Nizar Lama racconta la vita delle famiglie cristiane in Terra Santa

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“Oggi sono qui tra voi, proveniente da Betlemme, città della natività di Gesù, non solo per portarvi notizie, ma per essere voce di un popolo sotto l’assedio implacabile; una voce che si alza dalla Cisgiordania e che continua a battere nonostante le restrizioni. Da due anni è iniziata una guerra dolorosa a Gaza, che ha lasciato una ferita profonda da cui ci stiamo ancora riprendendo. Questa guerra è stata una delle più  difficili che abbiamo affrontato dal 1948. Mentre Gaza era sotto bombardamento la Cisgiordania era sottoposta ad un pesante assedio su tutti i fronti; la mia città Betlemme, culla di Gesù Cristo, ha sofferto enormemente, tanto da non aver avuto nessun festeggiamento natalizio per due anni consecutivi”.

Così è iniziata la testimonianza di Nizar Lama, guida cattolica palestinese a Betlemme, invitato a Tolentino dal Sermit per raccontare la possibilità della pace in tempo di guerra in Terra Santa: “Immaginate Betlemme, che è una città prevalentemente alimentata dal turismo religioso, senza pellegrini, che dava lavoro a più di 5.000 artigiani; questo già da due anni. Questa non è solo una perdita economica, ma un arresto della vita religiosa e sociale.

E’ sorto un senso di prigionia: è importante sapere che dal 2002 Betlemme è circondato da un muro di separazione, che si estende intorno per km. 60 con un’altezza di 8 metri, facendoci sentire come in una prigione a cielo aperto. Ogni 15 giorni possiamo  fare rifornimento di acqua, mentre la benzina arriva ogni 10 giorni. Questi non sono solo numeri, ma una vita interrotta con famiglie che soffrono la sete e la fame con la paralisi di movimento. Siamo quotidianamente esposti agli attacchi dei coloni, che sradicano e bruciano i nostri ulivi secolari, fondamentali per la nostra esistenza”.

Altro problema evidenziato da Nizar è il ‘diritto ‘al culto: “Il nostro diritto al culto è quotidianamente violato: da 2 anni è negato il diritto di praticare i riti religiosi cristiani a Gerusalemme. Negli ultimi due anni non siamo riusciti a raggiungere il Santo Sepolcro nelle festività della Pasqua. Però in mezzo a tale sofferenza vediamo la pace come unica soluzione alla guerra, perché sappiamo che la pace non si può raggiungere attraverso la violenza. Chiediamo solo di vivere con dignità pregando nei nostri luoghi santi. Dalla culla di Gesù vi chiediamo di guardarci con umanità; non lasciate che le nostre vite si trasformino solo numeri in un notiziario”.

Cosa significa raccontare la guerra?

“Testimoniare la guerra significa portare al mondo il messaggio, di cui abbiamo vissuto in questi due anni:  la nostra esistenza e la nostra resistenza. Come cristiani rimanere in Terra Santa in questi due anni di guerra assolutamente non è stato facile, ma con la nostra testimonianza cristiana cerchiamo di portare avanti la pace”.

Come vive la comunità cristiana a Betlemme?

“La comunità cristiana a Betlemme è composta da 1800 famiglie e la Chiesa, per quello che può fare, cerca di darci un supporto, però viviamo momenti molto difficili, perché nella mia città, che viveva di turismo, c’è una disoccupazione che arriva all’80%: tutto è fermo e 120 fabbriche artigianali sono chiuse. Non abbiamo rifugi sotterranei a Betlemme e quando arrivavano i missili dallo Yemen e dall’Iran rimanevamo a casa a pregare. Una Terra Santa senza cristiani non è più Terra Santa; per questo la nostra presenza in Terra Santa è importante per il cristianesimo”.

Hai tre bambini piccoli: come vivono i bambini a Betlemme?

“Vivono sempre con la paura, perché sono arrivati missili da tutte le parti, anche dallo Yemen e dall’Iran: è stato spaventoso. Inoltre hanno perso due anni scolastici e nessun campo estivo. Sono rimasti sempre chiusi in casa”.

In quale modo da Betlemme potrebbe partire una testimonianza di pace?

“Dal 7 ottobre 2023 a Betlemme preghiamo il rosario per la fine di questo conflitto il più presto possibile. Auguriamo che con la nascita di Gesù possa nascere una nuova pace duratura”.

Perché continuate a credere nella pace?

“E’ la speranza. Noi cristiani della Terra Santa abbiamo una fede molto grande e crediamo che la nostra presenza in Terra Santa è molto importante e, nonostante che siamo 1% della popolazione, questo ci dà la speranza di un futuro migliore”.

In quale modo i cristiani possono contribuire alla costruzione della pace?

“Con molta difficoltà, perché la comunità cristiana in Terra Santa rappresenta solo 1% della popolazione. Per noi questo comporta molta fatica nel seminare la pace nei cuori degli ebrei ed in quelli dei mussulmani”.

Quali prospettive ci sono per la ‘costruzione’ della pace?

“Tantissime realtà operano per stabilire la pace. Noi auguriamo con tutto il cuore che chi lavora a favore della pace possa ottenere la pace tra le fedi; noi cristiani siamo contro ogni estremismo e cerchiamo di portare azioni di pace: vogliamo la pace con i mussulmani e con gli ebrei. Cerchiamo di ottenere che la pace sgorghi dal cuore”.  

A proposito di pace un editto di secoli fa stabilisce che il sindaco di Betlemme sia cattolico: come è possibile?

“C’è un ‘firmano’ (decreto, ndr.) ottomano del 1835 che afferma che in otto città palestinesi il sindaco deve essere cristiano e Betlemme rientra in questa delibera”.

Come vivono i cristiani di Betlemme il Natale?

“Purtroppo dal 7 ottobre 2023 abbiamo avuto due Natali ‘silenziosi’ e tristi con la città vuota. Quest’anno il comune di Betlemme ha deciso di far celebrare di nuovo il Natale ed i bambini sono molto contenti. Speriamo che ci sia una pace vera. Il comune ha deciso di rimettere anche l’Albero di Natale nella piazza della Mangiatoia, acceso sabato 6 dicembre”.

Quale messaggio ci lasci a nome dei cristiani in Terra Santa?

“Il Natale, per noi, significa la nascita di una ‘cosa’ nuova: speriamo che sia la nascita di una pace duratura in Terra Santa. Ed a voi vi chiedo di sostenere le famiglie cristiane in Terra Santa e di non abbandonarci. Spero di vedervi presto a Betlemme ed a Gerusalemme”.

Per sostenere le famiglie di Betlemme si può fare un versamento al Sermit attraverso Intesa San Paolo: IBAN: IT 94 D 03069 69200 100000 006377: o Poste Italiane: IBAN: IT 66 N 07601 13400 000014 616627 con la causale ‘Sostegno Nizar Lama Betlemme’.

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