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Meeting 2024, la pace anche in Terra Santa passa attraverso la famiglia ed il perdono

All’udienza generale di mercoledì 27 marzo papa Francesco aveva ricordato la storia di Bassam Aramin e Rami Elhanan, uno israeliano ed uno arabo, a cui, anni fa, sono state uccise le figlie di 10 anni (Abir nel 2007) e di 13 anni (Smadar nel 1997); però dopo questa tragedia si sono uniti e portano avanti un percorso di riconciliazione nell’associazione ‘Parents Circle Families Forum’, organizzazione ‘di base’ di famiglie palestinesi e israeliane che hanno perso i propri familiari a causa del conflitto in Terra Santa e che sono animati dal desiderio di una pace duratura. La loro storia è raccontata interamente nel libro pluripremiato dello scrittore irlandese Colum McCann, dal titolo ‘Apeirogon’, che prende il nome da un poligono dal numero infinito di lati.

Nel video proiettato al Meeting dell’Amicizia tra i popoli, in corso a Rimini, papa Francesco aveva esortato i fedeli a riflettere sulla storia di questi due papà e a guardarla come faro in questi tempi feriti della storia, esprimendo al contempo la sua personale gratitudine: “Loro non guardano all’inimicizia della guerra, ma l’amicizia di due uomini che si vogliono bene e che sono passati per la stessa crocifissione”. Terminato il video i protagonisti dell’incontro ‘Una speranza per tutti’ l’applauso delle 10.000 persone è scattato spontaneo per Rami Elhanan, israeliano, padre di Smadar, per Bassam Aramin, palestinese, padre di Abir, e per Colum McCann, autore del romanzo ‘Apeirogon’, che narra la storia dei due padri.

Smadar Elhanan (1983-1997), figlia tredicenne di Rami, fu vittima di un attacco terroristico suicida palestinese in un locale di Ben Jeuda Street, nel centro di Gerusalemme, dove rimasero uccise altre 7 persone e venti rimasero ferite: “Mia figlia era piena di gioia ed energia, nuotava, ballava e suonava il piano e tutti la chiamavano principessa”.

La figlia di Bassam, Abir Aramin (1997-2007), fu colpita alla nuca all’uscita di scuola da un proiettile di gomma, sparato non incidentalmente da una pattuglia di soldati israeliani. Morì il 16 gennaio nello stesso ospedale dove era nata (e dove tredici anni prima era nata Smadar), assistita fino all’ultimo da una equipe di disperati medici. Bassan e la famiglia vivevano ad Anata: una città palestinese nella Cisgiordania sotto l’occupazione israeliana e rinchiuso nella prigione di Hebron per 7 anni. Una volta uscito dalla prigione era stato tra i fondatori del movimento ‘Combattenti per la pace’. Incontrò per la prima volta l’israeliano Rami telefonandogli perché aveva bisogno di unirsi ai genitori di ‘Parents Circle’, di cui Rami faceva parte.

Il ‘Parents Circle-Families Forum’ (PCFF) è un’organizzazione no-profit di famiglie palestinesi e israeliane che hanno perso i propri familiari a causa del conflitto, fondato nel 1995 dall’israeliano Yitzhak Frankenthal, dopo che, nel luglio 1994, suo figlio diciannovenne Arik, mentre era soldato, venne rapito e ammazzato da militanti di Hamas. Il PCFF, con due uffici (uno in Israele e uno a Beit Jala) opera secondo il principio che un processo di riconciliazione è un prerequisito per raggiungere una pace duratura.

Rami Elhanan ha raccontato la sua storia, affermando che era vittima dell’educazione israeliana, ma quando conobbe Aramin si accorse che anche  i palestinesi  erano esseri umani ed è possibile vivere civilmente attraverso il dialogo ed in ogni goccia di sangue versato pulsa il mondo: “Se odi il tuo nemico non fai altro che uccidere te stesso. Quando lo scopri il tuo nemico diventa come te ed è è il primo passo per cercare di capire chi è il tuo nemico e cerchi sempre un modo più efficace per conoscerlo. Quando capisci e credi che alla fine devi sederti e parlare insieme mi sono chiesto il motivo per cui devo aspettare ed ho detto che era ora di sedersi e di parlare adesso insieme prima di continuare ad ucciderci”.

Mentre Bassam Aramin ha sottolineato che non è facile essere palestinese ed ha auspicato la fine dell’occupazione della Cisgiordania: “Non è facile essere palestinese. Non è facile scoprirci e conoscerci. Siamo esseri umani, cioè qualche volta ci si nasconde agli altri, ma conoscendo l’altro si vede qualcosa di molto diverso. Ho conosciuto l’altra parte, quando ho visto un film sull’Olocausto. Ero in prigione e, guardando quel film, volevo divertirmi, perché per me era una sorta di vendetta, perché volevo vedere gli altri torturati od uccisi. Eppoi ho iniziato a piangere, perché erano uccisi milioni di persone innocenti. Per me era una cosa troppo grande, perché non mi aspettavo di vedere queste atrocità. Dopo 25 anni questo film mi ha spinto a conseguire una laurea con il tema sull’Olocausto”.   

Invece l’autore Colum Mc Cann ha sottolineato ch la narrazione di storie salva il mondo, in quanto il cambiamento è possibile solo se ci crede: in questo modo la luce riesce a sconfiggere il buio: “Il tempo passato in Irlanda del Nord, tra Dublino e Derry, dove sono nato e cresciuto, è stato cruciale per me. Il processo di pace irlandese mi ha fornito una comprensione più profonda delle dinamiche in Medio Oriente. Questi incontri hanno il potenziale per riformulare le strategie di pace esistenti e creare opportunità per una risoluzione duratura”.

Al termine dell’incontro è stato ‘tributato’ un lungo applauso alle madri, ricordando il loro dolore nel vedere morire i propri figli, con l’invito ai presenti a non restare in silenzio attraverso un proverbio: “Se si parla si muore; se si rimane in silenzio si muore. Parla e muori”. Proprio per questo la Fondazione del Meeting per l’Amicizia tra i popoli ha deciso, su richiesta del card. Pizzaballa, una parte delle offerte per sostenere l’organizzazione degli eventi riminesi alle necessità della Terra Santa.

Ma c’è un’altra storia raccontata nei giorni precedenti da Mishy Harman, fondatore, direttore e voce di Israel Story, il podcast più famoso d’Israele, e da Federica Sasso, giornalista, operatrice Rossing Center for Education and Dialogue; lui ebreo e lei cattolica; entrambi marito e moglie, che  hanno raccontato la loro vita familiare e lavorativa a Gerusalemme dopo gli eventi del 7 ottobre scorso: “Fondamentale è continuare a parlarsi ed ad ascoltarsi, cercando di sentire la sofferenza dell’altro”.

Però il Meeting dell’Amicizia tra i popoli non ha dimenticato la guerra in Ucraina con un collegamento da Kiev con il Nunzio apostolico a Kiev, mons. Visvaldas Kulbokas, durante l’incontro ‘Se vuoi la pace, prepara la pace’: “Sostenere la società civile in Ucraina, rafforzarla. E poi spiegare cosa è pace. Di fronte alle emergenze le istituzioni hanno capacità limitate, ma le persone sono più in grado di reagire in modo adeguato, rispetto alle istituzioni. Le persone non rimangono intrappolate nelle procedure, nelle regole”, a cui hanno partecipato Oleksandra Matvijcuk, avvocata ucraina e premio Nobel per la Pace 2022, Angelo Moretti, portavoce del Movimento europeo di azione nonviolenta-Mean (nella foto di apertura), Lali Liparteliani ed Anastasia Zolotova, direttrici della Ong ucraina ‘Emmaus’.

Lali Liparteliani ha condiviso la sua esperienza personale di fuga dalla guerra con i suoi figli, descrivendo il dolore e la perdita che accompagnano la condizione di profughi: “L’esperienza di essere profughi è un dolore costante, un allontanamento da tutto ciò che si conosce e si ama”.

(Tratto da Aci Stampa)

Otello Cenci: anche gli spettacoli al Meeting cercano l’essenziale

“In un mondo dinamico e tecnologicamente avanzato come il nostro, in cui le distrazioni pervadono le nostre vite, sentiamo forte l’urgenza di scoprire ciò che conta veramente nella vita. I conflitti e le guerre che seminano violenza e morte ci pongono in modo inequivocabile di fronte a domande che la cultura contemporanea tende a rimuovere, le domande sul nostro destino e sul senso del dolore. La ricerca di una felicità vera e duratura non può accontentarsi di illusioni ed utopie: le costruzioni artificiose di apparenze inconsistenti, infatti, non reggono alla radicalità di questa ricerca e di tali domande”.

E’ la proposta di fondo che guida il tema del Meeting dell’Amicizia fra i Popoli, giunto alla 45^ edizione, che si svolge alla Fiera di Rimini dal 20 al 25 agosto con il titolo ‘Se non siamo alla ricerca dell’essenziale, allora cosa cerchiamo?’, caratterizzata da tavole rotonde, mostre, spettacoli, iniziative culturali, sportive e per ragazzi e trasmessa in diretta su più canali digitali e in più lingue e si apre con lo spettacolo ‘Chi sei tu? La sfida di Gerusalemme”, tratto dal libro ‘La sfida di Gerusalemme. Un viaggio in Terra Santa’ del drammaturgo Eric-Emmanuel Schmitt, che ha accettato la proposta di fare un viaggio di un mese in Terra Santa per raccontare la sua esperienza in un diario.

L’idea di portare in scena il testo nasce da Lorenzo Fazzini, direttore editoriale di Libreria Editrice Vaticana, adattato per la scena da Emanuele Fant e Otello Cenci che ne cura la regia. A dare voce al viaggio di Schmitt è l’attore Ettore Bassi, con le musiche eseguite dal vivo da Mirna Kassis, Matteo Damele, Filippo Dionigi, Tomas Milner, con la partecipazione in video dello stesso Éric-Emmanuel Schmitt, presentato nello scorso luglio al ‘Teatro del Dramma Popolare’ di San Miniato in una cooperazione della Fondazione Meeting per l’amicizia fra i popoli ETS, Fondazione Istituto Dramma Popolare San Miniato, Centro Teatrale Bresciano.

Partendo dal tema generale chiediamo al regista e direttore artistico degli spettacoli del Meeting per l’amicizia fra i popoli, Otello Cenci, di raccontarci per quale motivo il Meeting pone questa domanda: “In un momento storico segnato da guerre, crisi economiche e sociali, crollo dei valori esistenziali, politici e religiosi che hanno sorretto le generazioni precedenti, diffusa insicurezza, e grande timore verso il futuro, credo che porre a tema cosa sia essenziale all’uomo per vivere sia una scelta decisiva, radicale e coraggiosa. Il Meeting da sempre ha questo desiderio di mettersi in dialogo con il mondo intero ponendo a tema l’esistenza dell’uomo e il suo significato”.

Il Meeting dell’Amicizia fra i Popoli apre con lo spettacolo teatrale tratto dal libro di Schmitt con la sua regia: quale sfida ci attende?

“Lo spettacolo coinvolge il pubblico in un viaggio emozionante, fatto di parole, musica, proiezioni, balli e canti che ci permettono di condividere almeno in parte, l’esperienza vissuta dall’autore nel suo viaggio in Terra Santa. I preconcetti, la ritrosia e il distacco con cui l’autore si approccia alle persone che incontra e ai luoghi che visita, sono quelli propri di tante persone del nostro tempo. Risulta quindi facile immedesimarsi con il protagonista e condividere con lui, prima i dubbi, poi lo stupore per alcune scoperte e, infine, un cambiamento inaspettato.

La sfida per Eric Emmanuel Schmitt è stata prima, quella di accettare di compiere il viaggio, poi arrendersi a quello che gli stava accadendo e infine avere il coraggio di condividerlo con tutti noi: attraverso il libro e anche con lo spettacolo. La sfida per il pubblico è quella di abbandonarsi per sessanta minuti e farsi trasportare in quella terra da anni martoriata dalla guerra e accettare una nuova ipotesi con cui guardarla”.

Come è possibile trasformare un testo di ‘viaggio’ in drammaturgia?

“Per noi che abbiamo collaborato alla realizzazione dell’opera scenica, la sfida è stata quella di adattare il testo in modo da salvare le parti fondamentali del tragitto sia geografico che personale presenti nel testo, valorizzando quelle sfumature che rendono pienamente umana l’avventura. L’altro aspetto a cui abbiamo tenuto molto è stato quello di rendere emozionante la messa in scena per comunicare allo spettatore non solo gli eventi cronologici del racconto, ma gli stati d’animo che l’autore ha provato nel suo viaggio.

A questo scopo sono stati essenziali il lungo lavoro svolto sul testo con Emmanuele Fant e, successivamente quello sulla musica, sulle proiezioni e sulla scenografia. Il coinvolgimento di Mirna Kassis, cantante siriana con cui collaboro da anni e di professionisti giovani appassionati e di talento è stato essenziale, così come la presenza di Ettore Bassi che credo che in questo spettacolo abbia dato veramente il meglio di sé”.

Oltre a questo spettacolo inaugurale quali sono gli altri appuntamenti da non perdere in questa settimana?

“La settimana è veramente ricca di tante proposte diverse e interessanti. Oltre allo spettacolo inaugurale, presenteremo al Teatro Galli due spettacoli teatrali: ‘Acqua’ che affronta il tema della verità contrapposta agli interessi personali e ‘Fra’, San Francesco, la superstar del Medioevo’ di e con Giovanni Scifoni. Il noto pianista iraniano Ramin Bahrami presenterà brani di Johann Sebastian Bach, in una serata che vede la sinergia con la Sagra Musicale Malatestiana.

Oltre agli spettacoli al Teatro Galli, insieme alla Cineteca di Rimini, ci sarà l’occasione di assistere alla proiezioni di alcuni film presso la Corte degli Agostiniani; i tre film in visione sono ‘Tatami’, ‘The Old Oak’ e ‘I bambini di Gaza’, opere che vogliono stigmatizzare l’ideologia politica e culturale attraverso storie di amicizia, ribellione e nuovi orizzonti.

 L’avventura continua con alcuni appuntamenti imperdibili ad ingresso libero che avranno luogo presso la Fiera di Rimini; tra i più significativi sottolineo lo spettacolo di poesia e musica a cura dell’Associazione Amici di Nicco Palco ‘Voglio la pace che nessun uomo può dare’ e la finale della quarta edizione del ‘Meeting Music Contest’ che presenterà alla giuria, presieduta da Filippo Graziani, i cinque giovani artisti selezionati tra gli oltre 200 iscritti”.

Eppoi i 40 anni del teatro ‘Gli Incamminati’: perché il Meeting sentì l’esigenza di dare spazio al teatro?

“L’arte scenica è fin dall’origine nel DNA del Meeting di Rimini. I primi anni si sono realizzati degli eventi itineranti lungo i luoghi più significativi della città, coinvolgendo migliaia di persone che rimanevano esterrefatte dall’imponenza delle installazioni e dalle centinaia di figuranti che partecipavano a questa sorta di sacra rappresentazione popolare. Il teatro serve per riflettere nel vero senso del termine, ossia guardarsi allo specchio e osservandosi dall’esterno fare i conti con le proprie paure, i propri vizi e le proprie virtù. Il teatro, insomma, ma direi l’arte in generale, serve per scoprire sé stessi ed esorcizzare paure e malesseri.

Desideriamo tutti sapere chi siamo veramente, come siamo fatti e confrontarci con il pensiero e le esperienze di altri, che vivono lontano nel tempo e nello spazio, ma anche con quelli vicino a noi, quelli che condividono il numero di posto subito dopo il nostro. E’ evidente allora, come sia importante per il Meeting per l’amicizia fra i popoli, offrire occasioni di confronto con testi significativi, con autori classici e contemporanei, con interpreti di grande talento e giovanissimi.

E’ un’occasione unica poi fare questo tipo di proposte così ambiziose, a Rimini, capitale del turismo spensierato. Una provocazione solare come la stagione estiva in cui si colloca. il cartellone sembra dire: ‘venite a vedere questi spettacoli e commentiamoli insieme davanti ad un caffè od uno spaghetto…’. L’invito è aperto a tutti!”

(Tratto da Aci Stampa)

Da Gerusalemme una preghiera per la fine del conflitto in Terra Santa

“Sono passati già molti mesi dall’inizio di questa terribile guerra. Non solo la sofferenza causata da questo conflitto e lo sgomento per quanto sta avvenendo sono ancora integri, ma sembrano anzi essere continuamente alimentati da odio, rancore e disprezzo che non fanno che aumentare la violenza e allontanare la possibilità di individuare soluzioni”.

Questo è l’appello che il patriarca latino di Gerusalemme, il card. Pierbattista Pizzaballa, ha rivolto ai cristiani della Terra Santa nel messaggio per la solennità dell’Assunzione al Cielo di Maria, in quanto incomincia a serpeggiare lo scoraggiamento per la conclusione del conflitto in Terra Santa:

“E’ sempre più difficile, infatti, immaginare una conclusione di questo conflitto, il cui impatto sulla vita delle nostre popolazioni è il più alto e doloroso di sempre. E’ sempre più difficile trovare persone e istituzioni con le quali sia possibile dialogare di futuro e di relazioni serene. Sembriamo tutti schiacciati da questo presente impastato da così tanta violenza e, certo, anche da rabbia”.

Quindi è un invito a pregare nel giorno della festa dell’Assunzione in cielo di Maria, giorno in cui si riuniscono le delegazioni dei contendenti per cercare di raggiungere la pace: “Questi giorni, comunque, sembrerebbero essere importanti per riuscire a dare una svolta al conflitto e fra questi in particolare il 15 agosto, che per noi è il giorno della solennità dell’Assunzione di Maria Vergine in cielo.

In quel giorno, dunque, prima o dopo la celebrazione dell’Eucarestia, o in un momento che si terrà opportuno, invito tutti, ad un momento di preghiera di intercessione per la pace alla Vergine Santissima Assunta in cielo. Desidero che parrocchie, comunità religiose contemplative ed apostoliche, e anche i pochi pellegrini presenti tra noi, si uniscano nel comune desiderio di pace che affidiamo alla Vergine santissima”.

Ed ha chiesto una preghiera perché l’intercessione della Madre di Dio possa aprire uno spiraglio di pace: “Dopo avere speso tante parole, infatti, e dopo avere fatto il possibile per aiutare ed essere vicini a tutti, in particolare a quanti sono colpiti più duramente, non ci resta che pregare. Di fronte alle tante parole di odio, che vengono pronunciate troppo spesso, noi vogliamo portare la nostra preghiera, fatta di parole di riconciliazione e di pace”.

Questa è la supplica che il patriarca Pizzaballa invita a recitare: “Gloriosissima Madre di Dio, innalzata sopra i cori degli angeli, prega per noi con San Michele Arcangelo e con tutte le potenze angeliche del cielo e con tutti i santi, al tuo santissimo e amato Figlio, nostro Signore e Maestro. Ottieni per questa Terra Santa, per tutti i suoi figli e per tutta l’umanità, il dono della riconciliazione e della pace.

Possa compiersi la tua profezia: i superbi siano dispersi, i potenti siano rovesciati dai troni, gli umili siano innalzati, gli affamati siano ricolmati di beni, i pacifici siano riconosciuti come figli di Dio ed i miti ricevano la terra in dono. Possa Gesù Cristo, tuo Figlio, Colui che oggi ti ha esaltato sopra i cori degli angeli, che ti ha incoronato con il diadema del Regno, e ti ha posto sul trono di eterno splendore, concederci questo A Lui la gloria e l’onore in eterno. Amen”.

Anche il card. Louis Raphael Sako, patriarca di Babilonia dei Caldei, ha annunciato che anche il patriarcato ‘sta organizzando una preghiera per la pace e la stabilità’, che si svolge questa sera: “Poiché il raggiungimento della pace è responsabilità di ogni persona e di ogni Paese, siete cordialmente invitati ad unirvi a noi in una preghiera a Dio Onnipotente”.

Aiuto alla Chiesa che Soffre in aiuto dei cristiani

Nei giorni scorsi è stato reso noto il Rapporto annuale di ACS (Aiuto alla Chiesa che Soffre), in cui si evidenzia che nello scorso anno l’istituzione religiosa ha ricevuto donazioni e lasciti per € 143.700.000, che insieme ad € 800.000 di riserve dell’anno precedente, ha permesso ad ACS di finanziare attività per un valore di € 144.500.000 con offerte da quasi 360.000 benefattori privati ​​presenti nei 23 Paesi in cui ACS ha sedi nazionali. 

L’81,3% di questi fondi è stato destinato alle spese relative alla missione. All’interno di questa cifra, l’85,9% è andato a progetti di aiuto in 138 paesi (5.573 progetti approvati su 7.689 richieste ricevute). Il restante 14,1%, pari ad € 16.600.000, è stato destinato ad attività di informazione, proclamazione della fede e difesa dei cristiani perseguitati.

Il Paese che ha ricevuto maggiori aiuti è l’Ucraina: € 7.500.000; seguita dal Siria, con € 7.400.000 ed il Libano con € 6.900.000. Particolare attenzione per l’Africa che ha ricevuto il maggior sostegno: il 31,4% delle risorse. La presidente esecutiva di ACS Internazionale, Regina Lynch ha commentato: “L’Africa è la patria di circa un cattolico su cinque, di un sacerdote su otto, di una religiosa su sette e di quasi un terzo dei seminaristi nel mondo. Oltre a ciò, la diffusione del terrorismo e dell’estremismo islamico in alcuni Paesi, soprattutto nella regione del Sahel, è causa di grande sofferenza per i cristiani di questo continente”.

Con il 19,1% di aiuti, il Medio Oriente rappresenta la seconda regione a ricevere il maggior numero di aiuti. Il 61% dei fondi inviati in Siria è destinato ad aiuti di emergenza, tra cui cibo e alloggio, assistenza medica e microcredito per le imprese. In Libano, gli aiuti d’urgenza hanno rappresentato il 47% del totale e sono stati destinati alle scuole cristiane, al cibo, agli alloggi e alle cure mediche. 

Inoltre ACS ha fatto giungere a 40.767 sacerdoti € 1.075.000 di offerte per la celebrazione di Messe. Ciò significa che un sacerdote su 10 nel mondo ha ricevuto sostegno da ACS e che, in qualche parte del mondo, ogni 18 secondi è stata celebrata una Messa secondo le intenzioni dei benefattori.  Inoltre, grande sostegno per la formazione di quasi 11.000 seminaristi: il sostegno alla formazione di sacerdoti, religiosi e laici ha rappresentato il 26,7% di tutto l’aiuto garantito, mentre le offerte per le Messe e gli aiuti di sussistenza per le religiose sono stati pari al 21,6%. 

In particolare Aiuto alla Chiesa che Soffre ha sottolineato che dopo 13 anni dall’inizio della guerra, la Siria è ancora nel caos, come ha raccontato l’arcivescovo di Homs dei Siri, mons. Jacques Mourad. Nel Paese la situazione sanitaria è drammatica: i farmaci sono sempre più costosi, gli ospedali sono danneggiati e non funzionano a pieno regime, e il 90% della popolazione vive in povertà estrema. Per molte persone, curarsi è diventato un lusso impossibile. Il salario medio mensile corrisponde ad appena 10 euro, mentre l’inflazione annuale supera il 139%.

Per quanto riguarda la situazione in Terra Santa, mons. William Shomali, vescovo ausiliare di Gerusalemme e Vicario patriarcale per la Palestina, in un colloquio con Aiuto alla Chiesa che Soffre Italia (ACS Italia), ha fornito un aggiornamento sulla drammatica situazione dei cristiani di Terra Santa. Quanto ai fedeli presenti nella Striscia di Gaza, il prelato ha ricordato che ‘a Gaza prima della guerra vivevano 1.017 cristiani’. Dopo lo scoppio del conflitto ‘la maggior parte di loro si è rifugiato nel complesso parrocchiale latino e una minoranza in quello greco-ortodosso’.

Questi sfollati “soffrono per la mancanza di elettricità, acqua potabile e cibo. Nei giorni scorsi, per fortuna, hanno potuto acquistare sacchi di farina. Una volta hanno ricevuto polli congelati, che dovevano essere cucinati e consumati in giornata perché non avevano frigoriferi… Inoltre la maggior parte dei cristiani ha visto le proprie case distrutte. Vivono nelle aule delle nostre scuole.

Una stanza di classe per una o due famiglie. Perciò, non potremo riprendere l’attività scolastica finché le famiglie non avranno ricostruito i loro appartamenti. Chi ricostruirà? Nessuno conosce quale sarà la situazione a Gaza all’indomani della guerra. Va da sé che continuiamo a pagare l’intero stipendio agli insegnanti delle nostre due scuole, altrimenti perderebbero l’unico reddito di cui dispongono”.

(Foto: ACS)

Card. Zuppi: in Terra Santa per stare accanto a chi soffre

“Non potevano esserci luogo e giorno migliori per iniziare questo pellegrinaggio di comunione e pace con tutti i fratelli e le sorelle della Terra Santa. Sperimentiamo, come gli apostoli, l’intima gioia di essere suoi, intorno a quella mensa dove continua ad essere versato e spezzato, dove la sua Parola si fa presenza nell’eucarestia e chiede di diventare carne nella nostra vita e nel nostro oggi. La comunione inizia nella prossimità, frutto di colui che si fa prossimo per farci capire chi siamo, prima vittoria sul male che distrugge, divide, allontana, rende incomunicabili, cancella il mio prossimo tanto da renderlo solo un nemico. Il vostro dolore è il nostro dolore, il loro dolore è il nostro, le vostre lacrime sono le nostre”.

Parole pronunciate dall’arcivescovo di Bologna, card. Matteo Zuppi, all’inizio della celebrazione eucaristica al Getsemani in occasione del pellegrinaggio in Terra Santa dell’arcidiocesi di Bologna fino al 16 giugno a cui hanno partecipato circa 160 pellegrini, ribadendo il valore della preghiera di intercessione: “La preghiera di intercessione si è unita a quella dei tanti salmisti che popolano (consapevolmente o no) questa terra e nei quali la preghiera ci permette di identificarci: liberami, salvami, ascoltami, proteggimi, difendimi, aiutami, comprendimi, sollevami.

Non ci possiamo abituare al grido di dolore che giorno e notte sale a Dio, ma anche alle nostre orecchie. Ecco, oggi la comunione per grazia di Dio diventa presenza, seguendo Gesù che non resta lontano, che fa sue le lacrime di Marta e Maria e piange con loro per il loro fratello che era morto, che si unisce a quella vedova che aveva perduto il suo unico figlio, perché è sempre unica la persona amata. E’ il nostro sentimento verso di voi, verso tutti i credenti, certi che l’invocazione è ascoltata da Dio”.

E nella celebrazione eucaristica al Santo Sepolcro il presidente della Cei ha sottolineato che senza la croce non c’è resurrezione: “Non c’è resurrezione senza restare sotto la croce, senza farsi interrogare personalmente, nelle viscere, dalla sofferenza. I discepoli non seppero vegliare davanti a un dolore grande. Scappano, pensando così di scaricarsi le responsabilità, di attribuirle a qualcuno, di pianificare qualcosa, a discutere e basta su di chi è la colpa, ad accusarsi con i confronti, a coltivare l’odio, ad accarezzare la spada che così poco rimettiamo nel fodero”.

L’immagine più bella di Chiesa è quella di una madre e di un discepolo sotto la croce: “La madre che resta e un discepolo che sotto la croce solo per amore piange con lei. Bisogna restare, in silenzio, ascoltando, pregando, affidandosi al Padre e soprattutto restare, esserci, capire la sofferenza dell’altro e farla propria. Solo così inizia la pace. Si ricomincia da qui, solo così inizia la pace, perché questa viene affrontando il male non evitandolo, non restandosene in pace, ma vivendo il dolore come il proprio”.

Ricordando la tragedia dello scorso 7 ottobre ha sottolineato che dal dolore può nascere amore: “Ieri la mamma di Hersh, giovane ostaggio dal 7 ottobre scorso, ci ha affidato il suo dolore, dicendo che si unisce a quello per i tanti innocenti che sono uccisi a Gaza. Solo se due dolori diventano un amore unico, solo se le lacrime sono tutte uguali troviamo la via della pace, che inizia anche dentro di noi. Bisogna restare perché non basta qualche consiglio a distanza per capire ed essere capiti”.

E’ stato un invito a stare sotto la croce: “Esserci sotto la croce fa la differenza e promuove davvero la pace. Sembra inutile, forse i discepoli avranno sentito rimbombare il grido ‘ha salvato gli altri, salvi se stesso, faccia vedere chi è’, grido che certifica l’inutilità di perdersi amando, avranno rimpianto le barche oppure saranno andati a cercare nuovamente la spada per difendersi. Eppure la luce della pace inizia solo così, capendo la tragedia del male, delle tante complicità, l’abisso di sofferenza con la loro storia antica e recente, ma sempre scegliendo che il suo dolore sia il mio. La risurrezione non appare senza la croce, bensì la include”.

Dallo stare sotto la croce nasce la Pentecoste: “Qui capiamo dove sta la verità circa il bene e il male ma anche che il male non ha l’ultima parola, che l’amore è più forte della morte, che il nostro futuro e quello dell’umanità tutta è nella volontà di Dio che diventa la nostra volontà di pace. In questi giorni contempliamo l’amore per abbattere ogni muro di divisione dentro il nostro cuore e, come sappiamo, se il nostro cuore è in pace tanti inizieranno a vedere la pace intorno a noi. In ogni persona lo stesso volto sfigurato, quello in cui sembra non esserci niente di umano, mentre è il più umano di tutti, e che guardandolo ci rende umani, persone”.

In questi luoghi santi il dolore può trasformarsi in preghiera: “Il dolore diventa preghiera, fare nostro il grido di un’umanità profondamente ferita per uscire dalla logica dell’inimicizia, da quella che produce inimicizia e alza i muri, capire e scegliere quella del pensarsi insieme. Se non vediamo la croce, le croci, le guerre, i volti, le storie, le torture, le armi, non capiremo mai per davvero, resteremo innamorati della nostra idea e non del Vangelo di Gesù crocifisso per la vita.

E’ dalla preghiera che inizia un nuovo modo di parlare, di conoscere, di capire la vita. Solo la preghiera ci libera dalla paura perché nella preghiera ci uniamo ad un amore che ha vinto il male e ci libera dall’odio. Possiamo dire che siamo per la pace solo se coloro che sono per la guerra non hanno potere su di noi e se non ci lasciamo prendere in nessun modo dalla folla che grida contro. Combattiamo il male lasciandoci condurre come agnelli ed esserlo”.

Al termine del pellegrinaggio il card. Pierbattista Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme dei Latini, ha ringraziato l’arcivescovo ed i pellegrini di Bologna: “Quella dell’Arcidiocesi di Bologna è stata una iniziativa coraggiosa, in un tempo in cui tutti hanno paura di venire. Questo è un pellegrinaggio di solidarietà con i cristiani e le popolazioni di Terra Santa. Mi auguro che questo gesto coraggioso venga ripreso anche da altri. Noi abbiamo bisogno della presenza dei pellegrini che portano serenità per tante famiglie”.

(Foto: Arcidiocesi di Bologna)

A San Miniato il Teatro del Cielo ‘pellegrino’ in Terra Santa

E’ nel dna del Teatro del Cielo quella ricerca complessa degli interrogativi che scuotono le coscienze. Succede così, dal 1947 ad oggi per mano della Fondazione Istituto del Dramma Popolare di San Miniato, oggi guidato da Marzio Gabbanini. E quest’anno, per la scena sacra di piazza Duomo, è l’ora di ‘Chi sei tu? La Sfida di Gerusalemme’, versione teatrale del diario del viaggio in Terra Santa di Éric-Emmanuel Schmitt.

Lo scrittore francese ha trascorso un mese tra Betlemme, Nazareth, la Galilea, Gerusalemme, scrivendo un vero e proprio itinerario tra i dubbi della ragione e le aperture della fede che quei luoghi suscitano. Ecco Betlemme, Nazareth e,soprattutto, Gerusalemme: la città della contraddizione, luogo che parla di coesistenza, ma anche di tensioni mai sopite. Con una riflessione non scontata, resa ancora più urgente dalla cronaca attuale, l’autore, e quindi lo spettacolo, indaga la città dei tre monoteismi, cercando tra le sue vie piene di storia e di suggestioni una parola credibile di pace.

Gli incontri e i luoghi, veri coprotagonisti della messa in scena, sono evocati con gli interventi musicali dal vivo, con le scene, con l’ensemble di interpreti. La drammaturgia asciuga il testo in un montaggio di stile cinematografico che crea ritmo con la giustapposizione di scene evocative e narrative.

‘Chi sei tu? La Sfida di Gerusalemme’ (in scena dal 20 al 24 luglio) è un’occasione per dirsi in pubblico la complessità e l’urgenza della provocazione che giunge dalle terre di Israele e Palestina, come ha spiegato il presidente Marzio Gabbanini: “Per il Dramma significa proseguire in quella che è una missione storica: in tempi così complessi, quali quelli attuali, in cui si assiste a un progressivo indebolimento delle coscienze sia sul piano individuale, sia globale, con l’abbattimento di innumerevoli barriere alle quali l’umanità sembra, però, incapace di non sostituirne e innalzarne altre;

il Dramma, la cui essenziale finalità è quella di interrogare e interrogarsi su questioni di fondo del nostro esistere, propone una riflessione sul valore e sulla forza della fede quale strumento di cambiamento soprattutto di fronte alle difficoltà, ai conflitti interiori e non, e particolarmente quale motivo di dialogo tra creature che, al di là di differenze di tipo etnico, culturale, linguistico, sono fatte della stessa materia e figlie di uno stesso Padre”.

Firma la regia dello spettacolo Otello Cenci. Nel cast spicca il nome dell’attore Ettore Bassi. Musiche eseguite dal vivo da Mirna Kassis, Matteo Damele, Filippo Dionigi, Tomas Milner. Con la partecipazione in video di Eric-Emmanuel Schmitt. Lo spettacolo è frutto della sinergia, nella produzione, fra Fondazione Meeting per l’amicizia fra i popoli, Centro Teatrale Bresciano e Fondazione Istituto Dramma Popolare di San Miniato.

Tutti gli spettacoli della Festa del Teatro, come tradizione, hanno un unico comune denominatore che, quest’anno, mette sotto la lente la fede al centro di una dura prova in un mondo di dubbi e conflitti. Il direttore artistico, Masolino D’Amico, evidenzia la missione del Dramma Popolare: “Fra tradizione ed innovazione, questa la linea guida che ogni anno il Festival propone alternando sul palcoscenico autori registi e attori della nuova scena emergente a nomi di spicco della scena teatrale italiana. Il comune denominatore degli spettacoli del Festival 2024 (la fede messa alla prova: una forza di pace interiore,

individuale e collettiva, in un mondo di dubbi e conflitti) trova, negli spettacoli proposti, modalità attuali di essere affrontato dando particolare spazio e rilievo alla promozione di una drammaturgia sia di autori affermati che giovani drammaturghi, di cui valorizzare creatività, capacità multidisciplinari ed espressive, volontà di innovazione”.

Si comincia il 20 giugno con ‘Poveri noi – Storia di una famiglia nella tragedia della guerra’ di e con Silvia Frasson. Poi il 25 giugno ‘Figlio, non sei più giglio’ con Daniela Poggi e Mariella Nava. Quindi il 27 giugno con ‘l libro dei Numeri’ con Angela Torriani Evangelisti e Riccardo Massai. Si prosegue con ‘Giobbe, storia di un uomo semplice’, il primo luglio con Roberto Anglisani.

Avanti il 4 luglio con ‘In nome della Madre’ di Erri De Luca con Patrizia Punzo. L’8 luglio è la volta di ‘Celeste’, testo e regia Fabio Pisano. Infine ‘Topi’ l’11 luglio del collettivo Usine Baug. Tutti gli spettacoli collaterali del Festival si terranno alle 21,30 nel Giardino della Cisterna della Misericordia. La Festa del Teatro di San Miniato è sostenuta dalla Fondazione Cassa di Risparmio di San Miniato e Crédit Agricole Italia.

(Foto: Afif H. Amireh)

Buona Pasqua!

“Stiamo sperimentando delle tenebre profondissime che avvolgono migliaia di persone, in tanti luoghi nel mondo, in particolare in Ucraina e in Terra Santa. Quanta desolazione! Non possiamo abituarci alla guerra, ai combattimenti che non risparmiano deboli e innocenti, soprattutto i bambini: dovremmo sempre guardare attraverso le loro lacrime, attraverso il pianto dei più piccoli. E’ da lì che capiamo tutto l’orrore e la violenza della guerra, dell’ingiustizia e quanto questo sia inaccettabile”.

Mentre in Europa si levano sempre più massicce parole inneggianti alla guerra dalla presidenza della Conferenza episcopale italiana giungono chiari e precisi gli auguri per la Pasqua con un invito a non abituarsi agli orrori della guerra, definita ‘tempo triste’:

“Dimoriamo in un tempo triste, in cui la morte occupa le pagine dei giornali. Pensiamo alle violenze sulle donne, alla cattiveria frutto di prepotenze che segnano anche gli ambiti più delicati dell’esistenza, come quelli familiari e affettivi. Il rapporto tra uomo e donna sembra quasi avvelenato dall’istinto del possesso e dall’evocazione della morte”.

Ecco la bellezza della Resurrezione, spesso negata anche dai cristiani che credono nella purificazione della guerra: “Ma il Risorto porta nel mondo la bellezza di una vita nuova, la creatività paziente della nuova creatura. Una novità, la più grande. Il mondo, oggi così deturpato, può essere ricostruito e trasformato da uomini e donne che vivono le più grandi ragioni di vita e di speranza”.

Nel nostro mondo, sempre più alle prese con la terza guerra mondiale, i vescovi italiani invitano i cristiani ad impegnarsi a preparare la ‘venuta’ del Signore riecheggiando le parole del profeta Isaia: “Vorremmo che l’annuncio della pace corresse di terra in terra, di popolo in popolo. Vorremmo che arrivasse presto la fine dei conflitti e che si aprisse il tempo della fraternità. Il profeta Isaia ci aiuta a guardare avanti con speranza cristiana e a lavorare ogni giorno per costruire la pace. Per noi cristiani si tratta di impegnarci a preparare la venuta del Regno, a far sì che il Signore sia riconosciuto e amato”.

Tali parole si realizzano nella contemplazione della Pasqua: “Nel mistero pasquale il Signore si è già rivelato nella sua gloria manifestando l’amore infinito del Padre per ogni creatura. Possa il mistero della Pasqua raggiungere tutti noi e insegnarci ad amare senza confini, a porre segni concreti di vita là dove c’è la morte, a trasformare in luoghi di pace le terre oggi segnate dall’inimicizia”.

Dalla Pasqua si irradia una luce capace di sconfiggere le tenebre: “Pasqua è la luce che vince le tenebre: nessuno è spettatore, ma tutti attori. Nella Pasqua non c’è una via di mezzo: o si è con Gesù e si resta con l’amore, con la luce, con una forza che sconfigge quelle terribili tenebre oppure si diventa complici del male… Questa è la Pasqua di Gesù che apre la via del cielo e fa risorgere, oltre il limite della morte”.

Solo la Pasqua è capace di illuminare la vita: “La via che conduce alla vita piena e alla verità completa è una Presenza che viene e cammina al nostro fianco. L’augurio è che tutti possano incontrare questo misterioso Viandante, l’unico capace di dare un senso alla nostra esistenza, di bruciare il cuore e aprire gli occhi. Perché il Risorto illumina gli occhi del cuore”.

La Pasqua allora è un invito ad ‘andare’ in Galilea, (cioè negli ‘incroci’ dei popoli) ha sottolineato il vescovo di Ascoli Piceno, mons. Giampiero Palmieri: “In forza dello Spirito la comunità credente è spinta dal Risorto ad andare ‘sempre oltre’, ad andare in Galilea. Per la sua collocazione lungo l’antica via del Mare, la Galilea era il paese dove si incrociavano ebrei e pagani, persone di ogni popolo, lingua, cultura e religione. Ecco, il Risorto ci aspetta lì, nella Galilea delle Genti, dove lo possiamo scoprire già misteriosamente presente e dove siamo chiamati a portare a tutti l’annuncio della Resurrezione”.

Questa è l’unica speranza per i cristiani, consistente nella vita: “Si, carissimi! Quale è il motivo della speranza dei cristiani, anche in questo tempo così profondamente segnato dalla guerra, dalla violenza, dallo smarrimento? Il segreto di questa speranza è lo Spirito di Gesù risorto, è Lui che spinge i credenti e ogni uomo che si apre alla grazia ad andare avanti, a lottare, a combattere con le armi della persuasione per la giustizia, la fraternità universale, la pace. Questo allora è il nostro augurio di Pasqua: non siamo fatti per la rassegnazione ma per la vita, non siamo fatti per l’odio, ma per la pace!”

Buona Pasqua per un passaggio dalla morte alla vita; dal tempo di tristezza al tempo di speranza!

Betlemme a Pasqua, senza pellegrini e senza lavoro per molti

Più di 160 giorni di guerra in Terra Santa che per i cristiani ha un ‘valore’ molto importante, come ha scritto il presidente del prefetto del Dicastero per le Chiese Orientali, card. Claudio Gugerotti, nella lettera dell’appello per la Colletta dei cristiani in Terra Santa:

“Il pellegrinaggio a Gerusalemme ha una storia antica quanto il cristianesimo, e non solo per i Cattolici. Questo è reso ancora oggi possibile dall’opera generosa dei Francescani della Custodia di Terra Santa e dalle Chiese Orientali ivi presenti. Essi mantengono e animano i santuari, segni della memoria dei passi e delle azioni di Gesù, testimoni materiali di un Dio che assunse la materia per salvare noi, fango animato dal soffio dello Spirito. Per la loro dedizione in quei luoghi si continua a pregare incessantemente per il mondo intero”.

Per raccontare la verità di queste parole abbiamo incontrato a Tolentino Nizar Lama, guida turistica cattolica a Betlemme, su invito di don Rino Ramaccioni, supportato dalle organizzazioni di volontariato Sermit, Sermirr, Agesci ed Azione Cattolica Italiana, che ha raccontato ai giovani la vita in Terra Santa:

“Oggi sono qui mentre il mio Paese vive in stato di guerra, sono ben consapevole che la mia nazione soffre di difficoltà e grandi problemi dal 1948, ma questa volta è la più dura e la più triste, e la più sanguinosa. La mia Patria è la terra dei profeti e una terra sacra, che ha sofferto per lungo tempo di diversi problemi, politici, sociali ed economici”.

Citando il profeta Geremia, Nizar ha ribadito di non aver perso la speranza in Dio, nonostante le difficoltà: “Nonostante tutte le difficoltà, la nostra speranza in Dio rimane ferma e forte, e la speranza prevale su tutto. In questo periodo difficile, abbiamo perso molti amici, e la maggior parte delle persone ha perso il lavoro, sono momenti difficili e preziosi, dove abbiamo perso l’amore l’uno per l’altro. Abbiamo vissuto nella paura, paura per i nostri figli e paura per il nostro futuro. Ma questa paura ha rafforzato la nostra fede e ci ha avvicinati a Dio nella preghiera”.

Ha raccontato le difficili condizioni di vita in questi ultimi anni: “Non ci siamo ancora ripresi dal Covid-19, ed all’improvviso è scoppiata questa guerra, lasciando il mio Paese vuoto senza visitatori né pellegrini, con circa 3.000.000 di persone che visitano Betlemme alla fine di ogni anno, e 17.000.000 di persone in Israele in particolare”.

Difficoltà vissute soprattutto a Betlemme: “La città della Natività ha vissuto condizioni molto difficili… La mia città, Betlemme, soffre di un grande assedio; dal 2002 è stato costruito il muro di separazione che si estende per 74 km intorno a Betlemme, e 810 km intorno alla Cisgiordania, è davvero una grande prigione a cielo aperto. All’inizio della guerra, sono stati controllati l’acqua, l’elettricità, il gas, la benzina, le strade e i trasporti. Le scuole sono rimaste chiuse, e la maggior parte dei negozi chiusi, e nonostante ciò i prezzi dei prodotti e dei beni alimentari sono aumentati notevolmente, dove la maggior parte delle persone soffre molto per trovare il pane quotidiano. Un gran numero di negozi è chiuso a causa del conflitto e della tensione di sicurezza”.

E’ stata una denuncia contro gli estremisti: “Noi, nella Terra Santa, portiamo ogni giorno la croce di Cristo, per strada, nei nostri lavori… a causa dei movimenti estremisti. Non ci sono parole sufficienti… e non ci sono parole adeguate per descrivervi quanto siano difficili e complicate le condizioni. Il ricordo della guerra rimarrà impresso nei nostri cuori e nei cuori dei nostri bambini, che avranno disperatamente bisogno di cure psicologiche quando la guerra finirà”.

Infine ha ringraziato le organizzazioni di volontariato per il supporto economico ai cattolici di Terra Santa: “La mia presenza qui oggi con voi è per ringraziarvi. Voglio ringraziare ognuno di voi, perché vi interessate a noi e al nostro futuro; grazie per tutto il supporto che ci avete dato, morale e materiale; grazie per le vostre preghiere per noi, e vi chiedo di continuare a pregare affinché questa guerra finisca e la pace torni nella terra della pace. In qualità di rappresentante della voce cristiana a Betlemme, vi ringrazio per tutto il supporto ricevuto, ma abbiamo bisogno di sostenibilità per aiutare le famiglie colpite dalla guerra, che hanno perso il loro lavoro”.

Al termine dell’incontro ho potuto chiedere di raccontare come si vive in Terra Santa: “In Terra Santa si vive una situazione molto difficile, perché dal 7 ottobre le famiglie hanno perso il loro lavoro ed a Betlemme non riescono a trovare il pane quotidiano, in quanto la città è turistica, ospitando ogni anno 3.000.000 di turisti. Con la guerra non ci sono più turisti e quindi non c’è più lavoro”.

La Pasqua si avvicina: quale è il sentimento dei cattolici?

“Questa Pasqua è completamente diversa dagli anni precedenti, perché siamo costretti a stare a casa forzatamente dalla guerra. Non possiamo andare a Gerusalemme, che dista quindici minuti di autobus da Betlemme. A Gerusalemme nel santo Sepolcro c’è tutta la storia di Gesù. In questa Pasqua sarà molto difficile per noi raggiungere Gerusalemme”.

Cosa dicono i tuoi figli?

“Ho tre figli. La loro situazione è molto difficile, perché sono bloccati a casa dal 7 ottobre; non vanno a scuola ed io con mia moglie facciamo lezioni a casa. Non possono uscire neanche a giocare in un giardino, perché c’è pericolo di essere uccisi”.   

Chi desidera sostenere i cristiani a Betlemme queste sono le coordinate del Ser.Mi.T.: Intesa Sanpaolo – IT09D036969200100000006377; Poste Italiane – IT66N0760113400000014616627.

(Tratto da Aci Stampa)

Colletta per la Terra Santa: fate sentire il cuore solidale della Chiesa

‘E ora i nostri piedi si fermano alle tue porte, Gerusalemme’: con queste parole tratte dal salmo 122 il prefetto del dicastero per le Chiese orientali, card. Claudio Gugerotti, ha scritto una lettera ai cattolici per esortarli a partecipare alla ‘Colletta pro Terra Sancta’, che si svolge nel Venerdì Santo, nata dalla volontà dei papi di mantenere forte il legame tra i cristiani e quelli dei Luoghi Santi:

“In tutto il mondo risuona il rombo delle armi portatrici di morte. E non si vede tregua, anche se Dio ci ha assicurato che ‘Ogni calzatura di soldato nella mischia e ogni mantello macchiato di sangue sarà bruciato, sarà esca del fuoco’. Questa è la profezia di Isaia. Abbiamo visto e vediamo uomini in armi spargere sangue e uccidere la vita stessa. Eppure nel versetto successivo Isaia annunciava che ‘un bimbo ci è stato donato… il Principe della pace’. Per noi Cristiani quel bimbo è Gesù, il Cristo, il Dio fatto uomo, il Dio con noi”.

Ed ha ricordato il significato del pellegrinaggio a Gerusalemme per i cristiani: “Il pellegrinaggio a Gerusalemme ha una storia antica quanto il cristianesimo, e non solo per i Cattolici. Questo è reso ancora oggi possibile dall’opera generosa dei Francescani della Custodia di Terra Santa e dalle Chiese Orientali ivi presenti. Essi mantengono e animano i santuari, segni della memoria dei passi e delle azioni di Gesù, testimoni materiali di un Dio che assunse la materia per salvare noi, fango animato dal soffio dello Spirito. Per la loro dedizione in quei luoghi si continua a pregare incessantemente per il mondo intero”.

Da tale pellegrinaggio è nata la solidarietà con i cristiani della Terra Santa; “Fin dalle sue origini la Chiesa ha coltivato ininterrottamente e con passione la solidarietà con la Chiesa di Gerusalemme. In epoca tardo-medievale e moderna, più volte i Sommi Pontefici intervennero per promuovere e regolamentare la colletta a favore del Luoghi Santi. L’ultima volta fu riformata dal santo papa Paolo VI nel 1974 attraverso l’Esortazione Apostolica ‘Nobis in Animo’. Anche papa Francesco ha spesso sottolineato l’importanza di questo gesto ecclesiale”.

Ed ha spiegato perché la Colletta per la Terra Santa è un ‘obbligo’: “Cari fratelli e sorelle, non si tratta di una pia tradizione per pochi. Ovunque nella Chiesa Cattolica si fa obbligo ai fedeli di offrire il loro aiuto nella cosiddetta Colletta Pontificia per la Terra Santa che si raccoglie il Venerdì Santo o, per alcune aree, in un altro giorno dell’anno. Lo faremo anche quest’anno, sperando in una vostra particolare generosità.

E sapete perché? Perché, oltre alla custodia dei Luoghi Santi che hanno visto Gesù, ci sono, ancora viventi e operanti pur fra mille tragedie e difficoltà spesso causate dall’egoismo dei grandi della terra, i cristiani della Terra Santa. Molti nella storia sono morti martiri per non veder recise le radici della loro antichissima cristianità. Le loro Chiese sono parte integrante della storia e della cultura d’Oriente.

Ma oggi molti di loro non ce la fanno più e abbandonano i luoghi dove i loro padri e le loro madri hanno pregato e testimoniato il Vangelo. Lasciano tutto e fuggono perché non vedono speranza. E lupi rapaci si dividono le loro spoglie”.

Con tale Colletta si aiuta tutti i cristiani della Terra Santa, dal Libano alla Siria: “Io mi rivolgo a voi perché il loro grido non resti inascoltato e il Santo Padre possa sostenere le Chiese locali a trovare nuove vie, occasioni di abitazione, di lavoro, di formazione scolastica e professionale, perché rimangano e non si perdano nel mondo sconosciuto di un Occidente, così diverso dal loro sentire e dal loro modo di testimoniare la fede. Se partiranno, se a Gerusalemme e in Palestina lasceranno i loro piccoli commerci destinati ai pellegrini che non vi si recano più, l’Oriente perderà parte della sua anima, forse per sempre. Fate che sentano il cuore solidale della Chiesa!”

 La Custodia Francescana attraverso la ‘Colletta pro Terra Sancta’ può sostenere l’importante missione a cui è chiamata: custodire i Luoghi Santi, le pietre della memoria, e favorire la presenza cristiana, le pietre vive di Terra Santa, attraverso tante attività di solidarietà, come ad esempio il mantenimento delle strutture pastorali, educative, assistenziali, sanitarie e sociali.

I territori che beneficiano sotto diverse forme di un sostegno proveniente dalla Colletta sono i seguenti: Gerusalemme, Palestina, Israele, Giordania, Cipro, Siria, Libano, Egitto, Etiopia, Eritrea, Turchia, Iran e Iraq.

Di norma, la Custodia di Terra Santa riceve il 65% della Colletta, mentre il restante 35% va al Dicastero per le Chiese Orientali, che lo utilizza per la formazione dei candidati al sacerdozio, il sostentamento del clero, l’attività scolastica, la formazione culturale e i sussidi alle diverse circoscrizioni ecclesiastiche in Medio Oriente.

La Colletta per la Terra Santa, grazie all’opera della Custodia Francescana, è “la fonte principale per il sostentamento della vita che si svolge intorno ai Luoghi Santi e lo strumento che la Chiesa si è data per mettersi a fianco delle comunità ecclesiali del Medio Oriente”.

Le attività di solidarietà portate avanti grazie alla Colletta, vanno dal mantenimento delle strutture pastorali, a quelle educative, assistenziali, sanitarie e sociali, nei territori di Gerusalemme, Palestina, Israele, Giordania, Cipro, Siria, Libano, Egitto, Etiopia, Eritrea, Turchia, Iran e Iraq. In totale, le offerte arrivate nel 2023 per la Colletta di Terra Santa hanno raggiunto € 6.571.893,96 che riusciranno anche a sostenere giovani seminaristi e sacerdoti, religiosi e religiose e, compatibilmente con i fondi disponibili, alcuni laici.

Papa Francesco ai cristiani in Terra Santa: non vi lasceremo soli

Oggi, prima dell’udienza generale papa Francesco ha abbracciato Rami Elhanan e Bassam Aramin i due papà che hanno perso una figlia nel conflitto in Terra Santa, accompagnati dal direttore della Libreria Editrice Vaticana (LEV), Lorenzo Fazzini. Il momento è stata anche occasione per inviare ai cristiani della Terra Santa una lettera, esprimendo la vicinanza al dolore che soffrono:

“Da tempo vi penso e ogni giorno prego per voi. Ma ora, alla vigilia di questa Pasqua, che per voi sa tanto di Passione e ancora poco di Risurrezione, sento il bisogno di scrivervi per dirvi che vi porto nel cuore. Sono vicino a tutti voi, nei vostri vari riti, cari fedeli cattolici sparsi su tutto il territorio della Terra Santa: in particolare a quanti, in questi frangenti, stanno patendo più dolorosamente il dramma assurdo della guerra, ai bambini cui viene negato il futuro, a quanti sono nel pianto e nel dolore, a quanti provano angoscia e smarrimento”.

La lettera contiene il ringraziamento per la loro testimonianza: “La Pasqua, cuore della nostra fede, è ancora più significativa per voi che la celebrate nei Luoghi in cui il Signore è vissuto, morto e risorto: non solo la storia, ma neanche la geografia della salvezza esisterebbe senza la Terra che voi abitate da secoli, dove volete restare e dov’è bene che possiate restare. Grazie per la vostra testimonianza di fede, grazie per la carità che c’è tra di voi, grazie perché sapete sperare contro ogni speranza.

Desidero che ciascuno di voi senta il mio affetto di padre, che conosce le vostre sofferenze e le vostre fatiche, in particolare quelle di questi ultimi mesi. Insieme al mio affetto, possiate percepire quello di tutti i cattolici del mondo! Il Signore Gesù, nostra Vita, come Buon Samaritano versi sulle ferite del vostro corpo e della vostra anima l’olio della consolazione e il vino della speranza”.

Inoltre il papa ha ricordato la testimonianza della Passione, che si realizza nella Resurrezione: “Cari fratelli e sorelle, la comunità cristiana di Terra Santa non è stata soltanto, lungo i secoli, custode dei Luoghi della salvezza, ma ha costantemente testimoniato, attraverso le proprie sofferenze, il mistero della Passione del Signore. E, con la sua capacità di rialzarsi e andare avanti, ha annunciato e continua ad annunciare che il Crocifisso è Risorto, che con i segni della Passione è apparso ai discepoli e salito al cielo, portando al Padre la nostra umanità tormentata ma redenta.

In questi tempi oscuri, in cui sembra che le tenebre del Venerdì Santo ricoprano la vostra Terra e troppe parti del mondo sfigurate dall’inutile follia della guerra, che è sempre e per tutti una sanguinosa sconfitta, voi siete fiaccole accese nella notte; siete semi di bene in una terra lacerata da conflitti”.

E’ una lettera accorata, in cui il papa ha ribadito che i cristiani in Terra Santa non saranno abbandonati: “Fratelli, sorelle, voglio dirvi: non siete soli e non vi lasceremo soli, ma rimarremo solidali con voi attraverso la preghiera e la carità operosa, sperando di poter tornare presto da voi come pellegrini, per guardarvi negli occhi e abbracciarvi, per spezzare il pane della fraternità e contemplare quei virgulti di speranza cresciuti dai vostri semi, sparsi nel dolore e coltivati con pazienza.

So che i vostri Pastori, i religiosi e le religiose vi sono vicini: li ringrazio di cuore per quanto hanno fatto e continuano a fare. Cresca e risplenda, nel crogiolo della sofferenza, l’oro dell’unità, anche con i fratelli e le sorelle delle altre Confessioni cristiane, ai quali pure desidero manifestare la mia spirituale vicinanza ed esprimere il mio incoraggiamento. Tutti porto nella preghiera”.

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