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Papa Leone XIV: Dio non si scandalizza dei nostri tradimenti

‘Tante grazie per la vostra pazienza! Un appaluso per tutti voi!’: così papa Leone XIV ha salutato a braccio i numerosi pellegrini riuniti per l’udienza generale all’esterno dell’Aula Paolo VI, nel piazzale antistante l’ingresso del Petriano a seguire l’appuntamento del mercoledì dai maxi schermi, mentre ai pellegrini riuniti nella basilica di san Pietro ha ripetuto che Gesù non abbandona: “Tutti avete ascoltato la Catechesi, avete sentito le parole che Gesù non ci abbandona mai, e Gesù sempre ci invita alla conversione, Gesù ci invita a cercare il cammino che ci porta verso di Lui, verso Dio Padre. Allora vogliamo vivere questo momento, anche un saluto, la gioia di poter incontrarci a rinnovare la nostra fede, qui, proprio ai piedi di san Pietro, a rinnovare questo spirito di speranza tanto importante durante quest’anno del Giubileo”.

E nell’udienza generale, svoltasi nell’Aula Paolo VI per il caldo papa Leone XIV, ha proseguito nella catechesi del racconto della Pasqua: “Proseguiamo il nostro cammino alla scuola del Vangelo, seguendo i passi di Gesù negli ultimi giorni della sua vita. Oggi ci fermiamo su una scena intima, drammatica, ma anche profondamente vera: il momento in cui, durante la cena pasquale, Gesù rivela che uno dei Dodici sta per tradirlo: ‘In verità io vi dico: uno di voi, colui che mangia con me, mi tradirà’.

Parole forti. Gesù non le pronuncia per condannare, ma per mostrare quanto l’amore, quando è vero, non può fare a meno della verità. La stanza al piano superiore, dove poco prima tutto era stato preparato con cura, si riempie all’improvviso di un dolore silenzioso, fatto di domande, di sospetti, di vulnerabilità. E’ un dolore che conosciamo bene anche noi, quando nelle relazioni più care si insinua l’ombra del tradimento”.

 Anche nel momento del tradimento Gesù propone ai discepoli la strada della salvezza: “Eppure, il modo in cui Gesù parla di ciò che sta per accadere è sorprendente. Non alza la voce, non punta il dito, non pronuncia il nome di Giuda. Parla in modo tale che ciascuno possa interrogarsi. Ed è proprio quello che succede”.

Gesù pone interrogativi a ciascuno per riflettere sulla vita: “Cari amici, questa domanda (‘Sono forse io?’) è forse tra le più sincere che possiamo rivolgere a noi stessi. Non è la domanda dell’innocente, ma del discepolo che si scopre fragile. Non è il grido del colpevole, ma il sussurro di chi, pur volendo amare, sa di poter ferire. E’ in questa consapevolezza che inizia il cammino della salvezza”.

Infatti non ci ‘umilia’: “Gesù non denuncia per umiliare. Dice la verità perché vuole salvare. E per essere salvati bisogna sentire: sentire che si è coinvolti, sentire che si è amati nonostante tutto, sentire che il male è reale ma non ha l’ultima parola. Solo chi ha conosciuto la verità di un amore profondo può accettare anche la ferita del tradimento”.

Quindi il papa ha invitato a vedere la ‘reazione’ degli apostoli: “La reazione dei discepoli non è rabbia, ma tristezza. Non si indignano, si rattristano. E’ un dolore che nasce dalla possibilità reale di essere coinvolti. E proprio questa tristezza, se accolta con sincerità, diventa un luogo di conversione. Il Vangelo non ci insegna a negare il male, ma a riconoscerlo come occasione dolorosa per rinascere”.

Ed ha posto attenzione sulla frase ‘Guai a quell’uomo, dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito! Meglio per quell’uomo se non fosse mai nato!’: “Sono parole dure, certamente, ma vanno intese bene: non si tratta di una maledizione, è piuttosto un grido di dolore. In greco quel “guai” suona come un lamento, un “ahimè”, un’esclamazione di compassione sincera e profonda.

Noi siamo abituati a giudicare. Dio, invece, accetta di soffrire. Quando vede il male, non si vendica, ma si addolora. E quel ‘meglio se non fosse mai nato’ non è una condanna inflitta a priori, ma una verità che ciascuno di noi può riconoscere: se rinneghiamo l’amore che ci ha generati, se tradendo diventiamo infedeli a noi stessi, allora davvero smarriamo il senso del nostro essere venuti al mondo e ci autoescludiamo dalla salvezza”.

E da questa conoscenza del limite umano inizia la ‘resurrezione’: “Eppure, proprio lì, nel punto più oscuro, la luce non si spegne. Anzi, comincia a brillare. Perché se riconosciamo il nostro limite, se ci lasciamo toccare dal dolore di Cristo, allora possiamo finalmente nascere di nuovo. La fede non ci risparmia la possibilità del peccato, ma ci offre sempre una via per uscirne: quella della misericordia.

Gesù non si scandalizza davanti alla nostra fragilità. Sa bene che nessuna amicizia è immune dal rischio del tradimento. Ma Gesù continua a fidarsi. Continua a sedersi a tavola con i suoi. Non rinuncia a spezzare il pane anche per chi lo tradirà. Questa è la forza silenziosa di Dio: non abbandona mai il tavolo dell’amore, neppure quando sa che sarà lasciato solo”.

Ed ecco la necessità di rispondere davanti alla domanda ‘Sono forse io?’: “Non per sentirci accusati, ma per aprire uno spazio alla verità nel nostro cuore. La salvezza comincia da qui: dalla consapevolezza che potremmo essere noi a spezzare la fiducia in Dio, ma che possiamo anche essere noi a raccoglierla, custodirla, rinnovarla”.

Questa domanda apre alla speranza: “In fondo, questa è la speranza: sapere che, anche se noi possiamo fallire, Dio non viene mai meno. Anche se possiamo tradire, Lui non smette di amarci. E se ci lasciamo raggiungere da questo amore (umile, ferito, ma sempre fedele) allora possiamo davvero rinascere. E iniziare a vivere non più da traditori, ma da figli sempre amati”.

(Foto: Santa Sede)

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Nella messa odierno a Santa Marta, papa Francesco ha ricordato la persecuzione che ha subito Gesù e pregato per le persone che soffrono l’accanimento con sentenze ingiuste, con un pensiero all’assoluzione del card. George Pell:

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