei Frati Minori, raccoglie nelle pagine del suo nuovo libro ‘In carne e ossa: Le virtù teologali e i consigli evangelici vissuti da chi ha incontrato Cristo’, nato da un corso di esercizi spirituali ed ora consegnato al pubblico come invito concreto a riscoprire il Vangelo come evento vivo.

Il testo parte da una constatazione semplice ma decisiva: le virtù teologali ed i consigli evangelici non sono categorie da manuale, ma vie di vita. Per mostrarlo, l’autore ci conduce accanto a personaggi del Vangelo (Maria, Giuseppe, la Cananea, la vedova povera, la peccatrice perdonata, la Samaritana) e lascia che siano loro a insegnarci cosa significa credere, sperare, amare. In loro la fede diventa obbedienza, la speranza si intreccia con la povertà, la carità si illumina nella castità. Non teorie, ma carne viva, come l’Incarnazione di cui sono trasparenza.

Chi legge si accorge presto che la Parola di Dio non è semplicemente spiegata, ma quasi ‘cucinata’, come nota p. Serafino Tognetti nella prefazione: strizzata, impastata, ricomposta, fino a diventare piatto nutriente e profumato. Un testo che non si consuma in fretta: chiede pause, riletture, tempo di assimilazione.

Quindi il libro è una piccola scuola di Vangelo vissuto: non un commento esegetico, non un trattato spirituale, ma una testimonianza che mostra come la Parola di Dio, quando la si lascia entrare, diventa vita che cambia la vita.

A lui chiediamo di spiegarci cosa significa incontrare Cristo ‘in carne ed ossa’: “Incontrare Cristo in carne ed ossa significa riconoscere che Dio si è fatto Uomo, uno di noi, nella storia concreta. Ogni scelta, incontro e gesto di Gesù ha un senso: è lì per parlarci oggi. Fermarsi sulla Parola significa non trattarla come teoria, ma come storia viva. La sequela di Gesù passa attraverso persone reali: Maria, Giuseppe, i discepoli, e chiunque ha incontrato. La Chiesa stessa è parte costitutiva di questa Incarnazione.

Inizia con Maria e con tutte le persone che Gesù ha voluto coinvolgere nella sua vita terrena. Tutte le persone che incontriamo nel Nuovo Testamento sono come il seme di una pianta: contengono tutti gli elementi della Chiesa e tutte le indicazioni per i cristiani che vogliono vivere la sequela di Gesù si trovano proprio in queste persone, che costituiscono la compagnia di Gesù. Incontrare Cristo vuol dire entrare in relazione con Lui attraverso queste persone, lasciandosi toccare e interrogare dalla loro esperienza”.

In quale modo la Parola di Dio può essere ‘cucinata’?

“La Parola diventa ‘cucinata’ quando viene meditata, scomposta e ricomposta in modo che possa nutrire. Come segnala p. Serafino Tognetti nella prefazione del libro, la Parola di Dio può essere ‘strizzata, sminuzzata, impastata e ricomposta’ per offrirla in un piatto fumante, digeribile e nutriente. Solo così, ‘inghiottendo’ la Parola di Dio, come fece Ezechiele con il rotolo, il cristiano lascia che essa diventi carne e ossa nella propria vita, producendo stupore, fecondità e trasformazione interiore”.

Allora, cosa significa credere in ‘obbedienza’?

“Credere in obbedienza significa prima di tutto rispondere fiduciosamente a Dio. L’obbedienza è Dio che si fida di me, e io che gli dico di sì. E’ innanzitutto lo sguardo fiducioso di Dio su di me: è Lui che si fida per primo, che affida qualcosa (una parola, una missione, un dono) ed io gli rispondo: ‘Sì, ci sto. Questo dono lo accolgo e lo custodisco’. Obbedire significa entrare in questo movimento di fiducia ricevuta e restituita, dove il primo a esporsi è Dio. Giuseppe accoglie il mistero di Cristo, custodendo e proteggendo il Figlio di Dio, mostrando che l’obbedienza permette al Signore di operare nella storia e di realizzare il suo progetto attraverso di noi”.

Questo è stato il motivo per cui tra tante donne nel libro è stato inserito Giuseppe?

“Infatti. La scelta non era quella di inserire un uomo tra le donne, ma Giuseppe mi è parsa la persona più adatta a parlare del tema dell’obbedienza. La predominanza di figure femminili nel libro invita a riflettere: nel Vangelo le donne spesso mostrano con particolare intensità apertura, fiducia e accoglienza della grazia, esprimendo un ruolo significativo nel cammino spirituale. Il loro esempio ci ricorda che ogni persona è chiamata a rispondere con fiducia alla proposta di Dio e a custodire il mistero della sua volontà nella propria vita”.

In cosa consiste la forma intensiva della vita cristiana?

“I consigli evangelici (povertà, castità, obbedienza) non sono un ‘di più’ riservato a pochi, ma la forma intensiva della vita cristiana, che custodisce e rende concreta la donazione a Dio. Nel corso della storia, soprattutto durante il Medioevo, si è talvolta distinto tra due perfezioni: quella dei precetti e quella dei consigli, rischiando di porre una distinzione non solo sui mezzi, ma anche sul fine da raggiungere. Allo stesso modo, riguardo alla chiamata alla santità, è stata fatta una distinzione tra le forme di vita, con i religiosi che apparivano come uno stato privilegiato.

Oggi, la riflessione biblico-teologica, sviluppata prima e subito dopo il Concilio Vaticano II, ha chiarito che non è così: né a partire dall’amore dell’uomo per Dio, né dall’amore di Dio che elegge l’uomo si possono derivare forme di vita ecclesiali privilegiate, perché l’invito all’amore perfetto è rivolto a tutti. Nell’amore non c’è distinzione tra dovere e volere: ciò che deve, l’amore lo vuole. Gesù non ha mai voluto dividere i suoi discepoli in due categorie ben distinte.

Le vocazioni paradigmatiche (celibato e matrimonio) in ogni condizione di vita esprimono i consigli evangelici in modi complementari. Attraverso figure bibliche come Maria, Giuseppe, la donna cananea o la vedova povera, possiamo entrare intimamente nella logica della vita cristiana: seguire, donarsi, custodire il mistero di Dio nel quotidiano, lasciandoci accompagnare dalla sua compagnia”.

(Tratto da Aci Stampa)

Rilevanza delle virtù teologali nell’ermeneutica del Magistero e della Magistratura: analisi comparativa sul piano sociologico, teologico, storico e giurisprudenziale

Sul piano antropologico  per essere veri cristiani (la cui esegesi collegata alle virtù teologali enuncerò in prosieguo) ai laici è sufficiente ricevere i Sacramenti ed andare in chiesa in qualsiasi parte del mondo (essendo i miei articoli espressivi anche della mia biografia, evidenzio che noi coniugi abbiamo visitato dal 2014 al 2018 anche i luoghi di culto di altre Confessioni religiose esistenti sulla Terra) soltanto in occasione delle celebrazioni solenni, di processioni per il Santo patrono, quando si assume il ruolo di padrini nel Battesimo, nella Cresima o di testimoni nei matrimoni canonici, nei pericoli bellici, ecc., senza conoscere veramente Gesù Cristo, specialmente i giovani, alcuni dei quali dalla Teologia vengono definiti “cristiani sociologici”  ( “Non interessa un Dio che sia una nozione da aggiungere alle proprie conoscenze, ma una persona con cui stare in relazione, e in una relazione così importante da influire su tutta la propria vita, «capace di ispirare le mie azioni e di rassicurare i miei turbamenti».

L’esperienza religiosa è quella di una fede capace di dare un senso a tutto e di costituire un orizzonte sul quale collocare gli interrogativi della vita. Ma chi è Gesù per i molti giovani che si sono allontanati dalla comunità cristiana, dopo aver frequentato la catechesi dell’iniziazione e raggiunto quella soglia che ha celebrato teoricamente la loro maturità cristiana? Nelle loro parole raramente c’è Gesù. Certo di lui hanno sentito parlare, perché hanno frequentato il percorso di preparazione ai sacramenti, eppure il Signore non è dentro il loro orizzonte– o forse non vi è mai stato veramente. Se questo è comprensibile per chi ha abbandonato non solo la Chiesa ma anche la fede, risulta meno comprensibile per quelli che, pur fuori dalla Chiesa, continuano a sentirsi credenti. Sanno parlare di Dio talvolta con accenti profondi e toccanti, ma mai fanno cenno a Gesù, come se il Signore non avesse nulla a che fare con il Dio in cui dicono di credere…”cfr. Articolo pubblicato  dal Dr. S. Baroncia, giornalista vaticanista https://share.google/EbHt69h8yzWS0sGIj “), senza  osservare concretamente i precetti riguardanti le virtù teologali: la fede, la carità e la speranza?

 Un altro quesito conseguenziale riguarda il valore di misericordia divina che si riflette anche sul piano sociologico, connesso alla “confessione dei peccati ed alla ricezione eucaristica” (spesso fatta con superficialità o per abitudine?) ed eventualmente all’ eventuale Grazia dell’indulgenza (cioè l’istituto della Chiesa cattolica che prevede la cancellazione totale del peccato e della pena che da esso deriva. Significa che la persona che la ottiene è completamente perdonata dal peccato e non deve più scontare alcuna pena per esso. È possibile ottenerla solo per i peccati già confessati e perdonati. Ciò significa che la persona che desidera ottenere un’indulgenza plenaria deve prima confessare i propri peccati e ricevere il sacramento della penitenza, cfr.  “ https://www.google.com/url?sa=t&source=web&rct=j&opi=89978449&url=https://tg24.sky.it/cronaca/2024/12/16/giubileo-indulgenza-plenaria-significato&ved=2ahUKEwiEto_PvLyQAxVq_rsIHe6lA_4QFnoECBYQAQ&usg=AOvVaw2pST48tRrmXki99klkaLVg,). A tal proposito evidenzio che  noi coniugi  (tutti  i miei articoli finora  qui pubblicati  illustrano anche la mia variegata biografia, dal 1970) abbiamo lucrato in quest’anno giubilare l’indulgenza plenaria presso Santuario/Basilica della Madonna di Altavilla, grazie anche al nostro direttore spirituale Don Salvatore Lazzara ( fino al 30 Settembre 2025 v. Parroco,  attuale Parroco/Rettore il nostro amico Mons. Giosuè Lo Bue, v. Parroco il nostro amico Padre Celeus del Burundi) , a cui sono molto legato anche  per aver contribuito molti anni fa a risolvere un problema giuridico molto complesso, mentre ero in servizio ed insegnavo a Giurisprudenza.

Tuttavia, mi chiedo se i giovani cristiani e le famiglie cattoliche  hanno approfondite cognizioni in merito, sulla Sacra Scrittura ( di cui mia moglie Marcella Varia è una fervente Cultrice, già relatrice di testi magisteriali  in molti incontri ecclesiali dal 2013 al 2023 presso il gruppo diocesano da noi fondato sotto l’egida del Cardinale Paolo Romeo, Arcivescovo emerito di Palermo, cfr. le nostre lezioni/relazioni/catechesi ed i convegni in materia https://pastoralefamiliare.chiesadipalermo.it/wordpress6/il-buon-pastore/ ) sul Catechismo della Chiesa cattolica, sul  Diritto canonico, sul  Diritto di famiglia e sul Magistero pontificio.

Tutti  i chierici, i ministri istituiti, gli operatori pastorali nelle diocesi e nelle parrocchie  sono sempre aggiornati ed effettuano sempre un discernimento in materia ( come ha  puntualizzato Lunedì, 17 novembre 2025 il nostro Pontefice ” Dalla riforma del Vaticano II in avanti – dalla Sacrosanctum Concilium in avanti, passando dalla Veritatis gaudium fino alla lettera apostolica di Papa Francesco Desiderio desideravi – Leone XIV evidenzia la necessità di “aiutare le Chiese particolari e le comunità parrocchiali a lasciarsi formare dalla Parola di Dio, spiegando i testi del Lezionario feriale e festivo” e a curare “una iniziazione cristiana e liturgica che aiuti i fedeli a comprendere, per mezzo dei riti, delle preghiere e dei segni sensibili, il mistero di fede che si celebra”. Il Papa chiede aiuto in questo lavoro ai liturgisti con indicazioni piuttosto capillari….” cfr. https://www.vatican.va/content/leo-xiv/it/events/event.dir.html/content/vaticanevents/it/2025/11/17/pastorale-liturgica.html ) sui documenti della Chiesa , cioè analisi degli atti del Magistero apostolico, una delle tre fonti della Rivelazione (il cui Credo autentico frequentemente dona buoni frutti, esiti positivi nel mondo intero ed anche nei propri contesti lavorativi, istituzionali ed ecclesiali come cercherò di dimostrare)?

Leone XIV il 24 novembre 2025 ha affidato alcune indicazioni: “Anzitutto, mai ridurre la celebrazione a uno spettacolo musicale dove chi canta sembra stare sul palcoscenico e l’assemblea ad ascoltare. «Siate capaci di rendere sempre partecipe il popolo di Dio – ha avvertito il Papa –, senza cedere alla tentazione dell’esibizione che esclude la partecipazione attiva al canto di tutta l’assemblea liturgica». Poi il richiamo alla formazione, altra dimensione cara a Leone XIV. «Studiate attentamente il magistero, che indica nei documenti conciliari le norme per svolgere al meglio il vostro servizio» (cfr. https://www.avvenire.it/chiesa/papa/il-papa-no-alle-messe-esibizione-il-canto-aiuta-tutti-a-pregare_101302?fbclid=IwdGRzaAOSR_ljbGNrA5JH8mV4dG4DYWVtAjExAHNydGMGYXBwX2lkDDM1MDY4NTUzMTcyOAABHmjVOy_EZgm53Bi7HSrkStqGOuAsaNwQsm3vJJTRZ-JD219Uejplqjc74g4f_aem_sKfuMeaFestIp7P9ncGlMg&sfnsn=scwspwa ).

Mi pongo questo quesito in quanto  frequentemente, purtroppo, noto in molte parrocchie, altresì, la partecipazione alla Santa messa domenicale da parte di alcuni soggetti, membri dell’Assemblea ecclesiale (Populus Dei) “distratti” ed anche durante la liturgia della Parola (proclamata dal celebrante spesso anche in termini canonici) “sbadigliano” o preferiscono parlare dei loro problemi, degli abiti che indossano… (cfr. Prof.ssa Rosanna Minei, laureata in Scienze religiose, amica su facebook

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“𝐒𝐞 𝐆𝐞𝐬𝐮̀ 𝐞𝐧𝐭𝐫𝐚𝐬𝐬𝐞 𝐢𝐧 𝐜𝐡𝐢𝐞𝐬𝐚 𝐮𝐧𝐚 𝐝𝐨𝐦𝐞𝐧𝐢𝐜𝐚…

Se Gesù entrasse in chiesa una domenica saremmo tutti quanti da scomunica!

Ci caccerebbe a calci per ciò che gli accadrebbe di vedere…

Le signore, eleganti e impernacchiate, ai primissimi banchi ben piazzate,

si scambiano pareri sul ragù tra un Padre Nostro un Gloria e un Mio Gesù.

I mariti, nascosti dall’altare,whatsappano l’amica al cellulare,

oppure con le cuffie della radio ascoltano dirette dallo stadio.

Due adolescenti, appena fidanzati, effusioni si scambiano appartati

e quando passa il vecchio sacrestano nelle tasche rimettono la mano.

Non suona più il bell’organo che c’era:ora si ascolta musica leggera.

“Al passo con i tempi”, il prete dice, “dobbiamo stare!”. E chi lo contraddice?

Durante il rito di consacrazione un cellulare squilla dall’ambone.

È del parroco! Il Vescovo lo vuole…Risponde. Non si attacca a un superiore!

A ricevere in fila la particola c’è gente che saluta e che gesticola:

che piacere, buongiorno, salve a te, a dopo, ehilà, Corpo di Cristo, Amèn.

Mentre scorrono i titoli di coda e celermente l’assemblea si snoda,

in sacrestia s’avviano i chierichetti per il caffè, le graffe ed i cornetti.

In mezzo a questo caos il buon Gesù neanche un istante esiterebbe più:

ci sbatterebbe fuori ad uno ad uno, non ci sarebbe scampo per nessuno!

Però ce lo saremmo meritatoun Padreterno burbero:

è possibile mai dimenticare che in chiesa si va solo per pregare….

«Gesù fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori del tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: “Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!”» (Gv 2,13-25).

Devo riconoscere, purtroppo, che solo pochi Sacerdoti, fra i quali Don Salvatore Lazzara

 (ai quali esprimo il mio plauso unitamente a docenti, teologi, presbiteri, studiosi, laici illuminati di cui al link che segue),  hanno il “coraggio” di richiamarli all’ordine puntualizzando  di essere tutti noi nella Casa di Dio Padre (cfr. Parroco preso a schiaffi per aver rimproverato un fedele che fuma in chiesa. Alessandro Ferrua, parroco della basilica di San Giovanni a Imperia Oneglia è stato aggredito, insultato e preso a schiaffi da un fedele che aveva rimproverato, perché sorpreso a fumare in chiesa. È successo sabato pomeriggio 22/11/2025 verso le 15.30. Il religioso ha presentato denuncia.

“E’ un gesto che si commenta da solo – ha detto il sacerdote -, spropositato rispetto al rimprovero.

 https://m.facebook.com/groups/685683272175684/permalink/2079512686126062/?sfnsn=scwspwa&ref=share ) sensibilizzandoli ad avere la carità di comportarsi adeguatamente, come veri fedeli di Cristo, nella speranza di essere seguiti dallo Spirito Santo con l’assistenza della Madonna. Infatti l’esigenza della  chiarezza nella comunicazione è confermata anche dal nostro Papa (“Nel suo messaggio il Pontefice sottolinea: “La società, così come la Chiesa, si avvalgano di una comunicazione le cui basi siano l’umiltà nell’ascoltare e la parresia nel parlare, che non separi mai la verità dalla carità”. Una indicazione che ha guidato la Conferenza nella riscoperta della parola come atto relazionale e strumento di comunione, recuperandone la dimensione morale, educativa e spirituale, cfr. l’articolo del Dr. Simone Baroncia del 17/11/2025:https://www.korazym.org/116426/dialogo-verita-e-bellezza-a-roma-la-conferenza-sulla-responsabilita-della-comunicazione/?fbclid=IwdGRzaAOHuydjbGNrA4e6ZGV4dG4DYWVtAjExAHNydGMGYXBwX2lkDDM1MDY4NTUzMTcyOAhjYWxsc2l0ZQIyNQABHrPSmOBlvsMo_Tm1ttfYPrmyfTu03BqtYlHo7Y724YYS0o-i0VSkCx7mczXb_aem_augUZ4T_zEiGhyFuNfekmw&sfnsn=scwspwa ).

Rilevanza delle virtù teologali nell’ermeneutica del Magistero e della Magistratura: analisi comparativa sul piano sociologico, teologico e giurisprudenziale

Ritengo utile evidenziare preliminarmente, in questo lungo articolo che ritengo tematicamente inedito, elaborato in più parti dal mese di Luglio 2025 (supportato anche  dai testi di importanti studiosi citati che ringrazio), onnicomprensivo/comparativo dei sistemi ermeneutici vigenti, che  nell’epoca attuale dove tutto è diventato “precario”, la malvagità collettiva ed individuale dilaga a vista d’occhio (cfr.https://www.google.com/url?sa=t&source=web&rct=j&opi=89978449&url=https://corrieredelveneto.corriere.it/notizie/verona/cronaca/25_ottobre_28/femminicidio-nel-veronese-uccide-la-moglie-a-coltellate-arrestato-lei-lo-aveva-gia-denunciato-ma-poi-aveva-ritirato-la-denuncia-f569a01a-cca6-438e-96cf-ce450057exlk.shtml&ved=2ahUKEwjT-Jr_m8mQAxV2g_0HHT6IO4cQvOMEKAB6BAgUEAE&usg=AOvVaw1D7Zr1CwE1uxHYQ3sRGGmp ), in quanto sembra che non si riscontri più negli esseri umani la fede, la speranza e la carità (confermato anche dai massimi studiosi della materia “ Stiamo perdendo l’umanità. La capacità di guardare l’altro come un fratello.

Viviamo in una società che si chiude, che difende i propri confini, i propri investimenti, la propria produttività, dimenticando l’equità, la solidarietà, l’ascolto, la comprensione. E tra le povertà che emergono nel nostro tempo, stiamo riscontrando una tendenza crescente a rifugiarsi nell’isolamento sociale volontario, una condizione che coinvolge a vari livelli e con diversa intensità anche molti giovani delle nuove generazioni.

Cfr. articolo pubblicato dal Dr. Baroncia  https://www.korazym.org/115627/sulle-strade-della-speranza-vincere-la-poverta-generare-pace/?fbclid=IwY2xjawNoAVdleHRuA2FlbQIxMQABHnhBg5cz-xcooSnGUvHLtTXBFCOuZGe__2c42hoebFmlfy020gc6XhA3s3ST_aem_9bC1QEUvSkbZAbZfZeSQ6A&sfnsn=scwspwa ).

 Effettivamente  non si hanno più certezze e serenità  in alcun contesto esistenziale, in modo particolare nei rapporti fra uomini e donne (cfr. il mio articolo “ Nonostante le importanti conquiste delle donne sono ancora molte le problematiche che affliggono il mondo femminile: il femminicidio è ancora un reato che conta un numero elevato di vittime; sono ancora molti i casi di discriminazione di genere negli ambienti di lavoro; il diritto all’interruzione di gravidanza in Italia trova ancora oggi la barriera, a volte insormontabile, degli obiettori di coscienza; le crescenti difficoltà delle donne nel coniugare gli impegni lavorativi e quelli familiari; ancora oggi le donne sono vittime di frequenti casi di stupri, violenze psico-fisiche e stalking……..”

https://l.facebook.com/l.php?u=https%3A%2F%2Fwww.korazym.org%2F98541%2Fintorno-ai-femminicidi-4%2F%3Ffbclid%3DIwZXh0bgNhZW0CMTAAYnJpZBEwUldNZ0xrUG9Bd2RFVnJSMQEeGauDMqBhxiTgr8J9gCDnHHSiFBqzbbfqhkwztFlpLEUail_xjVmf5_GpKus_aem_MybTNud4aqZUKZqC-D8KHQ&h=AT3NWuud4r_53izsyG8-C9D5PW0XRU-Fj59q_OOBd8BFYKRGqTTeDTzWcYsBNff99Iq2EEqt7konLVHA0is4kCUDA3GmfcDVO9sZ0oK8D-Lh5xe-rKPcuGdnSdUblV3a0Mhc ).

Non abbiamo più nemmeno  sicurezza  di pace  a livello planetario ( cfr. https://www.google.com/url?sa=t&source=web&rct=j&opi=89978449&url=https://www.bunker-swiss.com/it/conflitto/levoluzione-dei-conflitti-mondiali-nel-2025-cifre-impatti-e-prospettive/&ved=2ahUKEwjZo7mGzcuQAxUnh_0HHeDxN90QFnoECC4QAQ&usg=AOvVaw3oJ2Bnu1N5F2Z7LCuuuUR_ “Entrando nel 2025, i conflitti globali continuano a raggiungere livelli preoccupanti. Nonostante le speranze di stabilità internazionale dopo la fine della Guerra Fredda, la realtà rimane cupa. Le guerre, gli scontri armati e la violenza civile sono in aumento, colpendo sia gli Stati fragili che le grandi potenze. In questo contesto, questo articolo offre un’analisi aggiornata degli ultimi dati….”).

Pertanto chiedo a me stesso, ai miei colleghi giuristi ( magistrati, avvocati, docenti alla Facoltà di Giurisprudenza), agli amici laici e chierici, ai vaticanisti,  ai miei colleghi studiosi di Teologia, di Diritto canonico e di Diritto statuale ( i quali quotidianamente approfondiscono i Testi interpretativi del Magistero ed i Testi normativi a livello sociologico, dottrinale e giurisprudenziale) che hanno ricevuto i Sacramenti unitamente ai loro familiari, l’interpretazione intrinseca ed estrinseca di una ricorrente, attuale  affermazione “Io sono cristiano, prego anche per la pace nel mondo, credo in Dio e professo la fede, la speranza e la carità in ogni contesto operativo della mia esistenza, ma vado raramente in chiesa”.

 Tali “virtù teologali”, che approfondirò in prosieguo, in buona sostanza, nella loro/nostra esistenza le vivono/viviamo in coscienza e si applicano  permanentemente in particolare nel mondo di oggi ? Ovvero costituiscono esclusivamente materie di studio, tematiche teologiche, oggetto di elaborazioni dottrinali, criteri  morali estranei alle Costituzioni degli Stati, agli organi giurisdizionali statuali ed ecclesiastici, alle Istituzioni legislative nazionali e sovranazionali, all’ONU ?

 Com’ è noto, la Chiesa cattolica si presenta come caratterizzata da costituzione gerarchica globale, dove il potere di subordinazione sociale rispetto ai membri è concepito di derivazione divina. L’autorità suprema − legislativa, esecutiva e giudiziaria – che viene esercitata su tutta la Chiesa universale, latina e orientale, è nelle mani del Romano Pontefice, nonché del Collegio dei Vescovi. costituenti organicamente il Magistero.

 La fonte dell’esercizio di questo potere è radicata nel sacramento dell’ordine, mentre a norma della disciplina canonica le laiche e i laici a tale potestà possono soltanto cooperare, anche assumendo uffici ecclesiastici, ma sempre su concessione dei pastori… ( cfr. https://l.facebook.com/l.php?u=https%3A%2F%2Fwww.settimananews.it%2Fteologia%2Fanatomia-del-potere-nella-chiesa-cattolica%2F%3Ffbclid%3DIwZXh0bgNhZW0CMTAAYnJpZBEwUldNZ0xrUG9Bd2RFVnJSMQEeL23g9cPHsD-KwuYLvY74TN1EbZlMrc9i7Zqv1-VtHKTZbVNjK7g_Y7FXkhE_aem_02RiXF9mgbXXaYIsWnzhLw&h=AT2-ggB0lpbDq3YbDImFoh_99aZKjjQLgW4LH8p3jvCzI77XJzfXxoZe8YdqrASXaANNufHThzJyc9vU6sKFl6t0nijsc0Zxql1P7FC8o53Lek5FubgSI3iPb55uiLNEiM2o).

Il nostro assunto, sul piano dell’esegesi sociologica, è confermato nel suo testo del 29/10/2025 anche da un mio  amico di  facebook, noto sociologo professore Francesco Pira, docente associato di Sociologia all’Università di Messina, saggista e giornalista, il quale puntualizza che  “La nostra Europa, che ha sì radici cristiane, sembra d’aver smarrito i valori, le strade delle virtù che hanno fatto grande la sua storia. Oggi, viviamo in un tempo, tra il reale e il virtuale, segnato, sempre più, da incertezze, paure, intolleranze. L’Uomo deve tornare a riflettere, dovrebbe tornare a riflettere sulla sua natura, sulla sua dignità, sulla dignità del lavoro…..Papa Leone XIV, da agostiniano e da vescovo di Roma, ancora una volta ci ricorda la lezione di Sant’Agostino. Una figura che, soprattutto nelle Confessioni, descrive l’Uomo come un «essere inquieto, segnato da una tensione costante verso il Bene supremo, che solo Dio può colmare: Inquietum est cor nostrum donec requiescat in Te».

In questo senso, l’esperienza della fede cristiana non nasce dalla negazione dell’umano, ma dalla sua piena assunzione: è l’uomo, nella sua limitatezza e nella sua apertura, il soggetto della fede. Agostino non propone una fuga dal mondo, ma un ritorno a sé stessi, all’interiorità. L’uomo non è solo razionale, ma desiderante, capace di memoria, di intelligenza e di volontà. Ricordiamo che (sant’) Agostino si opponeva tanto all’eresia pelagiana (che esaltava l’autosufficienza umana) quanto a quella manichea (che disprezzava la carne e il mondo).

Manuel Valenzisi: In carne e ossa. Le virtù teologali e i consigli evangelici vissuti da chi ha incontrato Cristo. Meditazioni

Che cosa significa incontrare davvero Cristo? Non un’idea, non un ricordo, non un concetto astratto, ma un’esperienza che tocca la vita ‘in carne e ossa’. È questa la sfida che fra Manuel Valenzisi raccoglie nelle pagine del suo nuovo libretto, nato da un corso di esercizi spirituali e ora consegnato al pubblico come invito concreto a riscoprire il Vangelo come evento vivo.

Il testo parte da una constatazione semplice ma decisiva: le virtù teologali e i consigli evangelici non sono categorie da manuale, ma vie di vita. Per mostrarlo, l’autore ci conduce accanto a personaggi del Vangelo – Maria, Giuseppe, la Cananea, la vedova povera, la peccatrice perdonata, la Samaritana – e lascia che siano loro a insegnarci cosa significa credere, sperare, amare. In loro la fede diventa obbedienza, la speranza si intreccia con la povertà, la carità si illumina nella castità. Non teorie, ma carne viva, come l’Incarnazione di cui sono trasparenza.

Chi legge si accorge presto che qui la Parola non viene semplicemente spiegata, ma quasi “cucinata”, come nota p. Serafino Tognetti nella prefazione: strizzata, impastata, ricomposta, fino a diventare piatto nutriente e profumato. Un testo che non si consuma in fretta: chiede pause, riletture, tempo di assimilazione.

È un libro breve (99 pagine), ma denso. Lo si potrebbe divorare in una sera, eppure invita a gustarlo lentamente, a lasciarsi mettere in questione: ho davvero letto e vissuto il Vangelo? L’impressione finale è quella di trovarsi davanti a una guida discreta che non pretende di insegnare dall’alto, ma di accompagnare dentro un incontro.

‘In carne e ossa’ è, in fondo, una piccola scuola di Vangelo vissuto: non un commento esegetico, non un trattato spirituale, ma una testimonianza che mostra come la Parola, quando la si lascia entrare, diventa vita che cambia la vita.

Un libretto agile, capace di parlare a chi cerca, a chi si interroga, ma anche a chi è già in cammino e vuole riscoprire il sapore sempre nuovo delle ‘cose antiche e sempre nuove’ del Regno. Qui il video di presentazione: https://www.youtube.com/watch?v=MDqmnw2USKE

Papa Leone XIV ai gendarmi: una promessa è libertà

“Cari fratelli e sorelle, secondo una bella consuetudine ho l’opportunità di celebrare con voi l’Eucaristia in occasione della festa del vostro Patrono San Michele Arcangelo. Ci siamo raccolti presso l’altare del Signore, sotto lo sguardo materno della Vergine Immacolata”: dopo la presenza al giuramento delle reclute della Guardia Svizzera Pontificia di ieri pomeriggio, oggi pomeriggio è stata la volta della Gendarmeria Vaticana, in cui papa Leone XIV ha celebrato la messa per la festa di San Michele Arcangelo, patrono e protettore della Polizia di Stato Italiana e del Corpo della Gendarmeria Vaticana, che ricorre il 29 settembre.

Nella breve omelia il papa ha chiesto di non vergognarsi di testimoniare la fede: “E’ la testimonianza di Gesù che dà senso a ciò che facciamo: altrimenti rischiamo di diventare cristiani grigi, tiepidi, senza un cuore ardente per il Vangelo.

Carissimi, in quanto Gendarmi dello Stato Vaticano, la vostra non è solo una professione: è un servizio per il bene della Chiesa. Anche il vostro lavoro quotidiano, infatti, dà una testimonianza del Vangelo. Dunque, non vergognatevi mai dell’esempio che potete dare. Spesso (e lo sapete per esperienza), la vostra presenza discreta e sicura può esprimere uno stile evangelico non a parole, ma anche solo con uno sguardo attento, con un gesto premuroso che tutela ogni persona attorno a voi”.

Le parole dell’apostolo san Paolo delineano le virtù del cristiano: “Queste sono certamente virtù del buon cristiano, e pertanto anche del gendarme vaticano: avete forza dalla legge, ma non per dominare; avete carità verso i piccoli, ma non per compiacere l’autorità; prudenza nell’azione, ma non per paura delle responsabilità che vi sono proprie”.

Ed ha sottolineato che una ‘promessa’ è un momento di libertà: “Ecco il programma che affido particolarmente a voi, giovani gendarmi che avete da poco pronunciato il vostro giuramento. Quella promessa non è stata una semplice formula da ripetere, ma un atto di libertà e di dedizione. Avete affermato un “sì” pubblico, davanti a Dio e alla Chiesa. Avete promesso fedeltà al Papa e a un servizio che coinvolge la vostra vita, nell’impegno lavorativo di ogni giorno. Grazie per il coraggio e per la disponibilità che avete espresso nel servire fedelmente la Santa Sede!”

Però la fedeltà ha necessità che la fede sia accresciuta: “Signore: restaci accanto, converti i nostri cuori, rendici testimoni della tua Parola! Fa’ che la nostra fede, cioè la nostra relazione con Te, possa crescere sempre, tra le gioie e le prove della vita. Sei tu stesso, Signore, a nutrirla con la grazia del tuo Santo Spirito, affinché porti in noi frutti di opere buone.

Pronunciamo allora queste parole con la speranza di chi si sa amato da Dio, e perciò desidera vivere secondo la sua volontà. Quando verranno i giorni della fatica e dell’incomprensione, troveremo nella grazia del Signore il conforto e la lealtà che ci sostengono”.

Il papa ha concluso l’omelia affermando che anche il loro lavoro è una missione: “Si vede poco, eppure fa tanto. E’ un compito che costruisce sicurezza, ordine, rispetto: svolgetelo insieme, come una squadra, d’intesa reciproca con chi lavora da più tempo. E’ un servizio che protegge non solo luoghi e persone, ma rispecchia una missione, la missione della Chiesa.

Vivete dunque questa stessa missione, che è l’annuncio del Vangelo, con la vostra uniforme e prima di tutto con la vostra umanità. La mia gratitudine va anche alle vostre famiglie: le mogli, i figli, i papà e le mamme. Il vostro ‘sì’ è sorretto anche dal loro ‘sì’ silenzioso. Senza di loro, il vostro servizio sarebbe più fragile”.

(Foto: Santa Sede)

Luisa Santolini: Carlo Casini e Shahbaz Bhatti interpreti della politica come via alla santità

Che cosa hanno in comune Carlo Casini e Shahbaz Bhatti? A loro sarà dedicato il convegno ‘La politica via alla santità’ in programma nel pomeriggio di lunedì 29 settembre nella Sala Zuccari del Senato. Due politici diversi per nazionalità, ambito di impegno, età, percorsi di vita e incarichi istituzionali, eppure entrambi ugualmente innamorati di Gesù e testimoni del Vangelo. L’attenzione verrà posta su due politici diversi per nazionalità, ambito di impegno, età, percorsi di vita e incarichi istituzionali, eppure ugualmente innamorati di Gesù e testimoni del Vangelo: Carlo Casini (1935-2020) e Shahbaz Bhatti (1968-2011). L’accostamento fra Carlo Casini e Shahbaz Bhatti, manifesta la ‘fecondità universale della dottrina sociale della Chiesa cattolica’, come si legge nella presentazione dell’evento promosso dal ‘Movimento per la Vita’, associazione ‘Amici di Carlo Casini’, ‘Pakistani cristiani in Italia’, e ‘Shahbaz Bhatti Mission’, con la ‘lectio magistralis’ del vicario per la diocesi di Roma, card. Baldassarre Reina.

Alla vigilia dell’evento abbiamo contattato la presidente dell’associazione ‘Amici di Carlo Casini, prof.ssa Luisa Snntolini, per chiedere il motivo per cui la politica è via alla santità:

“Perché la politica, correttamente intesa e soprattutto correttamente vissuta è forse il terreno più arido, più pericoloso e più difficile in cui si scontrano due visioni opposte della realtà e della verità dell’uomo: la cultura della morte e la cultura della vita. Essere fedeli al Vangelo, avere sempre come faro la propria adesione profonda al Gesù crocifisso, non tradire e non abbandonare mai il Magistero della Chiesa richiede davvero delle virtù eroiche che Casini e Bhatti possedeva in sommo grado. I ricatti, le pressioni dei partiti, ma soprattutto le sirene e le tentazioni della politica sono irresistibili, più che altrove e resistere loro è un esercizio che pochi sanno fare”.

perché è stato scelto di narrare le vite di Carlo Casini e di Shabbat Bhatti?

“Carlo e Shabbat sono vissuti in contesti culturali, politici, religiosi e sociali profondamente diversi. A migliaia di Km di distanza, con ruoli e incarichi diversi. Avevano età diverse e sono anche tornati alla casa del Padre in maniera diversa: l’uno ucciso sotto casa dagli integralisti islamici, l’altro divorato per anni da una malattia atroce che non perdona. Eppure, tutti e due hanno celebrato la politica come forma di vita e la vita come criterio per valutare la politica. La Chiesa è davvero universale, la Fede non ha confini o terreni privilegiati per fiorire, tutti gli uomini sono chiamati alla santità, anche i personaggi politici. Questo vogliamo dire: un messaggio per tutti coloro che hanno responsabilità politiche e istituzionali”.

Come hanno realizzato nel loro percorso politico la Dottrina Sociale della Chiesa?

“La Dottrina Sociale della Chiesa non è un insieme di regole e di precetti da osservare. E’ una monumentale “lettura” del Vangelo che va solo studiata, capita e vissuta. I pilastri, detto in parole poverelle, sono la sacralità della vita umana e la dignità della persona, la solidarietà, la sussidiarietà, pace, giustizia e il bene comune. Ecco, spesso in politica questi valori, queste pietre miliari nel cammino di tutti i credenti, sono stati ‘saccheggiati e strattonati’ da politici che di cristiano avevano poco soprattutto per giustificare le loro ideologie, usando così solo le parole della Dottrina Sociale della Chiesa che potevano far comodo.

I nostri due ‘eroi’ hanno detto e dimostrato che non esiste solidarietà senza sussidiarietà, che non esiste tutela della vita senza la pace, che non esiste bene comune senza giustizia, che non esiste dignità della persona senza il suo rispetto dal concepimento alla morte naturale che non esiste famiglia senza la declinazione completa della Dottrina Sociale della Chiesa. Sono stati testimoni credibili e per questo vanno celebrati”.

Cosa significa testimoniare l’essere cristiano in politica?

“Penso che la testimonianza debba passare attraverso le doti che sono tipiche del laico credente chiamato ad ‘ordinare il temporale secondo la volontà di Dio’. Una fede radicata sulla roccia, una profonda capacità di vivere la massima di sant’ Ignazio di Loyola: ‘Agisci come se tutto dipendesse da te; confida come se tutto dipendesse da Dio’, ed infine le cinque C che rendono la politica una avventura affascinante: coraggio, convinzione, credibilità, competenza e coerenza. A mio avviso questo significa essere cristiani in politica ed infatti non è un caso che sia Carlo Casini che Shabbat Bhatti sono stati stimati ed apprezzati anche dai loro avversari più acerrimi, durante e dopo la loro vita”.

E’ possibile vivere la politica come ‘forma alta di carità’?

“Certamente è possibile, basta sapere che è una strada impervia, tutta in salita, con pochi compagni di viaggio, quasi in solitario, perché molti alle prime difficoltà, e ce ne sono tante, si fermano al ‘campo base’. Ed i problemi vengono anche stampa, dalla opinione pubblica, da una mentalità che guarda con sufficienza se non con disprezzo chi si avventura in politica. Lo ha detto anche alcune settimane fa papa Leone XlV: ‘Non ignoro neppure le pressioni, le direttive di partito, le colonizzazioni ideologiche a cui gli uomini politici sono sottoposti. Devono avere coraggio, il coraggio di dire ‘No, non posso’, quando è in gioco la verità’.

Ecco il papa ci ha indicato la strada. Un cristiano ha il compito di dare dignità alla politica indicando un modello di politica che non può prescindere dall’etica e da una gerarchia di valori che rendono appunto la politica una ‘forma alta di carità’. Le parole del Santo Padre non possono che confortare chi si vuole cimentare con la politica in vista del bene comune, nella speranza che siano molti i seguaci di Carlo Casini e di Shabbat Bhatti”.

(Tratto da Aci Stampa)

Giuseppe Lubrino invita a scoprire le virtù cristiane per stare nel mondo

“Proporre oggi le virtù cristiane non è una scelta nostalgica, ma un gesto profetico. In un’epoca segnata da smarrimento e frammentazione, le virtù rappresentano la risposta più umana e più vera al bisogno di pienezza che ciascuno porta nel cuore. Esse sono forma della libertà, incarnazione del desiderio di bene, struttura interiore della santità possibile e concreta. Questo testo non intende essere un trattato astratto, ma una proposta educativa e culturale: educare alla virtù significa educare alla realtà, alla verità, alla bellezza, alla speranza. E’ insegnare a vivere in rapporto con tutto ciò che c’è, alla luce di un’appartenenza che rende l’uomo intero”.

Così scrive il prof. Giancarlo Restivo, direttore della Schola ‘Carlo Magno’, nella prefazione al libro del prof. Giuseppe Lubrino, docente di religione cattolica, ‘Alla scoperta delle virtù cristiane: dalle radici greco-romane a Benedetto XVI’, che racconta il motivo per cui ha scritto un libro sulle virtù cristiane:

Dopo un’attenta analisi, condotta insieme al direttore della ‘Schola Carlo Magno’, Giancarlo Restivo, delle derive antropologiche e culturali che caratterizzano lo scenario educativo contemporaneo, abbiamo ritenuto necessario esplorare e approfondire il valore educativo e l’attualità delle virtù cristiane. Le virtù rappresentano uno strumento fondamentale attraverso cui i giovani possono imparare a leggere e decifrare la realtà, crescere e maturare in umanità”.

Quanto sono importanti oggi le virtù cristiane per ‘abitare il mondo’?

“Assistiamo a una diffusa perdita di senso tra i giovani: fragilità emotive e caratteriali, isolamento sociale, disturbi alimentari, fenomeni di autolesionismo. Molti sembrano incapaci di immaginare un futuro possibile. Le virtù, per loro natura intrinseca, costituiscono da sempre un supporto per affrontare la complessità del reale. Riscoprirne il valore è oggi fondamentale per sviluppare capacità decisionali e resilienza, partendo da un’identità personale solida”.

Esiste una differenza tra le virtù del mondo ellenistico e quelle del mondo cristiano?

“La peculiarità del Cristianesimo rispetto alla tradizione greco-romana risiede nell’introduzione delle virtù teologali, in particolare della carità. Per greci e romani, il fondamento delle virtù era la ragione. Il Cristianesimo ha invece introdotto la dimensione della trascendenza, il bisogno di perdono e redenzione, l’umiltà. Le virtù teologali sono indispensabili per crescere ed evolversi, penetrando il mistero della vita”.

In che modo la virtù cristiana può condurre alla santità?

“La santità è spesso percepita come una meta straordinaria, irraggiungibile, utopica. E’ invece necessario recuperare la dimensione ordinaria della santità, facendo comprendere che essa si costruisce giorno per giorno, vivendo con onestà, verità, giustizia e solidarietà. La virtù cristiana è il cammino quotidiano verso la santità”.

Perché, secondo sant’Agostino, le virtù cristiane sono il frutto di una conversione?

“Per sant’Agostino, la conversione è una condizione costante della vita umana. L’essere umano ha sempre bisogno di riprendere il cammino, le inclinazioni al male, il desiderio di possesso, l’egoismo sono, talvolta, uno ostacolo alla crescita e allo sviluppo e alla realizzazione dell’esistenza umana. L’essere umano è chiamato ogni giorno a scegliere il bene, rinunciando al male. Le virtù diventano strumenti essenziali per un sano discernimento. Nella misura in cui l’uomo si apre all’azione della grazia, viene modellato e conformato a Cristo”.

Qual è il rapporto tra virtù cardinali e virtù teologali?

“Si tratta di un legame inscindibile. Le virtù cardinali orientano e favoriscono le azioni umane; le virtù teologali ne rivelano il senso profondo e costituiscono il compimento del cammino educativo dell’uomo”.

(Tratto da Aci Stampa)

Papa Leone XIV richiama ad una giustizia al servizio delle persone

“Sono lieto di accogliervi in occasione del Giubileo dedicato a quanti, a vario titolo, operano nel vasto campo della giustizia. Saluto le distinte Autorità presenti, venute da molti Paesi, in rappresentanza di diverse Corti, e tutti voi che quotidianamente svolgete un servizio necessario all’ordinata relazione tra le persone, le comunità e gli Stati. Saluto anche gli altri pellegrini che si sono uniti a questo Giubileo!”: incontrando questa mattina in piazza san Pietro i partecipanti al Giubileo degli operatori di giustizia papa Leone XIV ha lanciato un forte appello a mettere la giustizia alla base della società, per promuovere il bene comune e tutelare i più deboli in un mondo colpito da tensioni, violenze e disuguaglianze.

L’intervento del  papa è stata un’occasione per riflettere sul compito della giustizia: “Quale migliore occasione per riflettere più da vicino sulla giustizia e sulla sua funzione, che sappiamo è indispensabile sia per l’ordinato sviluppo della società sia come virtù cardinale che ispira e orienta la coscienza di ogni uomo e donna. La giustizia, infatti, è chiamata a svolgere una funzione superiore nell’umana convivenza, che non può essere ridotta alla nuda applicazione della legge o all’operato dei giudici, né limitarsi agli aspetti procedurali”.

Proprio il salmo 45, sottolineando che bisogna amare la giustizia e detestare la malvagità, “ci ricorda l’espressione biblica, esortando ciascuno di noi a fare il bene ed evitare il male. O ancora, quanta sapienza contiene la massima ‘dare a ciascuno il suo’! Eppure tutto ciò non esaurisce il desiderio profondo del giusto che è presente in ognuno di noi, quella sete di giustizia che è lo strumento-cardine per edificare il bene comune in ogni società umana”.

Compito della giustizia è quello di offrire dignità alla persona: “Nella giustizia, infatti, si coniugano la dignità della persona, il suo rapporto con l’altro e la dimensione della comunità fatta di convivenza, strutture e regole comuni. Una circolarità della relazione sociale che pone al centro il valore di ogni essere umano, da preservare mediante la giustizia di fronte alle diverse forme di conflitto che possono sorgere nell’agire individuale, o nella perdita di senso comune che può coinvolgere anche gli apparati e le strutture”.

Per questo la giustizia è considerata una virtù: “La tradizione ci insegna che la giustizia è, anzitutto, una virtù, vale a dire, un atteggiamento fermo e stabile che ordina la nostra condotta secondo la ragione e la fede. La virtù della giustizia, in particolare, consiste nella ‘costante e ferma volontà di dare a Dio e al prossimo ciò che è loro dovuto’. In tale prospettiva, per il credente, la giustizia dispone ‘a rispettare i diritti di ciascuno e a stabilire nelle relazioni umane l’armonia che promuove l’equità nei confronti delle persone e del bene comune’, obiettivo che si rende garante di un ordine a tutela del debole, di colui che chiede giustizia perché vittima di oppressione, escluso o ignorato”.

In questo senso il Vangelo racconta molti episodi di giustizia: “Sono tanti gli episodi evangelici nei quali l’azione umana è valutata da una giustizia capace di sconfiggere il male del sopruso, come ricorda l’insistenza della vedova che induce il giudice a ritrovare il senso del giusto. Ma anche una giustizia superiore che paga l’operaio dell’ultima ora come quello che lavora tutto il giorno; o quella che fa della misericordia la chiave di interpretazione della relazione e induce a perdonare accogliendo il figlio che era perduto ed è stato ritrovato, od ancora di più di perdonare non sette volte, ma settanta volte sette. E’ la forza del perdono che è propria del comandamento dell’amore ad emergere come elemento costitutivo di una giustizia capace di coniugare il soprannaturale all’umano”.

Quindi la giustizia evangelica non esclude quella umana: “La giustizia evangelica, quindi, non distoglie da quella umana, ma la interroga e ridisegna: la provoca ad andare sempre oltre, perché la spinge verso la ricerca della riconciliazione. Il male, infatti, non va soltanto sanzionato, ma riparato, e a tale scopo è necessario uno sguardo profondo verso il bene delle persone e il bene comune. Compito arduo, ma non impossibile per chi, cosciente di svolgere un servizio più esigente di altri, si impegna a tenere una condotta di vita irreprensibile”.

Richiamando sant’Agostino il papa ha sottolineato che la giustizia è ‘prudente, forte e temperante’: “Ciò richiede la capacità di pensare sempre alla luce della verità e della sapienza, di interpretare la legge andando in profondità, oltre la dimensione puramente formale, per cogliere il senso intimo della verità di cui siamo al servizio. Tendere verso la giustizia, quindi, richiede di poterla amare come una realtà a cui si può giungere solo se si coniugano l’attenzione costante, il radicale disinteresse e un assiduo discernimento. Quando si esercita la giustizia, infatti, ci si pone al servizio delle persone, del popolo e dello Stato, in una dedizione piena e costante”.

Ed ha ricordato che essa è una beatitudine: “Con questa beatitudine il Signore Gesù ha voluto esprimere la tensione spirituale a cui è necessario essere aperti, non solo per ottenere una vera giustizia, ma soprattutto per ricercarla da parte di quanti la devono realizzare nelle diverse situazioni storiche. Avere ‘fame e sete’ di giustizia equivale a essere consapevoli che essa esige lo sforzo personale per interpretare la legge nella misura più umana possibile, ma soprattutto chiede di tendere a una ‘sazietà’ che può trovare compimento solo in una giustizia più grande, trascendente le situazioni particolari”.

Ha concluso l’udienza con parole tratte dall’opera agostiniana ‘De Civitate Dei’: “Cari amici, il Giubileo invita a riflettere anche su un aspetto della giustizia che spesso non è sufficientemente focalizzato: ossia sulla realtà di tanti Paesi e popoli che hanno ‘fame e sete di giustizia’, perché le loro condizioni di vita sono talmente inique e disumane da risultare inaccettabili.

All’attuale panorama internazionale andrebbero dunque applicate queste sentenze perennemente valide… Le parole impegnative di sant’Agostino ispirino ognuno di noi ad esprimere sempre al meglio l’esercizio della giustizia a servizio del popolo, con lo sguardo rivolto a Dio, così da rispettare pienamente la giustizia, il diritto e la dignità delle persone”.

(Foto: Santa Sede)

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