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Carlo Manziana: un vescovo antifascista
Carlo Manziana (6 luglio 1902 – 2 giugno 1997) fu un vescovo italiano noto per la sua forte personalità e il suo impegno religioso. Nacque a Urago Mella, quartiere di Brescia. Durante la crescita ebbe vari problemi di salute e fu aiutato da donne della famiglia. Uno dei suoi amici fu Giovanni Battista Montini, futuro Papa Paolo VI. Studiò al collegio Arici dei Gesuiti e frequento l’Università di lettere a Roma. Lì, Carlo studiò anche musica sacra all’istituto di piazza S.Agostino.
Dopo un ritiro spirituale a Gussago, all’età di diciannove anni frequentò anche l’Università Cattolica a Milano, approfondendo la sua conoscenza in campo filosofico. Nonostante non conseguì la laurea, a causa dei problemi di salute, a ventidue anni, insieme all’amico Ottorino Marcolini, entrò a far parte dell’Oratorio San Filippo Neri di Brescia, detto della Pace.
Proprio la pace fu molto caro a Manziana, il quale aderì a svariati gruppi giovanili organizzati nell’immediato dopoguerra, quali il famoso La Fionda. In questo modo, riuscì a venire a contatto con persone illustri e preparate sul piano culturale, come il padre barnabita Giovanni Semeria. Grazie a padre Caresana e padre Bevilacqua, fu ordinato sacerdote nell’Oratorio stesso nel 1927.
Insegnò al liceo scientifico e al classico. Appoggiò indirettamente un movimento antifascista proposto dai suoi studenti e venne arrestato. In seguito fu deportato a Dachau ma sopravvisse. Più precisamente, fu catturato il 4 gennaio 1944, alle nove di sera, da alcuni militi SS della Polizia di sicurezza con sede in Verona, comandati dal maresciallo Leo Steinweinder e rinchiuso nel carcere di Brescia. Cinque giorni dopo fu trasferito al Forte San Mattia e, successiva mente, al Forte San Leonardo a Verona.
Il 29 febbraio, con altri nove bresciani e ad altri venti prigionieri padovani, come il sacerdote Giovanni Fortin fu internato nel campo di concentramento di Dachau. Manziana, matricola 64762, riuscì a sopravvivere venne liberato il 29 aprile del 1945 dalle truppe americane. In Italia rientrò solo il 13 luglio seguente. Nel 1963, Paolo VI lo nominato vescovo di Crema.
Qui condusse il rinnovamento della comunità diocesana secondo quanto detto nel Concilio Vaticano II. Sempre a Crema, istituì la parrocchia di San Carlo. Nel 1981, si ritirò dall’amministrazione della diocesi. Morì a Brescia e fu sepolto nella cattedrale di Crema. Nel 2000, venne istituita la Fondazione Carlo Manziana che gestisce le scuole cattoliche nella diocesi di Crema.
Mons. Felice Accrocca è vescovo di Assisi – Nocera Umbra – Gualdo Tadino e Foligno
Sabato 10 gennaio, al termine dell’apertura dell’anno giubilare francescano per ricordare gli 800 anni del transito di san Francesco d’Assisi, il vescovo di Assisi, mons. Domenico Sorrentino, ha dato l’annuncio del suo successore, mons. Felice Accrocca, alla guida in ‘persona episcopi’ delle diocesi di Assisi – Nocera Umbra – Gualdo Tadino e di Foligno, in concomitanza con la pubblicazione sul Bollettino ufficiale della Sala Stampa Vaticana (e con la diocesi di Benevento).
La cancelliere della diocesi di Assisi – Nocera Umbra – Gualdo Tadino, suor Alessandra Rusca ha letto il decreto di nomina di mons. Sorrentino come amministratore apostolico delle due diocesi fino all’insediamento del nuovo vescovo; il cancelliere della diocesi di Foligno Fabio Cioccoloni, ha letto le altre nomine e il delegato, don Giovanni Zampa, già vicario generale, ha letto il saluto del nuovo vescovo alle due diocesi.
Nel saluto ai fedeli delle diocesi umbre mons. Accrocca ha ripreso le parole di Ugo di san Vittore, un monaco del XII secolo: “Carissimi fratelli e figli, ‘grazia a voi e pace da Dio, Padre nostro, e dal Signore Gesù Cristo!’ Il Signore mi ha inviato a voi e Lui sa quello che fa: ho accolto la sua chiamata con serenità, pur con tutte le domande (e le paure) che in tali momenti affollano la mente e con cui bisogna fare i conti; confido però sulla Grazia di Dio e anche su di voi.
Mi hanno molto aiutato, nei giorni scorsi, le parole di un monaco del secolo XII, Ugo di San Vittore: questi afferma che ‘è molto sensibile [tenero] l’uomo che sente ancora la dolcezza della terra natale, è già forte colui che sa fare di ogni luogo la sua nuova patria, ma è veramente perfetto nella virtù colui che valuta tutto il mondo come un luogo d’esilio. Il primo ha fissato il suo amore in una parte della terra, il secondo lo ha distribuito in molti luoghi, ma il terzo ha annullato in se stesso l’amore del mondo’. Vi chiedo di sostenermi con la vostra preghiera”.
Mentre ai fedeli della diocesi di Benevento ha ricordato il bene reciproco: “Questa terra l’ho sentita veramente mia. E’ mia e lo rimarrà. Quando sono venuto qui ero pieno di paure, credevo che non sarei riuscito a sopravvivere serenamente neppure tre mesi. Faticavo anche a collocare queste parti geograficamente. Ma nonostante i momenti di difficoltà sento che ho ricevuto tanto da tanti di voi. Ho trovato tanti amici, gente straordinaria.
Vi ho voluto bene, sono convinto però che voi me ne avete voluto di più. Vi chiedo di continuare a pregare per me per tre motivi: non fare guai troppo grossi, rimanere sereno e non perdere il sorriso. Spero di esserne all’altezza, fiducioso di rivederci ad Assisi. La mia nomina non la vedo come un avanzare o un regredire, né come un premio. Sento che forse il Papa in questo momento aveva bisogno di me e in me ha trovato la persona adatta”.
Ed appena appresa la notizia i Frati di Assisi, attraverso il Custode del Sacro Convento, fra Marco Moroni, hanno espresso la loro gioia per la nomina del vescovo e ringraziato mons. Sorrentino: “La scelta di papa Leone mi riempie di gioia. Mons. Felice Accrocca è universalmente riconosciuto per la sua straordinaria competenza su san Francesco e sulla storia delle origini del francescanesimo.
A ciò si aggiungono la sua umanità e la passione per la vita pastorale e l’evangelizzazione, qualità che abbiamo avuto modo di apprezzare in numerosi incontri qui ad Assisi. L’ultimo di questi, giovedì scorso, lo ha visto parlare a noi superiori francescani d’Italia, offrendoci ancora una volta un segno tangibile del suo impegno e della sua visione”.
Per questo ha sottolineato la scelta ‘appropriata’: “Ritengo che questa sia la scelta più appropriata per il tempo presente, in cui celebriamo l’ottavo centenario della morte di san Francesco, ma anche per gli anni a venire. La figura e il messaggio di san Francesco d’Assisi, grazie a questa guida, potranno continuare a portare frutti di fede in una società che ha urgente bisogno di riscoprire il Signore Gesù, di ritrovare la fraternità in un mondo sempre più individualista e di abbracciare quella piccolezza evangelica che rappresenta l’antidoto alla brama di potere dell’uomo contemporaneo”.
Infine ha ringraziato mons. Sorrentino: “Il suo instancabile impegno a favore di questa Chiesa, così ricca di santità, e la cura con cui ha coltivato le relazioni con noi frati, sostenendo la nostra variegata attività in Basilica, meritano il nostro più sincero ringraziamento”.
(Foto: Realtà Sannita)
Papa Leone XIV ricorda che il vescovo è un pastore
Oggi la Chiesa di Roma gioisce insieme con la Chiesa universale, esultando per il dono di un nuovo Vescovo: Mons. Mirosław Stanisław Wachowski, figlio della terra polacca, Arcivescovo titolare eletto di Villamagna di Proconsolare e Nunzio Apostolico presso il caro popolo dell’Iraq. Il motto da lui scelto (‘Gloria Deo Pax Hominibus’) risuona come eco del canto natalizio degli angeli a Betlemme: ‘Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini, che egli ama’. E’ il programma di una vita: cercare sempre che la gloria di Dio risplenda nella pace tra gli uomini. Questo è il senso profondo di ogni vocazione cristiana, e in modo particolare di quella episcopale: rendere visibile, con la propria vita, la lode di Dio e il suo desiderio di riconciliare il mondo a sé”.
Con queste parole papa Leone XIV ha presieduto la messa per l’Ordinazione Episcopale di Monsignor Mirosław Stanisław Wachowski, arcivescovo titolare di Villamagna di Proconsolare e Nunzio Apostolico in Iraq, commentando il motto episcopale scelto dal neo Nunzio: “La Parola di Dio appena proclamata ci offre alcuni tratti essenziali del ministero episcopale.
Il Vangelo ci mostra due uomini che pregano al tempio: un fariseo e un pubblicano. Il primo si presenta con sicurezza, elencando le proprie opere; il secondo rimane in fondo, senza osare alzare lo sguardo, e affida tutto a una sola invocazione: ‘O Dio, abbi pietà di me peccatore’.. . La preghiera del povero attraversa le nubi, ci ricorda il Siracide: Dio ascolta la supplica di chi si affida totalmente a Lui”.
Il papa ha sottolineato la necessità dell’umiltà: “Questa è la prima lezione per ogni Vescovo: l’umiltà. Non l’umiltà delle parole, ma quella che abita il cuore di chi sa di essere servo, non padrone; pastore, non proprietario del gregge”.
Eppoi una sottolineatura sulla preghiera: “Mi commuove pensare alla preghiera umile che, in Mesopotamia, sale da secoli come incenso: il pubblicano del Vangelo ha il volto di tanti fedeli d’Oriente che, nel silenzio, continuano a dire: ‘O Dio, abbi pietà di me peccatore’. La loro preghiera non si spegne, e oggi la Chiesa universale si unisce a quel coro di fiducia che attraversa le nubi e tocca il cuore di Dio”.
E’ stato anche un invito a non perdere la contemplazione: “Caro monsignor Mirosław, tu vieni da una terra di laghi e foreste. In quei paesaggi, dove il silenzio è maestro, hai imparato a contemplare; tra la neve e il sole, hai appreso la sobrietà e la forza; in una famiglia contadina, la fedeltà alla terra e al lavoro. Il mattino che inizia presto ti ha insegnato la disciplina del cuore, e l’amore per la natura ti ha fatto scoprire la bellezza del Creatore”.
Le radici sono quindi una scuola da cui imparare: “Queste radici non sono soltanto un ricordo da conservare, ma una scuola permanente. Dal contatto con la terra hai imparato che la fecondità nasce dall’attesa e dalla fedeltà: due parole che definiscono anche il ministero episcopale. Il Vescovo è chiamato a seminare con pazienza, a coltivare con rispetto, ad attendere con speranza. E’ custode, non proprietario; uomo di preghiera, non di possesso. Il Signore ti affida una missione perché tu la curi con la stessa dedizione con cui il contadino si prende cura del campo: ogni giorno, con costanza, con fede”.
Dopo aver percorso la carriera diplomatica ora mons. Wachowski è chiamato ad essere pastore: “Ora il Signore chiede che tale dono diventi paternità pastorale: essere padre, pastore e testimone della speranza in una terra segnata dal dolore e dal desiderio di rinascita. Sei chiamato a combattere la buona battaglia della fede, non contro gli altri, ma contro la tentazione di stancarti, di chiuderti, di misurare i risultati, contando sulla fedeltà che è il tuo tratto distintivo: la fedeltà di chi non cerca sé stesso, ma serve con professionalità, con rispetto, con una competenza che illumina e non ostenta”.
Quindi il papa lo ha inviato a ‘rafforzare’ le radici del popolo cristiano dell’Iraq: “In Iraq, terra della tua missione, questo servizio assume un significato speciale. Lì, la Chiesa cattolica, in piena comunione con il Vescovo di Roma, vive in diverse tradizioni: la Chiesa caldea, con il suo Patriarca di Babilonia dei Caldei e la lingua aramaica della liturgia; le Chiese siro-cattolica, armeno-cattolica, greco-cattolica e latina. È un mosaico di riti e di culture, di storia e di fede, che chiede di essere accolto e custodito nella carità”.
La cristianità in Iraq ha radici profonde: “La presenza cristiana in Mesopotamia è antichissima: secondo la tradizione, fu san Tommaso apostolo, dopo la distruzione del Tempio di Gerusalemme, a portare il Vangelo in quella terra; e furono i suoi discepoli Addai e Mari a fondare le prime comunità. In quella regione si prega nella lingua che Gesù parlava: l’aramaico. Questa radice apostolica è segno di una continuità che la violenza, manifestatasi con ferocia negli ultimi decenni, non ha potuto spegnere. Anzi, la voce di quanti in quelle terre sono stati privati della vita in modo brutale non viene meno. Essi pregano oggi per te, per l’Iraq, per la pace del mondo”.
Ricordando il viaggio apostolico di papa Francesco in Iraq il papa gli ha dato il ‘compito’ di essere un ‘uomo di comunione’: “Oggi tu sei chiamato a proseguire quel cammino: a custodire i germogli della speranza, a incoraggiare la convivenza pacifica, a mostrare che la diplomazia della Santa Sede nasce dal Vangelo e si alimenta della preghiera.
Caro Monsignor Mirosław, sii sempre uomo di comunione e di silenzio, di ascolto e di dialogo. Porta nella tua parola la mitezza che edifica e nel tuo sguardo la pace che consola. In Iraq, il popolo ti riconoscerà non per ciò che dirai, ma per come amerai”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV chiede ai nuovi vescovi di annunciare il Vangelo
“Abbiamo 200 vescovi, un solo Papa, e non molto tempo a disposizione, quindi ne approfitteremo al meglio. Faremo una pausa verso le ore 11 o ci impegneremo per concludere verso le ore 11, e poi la seconda parte della mattinata sarà dedicata a un saluto individuale, a una bella foto, che potrete appendere da qualche parte nella casa del vostro vescovo, e almeno a un saluto reciproco. Questo sarà il programma della mattinata. Siete liberi di iniziare a pensare alle domande che potreste avere o a ciò che vorreste condividere”: così cordialmente il prefetto card. Luis Antonio Tagle, salutando papa Leone XIV ha iniziato l’incontro con i vescovi ordinati nell’ultimo anno, che sono 192 provenienti dai cinque continenti, impegnati dal 3 settembre nei corsi di formazione promossi dal Dicastero per l’Evangelizzazione e dal Dicastero per i Vescovi..
Quindi papa Leone XIV ha sottolineato che l’annuncio del Vangelo per un vescovo è un dono: “Desidero ricordare, anzitutto, una cosa tanto semplice quanto non scontata: il dono che avete ricevuto non è per voi stessi, ma per servire la causa del Vangelo. Siete stati scelti e chiamati per essere inviati, come apostoli del Signore e come servi della fede. Ed è proprio su questo che vorrei brevemente soffermarmi, prima di fare con voi un dialogo fraterno: il Vescovo è servo, il Vescovo è chiamato a servire la fede del popolo”.
Però oltreché un dono il servizio è caratteristica dell’identità cristiana: “Il servizio non è una caratteristica esterna o un modo di esercitare il ruolo. Al contrario, a coloro che Gesù chiama come discepoli e annunciatori del Vangelo, in particolare ai Dodici, è richiesta la libertà interiore, la povertà di spirito e la disponibilità al servizio che nasce dall’amore, per incarnare la stessa scelta di Gesù, che si è fatto povero per arricchirci. Egli ci ha manifestato lo stile di Dio, che non si rivela a noi nella potenza, ma nell’amore di un Padre che ci chiama alla comunione con Lui”.
In questo caso il pensiero agostiniano è molto chiaro: “Al contempo, egli ricorda che negli Apostoli si era insinuata ‘una certa smania di grandezza’, dinanzi alla quale Gesù dovette intervenire come un medico per guarirli. Ricordiamo infatti il monito del Signore quando vede il gruppo dei Dodici che discute su chi fosse il più grande: ‘Chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti’. Più volte il papa Francesco diceva: l’unica autorità che abbiamo è il servizio, e un servizio umile! E’ veramente importante che meditiamo e cerchiamo di vivere quelle parole”.
Questa è stata la raccomandazione di papa Leone XIV, che consiglia di ricordare un discorso di papa Francesco: “Vi chiedo perciò di vigilare sempre e di camminare in umiltà e preghiera, per farvi servi del popolo a cui il Signore vi manda. Questo servizio, ricordava papa Francesco in un’occasione come questa, si esprime nell’essere segno della vicinanza di Dio…
Allo stesso tempo, oggi dobbiamo chiederci cosa significa essere servi della fede del popolo. Per quanto importante e necessaria, non basta la sola consapevolezza che il nostro ministero sia radicato nello spirito di servizio, a immagine di Cristo. Esso infatti deve anche tradursi nello stile dell’apostolato, nelle varie forme della cura e del governo pastorale, nell’anelito dell’annuncio, in modi tanto diversi e creativi a seconda delle situazioni concrete che vi troverete ad affrontare”.
E questa crisi che si vive può essere un momento per ritrovare la ‘passione’ dell’annuncio del Vangelo: “La crisi della fede e della sua trasmissione, insieme alle fatiche che riguardano l’appartenenza e la pratica ecclesiale, ci invitano a ritrovare la passione e il coraggio per un nuovo annuncio del Vangelo. Nel contempo, diverse persone che sembrano essere lontane dalla fede, spesso tornano a bussare alle porte della Chiesa oppure si aprono a una nuova ricerca di spiritualità, che a volte non trova linguaggi e forme adeguate nelle proposte pastorali consuete”.
Insomma il papa ha esortato a non fuggire le sfide del mondo: “E non dobbiamo dimenticare, inoltre, le altre sfide, di carattere più culturale e sociale, che ci riguardano tutti e che, in special modo, interessano alcuni territori: il dramma della guerra e della violenza, le sofferenze dei poveri, l’aspirazione di tanti a un mondo più fraterno e solidale, le sfide etiche che ci interpellano sul valore della vita e della libertà, e la lista sarebbe certamente più lunga”.
L’intervento introduttivo del papa si è concluso con l’invito di essere ‘pastori’ tra le genti: “In questo contesto, la Chiesa vi manda come pastori premurosi, attenti, che sanno condividere il cammino, le domande, le ansie e le speranze della gente; pastori che desiderano essere guide, padri e fratelli per i sacerdoti e per le sorelle e i fratelli nella fede.
Carissimi, prego per voi, perché non vi manchi mai il vento dello Spirito e perché la gioia della vostra Ordinazione, come profumo soave, possa espandersi anche su coloro che andrete a servire”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV è vescovo di Roma
“Iniziando ufficialmente il ministero di Pastore di questa Diocesi, sento la grave ma appassionante responsabilità di servire tutte le sue membra, avendo a cuore anzitutto la fede del popolo di Dio, e quindi il bene comune della società. Per quest’ultima finalità siamo collaboratori, ciascuno nel proprio ambito istituzionale. Appena dopo l’elezione, ricordavo ai fratelli e alle sorelle convenuti in Piazza San Pietro che sono con loro cristiano e per loro vescovo: a titolo speciale, oggi posso dire che per voi e con voi sono romano!”: oggi pomeriggio papa Leone XIV (nel tragitto verso la Basilica di San Giovanni in Laterano per l’insediamento sulla Cattedra di vescovo di Roma) ha sostato in Piazza dell’Aracoeli ai piedi del Campidoglio per ricevere l’omaggio del Sindaco e della Città di Roma.
Ed ha ricordato l’impegno della Chiesa in questi due millenni: “Da due millenni la Chiesa vive il proprio apostolato in Roma annunciando il Vangelo di Cristo e prodigandosi nella carità. L’educazione dei giovani e l’assistenza verso chi soffre, la dedizione agli ultimi e la coltivazione delle arti sono espressioni di quella cura per la dignità umana che in ogni tempo dobbiamo sostenere, specialmente verso i piccoli, i deboli e i poveri. Nell’anno santo del Giubileo, questa sollecitudine si estende ai pellegrini provenienti da ogni parte del mondo, e si avvale anche dell’impegno profuso dall’Amministrazione Capitolina, per il quale esprimo viva gratitudine”.
E’ stato un invito a non perdere l’umanità: “Signor Sindaco, auspico che Roma, ineguagliabile per la ricchezza del patrimonio storico e artistico, si distingua sempre anche per quei valori di umanità e civiltà che attingono dal Vangelo la loro linfa vitale”.
Ringraziando il papa il sindaco di Roma ha specificato che la città è sulla strada indicata dal papa: “Roma è oggi una città impegnata a curare i suoi mali, in primo luogo occupandosi della condizione di sofferenza che vivono le tante periferie urbane e sociali che ancora esistono. In questo sforzo, sappiamo che la Chiesa di Roma, il suo Vescovo, le diocesi e le parrocchie, i volontari, camminano accanto a noi. Per dare qualità e dignità alla cittadinanza.
Abbiamo colto nelle sue parole, Santità, il senso di una Chiesa capace di mettersi in cammino, con coraggio, determinata a stare nel presente e tra le persone. Questa città è pronta ad accompagnarla, per contribuire ad affermare il paradigma di una nuova politica, di nuove relazioni tra popoli e Stati, di un miglioramento del modello sociale”.
Poi papa Leone XIV ha raggiunto la basilica di san Giovanni in Laterano per celebrare la messa per l’insediamento sulla Cathedra Romana: “La Chiesa di Roma è erede di una grande storia, radicata nella testimonianza di Pietro, di Paolo e di innumerevoli martiri, e ha una missione unica, ben indicata da ciò che è scritto sulla facciata di questa Cattedrale: essere Mater omnium Ecclesiarum, Madre di tutte le Chiese”.
Ed ha richiamato papa Francesco sulla maternità della Chiesa: “Spesso papa Francesco ci ha invitato a riflettere sulla dimensione materna della Chiesa e sulle caratteristiche che le sono proprie: la tenerezza, la disponibilità al sacrificio e quella capacità di ascolto che permette non solo di soccorrere, ma spesso di prevenire i bisogni e le attese, prima ancora che siano espresse. Sono tratti che ci auguriamo crescano ovunque nel popolo di Dio, anche qui, nella nostra grande famiglia diocesana: nei fedeli, nei pastori, in me per primo. Su di essi ci possono aiutare a riflettere le Letture che abbiamo ascoltato”.
Quindi occorre non smarrire la memoria: “In primo luogo lo Spirito ci insegna le parole del Signore imprimendole profondamente in noi, secondo l’immagine biblica della legge scritta non più su tavole di pietra, ma nei nostri cuori; dono che ci aiuta a crescere fino a renderci ‘lettera di Cristo’ gli uni per gli altri.
Ed è proprio così: noi siamo tanto più capaci di annunciare il Vangelo quanto più ce ne lasciamo conquistare e trasformare, permettendo alla potenza dello Spirito di purificarci nell’intimo, di rendere semplici le nostre parole, onesti e limpidi i nostri desideri, generose le nostre azioni. E qui entra in gioco l’altro verbo: ‘ricordare’, cioè tornare a rivolgere l’attenzione del cuore a ciò che abbiamo vissuto e appreso, per penetrarne più profondamente il significato e gustarne la bellezza”.
Infine ha ricordato il ‘lavoro’ svolto dalla diocesi: “Penso, in proposito, al cammino impegnativo che la Diocesi di Roma sta percorrendo in questi anni, articolato su vari livelli di ascolto: verso il mondo circostante, per accoglierne le sfide, e all’interno delle comunità, per comprendere i bisogni e promuovere sapienti e profetiche iniziative di evangelizzazione e di carità.
E’ un cammino difficile, ancora in corso, che cerca di abbracciare una realtà molto ricca, ma anche molto complessa. E’ però degno della storia di questa Chiesa, che tante volte ha dimostrato di saper pensare ‘in grande’, spendendosi senza riserve in progetti coraggiosi, e mettendosi in gioco anche di fronte a scenari nuovi e impegnativi”..
Mentre dopo la recita del Regina Coeli papa Leone XIV ha ricordato l’enciclica ‘Laudato sì’: “Dieci anni fa Papa Francesco firmava l’Enciclica Laudato si’, dedicata alla cura della casa comune. Essa ha avuto una straordinaria diffusione, ispirando innumerevoli iniziative e insegnando a tutti ad ascoltare il duplice grido della Terra e dei poveri. Saluto e incoraggio il movimento Laudato si’ e tutti coloro che portano avanti questo impegno”.
Ed anche la giornata di preghiera per la Cina: “Sempre ieri, memoria liturgica della Beata Vergine Maria Aiuto dei Cristiani, si è celebrata la Giornata di preghiera per la Chiesa in Cina, istituita dal Papa Benedetto XVI. Nelle chiese e nei santuari della Cina e in tutto il mondo si sono elevate preghiere a Dio come segno della sollecitudine e dell’affetto per i cattolici cinesi e della loro comunione con la Chiesa universale. L’intercessione di Maria Santissima ottenga a loro e a noi la grazia di essere testimoni forti e gioiosi del Vangelo, anche in mezzo alle prove, per promuovere sempre la pace e l’armonia”.
Prima della recita ha ricordato il significato del rimanere nell’amore di Dio: “Se rimaniamo nel suo amore, infatti, Lui stesso prende dimora in noi, la nostra vita diventa tempio di Dio e questo amore ci illumina, si fa spazio nel nostro modo di pensare e nelle nostre scelte, fino a espandersi anche verso gli altri e irradiare tutte le situazioni della nostra esistenza”.
In ciò consiste la bellezza della Chiesa: “E’ bello che, guardando alla nostra chiamata, alle realtà e alle persone che ci sono state affidate, agli impegni che portiamo avanti, al nostro servizio nella Chiesa, ciascuno di noi può dire con fiducia: anche se sono fragile, il Signore non si vergogna della mia umanità, anzi, viene a prendere dimora dentro di me. Egli mi accompagna col suo Spirito, mi illumina e mi rende strumento del suo amore per gli altri, per la società e per il mondo”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV invita a non avere paura
“Considero un dono di Dio il fatto che la prima domenica del mio servizio come Vescovo di Roma sia quella del Buon Pastore, la quarta del tempo di Pasqua. In questa domenica sempre si proclama nella Messa il Vangelo di Giovanni al capitolo decimo, in cui Gesù si rivela come il Pastore vero, che conosce e ama le sue pecore e per loro dà la vita”: nel suo primo ‘Regina Caeli’ papa Leone XIV ha ripreso le lettura evangelica del Buon Pastore.
Inoltre ha ricordato la Giornata di preghiera per le vocazioni ed il giubileo dello spettacolo popolare: “In questa domenica, da sessantadue anni, si celebra la Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni. E inoltre oggi Roma ospita il Giubileo delle Bande musicali e degli Spettacoli popolari. Saluto con affetto tutti questi pellegrini e li ringrazio perché con la loro musica e le loro rappresentazioni allietano la festa, la festa di Cristo Buon Pastore: sì, è Lui che guida la Chiesa con il suo Santo Spirito”.
Per questo ha sottolineato l’importanza di pregare per le vocazioni, richiamando l’invito di papa Francesco: “Oggi, dunque, fratelli e sorelle, ho la gioia di pregare con voi e con tutto il Popolo di Dio per le vocazioni, specialmente per quelle al sacerdozio e alla vita religiosa. La Chiesa ne ha tanto bisogno! Ed è importante che i giovani e le giovani trovino, nelle nostre comunità, accoglienza, ascolto, incoraggiamento nel loro cammino vocazionale, e che possano contare su modelli credibili di dedizione generosa a Dio e ai fratelli”.
Negli appelli ha invocato la pace ricordando la fine della Seconda Guerra Mondiale: “l’immane tragedia della Seconda Guerra Mondiale, terminava 80 anni fa, l’8 maggio, dopo aver causato 60 milioni di vittime. Nell’odierno scenario drammatico di una terza guerra mondiale a pezzi, come più volte ha affermato papa Francesco, mi rivolgo anch’io ai grandi del mondo, ripetendo l’appello sempre attuale: ‘Mai più la guerra!’
Porto nel mio cuore le sofferenze dell’amato popolo ucraino. Si faccia il possibile per giungere al più presto a una pace autentica, giusta e duratura. Siano liberati tutti i prigionieri e i bambini possano tornare alle proprie famiglie. Mi addolora profondamente quanto accade nella Striscia di Gaza. Cessi immediatamente il fuoco!
Si presti soccorso umanitario alla stremata popolazione civile e siano liberati tutti gli ostaggi. Ho accolto invece con soddisfazione l’annuncio del cessate il fuoco tra India e Pakistan, e auspico che attraverso i prossimi negoziati si possa presto giungere a un accordo durevole”.
In mattinata papa Leone XIV ha concelebrato con il priore generale dell’Ordine di Sant’Agostino, p. Alejandro Moral Anton nelle Grotte Vaticane, inizialmente in inglese: “Mentre celebriamo l’inizio di questa nuova missione del ministero a cui la Chiesa mi ha chiamato, non c’è esempio migliore di Gesù Cristo stesso, al quale diamo la nostra vita e da cui dipendiamo. Gesù Cristo, che seguiamo, è il Buon Pastore, ed è lui che ci dà la vita: la via, la verità e la vita”.
Poi in italiano ha sottolineato la missione della Chiesa: “Adesso aggiungo solo una parola anche in italiano, perché questa missione che portiamo avanti non è più a una sola diocesi ma a tutta la Chiesa: è importante questo spirito universale. E lo troviamo anche nella prima Lettura che abbiamo ascoltato. Paolo e Barnaba vanno ad Antiochia, vanno prima dai giudei, ma loro non vogliono ascoltare la voce del Signore, e cominciano allora ad annunciare il Vangelo a tutto il mondo, ai pagani.
Vanno, come sappiamo, in questa grande missione. San Paolo viene a Roma, dove alla fine lui anche l’ha [compiuta]. Un altro esempio della testimonianza da buon pastore. Ma c’è anche in quell’esempio un invito molto speciale a tutti noi. Lo dicevo anche in una maniera molto personale, ciò che è annunciare il Vangelo a tutto il mondo”.
Ed ha ripetuto a non avere paura: “Coraggio! Senza paura! Tante volte Gesù dice nel Vangelo: ‘Non abbiate paura’. Bisogna essere coraggiosi nella testimonianza che diamo, con la parola e soprattutto con la vita: dando la vita, servendo, qualche volta con grandi sacrifici per vivere proprio questa missione….
E penso che sia importante che tutti noi che impariamo sempre di più ad ascoltare, per entrare in dialogo. Anzitutto con il Signore: sempre ascoltare la Parola di Dio. Poi anche ascoltare gli altri, sapere costruire i ponti, sapere ascoltare per non giudicare, non chiudere le porte pensando che noi abbiamo tutta la verità e nessun altro può dirci niente. E’ molto importante ascoltare la voce del Signore, ascoltarci, in questo dialogo, e vedere verso dove il Signore ci sta chiamando”.
(Foto: Santa Sede)
Da Milano il nuovo arcivescovo di Crotone
Sabato 22 febbraio nel duomo dell’arcidiocesi di Milano mons. Mario Delpini, affiancato dai vescovi con-consacranti mons. Michele Di Tolve, vescovo ausiliare di Roma e rettore del Pontificio Seminario Romano Maggiore, e mons. Paolo Martinelli, vicario apostolico dell’Arabia Meridionale, ha celebrato l’ordinazione episcopale di mons. Alberto Torriani, scelto lo scorso 11 dicembre da papa Francesco come arcivescovo della diocesi di Crotone-Santa Severina, diocesi in cui il presule farà il suo ingresso ufficiale il prossimo 30 marzo.
Nella sua omelia ispirata come sempre dalle letture della Messa, mons. Delpini ha raccontato lo smarrimento degli apostoli dopo lo smarrimento di Gesù: “Erano pescatori e, dopo tante vicende entusiasmanti e sconcertanti, tornano a pescare: cioè non sanno che altro fare. Vanno a pescare e non prendono niente: sono un fallimento. E’ una immagine piuttosto desolante della Chiesa: ridotta a pochi, incerta e smarrita su ciò che si deve fare. Inconcludente e inefficace”.
In questa situazione ci si potrebbe riconoscere anche la Chiesa: “Forse la Chiesa di oggi si riconosce nello smarrimento? Forse si deve riconoscere il fallimento di tante buone intenzioni che ispirano proposte, iniziative, pratiche tradizionali? Sono in molti oggi a interpretare il momento di Chiesa che siamo vivendo come quel mattino lungo la spiaggia del mare di Tiberiade. In che cosa abbiamo fallito? Perché siamo diventati pochi? Perché siamo smarriti? Perché le persone di Chiesa chiamate ad essere pescatori di uomini non pescano niente?”
Ciò avviene perché non si riconosce più Gesù che si manifesta: “In questa situazione di smarrimento Gesù è presente come uno sconosciuto. Come in tutti i racconti delle manifestazioni pasquali, Gesù si rende presente e non viene riconosciuto. Ogni momento della storia della Chiesa è segnato da questo rischio: Gesù è presente, ma i discepoli non lo riconoscono. I discepoli si impegnano, fanno molte cose, fanno molti discorsi, fanno molti tentativi: vivono, insomma, come se Gesù fosse un ricordo, una assenza. Forse per questo nella Chiesa ci sono segni di stanchezza, di scoraggiamento, di smarrimento”.
In tale smarrimento solo l’apostolo Giovanni riconosce Gesù: “E’ il discepolo amato che riconosce Gesù e aiuta Pietro e gli altri a riconoscerlo. Quale percorso di fede ha compiuto il discepolo che Gesù amava? E’stato sotto la croce. Ha ricevuto la parola ultima del Crocifisso.
Ha preso nella sua casa Maria, la madre di Gesù. E’ stato introdotto al mistero della morte che diventa principio di vita, del finire che diventa inizio, della sconfitta che diventa compimento. Perciò è colui che riconosce la presenza di Gesù e sa che senza di lui non si può fare nulla. Chi dimora in Gesù, invece, porta molto frutto”.
Da questo brano evangelico mons. Delpini ha definito la missione del vescovo, seguendo l’esempio dell’apostolo Giovanni: “Così si può descrivere la missione del Vescovo: colui che riconosce Gesù e aiuta i fratelli e le sorelle a riconoscerlo. La comunità cristiana e anche la comunità civile chiedono al Vescovo molte cose, lo desiderano presente in molte manifestazioni, lo applaudono e lo circondano di onore, di molte attenzioni, lo ritengono responsabile di tutto quello che avviene nella Diocesi e quindi lo assediano con richieste e non gli risparmiano le critiche.
Tutto questo fa parte del ruolo. Ma nella verità il Vescovo ha solo una cosa da fare: stare sotto la croce, entrare nel compimento della rivelazione di Gesù e così riconoscerlo e aiutare gli altri a riconoscerlo: è il Signore!”
Infine, prima della benedizione finale, mons. Torriani ha letto un commosso messaggio di ringraziamento alla Chiesa: “Grazie alla Chiesa, a quella Ambrosiana e a quella di Crotone-Santa Severina che mi accoglie come vescovo. Grazie al Santo Padre, soprattutto in questi giorni di apprensione per la sua salute: in lui vedo l’uomo di Dio e nei suoi gesti la conseguenza della sua appartenenza a Dio. Ci basta questo per essere bravi preti, bravi vescovi… o semplicemente uomini e donne capaci di desiderio”.
Aggiungendo subito dopo: “Grazie a tutti voi bimbi, ai voi ragazzi/e, a voi giovani e a voi famiglie e colleghi conosciuti nelle stagioni dei primi entusiasmi del ministero fino a quelle della maturità. Dagli amici di Novate, poi a Monza e a Gorla Minore, poi a Milano al Collegio San Carlo e in Parrocchia al Rosario. In questi ‘luoghi’ del cuore ho imparato a condividere la gioia, quella vera, quella che non sbiadisce, quella che è segno di un incontro con Chi della vita ha la pretesa di essere il senso e il compimento di ogni desiderio”.
(Foto: diocesi di Milano)
Nuove norme dei possibili casi soprannaturali
Sono state aggiornate le norme per il discernimento dei presunti fenomeni soprannaturali: è quanto stabilisce il nuovo documento del Dicastero per la Dottrina della Fede, pubblicato venerdì 17 maggio ed entrato in vigore domenica 19, festa di Pentecoste. Il testo è preceduto da una articolata presentazione del cardinale prefetto Victor Manuel Fernández, a cui segue l’introduzione, con l’individuazione di sei diverse possibili conclusioni.
Il prefetto del dicastero, card. Victor Manuel Fernández, nella presentazione ha spiegato che presunti fenomeni soprannaturali come le apparizioni mariane tante volte “hanno provocato una grande ricchezza di frutti spirituali, di crescita nella fede, di devozione e di fraternità e servizio, e in alcuni casi hanno dato origine a diversi santuari sparsi in tutto il mondo che oggi sono parte del cuore della pietà popolare di molti popoli”.
Nel documento il cardinale ha sottolineato il concetto di ‘soprannaturalità’, richiamando le spiegazioni di papa Benedetto XVI: “Tra queste possibili conclusioni non si include di norma una dichiarazione circa la soprannaturalità del fenomeno oggetto di discernimento, cioè la possibilità di affermare con certezza morale che esso proviene da una decisione di Dio che l’ha voluto in modo diretto. Invece, la concessione di un ‘Nihil obstat’ indica semplicemente, come già spiegava papa Benedetto XVI, che riguardo a quel fenomeno i fedeli ‘sono autorizzati a dare ad esso in forma prudente la loro adesione’…
Si deve notare, inoltre, che arrivare ad una dichiarazione di ‘soprannaturalità’, per sua natura, non solo richiede un tempo adeguato di analisi, ma può dare adito alla possibilità di emettere oggi un giudizio di “soprannaturalità” e anni dopo un giudizio di ‘non soprannaturalità’. Così come, di fatto, è accaduto”.
Il documento delinea così le competenza del Dicastero: “E’ importante capire che le nuove Norme mettono nero su bianco un punto fermo circa la competenza di questo Dicastero. Da una parte, resta fermo che il discernimento è compito del Vescovo diocesano.
Dall’altra, dovendo riconoscere che, oggi più che mai, questi fenomeni coinvolgono molte persone che appartengono ad altre Diocesi e si diffondono rapidamente in diverse regioni e Paesi, le nuove Norme stabiliscono che il Dicastero deve essere consultato e intervenire sempre per dare un’approvazione finale a quanto deciso dal Vescovo, prima che quest’ultimo faccia pubblica una determinazione su un evento di presunta origine soprannaturale”.
Secondo le nuove norme la Chiesa potrà discernere: “… se sia possibile scorgere nei fenomeni di presunta origine soprannaturale la presenza dei segni di un’azione divina; se negli eventuali scritti o messaggi di coloro che sono coinvolti nei presunti fenomeni in parola non vi sia nulla che contrasti con la fede e i buoni costumi; se sia lecito apprezzarne i frutti spirituali, o risulti necessario purificarli da elementi problematici o mettere in guardia i fedeli dai pericoli che ne derivano; e sia consigliabile una loro valorizzazione pastorale da parte dell’autorità ecclesiastica competente”.
Comunque è compito del vescovo discernere i casi dei fenomeni soprannaturali: “Spetta al Vescovo diocesano, in dialogo con la Conferenza episcopale nazionale, esaminare i casi di presunti fenomeni soprannaturali avvenuti nel proprio territorio e di formulare il giudizio finale su di essi, da sottoporre all’approvazione del Dicastero, compresa l’eventuale promozione di un culto o di una devozione ad essi legati.
Dopo aver indagato sugli eventi in questione, spetta al Vescovo diocesano trasmettere i risultati dell’indagine (svolta secondo le norme di seguito riportate) con il proprio voto al Dicastero per la Dottrina della Fede e di intervenire secondo le indicazioni fornite dal Dicastero. Spetta al Dicastero, in ogni caso, valutare il modo di procedere del Vescovo diocesano e approvare o meno la determinazione da attribuire al caso specifico da lui proposta.
Il Vescovo diocesano si asterrà da ogni dichiarazione pubblica relativa all’autenticità o soprannaturalità di tali fenomeni e da ogni coinvolgimento con essi; non deve però cessare di vigilare per intervenire, se necessario, con celerità e prudenza seguendo le procedure indicate dalle seguenti norme”.
E’ anche compito del vescovo contenere le manifestazioni che possano alimentare la sensazionalità: “Qualora, in collegamento con il presunto evento soprannaturale, dovessero nascere forme di devozione anche senza un vero e proprio culto, il Vescovo diocesano ha il grave dovere di avviare quanto prima un’accurata indagine canonica al fine di salvaguardare la fede e prevenire abusi.
Il Vescovo diocesano abbia particolare cura nel contenere, anche con i mezzi a propria disposizione, manifestazioni religiose confuse, o la divulgazione di eventuali materiali attinenti al presunto fenomeno soprannaturale (ad es.: lacrimazioni di immagini sacre, sudorazioni, sanguinamenti, mutazione di ostie consacrate, ecc.), al fine di non alimentare un clima sensazionalistico
Qualora, sia in ragione del luogo di domicilio delle persone coinvolte nel presunto fenomeno, sia in ragione del luogo di diffusione delle forme di culto o comunque di devozione popolare, fosse implicata la competenza di più Vescovi diocesani, costoro, sentito il Dicastero per la Dottrina della Fede, possono costituire una Commissione interdiocesana che, presieduta da uno dei Vescovi diocesani, provveda all’istruttoria a norma degli articoli seguenti. A tal fine possono servirsi anche dell’aiuto degli uffici preposti della Conferenza episcopale”.
Segue l’elenco dei sei possibili voti finali al termine del discernimento: “Nihil Obstat: non viene espressa certezza sull’autenticità soprannaturale, ma si riconoscono segni di un’azione dello Spirito. Si incoraggia il vescovo a valutare il valore pastorale e a promuovere la diffusione del fenomeno, compresi i pellegrinaggi.
Prae oculis habeatur: si riconoscono segni positivi, ma ci sono anche elementi di confusione o rischi che richiedono discernimento e dialogo con i destinatari. Potrebbe essere necessaria una chiarificazione dottrinale se ci sono scritti o messaggi associati al fenomeno.
Curatur: sono presenti elementi critici, ma c’è una diffusione ampia del fenomeno con frutti spirituali verificabili. Si sconsiglia un divieto che potrebbe turbare i fedeli, ma si invita il vescovo a non incoraggiare il fenomeno.
Sub mandato: le criticità non sono legate al fenomeno stesso, ma all’uso improprio fatto da persone o gruppi. La Santa Sede affida al vescovo o a un delegato la guida pastorale del luogo.
Prohibetur et obstruatur: Nonostante alcuni elementi positivi, le criticità e i rischi sono gravi. Il Dicastero chiede al vescovo di dichiarare pubblicamente che l’adesione non è consentita e di spiegare le ragioni della decisione.
Declaratio de non supernaturalitate: il vescovo è autorizzato a dichiarare che il fenomeno non è soprannaturale basandosi su prove concrete, come la confessione di un presunto veggente o testimonianze credibili di falsificazione del fenomeno”.
Firenze ha un nuovo vescovo
La diocesi di Firenze ha un nuovo arcivescovo, mons. Gherardo Gambelli, che è nato a Viareggio ed ordinato presbitero nel 1996, cappellano del carcere di Sollicciano dallo scorso anno quando è rientrato a Firenze dopo 12 anni trascorsi come missionario in Ciad, che ha ringraziato il papa per la nomina: “Sento di poter dire che la scelta di un prete di Firenze è un segno grande di stima e di fiducia da parte del Vescovo di Roma nei confronti di tutta la nostra diocesi”.
Inoltre ha aggiunto che tale nomina vescovile è una chiamata di Dio: “Nel dare la mia disponibilità al Papa, accettando la mia nomina, ho percepito una chiamata di Dio a rendermi ancora più disponibile per sdebitarmi del dono immenso del Vangelo ricevuto prima e dopo la mia ordinazione sacerdotale. Le belle testimonianze di fede rese da parte di tante persone incontrate durante il mio servizio pastorale mi hanno fatto comprendere progressivamente che, nella logica del Vangelo, il modo migliore per custodire i doni ricevuti sia quello di condividerli. Gli anni passati in Africa me lo hanno ulteriormente confermato”.
Ha sottolineato la coincidenza con la domenica in cui si legge la parabola del buon Pastore: “La Provvidenza di Dio ha voluto che l’annuncio della mia nomina cadesse nella settimana che precede la quarta domenica di Pasqua che per noi cattolici è la domenica del Buon Pastore. Ascolteremo le parole di Gesù nel Vangelo di Giovanni al capitolo 10: ‘Come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare’. E’ Lui il vero pastore della Chiesa, il modello della scelta evangelizzatrice che ci spinge ad andare verso le periferie geografiche ed esistenziali nel nostro impegno missionario”.
Un saluto anche per le altre confessioni religiose, ricordando il fruttuoso dialogo interreligioso intrapreso dalla diocesi: “Saluto cordialmente i fratelli e le sorelle delle altre confessioni cristiane, i membri della comunità ebraica e musulmana, e di altre religioni presenti sul territorio della nostra Diocesi di Firenze. La bella tradizione di impegno nel dialogo ecumenico e nel dialogo interreligioso della parrocchia della Madonna della Tosse, di cui sono stato parroco quest’anno, mi ha permesso di incontrare e di conoscere personalmente il Rabbino, l’Imam e diversi pastori delle Chiese di Firenze con i quali sono nate promettenti amicizie che spero di poter rafforzare nel tempo”.
Ed ha ribadito una collaborazione della diocesi con le autorità civili: “Saluto le autorità e le istituzioni della città, esprimendo la mia ferma volontà di proseguire nella collaborazione ‘gomito a gomito’ per la costruzione di una società più giusta e solidale, nell’attenzione e nel rispetto della dignità di ogni persona, soprattutto dei più poveri ed esclusi. Davanti alla minaccia dell’espansione delle guerre nel mondo, ci sentiamo più che mai interpellati alla responsabilità di lavorare con più coraggio e tenacia per la pace, che si costruisce in maniera artigianale, nell’attenzione ai gesti quotidiani di perdono e riconciliazione”.
Infine un saluto per i detenuti del carcere di Sollicciano, nel quale è stato cappellano, con il proponimento di non perdere l’abitudine di visitarli: “Vorrei concludere rivolgendo un ultimo saluto ai fratelli e alle sorelle detenuti, particolarmente quelli e quelle della casa circondariale di Sollicciano, in cui ho svolto il mio ministero come cappellano durante quest’anno pastorale. Anche se non potrò continuare a visitarvi regolarmente, non dimenticherò le parole della Scrittura che dice: ‘Ricordatevi dei carcerati, come se foste loro compagni di carcere’. Con l’aiuto del Signore, mi impegnerò come Vescovo a essere attento alle vostre necessità, come a quelle di tanti fratelli e sorelle spesso dimenticati e scartati dalla nostra società”.
Ha concluso il saluto alla diocesi con l’affidamento del suo servizio alla Madonna ed ai santi: “Nel dire il mio sì alla volontà di Dio, mi affido all’intercessione di Maria santissima madre della Chiesa, a quella dei santi Vescovi Zanobi e Antonino, del Venerabile Elia Dalla Costa, dei Santi e della Sante della Chiesa fiorentina, perché mi aiutino a fidarmi sempre più della Provvidenza del Signore, capace di far concorrere tutto al bene. Certo della preghiera e del sostegno di voi qui presenti e di tanti fratelli e sorelle, proseguiamo con fiducia il nostro cammino, tenendo fisso lo sguardo sul Signore che libera dal laccio il nostro piede, perché è capace di amarci sempre e nuovamente di un amore infinito e incrollabile”.
Nell’annuncio per il nuovo vescovo della città il card. Giuseppe Betori ha ringraziato il papa per la nomina di un vescovo ‘fiorentino’: “Sono molto contento di questa scelta del papa che nomina un vescovo fiorentino, 87esimo vescovo fiorentino sulla cattedra di san Zanobi e sant’Antonino. La scelta del papa cade su un prete fiorentino, che conosce bene la nostra diocesi: qui è diventato prete. Da figlio di questa diocesi, diventerà padre: questo cambia molto nel suo rapporto nei nostri confronti”.
Inoltre ha ricordato i suoi servizi svolti sempre per amore di Dio: “La radice della sua persona l’ho sempre individuata nell’amore per la Parola di Dio. Ha fatto molte cose, ha avuto molte funzioni ma questi sono i frutti di una radice che è nel legame con la Parola di Dio, letta e studiata, che lo ha plasmato nella sua identità sacerdotale. Questa capacità di attingere nella Parola di Dio lo abbiamo visto in due momenti della sua vita, quando è stato vicario parrocchiale a Santo Stefano in Pane a Rifredi e parroco dell’Immacolata a Montughi.
Lì avvenne una cosa in cui c’entro anch’io: mi chiese di partire missionario come sacerdote ‘fidei donum’ a servizio di una chiesa dell’Africa, la diocesi di Ndjamena. Lì ha insegnato Sacra Scrittura, è stato parroco, ha servito negli ospedali, nel carcere. Poi ha seguito un nuovo passaggio: dalla diocesi id Ndjamena è nato il vicariato apostolico di Mongo. Si è trasferito lì, servendo come parroco e continuando il suo servizio al carcere. Periferie geografiche, umane hanno dato forma al suo carattere, al suo sacerdozio.
Poi, tornato a Firenze, in obbedienza, ha accettato di fare quello che gli ho chiesto. Tre cose: la nomina mette in rilievo la sua funzione di parroco alla Madonna della Tosse, altra parrocchia significativa. Ma gli ho chiesto di fare anche il vicedirettore spirituale al seminario accanto a mons. Carolla e il cappellano del carcere di Sollicciano. Dimensione spirituale, dimensione pastorale, servizio alle persone. Tutto questo non lo deve abbandonare ma ripensare in una forma nuova che è quella del governo della diocesi. Per questo gli siamo vicini e chiedo a tutti voi di essere collaboratori nei suoi confronti. Questo è come lo conosco, e per questo ringrazio il Papa che ce lo dà come arcivescovo”.
Anche il presidente della Regione Toscana, Eugenio Giani ha inviato un messaggio di benvenuto al nuovo arcivescovo di Firenze, sottolineando come alla guida della Chiesa fiorentina arrivi un toscano, 40 anni dopo la figura di Silvano Piovanelli, ma ha anche definito significativo il fatto che il nuovo arcivescovo sia un missionario, la cui sua esperienza di fede è maturata in Africa, in Ciad; “Lo spirito missionario, l’attenzione agli ultimi, ai più poveri, ai più fragili, saranno un tesoro prezioso per la Chiesa, ma anche un grande dono per tutta la comunità fiorentina e toscana”.
Infine il presidente della regione toscana ha rivolto un saluto al card. Giuseppe Betori, che ha guidato la diocesi fiorentina dal 2008 con ‘sapienza e cura’.
(Foto: arcidiocesi di Firenze)
CCEE: pace in Ucraina, Terra Santa e nel Nagorno Karabakh
Giovedì 30 novembre si è conclusa a Malta l’assemblea plenaria del Ccee che ha riunito i presidenti delle Conferenze episcopali europee: “I vescovi europei hanno guardato con preoccupazione agli scenari di guerra: quella in Ucraina che è giunta al suo secondo anno, la situazione in Nagorno Karabakh e il conflitto in Terrasanta, ribadendo il no alla guerra e rinnovando l’appello per un cessate il fuoco definitivo, perché si prosegua con la liberazione degli ostaggi e si tengano aperti i corridoi umanitari a Gaza”.




























